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OMELIA per la DOMENICA delle PALME
Faenza - Basilica cattedrale, 9 aprile 2017
09-04-2017

La domenica delle palme, specie con il Vangelo della passione (cf Mt 26, 14-27), ci fa comprendere il dramma dell’uomo, la nostra tragedia. Gesù Cristo, che viene a salvare noi, bisognosi di redenzione – più volte ci ripetiamo che solo un Dio ci può cavare dai mali che ci colpiscono – viene rifiutato, anzi ucciso, per codardia, per scegliere una vita più libera, per possedere la vera civiltà, si dice.

Il nostro dramma – un dramma di dimensioni universali – sta proprio qui: respingere colui che dà salvezza e pienezza di vita, e che è la risurrezione; preferirgli ciò che è distruttivo, uccide la nostra coscienza, annienta la dignità, diminuisce la libertà, riduce le nostre feste alla esaltazione delle futilità se non del degrado umano.

Spesso siamo come il figliol prodigo che sceglie di andarsene di casa, in cerca di spazi più aperti e finisce in schiavitù, in povertà, a mangiare carrube, contendendole ai porci. Come lui sperperiamo le nostre ricchezze non investendole in ciò che vale di più e costruisce futuro. Codifichiamo la distruzione della vita, specie dei più piccoli, e ci ritroviamo ad essere popolo a rischio di estinzione, che non riesce a decollare economicamente. Interessa poco o niente la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, la si scimmiotta costruendo altre istituzioni innalzandole su una menzogna antropologica, e si pretende, giacché l’educazione e la cura degli anziani ha i suoi tempi, che il sistema di welfare sia sorretto da soggetti sociali stabili, capaci di durare nel tempo. Ci si ritrova, invece, con una società sempre più fragile moralmente e nei suoi legami affettivi.  Crediamo di avanzare nella civiltà e non si considera che senza ascoltare l’insegnamento di Gesù ci imbarbariamo, non c’è più entusiasmo di vivere, non ci sono più argini all’arbitrio.

Non smettiamo, allora, di essere discepoli di Cristo. Impariamo da Lui, uomo in piena comunione con Dio, ad amare, a procurarci pienezza di vita, donandoci al Padre e ai fratelli. Impariamo dal Figlio per eccellenza, la fedeltà, ad andare avanti, sino alla fine, costi quel che costi. La croce che Egli abbraccia e su cui viene crocifisso è segno di un dono totale, senza risparmio. È il prezzo della nostra crescita e della nostra speranza.

E, soprattutto, non tradiamo Gesù Cristo, e l’umanità nuova che egli ci guadagna col suo sangue, per trenta denari. Non lasciamoci occupare dal male, dalle lusinghe del subdolo tentatore, che ha conquistato il cuore di Giuda, sospingendolo al baratto. Abbiamo sentito proclamare: «Giuda andò dai capi dei sacerdoti e disse: “Quanto volete darmi perché io ve lo consegni”? E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù». 

Non barattiamo Cristo, Dio, per avere in cambio miseria, credendo di fare un affare. Qualche volta ci vendiamo e vendiamo i fratelli per meno di trenta denari. C’è qualcuno che crede, come si diceva poco fa, di fare grandi affari vendendo Cristo, rinnegandolo, mettendosi dalla parte di chi lo combatte. Guai a noi se facciamo nostro il mestiere di Satana, che invade Giuda e fa di tutto per distruggere l’opera di Dio, desolando le coscienze, spargendo il dubbio sulla fede, facendo credere che il Vangelo è cosa superata. 

Nei prossimi giorni della Settimana santa incontriamo davvero Gesù Cristo che vive la sua passione d’amore. Per partecipare al suo impegno di rinnovamento, al suo sacrificio, fermiamoci a pregare, a meditare. Cerchiamo di giungere a faccia a faccia con Lui. Dichiariamo la nostra disponibilità ad ascendere, a seguirlo nella strada dell’amore, per costruire una chiesa più unita nella comunione con Lui e nella sua missione, per costruire un mondo più fraterno, equo e pacifico. Ieri sera, a Fusignano, di fronte ai giovani che rinnovavano la loro professione di fede, ho letto il decreto con cui la nostra Diocesi indice il Sinodo dei Giovani. Preghiamo perché sia davvero momento di crescita nella testimonianza e nella missione, a gloria di Dio e del suo Regno.

OMELIA per le ESEQUIE di SUOR AGNESE GIOVANNETTI
Faenza - Convento delle Clarisse, 5 aprile 2017
05-04-2017

Cara Suor Agnese, con la tua improvvisa partenza, quasi in punta di piedi, in questo periodo di intensa preparazione alla Pasqua, ci dai l’opportunità di pensare ulteriormente a ciò che deve e dovrebbe essere la nostra esistenza in Cristo risorto.

Come ogni persona consacrata al Signore hai vissuto in profonda intimità con lo Sposo, con la sua opera di redenzione globale, di trasfigurazione di tutte le cose.

Specie, con la tua professione di insegnante di pedagogia, filosofia e storia, – una vocazione che le tue Superiore ti hanno affidato ! -, hai scolpito nell’animo delle allieve e degli allievi una sensibilità particolare per tutto ciò che di vero, di buono e di bello l’umanità deve saper germogliare e far fiorire, vivendo Cristo.

Lo spirito di povertà, in te instillato dai tuoi santi fondatori, san Francesco d’Assisi e santa Chiara, ti ha resa più disponibile e più obbediente, più ricettiva dello Spirito, serva ancor più fedele all’opera di umanizzazione di Colui che ci rende più noi stessi divinizzandoci.

La contemplazione, estasi d’amore verso Colui che incarnandosi eleva alla dignità di figli e di figlie di Dio, ti ha forgiata religiosa fedele, meticolosa nella perfezione delle pratiche quotidiane, assidua al colloquio col Padre. Ti ha formata ad un amore esigente, oblativo, sempre aperto all’accoglienza e alla cura di chi incontravi.

La tua vita religiosa, ricca di amore per Dio, per le tue sorelle, le tue allieve, è stata dedita non solo alla formazione della mente ma anche all’educazione alla fede, e del cuore. Ti ha vista modello di donna che crede, sull’esempio di Maria, Madre di Dio, in un nuovo umanesimo, in rinascimento delle persone e delle comunità. Quale donna e madre spirituale, che tiene fisso lo sguardo verso le cose di lassù, hai sollecitato tutti ad avere una visione delle cose e della vita entro prospettive di ascesa e di un futuro di speranza.

Cara Suor Agnese, ti ho incontrata per la prima volta, allorché, come nuovo vescovo, sono venuto per celebrare l’Eucaristia in questa chiesa, e ad incontrare la vostra bella comunità. Penso di non averti mai vista completamente in volto, perché ormai tutta curva, sorretta da un bastoncino, ma ho percepito dalle tue poche parole un’essenzialità e una verità di vita che raramente si incontrano. Subito, assieme alle tue sorelle, ti sei offerta a pregare per il vescovo e la sua mamma, divenuta gravemente ed irreparabilmente inferma.

Seppur nel nascondimento, lavorando nel campo a prima vista poco redditizio dell’educazione, ed anche dell’accompagnamento vocazionale, hai contribuito ad edificare la tua comunità e questa città nelle sue fondamenta morali e civili. Il Signore ti ricompensi.

Sappiamo come comunità credente che il nostro Redentore, come ci ha detto la prima Lettura, tratta dal Libro di Giobbe, è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere. Noi tutti qui presenti lo vedremo con te. Noi stessi lo contempleremo faccia a faccia (cf Gb 19, 1.23-27a). Il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, quando fissiamo lo sguardo sulle cose invisibili che sono eterne e che ci attendono (cf Cor 4, 14-5, 1).

Gioiamo ed esultiamo insieme, noi ancora su questa sponda terrena e tu, già pervenuta alla spiaggia del giorno senza tramonto, perché tutto ciò che il Padre ha dato al Figlio non andrà perso, ma verrà risuscitato nell’ultimo giorno.

Celebrando l’Eucaristia viviamo con te, e con tutti coloro che ci hanno preceduto nel segno della fede, in Colui che, incarnato, tiene unite in sé le due sponde della vita. Viviamo la comunione d’amore che stabilizza il nostro affetto per te e la tua continua vicinanza a noi.

In Dio, il Signore dei viventi, accompagna la tua comunità religiosa e questa diocesi.

OMELIA nel XX anniversario della morte del Servo di Dio DANIELE BADIALI.
Faenza - Basilica Cattedrale, 18 marzo 2017
18-03-2017

Al termine del cammino odierno sui luoghi di padre Daniele Badiali, servo di Dio, guardiamo ancora una volta a lui, perché ci ha insegnato ad amare il Signore Gesù sino a dare la vita per Lui. Don Daniele è stato ed è uno di noi, figlio di questa regione, ricca di persone ancorate alla terra e alla fede. Figura splendida, essenziale, come sono essenziali le famiglie semplici e solide del mondo da cui proveniva. La sua fede diventa sempre più radicata nella vita, contrassegnata da una ricerca a tratti inquieta e mai appagata, come quella dei profeti.
Era divenuto chiaro per lui, irrobustito nel dono, attraverso anche il servizio civile con la Caritas, che non si può essere felici da soli, rinchiusi nel proprio io. La propria vita va spesa, gettata come un seme nei solchi della terra, morendo a se stessi per dare frutto.
Caro don Daniele, grazie per questo! Per averci insegnato che si cresce, sulle orme di Cristo, percorrendo la strada della croce, ossia la strada dell’amore: un amore che non esita a farci sempre più di Dio e a svuotarci sino all’estremo. A don Daniele capitò di farlo, in maniera vertice, quando la jeep su cui viaggiava tra le Ande, assieme a sette giovani, tra i quali alcuni volontari italiani, fu bloccata da un malvivente. Questi voleva sequestrare la volontaria Rosanna Picozzi, per ottenere un riscatto. Don Daniele si oppose e offerse se stesso, dicendo: «Vado io». Due giorni dopo fu trovato ucciso. Aveva 35 anni. Ad una fine così drammatica era giunto preparato. Non ci arrivò comunque, a caso. La sua vita diventava ogni giorno sempre più intensa. Le ore di sonno  erano pochissime. Era come divorato dalla gente. Ai suoi amici confidava che si sentiva un prete ai primi passi del cammino d’amore, quel cammino che sfocia sulla croce, e che induce a vivere il dono di sé sino in fondo. Più di una volta parlava della morte e della necessità di non perdere tempo. S. Ecc. mons. Tarcisio Bertozzi, il vescovo di Faenza- Modigliana che lo mandò in Perù come sacerdote «fidei donum», ebbe modo di dire che padre Daniele, nell’ultimo tratto della sua vita, sembrava vivesse uno sviluppo spirituale molto veloce. A don Daniele non piaceva di perdere tempo. Viveva l’ansia di condurre i giovani e la gente a Cristo. Voleva vivere in piedi… tra gli ultimi, attendendo l’incontro con il Signore.
Grazie, allora, padre Daniele perché ci hai insegnato ad ascendere, ad affrettare il passo sul cammino dell’amore a Dio.
Cari giovani, come sapete, è nelle intenzioni della nostra Diocesi di celebrare un Sinodo dei giovani, con i giovani, per i giovani. Al centro di esso si porrà la bellezza dell’incontro con Gesù e l’impegno missionario che ne scaturisce. In quell’occasione verrà  presentata ai giovani, assieme ad altri insigni santi di questa Diocesi, anche la figura di padre Daniele, proprio per il suo grande slancio missionario. In una lettera del 18 giugno 1996 indirizzata a don Elio Tinti, allora rettore del Seminario regionale di Bologna, scrive: «Oggi più che mai sento che la vita si gioca o a favore di Dio o contro di Lui. E siamo noi cristiani con la nostra vita che dobbiamo saper morire per “salvare Dio”. È un’avventura dolorosissima ma bellissima, unica, che non oserei mai cambiare per tutto l’oro del mondo».
Sempre nello stesso anno – egli era ritornato in Italia per le gravi condizioni di salute di Mons. Bertozzi -, tenendo un’omelia in Seminario a Bologna, nella quale lancia ancora una volta il suo grido allarmato sul rischio che anche nelle nostre terre si «perda Dio», afferma: «Sento necessario un cambio forte nella trasmissione della fede. Le parole per tanti giovani scivolano nel vuoto. Tu devi essere la prova di Dio con la tua vita. A te è chiesto di essere santo […]». «Più che le campagne pubblicitarie serve la testimonianza personale, la gente deve vedere che ho un gran bisogno di Dio. Senza questo, le parole suonano come un inganno».
Don Daniele aveva chiaro il problema della trasmissione della fede. Un problema che si è acuito nel nostro territorio. Ribadiva l’insegnamento del beato Paolo VI, il quale soleva ripetere che la gente crede di più ai testimoni che non ai maestri. Ciò rimane vero anche oggi ed evidenzia l’urgenza di una comunicazione più pertinente della fede. Si tratta di una comunicazione che presuppone l’esperienza di un incontro profondo con Gesù, di una preghiera che non si riduca a vedere solo il proprio io, e non  Dio. Il vero missionario, quello più efficace, è colui che vive Gesù, dimora in Lui, colloquia con Lui, vive nell’intimità con Lui, l’Inviato per eccellenza del Padre.
Ringraziamo, allora, padre Daniele perché ci ha insegnato ad essere portatori di Cristo tra la gente, sapendolo incontrare e servire tra i poveri. Ringraziamolo per la sollecitazione ad essere assetati di Dio, a tenere vivo l’anelito missionario.
Il Vangelo odierno (cf Gv 4,5-42) suggerisce che se sappiamo incontrare Gesù e se sappiamo rispondere alla sua sete di essere amato, Egli ci darà se stesso, un’«acqua» che diventa sorgente inesauribile per la nostra vita e la nostra missione. Nella Messa di questa sera accogliamo il dono di Dio, alimentiamoci di Lui, per essere vita e cibo per i nostri fratelli.

OMELIA per la I domenica di QUARESIMA
Faenza - Basilica cattedrale, 5 marzo 2017
05-03-2017

Le tentazioni vinte da Gesù (cf Mt 6, 24-34), ritiratosi nel deserto prima della sua missione, riguardano anche noi. Ci vengono presentate dalla Chiesa, quando si comincia la Quaresima, periodo di conversione per eccellenza, per mostrare la via che dobbiamo percorrere per essere  sempre di più persone di Cristo, suoi, come Lui. Cosa bisogna fare per essere persone nuove, che cambiano il mondo, le sue logiche di consumismo materialista, di dominio dell’altro, di rifiuto di Dio, di venerazione del male? Purtroppo, anche tra i credenti, rimane sempre qualche angolo di venerazione del male. Esso, infatti, non è mai del tutto estirpato in radice, come quella gramigna che una volta strappata, rispunta sempre, perché rimangono le sue ramificazioni più profonde. Cosa bisogna fare per combattere il male e vincere col bene?
Per rinascere come persone vittoriose sul male imitiamo Gesù, compiamo le sue scelte, amiamo Dio, non noi stessi sopra ogni cosa.
Le tre tentazioni subite da Gesù vengono riproposte a noi per indicare il cammino di conversione, instaurando quasi un corpo a corpo con Satana. Questi, purtroppo esiste, e lo sperimentiamo continuamente, anche in noi. È lui che induce al male. Egli non smette di lavorare contro Cristo e di aggredire la sua Chiesa e le sue istituzioni, affinché siano indebolite da scandali, affinché alligni la divisione tra gli stessi credenti.
Prima tentazione per Gesù: «Dì che queste pietre diventino pane»! Gesù digiunava da tempo ed era affamato. Dà questa risposta: «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Per la vita dell’uomo il pane è importante, fondamentale. Lo stesso Gesù, di fronte alle folle affamate, compie il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Ma per vivere da veri uomini e da cristiani vi è qualcosa di più importante ed essenziale. Occorre ricercare un altro cibo di cui le persone hanno estremamente e sommamente bisogno: il cibo che è Dio, il bene più grande. Noi siamo fatti di corpo e di anima. Siamo un tutt’uno. Dobbiamo curare e nutrire  entrambi. Tra le due cose, però, ha il primato il nutrimento del nostro spirito, senza dimenticare, ovviamente, di alimentare il corpo. Mens sana in corpore sano, dicevano gli antichi. Chi mette al primo posto la coltivazione dello spirito, Dio – questo è un compito sempre attuale, all’inizio e durante la propria missione – si impegnerà, spronato dal Padre stesso, a servizio dei propri fratelli, procurerà per loro il pane, il vestito, si adopererà per creare le condizioni sociali, economiche, politiche e culturali perché possano vivere in piena libertà e possano crescere integralmente. Chi non ama Dio al di sopra delle cose materiali, della tecnica, della stessa cultura, rischia di costruire un mondo ove tutte queste cose, perché assolutizzate, diventano dispotiche nei confronti dell’uomo. Lo rendono schiavo, strumento o cosa.
Seconda tentazione: «Buttati giù dal pinnacolo del tempio, così potremo vedere uno stormo di angeli in volo che si precipita a salvarti». Il seduttore, Satana, vuole insegnare a Cristo a fare il Messia. Come? Mediante il sensazionalismo, compiendo miracoli a ogni piè sospinto per sbarlodire, per mostrare alla gente che Dio è suo schiavetto, è a suo servizio, per la sua gloria. Il tentatore antico vorrebbe portare la divisione in Dio stesso e cioè che Cristo non lavorasse per la gloria del Padre, per l’unità dell’uomo con Dio, con la comunità d’amore che è la Trinità. Ebbene, Gesù rifiuta di compiere miracoli per la propria gloria, strumentalizzando il Padre a proprio vantaggio. Quante volte anche noi operiamo nella Chiesa per la nostra gloria e non a vantaggio di Cristo e di Dio, per farli conoscere ed amare più di ogni altra cosa. Per i credenti, come avverte papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, può esistere il pericolo di cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana ed il benessere personale (cf n. 93). Ci può essere, cioè, un modo sottile di cercare i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo (cf Fil 2,21) e del Regno di Dio.
Terza tentazione: «Adorami! E ti darò tutto il potere del mondo». Nella sua esistenza, come Gesù, ogni persona deve scegliere tra il bene e il male, tra Dio e il Demonio, principio del male. Quante volte siamo posti di fronte all’urgenza di essere o di Dio o del principe del male. Quante volte siamo chiamati ad optare tra la vita che si vota al male, ossia alla logica del dominio e del potere sugli altri, e il servizio alla loro libertà e alla loro crescita umana e cristiana! In più occasioni siamo sollecitati a cedere a  mode o a menzogne, ammantate dalla parvenza di civiltà. Siamo sospinti ad assecondare la voglia di rispondere alla violenza con la violenza, di giustificare superficialmente il crimine dell’uccisione del nascituro, di elevare l’arbitrio a diritto, di vendere o comprare per tre denari il più debole, di approfittare della propria posizione per fare i propri interessi, di voler togliere la pagliuzza che è nell’occhio dell’altro, senza pensare alla trave che è nel nostro. Oggi abbiamo bisogno di persone coerenti, oneste, dedite spassionatamente al servizio altrui, con un cuore che non sia covo del sospetto, della malevolenza. Abbiamo urgente bisogno di «buoni cristiani ed onesti cittadini», ripeteva sovente don Bosco, che i faentini dicono di amare.
Il brano del Vangelo delle tentazioni e delle scelte di Gesù sia per tutto il periodo della Quaresima, ma non solo, un punto di riferimento costante, almeno come lo è il nostro telefonino, sempre consultato e ricercato se ce lo scordiamo da qualche parte. Solo sulla base delle scelte di Gesù, assunte nella nostra vita, potremo costruire un nuovo umanesimo, una nuova civiltà dell’amore. Tenendo fisso lo sguardo su Cristo potremo ascendere al monte là ove la sua croce mostra a noi l’umanità in piena comunione con il Padre, umanità trasfigurata a gloria di Dio.

OMELIA per il MERCOLEDI’ delle CENERI
01-03-2017

«Ritornate a me con tutto il cuore…». «Laceratevi il cuore e non le vesti» (cf Gl 2,12-18). L’invito del Signore, mediante il profeta Gioele, è rivolto ai singoli ma, in particolare, a tutto il popolo che abitava la terra di Giuda. Lo stesso invito del profeta vale anche per noi, popolo cristiano, che inizia il cammino quaresimale. Non esitiamo a convertirci. Incontrando il Signore sperimentiamo la gioia del suo perdono.
Per l’itinerario quaresimale la Chiesa, come peraltro suggerisce il vangelo di Matteo (cf Mt 6, 1-6.16-18) ci indica gli strumenti ascetici e pratici per percorrerlo con frutto: preghiera, penitenza (il digiuno), elemosina, ovvero le opere di carità. Sono tre pratiche per compiere un rinnovamento interiore e comunitario. I gesti esteriori possono cambiarci interiormente se sono compiuti per piacere a Dio, determinandoci a servirLo, con semplicità e generosità.
Il rito delle ceneri che compiremo a breve vuole proprio indurre alla conversione del cuore a Dio. L’imposizione delle ceneri, infatti, – con la doppia formula – «Convertitevi e credete al Vangelo», oppure: «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai» –  riveste un duplice significato: il primo relativo al cambiamento interiore, alla conversione e alla penitenza, mentre il secondo richiama la precarietà dell’umana condizione.
La Quaresima è per la Pasqua, per la trasfigurazione in Cristo della nostra esistenza. Non per una mortificazione e un’ascesi fine a se stesse. Siamo chiamati ad essere più intensamente di Cristo, suoi, combattendo, con  «armi» spirituali, il male, le passioni cattive, i vizi. L’uomo e il credente hanno sempre bisogno di essere purificati interiormente, di essere disintossicati dall’inquinamento del peccato e del male; di essere affrancati dalla schiavitù dell’egoismo; di essere resi più attenti e disponibili all’ascolto di Dio e al servizio dei fratelli. Tutto questo dobbiamo concretamente realizzarlo sia come membra della Chiesa sia come cittadini della polis.  In vista di ciò, Papa Francesco suggerisce una conversione spirituale, pastorale e pedagogica, mediante la sua Lettera apostolica Evangelium gaudium, che siamo impegnati a recepire come Diocesi intera.
Siamo sollecitati a vivere più intimamente uniti all’Inviato dal Padre, a Colui che si incarna nell’umanità per trasfigurarla secondo il disegno di Dio. La conversione ci è anche richiesta dall’Amoris laetitia con riferimento alla pastorale famigliare. Nella conversione stiamo cercando di mobilitare anche i giovani attraverso la preparazione del Sinodo dei giovani, con i giovani, per i giovani.
La conversione non deve essere considerata come un cambiamento astratto o solo come un mutamento di pensieri, che non ci coinvolge come costruttori di una Chiesa più missionaria e di una nuova società, più fraterna, giusta e pacifica.
All’inizio di una nuova Quaresima consentitemi si segnalare un’altra via privilegiata di conversione che abbiamo a disposizione, ma non sempre, per varie ragioni, la valorizziamo, ossia il sacramento della Riconciliazione. Mediante questo sacramento non solo riceviamo il perdono del Signore, a condizione che ci sia il pentimento e il desiderio di vivere più autenticamente come Gesù. Attraverso la riconciliazione con Gesù Cristo e i fratelli, ci è anche consentito di «imparare» di più Gesù Cristo, di viverlo più pienamente, di averne un’esperienza più profonda, quella dei suoi sentimenti, del suo essere tutto del Padre. La riconciliazione o la confessione, come eravamo abituati a dire fino a qualche tempo fa, è quel sacramento con il quale perveniamo ad essere sempre di più uomini in/di Cristo, al massimo grado della perfezione, ossia come persone in piena comunione con Dio, totalmente dediti al dono di noi stessi, alla lotta contro il male col bene, perdonando come Lui. Mediante la Riconciliazione diventiamo più compiutamente noi stessi, perché ordinati all’altro e, soprattutto, al veramente Altro, cioè a Dio-Amore in tre Persone.
Detto altrimenti, mediante il sacramento della riconciliazione, che ci assimila sempre di più a Cristo, Uomo-Dio, diveniamo gradualmente figli nel Figlio, un solo uomo (cf Gal 3,28), un solo «noi-di-persone-in-comunione» in Cristo.
Per quanto detto sin qui, la confessione deve apparirci come una via di crescita nella fede in Gesù, ma anche come una strada di auto-educazione, di maggior compenetrazione di noi con il  Missionario per eccellenza. Nel prossimo periodo quaresimale impegniamoci a convertirci, non solo guardando al volto del povero. Come ricorda papa Francesco nel suo Messaggio per la Quaresima, il volto del povero e dell’immigrato dev’essere sollecitazione a cambiare vita. Ogni Lazzaro in cui ci imbattiamo è occasione concreta, suggerisce il pontefice, per convertirsi, per essere maggiormente se stessi mediante il dono. Ma guardiamo anche direttamente al Cristo, al suo volto. Dialoghiamo con Lui. Conosciamolo di più, divenendo più suoi. È Lui, infatti, che ci salva e redime. È Lui che, ultimamente, ci consente di amarlo nel prossimo. Mediante l’Eucaristia nutriamoci di Cristo per essere come Lui dono pieno al Padre e al prossimo.

OMELIA per la FESTA di SAN PIER DAMIANI, patrono secondario della città e diocesi
Faenza - cattedrale, 21 febbraio 2017
21-02-2017

La Provvidenza ha dato a questa città e alla nostra Diocesi come patrono una grande personalità di studioso, di eremita, di uomo di Chiesa, il quale è oggi ricordato da tutti noi soprattutto perché fu innamorato di Cristo. Ne conserviamo le spoglie. Ed è avvenuto perché un’improvvisa malattia, che lo colse durante il viaggio di ritorno da Ravenna – ove si era recato per ristabilire la pace con l’Arcivescovo locale, che aveva appoggiato l’antipapa, provocando l’interdetto sulla città -, fu costretto a fermarsi a Faenza. Qui, nel monastero benedettino di Santa Maria Vecchia fuori porta, morì nella notte tra il 22 e il 23 febbraio del 1072. Le sue spoglie mortali vennero in seguito traslate in questo duomo, ove le vediamo e le veneriamo in uno degli altari laterali.

Cari fratelli e sorelle, è una grande grazia che nella nostra cattedrale abbiamo costantemente sotto gli occhi l’urna che contiene le reliquie insigni di una personalità così esuberante, ricca e complessa, come quella di san Pier Damiani. Egli fu, in particolare, un riformatore della Chiesa, con la sua parola, il suo esempio, la sua autorevolezza. Con il suo ardore, e attraverso le varie missioni che gli affidarono i papi, contribuì a renderla più evangelica, più missionaria, più degna del suo Fondatore, meno schiava del potere temporale. Il santo cardinale, che mai accettò volentieri di essere un porporato, tant’è che alla fine ottenne da papa Alessandro II di ritornare ad essere eremita, può essere considerato un modello di vita cristiana e di missionario.

La poliedricità e la significatività della sua persona per la Chiesa e il nostro tempo inducono a presentarne la bella figura, assieme a quella di altri santi faentini, ai nostri giovani, specie durante il prossimo Sinodo dedicato ad essi.

Ma occorre spiegare di più e meglio perché siamo indotti a guardare a san Pier Damiani come modello di credente e di testimone luminoso del Vangelo.

Penso che dobbiamo guardare a lui anzitutto perché nella sua vita seppe realizzare una felice sintesi tra vita eremitica, contemplativa e attività pastorale. È soprattutto di questo che noi – impegnati a far nuova la nostra Chiesa, mediante una conversione pastorale, quale ci è raccomandata da papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium –, abbiamo bisogno. Si può diventare comunicatori di una fede intensa se prima si è capaci di vivere intimamente con l’Inviato dal Padre, Gesù Cristo.

Sappiamo che san Pier Damiani fu eremita, anzi l’ultimo teorizzatore della vita eremitica nella Chiesa latina. Ma perché si è fatto eremita nel bel mezzo di una vita professionale che cominciava a dargli successo e un discreto tenore di vita? In lui era prepotente il desiderio di incarnare nella sua esistenza la radicalità evangelica, di amare Cristo sopra ogni cosa, senza riserve. Una simile spiritualità era, peraltro già felicemente omologata nella Regola di san Benedetto, che egli conosceva bene: «Nulla, assolutamente nulla, anteporre all’amore di Cristo».

Per realizzare il suo sogno spirituale, il rinomato maestro di arti liberali, sollecitato da due eremiti che egli aveva ospitato, entrò nell’eremo di Fonte Avellana. Dopo pochi anni è già priore e redige una Regola in cui sottolinea fortemente il «rigore dell’eremo». Questo doveva essere organizzato in modo tale da essere luogo di silenzio, preghiera, di prolungati ed austeri digiuni, di generosa carità e di obbedienza piena al priore. La vita eremitica era chiamata a condurre, attraverso soprattutto la meditazione della Sacra Scrittura, al colloquio con Dio, all’intimità con Lui. San Damiani giunse a definire la cella dell’eremo come «parlatorio ove Dio conversa con gli uomini».

Anche il semplice credente, che non è eremita, ha lo stesso fine. Per questo, Benedetto XVI, presentando la figura di san Pier Damiani nell’Udienza generale del 9 settembre 2009, ebbe a dire agli astanti: «Questo risulta importante oggi pure per noi, anche se non siamo monaci: saper fare silenzio in noi per ascoltare la voce di Dio, cercare, per così dire un “parlatorio” dove Dio parla con noi. Apprendere la Parola di Dio nella preghiera e nella meditazione è la strada della vita».

San Pier Damiani, che sostanzialmente fu un uomo di preghiera, di meditazione, di contemplazione, fu anche un fine teologo: un teologo che, però, non si estraniava dalla realtà quotidiana. Sapeva tradurre il dialogo d’amore della Trinità, che raggiungeva nell’estasi, e approfondiva con la ragione, nella vita comunitaria dei suoi eremi. Così, la sua meditazione sulla figura di Cristo crocifisso aveva riflessi pratici significativi. L’amore per la Croce di Cristo, a cui era dedicato l’eremo di Fonte Avellana, l’affascinava, e per lui era il principio, la cartina tornasole di una vita cristiana autentica. Soleva ripetere: «Non ama Cristo, chi non ama la croce di Cristo» (Sermo XVIII, 11, p. 117). Egli si qualificava così: «Petrus crucis Christi servorum famulus – Pietro servitore dei servitori della croce di Cristo» (Ep, 9, 1).

Come ricordato all’inizio, san Pier Damiani seppe raggiungere una meravigliosa sintesi fra vita eremitica e vita pastorale. L’intima unione con Cristo, l’amore per Lui, lo rese disponibile per la riforma della Chiesa, vincendo la sua ritrosia ad uscire dal monastero, obbedendo ai papi che lo incaricavano di missioni importanti. Egli desiderava che l’immagine di una Chiesa «santa ed immacolata», si incarnasse nella realtà del suo tempo. Non esitò a denunciare lo stato di corruzione esistente nei monasteri e tra il clero, a motivo, soprattutto della prassi del conferimento, da parte delle Autorità laiche, dell’investitura degli uffici ecclesiastici: diversi vescovi ed abati si comportavano da governatori dei propri sudditi più che da pastori d’anime.

Egli, dunque, si consumò, con lucida coerenza e grande severità, per la riforma della Chiesa e della vita cristiana. Donò tutte le sue energie spirituali e fisiche a Cristo e alla Chiesa, restando però sempre, come amava definirsi Pietro, ultimo servo dei monaci.

Partecipando all’Eucaristia, non dimentichiamo che la comunione con Cristo che muore e risorge impegna non solo i monaci, i preti e i vescovi, ma tutti i battezzati nel far nuove tutte le cose, a cominciare dalla propria vita, dalla stessa Chiesa

OMELIA per la festa di SAN SEVERO
San Severo di Cotignola, 1 febbraio 2017
01-02-2017

Cari fratelli e sorelle,
è la seconda volta che vengo qui per la festa patronale che onora san Severo. Sappiamo che fu il 12° vescovo di Ravenna, dopo Marcellino e prima di Liberio. Il suo nome compare tra i partecipanti al Concilio di Sardica (antico nome di Sofia in Bulgaria), tenutosi nel 342-343, nel quale si confermarono le decisioni del Concilio di Nicea, e cioè che Gesù Cristo è Figlio di Dio, non semplice uomo, creatura di Dio, con inizio nel tempo, come sosteneva Ario. Riaffermare la divinità di Gesù Cristo, Dio e uomo, era fondamentale per la fede dei credenti. Se Gesù non era Dio come poteva essere considerato Salvatore? Severo, dunque, partecipò con convinzione al Concilio di Sardica e si fece portatore e difensore del credo niceno nella sua predicazione e missione di vescovo.

La Parola di Dio odierna ci aiuta ad entrare nella missione di san Severo, vescovo di Ravenna, successore degli apostoli in questo territorio, che oggi, più che mai, ha bisogno di credenti tutti d’un pezzo, capaci di essere fedeli alla loro identità di cristiani, mantenendo un forte senso di appartenenza a Cristo e alla Chiesa. Come vescovo di Ravenna si impegnò a consolidare le comunità cristiane, rendendole nuclei generatori di una evangelizzazione incisiva e creatori di una nuova cultura.

Nel brano tratto dalla Lettera agli Ebrei (Eb 12, 4-7.11-15) deriva a noi l’incoraggiamento ad essere santi, a lottare contro il peccato incessantemente, ad accogliere la correzione del Signore e a non perderci d’animo quand’Egli, con il suo insegnamento, ci ammonisce, ci sollecita a cambiare, a convertirci. In sostanza, la Lettera agli Ebrei ci sprona ad essere fedeli alla nostra chiamata, e a non dimenticarci della nostra altissima vocazione: essere figli di Dio nel Figlio Gesù Cristo. Il credente non può dimenticare Gesù, la Parola, il Vangelo, ovvero la Buona Notizia. Purtroppo oggi, più di una volta, si preferisce a Gesù, al suo insegnamento, quanto viene proposto dalla cultura dominante, dai mass media, che spingono ad assolutizzare il proprio «io», il proprio punto di vista, sino a ritenersi padroni della verità, nel senso che si pensa di esserne i creatori, gli unici interpreti. Oggi le persone reputano di essere fonte e misura esclusive della verità. E così dimenticano quanto Dio, mediante Gesù, ci insegna sulla vita, sulla felicità (basta pensare alle beatitudini), sul dono di noi stessi, sulla relazionalità (cresciamo attraverso il dono di noi stessi), sul matrimonio, sul perdono, sulla libertà religiosa, sul primato da dare allo spirito, sulla comunione con Lui, sul nostro compimento umano in Lui, sulla risurrezione. È pericoloso per la vita cristiana, ma anche per la vita umana, che si giunga ad amare noi stessi sopra ogni cosa. Quando mettiamo noi stessi al posto di Dio e della sua Parola si cade nell’idolatria, nell’adorazione di noi stessi. Mettendo al posto di Dio noi stessi, i nostri pensieri, gli ordini di scuderia di questa o quella aggregazione a cui si appartiene, le mode culturali che non distinguono più i sessi, rischiamo di diventare schiavi delle cose, dei beni materiali, di idee storte, di noi stessi, eretti a metro di misura di tutto. 

La correzione del Signore come la possiamo riconoscere? Come avviene? 

Sicuramente mediante la parola dei fratelli e delle sorelle che ci vogliono bene (l’evangelista Matteo ci parla della correzione fraterna personale e comunitaria: Mt 18, 15-18), dei sacerdoti che ci spiegano e ci propongono la Parola di Dio, ma anche mediante la lettura del Vangelo, il confronto con esso, la considerazione che quanto Gesù ci prone – Lui Verità somma, che non può proporci menzogne o falsità – non è per il nostro danno o il nostro male, bensì per il nostro bene, per la nostra crescita piena in Lui. La correzione la possiamo ricevere anche frequentando il sacramento della Riconciliazione nel quale ci mettiamo cuore a cuore con Gesù, riconosciamo il nostro sbaglio e facciamo il proposito di correggerci, per diventare sempre più degni di Lui, sempre più liberi. Noi che, in certo modo, ci riteniamo degli habitué di Gesù, che consideriamo la nostra vita cristiana un dato già acquisito (padre, io non ho peccati da confessare), non dobbiamo considerare Gesù una presenza qualunque, una persona che vale meno delle altre. La frequentazione superficiale di Lui ci può rendere abitudinari e farci dimenticare la sua realtà divina, la sua Trascendenza. C’è il pericolo di declassarlo, di considerarlo alla pari di tutti gli altri, se non di meno, sicché ci si mette nella condizione dei suoi compaesani di cui ci ha parlato il Vangelo secondo Marco (cf Mc 6, 1-6), per i quali, giacché lo vedevano come un semplice membro del loro villaggio, uno del quartiere, si direbbe in una città, e basta, non poteva compiere prodigi.

Solo se riconosciamo Gesù per quello che è, ossia il nostro Salvatore e il nostro Tutto, possiamo cambiare e convertirci. Solo con l’aiuto dello Spirito santo, il Maestro che ci aiuta a conoscerlo per intero, Egli diventa il nostro metro di misura e ci consente di pronunciarci su ogni problema dell’esistenza di oggi con chiarezza, partendo dal suo insegnamento, senza fuggire di fronte alle responsabilità. Cari fratelli e sorelle, come cristiani, ossia persone che appartengono a Cristo, ogni giorno dobbiamo esigere da noi la conversione. Detto diversamente, dobbiamo essere dediti ad un lavoro interiore, ad una crescita spirituale incessante, mediante la preghiera, la meditazione della Parola, la comunione Eucaristica, il sacramento della Riconciliazione, l’accompagnamento spirituale ricercato. San Severo, nostro patrono, ci aiuti e ottenga per noi un continuo cambiamento in meglio, affinché Gesù viva pienamente in noi, con la sua statura morale e spirituale. La nostra vita spirituale non deve spegnersi o essere ridotta ad un lumicino. Una spiritualità intensa e coltivata è garanzia di una perenne giovinezza e del futuro di questa comunità.

OMELIA per la festa di SAN GIOVANNI BOSCO
Bologna - Cattedrale, 28 gennaio 2017
28-01-2017

Cari confratelli, cara Famiglia salesiana,
don Bosco visse in maniera emblematica le beatitudini che abbiamo sentito proclamare (cf Mt 5, 1-12a). In particolare, egli ebbe sete e fame di giustizia. Desiderò che la giustizia fosse realizzata nei confronti dei giovani che egli incontrò nella sua vita, in particolare i più poveri.
A fronte di ragazzi e giovani orfani ed immigrati dalle valli Piemontesi e dalle campagne verso la città di Torino, don Bosco reagì accogliendoli, offrendo una casa, istruzione, lavoro e Dio.
Ancora oggi molti giovani sono immigrati, né studiano né lavorano, sono tenuti ai margini della società e non sono inseriti nel mondo del lavoro con gravi danni non solo per il loro futuro ma di quello del Paese e della stessa Chiesa. Le nostre diocesi dell’Emilia Romagna, in vista di una presenza incisiva del cristianesimo, hanno bisogno di nuove generazioni di fedeli laici e di sacerdoti.
Rispetto ai problemi che affliggono i nostri giovani, ma anche le nostre comunità parrocchiali, don Bosco appare ancora estremamente attuale. Nella sua festa guardiamo a lui e impariamo. Nelle sue case e nei suoi Oratori egli educava con il metodo preventivo, incentrato sul trinomio pedagogico: ragione, religione, amorevolezza, molti giovani. Nelle sue scuole e nelle sue opere sono maturate per la Chiesa migliaia di vocazioni sacerdotali e religiose. Per la società civile preparava «buoni cristiani ed onesti cittadini». Detto diversamente, il santo piemontese, definito da Pio XII una delle glorie più grandi della Chiesa e dell’Italia,  ha offerto un contributo decisivo per il rinnovamento della Chiesa e della società.
Fermiamo l’attenzione sul fatto che la Chiesa ha, specie nei nostri territori, un estremo bisogno di giovani capaci di essere protagonisti nell’annuncio gioioso di Cristo e testimoni credibili del suo amore. Lo riconoscono i nostri vescovi e le nostre diocesi che registrano una preoccupante diminuzione delle vocazioni laicali, sacerdotali e religiose, per cui non si vede come nei prossimi anni si potrà far fronte al normale avvicendamento delle guide spirituali e agli impegni di umanizzazione delle istituzioni e della cultura, caratterizzata da un neoindividualismo radicale che distrugge i legami sociali e il fondamento del diritto. Lo ha riconosciuto la Chiesa universale attraverso il pontefice che ha programmato la celebrazione di un Sinodo dei vescovi avente per tema «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale». Tutta la Chiesa ha bisogno dei giovani, per coinvolgerli nella sua missione. La nuova evangelizzazione di cui i nostri territori sentono l’urgenza, come anche un mondo più giusto e fraterno, possono essere realizzati con l’apporto originale dei giovani, grazie al loro desiderio di cambiamento e alla loro generosità. Il prossimo Sinodo dei Vescovi come sta per essere pensato ed attuato è momento di grazia. Viviamo, allora, nelle nostre comunità parrocchiali, nelle nostre famiglie, nelle nostre scuole cattoliche e nelle nostre università questa opportunità con impegno, con coinvolgimento sincero. Sia davvero un’occasione per educare i nostri giovani ad una fede che diventa vita e si traduce in attività missionaria nei confronti dei coetanei, battezzati o no. Don Bosco aiutava i suoi giovani a divenire i primi missionari dei loro compagni. Basti pensare a san Domenico Savio, al quale affidava i ragazzi più turbolenti e monelli per insegnare a loro l’impegno, il rispetto delle regole della convivenza, l’amore a Gesù. Assieme ad altri giovani, tra i quali Michele Rua, che sarà il primo successore di don Bosco, fonda una società, chiamata «Compagnia dell’Immacolata». Una tale associazione univa i giovani più volonterosi, desiderosi di essere piccoli apostoli tra gli altri. Don Bosco consigliò di darsi un regolamento, che fu steso dallo stesso Domenico Savio. Nelle nostre parrocchie, nei nostri circoli od oratori siamo in grado di suscitare gruppi di giovani che, con l’animazione, si prefiggono di collaborare con il parroco e di avviare gli altri giovani all’incontro con Gesù Cristo, all’impegno nel sociale? I giovani che abbiamo nelle nostre associazioni e nei nostri ambienti crescono con un chiaro senso di appartenenza a Cristo e alla sua Chiesa? Sono giovani messi in grado di armonizzare fede e vita? I ragazzi e i giovani che frequentavano le case di don Bosco avevano di fronte un esempio nitidissimo. Don Bosco stesso, che mostrava con la parola e l’azione che per lui la cosa più importante era amare Gesù e, in Lui, amare intensamente loro, lavorando giorno e notte, facendosi maestro anche nei mestieri, divenendo «sindacato» quando lavoravano presso i vari datori di lavoro, incoraggiandoli a far parte di «società di mutuo soccorso». È significativa la testimonianza di don Orione, exallievo dell’Oratorio di Valdocco, ora santo, che rivolgendosi ai suoi chierici nel 1934, l’anno della canonizzazione di don Bosco così si espresse: «Ora vi dirò la ragione, il motivo, la causa per cui don Bosco si è fatto santo. Don Bosco si è fatto santo perché nutrì la sua vita di Dio, perché nutri la nostra vita di Dio. Alla sua scuola imparai che quel santo non ci riempiva la testa di sciocchezze, o di altro, ma ci nutriva di Dio, e nutriva se stesso di Dio, dello Spirito di Dio. Come la madre nutre se stessa per poi nutrire il proprio figliolo, così don Bosco nutrì se stesso di Dio per nutrire di Dio anche noi».
In questi tempi tutti, giovani e adulti, siamo sommersi nel mondo della comunicazione e gli educatori e le stesse comunità cristiane constatano che è diventato più difficile comunicare coi giovani. Essi si allontanano quando non trovano risposte vere alle loro domande più profonde. Gli stessi Lineamenti del prossimo Sinodo dei Vescovi suggeriscono di colmare il divario spesso esistente tra il linguaggio ecclesiale e quello dei giovani. Anche su questo versante, così cruciale per l’incontro con Gesù, don Bosco fu geniale e può essere per noi un faro. Egli per i suoi giovani divenne scrittore, editore. Sicuramente egli avrebbe valorizzato tutti i mezzi moderni di comunicazione da internet a facebook,  a twitter, a you tube, a instagram, al web. Nel contesto culturale del suo tempo egli si impegnò ad essere «missionario di verità», a favore di una cultura popolare umanista e religiosa.
Qualcuno ha definito don Bosco un autentico intellettuale di massa. Il noto semiologo Umberto Eco, scomparso tempo fa, ha percepito l’Oratorio organizzato da don Bosco come una macchina perfetta di comunicazione che gestisce in proprio, riutilizza e discute i messaggi provenienti dall’esterno. In tal modo, il progetto educativo dell’Oratorio nasceva stando nel mondo, divenendo però alternativo, non conformista, apportatore di innovazioni, considerate all’avanguardia per la sua epoca. Ecco, dunque, come comportarci in relazione ai mass media, che ci avvolgono con i loro messaggi e ci condizionano anche senza che ce ne accorgiamo, invitandoci ad essere spettatori passivi: fare delle nostre famiglie, delle nostre scuole, delle nostre associazioni, dei laboratori di una nuova cultura. Dovremmo seguire, su un altro piano,  ciò che gli Ordini mendicanti del Medioevo, francescani e domenicani, vollero fare con le università: istituire dei centri culturali ove si confrontavano e si illuminavano i grandi problemi con la luce del Vangelo, coniugando fede e vita. Certo, per riuscire in questo intento, per ridare giovinezza ad una società e ad una cultura che invecchia intellettualmente e spiritualmente, dobbiamo essere tutti più preparati rispetto ai gravi problemi dell’oggi: dall’eutanasia alle manipolazioni genetiche, dall’ideologia del gender alle unioni civili, al testamento biologico, alle cure palliative, alla libertà religiosa.  Ma, soprattutto, siamo chiamati ad uscire allo scoperto, a pronunciarci chiaramente, ad impegnarci per inscrivere nelle istituzioni i valori del Vangelo, come hanno saputo fare i cattolici del passato. Anche oggi c’è una carità della e nella verità, una carità pastorale ed intellettuale da esercitare, per illuminare le intelligenze ed accendere i cuori di amore per la verità, per forgiare nuove personalità, nuovi protagonisti nella vita sociale e politica, che non tengano la bocca chiusa quando sono accasati in conformazioni partitiche che non rispettano i diritti umani.
Non solo la Chiesa ha bisogno dei giovani, ma anche la società, la città, la cultura, la scienza, l’economia e la politica. I giovani costituiscono un potenziale di energie spirituali, umane e morali, davvero enorme, ma purtroppo sottovalutato e inutilizzato. Senza di essi è difficile il rinnovamento, non si può sperare in un futuro sicuro. Essi non debbono essere considerati buoni solo per il consumo, e non per la crescita. Come già accennato, don Bosco mal sopportava città e quartieri popolati da giovani allo sbando, a rischio, senza un’occupazione, istruzione e senza Dio.
Nel suo incontro con il mondo del lavoro a Torino, il 21 giugno del 2015, papa Francesco ha parlato di san Giovanni Bosco come di un gigante del metodo preventivo non solo nell’ambito pedagogico, ma anche in quello sociopolitico.[1] Il santo torinese insegnava che è possibile prevenire l’inequità e la violenza della società, promovendo la giustizia, ossia aiutando i giovani ad inserirsi nella società, offrendo loro l’istruzione necessaria per poter esercitare un mestiere o una professione.
Il mondo del lavoro contemporaneo è indubbiamente molto diverso rispetto a quello dell’Ottocento, epoca in cui visse don Bosco. E tuttavia, come ha osservato papa Francesco, la situazione della gioventù non è molto cambiata da allora. Molti in Italia, il 40 % circa è inoccupato, con il rischio di rimanere per sempre ai margini della società e dello sviluppo del Paese, senza potersi fare una famiglia e dare il proprio contributo al bene comune. Nell’incontro con la Famiglia salesiana, nella basilica di Maria Ausiliatrice, papa Francesco ha, pertanto,  sollecitato Salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice, cooperatori ed ex-allievi, ad andare incontro ai giovani abbandonati a se stessi, offrendo la possibilità di ricevere un’educazione e una formazione professionale sia pure di emergenza. In un momento di crisi come il nostro, può essere indispensabile indirizzare i giovani anche a mestieri d’urgenza,[2] che non richiedono anni di studio, ma si apprendono alla scuola di artigiani provetti o mediante corsi professionalizzanti di breve durata, organizzati ad hoc. Oggi si tende, lodevolmente, a realizzare le condizioni di un reddito di cittadinanza o di inclusione. Non bisogna dimenticare che ciò non deve avvenire favorendo la passività dei cittadini. È meglio, allora, investire di più sulle vie rappresentate dall’istruzione, dall’aggiornamento professionale e dalle politiche attive del lavoro.
Don Bosco ha, dunque, ancora molto da insegnare. In questa Eucaristia alimentiamo il nostro amore per Dio, per la Chiesa e per i giovani facendo comunione con Cristo, missionario d’amore tra di noi.

 


[1] Francesco, Discorso al mondo del lavoro (Torino, Piazzetta Reale, domenica, 21 giugno 2015).
[2] Francesco, Discorso a braccio ai Salesiani e alle Figlie di Maria Ausiliatrice (Basilica di Maria Ausiliatrice: domenica, 21 giugno 2015), acura di Asia News. Si veda anche FRANCESCO, Discorso a san Francisco de Quito (7 luglio 2015) in «L’Osservatore romano» (giovedì 9 luglio 2015), p. 8.

OMELIA per la CHIUSURA della SETTIMANA di preghiera per l’UNITA’ dei CRISTIANI
25-01-2017

Gli Atti degli Apostoli, scritti da Luca, ci presentano la memorabile conversione di san Paolo (At 9, 3-16), l’apostolo delle genti per eccellenza. A che cosa è dovuto il cambiamento radicale della sua vita? Dalla narrazione di Luca emerge che Paolo è stato trasformato in apostolo di Cristo non da un pensiero, da una dottrina ma da un evento, da un incontro imprevisto ed improvviso con il Risorto. Il Cristo gli appare come una luce sfolgorante che lo sbalza da cavallo, gli parla, lo cambia al punto da considerare insensato, spazzatura, tutto ciò che stava compiendo con furore contro la Chiesa e i cristiani (cf Fil 3, 7-8). Il fondamento della sua nuova vita e del suo apostolato è l’esperienza dell’incontro forte ed immediato con il Risorto, non tanto un processo psicologico, una maturazione lenta o un’evoluzione intellettuale e morale graduale del suo «io», il risultato di uno sforzo personale. La svolta data alla sua vita non è causata propriamente da Paolo stesso, bensì dall’esterno, da Cristo che lo fa cadere a terra con violenza e gli si manifesta, chiamandolo per nome e rimproverandolo: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Alla domanda di Paolo: «Chi sei, o Signore?», Cristo gli risponde: «Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti!». È Cristo Risorto che lo afferra e lo ferma sulla via di Damasco e a provocare in lui un radicale rinnovamento, a farlo vivere un’altra vita, al punto da fargli scrivere nella lettera ai Galati: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20).
È così che Paolo inizia ad essere apostolo, ministro della riconciliazione, annunciatore e testimone, «prigioniero» di Cristo. Sappiamo, però, che Paolo «impara» ad essere apostolo, a crescere come apostolo, nonostante l’immediatezza del suo rapporto con il Risorto, entrando nella comunione della Chiesa che perseguitava con ferocia. Si fa battezzare, vive in sintonia con  gli altri apostoli. Solo in questa comunione con tutti egli può essere vero apostolo, come scrive esplicitamente nella prima Lettera ai Corinzi: «Sia io che loro così predichiamo e così avete creduto» (15, 11). C’è un solo annuncio del Risorto, perché Cristo è uno solo. C’è una sola appartenenza primaria. È a Lui che si appartiene in primo luogo,  non ai vari annunciatori od apostoli. Non si può dire, come ammonisce lo stesso Paolo, «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «Io invece di Cefa», «E io di Cristo». E questo perché, spiega l’apostolo, non è Apollo, Cefa e Paolo a salvare, a battezzare, ma solo Cristo (1 Cor 1, 10-13.17). Il ministro della riconciliazione di Cristo, l’annunciatore non può vantarsi e mascherarsi come redentore, non può considerarsi un superapostolo come fanno taluni. Egli dev’essere umile e riconoscere la sua pochezza, il bisogno di essere egli stesso salvato da Cristo. Così l’apostolo si esprime a proposito di Cristo suo redentore: «Di Lui io mi vanterò! Di me stesso non mi vanterò, fuorché delle mie debolezze» (2 Cor 12, 5-6).
Non sempre nelle nostre comunità si tiene presente che l’opera evangelizzatrice dev’essere frutto di un incontro reale con Cristo, un incontro rinnovato, approfondito, permanente; dell’essere affascinati da Lui; di un lavoro apostolico comunitario, non individualistico. Occorre crescere nella comunione con Cristo, vivendo Lui, il suo Amore, sino ad esserne totalmente posseduti. Tutto questo è fondamentale anche per praticare un autentico ecumenismo. Le Chiese non debbono sostituirsi a Cristo e consegnarne solo una piccola parte agli uomini, ma debbono portare a Lui tutt’intero, alla condivisione della sua pienezza. Esse sono chiamate a far convergere i credenti nell’esperienza forte della comunione con Lui e tra le comunità. Unite in Cristo, partecipano alla sua stessa missione. Le divisioni rendono meno luminosa ed efficace la testimonianza a Cristo, perché le genti sono chiamate, in Gesù Cristo, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso ed unico corpo.
Si conclude oggi la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. “L’amore di Cristo ci spinge verso la riconciliazione” è il motto biblico che ci è stato proposto. Chi condivide l’amore di Cristo, ossia quell’amore che Egli ha avuto ed ha per noi, si trova ad essere sollecitato alla riconciliazione con i propri fratelli. Entra in quel movimento di comunione che Gesù ha vissuto e realizzato per noi: la comunione degli uomini con Dio e degli uomini tra di loro. La riconciliazione è dono di Gesù e sorgente di vita nuova tra i cristiani che si sono divisi. La comunione nello stesso amore di Cristo è la base per l’ecumenismo. Non esiste un vero ecumenismo senza crescere nell’amore di Cristo. Solo l’unità nell’amore di Cristo consente di essere un solo corpo e un solo spirito, di avere un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti (cf Ef 4, 4-6).
Nella nostre preghiere in questa Eucaristia mettiamo, dunque, l’intenzione di riconciliarci con i nostri fratelli cristiani, accrescendo l’amore a Cristo, convertendoci sempre di più ad esso, che ci unifica col Padre e tra di noi. Nella misura in cui ci lasciamo colmare dall’amore di Cristo potremo non solo compiere importanti passi di riconciliazione tra le chiese divise, ma diventare testimoni della riconciliazione in un mondo che ha bisogno di «ministri» di riconciliazione, che abbattano barriere, costruiscano ponti, facciano la pace. Con quanta più stretta comunione saremo uniti col Padre, col Verbo e con lo Spirito Santo, con tanta più intima e facile azione potremo accrescere la mutua fraternità.

OMELIA per la MESSA del POPOLI
Faenza - Basilica cattedrale, 14 gennaio 2017
14-01-2017

Cari fratelli e sorelle, celebriamo la Santa Messa dei popoli. Così è stata definita. È la S. Messa insieme a tutte le comunità cattoliche straniere che vivono nella nostra Diocesi.

Nella prima Lettura, tratta dal libro del profeta Isaia (cf Is 49, 3.5-6), si parla del compito del servo Israele, che prefigura Gesù Cristo, cioè anticipa in qualche modo quello che farà il Redentore. Cosa è chiamato a compiere il servo Israele? La sua missione non è solo quella di restaurare nell’unità le tribù disperse di Israele, ma anche di formare un nuovo popolo, il popolo di Dio, composto da tanti popoli battezzati, che portano la salvezza al mondo intero.

I popoli del mondo sono chiamati a formare, grazie a Cristo e in Lui, la famiglia di Dio. Dio vuole formarsi un popolo di santi (cf 1 Cor 1, 1-3). I santi non sono solo i singoli individui, ma tutti i popoli della terra, sicché il popolo di santi che Dio desidera è un popolo composto da popoli santi. Tutti i popoli sono destinati a essere santi, ossia sono chiamati a vivere immersi nella volontà di Dio, che li pensa e li vuole affratellati, e li rende capaci di amare come ama e perdona Dio, capaci di vincere il male col bene, di realizzare la giustizia e la pace.

Un unico Dio e Padre ed un’unica famiglia di popoli fratelli: questa è la prospettiva che attende l’umanità. Quale missione, quale stupenda realtà! Tanti linguaggi, una sola «grammatica comune», ovvero l’Amore. Tanti riti ma un solo ed identico sommo Sacerdote, Gesù Cristo. Siamo all’altezza del sogno di Dio sul mondo? Siamo in grado di essere comunità di popoli che si rispettano e si amano, accogliendosi, prendendosi cura gli uni degli altri, pensando e volendo il bene per gli altri, soprattutto pensando e volendo che tutti vivano in Cristo, umanità nuova, colui che toglie il peccato del mondo (cf Gv 1, 29-34)? Siamo consapevoli che siamo chiamati come popoli a togliere il peccato del mondo vivendo Cristo, in Lui?

Nel Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del rifugiato 2017 papa Francesco invita tutti a togliere il peccato dell’umanità nei confronti dei migranti minorenni, specialmente quelli soli. Per vivere come popoli santi, degni di essere famiglia di Dio, occorre prendersi cura dei fanciulli che sono tre volte indifesi perché minori, perché stranieri e perché inermi, quando per varie ragioni, sono forzati a vivere lontani dalla loro terra d’origine e separati dagli affetti familiari.

Come rispondere alla realtà dei fanciulli migranti, si domanda il pontefice? Innanzitutto, prendendo coscienza che i fanciulli sono persone e le persone sono più importanti delle cose. Il valore di ogni popolo e di ogni istituzione si misura sul modo in cui tratta la vita e la dignità dell’essere umano, soprattutto in condizioni di vulnerabilità, come nel caso dei minori migranti. In secondo luogo, occorre puntare sulla protezione, sull’integrazione e su soluzioni durature.

Poiché si deve adottare ogni possibile misura per garantire ai minori migranti protezione e difesa, è necessario: a) che gli immigrati, proprio per il bene dei loro bambini, collaborino sempre più strettamente con le comunità che li accolgono. «E’ importante che si attuino collaborazioni sempre più efficaci ed incisive, basate non solo sullo scambio di informazioni, ma anche sull’intensificazione di reti capaci di assicurare interventi tempestivi e capillari. Senza sottovalutare che la forza straordinaria delle comunità ecclesiali si rivela soprattutto quando vi è unità di preghiera e comunione nella fraternità»; b) lavorare per l’integrazione dei bambini e dei ragazzi migranti. Essi dipendono in tutto dalla comunità degli adulti. La condizione dei migranti minorenni è ancora più grave quando si trovano in stato di irregolarità o quando vengono assoldati dalla criminalità organizzata. Allora essi sono spesso destinati a centri di detenzione. Non è raro, infatti, che vengano arrestati e, poiché non hanno denaro per pagare la cauzione o il viaggio di ritorno, possono rimanere per lunghi periodi reclusi, esposti ad abusi e violenze di vario genere. In tali casi, il diritto degli Stati a gestire i flussi migratori e a salvaguardare il bene comune nazionale deve coniugarsi con il dovere di risolvere e di regolarizzare la posizione dei migranti minorenni, nel pieno rispetto della loro dignità e cercando di andare incontro alle loro esigenze, quando sono soli, ma anche a quelle dei loro genitori, per il bene dell’intero nucleo familiare; c) pensare a soluzioni durature. È assolutamente necessario, pertanto, affrontare nei Paesi d’origine le cause che provocano le migrazioni. Questo esige, come primo passo, l’impegno dell’intera Comunità internazionale ad estinguere i conflitti e le violenze che costringono le persone alla fuga. Inoltre, si impone una visione lungimirante, capace di prevedere programmi adeguati per le aree colpite da più gravi ingiustizie e instabilità, affinché a tutti sia garantito l’accesso allo sviluppo autentico, che promuova il bene di bambini e bambine, speranze dell’umanità.

Lavoriamo, dunque, insieme, con tutte le nostre istituzioni – parrocchie, famiglie, Caritas, associazioni di volontariato, AMI -, con tutti i nostri mezzi, con tutta la nostra intelligenza e tutto il nostro cuore, per essere popolo santo, che risplende per la vita buona e per le opere di giustizia, specie nei confronti dei più deboli. Là ove operiamo contribuiamo a realizzare una famiglia di popoli santi, ossia popoli che onorano la vita, dono di Dio, specie quella dei più deboli. Questa celebrazione eucaristica ci unifichi a Colui che è redentore, liberatore da ogni forma di male, re dell’Amore che trasfigura e affratella.