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OMELIA per la I domenica di QUARESIMA
Faenza - Basilica cattedrale, 5 marzo 2017
05-03-2017

Le tentazioni vinte da Gesù (cf Mt 6, 24-34), ritiratosi nel deserto prima della sua missione, riguardano anche noi. Ci vengono presentate dalla Chiesa, quando si comincia la Quaresima, periodo di conversione per eccellenza, per mostrare la via che dobbiamo percorrere per essere  sempre di più persone di Cristo, suoi, come Lui. Cosa bisogna fare per essere persone nuove, che cambiano il mondo, le sue logiche di consumismo materialista, di dominio dell’altro, di rifiuto di Dio, di venerazione del male? Purtroppo, anche tra i credenti, rimane sempre qualche angolo di venerazione del male. Esso, infatti, non è mai del tutto estirpato in radice, come quella gramigna che una volta strappata, rispunta sempre, perché rimangono le sue ramificazioni più profonde. Cosa bisogna fare per combattere il male e vincere col bene?
Per rinascere come persone vittoriose sul male imitiamo Gesù, compiamo le sue scelte, amiamo Dio, non noi stessi sopra ogni cosa.
Le tre tentazioni subite da Gesù vengono riproposte a noi per indicare il cammino di conversione, instaurando quasi un corpo a corpo con Satana. Questi, purtroppo esiste, e lo sperimentiamo continuamente, anche in noi. È lui che induce al male. Egli non smette di lavorare contro Cristo e di aggredire la sua Chiesa e le sue istituzioni, affinché siano indebolite da scandali, affinché alligni la divisione tra gli stessi credenti.
Prima tentazione per Gesù: «Dì che queste pietre diventino pane»! Gesù digiunava da tempo ed era affamato. Dà questa risposta: «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Per la vita dell’uomo il pane è importante, fondamentale. Lo stesso Gesù, di fronte alle folle affamate, compie il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Ma per vivere da veri uomini e da cristiani vi è qualcosa di più importante ed essenziale. Occorre ricercare un altro cibo di cui le persone hanno estremamente e sommamente bisogno: il cibo che è Dio, il bene più grande. Noi siamo fatti di corpo e di anima. Siamo un tutt’uno. Dobbiamo curare e nutrire  entrambi. Tra le due cose, però, ha il primato il nutrimento del nostro spirito, senza dimenticare, ovviamente, di alimentare il corpo. Mens sana in corpore sano, dicevano gli antichi. Chi mette al primo posto la coltivazione dello spirito, Dio – questo è un compito sempre attuale, all’inizio e durante la propria missione – si impegnerà, spronato dal Padre stesso, a servizio dei propri fratelli, procurerà per loro il pane, il vestito, si adopererà per creare le condizioni sociali, economiche, politiche e culturali perché possano vivere in piena libertà e possano crescere integralmente. Chi non ama Dio al di sopra delle cose materiali, della tecnica, della stessa cultura, rischia di costruire un mondo ove tutte queste cose, perché assolutizzate, diventano dispotiche nei confronti dell’uomo. Lo rendono schiavo, strumento o cosa.
Seconda tentazione: «Buttati giù dal pinnacolo del tempio, così potremo vedere uno stormo di angeli in volo che si precipita a salvarti». Il seduttore, Satana, vuole insegnare a Cristo a fare il Messia. Come? Mediante il sensazionalismo, compiendo miracoli a ogni piè sospinto per sbarlodire, per mostrare alla gente che Dio è suo schiavetto, è a suo servizio, per la sua gloria. Il tentatore antico vorrebbe portare la divisione in Dio stesso e cioè che Cristo non lavorasse per la gloria del Padre, per l’unità dell’uomo con Dio, con la comunità d’amore che è la Trinità. Ebbene, Gesù rifiuta di compiere miracoli per la propria gloria, strumentalizzando il Padre a proprio vantaggio. Quante volte anche noi operiamo nella Chiesa per la nostra gloria e non a vantaggio di Cristo e di Dio, per farli conoscere ed amare più di ogni altra cosa. Per i credenti, come avverte papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, può esistere il pericolo di cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana ed il benessere personale (cf n. 93). Ci può essere, cioè, un modo sottile di cercare i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo (cf Fil 2,21) e del Regno di Dio.
Terza tentazione: «Adorami! E ti darò tutto il potere del mondo». Nella sua esistenza, come Gesù, ogni persona deve scegliere tra il bene e il male, tra Dio e il Demonio, principio del male. Quante volte siamo posti di fronte all’urgenza di essere o di Dio o del principe del male. Quante volte siamo chiamati ad optare tra la vita che si vota al male, ossia alla logica del dominio e del potere sugli altri, e il servizio alla loro libertà e alla loro crescita umana e cristiana! In più occasioni siamo sollecitati a cedere a  mode o a menzogne, ammantate dalla parvenza di civiltà. Siamo sospinti ad assecondare la voglia di rispondere alla violenza con la violenza, di giustificare superficialmente il crimine dell’uccisione del nascituro, di elevare l’arbitrio a diritto, di vendere o comprare per tre denari il più debole, di approfittare della propria posizione per fare i propri interessi, di voler togliere la pagliuzza che è nell’occhio dell’altro, senza pensare alla trave che è nel nostro. Oggi abbiamo bisogno di persone coerenti, oneste, dedite spassionatamente al servizio altrui, con un cuore che non sia covo del sospetto, della malevolenza. Abbiamo urgente bisogno di «buoni cristiani ed onesti cittadini», ripeteva sovente don Bosco, che i faentini dicono di amare.
Il brano del Vangelo delle tentazioni e delle scelte di Gesù sia per tutto il periodo della Quaresima, ma non solo, un punto di riferimento costante, almeno come lo è il nostro telefonino, sempre consultato e ricercato se ce lo scordiamo da qualche parte. Solo sulla base delle scelte di Gesù, assunte nella nostra vita, potremo costruire un nuovo umanesimo, una nuova civiltà dell’amore. Tenendo fisso lo sguardo su Cristo potremo ascendere al monte là ove la sua croce mostra a noi l’umanità in piena comunione con il Padre, umanità trasfigurata a gloria di Dio.

OMELIA per il MERCOLEDI’ delle CENERI
01-03-2017

«Ritornate a me con tutto il cuore…». «Laceratevi il cuore e non le vesti» (cf Gl 2,12-18). L’invito del Signore, mediante il profeta Gioele, è rivolto ai singoli ma, in particolare, a tutto il popolo che abitava la terra di Giuda. Lo stesso invito del profeta vale anche per noi, popolo cristiano, che inizia il cammino quaresimale. Non esitiamo a convertirci. Incontrando il Signore sperimentiamo la gioia del suo perdono.
Per l’itinerario quaresimale la Chiesa, come peraltro suggerisce il vangelo di Matteo (cf Mt 6, 1-6.16-18) ci indica gli strumenti ascetici e pratici per percorrerlo con frutto: preghiera, penitenza (il digiuno), elemosina, ovvero le opere di carità. Sono tre pratiche per compiere un rinnovamento interiore e comunitario. I gesti esteriori possono cambiarci interiormente se sono compiuti per piacere a Dio, determinandoci a servirLo, con semplicità e generosità.
Il rito delle ceneri che compiremo a breve vuole proprio indurre alla conversione del cuore a Dio. L’imposizione delle ceneri, infatti, – con la doppia formula – «Convertitevi e credete al Vangelo», oppure: «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai» –  riveste un duplice significato: il primo relativo al cambiamento interiore, alla conversione e alla penitenza, mentre il secondo richiama la precarietà dell’umana condizione.
La Quaresima è per la Pasqua, per la trasfigurazione in Cristo della nostra esistenza. Non per una mortificazione e un’ascesi fine a se stesse. Siamo chiamati ad essere più intensamente di Cristo, suoi, combattendo, con  «armi» spirituali, il male, le passioni cattive, i vizi. L’uomo e il credente hanno sempre bisogno di essere purificati interiormente, di essere disintossicati dall’inquinamento del peccato e del male; di essere affrancati dalla schiavitù dell’egoismo; di essere resi più attenti e disponibili all’ascolto di Dio e al servizio dei fratelli. Tutto questo dobbiamo concretamente realizzarlo sia come membra della Chiesa sia come cittadini della polis.  In vista di ciò, Papa Francesco suggerisce una conversione spirituale, pastorale e pedagogica, mediante la sua Lettera apostolica Evangelium gaudium, che siamo impegnati a recepire come Diocesi intera.
Siamo sollecitati a vivere più intimamente uniti all’Inviato dal Padre, a Colui che si incarna nell’umanità per trasfigurarla secondo il disegno di Dio. La conversione ci è anche richiesta dall’Amoris laetitia con riferimento alla pastorale famigliare. Nella conversione stiamo cercando di mobilitare anche i giovani attraverso la preparazione del Sinodo dei giovani, con i giovani, per i giovani.
La conversione non deve essere considerata come un cambiamento astratto o solo come un mutamento di pensieri, che non ci coinvolge come costruttori di una Chiesa più missionaria e di una nuova società, più fraterna, giusta e pacifica.
All’inizio di una nuova Quaresima consentitemi si segnalare un’altra via privilegiata di conversione che abbiamo a disposizione, ma non sempre, per varie ragioni, la valorizziamo, ossia il sacramento della Riconciliazione. Mediante questo sacramento non solo riceviamo il perdono del Signore, a condizione che ci sia il pentimento e il desiderio di vivere più autenticamente come Gesù. Attraverso la riconciliazione con Gesù Cristo e i fratelli, ci è anche consentito di «imparare» di più Gesù Cristo, di viverlo più pienamente, di averne un’esperienza più profonda, quella dei suoi sentimenti, del suo essere tutto del Padre. La riconciliazione o la confessione, come eravamo abituati a dire fino a qualche tempo fa, è quel sacramento con il quale perveniamo ad essere sempre di più uomini in/di Cristo, al massimo grado della perfezione, ossia come persone in piena comunione con Dio, totalmente dediti al dono di noi stessi, alla lotta contro il male col bene, perdonando come Lui. Mediante la Riconciliazione diventiamo più compiutamente noi stessi, perché ordinati all’altro e, soprattutto, al veramente Altro, cioè a Dio-Amore in tre Persone.
Detto altrimenti, mediante il sacramento della riconciliazione, che ci assimila sempre di più a Cristo, Uomo-Dio, diveniamo gradualmente figli nel Figlio, un solo uomo (cf Gal 3,28), un solo «noi-di-persone-in-comunione» in Cristo.
Per quanto detto sin qui, la confessione deve apparirci come una via di crescita nella fede in Gesù, ma anche come una strada di auto-educazione, di maggior compenetrazione di noi con il  Missionario per eccellenza. Nel prossimo periodo quaresimale impegniamoci a convertirci, non solo guardando al volto del povero. Come ricorda papa Francesco nel suo Messaggio per la Quaresima, il volto del povero e dell’immigrato dev’essere sollecitazione a cambiare vita. Ogni Lazzaro in cui ci imbattiamo è occasione concreta, suggerisce il pontefice, per convertirsi, per essere maggiormente se stessi mediante il dono. Ma guardiamo anche direttamente al Cristo, al suo volto. Dialoghiamo con Lui. Conosciamolo di più, divenendo più suoi. È Lui, infatti, che ci salva e redime. È Lui che, ultimamente, ci consente di amarlo nel prossimo. Mediante l’Eucaristia nutriamoci di Cristo per essere come Lui dono pieno al Padre e al prossimo.

OMELIA per la FESTA di SAN PIER DAMIANI, patrono secondario della città e diocesi
Faenza - cattedrale, 21 febbraio 2017
21-02-2017

La Provvidenza ha dato a questa città e alla nostra Diocesi come patrono una grande personalità di studioso, di eremita, di uomo di Chiesa, il quale è oggi ricordato da tutti noi soprattutto perché fu innamorato di Cristo. Ne conserviamo le spoglie. Ed è avvenuto perché un’improvvisa malattia, che lo colse durante il viaggio di ritorno da Ravenna – ove si era recato per ristabilire la pace con l’Arcivescovo locale, che aveva appoggiato l’antipapa, provocando l’interdetto sulla città -, fu costretto a fermarsi a Faenza. Qui, nel monastero benedettino di Santa Maria Vecchia fuori porta, morì nella notte tra il 22 e il 23 febbraio del 1072. Le sue spoglie mortali vennero in seguito traslate in questo duomo, ove le vediamo e le veneriamo in uno degli altari laterali.

Cari fratelli e sorelle, è una grande grazia che nella nostra cattedrale abbiamo costantemente sotto gli occhi l’urna che contiene le reliquie insigni di una personalità così esuberante, ricca e complessa, come quella di san Pier Damiani. Egli fu, in particolare, un riformatore della Chiesa, con la sua parola, il suo esempio, la sua autorevolezza. Con il suo ardore, e attraverso le varie missioni che gli affidarono i papi, contribuì a renderla più evangelica, più missionaria, più degna del suo Fondatore, meno schiava del potere temporale. Il santo cardinale, che mai accettò volentieri di essere un porporato, tant’è che alla fine ottenne da papa Alessandro II di ritornare ad essere eremita, può essere considerato un modello di vita cristiana e di missionario.

La poliedricità e la significatività della sua persona per la Chiesa e il nostro tempo inducono a presentarne la bella figura, assieme a quella di altri santi faentini, ai nostri giovani, specie durante il prossimo Sinodo dedicato ad essi.

Ma occorre spiegare di più e meglio perché siamo indotti a guardare a san Pier Damiani come modello di credente e di testimone luminoso del Vangelo.

Penso che dobbiamo guardare a lui anzitutto perché nella sua vita seppe realizzare una felice sintesi tra vita eremitica, contemplativa e attività pastorale. È soprattutto di questo che noi – impegnati a far nuova la nostra Chiesa, mediante una conversione pastorale, quale ci è raccomandata da papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium –, abbiamo bisogno. Si può diventare comunicatori di una fede intensa se prima si è capaci di vivere intimamente con l’Inviato dal Padre, Gesù Cristo.

Sappiamo che san Pier Damiani fu eremita, anzi l’ultimo teorizzatore della vita eremitica nella Chiesa latina. Ma perché si è fatto eremita nel bel mezzo di una vita professionale che cominciava a dargli successo e un discreto tenore di vita? In lui era prepotente il desiderio di incarnare nella sua esistenza la radicalità evangelica, di amare Cristo sopra ogni cosa, senza riserve. Una simile spiritualità era, peraltro già felicemente omologata nella Regola di san Benedetto, che egli conosceva bene: «Nulla, assolutamente nulla, anteporre all’amore di Cristo».

Per realizzare il suo sogno spirituale, il rinomato maestro di arti liberali, sollecitato da due eremiti che egli aveva ospitato, entrò nell’eremo di Fonte Avellana. Dopo pochi anni è già priore e redige una Regola in cui sottolinea fortemente il «rigore dell’eremo». Questo doveva essere organizzato in modo tale da essere luogo di silenzio, preghiera, di prolungati ed austeri digiuni, di generosa carità e di obbedienza piena al priore. La vita eremitica era chiamata a condurre, attraverso soprattutto la meditazione della Sacra Scrittura, al colloquio con Dio, all’intimità con Lui. San Damiani giunse a definire la cella dell’eremo come «parlatorio ove Dio conversa con gli uomini».

Anche il semplice credente, che non è eremita, ha lo stesso fine. Per questo, Benedetto XVI, presentando la figura di san Pier Damiani nell’Udienza generale del 9 settembre 2009, ebbe a dire agli astanti: «Questo risulta importante oggi pure per noi, anche se non siamo monaci: saper fare silenzio in noi per ascoltare la voce di Dio, cercare, per così dire un “parlatorio” dove Dio parla con noi. Apprendere la Parola di Dio nella preghiera e nella meditazione è la strada della vita».

San Pier Damiani, che sostanzialmente fu un uomo di preghiera, di meditazione, di contemplazione, fu anche un fine teologo: un teologo che, però, non si estraniava dalla realtà quotidiana. Sapeva tradurre il dialogo d’amore della Trinità, che raggiungeva nell’estasi, e approfondiva con la ragione, nella vita comunitaria dei suoi eremi. Così, la sua meditazione sulla figura di Cristo crocifisso aveva riflessi pratici significativi. L’amore per la Croce di Cristo, a cui era dedicato l’eremo di Fonte Avellana, l’affascinava, e per lui era il principio, la cartina tornasole di una vita cristiana autentica. Soleva ripetere: «Non ama Cristo, chi non ama la croce di Cristo» (Sermo XVIII, 11, p. 117). Egli si qualificava così: «Petrus crucis Christi servorum famulus – Pietro servitore dei servitori della croce di Cristo» (Ep, 9, 1).

Come ricordato all’inizio, san Pier Damiani seppe raggiungere una meravigliosa sintesi fra vita eremitica e vita pastorale. L’intima unione con Cristo, l’amore per Lui, lo rese disponibile per la riforma della Chiesa, vincendo la sua ritrosia ad uscire dal monastero, obbedendo ai papi che lo incaricavano di missioni importanti. Egli desiderava che l’immagine di una Chiesa «santa ed immacolata», si incarnasse nella realtà del suo tempo. Non esitò a denunciare lo stato di corruzione esistente nei monasteri e tra il clero, a motivo, soprattutto della prassi del conferimento, da parte delle Autorità laiche, dell’investitura degli uffici ecclesiastici: diversi vescovi ed abati si comportavano da governatori dei propri sudditi più che da pastori d’anime.

Egli, dunque, si consumò, con lucida coerenza e grande severità, per la riforma della Chiesa e della vita cristiana. Donò tutte le sue energie spirituali e fisiche a Cristo e alla Chiesa, restando però sempre, come amava definirsi Pietro, ultimo servo dei monaci.

Partecipando all’Eucaristia, non dimentichiamo che la comunione con Cristo che muore e risorge impegna non solo i monaci, i preti e i vescovi, ma tutti i battezzati nel far nuove tutte le cose, a cominciare dalla propria vita, dalla stessa Chiesa

Intervento alla XVI Assemblea diocesana di Azione Cattolica
Errano, 19 febbraio 2017
19-02-2017

Carissimi, in questa 16.a Assemblea diocesana dell’AC, il mio più sentito saluto a tutti voi. E subito il mio ringraziamento per l’impegno profuso dalla vostra Associazione nelle parrocchie e nella Diocesi di Faenza-Modigliana, a servizio dell’evangelizzazione. Ringrazio, in particolare, coloro che – dalla Presidente diocesana ai Presidenti parrocchiali – hanno avuto una responsabilità apicale di coordinamento e di animazione, ma anche i singoli associati per la loro testimonianza cristiana nei vari luoghi di vita. Non intendo escludere dal ringraziamento gli Assistenti. Formulo i più fervidi e cordiali auguri alla futura dirigenza, per chi sarà Presidente diocesano, scelto o scelta da una terna di nomi, come previsto dal vostro Statuto, sottoposta al vescovo.

La verifica del cammino triennale già trascorso aiuterà sicuramente il rilancio del vostro prossimo compito di servizio alla Chiesa locale, in uno spirito di comunione col Vescovo e le altre componenti della comunità cristiana. Sarò contento, dopo la proclamazione dei nuovi Presidenti parrocchiali, che sarà fatta più avanti, di dare a loro il mandato, di durata triennale, come segno anche della loro stretta collaborazione con il vescovo.

Una guida – oltre alla vostra bella e gloriosa tradizione faentina – la offre l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (=EG), che tutte le diocesi italiane, ma non solo, sono dedite a recepire e a tradurre in vita apostolica, mediante una coraggiosa conversione pastorale, in uno slancio missionario, caratterizzato dalla gioia del Vangelo. Secondo papa Francesco occorre entrare decisamente in una nuova tappa evangelizzatrice. Si tratta di un’evangelizzazione che deve compiersi nella sinodalità, respirando con due polmoni – parrocchia e diocesi, diocesi e Chiesa universale -, operando su due versanti, ad intra e ad extra della Chiesa stessa. Questa è comunione con Cristo e tra noi, in vista della missione, ossia è comunità permanentemente «in uscita».

Non bisogna dimenticare che l’evangelizzazione include una dimensione sociale, come ha ampiamente illustrato papa Francesco nell’EG, specie nel IV capitolo. Non ci può essere una Chiesa a metà, come anche il laicato non può essere impegnato solo ad intra e non ad extra.

Nell’EG il pontefice invita i christifideles laici a non rinunciare, in particolare, al realismo della dimensione sociale del Vangelo (cf EG n. 88). Non bisogna promuovere, allora, né un laicato affetto da una sorta di complesso di inferiorità, che conduce a relativizzare o ad occultare la sua identità cristiana e le sue convinzioni (cf EG n. 79); né laici poco propensi a dedicarsi alle parrocchie (cf EG n. 81), e, invece, maggiormente dediti ad una difesa ossessionata del loro tempo e della loro gloria personali (cf EG n. 93); né un laicato che ha la pretesa di «dominare» lo spazio della Chiesa (cf EG n. 95); nemmeno un laicato «introverso», poco propenso ad un impegno di incarnazione dei valori cristiani nel sociale (cf EG n. 102).

In questo periodo l’AC si è consacrata, assieme a tutte le altre componenti ecclesiali, alla ricezione dell’EG. Pertanto, sta già riflettendo su quale tipo di laicato occorre oggi investire, in linea con gli insegnamenti di papa Francesco. Proprio per questo non mi dilungo nel discorso e nemmeno sul tipo di Chiesa che egli ci propone.

In vista della preparazione, organizzazione, celebrazione ed attuazione del futuro Sinodo dei giovani, con i giovani, per i giovani, l’AC si è già mobilitata. Anche in questo caso essa continuerà ad offrire il suo specifico contributo, a partire dalla partecipazione nella Consulta giovanile, da poco istituita, in vista del raggiungimento degli obiettivi sinodali. Non è inutile richiamarne qui alcuni:

  1. divenire protagonisti nel rinnovamento e nella costruzione della comunità ecclesiale, scegliendo gradualmente il proprio ministero, assumendo responsabilità nella catechesi, nell’esercizio della carità, nella amministrazione dei beni ecclesiastici, nelle varie branchie della pastorale (vocazionale, giovanile, missionaria, culturale, famigliare, sanitaria, scolastica, sociale, massmediatica, ecc.) alla quale corrispondono vari Uffici o Centri della Diocesi, che peraltro sono in fase di revisione;

  2. divenire gradualmente protagonisti e costruttori della società secondo lo spirito del Vangelo, il principio dell’incarnazione, la testimonianza della vita e l’azione. Il credente è chiamato a confessare la sua fede anche nel sociale. La redenzione di Cristo, infatti, ha inevitabilmente una dimensione e un significato sociali. Grazie alla sua incarnazione, che assume tutto l’uomo, Cristo non redime solo la vita interiore e il singolo ma anche le relazioni sociali tra gli uomini e i popoli (cf Evangelii gaudium, n. 178).

Come avete sentito, tra gli obiettivi vi è quello di aiutare i giovani a divenire anche protagonisti di una nuova evangelizzazione del sociale. E, quindi, occorre, come ha detto recentemente il vostro Presidente Matteo Truffelli, in un’intervista ad «Avvenire», non tanto fare dei giovani un oggetto di studio quanto piuttosto mettersi al loro fianco per interpellarli e invitarli ad assumersi le loro responsabilità. I giovani non sono solo il futuro di qualcosa, ma il presente della Chiesa e del mondo. L’auspicio è, allora, che la Chiesa intera sappia mettersi in ascolto di queste vite e, quindi, in discussione circa la sua attuale pastorale giovanile, soprattutto del post-cresima. Va rivisto l’impegno pedagogico e l’opera di orientamento vocazionale e di accompagnamento, entrambi frutto di una sinergia tra vari soggetti, non esclusi gli assistenti e i sacerdoti, i quali sono imprescindibili per la formazione cristiana.

Occorre puntare a che i nostri giovani, affascinati da Cristo, diventino gradualmente abili ed efficaci comunicatori della fede ad altri giovani, a partire da una vita che è luce e che irradia Gesù, incontrato ed amato. Non basta che siano provetti comunicatori, occorre che siano esperti della vita cristiana, dell’umano redento e trasfigurato, ossia persone nelle quali la fede si traduce in vita, in opere, come è avvenuto in diversi giovani dell’AC, alcuni dei quali sono pervenuti alla venerabilità e alla santità.

Gli obiettivi del futuro Sinodo diocesano sono senz’altro omogenei con la natura ecclesiale, educativa e missionaria dell’AC. Pertanto è da immaginare una sintonia ed una sinergia davvero più intense tra le comunità parrocchiali, diocesana e l’AC. La fraternità collaborante, in questi anni di impegno missionario, sarà il segno distintivo di un’«uscita evangelizzatrice» compiuta assieme, pensando al futuro del Vangelo in questo territorio. Non possiamo tardare a formare nuove generazioni di credenti, per il bene della Chiesa e della società civile. Gioverà una cura particolare sul piano spirituale, perché l’appartenenza a Cristo non sia nominale o formale, ma si radichi nella vita, nelle scelte e nella cultura, oltre che nelle istituzioni. Sorreggerà la convinzione che incontrare, conoscere ed amare Cristo è un diritto di tutti, compresi coloro che, mediante i lunghi viaggi della speranza, giungono da noi, spogliati di tutto.

L’AC sia davvero un’associazione radicata nel futuro. Cristo ci abbraccia e ci pervade per intero, perché egli è lo «stesso ieri, oggi, e per sempre» (Eb 13,8). Egli ci attende, risorto e glorioso, alla destra del Padre. Il futuro rappresenta il traguardo del nostro compimento in Lui, nella pienezza della sua statura morale e spirituale. E lo rappresenta perché siamo già innestati in Cristo. Esso, pertanto, indica una direzione, un anelito, un compito, una progettualità, aperta al trascendente. Viviamo con lo sguardo proteso verso le cose di lassù, la Gerusalemme celeste.

Di nuovo tante grazie e tanti auguri per i vostri lavori, per l’agenda del prossimo triennio. Dio vi benedica, a sua maggior gloria!

Consulta diocesana e Sinodo dei Giovani
Intervento di mons. Vescovo ai lavori di apertura della Consulta diocesana dei giovani
12-02-2017

È bello incontrarvi e stare con voi, con la Consulta dei giovani della nostra Diocesi
Siete stati costituiti in Consulta:

  • per iniziare a vivere un PROGETTO entusiasmante, in particolare per preparare il Sinodo dei giovani;
  • ma, prima di tutto, per essere e vivere nella Gioia di un INCONTRO unico – quello con Gesù Cristo, il Signore della vita e della gioia – che trasfigura la nostra esistenza e che «abilita» nel far incontrare Gesù Cristo;
  • per divenire moltiplicatori della gioia di vivere insieme con Lui e con i giovani, ascoltandoli, formando una comunione, una famiglia, un popolo nuovo: divenendo, cioè, sempre più protagonisti della comunità che è la Chiesa e della costruzione di una nuova società.

Dunque, iniziate un cammino. Sarete in cammino, per essere Chiesa giovane che diventa più capace di incontrare e comunicare con i giovani, per aiutarli a realizzare pienamente la loro gioia in Gesù, Uomo Nuovo perché Uomo-Dio.
Alcune precondizioni in vista del futuro Sinodo, di cui sarete informati sulla sua natura, sul suo inizio e sul suo svolgimento:

  1. rinnovare, rivivere il proprio incontro con Gesù, approfondirlo, per essere sempre più suoi, per «dimorare», per «vivere» Lui, la sua passione per Dio e per l’uomo, la sua voglia di cambiare i cuori, le teste e il mondo;
  2. essere in dialogo, in amicizia con i propri compagni, anche con i giovani non credenti, per capire le loro domande, per cogliere i loro desideri più profondi, per aiutarli a trovare risposte che costruiscono la loro gioia di vivere, che si struttura attorno al vivere insieme, con tutti, con e nella comunione-comunità ecclesiale e civile, da costruttori del bene comune, capaci di moltiplicare i pani, di realizzare lo sviluppo integrale e sostenibile di tutti. Con riferimento a questa precondizione sarà necessario sondare, intervistare, parlare con i giovani, facendosi aiutare anche da ricerche e studi già esistenti;
  3.  incominciare a vivere il cammino sinodale pregando, capendo se stessi, la propria identità, entrando sempre più nella grande esperienza dell’essere salvati, redenti, ovvero trasfigurati dall’Amore con la maiuscola, dell’essere salvati come comunità, gioiosa esistenza di dono reciproco e al Padre: la propria vita cresce e matura, e così la propria felicità, nella misura in cui ci doniamo agli altri e a Dio;
  4. entrare nel percorso che sta compiendo oggi la Chiesa per essere e comunicare gioiosamente Gesù, ossia apprestarsi a conoscere il volto della Chiesa che papa Francesco, in continuità con il Concilio Vaticano II, tratteggia nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium; in definitiva, mettersi dentro il cammino della nostra Diocesi, che attualmente è impegnata nella ricezione della suddetta esortazione.

Le precondizioni segnalate, per sé, indicano già alcune tappe del cammino che vi dovrebbe preparare a divenire attori  del prossimo Sinodo, voluto e pensato, sulle orme del Sinodo della Chiesa universale, come Sinodo dei giovani, con i giovani, per i giovani. Ovviamente, come vi sarà spiegato, ciò richiederà di capire cos’è un Sinodo, di programmarlo, di coinvolgersi e di coinvolgere, di celebrarlo, di attuarlo nei suoi orientamenti finali. In definitiva, vi sarà richiesto un di più di impegno, che avrà momenti belli ma anche carichi di sfida, perché richiedenti costanza, metodo di lavoro, capacità di interagire e di collaborare, senza stancarsi. Ma l’obiettivo che ci si ripropone vale tutto lo sforzo necessario, perché dalla buona riuscita del Sinodo dipenderà il futuro della Chiesa e dell’evangelizzazione nel nostro territorio. Sicuramente è Gesù la prima causa e garanzia di una vita gioiosa delle nuove generazioni di giovani, è l’Eucaristia che costruisce la Chiesa e i cristiani, ma non poco dipenderà anche dalle componenti, dai soggetti della Chiesa di oggi, cioè da noi, da voi. Occorrono umiltà e responsabilità.
 
Ulteriori coordinate fondamentali.
Obiettivo complessivo del Sinodo: viverlo, celebrarlo per prendere coscienza di essere e di costruirsi come popolo missionario che annuncia Gesù Cristo, il suo Vangelo a tutti. L’incontro con Gesù, la comunione che accresce l’intimità con l’Inviato dal Padre, ci struttura come missionari, ossia come inviati a nostra volta, non tanto come persone obbligate ad un peso gravoso che sfinisce, bensì come persone che irradiano il loro innamoramento, l’esperienza di un incontro che affascina e riempie il cuore di gioia incontenibile, ossia di una felicità che si comunica e si condivide.
Sotto-obiettivi del Sinodo:

  1. divenire protagonisti nel rinnovamento e nella costruzione della comunità ecclesiale, scegliendo gradualmente il proprio ministero, assumendo responsabilità nella catechesi, nell’esercizio della carità, nella amministrazione dei beni ecclesiastici, nelle varie branchie della pastorale (vocazionale, giovanile, missionaria, culturale, famigliare, sanitaria, scolastica, sociale, massmediatica, ecc.) alla quale corrispondono vari Uffici o Centri della Diocesi;
  2. divenire gradualmente protagonisti e costruttori della società secondo lo spirito del Vangelo, il principio dell’incarnazione, la testimonianza della vita e l’azione. Il credente è chiamato a confessare la sua fede anche nel sociale. La redenzione di Cristo, infatti, ha inevitabilmente una dimensione e un significato sociali. Grazie alla sua incarnazione, che assume tutto l’uomo, Cristo non redime solo la vita interiore e il singolo ma anche le relazioni sociali tra gli uomini e i popoli (cf Evangelii gaudium, n. 178).

Le due vocazioni e missioni – essere costruttori della comunità ecclesiale e della società civile, in senso complessivo – non sono disgiunte. Ognuna ha bisogno dell’altra. Al lato pratico, comportano un minimo di informazione su ciò che è la Chiesa o popolo di Dio, sui suoi ministeri, sulle sue componenti, sulla sua missione (e, quindi, un po’ di cristologia, ecclesiologia, liturgia, sacramentaria); su ciò che è una società, sui suoi obiettivi, sulla sua costruzione secondo i principi, i criteri e gli orientamenti pratici dell’insegnamento sociale, sull’impegno dei giovani come ha ricordato papa Francesco a Firenze e a Cracovia durante la Giornata mondiale della gioventù: non essere persone che stanno alla finestra a guardare e che lasciano decidere tutto agli altri.

  1. Divenire gradualmente abili ed efficaci comunicatori della fede ai giovani, a partire da una vita che è luce e che irradia Cristo. Non basta essere provetti comunicatori, occorre essere esperti della vita cristiana, dell’umano, ossia persone nelle quali la fede si traduce in vita, in opere.

Auguro a tutti di «vedere» Gesù Cristo, di «rimanere» con Lui (cf Gv 1,39), il che implica un «toccarlo», un «ascoltarlo» e un «comunicarlo». Sono tutti verbi che appartengono alla sfera dell’esperienza. Fate, dunque, esperienza di Cristo, della sua bontà, della sua forza d’amare. La migliore motivazione per decidersi a comunicare Gesù è contemplarlo con amore, è sostare ad ascoltare le sue parole. Bisogna che si sappia recuperare uno spirito contemplativo, che ci permetta di riscoprire che siamo depositari di un bene che umanizza, che aiuta a condurre una vita nuova.

Costruttori di Pace
Faenza - Chiesa di S.Agostino, 4 febbraio 2017
04-02-2017

La fiaccolata della pace per le vie della città è avvenuta all’insegna dello slogan «Costruiamo la pace». I bambini, in Piazza del popolo, hanno costruito, con le lettere dell’alfabeto, la parola «Pace». La pace riguarda la nostra vita, in particolare la vita sociale. Se volessimo raffigurare la pace, potremmo immaginarla come una casa da costruire. La casa della pace, ci ha insegnato san Giovanni XXIII, ora santo, va costruita su quattro pilastri: verità, libertà, giustizia, amore. Senza uno di questi quattro pilastri la casa della pace non sta in piedi, non cresce salda e compatta. Ci debbono essere tutti e quattro i pilastri, insieme. Così, va costruita la pace. Impegnandosi a realizzare i diritti e i doveri dei singoli e dei popoli. Non dobbiamo mai dimenticare la Pacem in terris di papa Giovanni XXIII. Dobbiamo rileggerla sovente e attuarla, integrandola con i contenuti delle successive encicliche sociali.
Non basta dire voglio la pace. Come avete ben evidenziato, occorre diventare costruttori di essa, artigiani appassionati e provetti di essa. Così, per sé, non basta manifestare per le vie delle città a favore della pace nel mondo: bisogna lavorare a realizzarla, a partire da se stessi, dalla propria famiglia, dalle relazioni con le persone che incontriamo e con le quali ci rapportiamo ogni giorno. Non basta dire «io sono per la pace nel mondo» e, poi, vivo non volendo bene all’altro, non dandogli quello che gli spetta, addirittura schierandomi contro il diritto di nascita di chi è nel grembo della propria mamma, depredando le risorse del creato, sfasciando la famiglia, non adoperandomi perché tutti abbiano un lavoro dignitoso, lucrando sulla produzione delle armi. Non è sufficiente portare al collo la bandiera della pace, appenderla a casa, fuori dalla finestra o issandola su un pennone e, poi, offendere le persone, calunniarle, non amarle, non accoglierle dal profondo del cuore, non pagare il loro lavoro dipendente, non salutarle.
La Parola di Dio di questa sera (cf Mt 5, 38-48) ci sollecita a diventare costruttori di pace amando gli altri come li deve amare un figlio di Dio, il quale, attraverso Gesù, ci insegna ad amare anche i nemici. «Avete inteso che fu detto – afferma Gesù – : Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti».
Amare i nemici, coloro che ci perseguitano e dicono male di noi, ci emarginano, ci considerano esseri inferiori, non ci lasciano  vivere secondo quanto richiede la libertà religiosa: significa fare in modo che nel nostro cuore non ci sia spazio per l’odio nei loro confronti. Non dobbiamo desiderare per loro il male. Se vogliamo essere degni figli del nostro Padre, che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, dobbiamo amare i nostri nemici, pregare per loro, perché si correggano e diventino migliori. Ciò, al lato pratico, significa essere impegnati in un processo di guarigione del nostro cuore: un processo continuo, perché dobbiamo essere perfetti come il Padre nostro. Ciò richiede un lavorio spirituale quotidiano, che non finirà mai.
Dunque, secondo l’insegnamento che ci deriva dal brano del Vangelo, che è stato proclamato questa sera, siamo invitati a divenire costruttori di pace, costruttori di ponti tra le persone e i popoli, come ci ha insegnato Giorgio La Pira, pregando con cuore sincero per i nostri nemici, dando a loro molto di più di quello che si meriterebbero. Che ce ne viene? Quale sarà il risultato? Vedremo che la preghiera per i nostri nemici porterà due frutti: il primo frutto sarà che il nostro nemico migliorerà, perché la preghiera ha questa capacità, quella di trasformare il cuore di pietra in un cuore di carne che sa amare e volere il bene altrui. È come se si ponessero dei carboni ardenti sulla testa di chi ci vuole male, sino a sciogliere il ghiaccio che c’è nel suo cuore. Il secondo frutto sarà che anche noi miglioreremo, diventeremo, in certo modo, più figli del Padre. E così, ci sentiremo più fratelli, parte di una stessa famiglia. I due frutti ottenuti mediante la preghiera contribuiranno alla pace.

OMELIA per la festa di SAN SEVERO
San Severo di Cotignola, 1 febbraio 2017
01-02-2017

Cari fratelli e sorelle,
è la seconda volta che vengo qui per la festa patronale che onora san Severo. Sappiamo che fu il 12° vescovo di Ravenna, dopo Marcellino e prima di Liberio. Il suo nome compare tra i partecipanti al Concilio di Sardica (antico nome di Sofia in Bulgaria), tenutosi nel 342-343, nel quale si confermarono le decisioni del Concilio di Nicea, e cioè che Gesù Cristo è Figlio di Dio, non semplice uomo, creatura di Dio, con inizio nel tempo, come sosteneva Ario. Riaffermare la divinità di Gesù Cristo, Dio e uomo, era fondamentale per la fede dei credenti. Se Gesù non era Dio come poteva essere considerato Salvatore? Severo, dunque, partecipò con convinzione al Concilio di Sardica e si fece portatore e difensore del credo niceno nella sua predicazione e missione di vescovo.

La Parola di Dio odierna ci aiuta ad entrare nella missione di san Severo, vescovo di Ravenna, successore degli apostoli in questo territorio, che oggi, più che mai, ha bisogno di credenti tutti d’un pezzo, capaci di essere fedeli alla loro identità di cristiani, mantenendo un forte senso di appartenenza a Cristo e alla Chiesa. Come vescovo di Ravenna si impegnò a consolidare le comunità cristiane, rendendole nuclei generatori di una evangelizzazione incisiva e creatori di una nuova cultura.

Nel brano tratto dalla Lettera agli Ebrei (Eb 12, 4-7.11-15) deriva a noi l’incoraggiamento ad essere santi, a lottare contro il peccato incessantemente, ad accogliere la correzione del Signore e a non perderci d’animo quand’Egli, con il suo insegnamento, ci ammonisce, ci sollecita a cambiare, a convertirci. In sostanza, la Lettera agli Ebrei ci sprona ad essere fedeli alla nostra chiamata, e a non dimenticarci della nostra altissima vocazione: essere figli di Dio nel Figlio Gesù Cristo. Il credente non può dimenticare Gesù, la Parola, il Vangelo, ovvero la Buona Notizia. Purtroppo oggi, più di una volta, si preferisce a Gesù, al suo insegnamento, quanto viene proposto dalla cultura dominante, dai mass media, che spingono ad assolutizzare il proprio «io», il proprio punto di vista, sino a ritenersi padroni della verità, nel senso che si pensa di esserne i creatori, gli unici interpreti. Oggi le persone reputano di essere fonte e misura esclusive della verità. E così dimenticano quanto Dio, mediante Gesù, ci insegna sulla vita, sulla felicità (basta pensare alle beatitudini), sul dono di noi stessi, sulla relazionalità (cresciamo attraverso il dono di noi stessi), sul matrimonio, sul perdono, sulla libertà religiosa, sul primato da dare allo spirito, sulla comunione con Lui, sul nostro compimento umano in Lui, sulla risurrezione. È pericoloso per la vita cristiana, ma anche per la vita umana, che si giunga ad amare noi stessi sopra ogni cosa. Quando mettiamo noi stessi al posto di Dio e della sua Parola si cade nell’idolatria, nell’adorazione di noi stessi. Mettendo al posto di Dio noi stessi, i nostri pensieri, gli ordini di scuderia di questa o quella aggregazione a cui si appartiene, le mode culturali che non distinguono più i sessi, rischiamo di diventare schiavi delle cose, dei beni materiali, di idee storte, di noi stessi, eretti a metro di misura di tutto. 

La correzione del Signore come la possiamo riconoscere? Come avviene? 

Sicuramente mediante la parola dei fratelli e delle sorelle che ci vogliono bene (l’evangelista Matteo ci parla della correzione fraterna personale e comunitaria: Mt 18, 15-18), dei sacerdoti che ci spiegano e ci propongono la Parola di Dio, ma anche mediante la lettura del Vangelo, il confronto con esso, la considerazione che quanto Gesù ci prone – Lui Verità somma, che non può proporci menzogne o falsità – non è per il nostro danno o il nostro male, bensì per il nostro bene, per la nostra crescita piena in Lui. La correzione la possiamo ricevere anche frequentando il sacramento della Riconciliazione nel quale ci mettiamo cuore a cuore con Gesù, riconosciamo il nostro sbaglio e facciamo il proposito di correggerci, per diventare sempre più degni di Lui, sempre più liberi. Noi che, in certo modo, ci riteniamo degli habitué di Gesù, che consideriamo la nostra vita cristiana un dato già acquisito (padre, io non ho peccati da confessare), non dobbiamo considerare Gesù una presenza qualunque, una persona che vale meno delle altre. La frequentazione superficiale di Lui ci può rendere abitudinari e farci dimenticare la sua realtà divina, la sua Trascendenza. C’è il pericolo di declassarlo, di considerarlo alla pari di tutti gli altri, se non di meno, sicché ci si mette nella condizione dei suoi compaesani di cui ci ha parlato il Vangelo secondo Marco (cf Mc 6, 1-6), per i quali, giacché lo vedevano come un semplice membro del loro villaggio, uno del quartiere, si direbbe in una città, e basta, non poteva compiere prodigi.

Solo se riconosciamo Gesù per quello che è, ossia il nostro Salvatore e il nostro Tutto, possiamo cambiare e convertirci. Solo con l’aiuto dello Spirito santo, il Maestro che ci aiuta a conoscerlo per intero, Egli diventa il nostro metro di misura e ci consente di pronunciarci su ogni problema dell’esistenza di oggi con chiarezza, partendo dal suo insegnamento, senza fuggire di fronte alle responsabilità. Cari fratelli e sorelle, come cristiani, ossia persone che appartengono a Cristo, ogni giorno dobbiamo esigere da noi la conversione. Detto diversamente, dobbiamo essere dediti ad un lavoro interiore, ad una crescita spirituale incessante, mediante la preghiera, la meditazione della Parola, la comunione Eucaristica, il sacramento della Riconciliazione, l’accompagnamento spirituale ricercato. San Severo, nostro patrono, ci aiuti e ottenga per noi un continuo cambiamento in meglio, affinché Gesù viva pienamente in noi, con la sua statura morale e spirituale. La nostra vita spirituale non deve spegnersi o essere ridotta ad un lumicino. Una spiritualità intensa e coltivata è garanzia di una perenne giovinezza e del futuro di questa comunità.

OMELIA per la festa di SAN GIOVANNI BOSCO
Bologna - Cattedrale, 28 gennaio 2017
28-01-2017

Cari confratelli, cara Famiglia salesiana,
don Bosco visse in maniera emblematica le beatitudini che abbiamo sentito proclamare (cf Mt 5, 1-12a). In particolare, egli ebbe sete e fame di giustizia. Desiderò che la giustizia fosse realizzata nei confronti dei giovani che egli incontrò nella sua vita, in particolare i più poveri.
A fronte di ragazzi e giovani orfani ed immigrati dalle valli Piemontesi e dalle campagne verso la città di Torino, don Bosco reagì accogliendoli, offrendo una casa, istruzione, lavoro e Dio.
Ancora oggi molti giovani sono immigrati, né studiano né lavorano, sono tenuti ai margini della società e non sono inseriti nel mondo del lavoro con gravi danni non solo per il loro futuro ma di quello del Paese e della stessa Chiesa. Le nostre diocesi dell’Emilia Romagna, in vista di una presenza incisiva del cristianesimo, hanno bisogno di nuove generazioni di fedeli laici e di sacerdoti.
Rispetto ai problemi che affliggono i nostri giovani, ma anche le nostre comunità parrocchiali, don Bosco appare ancora estremamente attuale. Nella sua festa guardiamo a lui e impariamo. Nelle sue case e nei suoi Oratori egli educava con il metodo preventivo, incentrato sul trinomio pedagogico: ragione, religione, amorevolezza, molti giovani. Nelle sue scuole e nelle sue opere sono maturate per la Chiesa migliaia di vocazioni sacerdotali e religiose. Per la società civile preparava «buoni cristiani ed onesti cittadini». Detto diversamente, il santo piemontese, definito da Pio XII una delle glorie più grandi della Chiesa e dell’Italia,  ha offerto un contributo decisivo per il rinnovamento della Chiesa e della società.
Fermiamo l’attenzione sul fatto che la Chiesa ha, specie nei nostri territori, un estremo bisogno di giovani capaci di essere protagonisti nell’annuncio gioioso di Cristo e testimoni credibili del suo amore. Lo riconoscono i nostri vescovi e le nostre diocesi che registrano una preoccupante diminuzione delle vocazioni laicali, sacerdotali e religiose, per cui non si vede come nei prossimi anni si potrà far fronte al normale avvicendamento delle guide spirituali e agli impegni di umanizzazione delle istituzioni e della cultura, caratterizzata da un neoindividualismo radicale che distrugge i legami sociali e il fondamento del diritto. Lo ha riconosciuto la Chiesa universale attraverso il pontefice che ha programmato la celebrazione di un Sinodo dei vescovi avente per tema «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale». Tutta la Chiesa ha bisogno dei giovani, per coinvolgerli nella sua missione. La nuova evangelizzazione di cui i nostri territori sentono l’urgenza, come anche un mondo più giusto e fraterno, possono essere realizzati con l’apporto originale dei giovani, grazie al loro desiderio di cambiamento e alla loro generosità. Il prossimo Sinodo dei Vescovi come sta per essere pensato ed attuato è momento di grazia. Viviamo, allora, nelle nostre comunità parrocchiali, nelle nostre famiglie, nelle nostre scuole cattoliche e nelle nostre università questa opportunità con impegno, con coinvolgimento sincero. Sia davvero un’occasione per educare i nostri giovani ad una fede che diventa vita e si traduce in attività missionaria nei confronti dei coetanei, battezzati o no. Don Bosco aiutava i suoi giovani a divenire i primi missionari dei loro compagni. Basti pensare a san Domenico Savio, al quale affidava i ragazzi più turbolenti e monelli per insegnare a loro l’impegno, il rispetto delle regole della convivenza, l’amore a Gesù. Assieme ad altri giovani, tra i quali Michele Rua, che sarà il primo successore di don Bosco, fonda una società, chiamata «Compagnia dell’Immacolata». Una tale associazione univa i giovani più volonterosi, desiderosi di essere piccoli apostoli tra gli altri. Don Bosco consigliò di darsi un regolamento, che fu steso dallo stesso Domenico Savio. Nelle nostre parrocchie, nei nostri circoli od oratori siamo in grado di suscitare gruppi di giovani che, con l’animazione, si prefiggono di collaborare con il parroco e di avviare gli altri giovani all’incontro con Gesù Cristo, all’impegno nel sociale? I giovani che abbiamo nelle nostre associazioni e nei nostri ambienti crescono con un chiaro senso di appartenenza a Cristo e alla sua Chiesa? Sono giovani messi in grado di armonizzare fede e vita? I ragazzi e i giovani che frequentavano le case di don Bosco avevano di fronte un esempio nitidissimo. Don Bosco stesso, che mostrava con la parola e l’azione che per lui la cosa più importante era amare Gesù e, in Lui, amare intensamente loro, lavorando giorno e notte, facendosi maestro anche nei mestieri, divenendo «sindacato» quando lavoravano presso i vari datori di lavoro, incoraggiandoli a far parte di «società di mutuo soccorso». È significativa la testimonianza di don Orione, exallievo dell’Oratorio di Valdocco, ora santo, che rivolgendosi ai suoi chierici nel 1934, l’anno della canonizzazione di don Bosco così si espresse: «Ora vi dirò la ragione, il motivo, la causa per cui don Bosco si è fatto santo. Don Bosco si è fatto santo perché nutrì la sua vita di Dio, perché nutri la nostra vita di Dio. Alla sua scuola imparai che quel santo non ci riempiva la testa di sciocchezze, o di altro, ma ci nutriva di Dio, e nutriva se stesso di Dio, dello Spirito di Dio. Come la madre nutre se stessa per poi nutrire il proprio figliolo, così don Bosco nutrì se stesso di Dio per nutrire di Dio anche noi».
In questi tempi tutti, giovani e adulti, siamo sommersi nel mondo della comunicazione e gli educatori e le stesse comunità cristiane constatano che è diventato più difficile comunicare coi giovani. Essi si allontanano quando non trovano risposte vere alle loro domande più profonde. Gli stessi Lineamenti del prossimo Sinodo dei Vescovi suggeriscono di colmare il divario spesso esistente tra il linguaggio ecclesiale e quello dei giovani. Anche su questo versante, così cruciale per l’incontro con Gesù, don Bosco fu geniale e può essere per noi un faro. Egli per i suoi giovani divenne scrittore, editore. Sicuramente egli avrebbe valorizzato tutti i mezzi moderni di comunicazione da internet a facebook,  a twitter, a you tube, a instagram, al web. Nel contesto culturale del suo tempo egli si impegnò ad essere «missionario di verità», a favore di una cultura popolare umanista e religiosa.
Qualcuno ha definito don Bosco un autentico intellettuale di massa. Il noto semiologo Umberto Eco, scomparso tempo fa, ha percepito l’Oratorio organizzato da don Bosco come una macchina perfetta di comunicazione che gestisce in proprio, riutilizza e discute i messaggi provenienti dall’esterno. In tal modo, il progetto educativo dell’Oratorio nasceva stando nel mondo, divenendo però alternativo, non conformista, apportatore di innovazioni, considerate all’avanguardia per la sua epoca. Ecco, dunque, come comportarci in relazione ai mass media, che ci avvolgono con i loro messaggi e ci condizionano anche senza che ce ne accorgiamo, invitandoci ad essere spettatori passivi: fare delle nostre famiglie, delle nostre scuole, delle nostre associazioni, dei laboratori di una nuova cultura. Dovremmo seguire, su un altro piano,  ciò che gli Ordini mendicanti del Medioevo, francescani e domenicani, vollero fare con le università: istituire dei centri culturali ove si confrontavano e si illuminavano i grandi problemi con la luce del Vangelo, coniugando fede e vita. Certo, per riuscire in questo intento, per ridare giovinezza ad una società e ad una cultura che invecchia intellettualmente e spiritualmente, dobbiamo essere tutti più preparati rispetto ai gravi problemi dell’oggi: dall’eutanasia alle manipolazioni genetiche, dall’ideologia del gender alle unioni civili, al testamento biologico, alle cure palliative, alla libertà religiosa.  Ma, soprattutto, siamo chiamati ad uscire allo scoperto, a pronunciarci chiaramente, ad impegnarci per inscrivere nelle istituzioni i valori del Vangelo, come hanno saputo fare i cattolici del passato. Anche oggi c’è una carità della e nella verità, una carità pastorale ed intellettuale da esercitare, per illuminare le intelligenze ed accendere i cuori di amore per la verità, per forgiare nuove personalità, nuovi protagonisti nella vita sociale e politica, che non tengano la bocca chiusa quando sono accasati in conformazioni partitiche che non rispettano i diritti umani.
Non solo la Chiesa ha bisogno dei giovani, ma anche la società, la città, la cultura, la scienza, l’economia e la politica. I giovani costituiscono un potenziale di energie spirituali, umane e morali, davvero enorme, ma purtroppo sottovalutato e inutilizzato. Senza di essi è difficile il rinnovamento, non si può sperare in un futuro sicuro. Essi non debbono essere considerati buoni solo per il consumo, e non per la crescita. Come già accennato, don Bosco mal sopportava città e quartieri popolati da giovani allo sbando, a rischio, senza un’occupazione, istruzione e senza Dio.
Nel suo incontro con il mondo del lavoro a Torino, il 21 giugno del 2015, papa Francesco ha parlato di san Giovanni Bosco come di un gigante del metodo preventivo non solo nell’ambito pedagogico, ma anche in quello sociopolitico.[1] Il santo torinese insegnava che è possibile prevenire l’inequità e la violenza della società, promovendo la giustizia, ossia aiutando i giovani ad inserirsi nella società, offrendo loro l’istruzione necessaria per poter esercitare un mestiere o una professione.
Il mondo del lavoro contemporaneo è indubbiamente molto diverso rispetto a quello dell’Ottocento, epoca in cui visse don Bosco. E tuttavia, come ha osservato papa Francesco, la situazione della gioventù non è molto cambiata da allora. Molti in Italia, il 40 % circa è inoccupato, con il rischio di rimanere per sempre ai margini della società e dello sviluppo del Paese, senza potersi fare una famiglia e dare il proprio contributo al bene comune. Nell’incontro con la Famiglia salesiana, nella basilica di Maria Ausiliatrice, papa Francesco ha, pertanto,  sollecitato Salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice, cooperatori ed ex-allievi, ad andare incontro ai giovani abbandonati a se stessi, offrendo la possibilità di ricevere un’educazione e una formazione professionale sia pure di emergenza. In un momento di crisi come il nostro, può essere indispensabile indirizzare i giovani anche a mestieri d’urgenza,[2] che non richiedono anni di studio, ma si apprendono alla scuola di artigiani provetti o mediante corsi professionalizzanti di breve durata, organizzati ad hoc. Oggi si tende, lodevolmente, a realizzare le condizioni di un reddito di cittadinanza o di inclusione. Non bisogna dimenticare che ciò non deve avvenire favorendo la passività dei cittadini. È meglio, allora, investire di più sulle vie rappresentate dall’istruzione, dall’aggiornamento professionale e dalle politiche attive del lavoro.
Don Bosco ha, dunque, ancora molto da insegnare. In questa Eucaristia alimentiamo il nostro amore per Dio, per la Chiesa e per i giovani facendo comunione con Cristo, missionario d’amore tra di noi.

 


[1] Francesco, Discorso al mondo del lavoro (Torino, Piazzetta Reale, domenica, 21 giugno 2015).
[2] Francesco, Discorso a braccio ai Salesiani e alle Figlie di Maria Ausiliatrice (Basilica di Maria Ausiliatrice: domenica, 21 giugno 2015), acura di Asia News. Si veda anche FRANCESCO, Discorso a san Francisco de Quito (7 luglio 2015) in «L’Osservatore romano» (giovedì 9 luglio 2015), p. 8.

OMELIA per la CHIUSURA della SETTIMANA di preghiera per l’UNITA’ dei CRISTIANI
25-01-2017

Gli Atti degli Apostoli, scritti da Luca, ci presentano la memorabile conversione di san Paolo (At 9, 3-16), l’apostolo delle genti per eccellenza. A che cosa è dovuto il cambiamento radicale della sua vita? Dalla narrazione di Luca emerge che Paolo è stato trasformato in apostolo di Cristo non da un pensiero, da una dottrina ma da un evento, da un incontro imprevisto ed improvviso con il Risorto. Il Cristo gli appare come una luce sfolgorante che lo sbalza da cavallo, gli parla, lo cambia al punto da considerare insensato, spazzatura, tutto ciò che stava compiendo con furore contro la Chiesa e i cristiani (cf Fil 3, 7-8). Il fondamento della sua nuova vita e del suo apostolato è l’esperienza dell’incontro forte ed immediato con il Risorto, non tanto un processo psicologico, una maturazione lenta o un’evoluzione intellettuale e morale graduale del suo «io», il risultato di uno sforzo personale. La svolta data alla sua vita non è causata propriamente da Paolo stesso, bensì dall’esterno, da Cristo che lo fa cadere a terra con violenza e gli si manifesta, chiamandolo per nome e rimproverandolo: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Alla domanda di Paolo: «Chi sei, o Signore?», Cristo gli risponde: «Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti!». È Cristo Risorto che lo afferra e lo ferma sulla via di Damasco e a provocare in lui un radicale rinnovamento, a farlo vivere un’altra vita, al punto da fargli scrivere nella lettera ai Galati: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20).
È così che Paolo inizia ad essere apostolo, ministro della riconciliazione, annunciatore e testimone, «prigioniero» di Cristo. Sappiamo, però, che Paolo «impara» ad essere apostolo, a crescere come apostolo, nonostante l’immediatezza del suo rapporto con il Risorto, entrando nella comunione della Chiesa che perseguitava con ferocia. Si fa battezzare, vive in sintonia con  gli altri apostoli. Solo in questa comunione con tutti egli può essere vero apostolo, come scrive esplicitamente nella prima Lettera ai Corinzi: «Sia io che loro così predichiamo e così avete creduto» (15, 11). C’è un solo annuncio del Risorto, perché Cristo è uno solo. C’è una sola appartenenza primaria. È a Lui che si appartiene in primo luogo,  non ai vari annunciatori od apostoli. Non si può dire, come ammonisce lo stesso Paolo, «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «Io invece di Cefa», «E io di Cristo». E questo perché, spiega l’apostolo, non è Apollo, Cefa e Paolo a salvare, a battezzare, ma solo Cristo (1 Cor 1, 10-13.17). Il ministro della riconciliazione di Cristo, l’annunciatore non può vantarsi e mascherarsi come redentore, non può considerarsi un superapostolo come fanno taluni. Egli dev’essere umile e riconoscere la sua pochezza, il bisogno di essere egli stesso salvato da Cristo. Così l’apostolo si esprime a proposito di Cristo suo redentore: «Di Lui io mi vanterò! Di me stesso non mi vanterò, fuorché delle mie debolezze» (2 Cor 12, 5-6).
Non sempre nelle nostre comunità si tiene presente che l’opera evangelizzatrice dev’essere frutto di un incontro reale con Cristo, un incontro rinnovato, approfondito, permanente; dell’essere affascinati da Lui; di un lavoro apostolico comunitario, non individualistico. Occorre crescere nella comunione con Cristo, vivendo Lui, il suo Amore, sino ad esserne totalmente posseduti. Tutto questo è fondamentale anche per praticare un autentico ecumenismo. Le Chiese non debbono sostituirsi a Cristo e consegnarne solo una piccola parte agli uomini, ma debbono portare a Lui tutt’intero, alla condivisione della sua pienezza. Esse sono chiamate a far convergere i credenti nell’esperienza forte della comunione con Lui e tra le comunità. Unite in Cristo, partecipano alla sua stessa missione. Le divisioni rendono meno luminosa ed efficace la testimonianza a Cristo, perché le genti sono chiamate, in Gesù Cristo, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso ed unico corpo.
Si conclude oggi la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. “L’amore di Cristo ci spinge verso la riconciliazione” è il motto biblico che ci è stato proposto. Chi condivide l’amore di Cristo, ossia quell’amore che Egli ha avuto ed ha per noi, si trova ad essere sollecitato alla riconciliazione con i propri fratelli. Entra in quel movimento di comunione che Gesù ha vissuto e realizzato per noi: la comunione degli uomini con Dio e degli uomini tra di loro. La riconciliazione è dono di Gesù e sorgente di vita nuova tra i cristiani che si sono divisi. La comunione nello stesso amore di Cristo è la base per l’ecumenismo. Non esiste un vero ecumenismo senza crescere nell’amore di Cristo. Solo l’unità nell’amore di Cristo consente di essere un solo corpo e un solo spirito, di avere un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti (cf Ef 4, 4-6).
Nella nostre preghiere in questa Eucaristia mettiamo, dunque, l’intenzione di riconciliarci con i nostri fratelli cristiani, accrescendo l’amore a Cristo, convertendoci sempre di più ad esso, che ci unifica col Padre e tra di noi. Nella misura in cui ci lasciamo colmare dall’amore di Cristo potremo non solo compiere importanti passi di riconciliazione tra le chiese divise, ma diventare testimoni della riconciliazione in un mondo che ha bisogno di «ministri» di riconciliazione, che abbattano barriere, costruiscano ponti, facciano la pace. Con quanta più stretta comunione saremo uniti col Padre, col Verbo e con lo Spirito Santo, con tanta più intima e facile azione potremo accrescere la mutua fraternità.

OMELIA per la MESSA del POPOLI
Faenza - Basilica cattedrale, 14 gennaio 2017
14-01-2017

Cari fratelli e sorelle, celebriamo la Santa Messa dei popoli. Così è stata definita. È la S. Messa insieme a tutte le comunità cattoliche straniere che vivono nella nostra Diocesi.

Nella prima Lettura, tratta dal libro del profeta Isaia (cf Is 49, 3.5-6), si parla del compito del servo Israele, che prefigura Gesù Cristo, cioè anticipa in qualche modo quello che farà il Redentore. Cosa è chiamato a compiere il servo Israele? La sua missione non è solo quella di restaurare nell’unità le tribù disperse di Israele, ma anche di formare un nuovo popolo, il popolo di Dio, composto da tanti popoli battezzati, che portano la salvezza al mondo intero.

I popoli del mondo sono chiamati a formare, grazie a Cristo e in Lui, la famiglia di Dio. Dio vuole formarsi un popolo di santi (cf 1 Cor 1, 1-3). I santi non sono solo i singoli individui, ma tutti i popoli della terra, sicché il popolo di santi che Dio desidera è un popolo composto da popoli santi. Tutti i popoli sono destinati a essere santi, ossia sono chiamati a vivere immersi nella volontà di Dio, che li pensa e li vuole affratellati, e li rende capaci di amare come ama e perdona Dio, capaci di vincere il male col bene, di realizzare la giustizia e la pace.

Un unico Dio e Padre ed un’unica famiglia di popoli fratelli: questa è la prospettiva che attende l’umanità. Quale missione, quale stupenda realtà! Tanti linguaggi, una sola «grammatica comune», ovvero l’Amore. Tanti riti ma un solo ed identico sommo Sacerdote, Gesù Cristo. Siamo all’altezza del sogno di Dio sul mondo? Siamo in grado di essere comunità di popoli che si rispettano e si amano, accogliendosi, prendendosi cura gli uni degli altri, pensando e volendo il bene per gli altri, soprattutto pensando e volendo che tutti vivano in Cristo, umanità nuova, colui che toglie il peccato del mondo (cf Gv 1, 29-34)? Siamo consapevoli che siamo chiamati come popoli a togliere il peccato del mondo vivendo Cristo, in Lui?

Nel Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del rifugiato 2017 papa Francesco invita tutti a togliere il peccato dell’umanità nei confronti dei migranti minorenni, specialmente quelli soli. Per vivere come popoli santi, degni di essere famiglia di Dio, occorre prendersi cura dei fanciulli che sono tre volte indifesi perché minori, perché stranieri e perché inermi, quando per varie ragioni, sono forzati a vivere lontani dalla loro terra d’origine e separati dagli affetti familiari.

Come rispondere alla realtà dei fanciulli migranti, si domanda il pontefice? Innanzitutto, prendendo coscienza che i fanciulli sono persone e le persone sono più importanti delle cose. Il valore di ogni popolo e di ogni istituzione si misura sul modo in cui tratta la vita e la dignità dell’essere umano, soprattutto in condizioni di vulnerabilità, come nel caso dei minori migranti. In secondo luogo, occorre puntare sulla protezione, sull’integrazione e su soluzioni durature.

Poiché si deve adottare ogni possibile misura per garantire ai minori migranti protezione e difesa, è necessario: a) che gli immigrati, proprio per il bene dei loro bambini, collaborino sempre più strettamente con le comunità che li accolgono. «E’ importante che si attuino collaborazioni sempre più efficaci ed incisive, basate non solo sullo scambio di informazioni, ma anche sull’intensificazione di reti capaci di assicurare interventi tempestivi e capillari. Senza sottovalutare che la forza straordinaria delle comunità ecclesiali si rivela soprattutto quando vi è unità di preghiera e comunione nella fraternità»; b) lavorare per l’integrazione dei bambini e dei ragazzi migranti. Essi dipendono in tutto dalla comunità degli adulti. La condizione dei migranti minorenni è ancora più grave quando si trovano in stato di irregolarità o quando vengono assoldati dalla criminalità organizzata. Allora essi sono spesso destinati a centri di detenzione. Non è raro, infatti, che vengano arrestati e, poiché non hanno denaro per pagare la cauzione o il viaggio di ritorno, possono rimanere per lunghi periodi reclusi, esposti ad abusi e violenze di vario genere. In tali casi, il diritto degli Stati a gestire i flussi migratori e a salvaguardare il bene comune nazionale deve coniugarsi con il dovere di risolvere e di regolarizzare la posizione dei migranti minorenni, nel pieno rispetto della loro dignità e cercando di andare incontro alle loro esigenze, quando sono soli, ma anche a quelle dei loro genitori, per il bene dell’intero nucleo familiare; c) pensare a soluzioni durature. È assolutamente necessario, pertanto, affrontare nei Paesi d’origine le cause che provocano le migrazioni. Questo esige, come primo passo, l’impegno dell’intera Comunità internazionale ad estinguere i conflitti e le violenze che costringono le persone alla fuga. Inoltre, si impone una visione lungimirante, capace di prevedere programmi adeguati per le aree colpite da più gravi ingiustizie e instabilità, affinché a tutti sia garantito l’accesso allo sviluppo autentico, che promuova il bene di bambini e bambine, speranze dell’umanità.

Lavoriamo, dunque, insieme, con tutte le nostre istituzioni – parrocchie, famiglie, Caritas, associazioni di volontariato, AMI -, con tutti i nostri mezzi, con tutta la nostra intelligenza e tutto il nostro cuore, per essere popolo santo, che risplende per la vita buona e per le opere di giustizia, specie nei confronti dei più deboli. Là ove operiamo contribuiamo a realizzare una famiglia di popoli santi, ossia popoli che onorano la vita, dono di Dio, specie quella dei più deboli. Questa celebrazione eucaristica ci unifichi a Colui che è redentore, liberatore da ogni forma di male, re dell’Amore che trasfigura e affratella.