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OMELIA per la Solennità dei Ss. PIETRO e PAOLO
Faenza - Basilica Cattedrale, 28 giugno 2015
28-06-2015

Cari fratelli e sorelle,

celebriamo oggi la solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, due giganti della Chiesa, fratelli nella fede, diversi per carattere e per approccio alla nascente esperienza cristiana, eppure uniti nello stesso amore a Cristo, creduto e donato a tutti, sino al martirio. Quando ci rechiamo a Roma, a visitare la Basilica di san Pietro, due imponenti statue ce li raffigurano uno con le chiavi, simbolo del potere di rimettere i peccati, e l’altro con la spada, lo strumento con cui fu ucciso. Entrambi hanno servito la Chiesa, ognuno a modo proprio, con un proprio ministero, vivendo per Cristo.

È quanto mai istruttivo seguire i testi della liturgia odierna per cogliere la coscienza di questi due sommi apostoli, entrambi perseguitati per il loro amore a Cristo. La loro consapevolezza di essere sempre aiutati dal Signore ci è di conforto tra le molteplici prove della vita.

Pietro viene imprigionato dal re Erode, per far piacere ai Giudei che lo odiavano e lo volevano morto. Ma, nella notte, prima di essere presentato al popolo, venne liberato da un angelo sfolgorante, mentre dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui. Tutto avviene nella fretta. Pietro era tra il sonno e uno stato di dormiveglia. Appena liberato, riavutosi, così si esprime: «Ora so veramente che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode e da tutto ciò che il popolo dei Giudei si attendeva» (At 12, 11).

Paolo, l’apostolo delle genti, invece, sta per essere decapitato. Ecco qual’è il suo stato d’animo: «[…] io sto per essere versato in offerta… Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede… Il Signore mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno…».

Sia Pietro sia Paolo attribuiscono a Dio la loro liberazione. Dio libera i suoi discepoli da ogni male, dalla persecuzione, dalla prigionia e dalla stessa morte che essi subiscono.

Ancora oggi la Chiesa è sottoposta a persecuzioni. In tante parti del mondo è Chiesa di martiri. Basta essere cristiani per diventare bersaglio di coloro che odiano Cristo e la sua Croce. Anche nei nostri Paesi occidentali, la Chiesa sembra debba prepararsi a sostenere attacchi tesi a ridurre la sua libertà di espressione. Basti pensare che in Italia giacciono in parlamento progetti di legge secondo i quali se qualcuno, pastore o credente, sostenesse pubblicamente che la famiglia vera è solo quella fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna – come peraltro è riconosciuto nella costituzione italiana – sarebbe dichiarato omofobo, intollerante e razzista, soggetto da perseguire penalmente. Evidentemente, i credenti hanno il compito di impegnarsi per influire affinché non vadano in porto simili progetti illiberali e intolleranti.

Per i credenti che lottano per il bene e per la giustizia, viene dai testi biblici, che abbiamo sentito proclamare, questa consolazione: Dio è vicino ai suoi fedeli servitori. Li libera da ogni male. Libera la Chiesa dalle potenze negative del male.

Se pensiamo ai due millenni di storia della Chiesa, occorre riconoscere che se non sono mai mancate le persecuzioni, non è neanche mai mancato l’aiuto del Signore. Egli non ha lasciato soccombere la sua stirpe. Però, come per tutti i beni, anche la libertà della Chiesa non è mai un dato scontato e definitivo. Essa va sempre ricercata e difesa. Il nostro non dev’essere il metodo della lotta contro le persone che la pensano diversamente da noi. È, piuttosto, il metodo della lotta per il bene e la giustizia, scendendo anche in piazza se occorre, come è avvenuto recentemente, a favore della famiglia. Altre opere di giustizia, di diversa portata, vanno realizzate là ove è pregiudicata la stessa esistenza fisica delle comunità cristiane, come in Medio Oriente, in Paesi arabi e in Africa. Purtroppo dobbiamo lamentare, da parte dei grandi della terra, indifferenza, lentezza. Spesso volgono lo sguardo altrove.

Ma le persecuzioni, malgrado le sofferenze che provocano, non costituiscono ancora il pericolo più grave per la Chiesa. Spesso i pericoli peggiori vengono dal di dentro. Il danno maggiore che la Chiesa subisce proviene da ciò che inquina la fede e la vita cristiana dei suoi membri e delle sue comunità, intaccando l’integrità del Corpo mistico, indebolendo la sua capacità di profezia e di testimonianza, deturpando la bellezza del suo volto. La seconda Lettera a Timoteo di cui abbiamo ascoltato un brano, parla di pericoli degli «ultimi tempi», identificandoli con atteggiamenti negativi che appartengono al mondo e che possono contagiare la comunità: egoismo, avarizia, vanità, orgoglio, idolatria del denaro, superbia, attaccamento ai piaceri più che a Dio (cf 3, 1-5). Venendo più vicini a noi, papa Francesco nella sua esortazione apostolica Evangelii gaudium non esita ad elencare una lunga serie di pericoli o tentazioni che assediano e aggrediscono i credenti, gli operatori pastorali. Ne elenchiamo alcuni: essere mummie da museo e non cristiani vivi e ricchi di missionarietà, vedere solo rovine e nessun germe di bene, lasciare progredire la desertificazione spirituale, pensare di vivere senza Cristo, rinchiudersi nella conservazione dell’esistente, amare un Gesù Cristo senza carne e senza impegno con l’altro, non credere realmente e fattivamente nella fraternità, lasciarsi rubare la comunità, il Vangelo; dominare lo spazio della Chiesa, nel senso di impadronirsi di Cristo attribuendolo solo a se stessi e al proprio gruppo, ostracizzando gli altri.

Comunque sia, i discepoli assediati, attaccati dall’esterno e dall’interno, non devono perdersi di animo. Le forze del male non prevarranno sulla Chiesa (cf Mt 16,18). Questa è la promessa di Gesù Cristo. Il Signore è sempre con i suoi discepoli per salvarli. Con il suo amore li rigenera e li trasfigura. La condizione perché tutto questo avvenga è una sola. Essere, come Pietro e Paolo, di Cristo, vivendolo, donandolo. Essergli, cioè, fedeli sino alla morte, per poter dire anche noi: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede». Lasciamoci costruire come suo Corpo, nell’unità e nella comunione. Nutriamoci alla sua mensa eucaristica, per avere la sua forza di amare.

OMELIA per la Celebrazione di San Josè Maria ESCRIVA’ de Balaguer
Faenza - Basilica Cattedrale, 25 giugno 2015
25-06-2015

Cari fratelli e sorelle, oggi celebriamo la festa di san Josemaría Escrivá, fondatore dell’Opus Dei. Egli si è particolarmente prodigato a promuovere, fra persone di ogni ceto sociale, la ricerca della santità e l’esercizio dell’apostolato, attraverso la santificazione del lavoro, in mezzo al mondo e senza cambiare stato di vita. Detto altrimenti, si è impegnato ad insegnare ad ognuno a farsi santo nel proprio lavoro, mediante il proprio lavoro. Tutti sono chiamati a farsi santi, ossia a vivere Cristo, ad amarlo sopra ogni cosa, a donarlo agli altri, affinché ognuno possa godere della comunione con Lui, della sua capacità di amare, di offrirsi al Padre con tutta la propria vita, divenendo gloria vivente di Dio. Tutti, ossia mamme e papà, operatori ecologici, notai, avvocati, amministratori della cosa pubblica, politici, sindacalisti, professori, metalmeccanici, elettricisti, operatori dei mass media, ingegneri elettronici, bancari, broker finanziari nella Borsa, broker assicurativi, infermieri, muratori, ferrovieri, coltivatori della terra, cooperatori ed imprenditori; tutti coloro che svolgono una professione tradizionale o nuova – a dire il vero anche i disoccupati, con una difficoltà in più perché senza lavoro – sono chiamati a essere santi, ossia a vivere immacolati al cospetto di Dio, come suoi figli e figlie amantissimi. Ebbene, san Josemaría Escrivá, visse la sollecitudine di insegnare a tutti i credenti, specie ai christifideles laici, di vivere nella santità, di essere santi, anche se non entro le mura di un convento o se non sono sacerdoti o religiosi o religiose. Santità è una parola caduta in disuso, forse anche perché, in una società sempre più secolaristica come la nostra, l’amore per Dio si è affievolito, come anche la percezione della sua presenza in noi, nella storia, nelle vicende di ogni giorno. A fronte del grande impegno apostolico di san Josemaría Escrivá viene subito da fare un esame di coscienza comunitario ed individuale. Ma oggi, nelle nostre comunità ecclesiali, nelle nostre associazioni ed organizzazioni, nonché nei movimenti, parliamo ancora di santità, siamo convinti che l’appello alla santità non è uguale per tutti e che ognuno dev’essere accompagnato a viverla secondo la sua professione, nella sua professione? Nel passato si curava di più la pastorale per le varie categorie di persone, anche per coloro che guidavano i bus e i tram, per le ostetriche. Oggi sembra essersi persa questa abitudine. Avviene per scarsità di operai nella messe del Signore? Sarà anche per questo. Pare, però, che ciò succeda, perché è diminuita la nostra fede, perché si crede meno alla nostra identità, perché è carente lo spirito missionario. Siamo giustamente preoccupati di portare Cristo nelle terre più lontane. Ma non sarebbe errato incominciare a preoccuparci di essere missionari anche qui, nelle nostre terre. Le nostre omelie, rimaste quasi, sia pure impropriamente, l’ultima spiaggia della formazione, sembrano pronunciate per tutti e per nessuno. Così, i nostri momenti educativi hanno perso una delle più belle peculiarità: preparare laici e laiche a vivere l’amore per Cristo e per il prossimo secondo la loro specifica professione. I nostri discorsi passano sopra le teste, non coinvolgono i singoli, perché non scendono nel quotidiano. Un primo insegnamento che possiamo trarre dalla considerazione della bella e nitida figura del fondatore dell’Opus Dei è senz’altro questo: impegnarsi di più a vivere la nostra missionarietà come un accompagnamento più personalizzato dei credenti nel cammino della santità.

Ma come educare alla santità, come la si ottiene? «Siate perfetti come è perfetto il Padre mio che è nei cieli», ci ha detto Gesù. Ciò vale per tutti i battezzati. La conversione è questione di un momento. Ma la santificazione dura tutta la vita, osservava san Josemaría Escrivá. Essa si ottiene dando una motivazione sovrannaturale alla propria occupazione professionale. Detto diversamente, diventiamo santi vivendo la nostra professione rimanendo uniti a Cristo, dimorando in Lui, assumendo i suoi stessi sentimenti, riconoscendolo presente e amandolo nelle persone che si incontrano.

Se l’impegno della santificazione è lo stesso per tutti i tempi e tutti i luoghi, esso si realizza in forme diverse e nuove, a seconda dei contesti geografici, storici e culturali. Un tempo non eravamo abituati a sentir parlare dei problemi ecologici, dell’ecologia ambientale e dell’ecologia umana. Oggi, a fronte della questione ecologica, sì. Qualche giorno fa, papa Francesco, mediante la sua enciclica sociale, che sin dal suo incipit si ispira a san Francesco d’Assisi, ha richiamato i credenti e tutti gli uomini di buona volontà, ma anche i non credenti, a costruire un grande movimento ecologico mondiale per dedicarsi seriamente ed urgentemente alla cura della casa comune. Non interessarsi della casa comune equivarrebbe a disinteressarsi del destino comune, significherebbe non amare Dio, le sue creature, l’umanità, le generazioni future. Sono peccati – ha scritto chiaro e tondo il pontefice, citando il patriarca Bartolomeo – contro la creazione. «Che gli esseri umani distruggano la diversità biologica nella creazione di Dio; che gli esseri umani compromettano l’integrità della terra e contribuiscano al cambiamento climatico, spogliando la terra delle sue foreste naturali o distruggendo le sue zone umide; che gli esseri umani inquinino le acque, il suolo, l’aria: tutti questi – scrive papa Francesco nella sua enciclica, costringendoci ad aggiornare i formulari per l’esame di coscienza allorché si va a confessarsi – sono peccati». Perché “un crimine contro la natura è un crimine contro noi stessi e un peccato contro Dio”» (Laudato sì n. 8).

Allargando quanto detto da papa Francesco, circa l’impegno per un’ecologia integrale, ossia comprensiva dell’ecologia ambientale ed umana, nella lista dei peccati andrebbero inseriti anche i peccati contro la vita, la famiglia, il matrimonio, la manipolazione del genoma, il capitale sociale. Fa parte, dunque, dell’impegno di una santificazione aggiornata, di crescita nella fede, la cura responsabile della casa comune, l’impegno per un’ecologia integrale, assunte e vissute per amore di Dio, del suo progetto, dell’umanità, del creato. In particolare, fa parte del cammino nella/della santità la «conversione ecologica» – che fa emergere tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni col mondo -, l’educazione ad una ecologia integrale, una catechesi attenta alla questione ecologica, interpretata anche come questione di ecologia umana, il perseguire uno sviluppo sostenibile, ossia uno sviluppo non contrassegnato dall’avidità, dal consumismo, bensì da uno sguardo contemplativo e dalla creatività, dalla convivialità tra le generazioni, dalla sobrietà, dall’umiltà, da una spiritualità della gioia e della pace, dalla creazione di nuove istituzioni internazionali proporzionate ai problemi ambientali globali.

Sicuramente san Josemaría Escrivá, amante della Chiesa e del papa e, soprattutto di Gesù Cristo, Signore dell’universo, non avrebbe esitato ad indicare come cammino di santificazione ciò che papa Francesco ha coraggiosamente proposto in questi giorni, chiamando le cose per loro nome, sollecitando a riformare quel sistema culturale che tutti ci domina e che è contrassegnato da materialismo consumistico, dal capitalismo finanziario che assolutizza il profitto a breve, dalla cultura dello scarto e dall’ideologia della tecnocrazia. Anche san Josemaría avrebbe attirato l’attenzione sulle radici etiche e spirituali dei problemi ambientali, sulla necessità di riconoscere i peccati contro la creazione, di costruire una città abitabile, di realizzare la giustizia tra i popoli e le generazioni.

Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana. La santificazione dei credenti comprende una cura generosa e piena di tenerezza per la casa comune. Implica gratitudine e gratuità, vale a dire il riconoscimento del mondo come un dono ricevuto dall’amore del Padre, che provoca come conseguenza disposizioni di rinuncia e gesti di condivisione con i propri fratelli. Si fonda sulla consapevolezza, rafforzata dallo Spirito (cf Seconda Lettura: Rm 8, 14-17)), di vivere come figli di Dio che partecipano, con e nel Figlio, ad una nuova creazione che trasfigura il mondo.

Ma per Josemaria, come peraltro suggerisce il brano del Vangelo odierno (cf Lc 5, 1-11), fa parte della propria santificazione quotidiana anche l’essere apostoli, pescatori d’uomini. Il cristiano non deve santificare solo il proprio lavoro professionale. Occorre predicare il Vangelo. Occorre prendere il largo e gettare le reti per la pesca. Occorre lavorare per portare le persone all’Amore (con la A maiuscola). Chiediamoci: ricerchiamo e viviamo realmente una santità così? Ricerchiamo persone, giovani per accompagnarle da Gesù, il Redentore? Solo Lui può dare risposta alle loro attese più profonde. Solo Lui può salvare. Le tappe del Cammino spirituale di cui parla Josemaría Escrivá – cerca Cristo, trova Cristo, ama Cristo – si completano in un’ultima tappa: dona Cristo! Da tempo le nostre comunità sono impegnate in una nuova evangelizzazione, affinché le persone, i giovani, coloro che sono alla ricerca, possano incontrarLo. L’incontro con Lui, l’innamorarsi di Lui fa la differenza. Rimanendo uniti a Lui, come i tralci alla vite, possiamo trasfigurare le nostre esistenze e portare frutti abbondanti di opere buone. A fronte della perdurante frattura fra fede e vita, la Chiesa è sempre impegnata ad insegnare che noi possiamo essere costruttori di un nuovo umanesimo vivendo Cristo. La nostra Chiesa, che è in Faenza e Modigliana, condivide con le altre Chiese d’Italia il cammino che conduce al prossimo Convegno di Firenze e che sollecita a riconoscere in Cristo Colui che ci consente di rigerarchizzare le nostre scale di valori. Nei prossimi mesi, prima di novembre, sarete invitati – mi riferisco in particolare a coloro che vivono in questa diocesi – dai vostri parroci e, prima ancora, dai vicari foranei, coadiuvati dai rappresentanti della nostra diocesi al Convegno nazionale di Firenze, a riflettere su quale tipo di umanità noi crediamo, su quale figura di persona noi incentriamo la nostra educazione, su quale modello di uomo noi costruiamo la nostra città. La nostra fede in Gesù Cristo non ci consente di accettare supinamente una visione economicistica ed immanentista della vita, un concetto di uomo chiuso in se stesso, inteso in senso individualistico, senza fraternità e solidarietà, senza apertura a Dio.

Partecipando all’Eucaristia, imitando san Josemaría Escrivá, celebriamo ed offriamo un’umanità in ascolto, ricca di interiorità e trascendenza, disponibile al dono totale di sé, come quella di Cristo, vittima e sacerdote insieme.

Presentazione dell’Enciclica di papa Francesco ‘Laudato sii’
19-06-2015

L’ENCICLICA DI PAPA FRANCESCO SULL’AMBIENTE

La nuova enciclica di papa Francesco Laudato sì, sulla cura della casa comune, relativa alla questione ecologica, si inserisce nel magistero sociale, annodandosi a quanto hanno detto i precedenti pontefici. Sono citati, in particolare, san Giovanni XIII, il beato Paolo VI, san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Anche per papa Francesco la crisi ambientale, causata in ultima analisi da una crisi antropologica ed etica, postula un impegno sistematico e convinto sul versante dell’ecologia umana. Poiché il libro della natura è uno e indivisibile, la salvaguardia dell’ambiente dipende dalla cura della vita umana, dall’educazione, dalla qualità della vita sociale. Occorre, in particolare, un attento discernimento sui modelli di crescita che guidano lo sviluppo economico e sono incapaci di garantire il rispetto per l’ambiente. Alla loro base sta spesso un’errata concezione della libertà umana, che non riconosce limiti e disgiunge, insensatamente, l’etica sociale ed ambientale dall’etica della vita. La relazione disordinata nei confronti della natura è sintomo di un rapporto errato nei confronti di Dio e di se stessi. Sicché, come ha ben detto il patriarca Bartolomeo, citato da papa Francesco, si deve parlare di peccati contro la creazione e contro Dio. San Francesco d’Assisi, con il suo sguardo contemplativo nei confronti del creato, meglio di ogni altro ci fa capire come si possa giungere a parlare così, ossia di una offesa fatta agli esseri viventi e al loro Fattore: tra tutte le creature, tra l’uomo e la natura, esiste un vincolo di comune fraternità, che è originato dall’atto creatore di Dio Padre. Mostrando la dimensione di trascendenza del creato san Francesco sollecita a elaborare un’ecologia integrale.
Con la sua enciclica, papa Francesco, a fronte dell’urgenza di proteggere la casa comune, intende promuovere un movimento ecologico mondiale, volendo unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e plenario. Impossibile, in un contesto di culture contrapposte e frammentate? Il pontefice è fiducioso nella capacità nativa di tutti gli uomini, credenti o non credenti, di essere solidali, di collaborare tra di loro nella costruzione della casa comune, vincendo l’indifferenza e l’idolatria della tecnica.
Ciò premesso, papa Francesco scaletta l’articolazione delle riflessioni della sua enciclica. Ecco la loro suddivisione: a) presentazione di vari aspetti dell’attuale crisi ecologica alla luce dei migliori frutti dell’odierna ricerca scientifica, in vista di offrire una base di concretezza al percorso etico e spirituale (Capitolo primo); b) elencazione di alcune argomentazioni di origine giudeo-cristiana, per dare maggiore coerenza all’impegno per l’ambiente (Capitolo secondo); c) individuazione delle cause più profonde della crisi ecologica (Capitolo terzo); d) la proposta di un’ecologia integrale, considerata nelle sue diverse dimensioni, a partire da un nuovo umanesimo e, quindi, da un’antropologia globale, sociale, relazionale, aperta alla Trascendenza (Capitolo quarto); e) la conseguente enucleazione di alcune linee di orientamento e di azione (Capitolo quinto); f) la prospettazione di un’opportuna opera di educazione e di una spiritualità ecologica (Capitolo sesto).
L’enciclica di papa Francesco appare in continuità e in discontinuità con il precedente magistero. Essa, cioè, aggiorna il precedente insegnamento dei pontefici, senza peraltro creare una cesura. Ciò appare più evidente se si confronta il testo della Laudato sì con la grande enciclica sociale di Benedetto XVI Caritas in veritate. Il pontefice tedesco pone la considerazione della questione ecologica entro il contesto di un ampio e articolato discorso sullo sviluppo, non escluso quello agricolo, in connessione con il tema del rispetto per la vita. L’approccio è prettamente teologico e suggerisce, per conseguenza, un’ermeneutica ad impronta realista del rapporto persona, famiglia umana ed ambiente. La natura non è realtà creata ed inventata radicalmente dalla mente umana. Essa è un dato trovato. «Essa ci precede e ci è donata da Dio come ambiente di vita. Ci parla del Creatore  e del suo amore per l umanità. È destinata ad essere “ricapitolata” in Cristo alla fine dei tempi ). Anch essa, quindi, è una “vocazione”. La natura è a nostra disposizione non come “un mucchio di rifiuti sparsi a caso”, bensì come un dono del Creatore che ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci, affinché l uomo ne tragga gli orientamenti doverosi per “custodirla e coltivarla” (Gn 2,15). Ma bisogna anche sottolineare che è contrario al vero sviluppo considerare la natura più importante della stessa persona umana. Questa posizione induce ad atteggiamenti neopagani o di nuovo panteismo: dalla sola natura, intesa in senso puramente naturalistico, non può derivare la salvezza per l uomo. Peraltro, bisogna anche rifiutare la posizione contraria, che mira alla sua completa tecnicizzazione, perché l ambiente naturale non è solo materia di cui disporre a nostro piacimento, ma opera mirabile del Creatore, recante in sé una “grammatica” che indica finalità e criteri per un utilizzo sapiente, non strumentale e arbitrario. Oggi molti danni allo sviluppo provengono proprio da queste concezioni distorte. Ridurre completamente la natura ad un insieme di semplici dati di fatto finisce per essere fonte di violenza nei confronti dell ambiente e addirittura per motivare azioni irrispettose verso la stessa natura dell uomo» (Caritas in veritate n. 48).

Papa Francesco riprende e sviluppa il nucleo di riflessioni teologiche ed antropologiche elaborate da Benedetto XVI. Le integra, in particolare, con un’ampia analisi dei cambiamenti dell’umanità e del pianeta, mettendo in evidenza come alla velocità imposta dalle azioni umane si contrappone la naturale lentezza dell’evoluzione biologica. Per poter rimediare ai mali della nostra casa comune occorre possedere un quadro completo e realistico della situazione. La Caritas in veritate, che pure aveva offerto preziose coordinate teologiche ed antropologiche per affrontare i problemi concreti, non si era fermata ad evidenziare: i mutamenti climatici che danno origine a migrazioni di animali, vegetali e persone; la questione dell’acqua potabile e pulita, la cui domanda supera l’offerta sostenibile; la perdita di biodiversità; il degrado umano e sociale delle città e delle zone rurali; l’inequità planetaria: il deterioramento dell’ambiente e quello della società colpiscono in modo speciale i più deboli. Papa Francesco dedica, allora, un capitolo ben articolato sui temi elencati, in modo da rendere la riflessione teologica e filosofica dell’enciclica meno astratta, più aderente al contesto attuale, agli aspetti inediti della questione sociale contemporanea, venutasi a caratterizzare per la centralità della crisi ecologica. Egli ravvisa, all’origine delle molteplici forme di inquinamento, del surriscaldamento del clima, definito «bene comune»; dell’esaurimento delle risorse naturali, tra le quali quella preziosissima dell’acqua, nonché della perdita della biodiversità sulla terraferma e negli oceani, con gravi conseguenze per l’equilibrio degli ecosistemi; dell’invivibilità di molte città, ossia del degrado dell’ambiente umano e dell’ingiustizia sociale, l’attuale modello di sviluppo materialistico e consumistico e la cultura dello scarto. Detto altrimenti, a fronte di una grave crisi ecologica e globale, che pregiudica non solo il futuro delle specie animali e vegetali ma della stessa umanità, occorre reagire con decisione. Anzitutto, sul piano antropologico e culturale, superando un deficit religioso, politico e pedagogico. È, inoltre urgente: a) creare un sistema normativo che include limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi, prima che le nuove forme di potere derivate dal paradigma tecno-economico finiscano per distruggere non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia; b) un’azione politica internazionale più decisa, capace di emanciparsi dalla sottomissione alla tecnologia e alla finanza, ai poteri economici infeudati al capitalismo finanziario; c) non perdere la speranza nella possibilità di migliorare l’ambiente; d) farsi illuminare dal «Vangelo della creazione».

Intervista al vescovo mons. Toso sull’Enciclica ‘Laudato sì’
19-06-2015

Ampia intervista al vescovo salesiano, fino a pochi mesi fa segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace – Sviluppi e particolarità di un’enciclica complessa nella sua articolazione e ricca di novità – L’obiettivo di papa Francesco? Farsi promotore di un movimento ecologico globale per la cura universale della casa comune.

Il vescovo che siede al tavolo con noi è un esperto riconosciuto di dottrina sociale della Chiesa. Il sessantacinquenne monsignor Mario Toso, oggi pastore di Faenza-Modigliana, è stato rettore dal 2003 al 2009 della Pontificia Università Salesiana, poi fino al gennaio di quest’anno segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il dicastero incaricato della prima stesura di “ Laudato si’ …

Monsignor Toso, oggi Lei è vescovo di Faenza-Modigliana, ma dal 2003 al 2009 è stato rettore della Pontificia Università Salesiana e dal 2009 fino a pochi mesi fa segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Proprio il dicastero che ha lavorato alla stesura della prima bozza del documento magisteriale. Dunque ha le carte in regola per parlare di un’enciclica che da più parti viene definita ‘ecologica’…

Sì, ma la definizione va intesa nel senso che essa pone al centro della questione sociale la crisi ambientale, crisi complessa, che non si riduce ai problemi ecologici disgiunti da altri problemi rilevanti, concernenti  più propriamente l’ecologia umana. Questa enciclica, in sostanza, evidenzia sì come la questione sociale sia caratterizzata dalla salvaguardia dell’ambiente ma sottolinea anche che urge la cura della stessa umanità. Detto altrimenti, si è di fronte ad una questione ecologica globale che postula come soluzione un’ecologia integrale.

Ci spieghi come si traduce concretamente quell’ ‘integrale’… 

Come appena detto, la crisi ecologica che oggi viviamo è relativa non solo agli aspetti strettamente ambientali, che afferiscono alla custodia del Creato e delle specie, ai cambiamenti climatici, alle risorse e alle energie rinnovabili, ma anche agli aspetti culturali, antropologici, etici, religiosi connessi, allo sviluppo dell’esistenza umana. A tale crisi occorre rispondere con la promozione di un’ecologia integrale, che si estende e concretizza non solo sul piano della protezione dell’ambiente naturale, delle specie animali e vegetali, della lotta al surriscaldamento del clima, del rifiuto dell’utilizzo indiscriminato e illimitato delle risorse naturali, ma anche sul piano della conversione ecologica, del cambiamento degli stili di vita, della cura degli ambienti urbani, dei rapporti sociali, dell’educazione.

L’enciclica, se per alcuni sembra avere in alcune sue parti un afflato sostanzialmente ‘peronista’ (un’aria che Francesco ha respirato da giovane), per larghi tratti appare secondo altri come un manifesto del partito ecologista universale (pur con distinguo di non poco conto, ad esempio in materia di diritto alla vita), in ogni caso rivolta più ad extra che ad intra

In effetti, l’enciclica, così come ci viene presentata oggi mostra un volto diverso rispetto a quello della prima bozza, che prevedeva una lunga introduzione di carattere teologico, liturgico e sacramentale, spirituale…  Se fosse rimasta l’impostazione iniziale, l’enciclica si sarebbe indirizzata più immediatamente al mondo cattolico. Papa Francesco, invece, ha preferito cambiare tale impostazione, spostando al centro e alla fine la parte ‘teologica’, nonché quella relativa alla spiritualità e all’educazione. In tal modo, ha «ristrutturato» il materiale messogli a disposizione, disponendolo secondo un metodo di analisi e di discernimento, implicante la considerazione della situazione, una sua valutazione e la prefigurazione di indicazioni pratiche di avvio alla soluzione dei problemi. Ha così desiderato coinvolgere il maggior numero di lettori, anche i non credenti, in un ragionamento in larga parte condivisibile da tutti.

Perché papa Francesco ha voluto la modifica, che non è di poco conto?

L’obiettivo del Papa, come emerge sin dalle prime battute dell’enciclica, è quello di farsi promotore di un movimento ecologico globale per la cura universale della casa comune…

In sé non si può definire un obiettivo compreso in quelli della Dottrina sociale della Chiesa…

Papa Francesco si è ispirato alla metodologia in parte inaugurata dall’enciclica ‘Pacem in terris’ di Giovanni XXIII…

C’è una differenza non irrilevante: Giovanni XXII II si rivolgeva a ‘tutti gli uomini di buona volontà’, mentre Francesco estende il numero dei destinatari dell’enciclica a “ogni persona che abita questo pianeta”…

Il Papa desidera avviare un processo di trasformazione delle culture di tutti i popoli, delle loro istituzioni, un processo che coinvolge tutte le persone, indipendentemente dal colore delle loro convinzioni. Nella prima parte dell’enciclica il Pontefice privilegia un approccio di tipo razionale, senza escludere però la luce della fede. E’ bene ribadirlo: per papa Francesco, la soluzione della crisi ecologica deriva sia dall’apporto dei credenti sia dall’apporto dei non credenti, dalla scienza e dalla religione. Le soluzioni non vengono da un unico modo di interpretare e trasformare la realtà.

Non si rischia facendo così di perdere un po’ di vista la cornice teologica indispensabile a illuminare la via da percorrere?

No, l’adozione di questo metodo non esclude lo sguardo teologico, che resta presente pur non in primo piano, in ogni momento, come esigerebbe un’enciclica prettamente teologica.

A tratti si può avere l’impressione, radicata in diversi critici soprattutto statunitensi, che il Papa voglia insegnare agli scienziati il loro mestiere…

Il Papa non ha desiderato parlare della questione ambientale solo in termini di grandi principi teologici e filosofici, per non finire nell’astrattezza.  Ha voluto arricchire la sua riflessione anche utilizzando diversi risultati di studi scientifici sulle questioni ambientali contemporanee. È chiaro che, mentre si è servito dei risultati oggi più condivisi,  non ha inteso canonizzarli e imporli agli studiosi. Più che altro gli è premuto presentarne una interpretazione dal punto di vista antropologico ed etico. Tutti sanno che molti risultati oggi ritenuti «scientifici» non sono irrefutabili,  incontrovertibili. L’insegnamento dei Pontefici impegna la propria autorevolezza sul piano morale, che è il piano corrispondente alla loro competenza etica e religiosa.

Però di temi scientifici concreti, con altrettanti suggerimenti, nell’enciclica ce ne sono tanti… basti pensare a uno dei più clamorosi e controversi, quello legato all’asserito riscaldamento del pianeta…

Mi permetto di insistere: ciò che intende fare papa Francesco non è tanto ribadire la pregnanza scientifica dei molteplici risultati degli studi e dei dibattiti contemporanei che egli assume, quanto piuttosto fare delle riflessioni sulle questioni antropologiche ed etiche che essi implicano. La Chiesa non ha competenze sul piano tecnico e scientifico, però su quello di una dimensione antropologica ed etica della fenomenologia scientifica, sì.  

In alcuni passi, si osserva, l’enciclica sembra avere degli accenti vagamente panteistici. Ad esempio in passi come questo: “Lo scopo finale delle altre creature non siamo noi. Invece tutte avanzano, insieme a noi e attraverso di noi, verso la meta comune, che è Dio”…

Però ce ne sono altri, in cui papa Francesco si riallaccia in pieno agli insegnamenti della ‘Caritas in Veritate’ di Benedetto XVI, mutuando l’interpretazione data in quella grande enciclica circa il rapporto uomo e natura. Come Benedetto, papa Francesco giunge a precisare che l’uomo non può essere posto su un piano di pari dignità con le altre creature. L’uomo nel Creato ha una preminenza sugli altri esseri che gli deve essere riconosciuta. Ma preminenza non significa predominio dispotico, che – come dimostra la nostra era – si tramuta poi in un grave danno per l’umanità intera.

Sei punti dell’ultimo capitolo sono dedicati alla ‘conversione ecologica’: in che cosa consiste?

Conversione ecologica’ è un’espressione che viene utilizzata in un contesto di approccio globale alla questione ecologica. Certo l’espressione può indurre in equivoco, ma non bisogna fossilizzarsi troppo sulla singola parola e sulla singola espressione, prescindendo dal contesto…

Però la parola del Magistero di un Pontefice non dovrebbe essere soggetta ad equivoci…

L’espressione ‘Conversione ecologica’ non va presa a sé. Essa presuppone sempre nell’uomo una precedente e precisa conversione religiosa nei confronti di Dio. Solo dopo tale prima conversione emergono tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni col mondo e si è in grado di parlare di ‘conversione ecologica’.

Nell’enciclica di quasi 200 pagine si parla di ecologia integrale, ma in realtà le righe dedicate al diritto alla vita, alla famiglia, all’educazione sono assai poche in confronto alle pagine riservate agli altri temi antropologici. Ad esempio quella che Benedetto XVI, nel discorso del dicembre 2012 alla Curia Romana definiva come la maggiore insidia per la Chiesa, cioè l’ideologia gender, non è neanche citata per nome e viene ricordata molto indirettamente solo nel mezzo del punto 155…

E’ vero che nell’enciclica si accenna ai temi da Lei citati in maniera succinta. Si poteva dare ad essi un’attenzione più ampia. Ma in un’enciclica già lunga.. Da vari passi, comunque, emerge in modo chiarissimo che anche per questo Pontefice l’etica ambientale è strettamente congiunta all’etica sociale, della vita, della famiglia.

Nell’enciclica si dà ampio spazio alle caratteristiche della vita urbana… una novità…

La considerazione di un’ecologia integrale non poteva non rvidenziare l’importanza dell’interrelazione tra gli spazi urbani e rurali e il comportamento umano. Effettivamente nella costruzione delle nuove città, nella progettazione di edifici e di quartieri non si mette ancora  sufficiente impegno. Non basta  ricercare la bellezza in sé dei progetti, senza tener conto della qualità della vita delle persone, la loro armonia con l’ambiente, dell’incontro e l’aiuto reciproco.

C’è chi ha l’impressione, dopo aver letto l’enciclica, che il suo autore con la mente e con il cuore sia restato sostanzialmente nelle ‘villas miserias’ di Buenos Aires…

E’ vero che l’enciclica conferma l’attenzione preminente di questo Pontefice nei confronti degli ultimi e dei più poveri. Egli lancia un grido di allarme a partire dai più poveri, poiché sono proprio i primi a soffrire, e nel modo più grave, se l’ambiente continua a degradarsi. Questa attenzione particolare agli ultimi della Terra ci offre un angolo nuovo di prospettiva. Ci stimola a guardare alla questione ambientale in un modo diverso da quello cui siamo abituati: e cioè non solo pensando agli aspetti di tipo tecnico-economico-scientifico, ma in primo luogo a quelli relativi alla dignità della vita umana e alla qualità della sua esistenza.

Per finire: nell’enciclica si ritrovano tante affermazioni o proposte che faranno molto discutere. Per tutte citiamo questo passo (numero 193 dell’enciclica): “Sappiamo che è insostenibile il comportamento di coloro che consumano o distruggono sempre più, mentre altri ancora non riescono a vivere in conformità alla propria dignità umana. Per questo è arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti”…

Si tratta di considerazioni chiare e coraggiose allo stesso tempo. Anche in questo caso il Pontefice non è fautore di forme pauperistiche di vita o di proposte di decrescita insensate, che disprezzano il progresso scientifico e l’indispensabilità dello sviluppo tecnico ed economico. Egli invita, piuttosto, a mirare ad una crescita che non sia riservata solo a pochi e, inoltre a contemperare la crescita economica con il progresso sociale di tutti. Prospettive queste che sono maggiormente comprensibili a coloro che credono nel bene comune e nella destinazione universale dei beni, oltre che in una fraternità universale. Perché vi sia una libertà economica della quale tutti possano effettivamente beneficiare, alcune volte potrà essere necessario, annota papa Francesco, porre limiti a coloro che detengono più grandi risorse e potere finanziario. Nel passato questo è stato anche realizzato mediante la riforma del latifondo. Non si vede come oggi non si possa realizzare qualcosa di analogo con riferimento all’uso indiscriminato ed illimitato specie delle risorse non rinnovabili.

P.S. L’intervista, in versione originale su www.rossoporpora.org, appare in traduzione inglese nel prossimo numero della rivista cattolica statunitense ‘Inside the Vatican’ e in forma lievemente ridotta per ragioni di spazio nell’edizione odierna del ‘Giornale del Popolo’, quotidiano cattolico della Svizzera italiana.

OMELIA per la Festa della COOPERAZIONE (SS. Trinità)
Faenza - Cooperativa Intesa,
04-06-2015

Oggi celebriamo la santissima Trinità, la nostra famiglia. Da essa proveniamo, ad essa siamo diretti. La famiglia di Dio – Padre, Figlio e Spirito santo – è punto di partenza e approdo ultimo della storia umana. Il nostro cammino su questa terra non è essere pellegrini verso un Assoluto indefinito, astratto, estraneo alla realtà e alla nostra vita. L’Assoluto, di cui noi, fra l’altro, abbiamo un bisogno estremo, per avere un punto di riferimento certo, in mezzo ad una realtà sempre cangiante, fluida, non è un’entità vaga, che ci sovrasta, togliendoci  la libertà. L’Assoluto, che è al termine di ogni ricerca, desiderosa di trovare fondamenta solide per la vita morale e sociale, è un «noi» di Persone divine, unite dall’amore reciproco, ove il dare e il ricevere contrassegna le relazioni, tramite una circolarità incessante di gratuità. Grazie a Gesù incarnato, che ha assunto le nostre esistenze, noi viviamo nella vita di comunione di Dio. Siamo e ci muoviamo in essa.
Creati ad immagine di un Dio trino ed unico, siamo strutturati secondo la comunione per eccellenza, siamo per la comunione. Siamo esseri strutturati a tu, che crescono mediante il dono, il mutuo potenziamento d’essere. La nostra vocazione è quella di vivere relazioni ricche di gratuità, di condivisione, di solidarietà fraterna. Per cui, se ci troviamo in un contesto socio-economico che non intesse relazioni d’incontro, di scambio, di mutuo aiuto e di solidarietà, non possiamo che vivere a disagio, ci sentiamo spaesati, fuori contesto. Abbiamo bisogno di costruire mondi ove ci sentiamo a casa e veniamo rispettati per quello che siamo, ossia come figli di Dio e fratelli che si accolgono e si aiutano.
L’essere icone della vita trinitaria ci abilita a costruire un mondo caratterizzato da relazioni in cui l’«altro» non è considerato uno «scarto», un essere inutile o un semplice mezzo, bensì un io-con, un io-per l’altro, sulla base di un amore oblativo. Possiamo dire che la Trinità è cifra interpretativa del nostro essere e del nostro destino. È paradigma del nostro vivere civile, economico e politico, che va conseguentemente finalizzato al bene e alla felicità altrui. Dio è con noi, sino alla fine dei giorni, così: come una comunione che fermenta dal di dentro l’umanità e la sospinge verso l’unità di una famiglia che accoglie tutti.
«La Trinità è il nostro programma sociale», scriveva san Sergio, monaco russo del secolo quattordicesimo. Detto altrimenti, la Trinità è fonte ispiratrice della costruzione di una comunità economica, civile e politica a misura d’uomo, essere relazionale e comunionale, avente un’altissima dignità, alla quale spetta l’Amore infinito di Dio. La vita trinitaria, partecipata in Cristo, diventa forza creatrice di nuove relazioni, di strutture ed ambienti di vita che la ricalcano sul piano umano, nella storia.
La cooperazione è, in un certo senso, coltivare nella quotidianità sociale, una vita improntata ad una relazionalità di comunione e di collaborazione. È innalzare imprese ispirate al principio della solidarietà, capaci di «creare socialità» che abbraccia e che aiuta, come è avvenuto in maniera esemplare anche in questa terra della diocesi di Faenza.
Ma domandiamoci: quale, in particolare, la relazione fra movimenti di cooperazione e la solennità odierna della Trinità? Più precisamente: che cosa può arrecare alla cooperazione la celebrazione del legame d’amore che è la famiglia di Dio? Il comando dell’«Andate e battezzate nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito», oltre a voler dire «Andate ad annunciare e a donare Cristo a tutti» può anche voler dire per i soci cooperatori «Andate e immergete il mondo economico nel mare dell’amore di Dio, amore di comunione e di unità»?
Cari fratelli e sorelle, che vivete ed animate il mondo della cooperazione in molteplici settori, la fede nella Trinità vi può rendere rivoluzionari rispetto a culture dominate da capitalismi finanziari senza limiti e da prospettive tecnocratiche e materialistiche che vorrebbero mercificare tutto.
Dimorando nella vita di comunione della Trinità – tramite partecipazione all’Eucaristia, tramite il sacramento della Riconciliazione – si può mantenere viva la forza profetica della cooperazione, ossia quella tensione che la sospinge a guardare in avanti, a perfezionare e ad aggiornare le buone e solide realtà che sono già state costruite; si possono generare nuove prospettive, nuove responsabilità, nuove forme di iniziative di imprese cooperative specie nelle frontiere del cambiamento, nelle nuove periferie esistenziali. Dall’innesto nella vita di comunione di Dio, che ci riempie di amore per gli altri, per il loro bene, per il bene comune, possono derivare: nuove imprese cooperative che creano possibilità di lavoro specie per i giovani disoccupati; un nuovo protagonismo nella realizzazione di nuove soluzioni di welfare; reti efficaci di assistenza e di solidarietà che mettono al centro la gente, i più bisognosi, e non il dio denaro; nuove generazioni di soci della cooperazione che crescono soprattutto come persone, socialmente e professionalmente, nella responsabilità, nel concretizzare la speranza, nel fare insieme, nel mettere insieme con determinazione i mezzi buoni per realizzare opere buone; un vero e proprio impegno di lotta nella difesa e nella promozione di forme di cooperazione vera, giusta, democratica, partecipativa, trasparente (cf Discorso di papa Francesco ai rappresentanti della Confederazione Cooperative Italiane, Aula Paolo VI, sabato 28 febbraio 2015).
Dalla comunione con Dio possono derivare non solo nuove figure di cooperazione ma anche di dirigenti, meno attaccati al posto, più disposti al servizio disinteressato, al cambiamento, ad un ricambio salutare delle dirigenze. In questa fase storica si sente proprio la necessità di poter contare su cooperatori e dirigenti competenti sì dal punto di vista tecnico ma soprattutto dal punto di vista umano e morale.
L’economia cooperativa, infatti, per essere autentica e capace di svolgere una funzione sociale forte, ha bisogno di quell’onestà e di quell’amore per il bene di tutti che solo Dio Padre può alimentare ed irrobustire.
La Chiesa italiana sta chiedendo in questo momento storico, in cui l’identità di diverse associazioni ed organizzazioni appare sbiadita e, quindi, ininfluente, di riscoprire le radici della propria fecondità sociale. Per questo sollecita, in particolare, a guardare a Cristo come alla sorgente di un nuovo umanesimo concreto. Il mondo della cooperazione potrà confermarsi come portatore di un umanesimo integrale, solidale, cooperativo, aperto alla Trascendenza se si terrà alla scuola della Trinità, ma soprattutto se saprà viverne la comunione e la gratuità, con una spiritualità ad alta tensione.
La partecipazione al sacrificio di Gesù ci aiuti ad investire convintamente nell’ispirazione cristiana e a far sì che la cooperazione cresca in creatività, in un’imprenditorialità capace di innovarsi e di servire, per contribuire ad offrire pane e lavoro per chi non ce li ha, collaborando con tutte le persone di buona volontà.
 

OMELIA per la SOLENNITA’ del CORPUS DOMINI
Faenza - S.Agostino, 4 giugno 2015
04-06-2015

Le letture che abbiamo ascoltato ci parlano dei sacrifici dell’antico ebraismo e di quello di Cristo, che instaura un nuovo culto, un nuovo modo di rapportarsi personalmente con Dio. Cristo è Colui che realizza in sé la Nuova Alleanza con Dio mediante il proprio sacrificio. Egli rende gradita, sacra, la propria vita, perché la dona sino a dare il suo corpo e a versare il suo sangue in quella terribile morte, che è la morte di croce. I sacrifici antichi, compiuti mediante l’uccisione di animali e l’aspersione del popolo con il loro sangue (cf Es 24, 3-8), e anche l’usanza del capro espiatorio abbandonato nel deserto, propiziavano in certo modo una comunione con il Signore, ma non comportavano la conversione interiore, la remissione definitiva dei peccati.

Con la sua morte, Gesù ristabilisce quell’unione, che era andata perduta con la colpa dei progenitori, annullando il peccato, ossia il rifiuto di Dio da parte degli uomini, e trasformando il loro cuore con il suo Spirito di amore. Egli è la Nuova Alleanza (cf Mc 14, 12-16.22-26). Ne è Sommo Sacerdote non mediante un rito sacrificale di animali, bensì come umanità che si offre totalmente al Padre, per compiere la sua volontà, per essere cioè Figlio obbediente, modello di risposta al suo amore, con un atto di totale abbandono.

L’Eucaristia, che celebriamo tutti i giorni nelle nostre chiese, da un lato commemora e rinnova il sacrificio di Gesù Cristo, dall’altro attua la comunione dei fedeli con il Redentore. Essa rende presente nel nostro quotidiano, nel reticolato delle nostre relazioni, il sacrificio di Gesù sulla croce. Partecipandovi, mangiando letteralmente il Corpo di Cristo e bevendo al calice del suo Sangue, siamo resi capaci di vivere costantemente quella unione con Dio, che Cristo stesso ha conquistato per noi.

Nella celebrazione eucaristica, facendo comunione con Cristo, diventiamo una cosa sola con il Nuovo Adamo, con Colui che si è posto come inizio di una nuova umanità, di una nuova storia, di un nuovo popolo. Siamo resi «nuovi», soprattutto perché inseriti nella vita del Padre, accolto e amato sopra ogni cosa.

Nutrendoci di Cristo, che è umanità che dà il primato a Dio, ci trasformiamo in persone capaci di rigerarchizzare quelle scale di beni-valori che oggi sono disinvoltamente capovolte e pongono in cima a tutto il successo, il potere, il denaro, il sesso, lasciando all’ultimo posto i beni spirituali, la cura dell’altro, la gratuità e la fraternità. Solo partecipando con sincerità e consapevolezza al mistero eucaristico, possiamo diventare protagonisti di un nuovo umanesimo aperto alla Trascendenza, relazionale, solidale, integrale. Possiamo allora essere rivoluzionari rispetto all’attuale cultura, che privilegia l’individualismo anarchico e libertario, il materialismo tecnocratico, incline a mercificare ogni cosa, anche i rapporti umani.

Nutrendoci del cibo dei forti non siamo noi a trasformare Cristo, bensì noi ad essere trasfigurati in Lui (cf Sant’Agostino, Confessioni, VII, 10,16).

Diventiamo Eucaristia! Al sacrificio del corpo e del sangue di Gesù che facciamo sull’altare, si accompagni l’offerta della nostra esistenza.

Uniti a Cristo-Eucaristia, noi, suoi discepoli, siamo sollecitati a eucaristizzarci, ossia a divenire come Lui vita donata, fermento di rinnovamento, pane «spezzato» per tutti, specie per coloro che versano in situazioni di disagio, di povertà e di sofferenza fisica e spirituale. L’Eucaristia, azione liturgica dell’amore di Cristo che si offre al Padre, si completa e diventa nel quotidiano: agape, educazione alla fede, Caritas, cura dell’altro, cooperazione, impegno civile e politico di servizio al bene comune, difesa e promozione dei doveri e dei diritti umani, della giustizia, della famiglia e della pace. Quando il nostro cuore è toccato dalla presenza di Gesù nell’Eucaristia, nella realtà nascosta del pane, allora riceviamo nuovi occhi, capaci di riconoscerlo nelle persone concrete. Non possiamo vivere gli uni senza gli altri, specie i più poveri.

L’Eucaristia è medicina di immortalità, il cibo del viandante. È il vero viatico, il sacramento del Dio che non ci lascia soli nel nostro pellegrinaggio verso la comunione d’amore che è la Trinità, la famiglia divina da cui proveniamo e verso la quale siamo diretti.

È questo il significato della processione di questa sera, che parte dalla parrocchia di sant’Agostino per raggiungere la Cattedrale: andare per le strade del mondo non da soli, bensì accompagnati, inabitati dall’Emmanuele, il Dio-con-noi, il Dio della misericordia e della tenerezza, camminando dietro Colui che è la Via: Gesù.

L’Eucaristia ci fa Chiesa, unifica i molti in un solo pane, in un solo corpo (cf 1 Cor 10,17), in una sola missione, che si concretizza in quell’«Andate e fate tutti i popoli discepoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28, 16-20). Il vero pane, che è Cristo, ci fa passare dall’essere moltitudine, mero coacervo di individui, all’essere comunità; dall’anonimato, al sentirci fratelli e sorelle; da una pluralità di culture e di esperienze diverse, a divenire «Suo» popolo; da un mondo corrotto dalla decadenza del peccato ad un mondo di risurrezione, un mondo di Dio; dall’indifferenza nei confronti degli altri ad essere capaci di dare da mangiare a chi ha fame, di garantire cibo per tutti.

Nella solennità di quest’anno, ripromettiamoci almeno di ravvivare il culto di onore e di adorazione al Santissimo Sacramento, che ha nella processione del Corpus Domini uno dei suoi momenti più espressivi. Chissà che, iniziando l’anno giubilare della Misericordia, non possiamo istituire anche nella nostra città un punto di adorazione permanente. Adorare il Dio di Gesù Cristo, fattosi pane spezzato per amore, è il rimedio più valido e radicale contro le idolatrie di ieri e di oggi. Inginocchiarsi davanti all’Eucaristia è professione di libertà: chi si inchina a Gesù non si prostrerà davanti a nessun potere terreno, per quanto forte e seducente. 
Aiutiamo le giovani generazioni a capire il significato profondo di una tradizione che, mediante un corteo di festa, intende rendere visibile quella comunione (comune-unione) che l’Eucaristia suscita e che si manifesta nel camminare insieme nelle nostre città, lungo i tornanti della storia, con la gioia di essere salvati, in compagnia dei nostri fratelli in Cristo. Quel Cristo che si dona nell’Eucaristia e che non ci lascia mai soli, ha promesso di rimanere con noi tutti i giorni, sino alla fine del mondo.

Quale Umanesimo per i diritti e i doveri?
Brisighella - Pieve Thò, 24 maggio 2015
24-05-2015

QUALE UMANESIMO PER I DIRITTI E I DOVERI?
 
Premessa
Mi congratulo con coloro che hanno organizzato, a nome della Diocesi di Faenza-Modigliana, in collaborazione con l’Associazione Romagna-Camaldoli, la serie di incontri su un tema di grande attualità, che è anche al centro dell’attenzione della Chiesa italiana, la quale ha intitolato il V Convegno nazionale così: «In Cristo un nuovo umanesimo».
Vi sono stati, vi sono e vi saranno molti umanesimi. E, comunque, l’esperienza ci dice che gli umanesimi ad impronta individualistica, utilitarista ed immanentista, frutto di una cultura post-moderna, non sono chiaramente proporzionati alla dignità delle persone concrete, al volume totale delle loro dimensioni costitutive. E, peraltro, non appaiono anche soddisfacenti quegli umanesimi che sono espressione di quella cultura liquida che  non li matura e non li stabilizza minimamente, bensì li sottopone a continui cambiamenti.
È proprio in questo contesto che la Chiesa italiana appare impegnata nella ricerca di un nuovo umanesimo, commisurato all’altissima dignità dell’uomo, alla sua trascendenza, sia in senso orizzontale sia in senso verticale.  Per essa un nuovo umanesimo potrà affermarsi solo all’interno di un processo di nuova evangelizzazione, propiziatrice di un rinascimento sul piano antropologico ed etico.
 

  1. Nuova evangelizzazione e umanesimo

Oggi assistiamo ad una catastrofe antropologica che ci fa toccare con mano quanto l’emarginazione di Dio dalla vita delle persone e dalle istituzioni pubbliche provoca di negativo nell’umano, a cominciare dalla stessa percezione che l’uomo ha di sé e delle società in cui vive. La distruzione antropologica a cui oggi siamo sottoposti, come singoli e come società, è testimoniata da più fatti. Basti pensare ai mutamenti in atto nell’attuale cultura dominante, che non solo non preserva la famiglia quale «baricentro esistenziale», ma la snatura, equiparandola a qualunque nucleo affettivo, a prescindere dal matrimonio e dai due generi. Basti pensare alla recente approvazione, da parte della Francia, ma non solo, del diritto all’aborto, con la conseguente omologazione di un arbitrio e l’indebolimento dello Stato di diritto: se l’arbitrio può essere riconosciuto come un diritto è chiaro che in tal maniera si ammette che non esiste più un fondamento oggettivo ed universale dei diritti, è chiaro che non esistono più diritti e doveri certi. Si è così esposti alla demolizione del valore normativo degli ordinamenti positivi, ma anche alla distruzione delle nostre democrazie, che hanno tra i loro pilastri ordinamenti giuridici certi. Che ci si trovi su una china pericolosissima per la libertà lo mostra il rimprovero mosso dalla Corte europea all’Italia perché troppi medici esercitano l’obiezione di coscienza nei confronti dell’aborto: episodio veramente grave non solo con riferimento all’assassinio di un nuovo essere umano ma anche con riferimento ad uno Stato  a tendenza totalitaria e dittatoriale. La destrutturazione e la confusione babelica a livello antropologico ed etico sono rese evidenti da quel primato della finanza sulla politica che rende quest’ultima strumentale ad un capitalismo che assolutizza il profitto a brevissimo termine e considera il valore fondamentale del lavoro una realtà marginale rispetto alla produzione della ricchezza nazionale: questa è prodotta anzitutto dalla speculazione; il lavoro sarebbe una mera variabile dipendente dei meccanismi finanziari e monetari.  Quando il lavoro sia considerato un valore marginale o addirittura una variabile dipendente dei meccanismi finanziari perde la sua rilevanza giuridica: ciò che è insignificante dal punto di vista morale non può costituire il fondamento di un diritto.
A ben considerare i fondamentali della cultura contemporanea si deve concludere che il rifiuto di Dio si traduce per l’uomo in un impoverimento della sua intelligenza della realtà, la quale viene decurtata della dimensione di trascendenza; in capovolgimento della scala dei beni-valori, in schiavizzazioni della persona, in privazione del diritto alla libertà religiosa, fonte e sintesi degli altri diritti.
A fronte di una crescente fenomenologia della disumanizzazione, dell’aumento delle diseguaglianze tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri, del progressivo deterioramento dell’ambiente che si traduce in danni per la stessa umanità, sia Benedetto XVI sia papa Francesco hanno reagito proponendo una nuova evangelizzazione. Solo questa può favorire l’incontro o il reincontro dell’uomo con Dio e con ciò stesso mettere le premesse di una rinascita dal punto di vista umano. Nella Caritas in veritate (=CIV) di Benedetto XVI troviamo scritto che l’annuncio di Cristo è primo e principale fattore dello sviluppo integrale e, quindi, del compimento umano (cf CIV n. 8). Abbastanza recentemente papa Francesco, in vista di un nuovo umanesimo, integrale ed inclusivo, comunitario ed aperto alla Trascendenza, nella sua Esortazione apostolica Evangelii gaudium, ha esortato  a vivere la dimensione sociale della fede e dell’evangelizzazione.
L’incontro con Cristo, l’adesione a Lui, la comunione esperienziale con la sua vita – vita di amore trasfigurante – ci induce non solo a porre le basi di un nuovo umanesimo dal punto di vista della dottrina, bensì anche sul piano della vita. Vivendo in comunione con Cristo siamo sollecitati non solo a formulare un nuovo umanesimo dal punto di vista teorico ma anche dal punto di vista pratico, mediante le opere. Proprio questa constatazione, frutto di una riflessione sull’esperienza, ha fornito la base dell’ideazione, della programmazione e della celebrazione del prossimo V Convegno ecclesiale. Dapprima mostrare che l’incontro con Cristo da parte dei singoli e delle comunità, grazie ad una nuova evangelizzazione, consente di elaborare un’antropologia e un’etica più adeguate, più rispondenti alla verità sull’uomo, sulla famiglia, sulla società, sul lavoro, sull’economia, sulla finanza, sulla politica, sull’ambiente. In secondo luogo, far comprendere come un nuovo umanesimo non si riduce a ortodossia, a corretta visione sull’uomo, a dottrina astratta, ma è anche vita buona, azione retta, ortoprassi efficace, perché costruisce la città a misura della dignità trascendente delle persone. Un nuovo umanesimo implica buone pratiche, comportamenti, stili di vita, istituzioni, leggi, movimenti sociali, ethos, politiche e culture orientati a favorire la crescita integrale dei singoli e dei gruppi.
Proprio per questo, papa Francesco parlando ai vescovi italiani li ha sollecitati a che il loro discernimento sulla situazione attuale li aiuti «a non fermarsi sul piano – pur nobile – delle idee, ma inforchi occhiali capaci di cogliere e comprendere la realtà e, quindi, strade per governarla, mirando a rendere più giusta e fraterna la comunità degli uomini» (Discorso  alla 66.a Assemblea generale della CEI, 19 maggio 2014). Detto altrimenti, il Convegno ecclesiale di Firenze non deve limitarsi ad analisi della situazione, ad esprimere giudizi, ma deve sfociare nell’impegno di modificare la realtà, la vita concreta delle persone, della nazione, per rispondere alle sue attese e alle sue speranze più profonde. I credenti non devono semplicemente tenere vive «utopie» ma devono saper costruire, creare «altri luoghi» di vita, dove si vive la fraternità, la comunione, la condivisione, l’accoglienza della diversità, la cura per l’altro.
 

  1. In Cristo un nuovo umanesimo per i diritti e i doveri

A fronte dell’odierna desemantizzazione del diritto e dell’ordine corrispondente è quanto mai urgente il ripristino di un fondamento certo  per essi, quale punto di riferimento per la statuizione della loro valenza antropologica ed etica.  Il diritto e gli ordinamenti positivi necessitano, in particolare, del superamento del loro sradicamento dalla legge morale naturale, propiziato da una cultura moderna propensa all’autoreferenzialità conoscitiva e al primato del fenomeno, nonché della attuale giustificazione mediante una ragione scettica e un individualismo  anarchico ed utilitaristico.  Occorre che i diritti ritrovino come strumento fondativo  del loro valore regolativo della vita sociale quella ragione pratica che è propria di ogni essere umano e che è radicata nella capacità nativa di ricercare il vero, il bene e Dio. Non si parla qui di un fondamento prettamente metafisico: esso farebbe cadere nel cosiddetto paralogismo naturalista. Ci si pone su un versante chiaramente morale.
Solo una nuova evangelizzazione che consente alle persone di vivere in comunione con Dio, Sommo Vero, Somma Bontà, Somma Bellezza, potrà aiutare a vincere la crisi semantica e valoriale del diritto contemporaneo. Solo chi vive in Gesù Cristo, Via, Verità e Vita  può disporre di una capacità conoscitiva e di un’esperienza morale che rende più evidente e certo ciò che possiamo definire la base etica primigenia da cui  partire per enucleare le esigenze universali del diritto  naturale e positivo. Solo chi dispone di capacità conoscitive ed etiche accresciute può offrire maggiori garanzie di fondazione e di solidità al diritto. Una nuova evangelizzazione, che consente una più grande comunione con la Verità, il Bene e la Bellezza rende più evidenti i primi principi morali che costituiscono il fondamento universale dei doveri e dei diritti. Essi sono: fa il bene ed evita il Male; fa agli altri tutto ciò che desideri sia fatto a te; uno sviluppo umano integrale, come ha insegnato la Populorum progressio di Paolo VI.
In breve, qualora, grazie ad una nuova evangelizzazione si potrà disporre di un più saldo ancoraggio con la legge morale naturale, si potrà sperare in un nuovo fondamento per i doveri e i corrispondenti diritti.

OMELIA per la celebrazione in ricordo della Ven. NILDE GUERRA
San Potito, 23 maggio 2014
23-05-2015

CELEBRARE LA PENTECOSTE CON LA VENERABILE NILDE GUERRA

San Potito, 23 maggio 2015

Credo che per la nostra comunità di Potito e per la nostra diocesi, la celebrazione della Pentecoste insieme al ricordo della venerabile Nilde Guerra sia una felice coincidenza. È l’occasione per comprendere meglio l’opera di trasfigurazione che lo Spirito santo compie nei credenti. Lo Spirito santo scendendo sugli apostoli e la Vergine, riuniti nel Cenacolo, li colma della sua vita, della sua capacità di amare e di lottare per il bene contro il male. Da tristi e disorientati li trasforma in apostoli coraggiosi. Non abbiamo bisogno anche noi di Dio, della comunione che è in Lui, del suo Spirito, per essere maggiormente uniti e intrepidi? Noi che spesso siamo morti dentro e sepolti nella tomba dell’egoismo, noi che diventiamo, come ci fa intuire il profeta Ezechiele, ossa inaridite e senza speranza, non abbiamo bisogno di rivivere, di ritrovare la forza della profezia?

Fonte inesauribile di giovinezza, lo Spirito rinnova continuamente la vita dei credenti, della Chiesa e del mondo.

La Pentecoste inonda la terra di vita nuova, la arricchisce di germogli, porta primavera nelle nostre famiglie e nelle nostre parrocchie. L’universo stesso, grazie all’effusione dello Spirito santo, geme e soffre le doglie del parto di una nuova creazione. Lo Spirito di Dio Padre e del Figlio unifica tutti i popoli in un’unica famiglia di fratelli: la Chiesa, principio e luogo di trasfigurazione dell’umanità. Mediante lo Spirito santo, i credenti vengono unificati nel corpo di Cristo, partecipano al suo sacrificio, al suo impegno di rinnovamento delle persone, delle relazioni e del cosmo, alla «ricapitolazione» che Egli ha realizzato; sono condotti alla pienezza di vita, verso la Gerusalemme celeste.

La venerabile Nilde Guerra, che noi oggi contempliamo come fiore di nuova umanità redenta e cristificata, sbocciato in questa comunità, ci insegna la partecipazione appassionata, indivisa al progetto di Dio, mossi dallo Spirito d’amore che il Padre e il Figlio ci donano. Innamorata di Cristo, sedotta dal Suo Cuore misericordioso, desiderava rispondere con tutta se stessa al suo Amore. Nonostante una salute fragile e l’opposizione del suo papà, aspirava a donarsi a Lui abbracciando il carisma delle Suore del Sacro Cuore di Gesù Agonizzante. Ardeva, cioè, dal desiderio di sperimentare e di comunicare l’amore di Gesù, non un amore platonico, astratto, ma sensibile, coinvolgente, che lega l’anima in un vincolo sponsale, vittimale. Per il bene della gente, specie dei suoi, che all’infuori della mamma, al tempo della seconda guerra mondiale, si erano allontanati tutti da Dio e dalla Chiesa, voleva essere martire col Martire. Chiedeva allo Spirito santo il dono di riversare in Lei la capacità di amare di Cristo sino a morire per il Padre e per l’umanità. Ecco come si esprimeva: «O Amore accetta l’olocausto della mia giovinezza per la conversione dei miei cari, in modo speciale di mio fratello, per la santificazione dei sacerdoti e la conversione dei poveri peccatori» (Dall’Offerta di Piccola Vittima).

Nilde Guerra non riuscirà a essere Suora del Sacro Cuore di Gesù Agonizzante. Ne indosserà solo l’abito, allorché fu composta nella sua bara. Ma il suo cuore era già tutto dello Sposo Gesù. Come una sposa non visse più per sé, ma per Colui che ella amava, divenendo modello luminoso nell’amicizia a Cristo Crocifisso. È così che è riuscita ad ottenere il ritorno alla fede del fratello Achille. Cresciuta tra le fila dell’Azione cattolica, coltivò un intenso impegno di evangelizzazione e di educazione alla fede. Volendo immedesimarsi all’amore di Cristo, che muore per salvare, è per noi modello della vita trasfigurata che produce la Pentecoste. Chi evangelizza desidera per le persone il bene più grande, ossia il loro incontro con Gesù Cristo, l’unico che salva. Questo desiderava Nilde Guerra consacrandosi al Signore: essere portatrice di salvezza, non la sua, ma quella di Cristo.

Anche oggi abbiamo bisogno di evangelizzatori come Nilde. È donando agli altri Gesù Cristo, il suo Spirito, che saremo capaci di favorire la primavera e la speranza che la Pentecoste porta nel mondo. È solo offrendo Gesù Cristo, desiderandoLo con tutto il cuore per gli altri, che contribuiremo a far rivivere le ossa inaridite, e riempiremo i cuori di speranza e di gioia, portando la pace.

Lo Spirito santo ci divinizzi, ossia ci doni la capacità di amare di Dio; ci renda conformi a Gesù Cristo, Colui che per noi si è fatto Vittima. Con Nilde Guerra preghiamo, proprio oggi, in cui siamo invitati dalla C.E.I. a pregare per i tanti fratelli martiri contemporanei: «O Gesù […] ti chiedo un amore senza limiti e senza misura. Gesù, fa che io muoia martire per Te; dammi il martirio del cuore e quello del corpo; meglio, dammeli tutti e due».

Vivere la Pentecoste è anche essere capaci di un amore sovrumano, quello eroico e fedele dei martiri. Come ho ricordato ieri sera durante la Veglia di preghiera per la Pentecoste i nostri fratelli martiri non si preoccupano tanto di essere uccisi. Non sono adirati con Dio, ma si abbandonano completamente nelle Sue mani. Temono, tuttavia, di esser dimenticati dai loro fratelli, per i quali stanno morendo. In definitiva, sono consapevoli di andare incontro alla morte non solo per se stessi, ma anche per noi. Testimoniano, così, un amore totale a Cristo, affinché non venga meno il nostro amore a Colui che è Signore della vita.

Analogamente, non dimentichiamo la testimonianza della venerabile Nilde Guerra, gloria di questa terra e di questa comunità. Il suo slancio missionario, il suo dono vittimale per la salvezza dei fratelli, sull’esempio di Cristo, siano anche il nostro impegno. Lo Spirito santo guidi alla verità tutta intera, invada nell’intimo i nostri cuori, accenda in essi il fuoco del suo amore.