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OMELIA per la solennità della EPIFANIA
Faenza - Basilica cattedrale, 6 gennaio 2017
06-01-2017

Cari fratelli e sorelle, nel brano tratto da Isaia (60, 1-6), il profeta incoraggia il popolo d’Israele ad alzarsi, a rivestirsi di luce, perché viene il Salvatore. Sollecita ad andare incontro con solerzia alla Luce. Il Salvatore è la luce di Dio che viene a noi. Quando il popolo lo accoglie diventa, a sua volta, luce che risplende ed illumina, punto di riferimento verso cui cammineranno i popoli della terra: «Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere», profetizza Isaia. Il popolo di Dio vivrà con cuore palpitante una grande missione: essere punto di convergenza e di unificazione della grande famiglia umana.

La Chiesa, ci fa capire san Paolo nella sua Lettera agli Efesini (Ef 3, 2-3.a 5-6), dispiega indomita la sua missione in maniera analoga. Essa è chiamata a far risplendere nel mondo la luce di Cristo, riflettendola in se stessa come la luna riflette la luce del sole. I discepoli di Cristo, al pari di san Paolo, dovranno attrarre, mediante la testimonianza dell’amore, tutti gli uomini a Dio. È l’amore di Cristo la luce che illumina ed avvince. Le genti, afferma l’apostolo, sono chiamate, in Gesù Cristo, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa, per mezzo del Vangelo.

L’arrivo dei Magi dall’Oriente a Betlemme per adorare il neonato Messia, guidati dalla stella, realizza in anticipo un tale disegno. Come la stella, così la Chiesa, dev’essere segno della manifestazione del Re universale ai popoli. L’Epifania, afferma san Leone Magno, suggerisce ai credenti d’imitare il servizio che la stella rese ai Magi d’Oriente guidandoli fino a Gesù (cf San Leone Magno, Disc. 3 per l’Epifania, 5: PL 54, 244).

Particolarmente istruttivi sono, peraltro, la ricerca dei Magi, il loro incontrarsi con la Luce vera, Gesù, l’essersi prostrati davanti a Lui, donandogli oro, incenso e mirra, l’averlo adorato. Il loro stesso ritorno a casa insegna qualcosa. Mentre i doni offerti appaiono un atto di appagante riconoscimento di Gesù quale Re e Dio – l’incontro con il Salvatore si traduce, infatti, nell’intimo dono di se stessi a Lui, scegliendolo come il Tutto – la modalità del loro rientro in patria indica che essi si dissociano nettamente da Erode, re bugiardo e crudele. La conseguenza che ne deriva è che prendono un’altra strada. Commenta sant’Agostino: «Anche noi, riconoscendo Cristo nostro re e sacerdote morto per noi, lo abbiamo onorato come se avessimo offerto oro, incenso e mirra; ci manca soltanto di testimoniarlo prendendo una via diversa da quella per la quale siamo venuti» (Sermo 202. In Epiphania Domini, 3,4). La testimonianza si nutre di una conversione incessante a Colui che rinnova e fa rinascere.

La vita di Paolo, dopo la sua conversione, è stata una «corsa» per portare ai popoli la luce di Cristo e, viceversa, condurre i popoli a Cristo. La grazia di Dio, trasformando il suo animo, ha fatto di Paolo una «stella» per le genti. Il suo ministero è esempio per riscoprirci essenzialmente missionari e per rinnovare l’impegno dell’evangelizzazione con slancio, senza pause, nelle nuove condizioni di vita.

In sostanza, la Parola di Dio ci sprona a vivere con entusiasmo e coraggio il nostro essere missionari. Già l’anno Giubilare della Misericordia ci ha fatto riscoprire questa dimensione fondamentale del cristiano. Ad anno pastorale già inoltrato non dimentichiamo le scelte dalla nostra Diocesi, tra le quali quella di recepire l’esortazione apostolica Evangelii gaudium, in modo da convertirci ulteriormente come popolo di Dio e da presentarci al mondo come persone trasfigurate dall’esperienza profonda di Cristo, vivendo con Lui un’intimità itinerante. Ciò che ci consente di essere luce per i nostri contemporanei, in mezzo ai molteplici problemi della nostra società, è, infatti, l’esperienza di un rinnovato incontro con Gesù: un incontro che torna ad affascinarci, a fornirci le motivazioni profonde della missione, per comunicarlo a tutti, come il tesoro più prezioso che abbiamo a disposizione. Solo Lui risponde alle attese e alle speranze del cuore degli uomini e delle donne, dei giovani e dei bambini. Solo Lui salva, nessun altro. Solo Lui è principio di ogni rinnovamento spirituale e sociale.

Trasfigurati dall’incontro assiduo con Gesù, rivestiti della sua Luce, diventiamo un popolo giovane, che ha passione per Gesù e che si mobilita per portarlo a tutti, anche agli immigrati, in particolare alle nuove generazioni, affinché lo vivano nelle molteplici dimensioni della vita. Credenti e non credenti, italiani e non italiani, tutti hanno il diritto di conoscere ed amare Gesù Cristo, perché ogni persona è strutturata a sua immagine. La missione è la passione di chi si sente appartenere a Cristo e ritiene che la sua felicità più grande consista nel vivere Lui, nel generalo in se stessi e negli altri. Come seppe fare Maria di Nazareth, divenuta Madre di Dio. Essere «popolo giovane» vuol dire anche coinvolgere letteralmente i giovani nell’annuncio e nella testimonianza di Lui. Accompagniamoli nell’incontro con Gesù, aiutiamoli a sentirsi suoi, preparando con passo graduale ma costante il Sinodo diocesano dei giovani, con i giovani, per i giovani. Rivanghiamo e ridefiniamo l’orizzonte educativo dell’esperienza cristiana. Mostriamo come la fede offre risposte pregnanti agli interrogativi dei nostri giovani. Non dobbiamo correre il rischio che la nostra proposta di fede appaia lontana ed estranea al loro anelito di senso, al loro desiderio di compimento. Essi non sono solo creature, e neanche soltanto esseri superiori a tutti gli altri esseri viventi. Sono figli e figlie «capaci di Dio», creati per amore e per la salvezza, per essere protagonisti di «cieli e terra nuovi». Sono invitati ad essere figli di Dio nel Figlio, a non deludere il sogno o, meglio, la «fede di Dio» nei loro confronti.

Affascinati da Cristo, Uomo Nuovo, consideriamo la nostra missione non un peso che ci sfinisce, bensì una sorgente inesauribile di felicità e di rinnovato entusiasmo, tra le inevitabili fatiche di ogni giorno. Più siamo missionari di Cristo, più sperimentiamo una gioia che ripaga e contagia. Essa rifulge sul nostro volto di salvati. Ma anche l’abbondanza della vita divina, riversata su coloro che amiamo, moltiplica la nostra gioia, perché l’opera di Dio, incarnata nella vita delle persone, incoraggia e sorregge i nostri piccoli sforzi. Siamo chiamati nel nostro territorio e nelle nostre comunità ad un nuovo ardore, ad una nuova audacia. Non sottraiamoci. La Madre del Vangelo vivente interceda per noi, in questa stagione che richiede un’abbondante seminagione, un lavoro appassionato nella vigna del Signore, nell’attesa di nuovi germogli vocazionali e missionari.

OMELIA per la solennità di MARIA MADRE DI DIO
Faenza - Basilica Cattedrale, 1 gennaio 2017
01-01-2017

All’inizio di un Nuovo anno festeggiamo la divina maternità di Maria. Nell’espressione “Dio mandò il suo Figlio nato da donna” si trova condensata la verità fondamentale su Gesù come Persona divina che ha pienamente assunto la nostra natura umana. Egli è il Figlio di Dio, è generato da Lui, e al tempo stesso è figlio di una donna, Maria. Viene da lei. È da Dio e da Maria. Per questo la Madre di Gesù si può e si deve chiamare Madre di Dio.

Questo titolo, che in greco suona Theotókos, compare per la prima volta, probabilmente nell’area di Alessandria d’Egitto. Esso però fu definito dogmaticamente nel 431, dal Concilio di Efeso» (Benedetto XVI, Omelia del 31 dicembre 2006).

Fin dall’antichità, pertanto, la Madonna venne onorata con titolo di Madre di Dio (Theotókos). In occidente, tuttavia, non si trova per tanti secoli una specifica festa dedicata alla maternità divina di Maria. La introdusse nella Chiesa latina il Papa Pio XI nel 1931, in occasione del 15° centenario del Concilio di Efeso, e la collocò all’11 ottobre. Fu poi il beato Paolo VI, nel 1969, riprendendo un’antica tradizione, a fissare questa solennità al primo gennaio e a connetterla con la Giornata Mondiale della Pace. Festeggiare la Madre di Dio, che è Principe della pace, significa impegnarsi a costruire la pace sulle orme del Redentore.

In occasione del 1 gennaio, a partire dal beato Paolo VI, ogni pontefice è ormai abituato ad indirizzare ai popoli e alle nazioni del mondo, ai Capi di Stato e di Governo, nonché ai responsabili delle comunità religiose e delle varie espressioni della società civile, un Messaggio per la Celebrazione della Giornata mondiale della Pace. Il Messaggio di papa Francesco per la 50a Giornata porta questo titolo: La nonviolenza:stile di una politica per la pace. In sostanza, il pontefice si augura che la carità e lo spirito della nonviolenza guidino il modo in cui ci trattiamo gli uni e gli altri nei rapporti interpersonali, in quelli sociali e in quelli internazionali. La nonviolenza deve diventare lo stile caratteristico delle nostre decisioni, delle nostre relazioni, delle nostre azioni, della politica in tutte le sue forme. I politici e i cittadini credenti hanno in Gesù Cristo il modello più alto di nonviolenza e di carità. Gesù insegnò ai suoi discepoli ad amare i nemici (cf Mt 5,44), disse a Pietro di rimettere la spada nel fodero (cf Mt 26,52). La via della non violenza da lui tracciata fu percorsa sino alla fine, fino alla croce. Mediante essa ha realizzato la pace e distrutto l’inimicizia (cf Ef 2, 14-16). Ma perché, possiamo chiederci, la nonviolenza per papa Francesco, deve diventare lo stile delle convivenze sociali e di una politica impegnata a costruire la pace? La risposta non è difficile da trovare. Purtroppo oggi il nostro mondo, che pure contiene molteplici segni positivi di solidarietà e di unità, è spesso segnato dalla violenza e la stessa politica che dovrebbe, per propria vocazione e missione, contribuire a debellarla, può esserne una fonte. Basti pensare a quando la politica diventa rissosa, o non accede al negoziato per porre fine a rappresaglie, a conflitti infiniti che danneggiano le popolazioni inermi e recano benefici, come scrive il pontefice, solo a pochi «signori della guerra», a quando nella gestione della cosa pubblica vince l’illegalità e la corruzione, a quando per negligenza non si governa e non si affrontano con incisività i problemi sociali come la disoccupazione, che emargina specialmente le nuove generazioni, ma non solo. Accogliamo l’invito del papa che sollecita tutti, cittadini e politici, a costruire la pace mediante la non violenza attiva e creativa, mediante la carità. Combattiamo insieme quei nemici insidiosi che sono l’odio e la violenza verbale, eletti da molti a strumento di lotta politica, ai quali accennava ieri sera il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo Messaggio di fine anno. Oggi abbiamo bisogno di una società più unita, di una politica che sia animata da un cuore d’amore, specie nei confronti dei più fragili. Preghiamo con Maria, Madre del Principe della pace, anche santa Teresa di Calcutta, che papa Francesco, nonostante sia stata tacciata ingiustamente di assistenzialismo e cioè di non essersi impegnata nell’abbattere le cause dei mali sociali, indica come modello alla politica per il suo amore samaritano. Affrontiamo il male con il bene, spezziamo la catena dell’ingiustizia con le armi dell’amore, della libertà, della verità e della giustizia. Sorreggiamo la famiglia, indispensabile crogiolo attraverso il quale coniugi, genitori e figli, fratelli e sorelle imparano a comunicare e a prendersi cura gli uni degli altri in modo disinteressato, e dove gli attriti o addirittura i conflitti devono essere superati non con la forza, ma con il dialogo, il rispetto, la ricerca del bene dell’altro, la misericordia e il perdono. Rileggiamo sovente il «manuale della strategia della costruzione della pace», così le definisce papa Francesco, e cioè le otto beatitudini (cf Mt 5, 3-10). Beati i miti – dice Gesù -, i misericordiosi, gli operatori di pace, i puri di cuore, coloro che hanno fame e sete di giustizia.

Riscopriamo la nostra appartenenza al Cristo totale, ossia a Cristo modello di non violenza. Impariamo da Maria a meditare sulla presenza di Gesù Cristo in noi e nella storia. Sul suo esempio impariamo Cristo nonviolento, custodiamolo (cf Lc 2, 16-21), viviamolo. Maria ha imparato Cristo non violento accompagnandolo nella sua Passione, rimanendo ai piedi della sua croce. Capiamo cosa significa perdonare, amare i nemici, morire per il bene. È a partire dall’esperienza di Lui che comprendiamo come non possiamo essere suoi veri discepoli senza accettare la sua proposta di non violenza, ossia divenendo persone capaci di sbaragliare il male con le armi dell’amore, della verità, della giustizia.

OMELIA per il TE DEUM di FINE ANNO
faenza - Basilica Cattedrale, 31 dicembre 2016
31-12-2016

Al chiudersi di quest’anno civile, siamo raccolti qui in Cattedrale per celebrare la messa prefestiva della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio. La liturgia fa coincidere questa significativa festa mariana con la fine e l’inizio dell’anno solare. Alla contemplazione del mistero della divina maternità si unisce pertanto il cantico della nostra gratitudine per il 2016 che tramonta e per il 2017 che già intravediamo. Il tempo passa e il suo scorrere ci induce a volgere lo sguardo con intima riconoscenza a Colui che è eterno, al Signore del tempo e della vita. Lo ringraziamo insieme, cari fratelli e sorelle, a nome dell’intera Comunità diocesana di Faenza-Modigliana per quanto ci ha elargito, per tutti i benefici che lungo i passati dodici mesi ci ha ampiamente concessi, in particolare per il dono del grande Giubileo della Misericordia che ha fatto germogliare tante opere di bene e un nuovo spirito missionario nelle nostre parrocchie e nelle nostre associazioni e movimenti. Ringraziamo, inoltre, il Signore perché ha fatto nascere in noi il proposito di programmare un Sinodo interamente dedicato ai giovani, sulla scia di quanto ha deciso papa Francesco per la Chiesa universale. Si è compreso che il futuro della nostra chiesa in questo territorio di Romagna dipenderà, in non piccola parte, dalla preparazione delle nuove generazioni nel vivere e nel testimoniare la fede.

Infine, ringraziamo per quanto il breve ma denso brano paolino ci fa capire e cioè che il Verbo di Dio facendosi carne, assumendo la natura umana, apre la prospettiva di un radicale mutamento nella nostra condizione di uomini. Vi si dice che «Dio mandò il suo Figlio… per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,5). Il Verbo incarnato trasforma dall’interno l’esistenza umana, partecipando a noi il suo essere Figlio del Padre. Si è fatto come noi per farci come Lui: figli nel Figlio, dunque uomini liberi dalla legge del peccato. Non è questo un motivo fondamentale per elevare a Dio il nostro ringraziamento?

Sempre nel brano della Lettera ai Galati, san Paolo afferma: «”Dio mandò il suo Figlio, nato da donna” (Gal 4,4). Origene commenta: “Osserva bene come non ha detto: nato tramite una donna, bensì: nato da una donna” (Commento alla Lettera ai Galati, PG 14, 1298). Questa acuta osservazione del grande esegeta e scrittore ecclesiastico è importante: infatti, se il Figlio di Dio fosse nato solamente “tramite” una donna, non avrebbe realmente assunto la nostra umanità, cosa che invece ha fatto prendendo carne “da” Maria. La maternità di Maria, dunque, è vera e pienamente umana. Nell’espressione “Dio mandò il suo Figlio nato da donna” si trova condensata la verità fondamentale su Gesù come Persona divina che ha pienamente assunto la nostra natura umana. Egli è il Figlio di Dio, è generato da Lui, e al tempo stesso è figlio di una donna, Maria. Viene da lei. E’ da Dio e da Maria. Per questo la Madre di Gesù si può e si deve chiamare Madre di Dio. Questo titolo, che in greco suona Theotókos, compare per la prima volta, probabilmente proprio nell’area di Alessandria d’Egitto, dove nella prima metà del terzo secolo visse, appunto, Origene. Esso però fu definito dogmaticamente solo due secoli dopo, nel 431, dal Concilio di Efeso» (Benedetto XVI, Omelia del 31 dicembre 2006).

Fin dall’antichità, pertanto, la Madonna venne onorata con titolo di Madre di Dio (Theotókos). In occidente, tuttavia, non si trova per tanti secoli una specifica festa dedicata alla maternità divina di Maria. La introdusse nella Chiesa latina il Papa Pio XI nel 1931, in occasione del 15° centenario del Concilio di Efeso, e la collocò all’11 ottobre. In tale data iniziò, nel 1962, il Concilio Ecumenico Vaticano II. Fu poi il beato Paolo VI, nel 1969, riprendendo un’antica tradizione, a fissare questa solennità al primo gennaio. E nell’Esortazione apostolica Marialis cultus del 2 febbraio 1974 spiegò il perché di questa scelta e la sua connessione con la Giornata Mondiale della Pace. «Nel ricomposto ordinamento del periodo natalizio – scrisse Paolo VI – ci sembra che la comune attenzione debba essere rivolta alla ripristinata solennità di Maria Ss. Madre di Dio: essa… è destinata a celebrare la parte avuta da Maria in questo mistero di salvezza e ad esaltare la singolare dignità che ne deriva per la Madre santa…; ed è, altresì, un’occasione propizia per innovare l’adorazione al neonato Principe della Pace, per riascoltare il lieto annuncio angelico (cfr Lc 2,14), per implorare da Dio, mediante la Regina della Pace, il dono supremo della pace» (n. 5 in: Insegnamenti di Paolo VI, XII 1974, pp. 105–106).

In occasione del 1 gennaio, a partire dal beato Paolo VI, ogni pontefice è ormai abituato ad indirizzare ai popoli e alle nazioni del mondo, ai Capi di Stato e di Governo, nonché ai responsabili delle comunità religiose e delle varie espressioni della società civile, un Messaggio per la Celebrazione della Giornata mondiale della Pace. Il Messaggio di papa Francesco per la 50a Giornata porta questo titolo: La nonviolenza:stile di una politica per la pace. In sostanza, il pontefice si augura che la carità e lo spirito della nonviolenza guidino il modo in cui ci trattiamo gli uni e gli altri nei rapporti interpersonali, in quelli sociali e in quelli internazionali. La nonviolenza deve diventare lo stile caratteristico delle nostre decisioni, delle nostre relazioni, delle nostre azioni, della politica in tutte le sue forme. I politici e i cittadini credenti hanno in Gesù Cristo il modello più alto di nonviolenza e di carità. Gesù insegnò ai suoi discepoli ad amare i nemici (cf Mt 5,44), disse a Pietro di rimettere la spada nel fodero (cf Mt 26,52). La via della non violenza da lui tracciata fu percorsa sino alla fine, fino alla croce. Mediante essa ha realizzato la pace e distrutto l’inimicizia (cf Ef 2, 14-16). Ma perché, possiamo chiederci, la nonviolenza per papa Francesco, deve diventare lo stile delle convivenze sociali e di una politica impegnata a costruire la pace? La risposta non è difficile da trovare. Purtroppo oggi il nostro mondo, che pure contiene molteplici segni positivi di solidarietà e di unità, è segnato dalla violenza e la stessa politica che dovrebbe, per propria vocazione e missione, contribuire a debellarla, spesso ne è una fonte. Basti pensare a quando la politica non accede al negoziato per porre fine ad un conflitto infinito, a quando vince l’illegalità e la corruzione, a quando per negligenza o per eccessiva litigiosità non si governa un Paese e non si affrontano con incisività i problemi sociali come la disoccupazione, che emargina specialmente le nuove generazioni. Accogliamo l’invito del papa che sollecita tutti, cittadini e politici, a costruire la pace mediante la non violenza attiva e creativa, mediante la carità. Oggi abbiamo bisogno di una politica che sia animata da un cuore d’amore, specie nei confronti dei più fragili. Preghiamo con Maria, Madre del Principe della pace, anche santa Teresa di Calcutta che papa Francesco, nonostante essa sia stata tacciata ingiustamente di assistenzialismo, indica come modello di un amore samaritano.

OMELIA della MESSA DELLA NOTTE di NATALE
Faenza, Basilica Cattedrale - 25 dicembre 2016
25-12-2016

Un bambino è nato per noi”, dice il profeta Isaia (Is 9,1). Ma subito aggiunge: «Ci è stato donato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace». Insomma, non si tratta di un bambino qualsiasi. Il Bambino che suscita in noi tanta tenerezza e desiderio di prenderlo in braccio è Dio salvatore. È venuto per essere con noi, ma soprattutto in noi, per renderci più capaci di bene, di dono e di perdono, per insegnarci il mestiere di uomini che sanno vivere in piena comunione con Dio.

Questo ci dice la nostra fede.

Se Gesù nasce bambino per essere accudito dall’umanità e per ricevere, potremmo dire, tante coccole come i bimbi nelle nostre famiglie, questa non è ancora tutta la verità. Non dobbiamo solo stupirci di fronte a Dio che vuole essere un bambino. L’uomo vuole salire, comandare, prendere. Dio, al contrario, desidera scendere, servire, dare.

Oltre a prendere Gesù tra le nostre braccia e colmarlo di baci, parlargli affettuosamente, come fecero sant’Antonio di Padova e san Pio da Pietrelcina, dobbiamo diventare come Lui. Il Natale non è solo momento di gioia perché non siamo più soli e Dio cammina con noi. La nostra fede, dopo avercelo fatto incontrare, deve aiutarci a vivere di Lui, in Lui, come Lui.

Qui si realizza il Natale più profondo e vero. San Paolo, colui che da persecutore dei cristiani divenne un grande apostolo di Cristo (cf At 9, 1-30), ci può essere di grande insegnamento per il cammino che ci attende. Dopo essere stato afferrato e convertito da Cristo, lo amò. Lo visse con tutte le sue forze e il suo cuore. La sua fede in Gesù si trasformò in vita, nella vita di Cristo stesso, al punto che l’apostolo soleva dire di vivere Cristo.

Cari fratelli e sorelle, il Natale non è solo contemplazione del Verbo che si fa carne. Non è solo vedere nel Bambino Dio che ci salva, ma è anche movimento, andare verso di Lui, vita con Lui, in Lui, per Lui. Attraverso la fede comprendiamo che siamo suoi, gli apparteniamo ed, inoltre, abbiamo il compito di immedesimarci a Lui. Grazie a ciò Egli, come dice san Paolo apostolo a Tito (2, 11-13), ci forma per sé quale popolo puro, pieno di zelo per le opere buone.

Detto diversamente, in questa notte, attraverso la fede, non dobbiamo limitarci a vedere Gesù bambino, commuoverci, mandargli baci, ma dobbiamo deciderci ad imparare di più Gesù per viverlo più compiutamente. Per questo bisogna che il nostro Natale non si riduca ad una festa di frastuono, senza entrare in intimità con Gesù, ossia una festa senza il Festeggiato. È necessario che troviamo momenti di silenzio per dire a Cristo che lo amiamo e che Egli è il nostro Tutto, per essere sempre più in comunione con Lui, per mettere il nostro cuore vicino al suo, e riconoscere di essere, mediante la sua incarnazione, pienamente assunti in Lui. Dobbiamo capire che, come Lui, dobbiamo essere missionari del Padre. Gesù è venuto a noi, perché dovevamo conoscere di essere strutturati come Lui e, quindi, di essere chiamati ad essere figli di Dio nel Figlio unigenito. A volte il nostro spirito missionario è rattrappito. Abbiamo paura di presentare ed offrire Gesù ai nostri giovani, agli stessi immigrati, dimenticando che essi, perché fatti a sua immagine, hanno il diritto e dovere di conoscerlo, amarlo e viverlo. Non si tratta di imporre quanto, piuttosto di proporre Gesù, per crescere in Lui, l’Uomo Nuovo.

Il credente è consapevole che la sua vita è in Gesù. Dimoriamo in Lui. Tutta la nostra esistenza è chiamata a realizzarsi vivendo i suoi stessi sentimenti. Così, le nostre sofferenze, le nostre responsabilità e fatiche nell’impegno per la giustizia, nella professione, nell’educazione alla fede, la nostra testimonianza, sono tutte esperienze in cui lo Spirito d’amore di Cristo ci sorregge, ci sollecita e ci conduce alla meta.

Anche noi, al termine della nostra vita, dovremo poter dire, come san Paolo: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (2 Tm 4,7). Saremo felici, non solo per aver creduto in Gesù, ma perché nascendo nel nostro cuore ci fa vivere uniti a Lui.

I più grandi dottori e maestri di spirito della Chiesa – Origene, sant’Agostino, san Bernardo, e tanti altri ancora – pensavano a proposito del Natale in una maniera ardita. Pressappoco così: «Che giova a me che Cristo sia nato una volta a Betlemme da Maria, se egli non nasce per fede nel mio cuore». Detto altrimenti, perché il Natale porti frutto per me occorre che Cristo nasca in me, nella mia anima.

Con san Giovanni XXIII dobbiamo, allora, pregare così: «O Verbo eterno del Padre, Figlio di Dio e di Maria, rinnova anche oggi, nel segreto delle anime, il mirabile prodigio della tua nascita» (Messaggio natalizio del 1962). Cristo, che è nato «per» noi, per fede deve nascere «in» noi. Deve «formarsi» in noi (Gal 4,19), abitare nei nostri cuori (cf Ef 3,17). Il nostro compito è di raggiungere la statura morale e spirituale di Cristo.

Rientriamo in noi stessi. Facciamoci istruire dallo Spirito Santo che ci guida alla verità tutta intera di Cristo. Generiamo in noi e negli altri Cristo. Sarà il più grande servizio che potremo compiere nelle nostre comunità ecclesiali, nelle nostre famiglie e nella società. Solo così potrà crescere il senso di appartenenza a Cristo e alla sua Chiesa. Solo così l’appartenenza a Cristo avrà il primato su altre appartenenze, pur legittime, ma secondarie. Buon Natale di Gesù Cristo!

OMELIA per la IV domenica di AVVENTO
Faenza, Clinica San Pier Damiano - 18 dicembre 2016
18-12-2016

Nel nostro cammino di preparazione al Natale, dopo l’Immacolata e san Giovanni Battista, incontriamo san Giuseppe, uomo giusto che sogna ed ama, non parla e agisce. È tra i testimoni di Avvento, tra coloro che rendono testimonianza alla Luce (cf Gv 1, 7.8). Anche san Giuseppe ci insegna come accogliere il mistero di Dio che si incarna, si fa uomo, uno di noi, per camminare con noi ed iniziare una nuova storia: la storia di una umanità che vive in comunione con Dio e re-impara il mestiere di essere uomini completi.

Il Vangelo di Matteo ci dice che prima che andassero a vivere insieme, Maria si trovò incinta. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Detto altrimenti, Giuseppe non è un imbambolato, un ingenuo. Vive in sé un dramma: vive il conflitto tra la legge che vuole che si tolga di mezzo il peccatore (cf Deut 22,22) e l’amore per Maria. Entra in crisi, perché si sente tradito. Il suo cuore di innamorato è straziato, non si dà pace. Non sa come uscire dal dilemma, perché se la legge è perentoria è anche chiaro che lui ama perdutamente Maria. È proprio in questo momento che lo Spirito irrompe, illumina Giuseppe e conforta il suo cuore ferito. Ecco, narra il Vangelo, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti, il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». In breve tempo Giuseppe è sollecitato a compiere nella sua testa e nel suo cuore un capovolgimento totale: non più un suo figlio, ma il figlio di Dio da prendere tra le braccia e da custodire. Certo, Giuseppe per riuscire a capacitarsi e capire cosa stava avvenendo nella sua vita, doveva aver avuto nella sua mente, come Maria, almeno l’idea che Dio doveva venire a salvare l’umanità. Come la giovane donna che egli amava, doveva far parte di quel «resto di Israele» che ancora credeva in un Redentore dell’uomo. Dall’angelo, messaggero di Dio, venne strappato dai suoi sogni umani e messo a servizio del grande sogno di Dio, che volle abitare su questa terra ed avere una famiglia come tutti noi.

Giuseppe, mani indurite dal lavoro, ma ricco di fede in Dio, sa ascoltare ed accogliere nella sua vita il sogno di Dio e si mette completamente a disposizione: quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

Così, san Giuseppe è padre senza esercitare una paternità carnale. Non è il padre biologico di Gesù, del quale Dio solo è il Padre, e tuttavia egli esercita una paternità piena e intera. Essere padre è innanzitutto essere servitore della vita e della crescita. San Giuseppe ha dato prova, in questo senso, di una grande dedizione. Per Cristo ha conosciuto la persecuzione, l’esilio e la povertà che ne deriva. Ha dovuto stabilirsi in luogo diverso dal suo villaggio. La sua sola ricompensa fu quella di essere con Cristo.

A ben pensarci, coloro che vivono ed operano in una struttura ospedaliera come quella in cui ci troviamo hanno un compito simile a quello di Giuseppe: essere a servizio della vita e della sua crescita; dedicarsi ai propri fratelli e alle proprie sorelle avendo la certezza che mentre si assiste e si curano le loro infermità si serve Cristo stesso. Come san Giuseppe, non dobbiamo essere servitori mediocri, svogliati, senza passione e amore. Dobbiamo essere servitori «fedeli e saggi». Non basta essere fedeli. Occorre essere anche pieni di saggezza, preparati professionalmente. Così, non è sufficiente essere saggi senza fedeltà. Per vivere in pienezza la responsabilità che Dio ci affida nel servizio agli ammalati occorre essere e fedeli e saggi, insieme. Solo così si vive una paternità simile a quella di Dio, una paternità che è per tutti i giorni, non solo per due minuti o mezza giornata; una paternità che ci vede coinvolti col cuore e la vita, con tutto noi stessi. Chi cura e serve gli ammalati li riceve in consegna, come Giuseppe ha ricevuto in consegna il Figlio di Dio incarnato. Essi sono nelle nostre mani, affidati a noi, non solo biologicamente ma anche spiritualmente, psicologicamente, come degli interi.

Partecipando all’Eucaristia, facendo comunione con Cristo, riceviamo un cuore nuovo. Vivendo uniti a Cristo riusciremo ad accogliere ogni ammalato col cuore di Cristo. Riusciremo a servirlo con il suo stesso amore, superando le nostre stanchezze, i nostri limiti, le nostre visioni anguste, tentate di chiudersi alla speranza.

San Giuseppe ci aiuti ad affidarci a Dio, a coltivare i suoi sogni sull’umanità ammalata, bisognosa di cure mediche e spirituali. Lui che ha vissuto alla luce del Mistero dell’Incarnazione ci insegni una prossimità non solo fisica, ma anche con l’attenzione del cuore.

OMELIA per il LXXII anniversario della LIBERAZIONE di FAENZA
Faenza, chiesa dei Caduti - 17 dicembre 2016
17-12-2016

in questa Eucaristia ricordiamo il 72.mo anniversario della Liberazione della città di Faenza. È stato un percorso segnato da eventi tragici, bombardamenti – iniziati coi primi giorni del maggio 1944 e terminati con il mese di dicembre –, distruzioni, morti, feriti, eccidi efferati. Ai bombardamenti strategici seguirono quelli medi e dei cacciabombardieri, a supporto degli alleati che avanzavano. A dicembre entrarono  in città le truppe neozelandesi. La desolazione era grande e il bilancio delle morti salì a 370 vittime, più i tanti feriti.

A questa triste fase seguì una fervida ricostruzione con il concorso di tutti, in una Nazione che scelse la forma repubblicana al posto di quella monarchica. L’impegno della rinascita vide il convergere attorno ai grandi valori della Costituzione italiana, caratterizzata per la centralità della persona, considerata per intero, in particolare nella sua relazionalità sociale e solidale espressa nella famiglia e nei corpi intermedi, nella sua libertà responsabile, nei suoi doveri e diritti, incluso quello della libertà religiosa.

Altri, meglio del sottoscritto, potrebbero descrivere la passione civile, lo slancio democratico della città nel corso degli anni che ci separano dal periodo della seconda guerra mondiale, ove i cattolici non sono stati meno operosi degli altri. Questo anniversario dev’essere l’occasione di guardare alle tragedie del passato, alle crudeltà assassine, senza dimenticare il presente e il domani. Oggi a livello internazionale sono in atto altre guerre e altri conflitti, che però non ci lasciano del tutto indenni. Ci attendono, allora, altre liberazioni ed altre ricostruzioni. È una fortuna che la nostra Europa abbia conservato per parecchi anni la pace. Ma sappiamo che non sono stati esenti da vere e proprie guerre economiche, specie dal 2008 ad oggi ed anche da atti terroristici di varia matrice. Sappiamo, poi, che, con una «terza guerra mondiale a pezzi», stanno crescendo i nazionalismi, i fondamentalismi, come anche forme esasperate di libertà. Se, grazie a Dio, continuano ad esistere e a svilupparsi leggi e forme sociali solidali, preoccupano alcuni orientamenti neoindividualistici ed utilitaristi sia del diritto sia delle politiche internazionali, come anche quei gruppi oligarchici del denaro che influenzano fortemente le Nazioni e che fanno temere il crollo di ciò che viene costruito, giorno dopo giorno, con fatica, secondo la logica del dono e della gratuità. Le diseguaglianze e le povertà non sono sparite, anzi in alcuni casi si sono accentuate con il predominio di tecnocrazie e di una finanza performativa, entrambi deleterie per l’economia reale.

Tante altre sono le coordinate che contrassegnano il nostro tessuto sociale, civile, religioso, come l’invecchiamento della popolazione, l’immigrazione, le conseguenze non ancora finite della crisi economica, un certo degrado morale e civile, la necessità di costruire un nuovo ethos tra famiglie spirituali e religiose che sono aumentate e mescolate. Non abbiamo qui il tempo per dire gli aspetti positivi di questa bella città, per elencare le virtù dei faentini, che costituiscono il punto archimedico su cui far leva per continuare a lavorare e a innalzare una convivenza aperta all’altro, al suo bene, all’Europa, al mondo, in una rete continua di relazionalità positive.

Credo che il recente Messaggio per la giornata mondiale della pace 2017 di papa Francesco possa offrire alcuni spunti per rendere la nostra città ancor più vivibile e godibile dal punto di vista umano e culturale. Il Messaggio, firmato l’8 dicembre scorso, porta l’attenzione sulla non violenza (attiva), quale via per costruire società giuste e pacifiche. La non violenza attiva, e tutto ciò che questa comporta come impegno per la giustizia, come sforzo a vincere il male col bene, come adozione di strumenti a servizio del dialogo civile, di una lotta pacifica, deve caratterizzare la politica dei cittadini e delle autorità, il suo metodo e il suo essere. La non violenza deve diventare lo stile delle nostre decisioni, delle nostre relazioni, della politica in tutte le sue forme. Il modello più alto di non violenza attiva – ossia non passiva rispetto all’ingiustizia e al male – è Gesù Cristo, che ne tracciò una via eloquente e insuperabile, percorrendola sino in fondo, sino alla croce.

Ma papa Francesco indica come modello, oltre a Gandhi e Martin Luther King Jr, anche santa Teresa di Calcutta. Come mai il papa argentino sceglie e propone Madre Teresa, che è stata tacciata da molti di assistenzialismo, ossia di non dedicarsi a combattere le cause della povertà e della emarginazione?  Egli la segnala come punto di riferimento per uno stile di politica di pace, perché questa dovrebbe prendersi cura prioritariamente di chi è scartato, emarginato nella società, considerato addirittura inutile. Madre Teresa deve costituire il paradigma di una politica samaritana, che si prodiga a favore della vita umana, quella non nata e quella abbandonata, lasciata fuori, riconoscendone la dignità, specie quando più indifesa. Bisogna intendere bene il senso di quanto vuol dire il papa argentino. Non si tratta di mettere in campo una politica meramente assistenzialista, bensì una politica dedita al bene di tutti, specie dei più deboli.

Parimenti, papa Francesco indica come radice di una politica non violenta la famiglia, luogo in cui fratelli e sorelle imparano a comunicare e a prendersi cura gli uni degli altri in modo disinteressato, e dove gli attriti o addirittura i conflitti devono essere superati non con la forza, ma con il dialogo, il rispetto, la ricerca del bene dell’altro, la misericordia e il perdono (cf n. 5). La politica non violenta, rammenta il pontefice, ha un “manuale” che è dato dalle beatitudini (cf Mt 5, 3-10).

Partecipando a questa Eucaristia, in cui ricordiamo tutti coloro che sono morti a causa della guerra, domandiamo al Signore il suo Spirito per amare sinceramente questa città, per farne il luogo di una crescita integrale e sostenibile per tutti. Non siamo soli. Il Natale ormai vicino ci ricorda l’irruzione  del divino nell’umano. Quando Dio è accolto diventa il fondamento di tutto il cammino. In Cristo,  del quale nel Vangelo (cf Mt 1, 1-17) abbiamo sentito la genealogia, a conferma della sua inserzione nella nostra esistenza, costruiamo una nuova storia e la civiltà della misericordia.

OMELIA per la Solennità della IMMACOLATA CONCEZIONE
Faenza - San Francesco, 8 dicembre 2016
08-12-2016

Autorità civili e militari,
Cari Fedeli e Frati minori Conventuali,
la plurisecolare devozione della città di Faenza e del suo territorio all’Immacolata trova radici nel XV secolo. Una tale devozione, ancor prima della definizione del dogma, avvenuta nel 1854, crebbe coinvolgendo tutto il popolo faentino e, in particolare, il mondo rurale. Nacque una specifica devozione per la protezione e i bisogni della campagna, per l’abbondanza dei raccolti e dei frutti, per impetrare, a seconda delle necessità, la pioggia e il sereno. L’Immacolata si consolidò come la principale protettrice del territorio faentino e dell’area rurale dei dintorni. Lo stesso Innocenzo XII, già vescovo di Faenza dall’anno 1682, volle farla pregare per i bisogni dei campi romani, colpiti da una forte siccità.
Celebrando la solennità dell’Immacolata concezione, nel terzo Centenario dell’edificazione della Cappella nella Chiesa di san Francesco, chiediamoci: l’Immacolata è oggi da noi, città e campagna, amata e venerata, come in passato, quando questa Chiesa straripava di popolazione, di gruppi provenienti dalle più remote parti della Diocesi, notte e giorno? Forse, si potrebbe pensare che la devozione è diminuita per il calo demografico, perché il fenomeno dell’urbanizzazione ha spopolato le zone agricole. Noi sappiamo benissimo che, nonostante l’avvento della rivoluzione industriale – siamo, fra l’altro, giunti alla quarta, definita rivoluzione industria 4.0, che riduce le tradizionali divisioni fra settore primario, secondario e terziario – in questa regione, il prezioso ed indispensabile lavoro dei campi, grazie a Dio, non è venuto meno, seppure esiste in forme mutate. Bisogna riconoscere che, con l’aiuto della rete della cooperazione, si è mantenuto e ha fatto importanti passi avanti. In questi luoghi possiamo ammirare che cosa significa non solo la custodia ma anche la coltivazione e lo sviluppo del creato di cui ci parla l’enciclica Laudato si’ di papa Francesco. Il nostro territorio, nelle diverse stagioni, sfodera paesaggi da sogno, che i migliori pittori non riescono a ritrarre e a ricreare in tutto il loro splendore. Il lavoro dell’uomo che ara, semina ed irriga la ferace terra della campagna e delle colline, la rende ricca di frutti belli e saporiti. Nonostante le fatiche e i guadagni talvolta magri, vi sono mille motivi per ringraziare Dio e sua Madre, l’Immacolata.
Il migliore ringraziamento, peraltro, è imitarla. Tutti coloro che vivono in città e nelle zone rurali debbono sentirsi chiamati, come Lei, e come sollecita la Lettera di san Paolo Apostolo agli Efesini, a darsi totalmente a Dio, a presentarsi al Signore santi ed immacolati, unendosi a Cristo, amore pieno (cf Ef 1, 3-6. 11-12). Per raggiungere simili alti traguardi, forse, occorre  ravvivare la pastorale urbana e rurale, coordinandosi come sacerdoti della città e sacerdoti dell’agro faentino. Anche le nuove generazioni debbono poter guardare a Maria come un punto di riferimento imprescindibile, per essere persone coraggiose al pari di Lei, giovane donna di Nazaret; persone, che non temono di porsi al servizio di Dio, che divengono costruttrici di una nuova umanità, della civiltà della misericordia. Perché non immaginare e programmare, con l’aiuto della pastorale vocazionale e giovanile, nell’abituale e folto programma delle Celebrazioni, anche un momento in cui i giovani delle nostre parrocchie si ritrovano attorno alla Vergine Madre per amarla, venerarla, pregarla, anche in vista del prossimo Sinodo dei giovani?
L’Immacolata, che sta di fronte a noi come Colei che vive in piena comunione con Dio e accoglie la sua proposta,  ci sollecita a generare Cristo nella nostra vita e in quella dei nostri fratelli. Ci invita a essere donatori di Cristo, suoi missionari. La condizione per esserlo è questa: imparare Cristo e viverlo! San Paolo, il grande apostolo delle genti, soleva ripetere: per me vivere è Cristo!
Detto diversamente, cari fratelli e sorelle, la nostra fede deve diventare vita, deve produrre opere concrete di rinascita, di rinnovamento delle menti e dei cuori, in una società in cui spesso siamo plagiati e ridotti a zombie. Come in Maria, la fede in Dio si è tradotta in accoglienza di Lui, in servizio degli altri, in generazione del Figlio di Dio, di una nuova umanità, così noi non teniamo la fede disgiunta dall’impegno concreto, sino a farla morire.
Impariamo, dunque, Cristo! Il cristiano non è nient’altro se non colui che impara da Cristo, impara Lui. Non è fondamentale agitarsi, compiere tanti atti religiosi senz’anima, partecipare a mille iniziative, correndo da una parte e dall’altra, con una fede da semplici turisti, che contempla tanti luoghi ma senza vivere in essi. È essenziale, invece, che ci lasciamo istruire dal Maestro interiore, ossia lo Spirito santo, che guida la nostra mente e il nostro cuore verso la verità tutta intera (Gv 16, 13), perché rimaniamo in essa. Solo dimorando in Cristo, in tutto quello che faremo, ci sarà un senso compiuto e felicità. Lo Spirito santo ci pone in sintonia con Gesù Cristo, colloca il nostro cuore vicino a quello dell’Inviato del Padre. Lasciamoci, allora, istruire dal Maestro interiore. Si apprende Gesù non solo tramite un’omelia o una catechesi ben fatta, un pellegrinaggio, bensì facendo silenzio in noi, ascoltando la nostra coscienza, mettendoci a disposizione dello Spirito d’amore del Padre e del Figlio.
Maria, donna dell’ascolto, è divenuta la vivente casa di Dio. Si può dire che Ella è sempre stata la casa di Dio: prima, durante e dopo il suo parto. È rimasta sempre in comunione con Lui. Solo così diventeremo persone vive dentro, capaci di generarlo nel mondo, nelle istituzioni, nelle società. Ecco cosa dobbiamo imprimerci bene in testa nella solennità dell’Immacolata: l’uomo che si abbandona totalmente nelle mani di Dio non perde se stesso, ma diventa veramente se stesso, grazie a Dio che lo colma di ogni bene e verità, di vita. Mediante l’essere e il sentire insieme con Dio si allarga il nostro cuore, viviamo come comunità d’amore, come popolo di Dio, seminato nei solchi della storia, che fa germogliare un nuovo umanesimo. Dio non deve fallire in tutti noi: giovani o anziani, ammalati o sani, poveri o ricchi. Maria Immacolata preghi per noi!

OMELIA al Festival della Dottrina Sociale della Chiesa
Verona, 26 novembre 2016
26-11-2016

Carissimi,
la liturgia odierna, alle porte della prima domenica di Avvento, ci presenta un brano tratto dal Libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo (Ap 22, 1-7). Giovanni vide un fiume d’acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello e scorreva nel mezzo della città. Nel centro della piazza si trova un albero di vita che dà frutti, nutre e guarisce: le foglie dell’albero servono anche a guarire le Nazioni. Il linguaggio è immaginifico, evocativo, incalzante. Quello che viene detto è difficile da organizzare visivamente, spazialmente.
Ma il messaggio appare piuttosto chiaro.
Il fiume di vita che scende da Dio e dall’Agnello irrora la città del popolo di Dio. In mezzo ad esso vive Cristo quale albero che nutre e guarisce.
La visione di Giovanni sembra non applicarsi direttamente – indirettamente sì –  alla città dell’uomo, alla città secolare, diremmo noi oggi: città di cui ci hanno parlato tanti pensatori cristiani, non ultimi Jacques Maritain, Giorgio la Pira, Giuseppe Lazzati.
Ma il popolo di Dio, alimentato e guarito da Cristo, vive seminato nella famiglia umana. Così, la città di Dio costituisce il lievito morale, spirituale e culturale della polis umana, nella quale pulsa il cuore di un popolo che si percepisce e si fa incessantemente tale. Contribuisce a consolidare l’ethos civile. Oggi per noi è questo il problema capitale. Non si tratta solo di accogliere ed integrare gli immigrati e i profughi. Occorre che i molti, che sono caratterizzati da etnie, costumi, culture e religioni diverse, possano amalgamarsi, senza perdere la propria identità, trovando una piattaforma comune di beni-valori condivisi, coltivati e promossi collaborando insieme. Ci vorrà una grande opera educativa.
Il popolo, composto da cittadini chiamati al bene comune, cresce più compatto quando gli stessi cittadini, riconoscendosi figli dello stesso Padre, si accolgono come fratelli. Noi cristiani, discepoli di Cristo, ovvero coloro che imparano da Cristo, imparano Cristo, possiamo essere lievito e sale rafforzando l’unione morale e spirituale delle Nazioni, permeando attività e istituzioni con lo spirito evangelico. Ma non solo. Possiamo anche crearne di nuove. Infatti, come ci hanno insegnato grandi cristiani e intellettuali del secolo scorso, dall’esperienza di Cristo e della sua salvezza integrale, dal cristianesimo che modella antropologie ed umanesimi, derivano culture nuove, stili di vita ispirati dal Vangelo, humus civili, che gradualmente si sedimentano e giungono ad essere i pilastri valoriali e giuridici della città dell’uomo, della democrazia, dell’Europa. Basti rammentare qui il saggio maritainiano sul cristianesimo e sulla democrazia.
Il popolo di Dio è incamminato, lo sappiamo, verso la Gerusalemme celeste, la città dai basamenti solidi ed eterni. Cresce e vive pellegrino su questa terra, nella storia.
Tra il popolo di Dio e il popolo o, meglio, i popoli della famiglia umana, c’è distinzione ed unità. Le persone sono cittadini di entrambe le città. Mentre si vive uniti a Cristo si esiste, come diceva sant’Agostino, nel sobborgo della città di Dio, ovvero nella città dell’uomo.
Cristo è vita, è luce che illumina e vince la notte della morte, della menzogna, dell’incomunicabilità, delle separazioni. Per essere suoi veri discepoli dobbiamo vigilare. Il nostro cuore, come suggerisce il Vangelo di Luca (cf Lc 21, 34-36), non deve appesantirsi in dissipazioni, in affanni della vita, in appartenenze totalitarie, ossia in appartenenze che escludono Dio, o lo rendono subalterno a finalità meramente strumentali.
In questa celebrazione eucaristica facciamo, allora, il proposito di vegliare e pregare perché Cristo inondi sempre di più la nostra vita e, mediante essa, fornisca alimento e guarigione alla vita politica, alla città dell’uomo, alle sue istituzioni, al suo linguaggio, alla comunicazione sociale. Mentre viviamo il mistero della morte e risurrezione di Cristo pensiamo a poche cose, che debbono essere poi messe in pratica:

  1. Per essere lievito, luce, sale del mondo, dobbiamo coltivare l’unione a Cristo, dobbiamo vivere Lui e essere in comunione tra noi;
  2. Per essere portatori di vita nuova, che fa vivere in pienezza secondo la statura di Cristo, una vita che contribuisce a guarire la città dell’uomo, la politica, l’ethos, viviamo da fratelli che si incontrano, dialogano, si accolgono, anzitutto nel nome di Cristo. Non si può essere popolo di Dio, non si può sentirsi, essere e farsi incessantemente popolo politico se non si vive la fraternità, precondizione di una relazionalità generativa;
  3. Le nostre appartenenze sociali, pur importanti, non possono essere superiori e più cogenti rispetto alla nostra appartenenza a Cristo.

Durante l’Eucaristia ci accompagni l’invocazione: vieni, Signore Gesù!