Archivi

OMELIA per le esquie di padre GIULIANO GORINI
Faenza, Basilica cattedrale - 11 maggio 2016
11-05-2016

Accogliamo oggi le spoglie mortali di p. Giuliano Gorini, missionario della Consolata, che ritorna a Faenza per rimanervi in attesa della Risurrezione.

Nato nella nostra Città entrò nel Seminario minore di Faenza e a 15 anni passò nelle Missioni della Consolata. Divenuto sacerdote andò in America a studiare, dove raggiunse i titoli per essere Direttore di scuola. In seguito fu inviato in Kenya per insegnare e poi per dirigere una scuola della Consolata.

Nel 1991 istituì a Rumuruti, nel Nord del Kenya, una Scuola superiore per i ragazzi delle tribù nomadi di quei territori. La cosa fu possibile con il determinante aiuto di don Gino, che P. Gorini era venuto a cercare per dirgli: “Devo fare una scuola, ma non ho un soldo”. Don Gino gli disse di andare avanti e in tre mesi trovò a Faenza i mezzi per comprare il terreno e costruire la scuola, che anche in seguito fu sostenuta con l’aiuto determinante dei faentini. Questa collaborazione ha raggiunto lo scopo che P. Gorini si prefiggeva come missionario: mettere insieme i figli di diverse tribù che tra loro avevano continui scontri, per insegnare a vivere in pace, e nello stesso tempo formare dei leaders per il loro paese.

Lo spirito missionario di P. Gorini si è rivelato anche nelle vocazioni al ministero sacerdotale e missionario uscite da quella scuola (una trentina in 25 anni) e una decina di battesimi ogni anno. La Scuola superiore, che fu dedicata a Maria Madre delle Grazie, diventò subito una eccellenza qualificandosi tra le prime scuole del Kenya, tanto che più del 90% dei suoi allievi superava la prova di ammissione all’università. E tra gli ex allievi, oltre a vari ruoli dirigenziali e professionali può già vantare un ministro nel governo nazionale.

Ho voluto ricordare l’opera missionaria di P. Gorini, perché questa è un tutt’uno con la sua vita, spesa con fede e amore per il bene dei suoi ragazzi e con tanta generosità. Per questo si può comprendere la fatica che all’inizio del 2015 egli ha fatto a rientrare in Italia, per motivi di età e di salute.

La Parola di Dio ci ha invitato a considerare nella fede la testimonianza di questo nostro fratello, che ha fatto onore al nome di Faenza dovunque è andato. Il messaggio delle Beatitudini che abbiamo ascoltato nel Vangelo è la trama della vita di P. Giuliano, seguita con convinzione e senza paura, a cominciare da una povertà di vita impressionante, come possono attestare coloro che hanno visto il suo alloggio nella missione. Guidato dall’educazione ricevuta in famiglia, soprattutto dalla mamma Rosa, incoraggiato dalla parola e dall’esempio dell’amico don Gino Montanari, che gli diceva: “t’è bota!”, P. Giuliano è andato avanti con determinazione, forte della promessa di Cristo per i miti, i misericordiosi e gli operatori di pace.

Beati voi quando vi insulteranno e vi perseguiteranno”. Si può immaginare che non tutto è stato facile nemmeno per P. Giuliano. Non sono mancate le gelosie di fronte al successo della sua scuola, i furti e le aggressioni. Eppure oggi è migliorata la convivenza pacifica tra quelle tribù, tanto che gli ex allievi, che sono di tribù diverse, hanno fatto un’associazione per aiutare la scuola, perché altri giovani possano formarsi e far crescere il proprio paese.

Il coraggio di P. Giuliano non aveva altro scopo che amare il prossimo, perché Cristo ha amato noi fino a dare la vita. Ce lo ha ricordato San Giovanni: “In questo abbiamo conosciuto l’amore, nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1Gv 3,16). Perché l’amore è contagioso, e P. Giuliano ha coinvolto tanti faentini che in vari modi hanno condiviso la sua missione. Sentiamo anche noi oggi qualcuno dire: “Bisogna aiutare gli africani in Africa”. P. Gorini non solo lo ha fatto, ma ha fatto vedere che è possibile. Mi auguro che i faentini vogliano continuare a sostenere la scuola di Maria Madre delle grazie a Rumuruti in Kenya, non solo perché è la scuola di P. Gorini, anche se ora è diretta da un Padre della Consolata suo ex alunno, ma anche perché è questo un modo concreto di dare un aiuto vero a quei popoli.

Maria Madre delle Grazie, accogli accanto a te P. Giuliano, che la morte ha ghermito nel giorno in cui qui a Faenza si concludeva la tua festa, e mostragli dopo questo esilio Gesù, il frutto benedetto del tuo seno, o clemente, o pia, o dolce vergine Maria.

OMELIA per la SOLENNITA’ della ASCENSIONE
Faenza, Basilica cattedrale - 8 maggio 2016
08-05-2016

Con l’ Ascensione di Gesù Cristo al cielo celebriamo la nostra immissione definitiva nella vita di Dio-Amore. Tramite Cristo, che porta con sé la nostra umanità co-risorta con la sua, e precedentemente assunta mediante l’incarnazione, siamo collocati nella comunità di Dio. L’ascensione, che non è un viaggio di Cristo verso gli spazi stellari, bensì un situarsi in una dimensione d’esistenza, che è al di là dello spazio e del tempo, consolida la nostra appartenenza a Dio, alla sua famiglia.

Con il Natale, il Figlio di Dio diventa uno di noi, il «cielo» diventa «terra», umanità, affinché noi, attraverso la morte, la risurrezione e l’ascensione di Cristo, diventiamo «cielo», Dio, siamo cioè divinizzati.

Con l’Ascensione di Gesù Cristo ci stabilizziamo in Dio, non oltre le nubi, bensì oltre le forme degli scenari di questo mondo. E, così, mentre svolgiamo le nostre attività, e compiamo la nostra missione di evangelizzatori e di testimoni credibili, contemporaneamente siamo, ci muoviamo ed esistiamo in Lui. La nostra vita quotidiana porta in sé una dimensione di trascendenza, è immersa in quella divina. Non siamo solo esseri umani, ma siamo realmente figli e figlie di Dio, nei limiti della creaturalità e del contingente.

L’Ascensione, come Gesù ripete ai suoi discepoli, è in vista del dono dello Spirito Santo. È per la Pentecoste, per l’effusione dello Spirito sul mondo. L’Ascensione dà inizio a un nuovo tempo per il gruppo degli apostoli, che vivono rinchiusi ed intimoriti. È un nuovo modo di essere presente di Gesù tra i suoi. D’ora in avanti sarà con loro soprattutto con il dono del suo Spirito d’Amore, che compatta, rinfranca, rende testimoni coraggiosi; che aiuta a ricordare quanto Cristo ha insegnato; che sprona ad approfondire la consapevolezza di essere cristoconformi, partecipi e protagonisti di una salvezza integrale, per tutti gli uomini e, quindi, anche per i più poveri e per il cosmo.

Oggi celebriamo tutto questo. Ne facciamo memoria per consentirci di vivere i nostri giorni non come persone smemorate rispetto al nostro essere più profondo, non come esseri sempre di corsa, senza percepire la nostra identità intera. Spesso, con il nostro modo di comportarci, diamo l’impressione di investire le nostre migliori energie e speranze su ciò che è passeggero e parvenza superficiale, senza essere coinvolti nella parte più intima di noi stessi. Dobbiamo, invece, renderci coscienti che un conto è scegliere ed operare solo come esseri umani, troppo umani, come se Dio non ci fosse. Altro sarebbe condurre un’esistenza ed elaborare progettualità ed approntare piani pastorali o civili stando in Dio, dimorando in Lui, assumendo come punto di prospettiva la sua visione sulle persone e sul mondo. Operare come persone attive nella contemplazione, ossia persone che pregano mentre si impegnano a trasformare gli ambienti di vita, è tutt’altra cosa rispetto ad esistenze vissute nella routine, nel grigiore e nell’assieparsi di mille problemi che schiacciano.

Il significato delle nostre giornate cambierebbe notevolmente. Chi vive senza la certezza di dimorare in Dio è oppresso dalla fragilità, dalla ferialità più piatta, senza nemmeno usufruire della consolazione di camminare con altre persone che, come noi, posseggono un’inalienabile e un’insopprimibile capacità di vero, di bene e di Dio. Chi vive in Dio, con Lui, supera visuali ristrette sulla vita e sulle relazioni interpersonali, non pensa che tutto si riduca ad affanno e pena, a questioni economiche e tecniche, a calcoli matematici, a drammi, conflitti, guerre fratricide. Sa che nella vita c’è molto di più, e cioè che c’è un’immensa forza positiva nel cuore della gente, che si può contare su patrimoni di tradizioni e di cultura da cui può derivare un fiume inesauribile di energie per il rinnovamento. Confida in ciò che sovrasta l’umano e tutto lo pervade, nella dimensione di trascendenza che permea e corrobora con la forza di Dio, con la potenza del suo Spirito. Il credente ha la consapevolezza che la storia, in fin dei conti, è incamminata verso traguardi che sono stati già guadagnati da Cristo risorto. Non siamo orientati verso il nulla, bensì verso approdi di pienezza. Il nostro destino non è la decadenza inesorabile, bensì un futuro in cui il nostro amare sarà valorizzato, sarà raccolto goccia a goccia e vissuto per sempre; in cui il nostro lottare non sarà stato vano e non andrà perduta nessuna generosa fatica, nessuna dolorosa pazienza.

La fede, che ci fa vivere in Cristo, Colui che ricapitola e rinnova tutto in sé, pone in noi il vivo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere a tutti il bene, di lasciare qualcosa di migliore dopo di noi, non tanto per mezzo nostro, ma mediante Colui che conduce la storia verso un porto sicuro, in mezzo a tempeste, insuccessi, tragedie.

Maria, la Beata Vergine delle Grazie, patrona della città di Faenza e della Diocesi, è colei che ha creduto in un’umanità abitata da Dio, in comunione con Lui. Si è messa a disposizione come donna e soprattutto come Madre, con tutto il significato di questa consolante parola: per consentire a ciascuna persona di essere capace di sognare un mondo nuovo; per essere apportatrice non tanto del suo contributo individuale alla causa di una storia aperta al trascendente, ma per donare Dio stesso a ogni persona. Maria di Nazareth è liberatrice, ausiliatrice, non da se stessa, ma in quanto dona Colui che redime e salva da ogni male, fisico e morale, perché conduce a Lui. Grazie a Lei, Gesù entra nel profondo di tutte le vite, dentro la storia di tutti i popoli, si pone al centro del cosmo, quale energia ascensionale, verso un mondo trasfigurato, stabilizzato nell’amore.

Maria, Beata Vergine delle Grazie, la cui immagine veglia sul portale di tante nostre case, è madre di una Chiesa che si mette al servizio del cammino ascensionale del mondo, della diocesi e della città. Ci aiuti ad essere coscienza critica in una società assonnata, narcotizzata dalle nuove ideologie dell’individualismo radicale e della tecnocrazia, distratta rispetto alla dimensione della trascendenza. Ci sostenga nel coltivare la vera libertà, nell’investire in una nuova pastorale famigliare, più propositiva della gioia dell’amore cristiano.

La Madre di Dio, che è nostra maestra e guida spirituale, ci faccia crescere verso più coscienza, più libertà e più amore. Ringraziamo Dio per avercela donata. Ringraziamola perché, a Lei affidati, siamo protetti ed aiutati a cogliere in noi, negli altri, nella Chiesa e nella società le forze più belle, per farle emergere, a vantaggio di tutti.

Introduzione alla S. Messa per il XXV di episcopato di mons. Stagni
07-05-2016

Ecc.za Rev.ma Mons. Claudio Stagni,
nel venticinquesimo di ordinazione episcopale la Diocesi di Faenza-Modigliana si stringe attorno a Lei in segno di riconoscenza. Ringraziamo con Lei il Signore per il grande dono del ministero episcopale dapprima vissuto nell’Arcidiocesi di Bologna come vescovo ausiliare e poi in questa nostra Chiesa locale. Il Vescovo è costituito a servizio del popolo di Dio, per reggere la Chiesa di Dio nel nome del Padre, del quale rende presente l’immagine; nel nome di Gesù Cristo suo Figlio, dal quale è stato costituito maestro, sacerdote e pastore; nel nome dello Spirito Santo che dà vita alla Chiesa. Il vescovo si sente e si comporta come «visibile principio e fondamento dell’unità» della sua diocesi. Eccellenza, il Signore l’ha colmata di sapienza, saggezza per compiere questa importante missione. Quanto un vescovo ama e soffre per il bene della sua Diocesi non sempre è dato di sapere. Solo Dio conosce pienamente i pensieri, i sentimenti, le fatiche, le gioie più consolanti dei credenti e dei pastori. Felici di averLa con Noi a Faenza come Padre, amico e testimone dell’amore di Cristo per la sua Sposa, la Chiesa, ci uniamo a Lei, Eccellenza, vivendo questa Eucaristia come momento di lode al Signore che compie meraviglie e prodigi di amore nel suo popolo. 

OMELIA per la Messa della DONAZIONE DEI CERI da parte dei Rioni di Faenza
Faenza, Basilica cattedrale - 7 maggio 2016
07-05-2016

Gesù Cristo, dopo la morte e la risurrezione, appare agli apostoli. Si trattiene e parla con loro, continuando ad istruirli, consolandoli. Riscalda i loro cuori, come aveva fatto con i discepoli di Emmaus. Li compatta e li rende più coraggiosi. Ma il tempo delle apparizioni si avvia alla conclusione. Incomincia il tempo della missione sino agli estremi confini della terra. Contemporaneamente inizia un nuovo modo di presenza di Gesù tra i suoi. Ciò avviene mediante l’evento dell’Ascensione che celebriamo oggi e di cui gli Atti degli Apostoli ci informano (cf At 1, 1-11).

La dipartita di Gesù è preceduta da un colloquio con i suoi discepoli, ancora rinchiusi nelle loro vecchie idee. Quelli che erano con lui – riferiscono gli Atti – gli domandavano: Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele? All’idea di un rinnovato regno davidico Gesù contrappone una promessa ed un incarico che andavano in un senso opposto. La promessa è che essi saranno colmati della forza dello Spirito Santo. L’incarico consiste nel fatto che dovranno essere i suoi testimoni fino ai confini del mondo. I discepoli non devono essere né studiosi della storia né indovini del futuro. Come i discepoli, il cristiano è chiamato alla presenza nel mondo riconoscendo il dono ricevuto e la missione affidata. Il credente deve sentirsi gratificato dalla vicinanza interiore di Dio e – in base a ciò – essere attivo nella testimonianza a favore di Gesù Cristo.

L’evento dell’Ascensione introduce i credenti in una più intima comunione con Dio. Infatti cos’è l’Ascensione di Cristo? Non è un viaggio di Gesù nello spazio verso gli astri più remoti. L’Ascensione di Cristo significa che Egli non appartiene più al mondo della corruzione e della morte che condiziona la nostra vita. Significa che Egli si situa in un ordine diverso rispetto a quello spaziale e cosmico, ossia si pone in un’altra dimensione dell’essere. Egli rientra completamente nella dimensione d’esistenza di Dio, un’esistenza sovraspaziale e sovratemporale. Ritorna nel mistero di Dio, in Dio, con un’umanità trasfigurata, sedendo alla destra del Padre. Cosa vuol dire questo per noi? Che l’Ascensione non riguarda solo il Figlio Eterno, ma il Figlio di Dio fattosi carne, uomo; e, quindi, riguarda – in quanto la nostra umanità è stata assunta da Lui – ciascun uomo. Il Figlio di Dio, mediante l’Ascensione, porta con sé la carne e il sangue in una forma risuscitata. L’uomo trova spazio in Dio, in una comunione di vita e di potere con il Dio vivente. Attraverso Cristo, l’essere umano è portato fin dentro la vita stessa di Dio. E, così, noi viviamo in Dio. Mentre scegliamo, operiamo, soffriamo, gioiamo, non siamo separati da Dio.

Occorre esserne coscienti. Occorre esserne conseguenti. Siamo e viviamo in Dio. Tutto ciò che compiamo ha una dimensione diversa, sovrumana. Amiamo Dio e il prossimo non con le sole nostre forze. Non siamo mai, nonostante il senso dell’indifferenza altrui, da soli. Con l’Ascensione del Signore non siamo abbandonati ma siamo resi maggiormente del Figlio e del Padre. Portandoci con sé in Dio ci rende più vicini a Lui, per sempre. Ognuno di noi può sentirsi tenuto in braccio da loro. Il loro volto può essere toccato ed accarezzato con le nostre mani.

Cari fratelli e sorelle, vivendo il mistero dell’Ascensione comprendiamo l’amore di Dio per noi che, vedendoci fragili e incostanti, ha deciso di mandarci il Figlio, affinché grazie a Lui, fossimo sollevati, resi più intimi al suo Amore di Padre.

Oggi veneriamo la nostra Madre Maria, Beata Vergine delle Grazie, come patrona di questa Diocesi e di questa città. Ebbene, la più grande grazia che Ella ci ha concessa è l’aver consentito, con il suo Sì, alla nostra umanità di diventare dimora del Figlio e del Padre, di tenere, come ha fatto Lei, tra le nostre braccia Gesù, come hanno anche fatto sant’Antonio di Padova e san Padre Pio, che sono rappresentati con il Bimbo Gesù in braccio.

Se Gesù Cristo con l’Ascensione introduce ciascuno di noi in Dio, Maria è Colei che consente a Dio di entrare e di abitare in ciascuno di noi. La Beata Vergine delle Grazie, quale Madre premurosa, libera i propri figli dai mali fisici e morali, donando a loro soprattutto Cristo, il Redentore.

I Rioni che portano i loro ceri alla Madre non solo domandano la sua protezione celeste ma anche promettono di essere esistenze che si muovono e sperano, minuto dopo minuto, in Dio.

OMELIA per il XXV di episcopato di Mons. STAGNI
07-05-2016

La festa liturgica della B.V. delle Grazie è impreziosita quest’anno dalla presenza di un gruppo di persone anziane o ammalate che celebrano il Giubileo della Misericordia e dal 25° anniversario dell’Ordinazione presbiterale di don Massimo Goni e dell’Ordinazione episcopale del sottoscritto. Tutte circostanze che danno una particolare intonazione a questa celebrazione eucaristica, concelebrata dal Vescovo Mario e da molti presbiteri della Diocesi, che ringrazio.

Saluto gli anziani e gli ammalati presenti e ringrazio l’Unitalsi diocesana per l’organizzazione del pellegrinaggio. Avete passato la Porta santa, segno del vostro ingresso all’incontro con il Signore nell’Eucaristia per ricevere il dono della misericordia di Dio, e poter uscire perdonati e confortati nel vivere quotidiano. Nell’Eucaristia offrite al Padre della misericordia il ringraziamento per il dono della vita e chiedete l’aiuto per viverla con le sue gioie e i suoi dolori.

Il pellegrinaggio degli anziani e ammalati insieme alla ricorrenza venticinquennale di una ordinazione presbiterale e di una episcopale, mi suggerisce l’attenzione al dono del sacerdozio dei fedeli e del sacerdozio ministeriale, e di considerare il rapporto dell’uno con l’altro.

È una relazione dove ognuno ha bisogno dell’altro, e dove insieme ci troviamo davanti al Padre del Cielo per presentargli il Sacrificio di suo Figlio. Possiamo dire tutti insieme con le parole della seconda Preghiera eucaristica: “Ti rendiamo grazie per averci ammessi alla tua presenza a compiere il servizio sacerdotale”. Ci ricorda infatti il Concilio che il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale, quantunque differiscano essenzialmente, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo (LG, n. 10). 

Carissimi fedeli laici, soprattutto voi che portate nelle membra i segni della croce, con la vostra partecipazione all’Eucaristia esercitate la grazia del sacerdozio comune dei fedeli e adempite quello che ci ricorda ancora il Concilio: “Tutte infatti le loro attività, preghiere e iniziative apostoliche, la vita coniugale e familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, se sono compiute nello Spirito, e anche le sofferenze della vita, se sono sopportate con pazienza, diventano offerte spirituali gradite a Dio attraverso Gesù Cristo; nella celebrazione dell’eucaristia sono in tutta pietà presentate al Padre insieme all’oblazione del Corpo del Signore” (LG, 34).

Oggi siamo insieme in questa Cattedrale fedeli laici e presbiteri, per una Eucaristia che ci unisce oltre che nella celebrazione del sacramento, nella venerazione della Vergine delle Grazie.

Il Vangelo ci ha raccontato di Gesù, invitato con i suoi apostoli ad una festa di nozze dove era già presente sua Madre. Durante questa festa Gesù compie il primo dei segni del Regno e manifesta la sua gloria. La presenza di Gesù è sempre positiva ed efficace, perché lascia il segno; a noi resta il compito di riconoscerlo nella fede.

È bello pensare che a Cana di Galilea sia stata la Madre di Gesù a farsi tramite per estendere l’invito alla festa anche a Gesù e ai suoi discepoli. Maria porta sempre a Gesù, e anche oggi nella nostra Cattedrale si fa Madre di misericordia e ci chiama attorno a Gesù nell’Eucaristia.

Maria c’è non solo alla festa di nozze, quando cerca di coinvolgere suo Figlio per risolvere un problema, ma c’è anche quando, dopo l’Ascensione gli apostoli e gli amici rimasti si ritrovano nel Cenacolo in attesa dello Spirito santo. Si tratta di un momento molto delicato: Gesù è asceso al Cielo e non c’è ancora la presenza dello Spirito santo; i seguaci di Gesù sono ridotti al minimo. L’aspetto positivo è che sono rimasti fedeli al luogo dove tutto ha avuto inizio, il Cenacolo, e si trovano qui insieme nella sala al piano superiore e aspettano nella speranza.

È una piccola comunità nella sofferenza; gli apostoli vengono ricordati per nome, ma ne manca uno; vi erano alcune donne e la Madre di Gesù e i fratelli di Lui. Da questo piccolo resto si può ripartire. Sono pochi e poveri, uniti con la Madre nella preghiera; e così li troverà lo Spirito santo nella Pentecoste per mettere la Chiesa di Cristo in cammino nel mondo e nella storia.

È Maria che unisce la vicenda di Cana con quella del Cenacolo e ci invita ad avere fede nella potenza messianica del Figlio.

A ben guardare a Cana di Galilea Gesù non poteva sottrarsi dall’intervenire, perché aveva davanti una situazione di sofferenza che a noi può sembrare piccola, ma per gli interessati poteva essere grave. E Gesù, che era venuto per la gioia dei suoi fratelli, non dice che questo non lo riguarda, ma che non è ancora giunta la sua ora, quell’ora nella quale avrebbe redento ogni male. Il suo intervento miracoloso infatti diventa un segno che rimanda in qualche modo a quell’ora.

Noi oggi ci troviamo nella situazione in cui Gesù ha già vissuto la sua ora nella morte e risurrezione. Nell’Eucaristia noi la stiamo vivendo ancora una volta come sacramento per il ministero del sacerdozio ordinato. E la comunione tra fedeli laici e presbiteri che viviamo nel mistero, chiama tutti alla stessa santità, pur camminando ognuno per la via della propria vocazione.

Celebriamo quindi la ricorrenza giubilare dell’ordinazione presbiterale e di quella episcopale con animo grato al Signore, chiedendo che non faccia mai mancare alla nostra Chiesa i ministri necessari per la vita del popolo cristiano chiamato a testimoniare Cristo e il suo Vangelo.

Quando Cristo è venuto nel mistero dell’Incarnazione, ci ha detto S. Paolo, ha riempito il tempo con la sua eternità, santificando ogni ora e ogni stagione.

Da sempre la Chiesa prega a tutte le ore, perché il tempo è di Dio. Anche nella scansione degli anniversari e delle scadenze più significative è bello ricordarsi del Signore, Principio e Fine, Alfa e Omega, perché a Lui appartengono il tempo e i secoli.

A lui la gloria e il potere per tutti i secoli in eterno Amen.

OMELIA al temine della PROCESSIONE CITTADINA con l’immagine della MADONNA DELLE GRAZIE
Faenza, Basilica cattedrale - 6 maggio 2016
06-05-2016

Siamo qui per l’Atto di affidamento alla Beata Vergine delle Grazie, patrona della nostra diocesi e della nostra città. Sappiamo che le frecce spezzate in mano alla Vergine stanno a ricordare il suo costante intervento a proteggere i suoi figli dai mali fisici, spirituali e sociali.

Anche oggi le nostre città sono colpite da molteplici mali, alcuni più visibili, altri meno evidenti ma non meno pericolosi e distruttivi. Sono da mettere in conto i mali che non sono per sé mortali ma che denotano malesseri profondi ed interiori. È il caso di una certa incuria, del degrado di alcuni luoghi, dei muri imbrattati di non pochi edifici, che rendono la nostra bella città meno accogliente, meno piacevolmente fruibile e godibile. Non è in questo coinvolta in primo luogo la responsabilità degli amministratori quanto il senso di non appartenenza alla propria città e, inoltre, una certa irresponsabilità nei confronti dei beni collettivi. I graffiti che deturpano i quartieri non sono tanto segno della ricerca di una libera espressione quanto, piuttosto, testimonianza di disagi interiori, di implicita protesta nei confronti di un mondo che non sempre è ospitale, di voglia di reazione, di assenza di senso civico. Nonostante siamo immersi in una fitta rete di comunicazioni e di connessioni, non si riesce a cogliere quei rapporti di fraternità e di comunione che ci legano e che dovrebbero farci sentire tutti a casa nostra e, quindi, più responsabili della casa comune che è la nostra città.

Cresce il senso della solitudine, la percezione di una indifferenza generalizzata nei confronti dell’altro. Aumenta l’estraneazione rispetto alle istituzioni, ai rappresentanti, alle famiglie e, addirittura, a noi stessi. È come se fossimo alienati e non ci riconoscessimo per quello che siamo e dobbiamo essere. Manca o è troppo debole l’unione morale, la comunione delle persone, dei gruppi, della famiglie spirituali. E, così, le relazioni tendono ad essere sempre più conflittuali, perché intaccate dalla carenza di una fiducia reciproca.

Nel nostro Atto di affidamento alla Beata Vergine delle Grazie domandiamo, allora, di aiutarci a riconoscerci come persone amate da Dio, figli e figlie di uno stesso Padre. Domandiamole di essere sempre più disponibili a dare il nostro apporto gratuito anziché essere sempre lì a pretendere dagli altri. Impegniamoci a vedere il bene che esiste nel mondo e nella nostra città. Chiediamo a Maria di avere occhi per scorgerlo, per non guardare solo la punta dei nostri piedi, senza alzare lo sguardo verso gli altri e il futuro. Senza un sentire e un impegno comuni non esiste la città. Senza percepire che tutti ci apparteniamo è impossibile camminare insieme concordi. Alla Madre di Dio offriamo l’impegno e le fatiche dell’accoglienza e dell’integrazione che in questi momenti storici ci obbligano ad allargare i paletti della tenda in cui vivere tutti insieme. La città in cui viviamo è un grande patrimonio di fedi e di culture che debbono sempre più armonizzarsi, sulla base del dialogo sincero, della liberazione dai pregiudizi.

La nostra città è un grande agglomerato di edifici, contrade, rioni, spazi pubblici, mercati, negozi e chiese. Ma essa è anzitutto un insieme di famiglie. Dalla loro solidità e compattezza dipende il senso di appartenenza alla famiglia più grande che è la società civile. Cicerone scriveva che la famiglia è il semenzaio della res publica. Così, lo è della città. Se le nostre famiglie sono fragili, soggette a divisioni, il tessuto sociale, come l’ethos, ne soffre. Su di esse influiscono negativamente un’esasperata cultura individualistica del possesso e del godimento, e la mentalità consumistica e materialistica che l’anima. Il ritmo di una vita sempre di corsa, lo stress, talora la stessa triste situazione dell’inoccupazione, rendono la vita della famiglie più complicata. L’ideale matrimoniale, in un contesto in cui la libertà viene intesa e vissuta senza responsabilità, finisce per essere distrutto dalle convenienze contingenti o dai capricci della sensibilità. Ciò che, però, preoccupa maggiormente è che numerosi cristiani appaiono nei fatti non solo poco convinti della bontà della proposta di Cristo sulla famiglia, ma anche piuttosto incapaci di difenderne i valori di base nelle istituzioni. Peraltro, simili valori sono già omologati nella costituzione della Repubblica italiana, che però non sembra più godere di un comune sentire che la supporti. L’esortazione apostolica Amoris laetitia di papa Francesco, a fronte dei numerosi fallimenti della famiglia, del vincolo coniugale, e dei problemi educativi, invita le comunità parrocchiali a dispiegare una pastorale positiva, accogliente, che rende possibile un accompagnamento costante. Il pontefice riconosce che molte volte abbiamo agito con atteggiamento difensivo e abbiamo sprecato energie pastorali moltiplicando gli attacchi al mondo decadente, con scarsa capacità propositiva per indicare strade di felicità. Occorre, invece, investire un numero maggiore di energie nel proporre la bellezza della famiglia cristiana che non nello stigmatizzare le visioni distorte e riduttive. Abbiamo bisogno di trovare le parole, le motivazioni e le testimonianze che ci aiutino a toccare le fibre più intime dei giovani, là dove sono più capaci di generosità, di impegno, di amore e anche di eroismo, per invitarli ad accettare con entusiasmo e coraggio la sfida del matrimonio (cf n. 40). Bisogna essere più vicini alle famiglie nei momenti lieti e in quelli più difficili, per aiutare i coniugi ad affrontare le inevitabili crisi non in modo sbrigativo, senza il coraggio della pazienza e della riconciliazione. Occorre, per quanto possibile, prevenire i fallimenti che creano situazioni famigliari complesse e problematiche per la scelta cristiana. Così, vanno accompagnate con amore e con rispetto le famiglie in cui un figlio è tossicodipendente o manifesta tendenze omosessuali (cf n. 250).

L’atteggiamento della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia dev’essere un chiaro riflesso della predicazione e del comportamento di Gesù, il quale nel contempo proponeva un ideale esigente e non perdeva mai la vicinanza compassionevole alle persone fragili come la Samaritana e la donna adultera.

Nel nostro Atto di affidamento alla Beata Vergine delle Grazie domandiamo protezione per tutte le nostre famiglie. Supplichiamo la Madonna di aiutarci a sviluppare nelle nostre comunità parrocchiali, anche con l’ausilio del Centro per la pastorale famigliare, un’attività molteplice e costante in ordine all’accompagnare, al discernere e all’integrare nel cammino della vita e del Vangelo, evitando ogni occasione di scandalo.

In particolare, preghiamo perché crescano itinerari di discernimento che non rimuovono i problemi ma aiutano i fedeli alla formazione di un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere. Per papa Francesco occorre che cresca il senso di responsabilità per evitare il grave rischio di messaggi sbagliati, come l’idea che qualche sacerdote possa concedere rapidamente eccezioni o che esistano persone che possono ottenere privilegi sacramentali. Ci debbono essere fedeli laici discreti che non pretendono di mettere i propri desideri al di sopra del bene comune della Chiesa che deve rimanere fedele all’insegnamento di Cristo. Così, dobbiamo avere pastori che riconoscendo la serietà delle questioni che sono chiamati a trattare, evitano che un determinato discernimento pastorale porti a pensare che la Chiesa sostenga una doppia morale.

Quanta attenzione alle esigenze del Vangelo e quanta prudenza! Maria Beata Vergine delle Grazie accetti il nostro impegno di Chiesa a predisporci alla ricezione della Amoris Laetitia mobilitandoci tutti insieme, parrocchie, associazioni, aggregazioni, movimenti, comunità religiose, nei dovuti modi, secondo i tempi che saranno programmati.

Beata Maria Vergine delle Grazie, prega per noi!

OMELIA per la SANTA MESSA per la COOPERAZIONE
01-05-2016

La promessa di Cristo dell’invio dello Spirito Santo da parte del Padre ai discepoli (cf Gv 14, 23-29) giunge a noi in questo primo giorno di maggio. Lo Spirito Santo, fonte della sapienza, ci insegna ogni cosa, ricordando tutto ciò che ci ha detto Gesù. È grazie allo Spirito che ci è consentito di osservare la Parola del Figlio e di amarlo. E così permettiamo al Padre e al Figlio di prendere dimora presso di noi. Noi non ragioniamo più soltanto con la nostra mente, ma vediamo e amiamo con la loro intelligenza e il loro cuore. Questa è la stupefacente condizione in cui siamo posti, grazie al dono dello Spirito d’amore del Padre e del Figlio. Non siamo più soli. Lo Spirito Santo ci è dato per esserne coscienti e capacitarci delle nostre potenzialità, smarcandoci dai luoghi comuni della nostra cultura, da abitudini troppo umane e nemiche del bene. Oggi, primo giorno di maggio, siamo chiamati a farlo rispetto al tema del lavoro. Viene in nostro aiuto la Commissione per i problemi sociali e il lavoro della C.E.I. consegnandoci un Messaggio dal titolo: Il lavoro: libertà e dignità dell’uomo in tempo di crisi economica e sociale.

Il lavoro, pur essendo un bene e un diritto fondamentale, scarseggia, mettendo a repentaglio la dignità e la libertà degli uomini e delle donne. Quando manca, diminuiscono le opportunità di crescere secondo dignità e di vivere liberamente e responsabilmente. In questo momento storico, in cui si soggiace ad un capitalismo finanziario ad alta speculazione e ad una strisciante tecnocrazia, viene svalutato e diminuito il lavoro manuale, artigianale, sia esso agricolo, industriale o sociale. È proprio in questo contesto che la C. E. I., in sintonia con il pensiero di papa Francesco, sollecita innanzitutto a potenziare l’educazione al lavoro, concepito come luogo di evangelizzazione e di umanizzazione. Al riguardo, incoraggia a sfruttare al massimo l’alternanza scuola-lavoro, così come è stata recentemente riformata. In secondo luogo, propone poi di creare spazi di sperimentazione di nuove forme di operosità che lasciano libera espressione alla creatività e all’intraprendenza.

Credo che, da parte nostra, le indicazioni offerte dalla Chiesa italiana potranno essere concretizzate seguendo almeno due strade. La prima, riprendendo e rilanciando la pastorale d’ambiente, ossia tutte quelle attività di evangelizzazione e di formazione umanistica relative al mondo del lavoro, che dovrebbero essere attuate anzitutto dagli stessi lavoratori cristiani, nei luoghi ove operano. Ogni lavoratore, ogni imprenditore ha una missione di evangelizzazione e di umanizzazione. Occorre, pertanto, che sacerdoti e laici, ben formati e consapevoli di essere chiesa ad gentes, animino e accompagnino a ciò lavoratori e imprenditori. La seconda strada è rappresentata dall’incentivazione di una rete tra associazioni, organizzazioni, movimenti cristiani o di ispirazione cristiana in modo da essere presenti nel territorio con maggior capacità di incidere rispetto alla disoccupazione e alla creazione di nuove opportunità lavorative, collaborando con altre reti di diversa ispirazione. Nella «Due Giorni» dei primi di aprile, organizzata dalle due diocesi di Faenza-Modigliana e di Imola, assieme al loro associazionismo cattolico, è stata realizzata una Fiera intitolata “Giovani e lavoro”, con l’intento di mostrare strade di formazione al lavoro, di accompagnamento, di orientamento, di inserimento. Si è potuto constatare che lavorare insieme, per il bene di tutti, per offrire chance di libertà è possibile, è bello. Là dove il lavoro è carente non può fiorire la libertà. Dove, invece, esistono opportunità di occupazione dignitosa, la libertà responsabile cresce.

In questo contesto, il mondo della cooperazione, aprendo realmente le porte all’azione dello Spirito Santo, potrà svolgere un ruolo importante, specie riscoprendo le proprie origini di mutualità e di reciprocità, sbaragliando quelle strane forme di omertà interna che ledono i processi democratici di partecipazione, incentivando la trasparenza circa i bilanci e gli onorari degli alti dirigenti, diminuendo le disparità tra la base dei soci e i vertici della governance.

Uno degli obiettivi per il territorio nazionale segnalati dal Messaggio è quello di crescere nella consapevolezza che il Paese non può guardare con serenità al futuro, finché permangono gli attuali squilibri economici e sociali tra Nord e Sud. L’interdipendenza ci lega tutti nello stesso destino comune in cui ci si salva o si sprofonda insieme. Pertanto, occorre pensare a forme di collaborazione che spezzano innanzitutto le catene della corruzione e che istituiscono scambi e condivisione di esperienze positive come è nel caso di Policoro, che dal Sud è stato trapiantato nel nostro territorio.

Il panorama degli aspetti negativi, che incontriamo sul nostro cammino, può scoraggiare. Ma contemporaneamente può venire a noi un incoraggiamento dalle cose nuove e promettenti che stanno nascendo. La strada, ci ricorda il Messaggio, è ancora lunga, perché l’Italia è stata per troppo tempo immobile. È giunto il tempo di ricominciare a camminare speditamente tutti insieme.

Non dimentichiamo che una nuova cultura del lavoro sorge soprattutto grazie ad una spiritualità profonda, che trova nutrimento nella partecipazione ai sacramenti e nella assimilazione dell’insegnamento sociale della Chiesa. Solo uniti a Cristo, Colui che fa nuove tutte le cose, diventeremo capaci di rompere i vecchi schemi, di aprire varchi alla creatività a vantaggio di tutti, specie i più deboli e coloro che vedono ogni giorno aumentare le spese e diminuire le entrate. La comunione con Cristo, l’accoglienza del suo Spirito non possono che inquietarci di fronte a diseguaglianze ingiuste e renderci più assetati di equità. Viviamo, allora, la celebrazione di ogni santa Messa senza doverci rammaricare di aver perso un’opportunità di rinascita spirituale e morale, di impegno coerente e coraggioso. Che lo Spirito del Signore risorto ci aiuti e ci rinnovi sempre!

OMELIA per il LXXI anniversario della Liberazione
Faenza, Basilica cattedrale - 25 aprile 2016
25-04-2016

Oggi, 25 aprile, la Chiesa ricorda l’evangelista san Marco, patrono di Venezia. Con ogni probabilità egli compose il suo Vangelo a Roma, al tempo in cui era fedele collaboratore di Paolo e di Pietro. Il suo testo è il più antico dei quattro vangeli e tramanda l’eco della predicazione di Pietro. Nel suo Vangelo ritroviamo l’itinerario dei Dodici dopo l’incontro con quel Gesù, di fronte al quale non si poteva fare a meno di chiedersi: «Chi è, dunque, quest’uomo?».

Marco ci conduce a rispondere a tale domanda facendo nostre le parole che per fede scaturirono dal cuore di Pietro. Nel brano di oggi (cf Mc 16, 15-20) abbiamo letto il mandato di Gesù ai suoi discepoli: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato». Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni e le opere che la accompagnavano.

La Chiesa ancora oggi obbedisce a questo mandato del Signore. È un mandato che evidenzia come la sua missione è radicata nel comando di Cristo. Noi credenti riteniamo che, se la Chiesa ha questo grande compito, non l’ha da se stessa, per se stessa. Non se lo attribuisce autonomamente. Le è stato affidato direttamente dal Figlio di Dio, inviato dal Padre. La libertà di svolgere la sua opera di santificazione e di evangelizzazione ha un’origine divina, non è semplicemente umana. L’attestazione di una simile derivazione proviene da Cristo stesso, che agisce lungo i secoli insieme ai suoi discepoli e loro mediante. Siamo di fronte ad una realtà che ci trascende per cui non ci è permesso rapportarci con superficialità sia nel valutarla sia nell’assecondarla. Opporsi a quest’opera di trasmissione della verità non tornerebbe ad onore di nessuno, specie se si è suoi figli. Lungo il tempo, abbiamo assistito a lotte di libertà sia da parte della Chiesa nei confronti di Stati oppressori sia, viceversa, da parte di popoli nei confronti del suo potere temporale.

Oggi, dopo vicende anche dolorose, è possibile comprendere meglio quali debbano essere i rapporti tra Chiesa e comunità politiche, in un equilibrio rispettoso delle singole identità e autonomie, scolpito nell’espressione «libera Chiesa in libero Stato». Il Concilio Vaticano II ha confermato questo principio, riconoscendo però, che entrambe le istituzioni, in un’essenziale collaborazione, pur mantenendosi distinte, sono a servizio della persona umana concreta, per la promozione della sua crescita integrale. Tali rapporti non potranno mai essere definiti una volta per tutte, ma dovranno seguire il tumultuoso procedere delle vicende umane, e quindi essere continuamente rivisti entro l’attuale quadro multietnico e multiculturale.

Anche la libertà del proprio popolo esige di essere coltivata senza mai essere considerata una conquista definitiva.

Oggi siamo qui a celebrare il settantunesimo anniversario della liberazione dell’Italia alla fine dell’ultimo sanguinoso conflitto mondiale, e a ricordare che il prezioso bene della libertà, così faticosamente conquistata, va coltivato in tutti i suoi aspetti di accoglienza reciproca e di fratellanza. Sono queste le basi di una vita civile pacifica ed armoniosa, che è nostro compito difendere e promuovere per noi e le future generazioni. Libertà non significa soltanto rispetto dell’altro: è anche prendersi cura di lui e del creato per riscoprire la sua originale dimensione di casa comune. Celebrando la libertà del nostro Paese, non possiamo non pensare a tutti quei popoli che ancora non l’hanno raggiunta e a quanto questo incida sulla situazione mondiale. Il nostro non è certo il mondo in cui hanno creduto e hanno combattuto i nostri padri e i nostri nonni. Non è il mondo che noi vorremmo: un’agorà aperta, ove si scambiano idee ed esperienze, ove tutti sono liberi di esprimersi e di dare il proprio apporto al bene comune. La libertà è la cosa più bella, ma è anche la più ardua, e dobbiamo meritarla ogni giorno, lottando insieme, dialogando incessantemente, per superare gli squilibri di ogni genere che impediscono a molti di godere di pari opportunità. Di certo il superamento di tali ostacoli può avvenire mediante risposte concertate dalla comunità internazionale. E, tuttavia, non può mancare il nostro contributo quotidiano, con scelte civili di condanna della violenza e di solidarietà verso coloro che decidono di rimanere nel loro Paese. Dobbiamo aiutarli, per quanto possibile. La solidarietà, offerta a casa nostra, dovrà essere volta non solo ad accogliere e ad integrare, ma anche a rendere capaci i profughi a soccorrere, in un domani, i propri fratelli, senza escludere di ritornare in patria, affinché possano godere di una vita laboriosa, libera e democratica.

In questa Eucaristia, preghiamo Cristo. Uniamoci a Lui, che è la Verità che rende liberi e preghiamo lo Spirito perché ci faccia una sola cosa, capaci di vivere la comunione con il Padre e tra noi.

Presentazione del volume su don Sturzo “Governare bene sarà possibile. Come passare dal populismo al popolarismo”
Faenza, Sala San Carlo - 19 aprile 2016
19-04-2016

Il saggio di Giovanni Palladino intitolato Governare bene sarà possibile. Come passare dal populismo al popolarismo (Rubbettino, Soveria Mannelli 2015) attualizza l’insegnamento del grande uomo politico don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare Italiano nel lontano 1919. Questo sacerdote siciliano, ora Servo di Dio, senza ombra di dubbio può esser considerato uno dei più eminenti pensatori ed uomini di azione in campo politico nel secolo scorso, non solo in riferimento al mondo cattolico. Rimane emblematica la sua riflessione sulla figura che dovrebbe avere un partito aconfessionale, laico, di ispirazione cristiana. Purtroppo, il suo insegnamento oggi è praticamente dimenticato, con gravi danni per la stessa cultura dei cattolici contemporanei. Essi, infatti, per lo più non appaiono in grado di discernere la distinzione tra partito cattolico – prospettiva di impegno che riporterebbe all’Ottocento – e partito di ispirazione cristiana.

Merito di Giovanni Palladino, già presidente del Centro Internazionale Studi Luigi Sturzo, è di farci capire la rilevante attualità del sacerdote di Caltagirone. Nel panorama dei problemi odierni, derivanti dalla crisi della cultura politica ed economica, l’assenza di una solida formazione ci priva di un buon governo, della competenza e della moralità nell’esercizio del potere politico ed economico. Se si desidera ristabilire la moralità in questi due ambiti essenziali della polis, non si può prescindere da una buona formazione culturale specifica. Ne deriva che i credenti non possono aspirare a rinnovare politica ed economia, se non si preoccupano di acquisire la formazione necessaria per gettare le basi di un nuovo movimento culturale e politico.

Il saggio di Palladino sollecita, in particolare, a passare dal populismo – movimento o insieme di movimenti centrati sulla protesta e sull’antipolitica – al popolarismo, avente tra i suoi capisaldi l’armonizzazione tra libertà e giustizia sociale, la figura di uno Stato non accentratore, bensì popolare, rispettoso delle autonomie locali e dell’iniziativa privata; la garanzia delle libertà; la collaborazione tra le classi; la riforma della scuola e della previdenza sociale; lo sviluppo del Mezzogiorno; un sistema fiscale equo e non oppressivo. Come prosindaco di Caltagirone durante quindici anni, don Sturzo mostrò che i principi e gli orientamenti della Dottrina sociale della Chiesa sono efficaci. Creò numerose iniziative, tra cui possiamo citare una banca in funzione antiusura e cooperative sociali e di lavoro; mostrò, inoltre, grande attenzione ai problemi dell’agricoltura, mediante lo sviluppo della proprietà contadina; fondò l’Istituto di Ceramica per formare nuovi artigiani; ottenne la partecipazione dei lavoratori agli utili del sughereto di Santo Pietro; dispiegò una dura lotta contro la corruzione e la mafia. Secondo don Sturzo, un sistema amministrativo e politico che non consideri essenziale l’integrità morale e la competenza dei suoi protagonisti, prima o poi è destinato a crollare. Nessun sistema può reggersi a lungo, quando l’economia e la politica calpestano l’etica.

Per poter meglio diffondere e rendere stabili le buone pratiche locali, lanciò il famoso Appello a tutti gli uomini liberi e forti e fondò il Partito popolare italiano. Come simbolo, scelse lo scudo crociato con la parola libertas, ideato dai Comuni lombardi ai tempi della lotta contro l’invasione di Federico Barbarossa, dando la seguente motivazione: «Vogliamo indicare la profonda aspirazione di libertà contro il centralismo e l’oppressione statale, soffocatrice di ogni energia nuova, di ogni tentativo di vita vissuta nella febbre della società moderna, e non ultimo elemento provocatore dell’immane fenomeno della guerra». Quindi, lo scudo crociato era visto dal fondatore del Ppi, come simbolo non tanto religioso, ma civile, in funzione antistatalista a difesa delle autonomie locali. L’emblema venne, poi, in parte copiato da Umberto Bossi, con l’inserimento del Carroccio in funzione secessionista. Lo scudo crociato fu mantenuto dalla DC, ma il suo profondo significato ideale fu poi dimenticato dai democristiani con l’apertura delle porte allo statalismo e con l’accentramento dei poteri a Roma.

Con i dovuti aggiornamenti, l’iter di don Sturzo, che giunge alla fondazione del Ppi, ha senz’altro qualcosa da insegnare. Sicuramente oggi non siamo di fronte né allo statalismo del primo Novecento né a quello degli ultimi anni del secolo scorso e inizio del nuovo millennio. Semmai, c’è da contrastare la tendenza alla mercatizzazione della politica e del welfare, nonché alla finanziarizzazione dell’economia, che producono l’indebolimento della classe media e dei corpi intermedi, come anche lo smantellamento dello Stato sociale. Nel presente momento storico, l’insegnamento sturziano è da valorizzare almeno: a) nel combattere quel capitalismo finanziario altamente speculativo, che uccide e sminuisce le democrazia economica, emarginando il lavoro manuale, artigianale, agricolo, sociale; b) nell’incrementare l’universalizzazione della proprietà privata, sociale, partecipativa; dello spirito imprenditoriale; del capitalismo popolare; dell’economia di mercato, orientata dai vari soggetti sociali al bene comune; di mercati finanziari e monetari liberi, stabili, trasparenti, democratici, non oligarchici, funzionali alle famiglie, ai lavoratori, alle imprese e alle amministrazioni comunali; dell’economia civile; di una democrazia e di un welfare inclusivi e partecipativi.

A coloro che si complimentavano con il suo operato a Caltagirone don Sturzo rispondeva dicendo che il merito era del Vangelo e della Dottrina sociale della Chiesa. Analogamente, a fronte dei problemi del nostro tempo, dovremmo essere, come lui, creativi e capaci di attualizzare gli orientamenti della Dottrina sociale della Chiesa. In particolare, dovrebbe essere imprescindibile accogliere il suo insegnamento a proposito dell’etica nella politica e nell’economia. L’etica non è estrinseca a questi due campi della vita sociale. Una politica e un’economia che non fossero etiche non sarebbero umane ed umanizzanti. In una parola, non sarebbero se stesse, senza un’intensa vita spirituale.

OMELIA per la VEGLIA per le VOCAZIONI
Bagnacavallo, Pieve di San Pietro - 16 aprile 2016
16-04-2016

Cari giovani e fedeli,

il brano del Vangelo di Luca (Lc 19, 1-10) ci presenta l’incontro di Gesù con Zaccheo. Fermiamo l’attenzione su due nuclei dell’episodio che sono: la ricerca di Zaccheo e l’iniziativa missionaria di Gesù. Ciò può aiutare a vivere meglio la nostra Veglia di preghiera per le Vocazioni e l’ammissione di Emanuele Casadio, Marco Fusini e Michele Rosetti tra i candidati al Diaconato e al Presbiterato.

La ricerca di Zaccheo. Egli è un esattore-capo degli impiegati del fisco, un funzionario che è anche ricco. Fa parte di una categoria considerata perduta, dannata, perché nell’opinione comune si riteneva impossibile che un ricco si potesse convertire e salvare (cf Lc 18, 24-25). Ma nell’incontro con Gesù avviene quello che umanamente è impossibile. È interessante considerare come l’evangelista Luca descriva, un po’ divertito, Zaccheo: «piccolo di statura», incuriosito dal passaggio di Gesù, il maestro, che attraversava la città di Gerico. Poiché la folla era numerosa e nascondeva Gesù, Zaccheo escogita la trovata di arrampicarsi su un sicomoro. Il funzionario del fisco, superando ogni complesso di dignità e di prestigio sale sull’albero per vedere Gesù. In tal modo, inizia il cammino che lo porta all’incontro con Gesù. Zaccheo, come ogni uomo, ricco o povero, umile o altolocato, è in ricerca. In ognuno di noi c’è il desiderio di un «di più» di quello che può offrire la nostra vita quotidiana di studio o di lavoro, di dedizione, passione e delusioni. Siamo sempre protesi verso un Assoluto che possa appagare il cuore, e spegnere la nostra sete di bene, di vero e di Dio. Zaccheo che sale sull’albero è il simbolo dell’uomo che per vedere meglio ciò a cui aspira dal profondo di sé, sceglie di cavarsi fuori dalla confusione, dalla folla. Esce dalla mischia per guadagnare un punto di osservazione superiore, al fine di scorgere meglio ciò che, ultimamente, ricerca.

Sappiamo che Gesù, pur immerso in una folla confusionaria, non è distratto dalla ressa che lo circonda. Ha «occhi» per Zaccheo. Lo vede, lo chiama, e si autoinvita a casa sua. Gesù entra nella vita del funzionario del fisco, solidarizza con lui sfidando le critiche dei benpensanti. La gente con i suoi pregiudizi si frappone tra Zaccheo e Gesù. Ma Zaccheo risponde subito all’invito. È senz’altro questa la ragione per cui questo brano evangelico è stato scelto per l’odierna Veglia di preghiera per le vocazioni. Alle parole: «Zaccheo, presto, vieni giù, perché oggi devo fermarmi a casa tua», corrispose una pronta risposta. Zaccheo, narra Luca, «discese in fretta e lo accolse con gioia in casa» (Lc 19,6).

Tutti i credenti, fedeli laici, sacerdoti, religiosi e consacrati, trovano in Zaccheo un modello di vocazione e di risposta. Zaccheo vive l’esperienza della vocazione come uno che spalanca prontamente la propria casa e la propria vita a Gesù, e si mette a disposizione, non solo a parole ma coi fatti, dei suoi fratelli, non cambiando professione ma modo di esercitarla. Davanti a Gesù decide un mutamento radicale, relativo al suo status di funzionario del fisco e di uomo facoltoso: dà metà dei suoi beni ai poveri e restituisce il quadruplo a chi ha frodato.

Cari giovani, noi mostriamo agli altri di essere persone vocate, chiamate, appartenenti a Dio, quando la nostra vita è trasformata, non è più solo per noi, ma per Gesù, per i fratelli, specie per i più poveri. Pregare per le vocazioni significa domandare al Signore persone nuove, coraggiose nel bene, capaci di mettersi in discussione e di assumere nuovi atteggiamenti e stili di vita. La comunione con Cristo, accolto a casa nostra, ci fa rinascere e ci restituisce alla nostra vocazione originaria: essere di Dio e dei fratelli. Sentirsi responsabili della loro dignità e della loro crescita. Non defraudarli dei loro diritti. Concepire la propria vita come un servizio a Dio e a loro. Farsi poveri, dando soprattutto la vita, sull’esempio di Gesù che «da ricco che era, si fece povero per arricchirci con la sua povertà» (2 Cor 8,9). In definitiva, Zaccheo incontrando Gesù si è sentito chiamato ad «evangelizzare» i poveri, un inviato a porsi al loro servizio.

Gesù il missionario, l’evangelizzatore. Nell’incontro con Zaccheo, il ricco pubblicano di Gerico, Gesù si mostra come Colui che prende l’iniziativa. Come abbiamo udito, fa la proposta di autoinvitarsi a casa. Annuncia la salvezza a lui e alla sua famiglia. Entrando nella casa del funzionario, Gesù porta la salvezza anche a chi è ritenuto estraneo o ai margini del popolo di Israele. Siamo così al secondo momento della nostra riflessione: l’iniziativa missionaria di Gesù. Tutti i credenti, battezzati e cresimati, sono chiamati ad essere missionari, sono mandati ad evangelizzare. Emanuele, Michele e Marco questa sera chiederanno di imitare più da vicino Gesù, il missionario. Domanderanno, in particolare, di essere ammessi tra i candidati al sacramento dell’Ordine. A suo tempo, associati al ministero del vescovo, serviranno la Chiesa. Con i sacramenti e la Parola edificheranno le comunità dei credenti. Condivideranno con tutti i credenti, sia pure in maniera diversa, la missionarietà di Cristo.

A questo proposito, desidero ricordare a tutti noi che – preti, diaconi, consacrati, laici – siamo impegnati nell’evangelizzazione non come persone che si sono autodestinate a ciò. Non siamo mandati in missione per una nostra iniziativa autonoma, per una smania di protagonismo, per conto nostro, ma per conto di Dio, per «conto-Terzi», per conto della Trinità. Ma se questo è vero, occorre anche dire che non andiamo in missione come persone «forzate», telecomandate. Non siamo costretti ad uscire e ad andare. La missione a cui ci dedichiamo non è un’imposizione da parte di Dio. Il Padre ha mandato il Figlio non contro la sua volontà. Fa altrettanto con noi. Dio non è un «Padre-padrone» incombente, despota. Egli è e resta sempre il nostro fortissimo e tenerissimo Abbà, il nostro Babbo. La nostra determinazione a partire per l’evangelizzazione è frutto di un amore ricevuto, di un innamoramento. Gesù affida il compito di pascere le pecore nel momento in cui domanda a Pietro se lo ama e dopo averne ricevuto l’assicurazione. Ricordiamo qui il brano del Vangelo che abbiamo sentito leggere domenica scorsa. Gesù non ha chiesto primariamente a Simone: Pietro, hai capito il mio messaggio? È chiaro per te ciò che ho fatto? Ciò che devi annunciare agli altri? Chiede, anzitutto: Mi ami? Mi vuoi bene? Detto altrimenti, per l’evangelizzatore e il costruttore di comunità cristiane è richiesto prima di tutto l’amore a Gesù. Senza di esso si fatica invano. Questo, allora, non vuol dire che non conta lo studio serio, l’approfondimento razionale della nostra fede, l’impegno ad inculturarla nei vari contesti e nelle istituzioni. Meno conosciamo la persona che amiamo e meno il nostro amore è stabile e duraturo. Il nostro amore per lei è meno motivato e fondato. Non si può amare una persona senza conoscerla adeguatamente. Tantomeno Dio. Pertanto, cari figli, candidati al sacerdozio: ci vuole e affetto per Gesù e conoscenza di Lui: una conoscenza non solo teorica, dottrinale, bensì esperienziale, ossia acquisita abitando a casa sua, dimorando con Lui, in Lui, pregandolo, condividendo i suoi stessi sentimenti.

In questa felice circostanza per la nostra Chiesa, che è in Faenza-Modigliana, mi preme sottolineare ancora un altro elemento. Uscire oggi ad evangelizzare non vuol dire coltivare solo la preoccupazione di far crescere e maturare una fede che c’è già, con il catechismo, con i sacramenti e le devozioni. Oggi è cruciale farla nascere, anzi – cosa ancora più difficile – farla rinascere in coloro che, per varie ragioni, l’hanno abbandonata. Per questo non basta una pastorale di conservazione. Ne occorre una di evangelizzazione o di ri-evangelizzazione, alle quali non sempre siamo preparati e formati. Viviamo in un tempo in cui occorre tornare a seminare per la prima volta o bisogna farlo per la seconda. Occorre aiutare le persone, i giovani, i ragazzi, i non credenti, ad incontrare per davvero Gesù, non tanto come una dottrina da apprendere, non come una persona da studiare o da analizzare in laboratorio, ma da amare! O diventiamo evangelizzatori appassionati o ci riduciamo a freddi professionisti della Parola, del sacro. Dobbiamo essere discepoli innamorati di Gesù, e questo in ogni periodo della nostra vita. Conta l’unione a Lui, l’essere cuore a cuore con Lui, costantemente, ora dopo ora. Minuto dopo minuto. Occorre essere completamente suoi.

Cari Seminaristi, in un mondo in cui sono di più le ombre delle luci, c’è per noi una consolante novità. Sta rifiorendo in non pochi laici la consapevolezza di non essere solo i destinatari o i semplici fruitori dell’insegnamento offerto dai pastori ma i nuovi protagonisti di una nuova evangelizzazione. I laici non si sentono più truppe di riserva. Ebbene, cari Emanuele, Marco e Michele, mentre vi donate al Signore abbiate coscienza di non essere da soli a lavorare nella vigna del Signore. Crescete con l’intento di raccordarvi con altri operai-evangelizzatori, mandati dal Signore in campi ricchi di messe. Una chiesa più popolata da vocazioni forti, non solo sacerdotali ma anche laicali e religiose, è più bella, più giovane, più ricca di gioia contagiosa: la gioia di vivere Cristo, salvezza e speranza del mondo intero.