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OMELIA per l’anniversario dell’ECCIDIO di CRESPINO
Cresipino sul Lamone, 17 luglio 2016
17-07-2016

Eccellenza Reverendissima Mons. Gastone Simoni, vescovo emerito di Prato, Signori Sindaci, Autorità civili e militari, cari fratelli e sorelle, celebriamo l’Eucaristia ricordando l’Eccidio di Crespino del Lamone e Fantino nel 72° anniversario. Nel Sacello-Ossario riposano tra gli altri don Fortunato Trioschi, parroco di Crespino del Lamone e un gruppo nutrito dei suoi parrocchiani.

Il pastore ha condiviso la sorte delle sue pecore e qui sepolti attendono la risurrezione della carne.

In questo Monumento troviamo un segno importante: il segno di una comunità che, a fronte di un’immane tragedia che la semidistrugge, custodisce le salme dei defunti in uno stesso luogo, per dire a tutti i visitatori il desiderio di restare sempre uniti, in vita e in morte, come popolo di Dio che crede nella libertà. Il popolo di Crespino non ha innalzato semplicemente un Monumento. Ha costruito anche una chiesa, ove far rivivere non una memoria qualunque, bensì un evento cristiano che si protrae nel tempo e costruisce la storia; ossia, l’unione al Sacrificio di Cristo – vittima innocente -, di altre vite innocenti, barbaramente falciate a colpi di mitra. Vittima che non muore inutilmente, ma è, invece, il seme che cade in terra e fa germogliare un’esistenza nuova. Tutto questo ammaestra e sollecita a camminare per le strade del mondo, quale popolo che, unito a Cristo risorto – i nostri caduti vivono in Lui -, diventa principio di una nuova creazione. Il Risorto consola i suoi e dà forza nell’impegno di costruire una società più libera, giusta e pacifica. Celebrando l’Eucaristia in questo luogo, che parla di brutale violenza e di fede, guardando al Crocifisso, che ha perdonato i suoi uccisori, riscopriamo cosa ci aiuta a respingere l’odio e a spezzare la catena della violenza: è la forza dell’amore di Cristo, che ama sino alla morte; è la forza dell’amore che abbraccia anche il nemico.

Cari fratelli e sorelle non basta, però, pronunciare o ascoltare un’omelia per cambiare noi stessi e il mondo. Non basta scendere in piazza per realizzare il bene della pace. Noi che viviamo in un contesto di «terza guerra mondiale a pezzi», per cambiare le cose non dobbiamo solo condannare ogni follia omicida e ogni attacco contro la fede e la libertà. Non è sufficiente disapprovare l’ennesimo eccidio, come quello avvenuto il 14 luglio scorso, a Nizza. Occorre che disarmiamo i nostri spiriti, che abbandoniamo l’odio, la discriminazione e l’indifferenza nei confronti dell’altro, singolo o popolo. Dobbiamo guardare all’altro con occhi diversi, vedendo in lui un simile, un fratello, uguale nella dignità umana. Dobbiamo dire no al male e alle sue seduzioni. Dobbiamo scegliere il bene, pronti a pagare di persona. In breve, dobbiamo essere discepoli di Cristo. Questo, tra l’altro, comporta dire di no all’odio fratricida e alle menzogne di cui si serve, alla violenza in tutte le sue forme, a cominciare dalla soppressione dei nascituri nel grembo materno. Anche questo è usare violenza: una violenza vile nei confronti di chi vive ed è inerme e non può difendersi. Il nostro no deve estendersi alla guerra – no alla guerra ! -, alla proliferazione delle armi e al loro commercio illegale. Ci troviamo davanti ad uno strano e paradossale fenomeno: mentre gli aiuti e i piani di sviluppo sono ostacolati da intricate e incomprensibili decisioni politiche, da fuorvianti visioni ideologiche o da insormontabili barriere doganali, le armi no; non importa la loro provenienza, esse circolano con una spavalda e quasi assoluta libertà in tante parti del mondo. E in questo modo, a nutrirsi sono le guerre e non le persone [cf Francesco, Discorso alla Sessione annuale della Giunta Esecutiva del Programma Alimentare mondiale (PAM), 13 giugno 2016]. Non dobbiamo essere conniventi con simile commercio, con i mercanti di morte, con i governi che danno un tacito consenso ottenuto con la corruzione. Non dobbiamo solidarizzare mediante tante azioni, compresi gli investimenti presso le cosiddette «banche armate», che finiscono per rendere superpotenti le lobby che sono solo interessate al divampare dei conflitti e alla loro continuazione nel tempo. Non dobbiamo favorire quel fondamentalismo religioso che viene usato per giustificare la diffusione dell’odio, della discriminazione e della violenza. La giustificazione di tali crimini sulla base di idee religiose è inaccettabile. «Dio non è un Dio di disordine, ma di pace» (1 Cor 14, 33).

Purtroppo oggi il secolarismo investe ampi settori della società. Le nostre vite sono, come le ha definite Zygmunt Bauman, «vite di corsa», spesso dominate dall’indifferenza nei confronti dell’altro e di Dio. L’individualismo radicale assolutizza il libero arbitrio, rinchiudendo le persone in se stesse, privandole di un orizzonte di trascendenza, rendendole mendicanti di una falsa sicurezza. Questa viene spesso individuata negli idoli del denaro, della performatività e della tecnocrazia. Il risultato è la schiavitù, la deprivazione della libertà, la diminuzione della responsabilità sociale. L’uomo che ignora o si fa Dio perde se stesso, la sua libertà. Come abbiamo sentito dal Vangelo di Luca 10, 38-42, il Signore rimprovera affettuosamente Marta dicendole: «tu ti affanni e ti agiti per molte cose». Gesù non contraddice il suo servizio, bensì il suo affanno. Non disapprova il suo cuore generoso. Tutt’altro. Non condivide la sua agitazione. Lasciandoci sopraffare dall’ansia del molto da fare c’è il serio pericolo di mettere al posto delle persone le cose, di affogare nei troppi impegni, perdendo di vista le ragioni per cui operiamo. Si perdono di vista le scale dei beni-valori, perdiamo soprattutto Dio, che ci consente di ordinare il rapporto tra mezzi e fini, senza capovolgerlo. Senza Dio al primo posto, senza riconoscere in Lui il Padre di tutti si dimentica la fraternità, non ci si sente più custodi gli uni degli altri. Non si vede più la sofferenza di tanti fratelli, ma solo se stessi e i propri problemi. È facile alzare la mano contro il prossimo. Il fratello da custodire e da amare diventa l’avversario da combattere, da sopprimere. Rinasce Caino. In quest’Eucaristia, in cui facciamo memoria di Cristo il nuovo Abele, il nuovo Adamo, come Lui diamo il primato a Dio. Solo così saremo autentici costruttori di una società più giusta e pacifica. Preghiamo per la comunità di Crespino, il suo parroco, il prof. Don Bruno Malavolti, per i defunti qui sepolti e per tutti coloro che li portano nel loro cuore e li pensano viventi in Cristo.

OMELIA per la XIV domenica del Tempo Ordinario C
Faenza, Basilica cattedrale - 3 luglio 2016
03-07-2016

  1. La gioia di appartenere al popolo di Dio (Is 66, 10-14c).

Nel primo brano ci viene descritta Gerusalemme, non solo quale città ma soprattutto come popolo di Dio. L’invito è quello di rallegrarsi di appartenere ad un simile popolo. Questo è costruito da Dio, è ricomposto da Lui, dopo la schiavitù. Non ci dev’essere più lutto. La città-popolo di Dio è il luogo della consolazione. Appartenendo ad esso si è saziati. Isaia sollecita: esultate, sfavillate; come esulta e sfavilla di gioia il bimbo che è allattato, portato in braccio e accarezzato sulle ginocchia dalla madre, così voi. Immagini stupende, familiari, che intendono suscitare in chi appartiene alla Chiesa, prefigurata da Gerusalemme, giusto orgoglio, gioia di vivere in essa. Viene subito spontanea la domanda. Noi, credenti di oggi, sentiamo gioia nell’appartenenza al popolo di Dio, siamo sfavillanti di gioia. Ci sentiamo orgogliosi di essere Chiesa? Oppure siamo tristi, incupiti, scoraggiati? Le preoccupazioni della comunità parrocchiale sono anche le nostre, oppure viviamo come estranei, come persone che lasciamo agli altri le responsabilità dell’evangelizzazione? La Chiesa deve essere nel mondo contemporaneo principio di vita nuova, lievito che fa fermentare la pasta. Come cristiani viviamo rassegnati, nel sottobosco della storia?

  1. La seconda Lettura (Gal 6, 14-18), tramite le parole dell’apostolo Paolo ci spiega perché bisogna essere orgogliosi di essere di Cristo, di appartenere al suo Corpo, che è la Chiesa. Grazie alla conformazione a Lui, all’assunzione della sua croce, facendola nostra, godiamo di una vita piena. La croce di Cristo prima che lotta al male, opposizione strenua al peccato, è dono totale di sé, è amore fedele, è impegno a far nuove tutte le cose. Chi è battezzato e appartiene a Cristo condivide il suo Spirito di amore e la sua croce, come stile di vita. Per mezzo della croce, dono totale di sé al Padre, sino a morire, il mondo, tutte le attività umane sono vissute con Gesù, in Lui, per Lui. Portare le stigmate di Gesù sul nostro corpo, come dice san Paolo, vuol dire che tutta la nostra esistenza è dedicata all’amore, all’apposizione al male, alla trasfigurazione delle relazioni interpersonali, delle nostre famiglie, delle città. Il frutto di una vita spesa così è la pace, che regna nei nostri cuori. Il discepolo è colmo della vita di Cristo. Dobbiamo domandarci: la nostra vita di credenti porta in sé i segni dell’amore e dell’impegno di Cristo? È provocazione alla conversione, a schierarsi dalla sua parte? Siamo cioè sale che dà sapore o sale insipido, che merita solo di essere gettato via, perché non serve a nulla?

  1. Il Vangelo di Luca presenta Gesù che invia settantadue discepoli nei villaggi dove sta per recarsi, affinché predispongano l’ambiente. È questa una particolarità dell’evangelista Luca, il quale sottolinea che la missione non è riservata ai dodici Apostoli, ma estesa anche ad altri discepoli. Infatti – dice Gesù – «la messe è molta, ma gli operai sono pochi» (Lc 10, 2). C’è lavoro per tutti nel campo di Dio. Ma Cristo non si limita ad inviare: Egli dà anche ai missionari chiare e precise regole di comportamento. Anzitutto li invia «a due a due», perché si aiutino a vicenda e diano testimonianza di amore fraterno. Li avverte che saranno «come agnelli in mezzo a lupi»: dovranno cioè essere pacifici nonostante tutto e recare in ogni situazione un messaggio di pace. Detto altrimenti, i discepoli di Cristo subiranno prove e persecuzioni. E non potranno contare sul potere che usa la violenza. I loro mezzi saranno quelli spirituali. Inoltre, non porteranno con sé né vestiti né denaro. Vivranno di ciò che la Provvidenza offrirà loro. Per il sostentamento e l’ospitalità il missionario dipende completamente dall’accoglienza o meno del suo annuncio. Se non è ospitato e rifocillato abbandoni i suoi ospiti e scuota la povere dai calzari per restituirla. Cerchi altri che, condividendo il suo annuncio, sono disposti a nutrirlo, a dividere i beni che hanno. Dove saranno rifiutati mettano, però, in guardia circa la responsabilità di respingere il Regno di Dio. I discepoli si prenderanno cura dei malati, rimetteranno i peccati come segno della misericordia di Dio. San Luca mette in risalto l’entusiasmo dei discepoli per i buoni frutti della missione, e registra l’espressione di Gesù: «Non rallegratevi perché i demòni si sottomettono a voi: rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10, 20). Detto altrimenti, non rallegratevi perché siete capaci di scacciare il diavolo, ma perché siete associati all’iniziativa di Dio che redime il mondo e costruisce una nuova cittadinanza sulla terra. Il Vangelo di oggi risvegli in tutti i battezzati la consapevolezza di essere missionari di Cristo, chiamati a preparargli la strada con le parole e con la testimonianza della vita. Non viviamo solo per noi stessi, ma per Cristo!

OMELIA per la XIII domenica del Tempo Ordinario C – Le esigenze del discepolato
Pieve di Bagnacavallo - 26 giugno 2016
26-06-2016

Nella XIII Domenica del tempo ordinario le letture ci presentano i tratti della vita di coloro che desiderano diventare discepoli di Gesù Cristo. È in particolare il Vangelo di Luca (cf Lc 9, 51-62) che si ferma a presentarli. I discepoli di Cristo devono, innanzitutto, essere liberi dai pregiudizi, da visioni antiquate o troppo terrene del Messia. Egli non viene ad instaurare un regno umano con la violenza. Porta una nuova visione delle cose e del Regno di Dio. Questo non si fonda sulla forza, sulla costrizione, bensì sulla libertà. A fronte dei suoi discepoli che vorrebbero annientare i Samaritani che rifiutano Gesù Cristo risponde rimproverandoli, difendendo la libertà di chi non la pensa come Lui. La logica umana dice: i nemici si combattono e si eliminano. Gesù, invece, vuole eliminare il concetto stesso di nemico. Il nemico non va distrutto, bensì si deve rispettarlo. Gesù non cova risentimenti.

Dopo il rimprovero di Gesù rivolto ai suoi discepoli, l’evangelista presenta altre condizioni per seguire Gesù riferendosi a tre episodi di tre nuovi discepoli. Per cogliere, però, lo spessore delle esigenze del discepolato, occorre tener presente il parametro che è Gesù: incamminato verso Gerusalemme, rifiutato da tutti, deciso ad affrontare la prova suprema della morte confidando nel Padre. Chi vuol seguire Cristo deve essere cosciente del fatto che il Maestro crea un mondo più libero e più ricco di amore mediante l’accettazione della morte. Come afferma la Lettera di san Paolo apostolo ai Galati, i discepoli di Cristo sono chiamati a libertà lasciandosi guidare dallo Spirito (cf Gal 5, 1.13-18), che aiuta a vincere le divisioni, ad amarsi, a non «sbranarsi» e a non «divorarsi».

Con la metafora delle volpi che hanno tane e gli uccelli hanno nidi, mentre il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo, Gesù intende sottolineare che il suo stile di vita è quello del profugo e del ramingo, uno stile peggiore di quello degli animali selvatici. È rifiutato dai suoi paesani, dai samaritani. Non che Egli non abbia la casa di amici ove fermarsi e riposare. Gesù vive nell’insicurezza, in una situazione precaria, senza alleanze e protezioni che contano, minacciato dal potere religioso e politico che lo vuole eliminare.

Chi vuol essere discepolo di Cristo deve sapere che condividerà il suo destino. Non vivrà al sicuro e in pace nel proprio «nido». La sua vita sarà caratterizzata dalla «fatica» tipica di chi apre strade nuove. Vivrà la beatitudine degli oppositori che smontano il perbenismo e i luoghi comuni, per seminarvi una vita nuova, il futuro.

Nella seconda scena di discepolato, a chi si trincera dietro l’obbligo di assistere il padre vecchio e di provvedere alla sua sepoltura – secondo la legge ebraica, il figlio primogenito ha l’obbligo di provvedere alla sepoltura del padre -, Gesù risponde in maniera apparentemente dura: lascia che i morti seppelliscano i loro morti; la risposta non è per contestare gli affetti umani, ma per chiarire un impegno primario: tu va e annuncia il Regno di Dio. Tu fa cose nuove. Annuncia che la morte è vinta e che i morti risorgono (cf Lc 7,22).

Nell’ultima scena, come nella prima, Gesù risponde a un’altra domanda di sequela. Propone, ancora una volta, dedizione incondizionata al compito di annunciare il Regno di Dio senza ripensamenti nostalgici e remore. Occorre rompere con gli errori del passato, non voltarsi indietro ma guardare avanti, impegnarsi a costruire decisamente il futuro, con coraggio. Il discepolo è persona positiva che guarda al bene presente nel mondo e con l’aiuto del Signore lo porta a compimento.

Il discepolo cura, in definitiva, la fedeltà a Gesù, cerca di superare le tentazioni della defezione, vive nella coerenza.

OMELIA per l’INAUGURAZIONE della nuova CASA DEL CLERO
25-06-2016

Autorità religiose, civili e militari,

Cari fratelli e sorelle,

inauguriamo oggi la Nuova casa del clero della Diocesi di Faenza-Modigliana. Finalmente giunge a termine un progetto elaborato più di dieci anni fa. E così i sacerdoti anziani possono trovare una casa ove essere accolti e continuare, in altro modo, la loro presenza nel presbiterio e nella comunità cristiana. Mettere a disposizione questa casa è uno dei segni di misericordia che la nostra Diocesi di Faenza-Modigliana ha desiderato porre in quest’anno giubilare.

La sequela di Cristo, mentre si è pellegrini verso la nuova Gerusalemme, suscita il desiderio ardente della sua casa, per dimorare sempre con Lui. Come ci ha detto il brano del Vangelo secondo Giovanni è proprio dei discepoli cercare di abitare con il Maestro (cf Gv 1, 35-42).

Per i nostri fratelli vescovi e presbiteri, ma non solo, che entreranno in questa casa, continuerà l’ascolto della Parola, l’invocazione nella preghiera, l’anelito alla piena comunione con il Sommo Sacerdote, la missione apostolica.

Diffonderanno il profumo di Cristo, pregustando la felicità promessa dal Padre agli operai che lavorano nella sua messe.

Questa nuova casa del clero sarà famiglia, esperienza di fraternità, dimora della carità, luogo di incontro, di formazione permanente, di riposo un po’ in disparte, di contemplazione del Cristo presente nelle nostre fragili esistenze, degne della più grande tenerezza, bisognose di essere accarezzate con le mani di Dio, attraverso quelle dei fratelli e delle sorelle. Visitandoli, condividendo momenti di cammino dei nostri sacerdoti anziani impareremo l’umiltà, la pazienza nella malattia (senectus ipsa est morbus, dicevano gli antichi), l’affidamento al Signore e ai nostri simili, per essere accolti e curati. Quanto abbiamo bisogno di Dio in ogni stagione della nostra esistenza! Quanto abbiamo bisogno dei nostri fratelli e delle nostre sorelle per ricevere il loro aiuto. È un mistero profondo. Avanzando in età, gradualmente, siamo indotti a consegnarci, «svestiti» della nostra autosufficienza e del nostro orgoglio, all’affetto e alle braccia di una umanità fraterna, al servizio altrui, sino ad essere accolti in quelle di Dio. Attraverso la presenza nella casa del clero sperimenteremo l’essere condotti da altri, portati per mano. Veniamo da Dio e dall’umanità. Ritorniamo verso di loro per la grande trasfigurazione.

Ringraziamo Dio perché ci ha aiutati sin qui, rendendoci capaci di innalzare istituzioni come questa, segno della sua Misericordia, un prodigio per certi aspetti, frutto dell’attenzione d’amore da parte di tanti: benefattori, maestranze, direttori dei lavori, ingegneri, consulenti, responsabili della comunità cristiana e della società civile. Il bene compiuto non andrà perduto. Ci accompagnerà sempre, anche se non sbandierato e reclamizzato, quale testimonianza dell’amore a Dio e al prossimo. Grazie a tutti.

OMELIA per la ORDINAZIONE PRESBITERALE di don CLAUDIO PLATANI
25-06-2016

Caro don Claudio, riceverai la dignità del presbiterato. Sarai Sacerdote per sempre. Gioisci, perché il Signore ti ha scelto per impersonarlo, per essere strumento della sua redenzione.

  1. Il tuo atteggiamento sia, anzitutto, questo: gioisci nel Signore.

La tua gioia sia un sentimento profondo, non un fatto meramente emotivo, passeggero. Diventi uno stato d’animo costante del tuo spirito. Come la Madre di Gesù, anche tu canta il tuo Magnificat: il Signore ha guardato all’umiltà del suo servo. Si faccia di me secondo la sua parola. Non sarai mai solo! Il sacerdote novello gode di una condizione particolare di grazia: quella di colui che il Signore chiama maggiormente a conformarsi a Lui, Maestro per eccellenza (munus docendi); quella di colui che è vocato a rendere sacra e gradita al Signore la vita dei propri fratelli e delle proprie sorelle (munus santificandi); quella del pastore che accompagna e mantiene compatto il popolo di Dio nella comunione e nella missione, perché tutti crescano secondo la pienezza di umanità che è in Cristo (munus regendi).

Annunciare il Verbo fattosi carne importa proclamare Gesù Cristo nella sua interezza. Egli è il Dio che abita in ogni persona, strutturandola a immagine del Suo essere e del Suo spirito. Ne deriva, per ogni sacerdote, un ministero a servizio della cristo-conformazione e della umanizzazione. Non potrai che essere un predicatore esigente, che sprona i suoi fratelli a superare la mediocrità. Gesù incarnato non può essere occultato o sminuito, come anche non può essere tenuta nascosta o sminuita la conseguente altissima dignità di ogni figlio di Dio. Poiché Cristo è nel contempo Verità e Misericordia del Padre, la franchezza e la dolcezza saranno tue compagne, daranno sapore alle tue omelie, al tuo insegnamento.

Dalla Verità discende la piena libertà delle persone. Dalla Misericordia del Padre è comunicato il suo Spirito d’amore.

Ma annunciare il Verbo di Dio che si fa carne, implica, in secondo luogo, far comprendere che in ogni fratello e sorella incontriamo la sua reale presenza. Le relazioni sociali sono chiamate a cambiare nel segno della fraternità e della giustizia. Significa, per conseguenza, educare alla dimensione sociale della fede e dell’evangelizzazione, alla quale ci ha richiamato papa Francesco specie con la Evangelii gaudium (cf Cap. IV), [=EG].

Sii, allora, sacerdote votato ad una nuova evangelizzazione del sociale, in cui la vita dei poveri è centrale, non tanto come dato sociologico, bensì come segno dell’attenzione d’amore di Dio per l’umanità, del suo svuotamento per salvarci. Infatti, Gesù Cristo da ricco che era, si è fatto povero per noi, perché diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà (2 Cor 8,9). Senza l’opzione preferenziale per i poveri, l’annuncio del Vangelo, che pur è la prima carità, rischia di essere incompreso o di affogare in un mare di parole e di problemi (cf EG n. 199). Accompagna, pertanto, i christifideles laici verso l’impegno della carità, della catechesi, della celebrazione della fede. E tuttavia, abbi cura, affinché non si limitino a compiti intraecclesiali, senza una reale dedizione all’attuazione del Vangelo nella trasformazione della società.

Tu, caro don Claudio, tra l’altro, riceverai a breve, secondo le modalità previste, l’incarico di Consulente ecclesiastico del Centro Sportivo Italiano (=CSI) della Diocesi di Faenza-Modigliana. Potrai vivere in mezzo a tanti giovani. Come insegna don Bosco, il mio Santo Fondatore, essi hanno bisogno di essere compresi ed amati. Ma non solo. Essi debbono avere la chiara percezione che si vuole loro bene, personalmente. Pertanto, il tuo impegno pastorale, oltre ad essere dedito all’accompagnamento vocazionale, sarà votato in modo particolare alla pastorale giovanile. Sappi essere vicino ai giovani come un padre e un fratello maggiore. Ascoltali con pazienza. Comprendi le loro inquietudini e le loro richieste. Parla con loro nel linguaggio che essi possono capire. Falli innamorare di Gesù. Educali alla letizia dell’amore (Amoris laetitia). Non esitare ad additare a loro la vocazione al sacerdozio e alla vita consacrata. Con il tuo aiuto, diventino apostoli dei loro coetanei.

  1. Gioisci ad occhi aperti, con uno sguardo disincantato.

Caro don Claudio, divieni sacerdote in un momento storico in cui la nostra Diocesi di Faenza-Modigliana, oltre che di religiosi, ha un gran bisogno di presbiteri e di laici adulti nella fede. Nel caso in cui, in mancanza di un forte impegno dei credenti coadiuvato dalla grazia di Dio, le cose non cambino, ci troveremo sempre più nella situazione in cui i sacerdoti esistenti sul territorio dovranno prendersi cura di più comunità parrocchiali, come peraltro già avviene in alcuni casi. I presbiteri non avranno tanto tempo libero da dedicare alla propria cura spirituale ed intellettuale. Saranno assillati e assorbiti da molteplici incombenze. E, allora, abbi cura della tua salute, soprattutto mediante una vita ordinata nei ritmi e negli impegni. La tua giornata sia ricca di preghiera, non dimenticando di trasformare il tuo stesso lavoro pastorale in offerta gioiosa al Padre. Medita assiduamente la Parola. La tua esistenza di sacerdote sia resa più lieve e sapida dalla condivisione delle fatiche apostoliche con la comunità a cui sarai destinato tra non molto. Ricava forze dalla comunione pastorale tra le varie componenti ecclesiali che dovrai armonizzare e unificare. La fraternità sacerdotale del presbiterio ti faccia sperimentare quel balsamo spirituale e quella consolazione che sono la giusta ricompensa di colui che lavora nella vigna del Signore.

Non dimenticare che la tua vicinanza particolare al Signore, in forza del tuo ministero sacerdotale, non ti esimerà dai limiti umani e nemmeno, talvolta, dal giudizio severo della tua gente. Non scoraggiarti. In tempi, come si suole dire, di accelerate transizioni, di necessaria conversione pastorale, religiosa e pedagogica, dovrai assumerti le tue responsabilità e fare scelte coraggiose. Affidati alla Madre, al suo Figlio potente e glorioso, ma nell’Eucaristia così fragile tra le tue mani consacrate. Sarà Lui la tua guida, il tuo vero consolatore, Colui che ti ricompenserà. Lui vedrà nel profondo del tuo spirito le tue intenzioni e i tuoi pensieri. Sii come Lui, sacerdote del Padre, pastore misericordioso.

OMELIA per la MEMORIA di S. JOSEMARIA ESCRVA’ DE BALAGUER
Faenza, S.Agostino - 22 giugno 2016
22-06-2016

«Dai loro frutti li riconoscerete» (cf Mt 7, 15-20). Il brano del Vangelo proclamato in questa sera in cui ricordiamo san Josemaría Escrivá ci porta a pensare che una persona, ma anche un credente, rivela il proprio essere morale mediante le opere. L’Opus Dei fondata da Mons. Escrivá ci consente di comprendere la sua mens, il suo progetto, la sua visione di Chiesa. In un contesto ecclesiale e sociale in cui spesso si invita la comunità cristiana ad essere accogliente e povera, a spogliarsi di ciò che può essere di ostacolo all’annuncio del Vangelo, alcuni laicisti, ma non solo, pensano che tutto questo lo si debba realizzare trascurando le proprie istituzioni culturali, lasciando che le scuole paritarie siano tassate perché rappresenterebbero un privilegio, non coltivando i movimenti sociali di ispirazione cristiana perché sarebbero realtà arcaiche e superate, quasi che sia sufficiente suscitare nelle persone la fede in Gesù Cristo o accendere le candele in chiesa per educare cristianamente. Che dire? Sicuramente è prioritario e prima opera della carità annunciare il Vangelo, far coltivare la fiducia in Gesù Cristo, innamorare di Lui. Ma, poi, occorre che la fede sia approfondita, pensata, incarnata nella vita quotidiana ed anche nelle istituzioni pubbliche. In una società fluida, ove tutto è frammentato e disarticolato, e la vita è chiamata a salvarsi dalla tirannia dell’effimero, servono, invece, punti di riferimento chiari, nuove istituzioni capaci di elaborare una nuova cultura, capaci di irradiare nuovi umanesimi. Senza una società civile vitale ed eticamente strutturata è inutile sperare in una politica a servizio del bene comune.

Non si può pensare di incidere nell’ethos sociale odierno senza disporre di un tessuto relazionale rigenerato, di istituzioni culturali all’altezza delle sfide, capaci di smantellare i «miti» della modernità, gli idoli del denaro, del consumismo materialistico e della tecnocrazia, per proporre un nuovo modello di sviluppo integrale, inclusivo.

San Josemaría Escrivá conosceva molto bene il suo tempo, l’indebolimento della cultura cristiana e l’avanzare dello scetticismo, nonché dell’individualismo libertario. Proprio per questo non esitò a suscitare, con l’Opus Dei già menzionata, anche la Società sacerdotale della Santa Croce. Il suo obiettivo era quello di offrire una solida formazione dottrinale, ascetica e apostolica ai laici e ai sacerdoti. Detto altrimenti, egli è pervenuto per tempo alle conclusioni a cui stiamo giungendo nei nostri territori, divenuti inequivocabilmente terra di missione, ove è cresciuto un certo analfabetismo religioso e ove stanno diminuendo vistosamente i sacerdoti.

Una nuova rinascita del cristianesimo appare possibile solo investendo nuove energie sul piano dell’impegno vocazionale, rispetto a nuove generazioni di laici e di sacerdoti e, inoltre, sul piano di una solida formazione intellettuale e spirituale. Ecco alcune «opere» essenziali che dobbiamo mettere in cantiere, senza indugio, sostenendo la cultura cattolica e le istituzioni che la promuovono, pensando di collaborare all’organizzazione di nuovi movimenti rigeneratori della civiltà e della politica. Ecco i «frutti» dai quali saremo riconosciuti e grazie ai quali potremo ripensare quell’evangelizzazione di cui il nostro territorio ha un estremo bisogno. Preghiamo in questa Eucaristia san Josemaría Escrivá perché ci aiuti a capire le urgenze del nostro tempo e della nostra Chiesa e a mobilitarci senza ritardi, per costruire nel nostro territorio una nuova storia, inabitata dalla trascendenza. Percorriamo cammini d’azione e d’Amore. Viviamo, giorno dopo giorno, in unione filiale con Dio, facendoci cibo per i nostri fratelli, mostrando vitalità nella comunione ecclesiale.

OMELIA per la FESTA di S. ANTONIO DI PADOVA
Faenza - Chiesa di San Francesco, 13 giugno 2016
13-06-2016

Le letture della liturgia odierna ci parlano del mandato che Yahweh dà al profeta Isaia di portare il lieto annuncio ai miseri (cf Is 61, 1-3a); e dell’invio, da parte di Gesù, di settanta discepoli a «lavorare sul campo»: «La messe è abbondante, ma pochi sono gli operai. Pregate, dunque, il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe. Andate: ecco vi mando come agnelli in mezzo ai lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada» (Lc 10, 1-9).
Antonio di Padova, nato a Lisbona, cresciuto a Coimbra in una comunità agostiniana, si fece poi francescano. Reduce da un’esperienza missionaria in Marocco, bruscamente interrotta, dedicò la sua vita all’annuncio di Cristo, prima in Emilia-Romagna, a Forlì e a Bologna, vicino a noi, a partire da un’intensa vita eremitica a Montepaolo. Si recò anche a Montpellier, a Tolosa e in altre città francesi, per poi ritornare in Alta Italia, ove concluse precocemente la sua esistenza, a Padova, all’età di trentasei anni.
Come era la sua evangelizzazione? La domanda ci interessa, perché anche noi, presbiteri, religiosi e laici, nel presente contesto di progressiva scristianizzazione, siamo tutti chiamati, come Lui, a ri-evangelizzare le nostre comunità, le nostre famiglie, i gruppi e i singoli. Siamo chiamati ad infiammare le persone di amore per quel Gesù che ci redime e ci rende capaci di amare come Lui ci ha amati, trasfigurando le nostre esistenze, colmandole di gioia e di speranza.
Innanzitutto dobbiamo notare che Antonio non era un evangelizzatore desideroso di mettersi in mostra, quasi come un redentore dell’umanità. Durante i primi anni di vita religiosa, maturò nel nascondimento la sua vocazione francescana, approfondendo la chiamata missionaria, rinvigorendosi mediante l’impegno ascetico e la contemplazione. Stabilitosi in Italia, trascorreva il suo tempo nell’eremo di Montepaolo, alternandosi con i confratelli  nei compiti di Marta o di «madre» e di Maria o di «figlio». Chi faceva da «madre», ricopriva il ruolo di Marta, badando alle faccende di casa, al fuoco, alle pulizie, alle questue nei paesi del circondario. Chi faceva da «figlio», ricalcava il comportamento di Maria, vivendo in un luogo appartato, nella preghiera e nella meditazione del Vangelo. Periodicamente, i ruoli si invertivano. I «figli» assumevano le mansioni delle «madri», e viceversa. E così, Antonio, stimato dai suoi confratelli e  unico sacerdote nel suo eremo, ebbe anche modo di tenere pulite le poche stoviglie di cucina, di spazzare la casa, di fare la questua per sé e per la sua comunità. Improvvisamente, venne il momento del suo esordio come predicatore. Accadde a Forlì, allorché si trattò di rivolgere parole di incoraggiamento ai candidati agli ordini sacri. I superiori, domenicani e francescani, si erano dimenticati di incaricare un predicatore, per cui si rivolsero ai presbiteri presenti, ma nessuno si sentì in grado  di improvvisare in un compito così impegnativo. Tra i convenuti, vi era frate Antonio, sulla cui conoscenza del latino si poteva fare affidamento. Il frate «guardiano» di Forlì riuscì a convincerlo, e Fra Antonio meravigliò e commosse l’uditorio con la profondità della sua cultura biblica, con la sua coinvolgente spiritualità, con le espressioni calde e suadenti che seppe usare.
La missione di Antonio come predicatore – è bene notarlo -, ebbe inizio in un momento di rievangelizzazione della cristianità, perché proliferavano  ovunque i movimenti eretici. Nelle città, non era raro che i vari gruppi sociali e anche religiosi si contrapponessero in continue lotte. Frate Antonio si era inserito nel giovane movimento di rifondazione cristiana dei Frati Minori. Ciò richiedeva un impegno nel lavoro apostolico in pianta stabile. Nella sua qualità di predicatore itinerante, si immerse quotidianamente nel contesto sociale, prima della Romagna e poi delle altre Regioni del Nord Italia, a stretto contatto con la popolazione, condividendone l’esistenza, spesso misera e tormentata. Il suo compito di evangelizzatore non si limitava alla catechesi morale-penitenziale. Fu un solerte pacificatore, sia nelle diatribe politiche sia nei dissidi familiari. Combatté l’usura. Si occupò della revisione di statuti comunali. Venne invitato a pronunciare discorsi di riforma della curia papale, a riunioni monastiche, ad assemblee di confratelli, a gruppi di studenti e anche di governanti. In definitiva, seppe anticipare e far vivere ciò che papa Francesco, nel IV capitolo della Evangelii gaudium, ha definito la dimensione sociale della fede.
Apostolo infaticabile, fu pastore di misericordia, indulgente e amorevole, ricco di pazienza con gli erranti, ma anche determinato nel denunciare il male, l’ingiustizia. Proclamava francamente la verità a tutti, popolani o nobili signori. Non indietreggiava davanti allo status di nessuno, neanche a costo della vita. Tuttavia, il suo parlare in pubblico, pur condito con il sale, non mancava mai di dolcezza e di grazia. Era garbato e, in pari tempo, severo, suscitando simultaneamente amore e timore negli ascoltatori  (cf Vita secunda, 4, 13-19). È rimasta celebre la sua predica a Bourges, in Francia, ove, alla presenza del clero, apostrofò l’arcivescovo, che si pentì e si confessò dal Santo. Fu ancora più veemente a Verona nei riguardi di Ezzelino da Romano, che sì convertì, pur non giungendo a liberare il conte di san Bonifacio suo prigioniero.
Antonio, che, come predicatore non si peritava di denunciare pubblicamente i mali del suo tempo, deve esserci di esempio. Nel contesto odierno, come credenti e come guide spirituali siamo spesso piuttosto afatici o timorosi nel condannare i mali che rovinano la nostra società e il nostro habitat. Talvolta consideriamo conquiste di civiltà proprio ciò che distrugge il tessuto valoriale della convivenza e, in particolare, la struttura antropologica della famiglia. Si preferisce non disturbare il quieto vivere, per timore di creare scontento o di ferire l’amor proprio delle persone. Si teme di dire pane al pane e vino al vino, perché diminuirebbe il consenso. Si confonde il male con il bene, sino ad ammirare il successo di coloro che coltivano esclusivamente i propri interessi, senza badare alle conseguenze negative per le persone e per l’ambiente.
Antonio è per noi un modello anche come evangelizzatore infaticabile. La sua agenda era fittissima di impegni che lo obbligavano a lunghi e faticosi viaggi con gli incerti mezzi di trasporto dell’epoca. Non si dava tregua, nonostante la precarietà della sua salute.  Fu un evangelizzatore «scalzo», concetto amato da papa Francesco, ossia non attaccato al denaro, capace di vivere la povertà in maniera integrale. E, tuttavia, non intendeva la sua vita come quella di una persona che non dà peso alle risorse necessarie per le opere, all’impegno di rendere la fede più pensata ed incarnata nelle istituzioni, nella cultura e negli stili di vita.
Nominato ministro provinciale del Nord Italia oltre all’animazione spirituale, aveva anche la responsabilità del governo e della fondazione di nuove comunità stanziali. Ciò avveniva in un momento di transizione da una forma primitiva e profetica di «frati delle strade» ad una meno itinerante, più strutturata e funzionale ad una pastorale organica e capillare, necessaria ad integrare quella del clero diocesano, allora percepito come assenteista e non aggiornato.
Oltre alla predicazione, si dedicò all’insegnamento della scienza sacra o teologia, che egli definiva unico «canto nuovo». A Padova, fondò lo Studio Francescano, al fine di preparare nuove leve di evangelizzatori, che desiderava formati con una cultura più impregnata di Vangelo. Riteneva necessario che le comunità cristiane e religiose disponessero di istituzioni in grado di approfondire scientificamente i contenuti della fede e i carismi delle varie famiglie religiose.
In questo anno del Giubileo della Misericordia, sant’Antonio ci è particolarmente caro, perché la sua assidua attività di predicatore e di formatore di coscienze non era disgiunta  dal ministero della riconciliazione, che esercitava ovunque. Le sue parole suscitavano negli ascoltatori un autentico desiderio di conversione, per cui Antonio, dopo le prediche, si dedicava sempre all’ascolto delle confessioni fino al tramonto del sole, restando spesso a digiuno. Proprio perché comunicatore e oratore eloquente, riusciva a raccogliere attorno al pulpito folle attentissime. Antonio ascoltava le confessioni a tu per tu, divenendo un rivoluzionario della pastorale, che allora non prevedeva tale modalità.
Qual’è il segreto della sua efficacia evangelizzatrice? L’essere uomo di preghiera, con un amore profondamente affettivo nei confronti di Gesù Bambino, la cui predilezione per Antonio può essere attribuita, fra l’altro, alla castità eroicamente vissuta.  Non a caso, si rappresenta spesso il Santo con il Bambinello tra le braccia.

OMELIA per il GIUBILEO del BENE COMUNE
Faenza - Basilica Cattedrale, 29 maggio 2016
30-05-2016

Celebriamo oggi il Giubileo della misericordia da parte di tutti coloro che, secondo diverse responsabilità, si dedicano alla costruzione del bene comune. Ci ritroviamo qui, pertanto, provenienti dal mondo della politica, del lavoro, dell’economia, della finanza e, in particolare, della cooperazione, per compiere un atto religioso, per rispondere all’amore di Cristo che ci sollecita al cambiamento. Celebrare il Giubileo, infatti, significa re-incontrarsi con Cristo: ricevere anzitutto il suo perdono tramite il pentimento, spalancare le porte alla vita di Dio, dimorare in Lui, ri-orientare, con più decisione, la nostra esistenza verso il bene; accogliere lo Spirito d’amore del Padre e del Figlio, per esserne trasfigurati e animati. Oggi, giornata del Giubileo per i politici, gli imprenditori, per tutti coloro che lavorano nella cooperazione, non dimentichiamo che tutti abbiamo bisogno di redenzione, soprattutto coloro che hanno maggiori responsabilità nella realizzazione del bene comune.

La parola di Dio di questa domenica, Solennità del Corpo e del Sangue di Cristo, ci ricorda la moltiplicazione dei pani da parte di Cristo. Riflettendo su questo, che è uno dei miracoli più noti, possiamo trovare le ragioni più profonde della nostra conversione e del nostro miglioramento di vita. È importante, anzitutto, considerare l’invito che Gesù ha rivolto ai suoi discepoli: «Voi stessi date loro da mangiare». Ecco, indicato per noi,  un compito primario: dobbiamo preoccuparci di dare da mangiare alla gente che ha fame. A questo proposito, non possiamo dimenticare la permanenza del problema della fame nel mondo. Abbiamo dati che sollecitano ad organizzarci per una migliore destinazione universale dei beni della terra. Attualmente, infatti, vi sono generi alimentari sufficienti per tutti: col cibo prodotto si potrebbero nutrire 12 miliardi di persone. Ma, nonostante ciò, un terzo degli alimenti prodotti è sprecato e vi sono centinaia di milioni di persone sottoalimentate (805 milioni). Vi sono, inoltre, carenze di vitamine e minerali nelle diete di oltre due miliardi di persone. Non tutti, dunque, possono accedere ad un cibo sufficiente, sano e sicuro per la pochezza del reddito, per scarsità locali, ma anche per la carenza di istituzioni economiche e politiche in grado sia di garantire un accesso al cibo e all’acqua regolare e adeguato dal punto di vista nutrizionale, sia che regolamentino il commercio internazionale di prodotti agricoli, i mercati dei futures, così da evitare speculazioni e le impennate dei prezzi del cibo. Anche nei nostri Paesi, ove scarseggia abbondantemente il lavoro, e taluni redditi sono insufficienti per arrivare alla fine del mese, appaiono fenomeni di scarsità e di deterioramento della qualità dell’alimentazione.

Peraltro, è triste constatare che l’umanità riesce a farsi la guerra, ma non a nutrire se stessa.

Il «Voi stessi date loro da mangiare», nel nostro territorio, può voler dire impegnarsi tutti nel coltivare la solidarietà e la giustizia in maniera più autentica, nel far rete per integrare nel mondo del lavoro coloro che non ce l’hanno, per investire nella ricerca, nell’innovazione, nel nuovo welfare, nella formazione, in una cultura umanistica. La stessa Chiesa locale si sta impegnando su questo versante con un Protocollo d’Intesa tra Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia-Romagna e Conferenza Episcopale dell’Emilia-Romagna per la realizzazione di attività di Alternanza Scuola-Lavoro.

Ma a noi, che siamo o diciamo di essere credenti, non deve sfuggire un aspetto molto importante della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Gesù lo compie usando espressioni che rimandano all’istituzione dell’Eucaristia: «Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla». Che cosa voleva insegnare Gesù ai suoi discepoli? Dal testo si evince che Egli desiderava sollecitarli a distribuire non solo il cibo materiale ma Lui stesso, che nel Sacramento dell’Eucaristia si fa pane spezzato per tutti.

Detto altrimenti, Gesù voleva che i discepoli non fossero attenti unicamente al bisogno materiale della gente, dando loro il cibo per sfamarsi, ma dessero qualcosa di più. L’uomo è sempre bisognoso di qualcosa di più dei beni materiali. Ha sete di Dio. Anela a Lui. Ha bisogno di nutrirsi di Cristo, «pane vivo, pane del cielo». In ultima analisi,  con la moltiplicazione dei pani, compiuta secondo le modalità dell’istituzione dell’Eucaristia, Gesù istruisce e prepara i suoi discepoli alla futura missione: donare agli altri, oltre al pane quotidiano, Cristo stesso, cibo celeste. In conclusione, anche noi dobbiamo essere, innanzitutto, missionari di Cristo, per portarLo ai fratelli, perché è Lui la salvezza, non noi. Chi redime l’uomo è Gesù, non l’evangelizzatore o il testimone. Per essere veri discepoli di Cristo non basta interessarsi dei bisogni materiali dei nostri fratelli e sorelle. Bisogna preoccuparsi anche dei bisogni spirituali: «Non di solo pane vive l’uomo» (cf Lc 4,4)! Cristo è il primo e più importante cibo che dobbiamo procacciare. Dare Cristo è la prima carità. Ciò non significa omettere la carità del pane materiale, del vestito, del lavoro. Compiamo, allora, la carità o, meglio, la misericordia più grande. Non ignoriamo che alla persona spetta, col cibo quotidiano, Cristo stesso. Partecipiamo a questa Eucaristia, con la convinzione di non perdere tempo o di essere qui per una mera formalità. Siamo qui per unirci a Colui che si fa cibo per tutti, per riuscire, immedesimandoci al Cristo, a «spezzarci» e darci generosamente agli altri. Solo così ottempereremo all’invito di Gesù: «Fate questo in memoria di me». Solo così, cibandoci di Lui, non mangeremo la nostra condanna (cf 1 Cor 11, 27.29). L’Eucaristia, infatti, non è per un consumo egoistico, bensì per essere dono per gli altri, riconoscendo in tutti, specie i più bisognosi, la «carne» di Cristo da amare e servire. Solo facendo la comunione con Cristo e vivendo il suo dono riusciremo a realizzare il bene comune, ossia quell’insieme di condizioni sociali, giuridiche, economiche e culturali che consentono ad ogni persona di raggiungere il proprio compimento umano in Dio.

OMELIA in ricordo di Don Stefano Casadio
Cotignola, Chiesa del Suffragio - 27 maggio 2016
27-05-2016

La prima lettera di san Pietro ci sollecita, fra l’altro, a mettere il dono ricevuto a servizio degli altri; a esercitare il nostro ufficio con l’energia ricevuta da Dio (cf 1 Pt 4, 7-13).

Credo che don Stefano Casadio, che ricordiamo nel 15° anniversario della sua scomparsa, abbia dato tutto se stesso al Signore e abbia operato con la forza dello Spirito Santo. Lo zelo per il Padre e per la sua causa, dimostrati da Gesù che caccia i venditori di animali e i cambiamonete (cf Mc 11, 11-25) dal tempio, l’hanno consumato.

Proprio per questo, la vita di don Stefano, nato a Cotignola nel 1913, è per tutti noi un esempio e un punto di riferimento anche per l’oggi.

Non raramente la stampa, prendendo spunto dalle stesse parole di papa Francesco, ma travisandone il significato, tratteggia i sacerdoti come coloro che devono vivere «scalzi» e che devono lavorare per una Chiesa senza beni ed istituzioni. In realtà, l’esistenza di don Stefano Casadio, romagnolo, se ci offre l’immagine di un sacerdote che non lavora per sé, per arricchirsi, ed è disponibile per tutti, ossia non ha un’agenda da difendere, al contempo ci mostra una personalità tutta d’un pezzo. Egli sapeva coniugare povertà ed uso saggio dei beni terreni. A Reda, negli anni ’50, come cappellano ha allestito un cantiere per la costruzione di un asilo d’infanzia, con annesso laboratorio tessile, con l’aiuto della manodopera dei suoi parrocchiani. Divenuto parroco, ha avviato la costruzione della chiesa e della canonica, completata in soli sette mesi. Annesso alla chiesa ha realizzato un impianto sportivo organizzando sia una squadra di calcio sia una squadra di pallavolo femminile, continuando peraltro le colonie estive. Gestiva anche una sala cinematografica. Terminato il mandato di parroco ed andato in pensione dall’insegnamento di religione è partito come missionario in Brasile, arrivando a Macaè. Qui ha realizzato un gran numero di cappelle anche in località selvaggie. La sua opera più significativa è stata la costruzione di un grande Oratorio con una struttura d’accoglienza e campi sportivi. E, inoltre, in quel contesto e in quella società tanto disagiate ha fatto arrivare dalla sua Romagna un container con l’attrezzatura per l’allestimento di una scuola di ceramica. Ogni sua opera era sempre realizzata col contributo generoso dei suoi compaesani.

Ebbene, cari fratelli e sorelle, cosa ci può insegnare don Stefano, rimasto famoso anche per l’operazione «bandiera bianca», che salvò Cotignola dal fuoco amico degli anglo-americani? Chi è vero evangelizzatore ed ama la sua Chiesa, si preoccupa non solo di far incontrare le persone con Gesù Cristo, il Salvatore. Si dedica, anima e corpo, ad innalzare chiese, istituzioni culturali, strutture e luoghi educativi. La fede va pensata, approfondita, altrimenti è nulla. Per questo, non possono mancare al popolo di Dio scuole, oratori, ambienti di vita ove, mentre ci si forma intellettualmente, si insegna a vivere cristianamente.

Don Stefano sapeva bene che la Chiesa non deve essere senza risorse ed istituzioni. Sollecitava la gente a mettere mano al portafoglio, a collaborare fattivamente. Così, la sua agenda era fitta di impegni, non per indisponibilità nei confronti dei suoi, ma perché era bruciato dall’amore per loro. Come è stato giustamente scritto, è stato eroe come cappellano militare volontario per l’Africa, al tempo della seconda guerra mondiale, ma soprattutto nella quotidianità, in tempo di pace: nelle difficoltà di ogni giorno, nei dolori della gente, negli affanni dei parrocchiani, nei tormenti degli adolescenti, nelle gioie dei successi giovanili, nei traguardi raggiunti e superati: come parroco audace, infaticabile e moderno; come padre spirituale; come maestro di roccia; come amico vicino ai giovani; come sportivo e grande comunicatore; come missionario e costruttore di pace.

L’odierna Eucaristia ci veda pronti a pregare per la città di Cotignola, per gli abitanti di Reda e di Macaè che don Stefano ha beneficato come sacerdote, padre e maestro di vita. Ringraziamo il Signore per avercelo dato. In tempi di scarse vocazioni chiediamo al Signore perché mandi operai nella sua messe, preti come don Zini e don Stefano, che si sono dedicati alla cura delle vocazioni. Viviamo la nostra fede e la carità pastorale non secondo i cliché di chi capisce poco della Chiesa e la contrasta. Viviamole con i piedi per terra, nella concretezza storica e in momenti in cui la libertà della Chiesa non cessa di essere  penalizzata, anche con riferimento alle sue scuole. Abbiamo intelligenza e forza per rinnovare le strutture e le istituzioni: esse sono indispensabili alla diffusione e alla inculturazione della fede, alla realizzazione dell’amore di Cristo per l’umanità. La forza dello Spirito ci accompagni e ci faccia uno con Cristo e tra noi.

OMELIA nella Solennita’ del CORPUS DOMINI
Faenza- Chiesa di San Marco, 26 maggio 2016
26-05-2016

In occasione della Solennità del SS. Corpo e Sangue di Cristo la liturgia della Parola ci offre alla meditazione il Vangelo di Luca (9, 11-17) che narra l’episodio della moltiplicazione dei pani. Sul far della sera i discepoli suggeriscono a Gesù di congedare la folla che l’aveva seguito, perché possa andare a rifocillarsi. Ci si trovava, infatti, in una zona desertica, lontana dai villaggi dei dintorni. Ma Gesù ha in mente qualcosa d’altro. Invita i discepoli a dare da mangiare ai presenti: «Voi stessi date loro da mangiare». Essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci». Bisognava proprio andar a comprare i viveri. Gesù, però, diede loro ordine di far sedere la gente a gruppi e compì il miracolo che tutti conosciamo.

Gesù lo compie usando espressioni che fanno pensare al sacramento dell’Eucaristia: «Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla». Il miracolo consiste nella condivisione fraterna di pochi pani e pesci che, affidati alla potenza di Dio, non solo bastano per tutti, ma addirittura avanzano fino a riempire dodici ceste. Quali sono gli insegnamenti che possiamo trarre? Oltre che a condividere, Gesù sollecita i discepoli a distribuire il cibo per la moltitudine. In questo modo li istruisce e li prepara alla futura missione apostolica: dovranno, infatti, portare a tutti il nutrimento della Parola di vita e del Sacramento, che è l’Eucaristia. Detto diversamente, siamo di fronte ad un testo che ci parla dell’impegno missionario dei discepoli. Come devono svolgerlo? Alla maniera di Gesù. Egli, è sì attento al bisogno materiale, ma desidera dare di più del pane. L’uomo è sempre affamato di qualcosa di più, ha bisogno di qualcosa di più dei beni terreni. Ha sete del Dio vivente. Ha bisogno di nutrirsi di Cristo «pane del cielo».

In ultima analisi, il brano di Luca ci conduce a riflettere sull’Eucaristia sia come fonte della missione, ossia del dono di Gesù, mediante evangelizzazione e testimonianza; sia come sorgente dell’impegno della condivisione e della carità, non solo come un dare qualcosa di materiale, bensì come un dare noi stessi, sull’esempio di Gesù, in tutte le attività umane, nella vita sociale, economica e politica.

Fermiamo l’attenzione su questi aspetti. Anzitutto, sull’Eucaristia come fonte di un’evangelizzazione che dona Gesù. Nell’Eucaristia siamo invitati a fare memoria di Cristo, che si dona sino a morire. Quando l’assemblea si scioglie si è invitati ad andare alla quotidianità, ove fare della nostra esistenza un dono e ove annunciare, con la parola e la buona condotta, Gesù Cristo. Non si tratta tanto di moltiplicare le attività, di essere cioè una comunità ingolfata in troppe iniziative, quasi pensando che tutto dipenda da noi, dalle molte strutture, pur necessarie. È l’Eucaristia la vera sorgente della missione e dell’evangelizzazione, della loro efficacia. Tutto deriva dal dono della vita di Gesù e dal suo comando: «Fate questo in memoria di me».

La missione non è anzitutto un’attività nostra, la cui moltiplicazione a dismisura produce automaticamente salvezza. Con la nostra attività missionaria siamo chiamati a portare le persone a Gesù, all’Eucaristia, «luogo» ove Dio viene incontro ad ogni uomo in Cristo e nello Spirito Santo. È nell’Eucaristia, più che nell’evangelizzatore e nel testimone, che si trova la salvezza, Gesù Cristo, redentore e ricapitolatore di tutte le cose. Il nostro impegno di evangelizzatori e di testimoni deriva dall’Eucaristia, rimanda ad essa. La nostra missione non è «altra» da quella di Gesù e neppure semplicemente «succede» o viene «dopo» la sua. Noi siamo testimoni quando, mediante le nostre azioni, parole e modi di essere, appare e si comunica un «Altro», ovvero Cristo stesso. La nostra missione e testimonianza non stanno in piedi da se stesse, per se stesse. Riconducono al mistero eucaristico. Noi e le nostre comunità troviamo il nostro punto di partenza e il centro, nonché il nostro stile apostolico, le energie della liberazione e dell’umanizzazione nell’Eucaristia, celebrata e vissuta.

Un altro aspetto, come già accennato, ci è insegnato dall’Eucaristia: la condivisione. La frazione del pane è compiuta da Gesù come gesto di condivisione, richiama Lui stesso che si fa pane per noi, «spezzando» o, meglio, donando la sua vita sino alla morte. L’Eucaristia dev’essere partecipata e vissuta da noi e dalle nostre comunità come fonte della condivisione dei beni materiali e spirituali, di Cristo stesso. Ne deve derivare uno stile di vita e una condotta che bandiscono l’individualismo, le chiusure, l’allergia alla condivisione di noi stessi. Vale, a questo proposito, l’ammonimento di san Paolo, il quale nella prima Lettera ai Corinzi (cf 1 Cor 11, 20-21) condannava la non coerenza esistenziale dei primi cristiani con la stessa celebrazione dell’Eucaristia: «Quando vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno, infatti, quando siede a tavola, comincia a prendere il proprio pasto». È un mangiare individualistico, senza condivisione, sicché uno ha fame e l’altro è sazio; uno ha sete e l’altro è ubriaco. Cosa succedeva? Tra i cristiani di Corinto alcuni non aspettavano i fratelli e le sorelle.  Cominciavano a mangiare e a bere, senza tener conto degli altri, senza condividere con i poveri, con chi non poteva portar nulla, perché senza risorse. La cena del Signore diventava una cena di individui. Di fatto la cena del Signore diventava una non-eucaristia. Ciò che doveva essere fonte di condivisione e di comunione diventava occasione di umiliazione di chi non possedeva nulla, era momento in cui permanevano diseguaglianze. Dalla celebrazione del sacramento non scaturiva una conversione, un cambio dei comportamenti di indifferenza nei confronti dell’altro, del più misero. Mangiare il pane o bere al calice del Signore non era principio di vita nuova. Diventava, piuttosto, come afferma sempre san Paolo, un motivo di condanna: «Chi mangia e beve senza discernere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (cf 1 Cor 11, 27.29). Ma in che senso il non discernere il corpo del Signore è motivo della propria condanna? Paolo non denuncia i cristiani di Corinto perché non riconoscono la presenza sacramentale di Cristo nella cena che fanno in memoria di Lui, ma perché non sanno discernere il corpo ecclesiale come corpo di Cristo, non riconoscono il corpo di Cristo nei poveri, che pure sono convocati come gli altri alla cena del Signore. È per questo che l’Eucaristia che i cristiani di Corinto celebravano diventava un giudizio su di loro e sulla loro comunità. L’amore per l’Eucaristia doveva andare insieme con l’amore per i poveri. E, invece, l’Eucaristia non era fonte di fraternità, non era per la fraternità e la condivisione. Non insegnava a vedere nel fratello, ricco o povero, Cristo stesso, la sua «carne». In una delle sue omelie più celebri san Crisostomo ammoniva i credenti così: «Vuoi onorare il corpo di Cristo? Ebbene, non tollerare che egli sia nudo; dopo averlo onorato qui in Chiesa con stoffe di seta, non permettere che fuori egli muoia per il freddo e la nudità. Colui che ha detto «Questo è il mio corpo» (Mt 26, 26), ha anche detto: «Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare» (Mt 25, 42) e: «Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli non l’avete fatto a me» (Mt 25, 45) [Omelie sul vangelo di Matteo 50, 3-4].

Dare di più del pane materiale: ecco un altro insegnamento proveniente dalla celebrazione dell’Eucaristia. Spesso di fronte alle parole «Voi stessi date loro da mangiare» reagiamo riducendole al pur nobile e meritorio impegno della carità assistenziale. Ma il comando di Gesù ha un significato più vasto. Occorre donare agli altri, oltre al pane materiale, Cristo stesso. Occorre essere suoi missionari, portarLo al mondo. Non possiamo qui attardarci sulla questione se bisogna prima dare il cibo e poi Cristo, o viceversa. L’importante è che ci ricordiamo che per l’uomo sono necessari entrambi, sia il pane quotidiano sia il cibo celeste. E, tuttavia, fra i due va riconosciuto un primato al secondo. Senza Cristo si perde la scala dei valori, non si assegna il giusto significato ai beni materiali, fondamentali per l’esistenza umana, ma non ultimi. Cristo, come ci ha insegnato papa Benedetto, è il primo e il principale fattore di uno sviluppo integrale (cf Caritas in veritate n. 8). Grazie al Signore Gesù, alla comunione con Lui, troviamo più forza per offrire ad ogni persona il cibo che gli spetta, sia per il corpo sia per lo spirito.

L’Eucaristia che stiamo celebrando imprima alle nostre comunità un maggior slancio missionario. Correggiamo ogni individualismo. Viviamo la condivisione, riconosciamo la carne di Cristo nei nostri fratelli. Non dimentichiamo che la richiesta di Gesù «Voi stessi date loro da mangiare» implica sia la collaborazione per risolvere la cause strutturali della povertà e per promuovere lo sviluppo integrale dei poveri, sia i gesti più semplici e quotidiani di solidarietà. Senza l’opzione preferenziale per i poveri, l’annuncio del Vangelo che, pur è la prima carità, rischia di essere incompreso o di affogare in un mare di parole senza fatti (cf Evangelii gaudium n. 199).