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OMELIA per la GIORNATA della VITA CONSACRATA
Fognano, Istituto Emiliani
02-02-2011

Maria e Giuseppe pensavano di rispettare una tradizione e una norma di legge e non sapevano certamente ciò che sarebbe accaduto nel tempio al momento di presentare il loro Figlio al Signore al compiersi dei quaranta giorni dalla sua nascita.

Non è la sorpresa il fatto singolare nel mistero che la liturgia ci fa incontrare, ma il progredire dell’opera salvifica di Cristo dentro un gesto del tutto ordinario. Quanti bambini saranno stati portati al tempio in quel giorno; eppure solo attorno a Gesù avviene ciò che sappiamo. Non siamo noi a dover operare il prodigio, ma è Dio che lo compie nei gesti che noi pensiamo siano normali, cioè secondo la legge.

È proprio la legge di Dio che diventa nuova, perché fondata sull’amore. Maria viene subito aggregata all’opera del Figlio, in forza di questa legge: ‘E anche a te una spada trafiggerà l’anima’. È il segreto della vita consacrata a Cristo per amore, perché Lui se ne serva come a Lui piace.

I nostri Vescovi nel messaggio di quest’anno per questa giornata ci invitano a guardare alla consacrazione nella prospettiva dell’educazione, rapporto di amore verso coloro che intendiamo orientare verso Cristo, e dicono: ‘La natura stessa della vita consacrata ci ricorda che il metodo fondamentale dell’educazione è caratterizzato dall’incontro con Cristo e dalla sua sequela.

Non ci si educa alla vita buona del Vangelo in astratto, ma coinvolgendosi con Cristo, lasciandosi attrarre dalla sua persona, seguendo la sua dolce presenza attraverso l’ascolto orante della Sacra Scrittura, la celebrazione dei sacramenti e la vita fraterna nella comunità ecclesiale’.

Se noi oggi andiamo al tempio con la fedeltà del vecchio Simeone e della profetessa Anna, possiamo incontrare ancora il Signore nel segni misteriosi ma reali della parola di Dio, dei sacramenti e della comunità ecclesiale. Tutto questo, se viene percepito da noi come una realtà viva, può diventare un contagio anche per coloro che forse per distrazione o perché si aspettano chissà quali prodigi non si accorgerebbero della presenza del Cristo vivo nemmeno nel tempio.

Ma noi siamo segno di Cristo sempre, in particolare nella vita fraterna delle nostre comunità. Continuano infatti i Vescovi: ‘È proprio la vita fraterna, tratto caratterizzante la consacrazione, a mostrarci l’antidoto a quell’individualismo che affligge la società e che costituisce spesso la resistenza più forte a ogni proposta educativa’. La fraternità non si spiega, ma si vive; e quanto più è sincera e cordiale, tanto più impressiona e manifesta la sua radice soprannaturale.  La gente che frequenta le nostre comunità si accorge se ci vogliamo bene o se ci sopportiamo, se portiamo gli uni i pesi degli altri o se ognuno si arrangia, se perdoniamo tutto o ci critichiamo volentieri gli uni gli altri. Questo clima diventa contagioso nel bene e nel male.

Leggiamo ancora nel messaggio dei Vescovi: ‘Anche i consigli evangelici, vissuti da Gesù e proposti ai suoi discepoli, possiedono un profondo valore educativo per tutto il popolo di Dio e per la stessa società civile. Come ha affermato il venerabile Giovanni Paolo II, essi rappresentano una sfida profetica e sono una vera e propria ‘terapia spirituale’ per il nostro tempo’.

La vita consacrata, sfida profetica per il nostro tempo, è un gesto di amore e di aiuto, non certo di condanna. Siamo infatti convinti che c’è bisogno di vita consacrata per indicare la via della vera gioia per tutti. In mezzo agli inganni organizzati del nostro mondo, per attirare nella rete quanta più gente possibile, non può venir meno il ruolo guida dei cristiani sale della terra e luce del mondo.  

I consigli evangelici diventano lo scandalo di cui il mondo ha bisogno, per essere richiamato sulla via di Cristo. ‘L’uomo, dicono i Vescovi, che ha un bisogno insopprimibile di essere amato e di amare, trova nella testimonianza gioiosa della castità un riferimento sicuro per imparare a ordinare gli affetti alla verità dell’amore, liberandosi dall’idolatria dell’istinto;

nella povertà evangelica, egli si educa a riconoscere in Dio la nostra vera ricchezza, che ci libera dal materialismo avido di possesso e ci fa imparare la solidarietà con chi è nel bisogno;

nell’obbedienza, la libertà viene educata a riconoscere che il proprio autentico sviluppo sta solo nell’uscire da se stessi, nella ricerca costante della verità e della volontà di Dio, che è ‘una volontà amica, benevola, che vuole la nostra realizzazione’.

 

Non vogliamo fare confronti troppo facili con eventi dei nostri giorni, che fanno tuttavia riflettere sulla confusione che colpisce soprattutto i giovani al riguardo di ciò che è il loro vero bene, cercato nelle vie più sbagliate delle aberrazioni sessuali, del benessere inseguito a tutti i costi e della libertà diventata libertinaggio.

Invece di continuare ad illudere i nostri giovani, quanto più saggio sarebbe educarli a saper fare le scelte giuste della gioia più grande nel dare che nel ricevere, del vendere tutto per acquistare il Regno e del costruire la civiltà dell’amore.

Pensando  a questo vogliamo vivere anche il nostro impegno per l’animazione vocazionale non come il tentativo di riempire i vuoti che si creano nelle nostre comunità per motivi anagrafici, ma per il desiderio di condividere la gioia da noi vissuta per il senso grande che ha avuto la nostra vita.

‘Oggi più che mai, abbiamo bisogno di educarci a comprendere la vita stessa come vocazione e come dono di Dio, così da poter discernere e orientare la chiamata di ciascuno al proprio stato di vita’. Infatti la vita è una risposta a Dio che ci ha chiamato all’esistenza e ci chiama all’amore, al servizio, all’offerta, perché ‘è dando che si riceve, perdonando che si è perdonati, morendo che si risuscita a vita eterna’.

OMELIA per la celebrazione del XX di EPISCOPATO
Faenza, Basilica Cattedrale - 16 gennaio 2011
16-01-2011

Desidero anzitutto salutare il Sig. Sindaco di Faenza e i Sindaci dei Comuni del territorio della Diocesi. Li ringrazio molto per la loro presenza, che rappresenta le rispettive comunità ed è un segno della loro attenzione alla vita della nostra Chiesa. La nostra festa in questo modo è più piena. Grazie, e che il Signore vi protegga sempre nel vostro prezioso servizio.

Dopo la Festa del Battesimo del Signore, la liturgia si distacca gradualmente dal mistero nel quale si è manifestata la missione di Cristo nel mondo. Oggi viene richiesta la nostra attenzione sull’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo, presentato da Giovanni nel battesimo al fiume Giordano.

Il ‘peccato del mondo’ non è solo un modo sintetico per indicare tutti i peccati personali degli uomini, ma rievoca la condizione di peccato in cui si trova il mondo. Si tratta di quello che viene chiamato ‘peccato originale’ dal quale tutti siamo contaminati, di cui portiamo le conseguenze. L’Agnello di Dio è venuto per liberarci da questo peccato mediante il battesimo nello Spirito Santo. È sempre bello essere liberati da un peso, soprattutto quando questo ostacola il nostro movimento. Ma perché questo avvenga è necessario volerlo. Così, per ottenere la liberazione dal peccato, l’uomo deve essere convinto di averne bisogno.

È diffusa infatti una mentalità per la quale siamo tutti fondamentalmente innocenti. La responsabilità del male, anche quello fatto da noi, ma a maggior ragione quello che accade attorno a noi, viene attribuita a tutto fuorché alla nostra libertà personale. Facilmente ci si scagiona dicendo: ‘Sono fatto così’; si dà la colpa alla famiglia, al sistema, all’influsso delle stelle, al ‘fanno tutti così’ ‘ tutto serve per trovare una scusa per il male che comunque non deve essere attribuito ad una nostra colpa.

L’uomo rimane quindi una creatura innocente che non ha bisogno di redenzione, rendendo inutile ogni annuncio di salvezza.

Il Figlio di Dio, venendo nel mondo per salvarci dal peccato, non ha addossato la colpa del male ad altri (e avrebbe potuto farlo), ma si è fatto solidale con tutto il genere umano e, prendendo su di sé il peccato del mondo, come agnello pasquale si è offerto in un atto di amore infinito al Padre per noi. In questo modo Gesù ci ha mostrato che è soltanto l’amore che vince il peccato e, comunicandoci il suo Spirito, ci ha dato la possibilità di amare Dio e il prossimo come ha amato lui. È questo il ‘battesimo nello Spirito Santo’ ricordato da S. Giovanni Battista: ‘Io non lo conoscevo; ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo’.

Giovanni si rende perfettamente conto che non è sufficiente invitare l’uomo alla conversione, insegnando le cose da fare e da non fare; cioè non basta la legge, ma è necessaria anche la potenza dello Spirito Santo per vincere il Maligno che opera nel mondo e in ciascuno di noi. La Parola di Dio richiede anche la grazia dei Sacramenti, dei quali il Battesimo è l’inizio.

L’Agnello di Dio richiama la figura del Servo sofferente di cui parla Isaia. Il Servo di Jahvè è chiamato fin dal seno materno per restaurare non solo le tribù di Giacobbe, ma per diventare luce delle nazioni e portare la salvezza fino all’estremità della terra.

In questa missione universale Cristo ha bisogno anche di noi. Ne è testimone S. Paolo, chiamato ad essere apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, e inviato a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù mediante il Battesimo nello Spirito Santo. Siamo anche noi chiamati ad essere santi insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro. È questo il cuore della missione della Chiesa, inviata a tutto il mondo, nella quale ognuno ha una vocazione particolare per partecipare alla missione sacerdotale, profetica e regale di Cristo.

‘Egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo’ (Ef 3,11s).

 

Sono grato a quanti hanno voluto in questa giornata ricordare la ricorrenza del 20.mo anniversario della mia Ordinazione episcopale, avvenuta nella Cattedrale Metropolitana di S. Pietro a Bologna per le mani del Card. Giacomo Biffi il 13 gennaio 1991, Festa del Battesimo del Signore.

Ringrazio soprattutto quanti si uniscono per ringraziare con me il Signore per il dono grande che mi ha fatto sia nel chiamarmi a servirlo nel ministero episcopale, sia a svolgerlo prima nell’Arcidiocesi di Bologna accanto alla grande figura del Card. Biffi, poi in questa amata Chiesa di Faenza-Modigliana.

Anche dopo 20 anni talvolta mi sorprendo nel sentire il mio nome quando nella Preghiera eucaristica si fa il ricordo del vescovo: non si fa l’abitudine facilmente ad una realtà che resta sempre singolare e richiede una continua presa di coscienza.

Gli anniversari, che arrivano senza merito  alcuno da parte dell’interessato, basta aspettare un po’, sono anche una opportunità per fare dei bilanci, operazioni sempre delicate. A questo riguardo, però, mi ha sempre fatto riflettere quanto dice S. Paolo: ‘Io non giudico neppure me stesso, perché, anche se non sono consapevole di alcuna colpa, non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore!’ (1Cor 4,3s).

Non vuole essere questa la scusa per non fare un esame di coscienza, sempre necessario di fronte alle vicende che continuamente interpellano anche noi insieme alle nostre Chiese. Mi pare che affidarci al Signore possa essere di incoraggiamento per ricordarci che il primo a cui preme la Chiesa è il Signore stesso.

Insieme alla preghiera di ringraziamento,  questa deve essere l’occasione per una domanda di aiuto, per intercessione della Madre di tutte le grazie, perché il servizio che ancora mi è chiesto sia svolto secondo la volontà di Dio per il bene di tutto il popolo. Sono consapevole della mia povertà, ma ho fatto l’esperienza della collaborazione dei presbiteri, dei religiosi e dei laici di questa Chiesa, che hanno saputo rimediare ai miei limiti. Voglio quindi esprimere a tutti la mia gratitudine più sincera e dare atto del grande amore alla Chiesa che ho trovato, insieme alla comprensione verso il Vescovo. Sono pertanto fiducioso che il Signore non farà mancare i doni necessari per proseguire insieme nella costruzione del suo Regno, in continuità con la nostra bella tradizione ecclesiale.

Mi piacerebbe che la vostra preghiera si potesse ispirare a quella suggerita dal Card. Biffi nel giorno della mia Ordinazione:

‘Signore Gesù, donagli il tuo cuore,

per amare Dio nostro Padre come lo ami tu.

Donagli il tuo cuore,

per amare Maria nostra Madre, come l’ami tu.

Donagli il tuo cuore,

per amare i tuoi fratelli,

che sono anche i nostri, come li ami tu.

Fa’ che ami quelli che s’aprono docili al suo invito,

e ami ancora più quelli che si chiudono alla sua parola,

per poter piegare con l’amore

quando i ragionamenti non servono più.

Fa’ che quelli che non si arrenderanno, abbiano almeno a riconoscere

di essere stati amati.

Il solco che divide resterà,

ma su di esso passerà il ponte dell’amore’. Amen.

OMELIA di NATALE 2010 (sintesi)
Faenza, Basilica Cattedrale - 25 dicembre
25-12-2010

Quando per un qualsiasi motivo le cose non vanno come noi avremmo voluto, rischiamo di perdere la fiducia su tutto. Le presenti difficoltà economiche, che riguardano soprattutto chi ha particolari difficoltà di lavoro, ci rendono più tristi. Manifestiamo in questo modo che per noi è facile lasciarci condurre da un andamento generale che tutti coinvolge, ma facciamo fatica ad affrontare le difficoltà reagendo personalmente con coraggio.

Non è stato sempre così. In tempi anche più complessi la nostra gente ha saputo superare situazioni difficili, senza smarrimenti. Oggi si ha l’impressione che aspettiamo una risposta che deve venire dagli altri, senza sapere esattamente da chi. Non sarà che ci manchi proprio la forza dello spirito? Non sarà che abbiamo perso i riferimenti fondamentali tipici della fede e di una cultura arricchita dalla fede?

Credo che si possa dire che non tutto è perduto, se nella confusione non ci lasciamo smarrire e non ci lasciamo ingannare da chi vuole proporre facili soluzioni a problemi difficili.

Il Signore non è venuto al mondo inutilmente. Nel Natale non celebriamo un Dio che non c’è più. Nonostante tutti i tentativi di nasconderlo, di dimenticarlo, di vivere come se non esistesse, Dio non scompare dalla nostra vita, e insiste perché ci accorgiamo della sua presenza e della sua luce.

Si legge in Gaudium et spes n.22: ‘Cristo’ rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione’ Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in un certo modo ad ogni uomo’.

Queste due affermazioni ci dicono che il mistero del Natale rende evidente un disegno che Dio ha avuto da sempre per ciascun uomo, e ha incominciato a realizzarlo, anzitutto proponendo una vita nuova, da figli di Dio, a quanti lo hanno accolto. Ma anche in coloro che non lo hanno conosciuto, proprio perché in un certo modo Cristo si è unito ad ogni uomo si trovano dei ‘germi del Verbo’, che fanno ben sperare nella capacità dell’uomo di rispondere alla chiamata di Dio.

Germi del Verbo sono il bisogno di Dio sempre più diffuso, al quale forse si risponde ricorrendo piuttosto agli idoli. Ma, come diceva Giovanni Paolo II, è Gesù che cerchiamo quando cerchiamo la felicità, l’amore, la pace. In un mondo sempre più secolarizzato il desiderio del sacro cresce e la ricerca di Dio non è venuta meno, e l’uomo vuole sapere se Dio lo ama.

Germi del Verbo sono il desiderio di vivere, con la ricerca di prolungare la vita sempre di più. La proposta di Dio non sono i 120 anni, ma l’eternità. Perché accontentarsi di meno? La cultura che vuole risolvere con la morte le situazioni considerate non meritevoli di essere vissute, rivela paradossalmente il desiderio di una vita vera, quella eterna, che Cristo propone a tutti.

Germi del Verbo sono l’attenzione agli altri uomini, ai piccoli, ai bisognosi. Ma come è possibile affermare questo in un mondo pieno di violenza, di egoismo, di soprusi? È vero, però sempre più è condivisa la condanna di tutto questo. In altre parole sappiamo come dovremmo fare, anche se non lo mettiamo in pratica. Si tratta di qualcosa di nuovo, che sta nascendo e che trova le sue radici nel messaggio di amore portato da Cristo.

Tutto questo per dire che la nascita di Gesù non è stata inutile. Gli effetti della sua presenza sono più diffusi di quanto non ci sia dato di vedere. Riporre la fede in Dio salvatore, sperare in una vita vera e amarci come fratelli, figli dell’unico Padre è un percorso già iniziato, che possiamo far progredire per il bene di tutti. Chi vuole eliminare Gesù bambino dal Natale non sa il danno che rischia di provocare per tutta l’umanità.

OMELIA per l’ORDINAZIONE DIACONALE di DON FRANCESCO CAVINA
Faenza, Basilica Cattedrale - 11 dicembre 2010
11-12-2010

‘Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa’.

Davvero abbiamo motivo di rallegrarci anche oggi in questa domenica ‘Gaudete’, con tutto ciò che vediamo succedere nel mondo e nella Chiesa?

Vogliamo credere a questa parola di Isaia, al di là delle nostre impressioni, perché la parola di Dio vede più in profondità di quello che vedono i nostri occhi. Insiste il profeta:  ‘Dite agli smarriti di cuore: «Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio… Egli viene a salvarvi»’.

Quest’oggi abbiamo un motivo particolare per essere nella gioia nella nostra Chiesa di Faenza-Modigliana, per l’ordinazione diaconale di Francesco. Egli in questi anni ha mantenuta accesa la speranza del futuro per il ministero ordinato nella nostra Chiesa, senza del quale difficilmente può fiorire il deserto.

Ci lasciamo guidare anche noi dalla domanda che Giovanni Battista dal carcere ha fatto pervenire a Gesù per chiedergli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» In altre parole: ‘Sei tu che puoi rispondere alle nostre attese, alle nostre domande di senso, al bisogno di certezze che abbiamo per noi e per gli altri? Sei tu per il quale vale la pena di vivere? Sei tu che darai forza e coraggio alle nostre imprese, in un mondo distratto o interessato a tutt’altro da ciò che tu ci insegni?’

Anche a noi Gesù risponde come a Giovanni: ‘Ascoltate e vedete quello che succede ai piccoli e ai sofferenti, oggetto dell’amore di chi è stato raggiunto dal mio amore. Da quella volta che la mia Chiesa si è introdotta nel mondo continua la cura dei piccoli e dei sofferenti; e ai poveri è annunciato il Vangelo’.

Caro Francesco, l’ordine sacro con il quale oggi sarai costituito nel Ministero ordinato del diacono, farà anche di te un continuatore del servizio ai sofferenti e dell’annuncio ai poveri. Recitando su di te la preghiera consacratoria, il Vescovo chiederà tra l’altro:

‘Sia pieno di ogni virtù: sincero nella carità, premuroso verso i poveri e i deboli, umile nel suo servizio, retto e puro di cuore, vigilante e fedele nello spirito.

L’esempio della sua vita, generosa e casta, sia un richiamo costante al Vangelo e susciti imitatori nel tuo popolo santo’.

La gioia di questa domenica, che intravede l’avvicinarsi del Signore che viene, sia per te quella di chi trova più gioia nel dare che nel ricevere e di colui che il Signore ama perché dona con gioia.

Il diaconato ti prepara e ti avvicina al ministero del presbiterato verso il quale sei incamminato. Ma questa prerogativa dell’amore dei poveri e dell’annuncio del Vangelo non solo non dovranno mai venir meno, ma dovranno trovare ulteriore motivazione. Il tempo del diaconato ti serva per vedere che è possibile amare gli altri con l’amore di Cristo e per provare la gioia della donazione generosa.

Mentre Gesù rispondeva alla domanda sulla sua identità, invitando a guardare alle sue opere, ha precisato anche l’identità dello stesso Giovanni, mettendo in evidenza la sua vita penitente, sobria e virtuosa: ‘che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta’. Scoprire l’identità di Gesù aiuta anche a riconoscere la propria identità, come avvenne per Simone quando disse: ‘Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente’ e si sentì rispondere: ‘E tu sei Pietro”.

Riconoscere Gesù rende più decisi anche noi; stare con Lui o contro di Lui fa la differenza; seguire il suo progetto su di noi vuol dire raggiungere la pienezza della vita.

Giovanni ha preparato un popolo ben disposto ad accogliere la salvezza. Ha aperto le strade ed è scomparso, senza chiedere nulla, solo la certezza di aver lavorato per Lui. Per certi occhi che si fermano al valore umano delle cose, questo può sembrare un fallimento; eppure Gesù dice: ‘In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui’. Sì, perché è cambiato il criterio per questa misura. Gesù l’ha indicata in un altro passo del vangelo di Matteo: ‘In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli’ (Mt 18, 4).

 Infine raccogliamo l’invito di S. Giacomo: ‘Siate costanti, fratelli miei, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge. Siate costanti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina’. Saper attendere i tempi di Dio, senza la nostra fretta, perché è Lui che irriga e fa crescere.

Dio ha trovato il terreno fertile per la tua vocazione nella grazia cresciuta in te con la collaborazione anche della tua famiglia e della parrocchia. È lì che hai ricevuto il dono della fede e il primo gusto di servire il Signore nei ragazzi, nella Liturgia e nell’aiutare il tuo parroco, che oggi ti può guardare soddisfatto.

Chiediamo anche per te, Francesco, la costanza nel servire il Dio fedele; la costanza nella preghiera, senza stancarsi mai; la costanza nel ministero sacro, senza mettere scadenze all’opera di Dio. E alla fine della tua giornata lavorativa possa ripetere anche tu come ha insegnato Gesù: ‘Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare’ (Lc 17,10).

La Vergine santa ti renda partecipe della sua anima per glorificare il Signore e ti doni il suo cuore per gioire in Dio, nostro salvatore.

OMELIA per la APERTURA del PROCESSO di BEATIFICAZIONE di padre DOMENICO GALLUZZI
Faenza, Monastero Ara Crucis - 30 ottobre 2010
30-10-2010

La fama di santità che la Chiesa riconosce nei discepoli di Cristo, è sempre motivo di gioia e di speranza, perché ci fa toccare con mano che davvero il Signore non solo chiama, ma sa portare a compimento con la sua potenza, la volontà di bene e l’opera della fede dei suoi figli. La Chiesa di Faenza-Modigliana ha aperto con fiducia la Causa di Beatificazione del Servo di Dio Domenico Galluzzi, dell’Ordine dei Frati predicatori, ‘perché in lui sia glorificato il nome del Signore nostro Gesù’.

Con questa Celebrazione eucaristica rendiamo grazie a Dio per quello che ha operato nei suoi Santi, e chiediamo la protezione divina per il buon andamento del processo che è stato avviato; chiediamo pure, se questa è la volontà di Dio, che il suo Servo P. Domenico possa essere glorificato dalla Chiesa, per essere indicato come esempio e modello di santità ai presbiteri del nostro tempo.

Chi è questo religioso presbitero attorno al quale si sta concentrando l’attenzione della nostra Chiesa, e dopo diciotto anni dalla sua morte viene fatto rivivere nel racconto dei testimoni, nella raccolta dei suoi scritti, nella memoria delle sue figlie spirituali e di quanti ha accompagnato nella via della santità?

Non è mio intento anticipare il pronunciamento sulla eroicità delle virtù cristiane, religiose e sacerdotali di P. Domenico, ma solo richiamare qualche aspetto significativo della sua figura.

Nato nella nostra Regione a Cattolica, a ventidue anni chiede di essere accolto tra i Frati predicatori a Bologna. Quando sta per partire per il convento la madre gli dice: ‘Se vai per farti santo, bene; se no rimani a casa tua’. Troviamo in questa mamma la sapienza di una donna, che manifesta in quale contesto di grazia questo figlio era cresciuto. Aveva in questo modo già davanti a sé il progetto di tutta la sua vita: santificarsi per santificare.

Coinvolto presto nella responsabilità verso gli studenti prima e i novizi poi, entra progressivamente nel carisma dell’Ordine che ha abbracciato, cercando un obiettivo per la sua vita religiosa: ‘Ripetevo continuamente: nonostante le mie limitatezze: Ci sarà un traguardo anche per me, che io non conosco, ma che tu, Signore, mi hai preparato’.

L’aver trascorso gran parte della sua formazione presso l’Arca di S. Domenico a Bologna, gli facilita il continuo ricorso al suo Fondatore, di cui aveva assunto il nome: ‘Imploro, per intercessione di San Domenico, la grazia inestimabile di onorare in me stesso il Sacerdozio di Cristo, come egli lo onorò in sé angelicamente, con coscienza pura, con la parola apostolica, con le opere sante, immagine perfetta del Sacerdote eterno’.

E così il giorno della sua ordinazione presbiterale, avrà il primo pensiero su quella che sarà la sua opera: ‘È stato il 23 luglio 1936 che ho interiormente percepito e stretto al mio cuore l’idea e l’immagine dell’Ara Crucis’. Ovviamente non avrà immaginato l’opera come poi si è andata configurando nel tempo, ma ne aveva percepito la finalità e il senso: ‘Il Sacerdozio senza un ideale più grande della vita, quale santificarsi per santificare, è un Sacerdozio incompleto, un Sacerdozio che non può soddisfare e, in tal caso, il sacerdote è uno che vive senza scopo’.

Dalla prima ispirazione all’inizio di quella che sarà l’Ara Crucis passerà molto tempo, con alcune vicende che risulteranno assai significative.

Dopo qualche anno ci fu l’incontro con Matilde Gentile, e successivamente con le due sue sorelle e altre figlie spirituali, con le quali il Padre inizia un cammino di preghiera e di offerta della vita per la riparazione sacerdotale. Osservo soltanto che questo pensiero viene riportato con forza dal Papa Benedetto XVI ai nostri giorni, con l’invito a pregare e fare penitenza per riparare i peccati dei presbiteri.

Arriva anche per P. Domenico il momento della croce, con la malattia che lo tiene fermo per molti mesi: ‘Eppure questo fu il periodo più fecondo di celesti benedizioni’.

 

Finalmente nel 1948 la volontà dei superiori manda P. Domenico a Faenza, dove incontra il Vescovo Mons. Battaglia, che apprezza subito le sue doti di guida spirituale per i presbiteri e i seminaristi, e coglie la grazia del suo progetto apostolico. Dalla sinergia di queste due anime nasce il rapporto dell’Ara Crucis con la Chiesa diocesana, nella quale il Monastero rimane inserito. Questo rapporto vitale si manifesterà nella partecipazione orante del Monastero a tutti i momenti belli e tristi della vita della Diocesi, e di riscontro da parte dei fedeli e delle comunità, nel ricorrere alle preghiere delle Monache e nell’aderire alle loro proposte formative.

L’ingresso delle prime monache nel Monastero dell’Ara Crucis avvenne l’otto settembre 1955, festa della Natività di Maria, data che sottolineava l’anima mariana di quella comunità. P. Galluzzi si era ispirato a quanto aveva fatto il Santo Padre Domenico all’inizio della sua missione, il quale a sua volta aveva voluto seguire il piano di Dio nel mistero dell’Incarnazione, realizzato per mezzo della Vergine di Nazareth.

San Domenico, dice il nostro Padre, ‘colloca in una posizione di massimo rilievo la donna consacrata e la ama con una stima che trova riscontro nel mistero dell’Incarnazione. Egli vede e benedice la religiosa a fianco della Madonna e vede e benedice Maria di Nazaret, Madre e Maestra di questa nuova Maria, con sentimenti di gratitudine quali pochi hanno posseduto. Le prime religiose a Prouille si presentano in questa cornice: così le ha concepite Dio, così il Santo Padre Domenico le ha raccolte e consacrate al servizio di Dio e della Chiesa’.

Inserire le monache dell’Ara Crucis nella missione apostolica della santificazione dei presbiteri, come San Domenico aveva coinvolto le sorelle domenicane consacrate al sostegno della missione evangelizzatrice dei Frati predicatori, significava imitare la Vergine di Nazaret nel donare al mondo il Salvatore.

Santificarsi per santificare, oltre che attingere al paolino: ‘Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo’ (1 Cor 11,1), risente anche del ‘contemplata aliis tradere’ proprio del carisma domenicano. Il Padre è consapevole di questa opera di Dio, e dice: ‘Perché non siamo noi a dare Dio agli altri, ma è Dio che si dona agli altri attraverso di noi’. E questo P. Domenico lo vive per le sue monache e per i presbiteri, religiosi e laici che continua a confessare e guidare spiritualmente.

La Parola di Dio e l’Eucaristia celebrata e vissuta, saranno la fonte della sua vita sacerdotale e del suo ministero; da questo rapporto vivo con il suo Signore verrà la grazia di essere un segno efficace della misericordia del Padre non solo mediante il sacramento del perdono, ma anche per la sua parola ‘decisa e penetrante, a volte messaggera di verità impegnative, ‘(ma che, come dice un testimone) non produceva piaghe’.

L’apertura del processo per la causa di beatificazione di P. Domenico arriva dopo la chiusura dell’Anno sacerdotale, voluto dal Papa Benedetto XVI in occasione del 150.mo anniversario della morte del Santo Curato d’Ars, per richiamare l’attenzione di tutto il popolo cristiano sulla santificazione dei presbiteri.

Scriveva il Papa nella lettera di indizione: ‘Non si tratta certo di dimenticare che la efficacia sostanziale del ministero resta indipendente dalla santità del ministro; ma non si può neppure trascurare la straordinaria fruttuosità generata dall’incontro tra la santità oggettiva del ministero e quella soggettiva del ministro’ (Papa Benedetto XVI, 16 giugno 2009).

Si sa che ogni efficace riforma nella Chiesa ha sempre coinvolto in modo determinante il clero. Possiamo ricordare il nostro San Pier Damiani, che all’inizio del secondo millennio cristiano ebbe molto da operare, tra l’altro, per la purificazione dei costumi dei monaci e dei presbiteri, avviando quella che sarà la riforma gregoriana che tanto influsso ebbe sulla Chiesa nei secoli successivi.

Anche oggi la Chiesa non ha bisogno di tanti presbiteri, ma di presbiteri santi. P. Domenico ha messo il dito sulla piaga, e ha dato inizio ad una via per una cura efficace. Vogliamo pregare perché la sua glorificazione qui in terra, se sarà nei disegni di Dio, possa richiamare l’importanza di questa impresa e testimoniare che è possibile per i presbiteri diventare santi nel loro ministero, con l’esempio e l’intercessione dei loro santi confratelli.

Qualche giorno fa il Signore ha chiamato accanto a Sé Madre Teresa Casali, che tanto aveva atteso il giorno che stiamo vivendo, e che tanto aveva lavorato nel raccogliere materiale documentario per la causa di P. Domenico. Vogliamo pensare che nei disegni di Dio tutto questo abbia voluto essere un segno di benevolenza per la Madre, che dal suo letto di dolore non avrebbe potuto assistere a questa celebrazione, come speriamo abbia potuto fare da dove ora si trova presso Dio.

Infine, pensando proprio a tutta la procedura della causa, ci piace riferire anche a lei quello che S. Domenico diceva di se stesso ai suoi confratelli: ‘Vi sarò di aiuto più dopo la morte, che fintanto che sono qui in terra’.

OMELIA nel X ANNIVERSARIO della morte di DON GINO MONTANARI
18-10-2010

Non ho avuto modo di conoscere personalmente don Gino, ma da chiunque ne sento parlare, ne sento parlare bene. Allora mi chiedo: da chi veniva a don Gino la forza e la sapienza per fare il bene? Abbiamo sentito una parola, nella prima lettura, che diceva: ‘Il Padre della gloria vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui’.

La sapienza è un dono dello Spirito santo. Vuol dire saper scegliere il bene ed evitare il male, capire le cose importanti da chiedere o da suggerire, fare le scelte giuste, avere il coraggio dei propri gesti. Quello che don Gino ha fatto, lo ha fatto per un dono di Dio, con l’aiuto della grazia, alla quale egli certamente ha saputo collaborare, facendo la sua parte, con sacrificio e con generosità.

Tutto questo noi lo ricordiamo perché è sempre bello ricordare il bene, che si è ricevuto, ma anche per dire che è possibile ancora oggi fare il bene. Se l’hanno fatto gli altri, lo possiamo fare anche noi; se ha fatto così don Gino, lo possiamo fare anche noi. Lo prendiamo come un esempio e un incoraggiamento.

Le cose che egli ha fatto, sono davvero tante, oltre ad essere stato per tanti anni in questa casa che egli ha cercato di animare, di rendere la più umana possibile, di aprire alla città, di mettere in collegamento con quelli che sono fuori, creando iniziative per animare la vita degli ospiti. A un certo punto egli si era immedesimato, da diventare uno degli ospiti, tanto che si firmava: don Gino, cronic; per dire che anche lui era uno dei cronici, senza vergognarsi di questa parola, che aveva fatta sua.

Confessore: quanta gente andava a confessarsi da lui. Direttore delle anime: si trovano delle persone che dicono: fu don Gino ad aiutarmi e a sostenermi. Consolatore: quante pene ha consolato, quante lacrime ha asciugato. Pensiamo al coraggio che egli ha dato a P. Gorini per la scuola che ha fatto nella sua missione, per la quale ha trovato anche i soldi, invitando quanti potevano ad aiutare quell’opera. Questa continua ancora, certo perché c’è il P. Gorini, ma anche perché fu don Gino a coinvolgere tanta gente.

Pensiamo ai pellegrinaggi a Roma dal Papa e in Terra santa, dove sosteneva anche delle opere di carità. Sono rimasto stupito la prima volta che andai in Terra santa da Faenza, che alcuni mi dissero: Andate in Terra santa? Possiamo dare qualche cosa per le opere di don Gino? Qualcuno ancora conserva questa memoria e sostiene quelle opere.

Fu sua l’iniziativa del Teatro, sorto come attività per la casa, poi diventato aperto a tutta la città. Poi ho trovato che all’origine delle Acli, del Csi, dell’Unitalsi, di certe opere di Azione cattolica c’era don Gino. Un prete generoso che si è speso per tutto ciò che vedeva essere bene. Questo spiega il ricordo e la riconoscenza che ancora oggi don Gino riscuote.

Abbiamo sentito nel Vangelo una parola che forse ci è sembrata dura. Ma c’è anche la parte positiva: ‘Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio’. Qui certamente c’è un riferimento alla fine, quando si faranno i conti, quando il Signore verrà nella sua gloria.

Riconoscere Gesù nei piccoli e nei sofferenti, vuol dire quello che egli un’altra volta disse: ‘Ogni volta che avete fatto questo al più piccolo dei miei fratelli lo avete fatto a me’. È una frase che conosciamo molto bene, che ha una sua concretezza molto forte. Qualcuno mi ha raccontato che don Gino una volta qui, vedendo un uomo un po’ malmesso camminare, disse: ‘E chi lo direbbe che in quell’uomo lì c’è Gesù?’ E lo diceva non per modo di dire, ma perché lui ci credeva, e trattava gli altri come fossero il suo Signore.

Riconoscere Gesù davanti agli uomini, nei sofferenti, nei bisognosi, nelle persone sole, che hanno bisogno di conforto, che hanno qualche necessità. Riconoscere e fare quello che si può, almeno un gesto di amore e di benevolenza, che a volte conta più di altre cose materiali.

Vorrei che la celebrazione di oggi ci lasciasse questo invito: anche noi possiamo fare come ha fatto don Gino. Certo, ognuno a modo suo, nella sua misura, nella condizione in cui è; quello che lui ha fatto in modo esemplare, può diventare una occasione anche per noi. Impariamo a vivere così, perché se tutti quanti facciamo qualche cosa in questa direzione, riusciremo a cambiare il mondo.

A volte pensiamo che lo debbano cambiare gli altri dall’alto: se facessero, se cambiassero’ E’ vero, qualcosa conterebbe. Però tutti abbiamo un mezzo a disposizione: riempire la nostra vita di gesti di bontà e di amore come ha fatto questo prete. Qualcuno dice: era un prete, prete. Ed è bella questa definizione, perché vuol dire che si riconosce che c’è una missione importante del prete; e quando qualcuno la vive, fa impressione e tutti l’apprezzano. Di fronte a don Gino non c’era distinzione per appartenenza politica, religiosa o sociale: tutti lo hanno apprezzato, perché si è speso per gli altri.

Oggi don Gino lo ricordiamo anche nella preghiera, perché è il Signore che manda la gente in Paradiso, e noi dobbiamo andare piano a dire che uno è in Paradiso. Lo speriamo, ce lo auguriamo, ma guai se non facciamo ciò che ci è chiesto, come pregare e fare sacrifici di suffragio per una persona alla quale dobbiamo tanta gratitudine. Non dimentichiamoci mai di pregare per i nostri morti.

Don Gino è certamente una bella figura; anch’io spero che sia già con il Signore; però intanto preghiamo. Questa Messa la diciamo in suffragio della sua anima, e i sacrifici che ognuno di noi incontra nella vita offriamoli almeno quest’oggi perché il Signore accolga accanto a Sé il nostro don Gino, e gli dia in Cielo quella gloria che con il sacrificio della sua vita generosa ha meritato sulla terra.

OMELIA per la SOLENNITA’ del CORPUS DOMINI
Faenza, Chiesa del Paradiso - 3 giugno 2010
05-06-2010

‘Io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso’. S. Paolo è consapevole di avere ricevuto un dono, che come tale deve essere diffuso e trasmesso. È la logica dell’amore, che sta all’origine del mistero dell’incarnazione e della salvezza operata da Cristo.

La breve introduzione che S. Paolo ha messo al racconto dell’istituzione dell’Eucaristia nella notte in cui Gesù veniva tradito, ci aiuta a cogliere un aspetto prezioso del rito che anche noi celebriamo, e dal quale vogliamo raccogliere tutta la grazia che contiene. Il dono ricevuto deve essere a sua volta distribuito; riceviamo amore, dobbiamo diffondere amore.

Vogliamo entrare nella realtà viva del mistero eucaristico, nel quale Cristo ha voluto coinvolgere anche noi, per prenderci l’impegno che ci viene chiesto. Gesù non ha mai voluto fare tutto da solo: nella moltiplicazione dei pani e dei pesci chiama i suoi apostoli ad aiutarlo; nelle guarigioni chiede la fede in Lui; nella sua missione di salvezza manda gli apostoli, come il Padre ha mandato Lui.

Nell’istituire l’Eucaristia unisce a Sé i suoi discepoli, cosicché essi non possono più fare nulla senza di Lui. S. Paolo, racconta con fedeltà gli eventi ed è consapevole della ricchezza di quel gesto: ‘Questo è il mio corpo che è per voi’ questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; ogni volta che ne bevete, fate questo in memoria di me’.

Noi giustamente chiamiamo ‘comunione’ il nutrirci del corpo e del sangue del Signore, perché è il modo più forte che abbiamo per unirci a Lui qui sulla terra, prima che Egli ritorni alla fine dei tempi, quando Egli sarà tutto in tutti.

Mediante l’Eucaristia gli apostoli vengono uniti a Cristo nella sua morte e risurrezione: loro non lo sapevano ancora, ma Gesù ha voluto che fossero partecipi con Lui da subito nella nuova alleanza.

I doni di Dio sono sempre imprevedibili. Nel racconto del vangelo la gente seguiva Gesù per ascoltare la sua parola, e Gesù dona loro, oltre all’annuncio del Regno, la guarigione dalle malattie e il pane per la loro fame. Questo era il segno di ciò che avrebbe poi fatto, donando Sé stesso, per rispondere alla nostra fame e sete di infinito e di eternità. L’Eucaristia è per noi nello stesso tempo annuncio, guarigione e pane della vita.

Agli apostoli e a quanti saranno scelti per il sacerdozio ministeriale Gesù chiede di perpetuare in sua memoria l’offerta del suo corpo e del suo sangue. A quanti partecipano del suo sacerdozio regale, chiede di offrire sé stessi al Padre e ai fratelli, nel gesto umile e amorevole del servizio.

Nel mistero dell’Incarnazione Cristo ci ha resi partecipi della sua natura divina, e ci ha messi a parte della sua missione sacerdotale, profetica e regale. L’Eucaristia unisce la nostra vita a quella di Cristo nell’offerta sacerdotale al Padre, ci dà coraggio per annunciare la salvezza a tutto il mondo, e ci aiuta ad operare nelle realtà terrene per orientarle verso il Regno. È questo il primo servizio che impariamo dall’Eucaristia.

Nel ricordare la bellezza e la singolarità del ministero presbiterale, vogliamo riconoscere il dono dell’Eucaristia che si ravviva nella Chiesa solo mediante il presbitero. Non è un privilegio che voglia escludere qualcuno. Infatti, mentre il presbitero offre il sacrificio di Cristo, unisce in esso tutti coloro che vi partecipano con l’offerta di sé stessi; e mentre chiede perdono per i propri peccati, lo chiede anche per i peccati di tutto il mondo.

Anche il presbitero, come Cristo, è sacerdote alla maniera di Melchisedech, non tanto perché offre in sacrificio pane e vino, quanto piuttosto perché invoca la benedizione del Dio altissimo su Abramo, e benedice il Dio altissimo ringraziandolo per la vittoria di Abramo, facendosi così mediatore tra Dio e gli uomini. Il sacerdote è colui che offre e intercede, come Cristo, perché sempre ce ne sarà bisogno.

Agli apostoli che pensavano di aver fatto abbastanza a chiedere a Gesù di smettere di predicare perché la gente potesse provvedere alla propria fame, Gesù rivolge invece un invito: ‘Voi stessi date loro da mangiare’. È quello che ripete anche a noi ogni volta che preghiamo che il Signore provveda il cibo a chi ha fame, facendoci capire che ce ne sarebbe abbastanza per tutti se non ci fosse chi lo spreca e chi pensa di accumulare per sé.

‘Il sacerdote ci dona l’Eucaristia; l’Eucaristia ci porta al servizio’. Nella processione che faremo prolungando la celebrazione eucaristica, vogliamo ricordare a noi stessi e a tutti che è questa la forza del nostro impegno, il fondamento della nostra speranza, e la fonte del nostro servizio. Non ci interessa la gratitudine per il risultato, né ci spaventa la pochezza delle nostre risorse: ci basta sapere che il Signore ci chiede di dare a Lui i nostri cinque pani e due pesci per amore, perché è l’amore che salva il mondo.

OMELIA per l’ORDINAZIONE DIACONALE di FABRIZIO LIVERANI
Faenza, Basilica Cattedrale - 5 giugno 2010
05-06-2010

L’ordinazione diaconale nella solennità del Corpo e Sangue di Cristo ci suggerisce di riflettere sul profondo legame che unisce il ministero del diacono all’Eucaristia. Sorto per iniziativa degli apostoli per servire alle mense dei poveri assistiti dalla prima comunità cristiana, il servizio di carità del diacono è diventato in modo sempre più chiaro la dilatazione del servizio all’altare, dal quale il diacono non solo prendeva i doni da distribuire ai poveri, ma attingeva anche la grazia per testimoniare la carità di tutta la comunità.

Nel racconto della moltiplicazione dei pani ascoltato nel vangelo gli apostoli hanno compiuto, su invito di Gesù un tipico gesto diaconale, prestando le loro mani a Cristo nel compiere il suo miracolo; essi distribuivano, ma era l’amore di Cristo che moltiplicava i pani e i pesci. La moltiplicazione dei pani è arrivata al termine di una giornata nella quale era stato diffuso con abbondanza l’annuncio del Regno, insieme alla guarigione di quanti avevano bisogno di cure. Nei segni che anticipavano la realtà della Chiesa troviamo tutto ciò che sarà attenzione propria del ministero diaconale: l’annuncio del Vangelo, la cura dei malati e dei sofferenti, la distribuzione dell’Eucaristia.

Nella preghiera di ordinazione che tra poco il vescovo pronuncerà sentiremo queste parole: ‘Ora, Padre, ascolta la nostra preghiera: guarda con bontà questo tuo figlio, che noi consacriamo come diacono, perché serva al tuo altare nella santa Chiesa’.

Nel servizio all’altare il diacono sarà in particolare colui che al termine della preghiera eucaristica solleva il calice, mentre il celebrante proclama la solenne dossologia: ‘Per Cristo, con Cristo e in Cristo a te Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo ogni onore e gloria, per tutti i secoli dei secoli’. E il popolo acclama: ‘Amen’. Il rapporto con l’Eucaristia, diventa un rapporto ancora più particolare con il Calice del Sangue di Cristo.

S. Paolo ci ha ricordato a questo riguardo le parole di Cristo nell’ultima Cena: ‘Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo ogni volta che ne bevete in memoria di me’. L’offerta del sacrificio di Cristo riguarda ovviamente tutta la sua realtà umana e divina, ma è soprattutto il suo sangue versato che ci fa cogliere l’offerta della vita e la misura del suo amore infinito per ottenerci il perdono dei peccati dalla misericordia del Padre.

Nel calice che viene sollevato a gloria del Padre per Cristo, con Cristo e in Cristo c’è il sangue che raccoglie tutta la sofferenza del mondo insieme a quella di Gesù, e c’è il sangue che ha meritato il perdono di tutte le colpe degli uomini. Quando il diacono tiene tra le sue mani il calice della Messa, si unisce misteriosamente nel gesto liturgico alla Nuova Alleanza dove Cristo ci rappresenta tutti davanti al Padre. Anche per questo il diacono sarà il primo, dopo i celebranti, a comunicarsi al Corpo e al Sangue di Cristo.

Ciò che si celebra nel mistero si vive nel ministero. Il gesto di portare sull’altare nel calice della Messa la sofferenza di Cristo e del mondo, dona la grazia per essere accanto a tutta la sofferenza degli uomini e delle donne per unirla nell’amore a quella di Cristo, perché diventi dono di salvezza. Quante volte di fronte alla sofferenza fisica e morale delle persone e delle famiglie non si sa che cosa dire, perché il dolore è sempre un mistero. In questi casi il solo atteggiamento vero è quello tenuto da Maria sotto la croce, nella fedeltà di una condivisione fatta di presenza, di partecipazione e di offerta. Per fortuna che si può mettere tutto nel calice eucaristico, a nome anche di chi non sa o non ci pensa, perché niente vada perduto di un vissuto umano così prezioso per la salvezza del mondo.

Per il diacono essere accanto ai sofferenti diventa l’occasione per mostrare con un gesto di carità l’attenzione riconoscente di tutta la comunità verso coloro che stanno portando la croce, e ‘danno compimento a ciò che dei patimenti di Cristo, manca nella (loro) carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa‘ (cfr Col 1, 24).

Insieme alla sofferenza, nel calice troviamo anche il perdono, meritato dal sangue di Cristo. È il fondamento della nostra speranza. Se non sapessimo di essere perdonati, rimarremmo schiacciati dal peso delle nostre colpe, in una disperazione senza esito. Il perdono dei peccati è frutto dell’amore che Cristo ha mostrato nel sacrificio di croce. Essere perdonati è avere la certezza di essere amati dal Padre fino ad accoglierci nuovamente come figli, in un amore mai venuto meno anche quando noi ci eravamo allontanati. Il gesto di elevare il calice del sangue di Cristo vuol dire mettere tra noi e il Padre il suo Figlio sacrificato per noi. ‘In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati’ (1Gv 4,10).

Nel servizio all’altare c’è anche la distribuzione dell’Eucaristia, perché la comunità cresca come corpo mistico di Cristo, nell’unità di un solo corpo, quanti mangiamo di quest’unico pane (cfr 1Cor 10,17). Per questo il diacono nella sua comunità è un uomo di comunione, insieme al presbitero ministro dell’unità, per essere una cosa sola perché il mondo creda.

Carità e comunione sono frutto della grazia del sacramento dell’Ordine, anche nel grado del diaconato, che mediante il ministero del Vescovo la Chiesa questa sera conferisce al nostro fratello Fabrizio. Siamo grati anche alla sua famiglia che in qualche modo sarà coinvolta nel suo ministero ecclesiale. Preghiamo perché lo Spirito Santo sia largo di benedizioni per tutti coloro che hanno accompagnato Fabrizio nel suo cammino fino alla consacrazione diaconale, e per coloro che mediante la vita e il ministero di questo nostro fratello incontreranno un segno vivo dell’amore del Padre per ciascuno dei suoi figli, soprattutto i piccoli e i sofferenti.

OMELIA nel 700 ANNIVERSARIO della MORTE di S. UMILTA’
Faenza, Basilica Cattedrale - 22 maggio 2010
23-05-2010

Che cosa ha da dire oggi, a noi uomini e donne del terzo millennio, una suora morta sette secoli fa in pieno Medio evo?

Per chi non conosce S. Umiltà di Faenza, non ritengo impossibile un atteggiamento simile, che finisce per essere uno dei tanti pregiudizi che ci impediscono di conoscere i tesori nascosti della nostra storia di famiglia.

Intanto questa Santa è ancora presente in mezzo a noi con le sue figlie spirituali, che hanno continuato la sua opera educativa attraverso l’esempio della loro vita monastica e la scuola. La loro comunità monastica è stata uno strumento di crescita per molte persone che hanno voluto far tesoro della propria vita in questo mondo, tenendo presente nello stesso tempo il proprio destino eterno. È questa infatti la risposta vera al profondo desiderio del cuore di ogni uomo.

Ci orienta in questo pensiero la prima lettura dal libro del Siracide: ‘Avvicinatevi, voi che siete senza istruzione, prendete dimora nella mia scuola. Fino a quando volete rimanerne privi, mentre la vostra anima ne è tanto assetata?’

La vicenda umana di Rosanese Negusanti ha l’esperienza sufficiente per essere maestra per varie situazioni umane, essendo stata una donna di mondo, sposata con figli, consacrata nella vita eremitica e infine fondatrice di due monasteri.

La sapienza della sua dottrina non ha origine umana, ma deriva soprattutto dalla sua unione con Dio, e dalle ispirazioni misteriose che ha ricevuto, come ella stessa riconosce: ‘Quanto sono debitrice al mio Signore Gesù Cristo e alla mia beata Signora, che mi hanno scelto dal mondo, mi hanno colmata di grazie, mi hanno accolto come serva e chiamata alla vita religiosa’E se vi annunzio e vi narro la salvezza, o pronunzio parole sante, non è mio merito. Non rendete onore a me, perché parlo con la lingua, ma queste parole non sono mie. Infatti non sono una maestra: in che modo potrei insegnare a voi? Date lode alla regina perché sua è la benevolenza: lei infatti è la maestra di tutte le genti che da lei vogliono imparare‘ (Sermoni IX,17-19).

Ciascuno di noi ha a disposizione la propria vita come unica opportunità, che deve essere vissuta senza sbagliare l’obiettivo e il modo di raggiungerlo. L’obiettivo è quello di arrivare oltre a questa vita che finisce, per entrare nella vita eterna. La vita vera non può finire, ed è chiaro che non può essere quella che viviamo quaggiù; sono troppe infatti qui le differenze e le ingiustizie, per cui ci deve essere la vita alla quale ci sentiamo di aspirare.

Il modo per arrivarci è la via che ci ha tracciato il Signore, venuto nel mondo apposta, visto che da soli non riuscivamo a trovarla. Come dice San Pietro: ‘voi foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, con il sangue prezioso di Cristo’, per cui ‘comportatevi con timore nel tempo del vostro pellegrinaggio‘.

Chissà perché la prima reazione che ci viene in mente di fronte a queste considerazioni è che con questi discorsi qualcuno ci voglia rendere la vita triste, togliere il divertimento, farci soffrire; mentre la nostra aspirazione è quella di goderci la vita. Il punto è proprio questo, capire dov’è la vera gioia: se sta nel pensare solo a noi, o non piuttosto nel tenere conto anche degli altri, che ci stanno attorno, tanto più se Colui che ci ha dato la vita alla fine vuole sapere che cosa ne abbiamo fatto.

S. Umiltà è maestra di vita attraverso i Sermoni che ci ha lasciato, indirizzati alle sue monache e attraverso loro a tutto il popolo cristiano. Lo dice lei stessa: ‘Possono chiamarsi religiosi tutti coloro che possiedono le virtù, sebbene non vivano sotto una regola, né siano separati dal mondo, o indossino abiti diversi, perché non sono i vestiti a farli santi’ (VIII,41).

Con il linguaggio immaginoso proprio del tempo la sua dottrina illustra anzitutto i misteri dell’incarnazione del Signore, e quello della sua passione e morte. Poi indica il percorso che l’uomo deve fare per diventare Dio, perché Gesù Cristo è morto e risorto per questo. Modello di questo cammino è la Vergine santa.

All’uomo, per raggiungere questo ideale, viene chiesto di morire a se stesso, per seguire Cristo. È quanto il vangelo ci ha detto, con le due brevi parabole sul Regno dei cieli. Chi trova questo tesoro ‘va, vende tutti i suoi averi’ e compra il campo o la perla preziosa che ha scoperto. In questo percorso anche i santi incontrano la prova, la ‘notte dell’anima’, quando tutto diventa difficile e anche Dio si nasconde.

Ma l’anima che ha intuito per la grazia dello Spirito santo qual è il segreto per la vera vita arriva a dire più volte nel Sermone XI: ‘Io ti chiedo solo amore’. Questo insegnamento è valido per tutti i tempi.

È l’insegnamento del Salmo: ‘Ricordati, Signore del tuo amore, della tua fedeltà che è da sempre’. È ciò che impara lo scriba del vangelo, diventato discepolo del Regno: saper far tesoro delle cose nuove e delle cose antiche, purché siano vere.

È quello che ha saputo fare S. Umiltà sette secoli fa. È quello che viene proposto anche a noi oggi, alla scuola del vangelo e sull’esempio dei santi: è possibile vivere letteralmente da Dio in questa vita, se non ci lasciamo ingannare a questo riguardo come Adamo, dal Maligno, ma ci lasciamo condurre dall’insegnamento di Gesù e dall’esempio dei santi. È questo che vuole Dio stesso per la nostra gioia eterna, che se non fosse eterna non sarebbe nemmeno gioia.

Nel fare memoria di questa nostra santa patrona a settecento anni dalla sua nascita al Cielo, oltre ai sentimenti di riconoscenza da parte di tutta la città per quello che ha continuato a fare per Faenza in questi secoli attraverso le sue Monache, vogliamo fare tesoro del suo perenne insegnamento di vita evangelica. Anche il nostro tempo ha necessità di riscoprire l’importanza della santità in tutte le situazioni della vita, per la serenità delle persone e per la pace della società. Per una comunità il ricordo vivo dei propri Santi è motivo di conforto per il presente e di speranza per il futuro, perché a nulla varrebbe il progresso tecnologico ed economico senza una crescita ancora maggiore nelle virtù. I nostri Santi sono il vero nostro vanto, e la promessa di tempi migliori.

OMELIA per la SOLENNITA’ della MADONNA DELLE GRAZIE
Faenza, Basilica Cattedrale - 8 maggio 2010
09-05-2010

È sempre molto significativa questa celebrazione davanti all’immagine della B. Vergine delle Grazie, perché con un gesto di particolare rilevanza si riconosce la Patrona della nostra Città con l’offerta simbolica di alcuni ceri, presentati dai rappresentanti dei Rioni, per indicare la partecipazione di tutta la Città a questo omaggio.

È una tradizione che ci piace mantenere, anche se sappiamo bene che non si può pensare ad una totalità di adesione da parte dei Faentini, in un gesto di fede e di amore. Eppure è bello che siano tutti qui ricordati e presentati, sia coloro che partecipano e sono contenti di  condividere il gesto di devozione, sia coloro che sono ugualmente amati, seguiti e ben voluti dalla Madre di tutti. Noi pensiamo in questo modo di non fare torto a nessuno se compiamo un gesto senza la pretesa di una adesione totale, ma con la convinzione di essere comunque di aiuto per tutti.

Oggi è sempre più difficile per una comunità civile che vi sia una adesione compatta nella fede. Ciò non toglie però che per quanti hanno il dono della fede e vivono il loro impegno pubblico come una testimonianza coerente, questo sia un dono, una grazia e una opportunità  a beneficio di tutti. Non è quindi soltanto un modo di fare o un gesto folcloristico, come a qualcuno potrebbe sembrare, ma è un modo esterno e pubblico di dire la nostra devozione alla Vergine e di chiedere la protezione per l’impegno di quanti nella fede trovano motivo di servire il proprio paese.

La coscienza della Chiesa di essere guidata dallo Spirito Santo, come abbiamo sentito nella prima lettura, aiuta a vedere l’importanza del bene comune nella comunità. Abbiamo sentito come fu risolto il problema del dissidio tra coloro che volevano sottomettere alla legge di Mosè i nuovi credenti in Cristo e gli Apostoli che invece riuscirono, nel primo concilio di Gerusalemme, a trovare una soluzione. Questo problema allora era rimasto all’interno della Chiesa.

Però questo gesto ci aiuta a capire come si possono affrontare le cose per il bene di tutti. Gli Apostoli hanno scritto: ‘Abbiamo deciso lo Spirito santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie’. Si trattava di richieste molto semplici, legate alla storia, tant’è vero che oggi non ne parla più nessuno. L’importanza dell’intervento degli Apostoli non sta tanto nella soluzione trovata in quel momento storico, quanto piuttosto nell’avere messo in evidenza la dinamica che nella Chiesa si può instaurare quando c’è la coscienza che lo Spirito santo indichi qualche cosa per il bene di tutti.

Questo credo che si possa applicare, fatte le dovute proporzioni, anche all’impegno che i cattolici ritengono di poter avere nella comunità civile, quando sostengono delle scelte per il bene di tutti non in base alla loro fede, ma con gli argomenti di ragione che si rifanno alla legge morale naturale. Poi che loro abbiano un motivo in più per sostenere questo, perché lo trovano coerente all’insegnamento del Vangelo e della Chiesa è un fatto che può essere loro di conforto, ma non deve diventare né argomento per proporre queste cose agli altri, né motivo per gli altri per non poterle accettare perché coloro che le propongono sono i cattolici. Cose che stanno avvenendo, di cui non ci stupiamo più di tanto nel nostro paese; però mi pare che in questo modo non favoriamo una collaborazione che sia per il vero bene della nostra comunità civile.

La lettura dell’Apocalisse ci ha presentato la descrizione della Chiesa gloriosa nel cielo con l’immagine di una città, la nuova Gerusalemme, la Chiesa celeste verso la quale siamo incamminati. Non siamo fatti per stare sempre quaggiù. La città dell’uomo nella sua realtà deve anticipare in qualche modo quella del cielo, nel senso che, se noi siamo fatti per arrivare in questa città perfetta che l’Apocalisse ci ha descritto, vuol dire che siamo fatti per vivere anche qui in una città se non perfetta, almeno vicina a quella perfezione.

Per esempio vengono indicate nelle mura della città delle porte aperte in tutte le direzioni sia per entrare sia per uscire, segno della libertà che ci deve essere in questa convivenza. Certo in Paradiso su questo non ci saranno discussioni; ma da questo particolare si può comprendere come sia prezioso anche per noi questo valore umano per la nostra vita associata. Se l’uomo è destinato a queste condizioni nell’eternità, quanto più anche su questa terra la vita si avvicina a quelle condizioni, tanto più sarà felice perché conforme alla natura dell’uomo. Per esempio riconoscere che siamo tutti uguali per natura, riconoscere a tutti gli stessi diritti fondamentali come quello della vita, della libertà, del lavoro, ecc; in modo che tutto sia costruito anche nella città terrena tenendo presente il bene di tutti.

Infine la pagina del vangelo, che contiene molti spunti di riflessione secondo la fede. Ma in questa occasione mi piace fermarmi sull’accenno che Gesù fa alla pace: ‘Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo io la do a voi’. Come dà il mondo la pace? Costruendo un equilibrio di forze, fondato sulla paura, perché non ci si fida di nessuno. Comprendiamo certo che è benedetta anche la pace costruita così; però capiamo anche come sia disumano questo modo di muoversi. Gesù invece fonda la pace su fondamenti più consistenti: la giustizia, la verità, la libertà e l’amore. Sono questi i pilastri sui quali si può costruire una pace duratura, sostenibili con argomenti umani e secondo ragione che si possono condividere da parte di tutti. Questo non toglie che vi sia una marcia in più da parte di chi sa che dietro questi fondamenti c’è anche la grazia di Dio.

Pensiamo cosa vuol dire per la pace sociale nel nostro paese salvare la verità per esempio nelle conoscenze storiche, circa gli eventi che ci hanno messi insieme; pensiamo come sarà importante ricercare la verità autentica sull’origine dello Stato unitario che ci apprestiamo a celebrare. Questo perché la pace è un bene che preme a tutti, e non vogliamo che sia costruita sul tacere e non dire alcune cose, ma nel ricuperare la verità, la libertà, la giustizia e l’amore.

Ringrazio e saluto i Rioni per la loro partecipazione; saluto il Sig. Sindaco che è presente in questa bella circostanza. Chiediamo alla Vergine l’aiuto per la serenità delle famiglie della nostra città e diocesi, per quelle soprattutto che sono provate dalla malattia, dal dolore, dalla perdita del lavoro che cominciano ad esserci anche tra noi con problemi seri. Preghiamo perché anche in queste situazioni la nostra carità sia un segno di vicinanza e di conforto, e diventi lo strumento attraverso il quale la Vergine santa mostra di avere ascoltato le nostre preghiere.