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OMELIA per le insegnanti delle Scuole Materne FISM
Fognano - istituto Emiliani,
01-09-2016

Cara Eccellenza Mons. Ghizzoni,

Cari fratelli e sorelle,

per la celebrazione eucaristica odierna faremo riferimento in modo particolare alla prima Lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi capitolo 3, versetti 1-9, perché ci offre provvidenzialmente uno spaccato interessante sull’educazione nella comunità cristiana, che può essere quanto mai utile per comprendere e migliorare l’atto educativo che si compie, sia pure in un contesto diverso, in una scuola cattolica. Innanzitutto, da quanto dice san Paolo ricaviamo un elemento metodologico. L’atto pedagogico buono, in senso cristiano, lo si può definire nella sua struttura intellegibile e pratica a partire non da degli a priori, ma dall’analisi della sua stessa esperienza comunitaria. L’essere e il senso dell’educazione cristiana si rivelano mediante l’atto corale di questa. I soggetti sono molteplici. Non occorre arrampicarsi sugli specchi per capirne la specificità e la complessità, ma basta leggere dentro ad essa, standoci in mezzo.

In secondo luogo, dal brano proclamato si deducono alcune note caratteristiche dell’atto educativo alla fede. Dice san Paolo: «Vi ho dato da bere latte, non cibo solido, perché non eravate ancora capaci» (1 Cor 3, 2). L’azione educativa non è un plagio, un’imbottire o un plasmare a propria immagine e somiglianza. È soprattutto un accompagnamento personale, all’interno di un processo in cui l’educando cresce e cammina gradualmente, come soggetto che si autopromuove, verso un essere di più dal punto di vista spirituale e cristiano. Lo sviluppo non è un fatto automatico, per di più secondo una sola dimensione o direttrice. Richiede tempi e pazienza. Postula una crescita integrale sotto più punti di vista, considerati armonicamente.

In terzo luogo, sempre dal brano in esame, si può evincere che nell’opera educativa alla fede sono possibili alcuni equivoci o incidenti di percorso piuttosto seri. Non raramente gli educatori tendono a sopravvalutare la propria opera formatrice, quasi fosse l’unico fattore decisivo, dimenticando l’autonomia e la partecipazione dei destinatari in libertà e responsabilità, nonché la rilevanza del contesto. E così può capitare che i credenti che si formano siano ritenuti una proprietà esclusiva. Oppure può succedere che i destinatari tifino di più per il catechista di turno che non per il Signore, il Maestro per eccellenza.

In realtà, afferma l’apostolo delle genti, Paolo o Apollo non donano la fede ai credenti, bensì ne sono semplici servitori, strumenti che concorrono a creare le condizioni della sua fioritura. È un Altro che genera la fede. Essa, poi, si sviluppa in un contesto di vita comunitaria. Qui ognuno svolge un ministero differente, sinergico, ma in subordine a Dio Padre. Io, osserva Paolo, ho piantato, Apollo ha irrigato, ma solo Dio fa sorgere e fa crescere la fede. Gli evangelizzatori e gli educatori alla fede – questo in sintesi è l’insegnamento del brano paolino proclamato -, sono semplici collaboratori di Dio. È Lui che edifica i credenti. Essi non sono edificati ex nihilo dai catechisti. I credenti sono edificio di Dio. L’educazione alla fede, dunque, è atto eminentemente relazionale, dialogico, diaconale, comunitario. Ad esso concorrono più soggetti, di differente dignità, assieme ovviamente ad elementi istituzionali, culturali e religiosi.

Nell’educazione cristiana vale in particolare il principio di realtà: l’essere umano è trovato come un dato e non creato dall’educatore; la vita e la fraternità che si devono portare a compimento sono ricevute prima da Dio. Per cui l’obiettivo non è quello di amare l’educando kantianamente come fine in sé, bensì come persona che deve crescere come soggetto capace di vivere per Dio e non solo per se stesso o, tantomeno, per l’educatore.

In breve, l’opera di educazione non si esaurisce in una relazione a tu per tu, prescindendo dagli altri, da Dio. È sempre opera di umanizzazione all’interno di un «noi di persone», caratterizzate dalla dimensione della trascendenza, verso Dio e verso il prossimo. Non a caso, nella dichiarazione conciliare Gravissimum educationis leggiamo a proposito della scuola cattolica: « .. suo elemento caratteristico è di dar vita ad un ambiente comunitario scolastico permeato dallo spirito evangelico di libertà e carità, di aiutare gli adolescenti perché nello sviluppo della propria personalità crescano insieme secondo quella nuova creatura che in essi ha realizzato il battesimo, e di coordinare infine l’insieme della cultura umana con il messaggio della salvezza…» (n. 8).

L’obiettivo dell’educazione è quello di far sì che i battezzati raggiungano il loro compimento umano in Dio. Più precisamente: che raggiungano l’uomo perfetto, la statura della pienezza di Cristo (cf Ef 4, 13). E ciò mediante l’impegno pratico, la testimonianza nel mondo – nei diversi ambiti di vita -, della speranza che è in loro.

Proprio perché l’obiettivo di un’educazione cristiana è una formazione integrale, secondo un umanesimo altrettanto integrale e aperto alla trascendenza, oggi, primo settembre, in cui si celebra la Giornata mondiale di preghiera per il Creato non possiamo dimenticare il Messaggio La misericordia del Signore per ogni essere vivente, che la Chiesa italiana ha indirizzato a tutte le comunità e scuole cattoliche.

L’invito dei vescovi italiani è semplice e chiaro. Nell’anno della Misericordia dobbiamo pensare che essa non concerne solo gli uomini e le loro relazioni interpersonali ma anche il loro rapporto con il creato. Bisogna vivere e realizzare la Misericordia di Dio – oltre che nell’ambito antropologico, nel mondo del lavoro, della finanza, dell’economia, della politica, dei mass media, della sanità, della scuola, come illustrato nella Lettera pastorale alla mia Diocesi di Faenza-Modigliana -, anche in ambito ecologico!

Tra le vie indicate per farlo vi è quella della ricezione della Laudato si’, l’ultima enciclica di papa Francesco. Sebbene si siano sviluppate molteplici iniziative con cui la si è presentata, spiegata e, in parte, tradotta in pratica con gesti significativi sul piano del cambio degli stili di vita, della bonifica di porzioni del territorio, rimane sempre il compito di una ricezione più sistematica e penetrante in ambito pastorale ed educativo, di una mobilitazione corale, di piccole azioni quotidiane migliorative di quanto già si fa. Per quanto concerne le comunità cristiane, le scuole cattoliche, i movimenti, le organizzazioni di ispirazione cristiana, vanno senz’altro incrementate una catechesi, una formazione, una messa in rete delle varie iniziative. Si tratta di elaborare itinerari pastorali, progettualità culturali e sociali, esperienze educative che: muovano dal presupposto di una chiamata e di una vocazione alla custodia del creato, alle quali corrispondono un compito missionario e di testimonianza; che tengano presente il principio morale dell’ecologia integrale; che presuppongano un aggiornamento dell’educazione alla fede, della formazione ad una spiritualità ecologica, che abilita ad essere custodi e promotori del creato, a confessare i propri «peccati contro la creazione» (cf Laudato si’, n. 8), a declinare eticamente il rapporto tecnologia, lavoro ed ambiente, a coltivare una legalità e una democraticità non solo formali.

In questa Eucaristia, unendoci a Cristo che offre la propria vita al Padre, portiamo l’impegno di un’educazione cristiana, inclusiva di un’ecologia integrale. Dall’Eucaristia deriva la carità dei credenti e delle comunità. In occasione della grande tragedia provocata dal terremoto in Centro Italia preghiamo per i defunti e per i loro familiari. Sollecitiamo tutti, dai più piccoli ai più grandi, a vivere la solidarietà cristiana specie in occasione della raccolta che si farà il prossimo 18 settembre nelle parrocchie d’Italia a sostegno delle popolazioni colpite.

+ Mario Toso

Vescovo di Faenza-Modigliana

 

Alcuni punti del saluto rivolto ai partecipanti prima della S. Messa.

  1. Anzitutto un grande ringraziamento per la vostra opera educatrice, fondamentale per la persona, la Chiesa e la società. Grazie a voi per l’impegno, le fatiche e la passione che mostrate quotidianamente. Il vostro è un contributo fondamentale a che la fede si inculturi e possa permeare e strutturare la vita delle persone. Chi crede vede come estremamente urgente che la fede trovi radicamento nello spirito e nella cultura. Senza un tale radicamento l’appartenenza alla Chiesa, l’essere di Cristo non influenzano le scelte, specie in campo sociale politico. Noi, invece, abbiamo bisogno che la fede sia in grado di offrire motivazioni profonde.

  2. Oggi, più che mai è necessario promuovere e difendere la scuola cattolica e paritaria, secondo la sua specificità, quale elemento essenziale all’interno di un sistema integrato. Se si è finalmente riconosciuta la fondamentalità, per uno Stato pluralista e democratico, aconfessionale, ma sanamente laico, di un sistema scolastico integrato, occorre rendere effettivo questo impianto sotto tutti gli aspetti, compresi quelli economici, pena una doppia iniquità, quale quella che si sta verificando con l’imposizione dell’ICI da parte di varie amministrazioni comunali, in una maniera strumentale. Si tenga presente che il costo della scuola paritaria è quasi totalmente a carico della famiglia e dei gestori. Quanto offrono le amministrazioni mediante convenzioni è ancora troppo esiguo rispetto a quanto le scuole paritarie fanno risparmiare alla comunità nazionale. La legge sulla buona scuola prevede misure fiscali platonicamente favorevoli (lo school bonus non è ancora attuabile, la detraibilità delle spese sostenute dalla famiglia è godibile solo dalle famiglie che hanno reddito). Non va ignorato poi che la suddetta legge ignora sostanzialmente la scuola paritaria.

  3. In uno scenario culturale in cui ci sarebbe maggiormente bisogno della scuola cattolica per preparare persone in grado di servire la società con onestà e competenza, con un orientamento culturale non individualistico e utilitaristico, permeato dallo spirito del Vangelo, capace di fronteggiare la fluidità e lo sfarinamento del sociale sotto i colpi di una mentalità prevalentemente mercantile, va rilevato che in quest’ultimo quinquennio la popolazione delle scuole paritarie è calata del 10 per cento a causa della crisi economica, del calo demografico, della crisi delle vocazioni che ha fatto chiudere molte scuole. Se aumenterà l’imposizione fiscale la chiusura sarà accelerata mediante un grave vulnus alla libertà religiosa e di educazione, a quella pluralità delle scuole che è una risorsa per tutto il sistema scolastico. A fronte della penalizzazione della scuola paritaria cattolica occorre rafforzare le reti di coordinamento dei gestori e delle famiglie, nonché le reti di rappresentanza presso le istituzioni pubbliche. Una falla sul fronte dei gestori, perché si procede in ordine sparso, rispetto ad esempio al ricorso contro l’imposizione dell’ICI, rende l’azione più debole e ininfluente. Per renderla più incisiva occorre mantenere fermezza nelle decisioni e non arretrare rispetto a quanto convenuto. Occorre creare dei consorzi di scuole per razionalizzare la gestione delle risorse, per condividere ed universalizzare pratiche positive, per costruire una massa critica. Occorre, inoltre, mobilitare la società civile a favore del diritto della libertà di educazione strettamente connessa alla libertà religiosa, cuore delle altre libertà.

Al termine di questo breve saluto ribadisco il senso di riconoscenza da parte delle nostre diocesi. Sono sicuro di interpretare qui anche il pensiero di sua Ecc. Mons. Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna e di Cervia. Ringrazio gli organizzatori di questa importante giornata augurando pieno successo alle vostre comunità educative.

OMELIA per l’APERTURA del CAPITOLO ELETTIVO delle CLARISSE
Faenza, Monastero S. Chiara - 29 agosto 2016
29-08-2016

All’inizio del Capitolo elettivo è prevista la celebrazione della Messa votiva dello Spirito Santo. In vista di ciò si è scelta la Messa del giorno di Pentecoste. A suo modo anche un Capitolo elettivo è momento di Pentecoste, di rinnovamento della missione, mediante il dono dello Spirito Santo che unifica (cf At 2, 1-11) e colma le persone della presenza di Dio.

La Chiesa universale ha bisogno di una rinnovata Pentecoste, ma anche ogni monastero ed ogni comunità. Questa comunità, a partire dalla propria specifica identità, prega perché lo Spirito Santo aiuti: ad essere, innanzitutto, conformi all’immagine del Figlio di Dio, via, verità e vita, per vivere totalmente consacrate a Lui; in secondo luogo, a seguire il Maestro nella via che è stata indicata a Chiara da Francesco, modello sublime di amante e di imitatore di Gesù Cristo.

La venuta dello Spirito è invocata per una nuova primavera spirituale nella propria vita e in quella comunitaria!

L’elezione di una nuova Abbadessa è, infatti, per la comunità momento di speciale unità nella carità, come è scritto nelle vostre Costituzioni (Roma 1986, p. 140). Non è un mero atto di routine o di mero adempimento delle norme statutarie. È occasione di sentirsi e di farsi comunione più intima con Dio e tra sorelle, per guardare al futuro, ancora una volta, reinterpretando il proprio carisma religioso e spenderlo a favore della Chiesa e dell’umanità. Non va dimenticato che la precondizione di un’unità più intensa ed efficace è rappresentata dalla fedeltà alla Parola di Dio e all’amore fraterno. Solo così il Padre e il Figlio prendono dimora in noi. Assieme ad essi prende pure dimora quello Spirito d’amore che li unisce in un abbraccio di affetto e di tenerezza eterni (cf Gv 14,15-16). Noi, voi, siamo avvolti dal loro abbraccio che riscalda il cuore e sollecita a riprendere sempre il largo in questo momento storico che è unico rispetto ad altri scenari.

Quando noi abitiamo in Dio Trinità, e siamo pervasi dal suo Spirito d’Amore, ne veniamo trasfigurati e potenziati nelle nostre capacità di conoscere il vero e di scegliere il bene e Dio. Siamo anche posti in grado di compiere meglio il discernimento nella nostra vita e nel lavoro della vigna: sia che si debba eleggere una nuova Abbadessa; sia che si debba pensare ad una tale elezione anche in funzione del rilancio del proprio carisma e della propria missione nel mondo e in questa città.

Lo Spirito manda a noi i raggi della sua luce; dà forza d’animo allorché siamo tiepidi; sana ciò che sanguina nel nostro spirito e nelle relazioni interpersonali. Piega ciò che è rigido e fossilizzato nella comunicazione reciproca. Scalda ciò che è gelido nella comunione fraterna e nell’amore a Dio, lo Sposo. Offre i suoi santi doni: di sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, timor di Dio, perché portiamo frutti abbondanti di dono generoso a Cristo nel territorio e nella Chiesa, a servizio del Regno di Dio.

Nel tempo, la vostra comunità di Clarisse che professano la Regola di Urbano IV, ha visto dapprima un forte ridimensionamento dell’attività educativa mediante la scuola, e poi il suo definitivo spegnersi. E, tuttavia, non è mai cessata un’altra opera educativa importante ed alta – per cui tutti ve ne siamo profondamente grati -, mediante: la preghiera, lo studio, la riflessione, il confronto, l’accoglienza di gruppi giovanili e persone desiderosi di silenzio, ascolto della Parola di Dio, partecipazione a momenti liturgici e di formazione, con una particolare dedizione alla preghiera per l’unità dei cristiani e il dialogo religioso.

La ricerca comunitaria di prospettive, anche nuove, per il futuro del vostro monastero è d’obbligo. Ma è imprescindibile e prioritaria la vostra esistenza come figlie di Dio, a Lui consacrate per una vita contemplativa, stabilmente e fortemente radicate nella Trinità. Solo così sarete, saremo, eredi di Dio e della sua gloria (cf Rom 8, 8-17). Il nostro essere pellegrini dell’Assoluto in questo mondo contingente, ci insegna e ci abitua a riconoscere ciò che è caduco, passeggero e secondario rispetto alla nostra vocazione di credenti, chiamati alla gioia della vita con Dio. Proprio il nostro essere di Cristo non può essere indebolito. Da esso, coltivato quotidianamente, deriveranno nuovi semi di futuro e nuovi germogli di vita. Non dimenticate di portare nel vostro cuore la Chiesa della Romagna in cui siete inserite: una Chiesa fortemente impoverita di vocazioni sacerdotali e di vita consacrata, bisognosa di una pastorale vocazionale più incisiva e più sistematica, più supportata dalla preghiera al padrone della messe. Tutta la comunità cristiana che è in Faenza-Modigliana vi accompagna e vi ricorda a Maria, Madre della Chiesa. Santa Chiara e san Francesco vi proteggano e vi aiutino a diffondere sempre il profumo della buona fama, perseverando nella via della santa semplicità, dell’umiltà e della povertà (cf Costituzioni, p. 79).

OMELIA nella Solennità della ASSUNZIONE di MARIA (Messa vespertina della vigilia)
14-08-2016

Celebriamo oggi la solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria in cielo, dogma definito nell’anno del Giubileo 1950 da Pio XII, il primo novembre.

Colei che fu Madre di Dio, come fu preservata dal peccato originale, così lo fu dalla corruzione del corpo. Al pari del corpo del Figlio che risuscitò e salì al cielo trasfigurato anche il corpo di Colei che lo portò in grembo e lo generò è assunto in cielo integro, senza subire dissoluzione, ed è glorificato. Il Figlio e la Madre subirono la morte, ma non il disfacimento del loro corpo, a differenza del nostro, che sarà sottoposto alla corruzione del sepolcro.

Colei che ha generato il Signore della vita non poteva non essere rivestita dell’immortalità, oltre che nella sua anima, anche nel corpo. Maria, dunque, non subì la corruzione del sepolcro, né dovette attendere la redenzione del suo corpo alla fine del mondo.

A ben riflettere, nel periodo estivo, quello delle ferie agostane, la Chiesa ci sospinge a celebrare con gioia gli effetti della redenzione di Cristo, morto e risorto, sull’umanità, a cominciare da sua Madre. In questa «Pasqua dell’estate», san Paolo ci istruisce così: Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Se per mezzo di un Uomo, Adamo, venne la morte, per mezzo del Nuovo Adamo, Cristo, viene la resurrezione dei morti. E, così, dopo Cristo che è risorto, risorgeranno tutti coloro che sono suoi. Maria, assunta in cielo in anima e corpo, è la prima dopo la primizia che è Cristo, a condividere il destino di gloria del Figlio.

Guardando a Maria vediamo già realizzato il nostro futuro. La nostra esistenza, pur subendo il disfacimento nel corpo, non finirà definitivamente in un pugno di cenere, nella tomba. I cimiteri dei cristiani, non a caso, nel loro stesso nome indicano di essere dei «dormitori»: i corpi dei fedeli defunti dormono il sonno della pace in attesa del ricongiungimento, nell’ultimo giorno, con la propria anima gloriosa. Dopo la corruzione del corpo nel sepolcro saremo redenti e glorificati anche noi nel corpo. Se veniamo sepolti corruttibili, risorgiamo incorruttibili.

Il nostro destino, dunque, è quello di una vita non indebolita o depotenziata. Camminiamo verso un futuro di pienezza, uniti a Cristo, primizia di coloro che sono morti e risorgeranno. Durante il nostro pellegrinaggio terreno, al termine del quale condivideremo il destino di Maria, madre dei credenti, siamo chiamati a cantare anche noi il suo Magnificat, che abbiamo sentito oggi proclamare. Maria che lo canta e dona al mondo il Redentore, è misericordia vivente del Padre. È misericordia accolta, condivisa, testimoniata. Come Lei diventiamo protagonisti e testimoni di una misericordia globale, ossia di una misericordia per tutti gli ambiti della vita. Consentiamo l’incarnazione di Dio nella nostra storia e nelle nostre vite, nelle istituzioni. Ma dobbiamo essere attenti alle precondizioni di tutto questo. Detto altrimenti, non dobbiamo solo operare per una «rivoluzione» sociale. Come insegna il Magnificat, che è risuonato nella casa di Elisabetta e continua a echeggiare nelle nostre comunità, occorre prima credere, avere fede in Dio, nella sua misericordia, che è di generazione in generazione e, quindi, operare primariamente per una rivoluzione spirituale ed etica.

Per essere capaci di realizzare la rivoluzione di Dio, la sua «pazzia» d’amore, non possiamo trascurare il nostro incontro con Lui, mediante preghiera, comunione, richiesta di perdono e, in particolare, non possiamo rinunciare a vivere la misericordia suprema. La misericordia più grande che Maria di Nazaret ha vissuto nei confronti del suo popolo e dell’umanità è l’aver accettato di diventare Madre di Dio e di averLo donato. Come Lei dobbiamo imparare a generare Gesù Cristo nel mondo, nelle nostre famiglie, negli ambienti di vita. Solo donando il Figlio di Dio possiamo diventare generativi di un nuovo umano, di un nuovo mondo sociale, capaci di abbattere le cause strutturali della povertà, l’ingiustizia, l’illegalità.

Come la giovane donna di Nazaret abbiamo fiducia in Dio, ma anche nelle persone, nella loro capacità nativa di essere persone comunitarie, generatrici di dono e di servizio, ma soprattutto di Cristo. Allora, sarà tempo di messi abbondanti, di pace.

Preghiamo Maria, assunta in cielo, perché ci ottenga dal Signore operai per la sua messe. Preghiamola perché diventiamo capaci di educare le nuove generazioni al desiderio di Dio, all’incontro con Cristo, perché ne divengano annunciatori e testimoni credibili, collaborando a costruire le comunità cristiane e a renderle sempre più missionarie in tutto il nostro territorio.

OMELIA nella SOLENNITA’ di SAN CASSIANO, patrono di IMOLA
Imola - Basilica Cattedrale, 13 agosto 2016
13-08-2016

Eccellenza, Illustri delegazioni delle città di Bressanone e Comacchio, Autorità militari e civili, Cari fratelli e sorelle, la solennità del Patrono san Cassiano ci vede comunità in festa attorno a colui che con il suo martirio è stato seme di cristiani (cf Tertulliano, Apologeticus, 50), punto di riferimento dei suoi contemporanei – basti pensare a san Pietro Crisologo, vescovo di Ravenna, che volle essere sepolto vicino alle sue spoglie – ed è per noi, oggi, protettore e modello di vita cristiana.

La festa patronale per una diocesi è l’occasione per ri-offrirsi al Signore, nell’impegno di un rinnovato slancio missionario, rivissuto nell’attuale contesto socio-culturale, chiaramente secolaristico. Il martire Cassiano ha trasfigurato la propria esistenza con un atto supremo di amore a Cristo, rifiutando di adorare gli dei pagani, venendo ucciso proprio perché cristiano, ritenuto pericoloso per l’ordine costituito. San Cassiano è divenuto seme di cristiani rivivendo in sé il sacrificio di Cristo, il suo impegno di redimere il mondo, divinizzandolo ed umanizzandolo. Ha così rivendicato per ogni persona la prima libertà, quella religiosa, quella oggi più ferita, radice di ogni altra libertà. Nello stesso tempo si è offerto totalmente a Colui che è principio dell’Amore e della Vita, rispondendo all’amore donato con la propria esistenza. Per il credente non vi sono altri dei all’infuori di Dio, uno e trino. Se si muore con Cristo, con Lui anche si vive (2Tim 2, 11).

Proprio così, come ci attestano varie fonti, ma soprattutto il culto ininterrotto sino a noi, san Cassiano è stato costruttore della comunità cristiana e della città imolesi, annunciatore di speranza e di fratellanza, pilastri di una nuova civiltà, aperta alla Trascendenza. I cristiani che visitavano la sua tomba e che l’hanno venerato come patrono lungo i secoli, hanno inteso incontrare e amare, attraverso di lui, Cristo stesso, il Martire per eccellenza: un discepolo non è più grande del maestro (cf Mt 10, 24). San Cassiano venne cercato dalla gente comune e dalle persone colte, come quel Prudenzio che nel quinto secolo si fermò a rendere omaggio alle sue spoglie, e venerò in lui una persona libera, capace di resistere ad un’autorità che voleva obbligare a tacitare la propria coscienza. Fu eletto patrono di altre Chiese, proprio perché con la sua vita e il dono eroico di sé insegnò l’adesione incondizionata a Cristo e la necessità di testimoniarlo coraggiosamente. Di questo c’è bisogno oggi, in un mondo in cui Dio è ancora antropomorfizzato, fatto a propria immagine, scambiato con falsi dei. Solo mediante la fede in Cristo e l’educazione ad essa – non dimentichiamo che san Cassiano utilizzava la sua professione di insegnante per evangelizzare – i popoli acquisiscono la coscienza della loro altissima dignità, della fraternità e della loro fondamentale uguaglianza. Solo mediante esse fiorisce una libertà responsabile, si rafforzano il diritto e la giustizia, si ordinano quelle scale di beni-valori ove i mezzi non sono scambiati coi fini.

Cari fratelli e sorelle, i santi, come san Cassiano per questo territorio e per le Chiese che l’hanno eletto a patrono, sono fonte di rivoluzioni morali e spirituali, nonché sociali, davvero radicali. Lo possono essere anche nella cultura contemporanea, preda di nuove idolatrie, quali il consumismo materialistico, il profitto a breve termine assolutizzato, la tecnocrazia, l’individualismo radicale. Imitiamo i nostri santi e guardiamo a Cristo. Egli ci dà forza ed intelletto per abbattere le strutture di peccato e riformare quelle leggi che sono erroneamente ritenute conquiste di civiltà ma che, invece, devastano l’essere umano o, addirittura, come nel caso dell’uccisione dei nascituri, ne calpestano brutalmente il diritto alla vita. È vera libertà quella che è intesa come la potestà di fare tutto ciò che si crede senza limiti di sorta?

Si ha l’impressione che molti della nostra gente, specie le nuove generazioni, pur vivendo in un contesto in cui il cristianesimo ha imbevuto di sé istituzioni e costumi, a partire da persecuzioni e prove dure, non attribuiscano più un’alta considerazione alla loro fede. Il cristianesimo non è più ritenuto fonte di liberazione e di umanizzazione. È spesso pensato come un freno alla propria libertà e alla crescita umana. Sebbene abbiamo molte testimonianze della fede sparse ovunque – si pensi alle chiese, alle opere d’arte, agli ospedali e alle università, ai vari segni religiosi che contraddistinguono le nostre città e le nostre campagne – l’essere di Cristo non è più sentito come proprio, un tratto distintivo della propria condotta. È spesso vissuto come un’appartenenza superficiale, incapace di mettere radici profonde nelle persone e nel tessuto sociale e politico. E così l’essere cristiano si svuota della sua verità e dei suoi contenuti più propri, rischia di diventare un orizzonte che solo superficialmente abbraccia la vita. L’esperienza di fede in Gesù crocifisso e risorto non illumina il cammino della vita, non la trasforma.

In vista di una conversione pastorale e pedagogica è necessario che ci immergiamo, come ci sollecita a fare l’anno del Giubileo, nella misericordia del Padre. Sarà proprio un rinnovato re-incontro con Gesù Cristo, incarnazione vivente della misericordia di Dio, che rivitalizzerà le nostre comunità e riscalderà i nostri cuori nella missio ad gentes. Vivendo Cristo, il suo dono totale a Dio, potremo essere capaci di trasfigurare la nostra esistenza e le istituzioni, fondandole sui pilastri della fraternità e della giustizia. Cristo ci aiuterà a seminare nei solchi della storia un nuovo umanesimo, per il quale la libertà si lega alla verità e al bene, l’economia e la politica sono al servizio del bene comune, ossia bene di tutti e non di pochi. Oggi abbiamo un estremo bisogno di una fede capace di inculturarsi e di plasmare le coscienze e le civiltà. Possiamo – è lecito domandarsi – permetterci il lusso di trascurare quelle istituzioni che, come la famiglia e la scuola cattolica, sono piuttosto bistrattate dall’attuale politica, anzi sono sfavorite con legislazioni che ne penalizzano l’esistenza, rispettivamente mediante o una subdola decostruzione giuridica o il carico di ingiusti gravami fiscali? La dimensione sociale della fede, di cui ci ha parlato più volte papa Francesco, non deve, forse, renderci più attivi e responsabili a servizio dei bisognosi, non solo con piani assistenziali ma soprattutto sradicando le cause strutturali della povertà, affinché tutti siano inclusi nella società e vedano accresciute le loro capacità di partecipazione alla gestione della res publica? La misericordia ricevuta va vissuta e testimoniata globalmente. Detto diversamente, l’esperienza della misericordia che ci dona la vita di Dio, la sua capacità di amare e di perdonare, va portata in ogni ambito dell’attività umana: nel lavoro, nella famiglia, nell’economia, nella finanza, nella politica, nel mondo dei mass media, nella cultura e nella scuola, nelle relazioni internazionali. Grazie al dono della vita di Dio vinciamo il male col bene, l’offesa e la violenza con il perdono e con la lotta per la giustizia, la paura e la chiusura con il servizio all’altro. Come ha detto papa Francesco ai giovani a Cracovia, durante la scorsa Giornata Mondiale, la misericordia ci sollecita ad andare per le strade seguendo la «pazzia» del nostro Dio che ci insegna ad incontrarlo nell’affamato, nell’assetato, nel nudo, nel malato, nell’amico che è finito male, nel detenuto, nel profugo e nel migrante, nel vicino che è solo (cf Francesco, Discorso durante la Veglia di preghiera, 30 luglio 2016). Ma ci sollecita anche a divenire «attori politici», persone che pensano, animatori sociali. Soprattutto ci sospinge a portare la Buona Notizia. Non dimentichiamolo, allora: vivere la misericordia di Dio importa una particolare dedizione nel donare Cristo agli altri, specie mediante il perdono. Così, non scordiamo quanto ci ha insegnato Benedetto XVI: l’annuncio di Cristo è il primo e principale fattore dello sviluppo integrale (cf Caritas in veritate, n. 8).

Come cattolici, pertanto, perché non impegnarci a compattare almeno un nuovo movimento culturale e sociale che aiuti ad essere in rete, ad elaborare nuovi progetti sociali, a preparare nuove rappresentanze secondo l’ispirazione cristiana? 

La solennità di san Cassiano ci induca ad investire convintamente in una rinnovata pastorale vocazionale, aperta alla formazione di nuove generazioni di sacerdoti e di fedeli laici. Ne deriveranno necessariamente conseguenze di redenzione per tutti i vincoli sociali, per la legislazione e per la cultura..

Il cibo dei forti alimenti il nostro spirito e il coraggio di una nuova evangelizzazione. San Cassiano ci ispiri e ci protegga.

OMELIA per la festa di SANTA CHIARA
Faenza - Convento Santa Chiara, 11 agosto 2016
11-08-2016

Chiara dal carattere forte, deciso ed indipendente scappa di casa per consacrarsi interamente al Signore, rapita dalla sublime conoscenza di Lui (cf Fil. 3, 8-14). Nobile, ricca, sognata da molti giovani, rinuncia al matrimonio, ad una posizione sociale agiata.  Per guadagnare Cristo lascia perdere tutte le cose che dagli uomini sono ritenute importanti e le considera una spazzatura. Cosa aveva in mente? Perché una scelta così radicale, che la poneva dalla parte di coloro che contavano di meno nella società?  Che cosa, ultimamente, le interessava, lei diciottenne, che aveva più di un’opportunità spalancata dinnanzi a sé? Mentre indossava un rude saio, segno di rottura col mondo e col passato, desiderava star dentro la storia, ma in un modo diverso da quello abituale. E tutto questo per amore, per servire Cristo, per indicarlo come punto di riferimento indispensabile, per cambiare le cose nella Chiesa e nel mondo.

Anche noi, oggi, in un contesto in cui viviamo di corsa, indaffarati e indifferenti, al punto spesso da dimenticare gli altri e il senso della nostra vita, abbiamo bisogno di persone che con le loro scelte coraggiose ci sappiano indirizzare a Colui che ci può salvare e colmare con la sua Vita.

Chiara capì che per essere di aiuto ai suoi contemporanei doveva spogliarsi di tutto ed essere, invece, rivestita di Cristo. Poteva regalarlo, se prima era totalmente sua. E questo non da sola. Assieme a Chiara, altre giovani si consacrarono a Dio e trovarono rifugio presso la Chiesa di san Damiano, ad Assisi. Qui la comunità crebbe, aiutata da quella dei frati che si era formata attorno a Francesco. Accolse anche le sorelle di Chiara, Agnese e Beatrice, nonché la loro stessa madre. Erano donne che non intendevano fuggire dal mondo, sebbene vivessero ritirate. Non volevano evadere dalle difficoltà quotidiane della gente. Immerse nella preghiera, si sostenevano col loro lavoro, senza peraltro rifiutare l’aiuto di coloro che le accompagnavano con simpatia.

Per loro, però, era prioritario essere al servizio della Chiesa, vivendo davanti a Dio con la preoccupazione della salvezza di tutti. Un esempio non solo per i tempi passati, ma anche per i nostri giorni!

Lo sappiamo bene: Francesco prima, Chiara poi, con altri fratelli e sorelle, abbracciarono «madonna» povertà e con la loro vita di innamorati di Dio resero più giovane e più bella la Chiesa, ricostruendola là ove era cadente. Francesco e i suoi frati minori; Chiara e le sue sorelle minori, non solo ricostruirono le chiese fatte di pietre materiali, ma specialmente la chiesa costruita con pietre spirituali. Fu una primavera per il popolo di Dio

Venendo a noi, in un momento storico in cui la Chiesa sembra perdere terreno sia per scarsa incisività culturale sia perché cresce l’analfabetismo religioso, domandiamoci: troviamo o prepariamo giovani generazioni che siano interessate alla causa del Vangelo e perciò trovino l’ardire di consegnare la vita a Dio  per rinnovare la propria comunità, donandosi interamente a Lui? Crediamo ancora che una comunità di religiose, come lo sono le nostre sorelle Clarisse, possano, pur trascorrendo una vita visibilmente separata a motivo della clausura, essere fermento di quella conversione pastorale e pedagogica a cui ci ha invitato papa Francesco con la sua esortazione apostolica Evangelii gaudium?

Se ben riflettiamo la loro presenza, benché silenziosa, è quanto mai efficace. Il loro servizio di preghiera, di accoglienza, di aiuto ai poveri, di accompagnamento spirituale, le rende luce in mezzo alla nostra città e per la nostra Diocesi. Il loro amore indiviso a Cristo, che le fa più forti nella testimonianza, le mostra a noi quali persone più soavi, vere sorelle e madri, che ci accompagnano nel nostro pellegrinaggio di fede, fra le vicende della storia, verso Dio Trinità.

«Chiara si nascondeva, ma la sua vita era rivelata a tutti. Taceva, ma la sua fama gridava», è scritto nella bolla di canonizzazione, avvenuta nel 1255, ad opera di papa Alessandro IV. Care sorelle Clarisse, la vostra esistenza qui tra noi sia sempre più simile a quella della vostra santa Fondatrice, ossia luce e consolazione per il popolo di Dio. Aiutateci con la vostra preghiera e il vostro servizio apostolico a fare di tanti giovani, che passano momenti preziosi di incontro col Signore nella vostra casa, delle persone audaci, ispirate dal profondo desiderio di seguire il Maestro, Francesco e Chiara. 

Profitto di questa festa per ringraziarvi – senza, peraltro, dimenticare gli altri conventi della nostra Diocesi che pure l’hanno fatto – per quanto avete offerto al Signore a favore dei nostri giovani partecipanti alla Giornata Mondiale della Gioventù a Cracovia. Essi hanno avuto la fortuna di vivere alcune settimane completamente immersi nell’esperienza della Misericordia, mediante la cordiale e fraterna ospitalità della gente polacca, mediante incontri, catechesi, momenti di preghiera, visite a santuari, a luoghi di drammatica ed inaudita crudeltà come Auschwitz, che ha indotto tutti a interrogarsi sul nesso tra perdono e giustizia. Sono stati giorni ricchi di emozioni ma soprattutto di fede. Sicuramente hanno lasciato tracce profonde nel cuore dei partecipanti, irrobustendo le motivazioni del loro dono e della loro missione. Grazie, dunque, care sorelle, perché tutto è andato bene, anche con il vostro sostegno. Il Signore vi benedica e vi ricompensi. Vi accompagni nella preparazione all’ormai prossimo Capitolo. Celebriamo con fede l’Eucaristia, e come Chiara affidiamoci a quel Gesù che protesse lei e le sue suore dall’aggressione dei Saraceni. Sono consolanti  le parole con cui il Signore la rassicurò: «Io ti difenderò sempre».

OMELIA nell’anniversario della nascita della venerabile BENEDETTA BIANCHI PORRO
Dovadola, 7 agosto 2016
07-08-2016

Cari fratelli e sorelle, nel giorno in cui ricordiamo Benedetta Bianchi Porro, il brano del Vangelo di Luca (12, 32-48) ci sollecita a vivere la nostra esistenza nella vigilanza. A noi è stato dato il Regno di Dio. Non solo. A noi è stato dato il compito di amministrare le cose, il mondo, ma soprattutto la nostra vita. Ce ne sarà reso conto. Non sappiamo quando. Proprio per questo occorre essere sempre pronti e agire responsabilmente. Il tempo dell’attesa deve essere contrassegnato dal segno della fedeltà alla missione data. Non bisogna lasciarsi andare all’ignavia e alla pigrizia. Occorre perseverare nella propria vocazione. Il principale compito affidato al cristiano è certamente quello di crescere in maniera simile a Cristo, lasciandosi trasfigurare dal suo amore, divenendone annunciatori e testimoni coraggiosi, costi quel che costi, nella buona e nella cattiva sorte. Chi appartiene a Cristo sa che il talento più prezioso che gli è stato affidato e che deve essere amministrato con scrupolosa accortezza è la vita di unione a Colui che redime e salva.

Possiamo definire Benedetta Bianchi Porro un’esistenza o, meglio, un corpo ed uno spirito afferrati e trasfigurati dall’amore di Cristo, in un sacrificio gradito al Padre. E tutto questo mediante e durante un calvario incredibile di sofferenze fisiche e spirituali ininterrotte. Morta a ventisette anni, colpita da un morbo rarissimo e inesorabile fu costretta ad interrompere gli studi. Le mancava un solo esame per conseguire la laurea in Medicina. La malattia, una sorta di tumore ai centri nervosi la rese prima sorda, poi cieca. Perse, inoltre, l’uso degli altri sensi: l’odorato, il gusto, il tatto. Mentre nelle varie parti del corpo diventava progressivamente immobile, eccetto la mano destra, mediante la quale comunicava, la sua intelligenza rimaneva accesa. Alla fine, Benedetta si esprimeva con un filo di voce. Pur nel buio e nel silenzio, che la isolava da tutto, vedeva e percepiva Dio con gli occhi interiori del suo spirito. Se ne sentiva invasa. La Sua presenza la faceva, incredibilmente, ridere e cantare di gioia. Stupiva come in un corpo così martoriato dalla malattia e straziato dalla sofferenza ci fosse tanta riconoscenza. La percezione intensa di Dio che si dona tutto all’uomo rendeva la sua esistenza bella e degna di essere vissuta, nonostante il dolore che la opprimeva. L’animo era una sorgente zampillante gratitudine. «Grazie» è l’ultima parola pronunciata dalle sue labbra. Riassumeva ed esprimeva tutta la sua esperienza di credente, abitata da Cristo, nella sua passione. Assimilata al suo Redentore e Signore  sente gioia nell’essere conforme a Lui col dono totale di sé. Tutto diventa bello, compreso quel mondo da cui Benedetta, sempre più, è isolata. Sente nell’aria l’odore della primavera. Con gli occhi di una mistica vedeva la natura coinvolta nella nuova creazione operata da Colui che muore ma risorge, trascinando tutto in una nuova condizione d’essere, quella delle creature che posseggono una stessa origine e uno stesso fine.

Cari fratelli e sorelle poniamoci una domanda? Perché sentiamo il bisogno di guardare a Benedetta?

Benedetta è grande non tanto per la sua capacità di vivere il dramma di un progressivo disfacimento fisico, ma soprattutto perché ci insegna l’importanza della spiritualità, del suo primato per la nostra vita. Senza un’intensa vita interiore Benedetta non avrebbe trovato la straordinaria capacità di rispondere ai drammatici interrogativi del suo animo. Non sarebbe stata in grado di vivere un’ascesi continua, con conversioni incessanti, quali erano richieste, anno dopo anno, giorno dopo giorno, dal suo calvario. Era necessario rinnovare l’incontro con il suo Dio, ricominciare sempre da capo, ogni momento. A fronte di un innato desiderio di vita, nonostante il suo progressivo spegnersi, doveva offrirsi come vittima che completava in sé le sofferenze di Cristo, la sua missione di crocifisso per amore.

In un mondo, contrassegnato da tragedie e da crudeltà che rubano la speranza alle persone, in cui crescono i calvari, i percorsi di esistenze drammaticamente sole, abbiamo bisogno di imparare da Benedetta. Pur sommersi da tante comunicazioni ed interconnessioni rimaniamo isolati nella sofferenza, portando sulle spalle fardelli troppo pesanti. Spesso non ci sorregge il senso della vita. Cresce l’angoscia e, talvolta, la disperazione. Tutto diventa insopportabile ed appare ingiusto. Non si è lieti e in pace col mondo. E così, non esiste estasi, uscita da sé, e nemmeno l’incanto di una natura che esprime la bellezza e la bontà del Creatore. Gli altri appaiono estranei, esseri ostili, anziché fratelli. La sofferenza è un fardello troppo pesante e non c’è modo di metabolizzarlo, di trasformarlo in atto d’amore e di offerta per i fratelli e per Dio. Non vi sono traguardi trascendenti, purificazioni interiori, svolte importanti. C’è la percezione solo di se stessi, di pesi insopportabili. Cari fratelli e sorelle, quando tutto sembra perduto, solo la fede in Gesù, dà la forza per proseguire e camminare eroicamente. Uniti a Gesù che redime e salva si può ancora sognare un mondo nuovo, meno violento, più fraterno e giusto. Si può sognare anche una Chiesa meno chiusa in se stessa, meno impegnata solo nella conservazione dell’esistente. Da un rinnovato incontro con Colui che vive nella storia e nella comunità dei credenti, può derivare l’impulso ad una fede adulta, più esplicita, che consente di cogliere e di coltivare un progetto, unificato ed unificante, interamente centrato sul Figlio di Dio che è venuto a ricapitolare tutto in sé.

Nell’incontro con Lui, anche in questa Eucaristia che stiamo celebrando, cresce la consolante certezza che della nostra vita e della città architetto e costruttore è Dio stesso, come peraltro ci ha detto la Lettera agli Ebrei oggi proclamata (cf Eb 11, 1-2.8-12). Viviamo tenendoci pronti ad accogliere in ogni istante il Signore che viene. Saremo beati, felici, come ci dice il Vangelo di Luca (12,32-48), quando il Signore, venendo, ci troverà vigilanti, ossia pronti ad accoglierlo nella nostra vita. Chi rimane fedele alla propria vocazione e missione, quella di annunciatore e portatore di Cristo, riceverà una ricompensa oltre ogni previsione. Mangerà e berrà in eterno alla sua mensa. Troveremo Lui che ci farà mettere a tavola, e passerà a servirci, con le mani colme di doni.

II CATECHESI alla GMG di CRACOVIA 2016
29-07-2016

Oggi siamo invitati a pregare così: «Signore, fa di me uno strumento della tua misericordia».

Come possiamo diventarlo?

Il brano del Vangelo di Mt 25, 31-46 ci sollecita ad esserlo facendo una scelta a favore dei poveri, ovvero degli indifesi, dei sofferenti, degli emarginati, degli oppressi, degli sfruttati e dei perseguitati. L’aiuto prestato o rifiutato a questi «piccoli», così li definisce il Signore, è aiuto prestato o rifiutato a Lui stesso. In essi si incontra il Figlio dell’uomo. Essi sono suoi fratelli, perché Egli, incarnandosi e assumendo la condizione degli umili, ha solidarizzato con la loro povertà. Ebbene, saremo giudicati sulla base del fatto se li avremo scelti, se li avremo aiutati o no. La scelta a loro favore mostrerà concretamente il nostro amore a Cristo. Cristo respingerà coloro che lo hanno respinto e accoglierà coloro che lo hanno accolto.

Ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati ad essere strumenti di Dio, strumenti della sua misericordia, impegnandosi per la liberazione e la promozione dei poveri. Mentre si mette la spalla sotto la croce di chi soffre non si può andare a braccetto con chi fabbrica le croci, soleva ripetere don Oreste Benzi.

Fermiamoci sull’essere strumenti della misericordia nei confronti dei «piccoli» di oggi. Papa Francesco, specie nella Evangelii Gaudium, ha aggiornato il loro elenco. Dobbiamo essere strumenti della misericordia, oltre che nei confronti dei poveri «tradizionali», alcuni dei quali sono già elencati nel Vangelo di Matteo, nei confronti dei nuovi poveri: i senza tetto, i tossicodipendenti, i popoli indigeni, i rifugiati, i migranti, gli anziani sempre più deboli ed abbandonati (cf EG n. 210), le persone che subiscono la tratta, i nuovi schiavi che trovano la morte nelle piccole fabbriche clandestine, nella rete della prostituzione o che sono sfruttati nell’accattonaggio o nel lavoro non regolarizzato (cf EG 211); le donne che soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e violenza, i bambini nascituri sul cui diritto alla vita non ci si può attendere che la Chiesa cambi la sua posizione (cf EG n. 214).

Come, più in concreto, essere strumenti di misericordia, impegnandosi, come affermato poco fa, per la liberazione e la promozione dei poveri? Sicuramente dando loro da mangiare, da vestire, curandoli, visitandoli in carcere, come suggerisce lo stesso brano evangelico. Ma con quale atteggiamento spirituale, con quale convinzione? Madre Teresa di Calcutta, a breve santa, e la cui vita era tutta dedita ai poveri più poveri, li serviva pensando di dover essere proprio uno strumento della misericordia di Dio e di amare in essi Gesù. Alla domanda «Chi è Gesù per me?» rispondeva così: «Gesù è il Verbo di Dio fatto carne, è la Parola da proclamare. È la vita da vivere. È l’Amore da amare. È il Sacrificio da offrire. È il lebbroso cui lavare le ferite. È l’alcolizzato che va ascoltato. È il malato di mente da proteggere, è il cieco a cui fare da guida, è il drogato di cui essere amico, è l’anziano da servire, è il piccolo che va abbracciato. Per me Gesù è il mio Dio, il mio Sposo, è il mio unico Amore, il mio Tutto». Nella sua esortazione apostolica Evangelii Gaudium papa Francesco parlando di scelta dei poveri e dell’impegno di essere al loro fianco, precisa che per aiutarli più efficacemente occorre che i mali che li colpiscono debbono essere combattuti alla radice. Non bastano a sconfiggerli, ad esempio, la Caritas diocesana, espressione di una dimensione essenziale della comunità ecclesiale, o i piani assistenziali, seppur importanti e che fanno fronte ad alcune urgenze. Queste vie sono solo risposte provvisorie ed insufficienti. Bisogna, invece, aggredire le cause strutturali della povertà. E questo viene fatto mediante il superamento delle dottrine economiche neoliberistiche, la riforma profonda dell’attuale sistema finanziario e monetario nazionale e sovranazionale, una sana economia mondiale, politiche della ricerca, dell’innovazione, del lavoro dignitoso, dell’istruzione e dell’educazione, dell’assistenza sanitaria per tutti i cittadini; una democrazia ad alta intensità, rappresentativa, partecipativa, inclusiva; la costruzione di popoli in pace, giustizia e fraternità, un’ecologia integrale, un’autorità politica mondiale.

Questi sono alcuni dei versanti in cui bisogna essere strumenti della misericordia di Dio: una misericordia che va vissuta integralmente, interessandosi di ogni uomo, di tutto l’uomo, dal punto di vista corporale e spirituale. Dio non redime solo la singola persona ma anche le relazioni sociali tra gli uomini. E, pertanto, non è da escludere dal raggio di azione dell’amore misericordioso l’impegno a vivere la letizia dell’amore famigliare (cf Amoris laetitia), la dedizione nell’elaborare un nuovo umanesimo del lavoro, dell’economia, della finanza, della politica, dei mass media, dell’ecologia.

Chi vive in maniera piena l’esperienza gioiosa della misericordia di Dio scopre che deve divenirne strumento innanzitutto annunciando Gesù Cristo, donandoLo – l’annuncio del Vangelo è la prima misericordia! -, perdonando come Lui perdona. Solitamente si ritiene che la misericordia trovi la sua espressione più alta nelle opere della liberazione e promozione umana. La misericordia divina, invece, dev’essere attuata prioritariamente mediante l’evangelizzazione o, meglio, mediante una nuova evangelizzazione. Il mondo può essere cambiato radicalmente proprio grazie all’annuncio di Gesù Cristo. Benedetto XVI, ricalcando il pensiero del beato Paolo VI, ha scritto nella sua nota enciclica Caritas in veritate (= CIV) che l’annuncio di Gesù Cristo è il primo e principale fattore di sviluppo (cf n. 8). Lo sviluppo, infatti, non è solo questione di risorse materiali, di mezzi tecnici, di informazioni, di istituzioni, di cultura, di innovazione, di ricerca, di apertura dei mercati, di abbattimento dei dazi, di investimenti produttivi (cf CIV n. 71), di un’ampia gamma di opportunità o di scelte, come ha proposto Amartya Sen, premio Nobel dell’economia, o di chance di vita, come ha scritto Ralf Dahrendorf, politologo. Tutti questi aspetti sono quanto mai importanti, ma, in vista di uno sviluppo plenario, comunitario, sostenibile, inclusivo, è fondamentale poter disporre di una corretta scala di beni-valori, che viene a strutturarsi quando si ha Dio come parametro ultimo. Questa scala consente di compiere scelte buone, di vivere come operatori economici, amministratori e politici retti (cf CIV n. 71), ossia secondo la prospettiva del compimento umano in Dio e, quindi, non anteponendo i beni materiali a quelli spirituali, ed evitando visioni monche o deformate.

Orbene, l’annuncio di Gesù Cristo, che incoraggia o rinnova l’amore e l’adesione a Lui, è fonte di una nuova visione delle cose, di nuovi stili di vita, di una nuova visione dello sviluppo integrale e sostenibile, di un nuovo progetto sociale e politico che include tutti. La condotta umana viene guidata da una coscienza ove Dio è considerato come bene e fine ultimo; e l’unione del cuore e della mente con Dio è il criterio del vero ordine dei fini.

Riconoscendo e amando Dio come Bene e Vero sommi, si è posti nella condizione di smascherare e di abbattere i falsi dèi moderni, di compiere un’inversione nelle scale dei beni-valori che privilegiano il successo, il potere, il profitto a breve termine, la dimensione economica e tecnica. Soltanto grazie al primato riconosciuto a Dio è possibile una nuova condotta morale, una nuova scala di valori, nonché il superamento delle dicotomie dell’etica post-moderna che pregiudicano la visione di uno sviluppo umano integrale. Secondo una corretta visione dello sviluppo, l’economia e la finanza, pur essendo fondamentali in ordine ad un compimento umano non velleitario, non sono ancora i fattori più importanti e nemmeno gli unici.

Come detto sopra, la misericordia sperimentata sino in fondo implica la testimonianza del perdono. Cristo ha sottolineato con tanta insistenza la necessità di perdonare agli altri che a Pietro, il quale gli aveva chiesto quante volte avrebbe dovuto perdonare il prossimo, indicò la cifra simbolica di «settanta sette volte», volendo dire, con questo, che avrebbe dovuto saper perdonare a ciascuno ed ogni volta. L’uomo guarito dal perdono di Dio è chiamato a usare perdono verso gli altri, a proclamarlo e ad introdurlo nella vita. Come Dio col suo perdono fa rivivere il peccatore, così è per ogni persona che perdona il proprio aggressore o l’omicida dei propri figli.

Il comando di Gesù di perdonare, peraltro, non annulla le esigenze oggettive della giustizia. La giustizia, propriamente intesa, costituisce, per così dire, lo scopo del perdono. Attenzione: perdonare non vuol dire dimenticare, cosa che è impossibile. Come può una madre dimenticare che quel Tizio le ha ammazzato il figlio? Perdonare vuol dire rileggere quello che è accaduto in modo nuovo e, precisamente, con lo sguardo di misericordia di Cristo che in croce ha dato la sua vita per tutti. Rimangono sempre attuali le parole di san Giovanni Paolo II: «non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono». In nessun passo del messaggio evangelico il perdono, e neanche la misericordia come sua fonte, significano indulgenza verso il male, verso lo scandalo, verso il torto o l’oltraggio arrecato. In ogni caso, la riparazione del male e dello scandalo, il risarcimento del torto, la soddisfazione dell’oltraggio sono condizione di perdono (cf Dives in misericordia, n. 14). 

I CATECHESI alla GMG di CRACOVIA 2016
28-07-2016

Cari giovani, siamo venuti a Cracovia, città di due grandi apostoli della misericordia, San Giovanni Paolo II e Santa Faustina Kowalska, patroni della GMG 2016, per fare un’esperienza profonda, coinvolgente, trasfigurante. Siamo qui per lasciarci «toccare» dalla misericordia di Cristo e per diventarne protagonisti entusiasti, irradianti, specie allorché torneremo nelle nostre comunità e nelle nostre associazioni. Dobbiamo evitare che la nostra fede si riduca ad emozioni e a grandi eventi senza la continuità nel quotidiano.

Questi giorni devono essere davvero l’occasione in cui, non in pochi, ma in molti, ci rendiamo conto che Dio tiene posato su di noi il suo sguardo d’amore, uno sguardo che non ci sorveglia come le telecamere del Grande Fratello, bensì pieno di simpatia per noi. Dio desidera la nostra crescita, pertanto ci dona la libertà, la rispetta, e se ci allontaniamo da Lui e ci perdiamo, continua a seguirci col suo amore, continua a parlare interiormente alla nostra coscienza per richiamarci a sé. Egli ci cerca, come il pastore che si prende cura delle sue pecore. Vuole che tutti si salvino e abbiano vita in abbondanza. Dio gioisce nel «ritrovarci» e nell’accoglierci. Papa Francesco nel suo Messaggio per questa GMG racconta che a diciassette anni, un giorno in cui doveva uscire con gli amici, decise di passare prima in chiesa. Lì fece una confessione straordinaria, che gli ha cambiato la vita! Il papa non racconta a caso questa sua esperienza giovanile. Ci sollecita a riscoprire il sacramento della Riconciliazione come il luogo della Misericordia, per esserne trasformati e diventare missionari.

Le parabole, presentate dall’evangelista Luca, ci narrano, per l’appunto, della pecora e della moneta ritrovate. Intendono mostrare alcuni tratti di Dio, nostro Padre, che sebbene dimenticato e abbandonato, porta sempre i figli nel suo cuore. Non attende semplicemente il loro ritorno. Prende l’iniziativa, li cerca. Sale ogni giorno sulla terrazza di casa, per scrutare la strada nella speranza di vederli all’orizzonte, come ci dice un’altra parabola raccontata da Gesù, quella del Padre misericordioso.

Le due parabole della pecora e della moneta perdute, sono narrate da Gesù per insegnare ai farisei, coloro che si credevano «giusti», ad entrare nella logica di Dio misericordioso. Occorre gioire se i peccatori si convertono e non mostrare di essere scandalizzati se Gesù mangia e beve con loro.

Luca propone le parabole di Gesù ai suoi contemporanei per rimuovere e far rientrare le critiche dei cristiani osservanti e impegnati, che vedono con sospetto l’ingresso dei nuovi convertiti nella comunità cristiana. Bisogna, invece, essere felici perché Dio Padre è premuroso e continua a ricercare i suoi figli. Più che trincerarsi in atteggiamenti di sospetto e di superiorità, i discepoli hanno il compito di essere comunità che imita il comportamento di Dio, manifestato ed attuato da Gesù Cristo, il Buon pastore che custodisce le sue pecore, cerca quella smarrita, e gioisce quando la ritrova. La Chiesa, Sposa di Cristo, fa suo lo stile del Figlio di Dio che a tutti va incontro senza escludere nessuno.

Attraverso il racconto delle parabole San Luca invita anche noi a lasciarci «toccare» dalla Misericordia del Padre, per diventarne annunciatori, strumenti moltiplicatori, «contagiosi».

Ma cosa vuol dire, in concreto, diventare missionari e testimoni della Misericordia di Dio?

Sicuramente, significa, diventare – pentendosi e ricevendo il perdono -, persone guarite e rinnovate interiormente, capaci di mettere la propria esistenza a servizio del prossimo, mediante le «opere» di misericordia corporale e spirituale.

Il beato Piergiorgio Frassati, ragazzo che viveva all’inizio del Novecento, morto a 24 anni e che aiutava i poveri senza ostentazione, peraltro citato da papa Francesco, quale modello di vita trasfigurata dall’incontro con Gesù, diceva: «Gesù mi visita ogni mattina nella Comunione, io la restituisco nel misero modo che posso, visitando i poveri». Madre Teresa di Calcutta, suora albanese morta nel 1997, che dedicò tutta la sua vita a servire i più poveri tra i poveri dell’India, e che sarà proclamata Santa il prossimo 4 settembre 2016, un giorno confidò che Gesù, durante un viaggio da Calcutta a Darjeeling, le chiese di diventare lo strumento della sua sete di amore e di anime, affinché soprattutto i più poveri tra i poveri potessero sapere e percepire quanto Dio li cercava e li amava. Ecco le parole con cui Gesù si rivolse a Madre Teresa: «Piccola mia, vieni, vieni, portaMi nei tuguri dei poveri. Vieni, sii la Mia luce. Da solo non posso andare. Essi non Mi conoscono, e per questo non mi vogliono. Vieni tu, va in mezzo a loro. ConduciMi con te dentro di loro. Quanto desidero entrare nei loro tuguri, nelle loro case buie e tristi».

Madre Teresa è stata missionaria della Carità: lo è stata di nome e di fatto. Poiché «Carità» è un altro nome della «Misericordia», si può dire che Madre Teresa è stata, senz’ombra di dubbio, missionaria della Misericordia. La sua vita e le sue opere appaiono un fulgido riflesso della gioia di Dio di amare i suoi figli. Dio ha provato gioia nell’amare i diseredati, gli «scarti» della società mediante la disponibilità e l’impegno di Madre Teresa. Ella ha, in certo modo, prestato il suo cuore e le sue mani a Dio, desideroso di raggiungere tutti, specie i più abbandonati. Per rendere il suo servizio all’umanità una realtà duratura e strutturata ha istituito la Congregazione delle Missionarie della Carità, che continuano la missione affidata alla Beata Teresa di Calcutta da Gesù. Il segreto dell’efficacia dell’opera di Madre Teresa era semplice: lasciare che Gesù prendesse pieno possesso della sua vita, così da agire in lei e attraverso di lei. Lei riteneva di essere una semplice matita nelle mani di Dio.

Poiché la misericordia di Dio donata a noi è, in ultima analisi, Cristo stesso, siamo invitati a pensare il nostro impegno in un modo più ampio rispetto alla pratica delle opere della misericordia spirituale e corporale, perché Il Figlio di Dio si è incarnato per ricapitolare in sé tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra (cf Ef 1,10). Come ci ha insegnato papa Francesco nell’enciclica Laudato si’ e nelle sue esortazioni apostoliche Evangelii gaudium ed Amoris laetitia, la misericordia di Dio, ossia Cristo venuto ad abitare con noi, come uno di noi, come vita divina partecipata a noi, va vissuta in più modi, mediante, ad esempio, la cura della casa comune, l’annuncio della gioia del Vangelo e dell’amore sponsale. I credenti, rigenerati dall’amore misericordioso, sono così chiamati a portare la vita nuova di Cristo, il suo stesso modo di amare e di donarsi, nella cultura, nella famiglia, nel lavoro, nell’economia, nella finanza, nei mass media, nella politica, nel mondo. Detto in altri termini, chi crede in Gesù e la cui vita viene trasfigurata dal suo Spirito d’Amore, è sollecitato ad essere annunciatore e testimone credibile della novità che è Cristo, a costruire un nuovo umanesimo. Cari giovani, è in questo contesto che non dovete dimenticare quanto papa Francesco vi ha chiesto a Firenze, l’anno scorso: «Vi chiedo di essere costruttori dell’Italia, di mettervi al lavoro per una Italia migliore. Per favore, non guardate dal balcone la vita, ma impegnatevi, immergetevi nell’ampio dialogo sociale e politico. Le mani della vostra fede si alzino verso il cielo, ma lo facciano mentre edificano una città costruita su rapporti in cui l’amore di Dio è il fondamento. E così sarete liberi di accettare le sfide dell’oggi, di vivere i cambiamenti e le trasformazioni».

Vivere Cristo, misericordia del Padre, significa, dunque, essere impegnati non solo nelle opere assistenziali e caritative, ma anche nel rimuovere le cause della povertà che emargina, e a costruire una società più giusta e fraterna, pacifica. Essere missionari e testimoni della Misericordia importa, in un contesto fluido e dominato da un individualismo radicale, la promozione di nuovi legami sociali; richiede che si viva una libertà che sa legarsi alla verità, riappropriandosi di una democrazia rappresentativa, partecipativa, inclusiva. Ma il segreto per essere rivoluzionari come Gesù è l’unione costante con Lui, vivere in intima comunione con Lui come i tralci con la vite, mediante la preghiera costante, la meditazione della sua Parola che regala orizzonti e sogni, la Comunione almeno domenicale, la frequenza periodica al Sacramento della Riconciliazione.

Saluto ai giovani pellegrini in partenza per la GMG di CRACOVIA
Faenza, Basilica cattedrale - 19 luglio 2016
19-07-2016

Cari giovani in partenza per Cracovia, intanto un caro benvenuto qui nella Chiesa madre o matrice, la cattedrale. È significativo che per partire si sia scelto questo luogo da cui, in certo modo, sono generate le altre chiese, i cristiani. Ma domandiamoci subito: cosa andiamo a vedere, a cercare? Non è una domanda banale. È chiedere a noi stessi di scendere in profondità, nella nostra coscienza, per trovare le ragioni della scelta di essere diretti verso la città di due grandi testimoni della misericordia: san Giovanni Paolo II e santa Faustina Kowalska. In questi giorni sono stati riscaldati i motori prima del via, tramite attività, incontri, lavori di gruppo, consegna dei kit per i partenti. Carichi di zaini, bandiere, striscioni, entusiasmo, gioia, speranze, su cosa fissiamo lo sguardo?

Partiamo sicuramente per conoscere gente nuova, per fare esperienza di una Chiesa fatta anche di molti giovani; per stringere l’amicizia tra noi e con i credenti di altri continenti. È bello uscire dalla propria casa o città per guardare al mondo da un altro punto di vista, diverso da quello abituale. C’è sempre un arricchimento. Ma qualcuno potrebbe obiettare: perché andare in Polonia e non rimanere a casa, con i propri fratelli e sorelle e i genitori, per fare del volontariato nel proprio paese o quartiere o per andare a pregare a Gamogna?

In effetti, cari giovani, un posto o l’altro, Cervia o Cracovia, pur essendo differenti, non possono influire ultimamente sul raggiungimento dell’obiettivo che desiderate fortemente. Se voi desiderate, con tutto il cuore, di incontrare Gesù, tutto sommato un luogo vale l’altro, anche se Cracovia non è Cervia e viceversa. Se uno o una desidera rimanere da solo con il Signore, andare a Cervia o a Cracovia è abbastanza indifferente, perché Gesù lo si trova in tutte le chiese e in tutti i luoghi del mondo.

Vi dico questo perché tutto quello che avete vissuto in questi mesi o vivrete nei prossimi giorni, se è importante come luogo o ambiente, non conta, però, di più del vostro obiettivo o scopo del viaggio. Conta di più il vostro desiderio di incontrarvi in maniera diversa tra voi e gli altri, ma soprattutto con Chi vi chiama ad amarlo di più, a sognare con Lui un mondo nuovo, una Chiesa, una comunità o un gruppo nuovi!

Il nostro andare a Cracovia non è solo un ricercare qualcosa di insolito o di diverso per poi rimanere uguali o per ritornare a casa peggiori di prima. Se si va a Cracovia è per ritornare cambiati. Se si va lì, che è una città particolare, bella dal punto di vista artistico, ma per noi anche significativa perché vi ha operato il grande Giovanni Paolo II, quand’era vescovo, è per un motivo principale e primario: vivere in maniera piena il Giubileo della Misericordia, per diventare testimoni della misericordia del Padre. Devo, allora, pensare così: vado a Cracovia per trovare momenti di intimità con Colui che mi chiama fuori dall’abitudinarietà, dal solito tram tram e mi invita a raggiungerlo in un luogo in cui, in forza del convenire di tanti giovani già credenti o in ricerca, potrò avere un’esperienza unica. Sarà un’esperienza speciale, ma lo dovrà essere soprattutto perché potrò mettermi a tu per tu con Lui, anche in mezzo a una grande folla. È decisivo per la mia vita che lo possa incontrare o re-incontrare, in un modo o nell’altro: con la preghiera che mi consente di dialogare con Lui, quasi astraendomi da chi mi circonda; percependo il senso di fede di tanti coetanei, gioendo della loro fierezza di essere credenti; confessandomi da un sacerdote, specie se non lo ho fatto prima in quest’anno giubilare. Nel suo Messaggio per la GMG, papa Francesco racconta, non a caso, che una confessione fatta prima di uscire con gli amici gli ha cambiato la vita. Ebbene, a Cracovia potrete trovare tanti sacerdoti, ma anche vescovi! Saranno ben felici di dispensare il perdono di Gesù, per farvi gustare la sua misericordia e per farvi diventare testimoni luminosi di essa.

A Cracovia trovate il tempo per porvi questa domanda: che importanza dó a Gesù nella mia vita. Lo pongo al centro dei miei pensieri e delle mie scelte? Che idea ho della sua Chiesa? La sento lontana, non mia, troppo ingombrante? In una recente ricerca dell’Università Cattolica di Milano, curata da Paola Bignardi, è stato posto ai giovani il seguente quesito: «La fede cambia la vita?». Le risposte lasciano basiti. Rarissimamente la fede è intesa come incontro personale con Gesù Cristo. Piuttosto, viene colta come un insieme di verità, una dottrina, come l’adeguarsi ad un’etica imposta dalla comunità, quasi come una camicia di forza che comprime la libertà.

Cari giovani, una delle questioni che le nostre comunità di credenti devono affrontare è l’indiscutibile realtà di troppi che, dopo la Cresima, si allontanano o perdono la fede. Andare a Cracovia, allora, dovrà essere l’occasione per ritornare ad una fede sentita e vissuta: una fede che non si fonda solo sulle emozioni e sui grandi eventi, pur necessari per tenerla in vita, ma in particolare su impegni quotidiani costanti, richiedenti il dono eroico di sé, con l’aiuto del Signore. Cercate a Cracovia di ritrovare l’ardore dei discepoli di Emmaus, che seppero riconoscere Gesù allo spezzare del pane, provate ad avere momenti in cui il vostro cuore sarà vicino a quello di Gesù, provate a vederLo come il vostro Tutto, da amare sopra ogni cosa. A Cracovia, dunque, rinnovate lo stupore dell’incontro personale e comunitario con Gesù.

Sin d’ora preghiamoLo così:

Caro Gesù, eccomi davanti a Te. Tu conosci tutto di me. Certamente ti è noto che ce la metto tutta nell’amarti e nel seguirti. Ma, come ben vedi, non sempre ce la faccio. Ti dimentico. Ti perdo. Accetta, comunque, il mio impegno. Curo in ogni modo di servirti, di costruire la mia comunità, di accoglierti e di amarti negli amici, nelle persone povere, ma anche antipatiche e scostanti. Tu sai ciò di cui ho bisogno per amarti di più. Riscalda il mio cuore. Illumina i miei pensieri. Sorreggimi nella ricerca di Te. Che io non smetta mai. Non permettere che mi lasci andare.

Ora parto con tanti altri giovani amici. Ti portiamo dentro al cuore. Fa’ che sia un viaggio colmo di gioia e di speranza. Fa che torniamo più convinti di appartenerti. Facci sentire legati alla nostra comunità, come inviati da essa, per essa. Facci tuoi, Tu: Luce, Calore, Amore, Via, Verità e Vita.

Questo partire è per tornare. Fa che ritorniamo riconfermati e cresciuti nella fede.

Chi parte come amico torni rafforzato nell’amicizia grazie all’amore di Cristo. Chi parte con l’intento di trovare senso e gioia nella vita torni con un animo liberato dal ripiegamento e dalle chiusure, aperto a Dio e agli altri.

Chi parte con il proposito di diventare evangelizzatore, catechista, sacerdote o missionario torni fortificato nel dono di sé a Cristo e alla Chiesa.

Prendiamo, dunque, cari giovani, tra le nostre mani la missione che ci appartiene e porta a mostrare a tutti l’infinito tesoro che è Cristo, ragione della nostra vita, luce per le nostre inquietudini, gioia di essere dono.

Non dimenticate di pregare per le nostre comunità, le vostre famiglie: vi, ci accompagnano con tanta simpatia, ma anche con un po’ di trepidazione. Non deludiamole. Facciamo l’esperienza di una Chiesa viva. Siamo Chiesa gioiosa di annunciare il Vangelo. Immergiamoci nel sogno di Dio per offrire speranza al nostro mondo, per abituarci a pensare secondo fraternità.

Buon viaggio. Arrivederci a Cracovia.