Archivi

OMELIA per l’ingresso del nuovo parroco di Reda don ALBERTO LUCCARONI
Reda - 20 marzo 2016
20-03-2016

La parola di Dio della domenica delle Palme ci parla, mediante il profeta Isaia, del «servo di Dio» e della sua missione. In Lui, la tradizione cristiana ha visto da sempre un annuncio del Cristo sofferente. Il Signore Dio dà al suo servo una lingua da discepolo, perché sappia indirizzare una parola allo sfiduciato.

Caro don Alberto, facendo il tuo ingresso nella comunità di San Martino in Reda, tu stesso sei chiamato dal Signore ad avere una lingua da discepolo per incoraggiare i credenti a rinsaldarsi nella fede. Il parroco, infatti, edifica i propri fratelli nella verità e nella carità ponendosi in religioso ascolto della Parola di Dio e proclamandola con coraggio e fiducia. Così, celebra i misteri di Cristo, specie nel sacrificio eucaristico e nel sacramento della riconciliazione, per la santificazione del popolo cristiano. Promuove nei fedeli il senso dell’appartenza alla Chiesa cattolica e la consapevolezza della missione loro affidata: annunciare a tutti gli uomini la salvezza realizzata da Gesù Cristo, garanzia di un’autentica umanità. Ecco, allora, alcuni orientamenti pratici; a) crescere come una comunità che vive la dolce e confortante gioia dell’evangelizzazione; b) offrire una nuova gioia nella fede; c) evangelizzare da persona a persona.

Crescere come una comunità che vive la dolce e confortante gioia dell’evangelizzazione

Cari fratelli e sorelle, in una comunità vi sono molti compiti e molti servizi da porre in atto. La vita di una comunità, lo sappiamo, esige un minimo di organizzazione, di coltivazione della socialità, di ambienti e luoghi di incontro e di formazione. Tutto ciò comporta impegno di gestione e manutenzione, ma anche attenzione alle risorse disponibili. Quando queste siano scarse, i progetti educativi ne soffrono e, allora, è necessario preoccuparsi di reperirle. Questa comunità sa bene cosa significa operare per garantire un minimo di convivialità, per creare momenti di festa e di condivisione. Quanti sforzi e quante discussioni, sicuramente tutto a fin di bene! Ma poniamoci una domanda. In tutto quello che facciamo per rendere la nostra comunità più dotata di strutture e luoghi di vita prevale ciò che papa Francesco chiama «la dolce e confortante gioia di evangelizzare»? Detto altrimenti, quanto viene espresso in attività sociali e culturali è posto chiaramente a servizio del compito primario dell’annuncio di Gesù Cristo? Sacrifici, ore di lavoro, soldi, intelligenza, collaborazione: tutto questo è finalizzato a creare un ambiente di vita ove si possa crescere, dal più piccolo al più grande, nell’amore a Gesù? Siamo disposti a pensare che alla fine, per la nostra comunità, è prioritario prodigarsi nella gestione di una scuola ove, con l’aiuto e il sacrificio di tutti, sia possibile offrire un’educazione non qualsiasi bensì ispirata cristianamente? «La dolce e confortante gioia di evangelizzare» non ci deve mai abbandonare, costi quel che costi. Perché? Perché ai nostri ragazzi e giovani non può mancare l’incontro con Gesù Cristo. Senza di Lui sono più soli e disorientati. Viene meno il senso vero della vita. La capacità di farsi dono affievolisce e intristisce, sospingendo a chiudersi in se stessi, nell’individualismo. L’amore di Cristo deve possedere i nostri giovani. Li deve potentemente spronare a portarLo ai loro amici.

Cari fratelli e sorelle di Reda, vale anche per noi il monito paolino: guai a noi se non annunciamo il Vangelo (cf 1 Cor 9,16). Se pure lavoriamo intensamente ed alacremente nel far festa insieme ma non riusciamo a consegnare ai nostri giovani Gesù Cristo, affinché lo sentano presente nel loro cuore e lo vivano, corriamo il rischio di perdere la capacità di fare proposte alte, di aprire orizzonti e di appassionare alla missione di comunicare la vita nuova di Cristo! E quando questo succede le nostre comunità tendono a diventare il luogo di incontro di persone che invecchiano e non hanno discendenza. Non coinvolgere i giovani in un cammino di partecipazione e di collaborazione nell’evangelizzazione significa tagliarsi le gambe e non crescere più come comunità cristiana.

Offrire una nuova gioia nella fede

Spesso nelle nostre comunità, ove ci può essere la tentazione di impadronirsi dei suoi spazi, anziché di servire Cristo, cala il livello della gioia che dovrebbe contraddistinguere i credenti. Prevalgono le vedute e i progetti personali. La comunione si sfalda, cresce la diffidenza, lasciando stanchezza e poco entusiasmo per il lavoro nella vigna del Signore. La gioia delle fede, invece, dovrebbe riempire la vita della comunità dei discepoli. Perché spesso la gioia non prevale? Il motivo, forse, sta nel fatto che non comprendiamo che la gioia è segno che il Vangelo è stato annunciato e sta dando frutto. Occorre seminare e preparare la primavera! Quando nelle nostre teste e nei nostri progetti non è primaria, come già detto, la sollecitudine per l’annuncio del Vangelo c’è proprio il pericolo di perdere la gioia della fede e di negarci un futuro di speranza.

L’intimità e la compattezza della comunione tra noi crescono quando aumenta l’unione con Cristo, quando ci strutturiamo come comunione missionaria, attorno al Missionario per eccellenza che è il Figlio di Dio. La gioia della fede ci contagia, sino a trasfigurarci, allorché ci muoviamo tutti insieme verso tutti, in tutti i luoghi di vita, in tutte le occasioni, liete o tristi, senza indugio, per condividere Cristo, i suoi sentimenti. La gioia del Vangelo è per tutto il popolo di Dio, ci ricorda papa Francesco. Detto diversamente, la gioia della fede cresce e si moltiplica donandola generosamente agli altri, anche ai non credenti. Ma per donarla bisogna possederla e, prima ancora, riceverla e coltivarla.

Oggi non possiamo più vivere la fede cristiana come una cinquantina d’anni fa. Sicuramente i contenuti della fede sono fondamentalmente gli stessi, ma cambia il modo di approcciarli, di comunicarli e di testimoniarli, perché il contesto sociale  e culturale è mutato. Occorre rendersene conto, come singoli, come comunità, come organizzazioni e movimenti ecclesiali, cattolici e di ispirazione cristiana. Mentre godiamo dei progressi che contribuiscono al benessere delle persone, per esempio nell’ambito della salute, della comunicazione, non si può dimenticare che crescono e ci distruggono nuove ideologie di tipo materialistico e consumistico, immanentistico e tecnocratico. La fede è spesso disprezzata ed osteggiata, anche a causa della nostra controtestimonianza. Siamo nell’era della conoscenza e dell’informazione, fonte di nuove forme di un potere molto spesso anonimo o pervasivo. Aumenta la convinzione che la propria libertà sia senza limiti e ciò erode lo Stato di diritto come anche la democrazia, che ha al suo centro la tensione al bene comune. Il male appare cristallizzato nelle strutture sociali ingiuste, per cui occorre dispiegare energie non solo nell’educazione in genere ma anche nella preparazione di nuovi rappresentanti, capaci di riforme profonde ed incisive delle istituzioni pubbliche. Oggi, anche nel nostro territorio, si è chiamati ad evangelizzare affrontando con coraggio attacchi più o meno scoperti alla libertà religiosa, sia sul piano dei segni come il crocifisso, sia sul piano delle istituzioni come le scuole paritarie. Il pericolo, però, più distruttivo per la fede è la proliferazione di un sincretismo religioso, di una spiritualità senza Dio, di una religione «fai-da-te». Pochi privilegiano il senso di appartenenza alla Chiesa e a Cristo rispetto a questo o a quel gruppo, a questo o a quel partito. Cristo non può essere venduto per trenta denari! La fede non è un affare privato, un qualcosa che deve rimanere fuori dalla vita pubblica. La vita personale non è divisa, seppur distinta, dalla vita pubblica. Vi è continuità. Per cui la fede deve svolgere un ruolo pubblico.

Evangelizzazione da persona a persona

Nella comunità ecclesiale, chiamata a rinnovarsi sul piano della missionarietà, deve crescere la convinzione che c’è una forma di predicazione che compete a tutti come un impegno quotidiano, assiduo. Si tratta di portare il Vangelo alle persone con cui ciascuno ha a che fare, tanto ai più vicini quanto agli sconosciuti. È la predicazione informale che si può realizzare durante una conversazione ed è anche quella che attua un parroco quando visita una famiglia, come farai tu don Alberto nei prossimi giorni, se non sbaglio. L’annuncio di Gesù non avviene solo nelle omelie, nei momenti di culto, nella catechesi, ma anche nell’incontro fraterno, nella visita agli ammalati, mediante un messaggino SMS, anche con un’email, e durante un viaggio in treno o sul bus. L’importante è che Gesù sia per noi il nostro Tutto e lo si veda presente nella nostra esistenza come in quella altrui. Non dimentichiamolo: tutto il popolo di Dio è soggetto collettivo dell’evangelizzazione. Non ricordiamoci di Gesù solo quando vengono tolti i crocifissi dalle aule. Gesù Cristo è la pietra angolare sulla quale siamo chiamati a costruire l’edificio della nostra vita. La nuova evangelizzazione a cui siamo chiamati implica un nuovo protagonismo di ciascuno dei battezzati. Se siamo discepoli di Gesù siamo anche missionari. L’evangelizzazione deve contagiare tutti, dev’essere da persona a persona, da famiglia a famiglia, da giovane a giovane.

Cari giovani, voi siete gli evangelizzatori per il futuro di questa comunità. Proprio per questo, amato don Alberto, abbi cura, oltre che degli ammalati, degli anziani, delle famiglie, anche di loro. Devono diventare, come hai insegnato nell’Azione cattolica, evangelizzatori da persona a persona.

Un augurio e un vivo ringraziamento

Caro don Alberto, a nome di tutta la Diocesi, ti faccio un caldo augurio mentre ti viene affidata questa porzione eletta del popolo di Dio. Abbi cura di tutti, in particolare dei piccoli, degli ultimi, come ha sempre fatto don Elio Cenci, che in questa comunità ha donato la sua esistenza. Egli si è fatto di Reda, divenendone punto di riferimento. Non appena completamente riabilitato egli vivrà nella Nuova casa del clero, ove non dimenticherà mai la sua gente. Sarà sempre disponibile, con il suo spirito missionario, a ritornare nella sua comunità, per quel ministero che le forze gli consentiranno.

Famiglia e Scuola
Faenza, Aula dei Santi - 18 marzo 2016
18-03-2016

Per una cultura della misericordia nei confronti della scuola e del suo progetto educativo. L’esperienza della misericordia è divinizzante ed umanizzante tutta la vita umana, tutte le attività, compresa l’educazione.

In quest’anno giubilare siamo in particolare invitati ad educare e a fare cultura animati dalla Misericordia di Dio. Come il buon Samaritano, occorre sapersi chinare, prendersi cura degli altri, dei destinatari. Nel contesto scolastico, una forma eminente di misericordia o di carità è proprio l’offerta di un pensiero profondo, di un metodo di studio e di ricerca della verità, di un relazionarsi indirizzato dal pro-essere, di una sapienza e di una pedagogia che pone al centro la persona nella sua integralità. Anche il sapere, la scienza, la cultura, l’educazione possono essere carità, misericordia.

In questo breve saluto mi permetto di segnalare come vivendo l’esperienza della misericordia, ossia l’esperienza di una vita divina donata ed accolta – una vita che trasfigura, e divinizzando umanizza – è possibile scorgere un metodo di approccio conoscitivo della realtà, che potremmo definire metodo esperienziale e realista. L’esperienza di fede non impoverisce la nostra professionalità, bensì la arricchisce.

All’interno della misteriosa e insondabile esperienza della misericordia, siamo sollecitati a modellare meglio la nostra razionalità e cultura. Come? Come realtà caratterizzate dal «saper ricevere», dall’accogliere ciò che ci è donato e troviamo e non inventiamo.

L’esperienza della Misericordia, ove ci apriamo a Colui che viene per primo incontro a noi, invita al riconoscimento del primato dell’esperienza dell’essere-cercati da Dio. Poi, viene la consapevolezza del nostro limite e la richiesta di perdono. L’incontro personale con Dio è l’incontro di due «tu» che precedono qualsiasi pensiero strutturato sulla relazionalità tra la divinità e l’uomo. Questo metodo di riconoscimento di una relazionalità basica, previa ad ogni pensiero aprioristico, è fondamentale per cogliere l’essenza di ogni scuola e il suo rapporto con la famiglia. Non bisogna cercare la relazione cercando di gettare un ponte tra scuola e famiglia. Il ponte tra famiglia e scuola esiste già.

Si tratta di relazioni caratterizzate dalla reciprocità e dall’interdipendenza.

Mettendo a frutto un approccio realista, la scuola viene colta, innanzitutto, nell’integralità dei suoi soggetti costitutivi, senza esclusione di alcuni di essi; parimenti, è considerata come realtà non isolata, autoreferenziale, bensì interrelata con le altre realtà sociali, sebbene espressione autonoma della società civile.

Detto altrimenti, la pratica di un approccio realista abilita a restituire la scuola alla totalità dei suoi soggetti naturali, non solo ai docenti, agli studenti, ai dirigenti-gestori, ma anche ai genitori e alla comunità civile e religiosa. La scuola è anche dai/dei genitori e dalla/della comunità civile, dalla/della comunità ecclesiale. Essa è strutturata ed espressa nella sua esistenza di relazionalità e nella sua razionalità educativa anche dall’esperienza originaria e originante della genitorialità e della vita comunitaria della società civile e della società religiosa. L’esperienza esistenziale della famiglia concorre di fatto a costituire l’essere-identità della scuola dal di dentro, come una concausa primaria. Se ciò non è percepito e concretamente vissuto nel quotidiano, occorre – coerentemente con una lettura e con una interpretazione realistiche – esplicitarlo e «formalizzarlo».

In primo luogo, l’esperienza relazionale della dualità genitoriale e della comunione familiare dev’essere fatta entrare sempre di più nella razionalità educativa della scuola, sia come criterio di giudizio critico sulla realtà che circonda, sia come criterio ri-costruttivo della stessa, a pari titolo della razionalità disciplinare portata dal docente e dal carisma unificante e specifico dell’Ente gestore. Ciò deve avvenire ad opera dei genitori stessi – che non possono mai delegare del tutto le loro responsabilità – e delle associazioni che li rappresentano, e animano democraticamente e partecipativamente la scuola. In secondo luogo, analogamente a quanto detto a proposito dei genitori, occorre far ricadere sulla razionalità educativa della scuola l’esperienza comunitaria della dimensione religiosa, sia sul piano della visione della vita, sia sul piano della responsabilità della testimonianza.

Un’altra considerazione. Nella scuola e nella corrispettiva educazione il fine è rappresentato dalla crescita integrale della persona. Il mezzo, omogeneo rispetto all’obiettivo, è un’educazione disciplinare, caratterizzata da una razionalità aperta, dilatata, globale, in sintonia con la dimensione religiosa.

Se questo è il fine specifico della scuola, essa non può che essere il luogo privilegiato di un’«ermeneutica» della razionalità scolastica, che da individualista ed immanente deve divenire sempre di più relazionale e aperta alla trascendenza. Dal punto di vista pratico, ciò impegna a:

1) promuovere la professionalità docente ad un’attenzione di tipo «epistemologico», ossia al desiderio e alla capacità di praticare la propria disciplina, trasmettendo molto di più dei semplici contenuti nozionistici, aprendola all’esperienzialità, portandola oltre la razionalità logico-scientifica;

2) produrre, per conseguenza, cultura educativa, movendo dalle esperienzialità di vita, specie quelle tipiche della relazionalità, tra le quali, come già sottolineato, non va esclusa quella genitoriale;

3) inserire, accanto alla verità logico-deduttiva, la verità intesa come dono gratuito e imprevedibile, che è ricevuto dal di fuori, dagli altri, dall’Alto.

Soprattutto il rimando all’esperienzialità, al primato della vita sul sapere, e l’approfondimento metafisico della relazionalità scuola e famiglia appaiono fulcri della costruzione di una scuola più fedele alla sua identità, alla complessità dei suoi soggetti e alla sua vocazione pedagogica.

In particolare, da una lettura «realista» dell’essere relazionale della scuola si evince la necessità di una coscientizzazione circa: a) il potenziamento o allargamento della razionalità educativa: la tradizionale cultura umanistico-scientifica va inserita entro un contesto di razionalità più ampia, più concreta, che è quella legata all’esperienzialità della vita, la quale consente di superare le aporie e le dicotomie tipiche della morale post-moderna (ad esempio, la separazione tra etica personale ed etica pubblica, tra etica e verità, tra etica della vita ed etica sociale, tra etica e finanza, ecc.).

L’uomo post-moderno è un essere prigioniero della propria autoreferenzialità solipsista che lo priva dell’alterità vera. Esso non è più un io-in-relazione. È esperienza di sé che si consuma in una specie di autodigestione che ne divora la relazionalità che lo proietta verso la trascendenza orizzontale e verticale.

In certa maniera, la rivalutazione del soggetto-genitori, per via realista, conferma e rafforza l’intuizione e l’impegno delle associazioni dei genitori.

OMELIA in occasione della MESSA per l’anniversario della morte di CHIARA LUBICH
Faenza, Monastero Ara Crucis - 16 marzo 2016
16-03-2016

Ricordiamo in questa Eucaristia Chiara Lubich, una persona che si consacrò completamente al Signore e che, grazie a questa consacrazione, ha trasfigurato la sua esistenza. Non solo. Ha contribuito a trasfigurare l’esistenza di molti credenti e di molte persone. Lei, infatti, ha fondato il Movimento dei Focolari, un movimento che si è sparso gradualmente in varie parti del mondo e che oggi è pianta rigogliosa all’insegna della comunione.
Ricordiamo Chiara nel contesto del brano del Vangelo che avete sentito proclamare – Gv 8,31-42, n.d.r. –. C’è una disputa tra Gesù e i Giudei, sull’origine dell’uno e degli altri […]. Questi, secondo Gesù, non mostrano di essere da Dio, perché rifiutano il Figlio di Dio, ossia rifiutano Gesù. Gesù deriva, invece, da Dio, viene ed è inviato dal Padre: «Lui mi ha mandato». Poiché i Giudei non lo vogliono accogliere – anzi, lo vogliono eliminare –, con le loro opere e con le loro intenzioni mostrano di non essere persone che sono originate da Dio. Volendo riferire altri elementi del confronto dialettico tra Gesù e i Giudei, riportiamo quanto Egli ebbe ulteriormente a dire a proposito del rapporto con Lui in quanto Verità. Il Figlio, insegna Gesù, vi renderà liberi. AccogliendoLo sarete liberi davvero. In sostanza, i Giudei, rifiutando il Figlio, scelgono di essere schiavi. Solo accettando la Verità sarebbero liberi. La «Verità» a cui si riferisce Gesù è se stesso. […] Gesù Cristo è rivelazione del Padre, è la sua misericordia incarnata nella storia umana. Chi accetta la Verità, che è il Cristo, diventa libero, mentre chi rifiuta Gesù Cristo, cioè Dio – Gesù Cristo è Dio che si rende presente –, finisce per essere schiavo.
Sono verità che noi conosciamo molto bene ma, pur conoscendole, non sembra siamo capaci di viverle con coerenza. Infatti, abbiamo molti che dicono di essere credenti in Cristo, che dicono di seguire il Vangelo di Cristo. In realtà, poi, nella vita fanno esattamente il contrario di quello che dice Cristo e si trova scritto nel suo Vangelo. Si comportano in maniera contraria a Gesù Cristo. Come i Giudei volevano eliminare il Figlio di Dio, così oggi molti credenti, in maniera contraddittoria rispetto alla loro professione di fede, combattono e osteggiano Gesù Cristo. C’è in loro separazione tra la fede in Gesù Cristo e la loro vita. Voi direte che affermando questo si esagera. Ma, in realtà, non ci si allontana dal vero. Quanto rilevato trova riscontro nella vita di tutti i giorni: abbiamo persone che in sostanza, pur esseno credenti, danno, ad esempio, il primato all’appartenenza ad un partito e a quello che il partito ordina di votare, piuttosto che mettere Gesù Cristo e il suo Vangelo al di sopra di tutto. Abbiamo più di un caso in cui avviene questo, cioè credenti che dicono di essere tali, ma che in realtà fanno scelte politiche, scelte sociali, che vanno contro Gesù Cristo e il suo insegnamento. È questa una grande incoerenza!
Per cui dovremmo sentire come brucianti le parole di Gesù Cristo […] che sono riferite nei passi successivi. Rispondendo ai Giudei, che insistevano e rivendicavano la loro discendenza da Dio, Egli dice: ‘no, voi che non mi accettate, non accettate la verità rivelata, siete del Demonio; non siete miei, non credete in me’. Le cose che Gesù Cristo afferma con tanta chiarezza ai Giudei possono essere applicate anche a noi che non siamo coerenti con il Vangelo, con la nostra fede.
Oggi, più che mai, abbiamo la necessità di essere coerenti, abbiamo l’urgenza di essere come Chiara Lubich, la quale ha fatto della sua vita una testimonianza di amore a Gesù Cristo, dell’amore cristiano. La sua vita è stata proprio una proclamazione della vita di comunione che è nella Trinità e a noi è donata mediante lo Spirito. La spiritualità di Chiara è trinitaria. È una spiritualità che non ha solo proferito con le parole, ma ha vissuto. Chiara ha voluto che questa spiritualità non rimanesse ‘flatus vocis’, un’idea, ma ha desiderato che prendesse carne in un movimento, in istituzioni, in imprese di comunione. È stata una credente ‘coerente’, cioè una persona che non solo ha professato con la bocca, ma ha vissuto ciò che professava a parole. È stata, cioè, una testimone credibile, rivoluzionaria. Solo seguendo la via percorsa da Chiara si riesce ad essere rivoluzionari, a trasfigurare la storia. Noi conosciamo qual’è il Movimento che Chiara ha diffuso tra di noi, sappiamo anche ciò che è nato al suo interno dal punto di vista spirituale, intellettuale, culturale: una rivista,  l’impegno missionario, la creazione di una Università – Sophia – quale luogo di riflessione, di ricerca, ove elaborare, approfondire scientificamente la spiritualità di comunione.
Io ho avuto la fortuna di avere parecchi amici nel Movimento dei Focolari, a cominciare dal professor Sergio Rondinara, che ho invitato nella Facoltà di filosofia per insegnare Filosofia della natura. Veniva facendo tanta strada da Loppiano fino a Roma […]. E così ho conosciuto e stimato il professor Luigino Bruni che abbiamo avuto qui a Faenza – il 2 marzo per una conferenza del ciclo Tre sere, n.d.r. –, per non parlare di Mons. Coda, exallievo salesiano di Valsalice (TO) e ora rettore. Ma anche ho potuto usufruire della preziosa collaborazione del professor Stefano Zamagni, vicino alla spiritualità di Chiara Lubich. I professori da me citati, in modo particolare quelli che si interessano di economia, hanno espresso a livello di riflessione economica la verità della vita trinitaria. Hanno evidenziato come è intrinseca ad una vera attività economica la logica del dono e della gratuità. L’economia, perché attività dell’uomo, il quale è a immagine della Trinità, non può essere un’attività che non porti in sé traccia di una vita di comunione, quale esiste nella Trinità. Inscritto nella stessa attività economica troviamo l’indicazione di un impegno: un impegno di generosità, di passione, di servizio. Le imprese, le varie istituzioni finanziarie, in quanto attività di persone relazionali e comunionali, sono chiamate a configurarsi secondo lo spirito e la logica del dono e della gratuità.
Ho citato Chiara, la sua spiritualità – seppure in maniera sintetica – ed anche alcune delle sue «opere», che sono sostenute dai suoi figli spirituali, quali cause esemplari perché persone e istituzioni trasfigurate dall’amore di Dio. Siamo eredi della spiritualità di Chiara, che ha diffuso il carisma di una vita improntata trinitariamente in un momento storico in cui prevale l’individualismo più radicale, la frammentazione, l’indifferenza, la separazione. Chiara volle proclamare e testimoniare lo spirito di unione, di comunione tra noi, perché in noi c’è il riflesso di ‘Dio Trinità’. Partecipando all’Eucaristia in preparazione della Pasqua, vivendo il Giubileo della Misericordia, teniamo presente questo: Pasqua è passaggio da una vita di decadenza egoistica, di separazione dagli altri, di contrapposizione, a una vita di comunione, di dono nei confronti dei nostri fratelli. È passaggio a una vita di stile trinitario. Viviamo nell’Eucaristia di questa sera queste verità. Facciamo sì che presentando al Signore la nostra vita, la vogliamo proprio così, come una vita che diventa un’esistenza di comunione, di dono, di servizio per gli altri. E in questo modo, vivendo l’Amore di Cristo, trasfigureremo le nostre attività, le istituzioni, gli ambienti in cui viviamo, le nostre comunità e le nostre famiglie in senso trinitario.

OMELIA per la BENEDIZIONE dei lavori della Chiesa Arciprete di SOLAROLO
Solarolo, 5 marzo 2016
05-03-2016

Caro Signor Sindaco e Signor Maresciallo dei Carabinieri, caro Don Tiziano, parroco, la mia presenza in questa bella comunità, vivace ed attiva, è in coincidenza con alcuni lavori di manutenzione della Chiesa arcipretale di Solarolo che ne evidenziano e in certo modo ne sottolineano il progetto pedagogico delle origini.

La Chiesa Arcipretale fu consacrata il 27 novembre 1955: le croci gialle al muro lo testimoniano, segno che la costruzione è fatta di Pietre Vive.

L’idea di fondo della architettura della Chiesa Arcipretale di Solarolo, così come l’ha pensata mons. Giuseppe Babini al momento della ricostruzione post-bellica, è quella della Veste Battesimale del cristiano. Potrà sembrare austera, ma con l’adeguata illuminazione e soprattutto la tinteggiatura testè ultimata se ne apprezza ancora di più il valore e il richiamo per ogni credente.

Tutte le volte, pertanto, che si entrerà e si sosterà in questa chiesa ad ogni credente dovrà venire in mente il proprio Battesimo e, in particolare, la veste bianca che gli è stata consegnata quale segno della nuova dignità, quella dei figli e delle figlie di Dio, come indica il Battistero che si trova all’ingresso, in linea con la tradizione antica: con il battesimo si entra nella Chiesa, a far parte di un popolo, di una comunità. Il Battesimo è il sacramento che incorpora alla Chiesa, ci edifica come abitazione di Dio, ci fa sacerdoti, sacerdozio regale e popolo santo. Ci unisce come fratelli in Cristo. Con il Battesimo diventiamo popolo in cammino verso la risurrezione di Cristo, che rende partecipi della sua vita immortale, della sua gloria.

Ecco che cosa ci indicano i Tre Crocifissi di questa Chiesa: uno morente, uno appena spirato, e, poi, la grande croce senza il Cristo perché risorto, posta nel presbiterio. Questa è la croce che domina tutta la Chiesa a richiamare la centralità di Cristo, il risorto.

 

Noi siamo popolo guidato e condotto da Cristo, nostro Capo. Egli ci accompagna portando i segni della sua morte, ma è anche risorto, è Colui che ci apre la strada verso la Gerusalemme celeste.

Cosa dà forza alla chiesa, popolo di Dio che cammina nella storia, verso la meta della città del cielo? È l’Eucaristia. È il riunirsi per celebrarla, per esserne nutriti e rafforzati nella propria identità di persone che sono di Cristo, vivono di Lui. L’Eucaristia per il popolo cristiano è vitale. È il punto verso cui convergere per ripartire e allungare il passo verso il traguardo finale. È il cibo del pellegrino.

L’Altare rivolto verso la gente ci invita a pensare a questo, al punto focale a cui dobbiamo guardare e attorno a cui assieparci per fare comunità, per essere popolo compatto. Questo altare rivolto al popolo fu uno dei primi in Europa (10 anni prima della Riforma liturgica del Concilio Vaticano II), voluto da mons. Babini per richiamare il valore della famiglia parrocchiale che si riunisce attorno alla Tavola Eucaristica.

Noi ci nutriamo del pane che è Cristo, che di molti ci fa una famiglia unica. Cibandoci di Lui diventiamo fratelli. Nessuno è più straniero o forestiero per l’altro.

Giustamente il vostro amato parroco, nell’anno del Giubileo della Misericordia, dopo oltre 40 anni dagli ultimi interventi, ha voluto non solo riportare il decoro nell’edificio, ma anche riprendere l’impegno a vivere le opere di misericordia che consentono alla veste battesimale di ogni cristiano di essere quotidianamente luminosa, trasfigurata.

Un vivo ringraziamento a tutti coloro che hanno collaborato a rendere questa Chiesa più accogliente e più pedagogica. Un grazie particolarissimo va al vostro parroco don Tiziano, zelante, dinamico, pastore attento all’educazione alla fede. Egli ha desiderato, con interventi migliorativi e significativi, rendere l’edificio, fatto di pietre, luogo più funzionale alle pietre vive, alla loro più piena espressività morale ed evangelica: essere segno eloquente della vita nuova del cristiano.

Il Vangelo di questa domenica presenta a noi ancora una volta la parabola del figlio prodigo e la misericordia del Padre. Essa ci sollecita a ritornare a casa, a lasciare il peccato che ci allontana da Dio e dalla nostra dignità di figli e figlie suoi. Il Padre, visto il figlio da lontano, gli corse incontro. Lo perdona prima ancora che apra bocca, con un amore che previene il pentimento. Il figlio era tornato a casa non perché pentito ma perché affamato. L’esperienza del reincontro con il Padre misericordioso, che, nonostante tutto, lo anticipa e lo colma del suo affetto, lo sollecita a pentirsi, a chiedere perdono, a ritrovare la sua dignità, il gusto di fare il bene e di vivere un’esistenza nuova. Non dimentichiamo che Dio ci perdona sempre, ma questo non vuol dire che allora noi non ci preoccupiamo di convertirci, di cambiare vita. Non deve passare nella nostra testa l’idea che possiamo continuare a fare i peccatori incoscienti che rubano, ammazzano, tolgono l’onore agli altri, non pagano l’operaio, inquinano il territorio provocando danni al bene comune, alle persone, alla loro salute. Se Dio non condanna, nel senso che non vuole la nostra morte, che finiamo definitivamente in preda al male, non vuol dire che non ci chieda di abbandonare una vita moralmente disordinata, di lasciare il peccato, di convertirci e di chiedergli perdono.

Rimanere nel peccato grave significa voltare le spalle a Dio, costruire la propria esistenza non vivendo in comunione con Lui, scartandolo come i costruttori hanno scartato la pietra angolare. Per il credente, Cristo è la pietra angolare su cui costruire la propria casa. Senza di Lui perdiamo il riferimento per la nostra vita, non siamo in grado di avere una scala dei valori corretta.

Partecipando all’Eucaristia nutriamoci di Cristo per essere santi ed immacolati in Lui.

Mutualità e Cooperazione: l’azione possibile per un’economia che costruisce e non uccide
Bologna, 3 marzo 2016
03-03-2016

Della mutualità e della cooperazione non è solo oggi che se ne parla in contesto economico e sociale. Esiste una lunga tradizione, che si è sviluppata soprattutto dopo la prima rivoluzione industriale, epoca in cui i lavoratori, senza la protezione dei sindacati, perché erano state abolite le Corporazioni, erano alla mercé del mercato in cui il capitale aveva il primato. Il lavoro era considerato una semplice merce. In una simile situazione i lavoratori, mediante mutualità e cooperazione, si organizzarono per poter usufruire di un lavoro dignitoso e non essere sfruttati.

Oggi, l’occasione per riparlare di mutualità e cooperazione è quella di un’epoca in cui si assiste al passaggio cruciale dal Welfare state – un Welfare redistributivo nel quale il portatore di bisogni è solo oggetto di attenzioni altrui – alla Welfare society o al Welfare civile, come preferiscono dire alcuni – un Welfare generativo nel quale il portatore di bisogni è reso soggetto attivo -, a motivo non solo della crisi sistemica del primo, ma anche a causa del predominio di un capitalismo finanziario che assolutizza il profitto a breve termine e che penalizza il lavoro manuale, artigianale, agricolo, sociale, quest’ultimo corrispondente al mondo delle imprese sociali e della cooperazione. Il capitalismo finanziario speculativo di fatto penalizza o annienta il lavoro dell’economia reale, bisognosa del cosiddetto «capitale paziente», ossia di quel capitale che non produce profitto a breve termine e che le istituzioni bancarie sono meno propense ad erogare.

Dopo la crisi dello Stato sociale nella sua configurazione soprattutto assistenziale – vi è anche quella «riformista» -, ma anche in virtù del progresso che la stessa società civile ha potuto compiere a motivo dell’istituzionalizzazione dello stesso Stato sociale, il percorso evolutivo di una democrazia sostanziale e partecipativa invocava ed invoca un Welfare civile. Secondo questo modello è l’intera società, e non solo lo Stato, a doversi far carico, assieme al mercato, del benessere, inteso come sistema di sicurezza sociale per tutti che ha come obiettivo non solo il benessere materiale, ma soprattutto il Well being. In particolare, il Welfare civile intende centrare il sistema di sicurezza sociale, precedentemente e prevalentemente gestito dallo Stato, sulla responsabilità primaria della società civile, avente il primato sia sullo Stato sia sul mercato.

Detto altrimenti, nella configurazione del welfare in termini civili, le tre sfere di cui si compone l’intera società – la sfera degli enti pubblici (Stato, regioni, comuni, enti parastatali, ecc.), la sfera delle imprese, ovvero la business comunity, e la sfera della società civile organizzata (associazionismo di vario genere, cooperative sociali, organizzazioni non governative, fondazioni) – sono chiamate a rapportarsi secondo il principio della solidarietà e il principio di una sussidiarietà che si può definire circolare. L’idea della sussidiarietà circolare è che le tre sfere devono interagire tra di loro in una maniera non occasionale sia nel momento in cui si progettano gli interventi che si intende porre in campo sia nel momento in cui occorre provvedere alla loro gestione.

Mediante il Welfare civile, rispetto ad un Welfare state, si acquisiscono più vantaggi. Non solo si possono avere servizi più personalizzati e meno dispendiosi, nel senso di meno burocratizzati e meno costosi, ma anche più «democratizzati», più partecipati sul piano dell’organizzazione, più controllati dai cittadini che vivono nel territorio in cui sono erogati. Inoltre, il nuovo modello consente di reperire le risorse necessarie anche dal mondo delle imprese socialmente responsabili. «Quando si dice “mancano le risorse” – rileva il prof. Stefano Zamagni in un suo intervento – ci si sta riferendo a quelle pubbliche non certo a quelle private. La presenza dell’ente pubblico resta fondamentale in questo modello allo scopo di garantire l’universalismo, ma non è esclusiva».1

Camminare verso la meta di un Welfare civile significa credere convintamente che esso rappresenta una tappa più alta della realizzazione di una democrazia sostanziale, partecipativa, inclusiva, vincendo la prospettiva della democrazia di un terzo. Potenziare il Welfare civile, abbandonando il modello statalista, nel quale lo Stato conserva il monopolio della programmazione e della committenza, significa, anche per non cadere nelle braccia di un modello neoliberista (welfare capitalism), investire di più nella mutualità e nella cooperazione, nella micro-finanza. Destatalizzare i servizi di welfare non vuol dire necessariamente privatizzare. Rimane aperta la via della socializzazione. Mediante questa si affida la cura di un determinato problema sociale o la produzione/erogazione di un bene/servizio a un corpo intermedio di cittadini intrinsecamente motivati o vicini al problema, piuttosto che a dei funzionari pubblici o ad una burocrazia spesso distante e poco coinvolta.

In questa maniera si sviluppa anche un’economia democratica, ove si attua e si costruisce la sovranità popolare.

Va tenuto, però, presente che rispetto a queste prospettive rimangono in piedi alcuni ostacoli che devono essere superati, non ultime difficoltà di carattere ideologico e finanziario.

Va, innanzitutto, registrato un’ideologia neoliberista, secondo cui anche i problemi sociali si possono risolvere solo mediante la logica del profitto e la tecnica, privatizzando i servizi, affidando la loro gestione al libero mercato e al principio dello scambio degli equivalenti. L’ideologia neoliberista, incarnata in quel capitalismo finanziario che assolutizza il profitto a breve termine, e che ha in parte favorito la crisi economica dalla quale si sta uscendo a grande fatica, produce una grave disarticolazione dell’intero sistema economico e sociale ed, inoltre, il progressivo svuotamento delle casse statali, come anche la stagnazione dello sviluppo economico. In un simile contesto, che non si avvale ancora di una riforma radicale del sistema monetario e finanziario, di serie politiche fiscali, industriali, di investimenti nelle infrastrutture, nell’innovazione e nella ricerca, di politiche attive del lavoro, resta come via di uscita la mobilitazione della società e la scelta di un nuovo modello di sviluppo, meno materialistico e consumistico, meno tecnocratico, bensì sostenibile ed inclusivo, che valorizza la logica del dono e della gratuità.

Occorre, in particolare, muoversi in direzione di una società che ricompone e riproduce i legami sociali in una dimensione relazionale, con la quale si cerca di superare l’ottica individualistica del neoliberismo, per affermare quella della reciprocità e della mutualità, propria dell’economia civile. Si tratta di una prospettiva che è stata definita dell’insieme e che costituisce la premessa, come ha sostenuto il prof. Everardo Minardi, di un passaggio non estemporaneo dalla «competizione» alla «coopetizione». Detto altrimenti, occorre passare dall’individualismo al comunitarismo.2

La direttrice di marcia per il riscatto, per la riforma dell’attuale sistema economico e finanziario in senso umanistico, per la stabilizzazione di un Welfare civile, è, peraltro, individuabile a partire dalla pur travagliata esperienza dell’attuale crisi. Non tutto è perduto. Non tutto è confuso ed indeterminato. Occorre vivere dentro la storia, auscultarla, coglierne i germi di vita, i dinamismi positivi in atto che la animano e la orientano al futuro.

In questo appare fondamentale l’apporto della Dottrina sociale della Chiesa (=DSC), specie di quella di questi ultimi anni. Dalla DSC viene, in particolare, la sollecitazione a coltivare la prospettiva di un ideale storico e concreto di un’«economia sociale», come anche di un’«economia civile». Nella Caritas in veritate (=CIV) di Benedetto XVI si parla di imprese for profit e di imprese non profit (cf CIV n. 46), di un’economia della gratuità e della fraternità (cf CIV n. 38). Si aggiunge nel discorso economico il principio della reciprocità, accanto a quelli classici dello scambio e della redistribuzione. Per Benedetto XVI, il dono ha rilevanza economica e, pertanto, deve trovare posto nelle imprese, nell’economia, oltre che nelle famiglie e nella società civile.

Peraltro, dall’analisi della realtà odierna emerge, per quanto concerne l’economia civile, un dato confortante. Negli ultimi anni di crisi i Rapporti sulla cooperazione in Italia hanno evidenziato come nel settore vi sia stato, nonostante le condizioni generali sfavorevoli, una discreta crescita dell’occupazione e del numero delle imprese. Oggi, emerge che essere capaci di costruire relazioni sociali significative, caratterizzate da un alto livello di fiducia tra cooperativa e cliente, paga anche in termini di mercato. I valori cooperativi sono fondamentali nel costruire relazioni sociali più significative, più democratiche, e più in grado di incidere nel territorio.

Ma nonostante ciò sembra che la politica, come anche l’attuale sistema monetario e finanziario, non siano intenzionati ad investire adeguatamente nella mutualità e nella cooperazione. È noto, infatti, come il nuovo progetto di regolamentazione del terzo settore giaccia in Parlamento. Così, bisognerebbe estendere alle imprese sociali i benefici fiscali riconosciuti alle Onlus. Alcuni vedono necessaria anche l’emanazione di social bond, obbligazioni sociali, che sono titoli di credito emesso dalle imprese sociali. Sembra, invece, che la Banca d’Italia non voglia dare il permesso di emettere obbligazioni sociali come avviene in Inghilterra. Peraltro, le cooperative sociali hanno bisogno di finanziamenti anche perché la pubblica amministrazione paga con ritardo. Se non hanno accesso al credito sono costrette a chiudere.

Rispetto a tutto ciò è necessario domandarsi se l’attuale sistema finanziario e di microcredito sia in grado di sostenere le imprese e le cooperative sociali.

Ebbene, con riferimento a quanto detto, occorre per lo meno rilevare:

  1. Che una riforma radicale dell’attuale sistema finanziario non è ancora stata compiuta. Non appare ancora ultimata l’auspicata separazione tra banche commerciali e banche di alta speculazione, come anche non è stata varata un’adeguata politica fiscale tale da temperare la finanza di alta speculazione e da incentivare la politica del credito all’economia reale;

  2. Che la recente riforma delle banche popolari, costrette a trasformarsi in Spa, le sta esponendo alla speculazione finanziaria delle lobby internazionali, ossia di quei soggetti mondiali che non sono interessati a mantenere i loro istituti a servizio del territorio e, quindi, delle imprese e cooperative sociali;

  3. La stessa riforma delle Bcc, varata ultimamente dal Consiglio dei Ministri nello scorso mese di febbraio, mentre per un verso presenta aspetti positivi, per un altro verso mostra seri pericoli di destrutturazione del sistema. Infatti, all’ultimo momento è stata inserita nel decreto una «via d’uscita» (way out), – per le Bcc con più di 200 milioni di euro di riserve -, dalla holding unica e trasformarsi in Spa, riscattando a sconto, con l’aliquota del 20%, le riserve cumulate nei decenni in esenzione d’imposta. La regola della cosiddetta way out è pessima per almeno due motivi, ha sottolineato il prof. Stefano Zamagni. Innanzitutto, perché c’è una palese violazione del principio legale secondo cui i fondi lasciati alle riserve delle Bcc sono indisponibili ed indivisibili, in quanto riserve accumulate nel corso dei decenni in esenzione fiscale. Essi appartengono ai cittadini e non alle banche. Consentendo il suddetto «riscatto» con un pagamento del 20% si concede a queste Bcc più grandi un abbuono del tutto immeritato. In secondo luogo, perché c’è una violazione dal punto di vista etico. La solidarietà intergenerazionale è il principio regolativo di ogni Bcc: le riserve indivisibili sono alla base di un patto di solidarietà intergenerazionale dell’impresa. Nel momento in cui si cede a chi gestisce la banca quel patrimonio si viola l’etica della solidarietà cooperativa. In sostanza, si viola l’articolo 2 degli Statuti delle Bcc. Secondo tali Statuti ogni Bcc si basa sul principio della mutualità. In tal modo, se dovesse rimanere la proposta della via d’uscita si colpirebbe il credito cooperativo al cuore, creando un grave vulnus nella cooperazione finanziaria.

  4. Sarebbe grave se la regola della Way out fosse stata inserita dal premier per favorie alcune Bcc a lui vicine. Ma sarebbe altrettanto grave se a ciò il premier fosse stato indotto dall’attuale dirigenza delle Bcc più grandi. Rivelerebbe una classe dirigenziale ignara dei principi costitutivi del credito cooperativo, preparata magari dal punto di vista professionale e tecnico, ma non certamente dal punto di vista umanistico, e lontana dai principi fondativi della cooperazione.

Dopo quanto detto è chiaro che il sistema cooperativo dovrà vigilare affinché il testo proposto dal Consiglio dei ministri venga migliorato, specie durante il suo passaggio parlamentare. In caso contrario, stante la way out, verrà meno anche per la mutualità e la cooperazione un valido alleato. Si assisterà impotenti ad un ulteriore episodio di omologazione, questa volta del sistema del credito cooperativo, al sistema bancario e finanziario legato al capitalismo che assolutizza il profitto a breve. Accettandosi, poi, tramite anche autoriforma, e senza tradire la mutualità garantita dalla Costituzione (cf art. 45), un processo di aggregazione delle Bcc in un Gruppo unico, che non comprometta la biodiversità specifica del sistema italiano, è chiaro che, alla luce anche degli ultimi episodi, non si dovrà cessare, con l’impegno del ricambio dei responsabili, l’opera di formazione dei propri quadri, specie dell’alta dirigenza: una formazione non solo professionale e tecnica, ma soprattutto etica, umanistica, confidando che il mondo della finanza – come peraltro più volte auspicato da papa Francesco nell’Evangelii gaudium e nella Laudato sì’ – torni ad essere subordinato, pur nella legittima autonomia, alla politica avente l’obiettivo del servizio al bene comune. E tutto ciò nella prospettiva del rafforzamento di un’economia che non uccide ma costruisce ed include soprattutto i più poveri, inserendoli in un sistema di solidarietà, di mutui rapporti e di reciprocità economica.

In definitiva, il credito cooperativo oggi è chiamato ad essere sempre più se stesso, secondo gli ideali originari, nelle mutate circostanze. Solo così può supportare il salto di qualità che deve compiere lo Stato del benessere, verso forme più societarie, democratiche, partecipative, inclusive.

+ Mario Toso, Vescovo delegato della pastorale sociale della Conferenza episcopale dell’Emilia Romagna

1 S. ZAMAGNI, Abbandonare il welfare state non significa aderire al neoliberismo, in «Vita» (dicembre 2015), n. 12, p. 11.

2 Cf E. MINARDI, Dall’economia di mercato all’economia del dono e della reciprocità, in Mutualità e cooperazione. A partire dalla crisi economica e sociale, a cura di Paolo Dell’Aquila ed Everardo Minardi, Homeless Book 2014, p. 40.

OMELIA per la CONSEGNA DEL SEGNO DELLA CROCE e GIUBILEO dei GIOVANISSIMI
Faenza - Chiesa dei Cappuccini, 27 febbraio 2016
27-02-2016

Cari giovani, la croce che vi verrà consegnata questa sera nel percorso della vostra professione di fede è segno dell’amore di Cristo. È segno di Cristo stesso, persona, Figlio di Dio, che ama sino a morire di croce. Questa rimanda a Colui che è morto per me, per noi. La croce che terrete tra mano mostra la misura dell’amore di Cristo per ciascuno. Egli ci ama in modo unico e personale. Ricevere la croce di Cristo che offre la sua vita per me vuol dire essere sollecitato a rispondere donandogli la mia. Così, la mia vita diventa un cammino di persona innamorata di Cristo, che Lo accoglie e Lo «vive», come soleva ripetere san Paolo: «per me vivere è Cristo».

Senza Cristo, allora, è come non vivere. Non dare senso a quello che faccio. Cristo è la persona più importante che ho. È più importante dei miei genitori e dei miei amici. È la parte migliore di me stesso. Anzi, di più. È il mio Tutto. Per cui, se mi dicessero rinuncia a Cristo, e se lo facessi, perderei me stesso, il senso della vita, la gioia. È facile, allora, comprendere come i primi cristiani per non perdere Cristo erano disposti a dare la vita, ad accettare il martirio.

Fecero così i martiri giapponesi Paolo Miki e compagni, 25 religiosi gesuiti.

Picchiati, mutilati ed umiliati pubblicamente durante il viaggio verso Nagasaki, nessuno rinnegò la propria fede in Cristo e il 5 febbraio 1597, pieni di entusiasmo, affrontarono il supplizio con una serenità ed una compostezza tali da sbalordire i loro persecutori. Chi benediva e lodava Dio con il canto dei salmi, chi recitava il Pater noster ad alta voce, chi pregava in silenzio e chi esortava i presenti ad una vita cristiana. Ma non solo. Dalla croce i 26 martiri, con gli occhi fissi al cielo, continuavano a perdonare i loro carnefici.

Un testimone oculare narra dettagliatamente il loro supplizio (un passo è riportato anche nella Liturgia delle ore) e dice: “Il nostro fratello Paolo Miki, vedendosi innalzato sul pulpito più onorifico che mai avesse avuto, per prima cosa dichiarò ai presenti di essere giapponese e di appartenere alla Compagnia di Gesù, di morire per aver annunziato il Vangelo e di ringraziare Dio per un beneficio così prezioso”, e dichiarò: “Giunto a questo istante, penso che nessuno tra voi creda che voglia tacere la verità. Dichiaro pertanto a voi che non c’è altra via di salvezza, se non quella seguita dai cristiani. Poiché questa mi insegna a perdonare ai nemici e a tutti quelli che mi hanno offeso, io volentieri perdono all’imperatore e a tutti i responsabili della mia morte, e li prego di volersi istruire intorno al battesimo cristiano”.

Questi furono i primi martiri cristiani in Giappone, dopo loro ce ne furono molti altri, perseguitati ed uccisi. Nel 1862 furono canonizzati da papa Pio IX.
I martiri ci esortano a essere fedeli alla nostra fede e, se è il caso, a perdere la vita a causa del Vangelo, come hanno fatto tutti quei giovani cristiani che sono morti recentemente nei paesi arabi, perseguitati e trucidati a causa di Cristo. I martiri giapponesi Miki e compagni hanno realizzato

la profezia di Tertulliano secondo il quale «il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani».
Chi ama Gesù Cristo più che se stesso, come il Bene più grande, è disposto a non disprezzarlo, nemmeno nella sua raffigurazione di Crocifisso appeso al muro o portato al collo con una catenina.
Per identificare quanti rimanevano segretamente fedeli al cristianesimo, in Giappone era disposta un’annuale «verifica della fede», che consisteva nel far calpestare un’immagine sacra cristiana davanti ai magistrati. Molti cristiani si rifiutarono e hanno scelto con coerenza il martirio.
Chi è credente e oggi è testimone di tanto odio contro i crocifissi nelle aule e nei luoghi pubblici non può che soffrire. Non riesce a capire come la propria fede non sia rispettata anche nei segni che la rappresentano. Cari giovani, occorre non aver paura di essere e di dirsi cristiani. Non ci si deve vergognare di portare al collo un crocifisso. Non possiamo accettare che nelle scuole pubbliche si pretenda che ci sia posto per tutte le religioni eccetto che per quella cristiana. Non dobbiamo accorgerci che nelle nostre aule c’è il crocifisso solo quando viene contestato, magari con la scusa che si tratta di un segno offensivo della libertà religiosa altrui. Ogni giorno andando a scuola preghiamo Gesù, dichiariamogli il nostro affetto.

Ma come già vi ho detto ciò che è massimamente importante è vivere Cristo.

Non bisogna dimenticare che lo stile dell’amore di Cristo è il servizio: Egli non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la vita in riscatto di molti (cf Mc 10, 45). Ebbene, caratterizziamoci, di fronte agli altri, proprio per questo. E cioè servendo le persone con lo stesso Spirito di Cristo.

Cristo ci mostra, mediante la sua umanità perfetta, l’amore che ci salva. Morendo di un amore totale per il Padre ci insegna a vincere il peccato e la morte. Ritrova la vita, mediante la risurrezione, dopo averla persa. Chi si umilia, ci ha detto il Vangelo di Luca, sarà esaltato (Lc 14, 1.7-14). Per questo, dobbiamo abbracciare e adorare la croce del Signore, farla nostra, accettare il suo peso come il Cireneo: per partecipare all’unica realtà che può redimere e trasfigurare tutta l’umanità (cf Col 1,24).

Ricevere la croce equivale a ricevere un mandato. Chi scopre che Gesù lo ama e lo chiama per nome, si sente inviato ad annunciarLo come Colui che ci ama fino a morire.

Cari giovani, rimanete fedeli a Gesù, state vicini a Lui. Mentre condividerete la sua vita non potrete non sentirvi chiamati a divenire “pescatori di uomini”, ossia annunciatori e testimoni del suo amore.

OMELIA nel ricordo di don Luigi Giussani
Faenza - San Silvestro, 22 febbraio 2016
22-02-2016

Come abbiamo sentito dalla proclamazione del Vangelo odierno di san Matteo, Gesù domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo». Diverse sono state le risposte, ma quella che coglie nel segno è la risposta di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 13-19). La professione di fede di Pietro deriva certamente dalla rivelazione del Padre ma anche dall’esperienza della misericordia di Cristo nei suoi riguardi.
Papa Francesco nel 50° anniversario del Movimento di Comunione e Liberazione ha ricordato che il luogo privilegiato dell’incontro con Cristo è l’esperienza della sua misericordia nei nostri confronti e del nostro peccato. Solo chi è stato accarezzato dalla tenerezza della misericordia conosce veramente il Signore. È grazie all’abbraccio di misericordia che viene voglia di rispondere e di cambiare e che può scaturire una vita diversa. Il comportamento morale del credente non è tanto l’adeguazione ad una dottrina etica quanto, piuttosto, la risposta gioiosa di fronte ad una misericordia che redime, risuscita, rinnova e infonde forza e speranza.
Queste riflessioni di papa Francesco ci consentono di vivere più intensamente il Giubileo che stiamo celebrando e,  nello stesso tempo, di parlare del servo di Dio Mons. Luigi Giussani, fondatore del Movimento Comunione e Liberazione.
Come ha anche ricordato durante l’omelia delle esequie il cardinale Joseph Ratzinger, divenuto poi papa Benedetto XVI, sin da giovane Mons. Luigi Giussani aveva creato, con altri giovani, una comunità che si chiamava Studium Christi. Il programma era quello di parlare di nient’altro se non di Cristo, perché solo Cristo dà senso a tutto nella nostra vita. Detto altrimenti, Mons. Giussani e i suoi giovani amici, volevano porre al centro della loro esistenza Cristo, convinti che l’essere suoi voleva dire diventare rivoluzionari, persone capaci di rinnovare e di trasfigurare – come ci ha suggerito il Convegno nazionale della Chiesa italiana a Firenze –  il mondo e la cultura, attraverso il dono di sé, assumendo la croce.
L’esistenza incentrata in Cristo, vissuta dimorando in Lui, consente di divenire capaci di rispondere alle sfide del proprio tempo, di essere protagonisti di un nuovo umanesimo. Per il credente, il nuovo umanesimo è anzitutto Gesù Cristo, incarnato, morto e risorto. Dalla comunione con Lui deriva a noi una missionarietà efficace, novità di vita, libertà. Chi non vive unito a Cristo, come il tralcio alla vite,  non è in grado di donarlo. Chi non dà Cristo dà troppo poco, ha ricordato il cardinale Ratzinger davanti alle spoglie mortali del servo di Dio. Chi non fa trovare Dio nel volto di Cristo non costruisce, ma distrugge perché fa perdere l’azione umana in dogmatismi ideologici e falsi. Solo chi incontra realmente Cristo e vive di fede in Lui vince le ideologie e rimane libero, perché incontra la Verità. Cristo stesso ebbe a dirci che è la verità che rende liberi. Sant’Agostino d’Ippona ha sintetizzato tutto questo affermando: «Ubi fides est libertas».
Proprio nell’esperienza del credente, che vive Cristo e inabita in Lui, trova le sue radici il Movimento che non casualmente è stato denominato «Comunione e Liberazione».
Noi oggi constatiamo come stiamo gradualmente perdendo la nostra libertà, divenendo sempre più succubi di una cultura massmediatizzata che sopravaluta il mondo virtuale rispetto al reale e che appare imbevuta da un individualismo libertario, tenendenzialmente radicale. La libertà di espressione della fede cristiana è oggi progressivamente ridimensionata anche con sentenze prive di fondamento razionale, coerente con la figura di uno Stato laico ed aconfessionale ma non laicista. Basti anche pensare ai tentativi della Corte europea di condizionare la libertà di coscienza dei medeci cattolici rispetto all’obiezione nei confronti dell’aborto. Così, non possiamo ignorare come, anche nel nostro territorio, si stia procedendo ad una tassazione iniqua delle scuole cattoliche e paritarie. Ma non bisogna dimenticare come sul piano politico la stessa libertà di eleggere i propri rappresentanti venga in parte intaccata. Non si può, inoltre, negare come i nostri Parlamenti appaiono ormai sottomessi, per molte questioni, agli ordini che provengono dal mondo finanziario, che ha ormai il primato sulla politica.
Sicuramente  dal nostro essere in Cristo non proviene la libertà di cui si è fatto paladino Charlie Hebdo, il periodico settimanale satirico di Parigi, ossia una libertà di espressione senza rispetto per il diritto altrui di libertà religiosa. La libertà dei cristiani, invece, si configura come libertà che si lega alla verità e che è per il dono, per il rispetto e la cura dell’altro.
Solo se si è centrati in Cristo e nel Vangelo noi possiamo essere più liberi, essere braccia, mani, piedi, mente e cuore di una Chiesa «in uscita». Uscire significa respingere l’autoreferenzialità, l’immobilismo, la fossilizzazione delle strutture, delle associazioni e dei nostri movimenti.
Papa Francesco, l’ha ricordato al Movimento Comunione e Liberazione il 7 marzo 2015. Ma questo vale per tutti. Per non perdere freschezza e vitalità nei nostri Centri di pastorale, nelle nostre istituzioni ecclesiali e culturali occorre rinnovare ed approfondire la nostra comunione con Gesù Cristo, sentendoci missionari, inviati nel mondo per migliorarlo, a seconda delle nuove situazioni ed esigenze. L’autoreferenzialità ci «pietrifica». La comunione ci fa crescere e ci rende fecondi nelle nostre comunità e nel mondo. Rende il genio del cristianesimo più luminoso e creativo di una nuova civilizzazione.
Celebrando l’Eucaristia di questa sera ricordiamo sempre che è proprio la comunione con Cristo, morto e risorto, che ci edifica come persone nuove, come famiglia di Dio. Maria, madre della Chiesa, ci aiuti ad essere per Cristo, di Cristo, con Lui, sempre

OMELIA per il GIUBILEO DEGLI SCOUT
Faenza - Basilica Cattedrale, 21 febbraio 2016
21-02-2016

Cari ragazzi e ragazze, cari giovani, cari Capi

In questa seconda domenica di Quaresima, nella quale avete scelto di fare il Giubileo degli Scout, siamo sollecitati a riflettere sulla Trasfigurazione di Cristo. La Chiesa, dopo averci invitato a seguire Gesù nel deserto, per affrontare e vincere con Lui le tentazioni, ci propone di salire insieme a Lui sul “monte” della preghiera, per scoprirlo come Figlio di Dio. Come ci ha narrato il Vangelo, Gesù sale su un alto monte con tre discepoli: Pietro, Giacomo e Giovanni. Là «fu trasfigurato davanti a loro» (Mc 9,2). Il suo volto e le sue vesti irradiarono una luce sfolgorante, segno della sua divinità. Poi, una nube avvolse la cima del monte e da essa uscì una voce che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato; ascoltatelo!» (Mc 9,7). Dunque, la luce e la voce: la luce divina che risplende sul volto di Gesù, e la voce del Padre celeste che testimonia per Lui e comanda di ascoltarlo.

Perché Gesù sale sul monte a pregare portando con sé i tre discepoli? Non bisogna dimenticare che Gesù è incamminato verso il compimento della sua missione, ben sapendo che, per giungere alla risurrezione, dovrà passare attraverso la passione e la morte di croce. Di questo ha parlato apertamente ai discepoli, i quali però non hanno capito, anzi, hanno rifiutato questa prospettiva, perché non ragionano secondo Dio, ma secondo gli uomini (cfr Mt 16,23). Per questo Gesù porta con sé tre di loro per rivelare il suo essere divino. Gesù vuole che questa verità possa illuminare i loro cuori quando attraverseranno il buio fitto della sua passione e morte, quando lo scandalo della croce sarà per loro insopportabile. Gesù desidera essere la loro luce interiore, lampada che non si spegne mai ed illumina il loro cammino. Sant’Agostino riassume questo mistero con una espressione bellissima, dice: «Ciò che per gli occhi del corpo è il sole che vediamo, lo è [Cristo] per gli occhi del cuore» (Sermo 78, 2: PL 38, 490).

Cari ragazzi e ragazze, cari giovani, tutti noi abbiamo bisogno di Cristo, luce interiore per superare le prove della vita, le tentazioni. Per possedere la luce che è Cristo dobbiamo salire con Lui sul monte della preghiera. Contemplando il suo volto pieno d’amore e di verità saremo colmi di Lui. Saliamo, allora, sul monte della preghiera: come luogo non solo della salita esteriore, ma anche dell’ascesa interiore; per liberarci dal peso della vita quotidia­na, per respirare l’aria pura della creazione; per godere dell’ampiezza della crea­zione e della sua bellezza. Chiediamo alla Vergine Maria, nostra guida nel cammino della fede, di aiutarci a vivere questa esperienza nel tempo della Quaresima, trovando ogni giorno qualche momento per la preghiera silenziosa e per l’ascolto della Parola di Dio. La preghiera ci fa abitare in Gesù, misericordia del Padre!

Solo Gesù guida la nostra esistenza. Ogni anno, nel giorno in cui è nato Baden Powell, gli Scout sono invitati a vivere la giornata mondiale del pensiero. È dedicata al Guidismo, a far conoscere in particolare il compito delle Guide. Le Guide dell’AGESCI sono chiamate ad orientare la vita dei ragazzi/e e dei giovani soprattutto con il loro esempio personale, portandoli verso Gesù Cristo, la vera porta santa da attraversare, luce per il cammino della vita, Colui che connette in un legame di fraternità universale. In questa Messa, tutti insieme, Capi, ragazzi e ragazze, giovani, scegliamo, ancora una volta, Gesù come nostra Guida e nostro cibo. Egli ci aiuta ad amarci tutti come fratelli e sorelle, a formare comunità, ad aiutare il più povero

OMELIA per la S.Messa con i CRESIMANDI
Faenza - Seminario, 14 febbraio 2016
14-02-2016

Cari ragazzi e ragazze,

che vi state preparando alla Cresima o al Sacramento della Confermazione, l’inizio della Quaresima – quaranta giorni di preparazione alla Pasqua – ci fa riflettere sulle grandi scelte della vita. Con la prossima Cresima siete proprio sollecitati a compiere le scelta fondamentale di essere di Cristo e di vivere come Lui, con il suo Spirito d’amore. Al momento della futura Cresima sceglierete voi Gesù, confermando la scelta fatta dai vostri genitori per voi durante il Battesimo.

Il Vangelo di Luca, che avete appena sentito leggere, ci parla delle tentazioni che Gesù ha subito nel deserto, ove si era ritirato per prepararsi alla sua missione (cf Lc 4,1-13). Durante le tentazioni, Gesù decide come vivere, quali strade percorrere per salvare l’umanità, per essere fedele al compito che gli aveva affidato il Padre.

Considerare le tentazioni che Gesù ha affrontato e vinto è particolarmente istruttivo per voi che state preparandovi a sceglierlo con libertà e responsabilità.

Come ci insegna sant’Agostino, un grande santo della Chiesa dei primi secoli, non ci deve tanto interessare il fatto che Gesù sia stato tentato ma che Egli ha vinto le prove a cui è stato sottoposto. Le ha affrontate e le ha superate. Attraverso questa esperienza ha dimostrato di essere completamente innamorato di suo Papà, Dio, ed è stato fedele al compito affidatogli: redimere gli uomini, combattendo contro il male, sino a morire sulla croce, donando completamente se stesso.

Riflettiamo un po’ sulle singole tentazioni che Gesù ha subito e vinto. Guardando alle scelte fatte da Gesù, facendole nostre, diventiamo sempre più figli di Dio, fratelli dello stesso Gesù, persone complete, vittoriose sul male, luminose nel bene.

Nelle tre tentazioni Gesù non mercanteggia con il diavolo: tu mi dai, io ti do. Non scende a patti con lui. Non lo adora. Lo vince. Sceglie decisamente Dio, mettendolo al primo posto. Si mantiene fedele all’impegno di essere in mezzo agli uomini per insegnare a loro il mestiere di essere figli di Dio, per regalare a loro Dio, per aiutarli ad incontrarlo e ad innamorarsi di Lui.

La prima tentazione: «Se tu sei il Figlio di Dio, dì a questa pietra di diventare pane». Gesù rispose al diavolo: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo». In questa tentazione il diavolo propone di cambiare una pietra in pane, per spegnere la fame. Gesù ribatte che l’uomo vive anche di pane, ma non di solo pane. Senza una risposta alla fame di verità, alla fame di Dio e del suo amore, l’uomo non si può salvare.

Nella seconda tentazione il diavolo offre a Gesù tutti i regni della terra a condizione che si inginocchi davanti a lui per sottomettersi. Ma Gesù gli rispose: «Sta scritto: il Signore tuo Dio adorerai e a lui solo renderai culto». E così, Gesù tra il diavolo e Dio sceglie Dio, e cioè di obbedire al Padre. Non vuole allontanarsi da casa e sottrarsi all’amore di Dio. Il mondo lo si salva affidandosi a Dio, amandolo sopra ogni cosa, donandosi sino a morire. È la via dell’umiltà, dell’amore e della croce che redime e che cambia il mondo, non la via del potere per il potere.

Nella terza tentazione, il diavolo propone a Gesù di gettarsi dal pinnacolo del Tempio di Gerusalemme e farsi salvare da Dio mediante i suoi angeli, di compiere cioè qualcosa di sensazionale, per mettere alla prova Dio stesso, per vendersi alla logica del diavolo, per diventare potente. La risposta di Gesù è che non si deve usare Dio per i propri interessi, per la propria gloria e il proprio successo. Noi non dobbiamo dubitare di Dio e metterlo alla prova. È sicuro che ci ama. Tra i miracoli e Dio dobbiamo scegliere Dio. Per la nostra fede è più importante che crediamo in Dio. Più che chiedere miracoli dobbiamo chiedere Dio stesso. Nel mondo ce ne sono già tanti di miracoli, mentre c’è poca fede.

Le tentazioni di Gesù ci insegnano che come cristiani dobbiamo convertirci, scegliendo decisamente Gesù Cristo. Lui deve avere il primo posto nei nostri pensieri e nel nostro cuore. In questo momento di preparazione alla Pasqua e alla Cresima ognuno di noi deve chiedersi: che posto ha Dio nella mia vita? Penso di poter fare a meno di Lui? Durante questo anno giubilare sto vivendo il suo amore, facendo qualche piccolo sacrificio per aiutare i poveri nei quali devo sapere riconoscerlo? Dobbiamo scegliere il pane o Dio? E il pane e Dio, ma soprattutto Dio. Dobbiamo adorare il diavolo o Dio? Ovviamente, solo Dio. Dobbiamo desiderare da Dio prodigi o Lui stesso? Prima di tutto Lui, avremo anche i suoi prodigi.

Durante questa santa Messa in cui si rende presente Gesù Cristo per essere il nostro pane e la nostra vita, diciamogli tutta la nostra amicizia, facciamo comunione con Lui. Sua Madre ci aiuti a sceglierlo e ad amarlo sopra ogni cosa.

MEDITAZIONE in occasione della VEGLIA di SAN VALENTINO e del GIUBILEO dei FIDANZATI
Faenza - S. Ippolito, 13 febbraio 2016
13-02-2016

  1. Un amore più grande

Per la Veglia di san Valentino e il Giubileo dei Fidanzati è stato scelto come tema ispiratore l’espressione «Misericordiosi come il Padre». E ciò non a caso. L’amore dei fidanzati inizia con un’attrazione quasi irresistibile dell’uno verso l’altra, e viceversa: l’innamoramento. In esso si vive un’esperienza unica. I due innamorati sembrano essere strappati dalla limitatezza della loro esistenza sino a promettersi un amore eterno, per sempre. L’amore che li attrae reciprocamente dà la sensazione di essere vittoriosi su tutto. Agli innamorati pare di essere onnipotenti, di essere una forza divina: omnia vincit amor.

Ma nell’innamoramento stesso si nasconde un’insidia. La promessa di un amore perenne tra due «tu», uniti in un «noi» di dono reciproco, è sempre esposta al rischio della fine. Ciò avviene quando c’è chiusura in se stessi e strumentalizzazione dei soggetti personali. L’innamoramento può diventare non la piattaforma di lancio bensì la tomba dell’amore, allorché non evolve e rimane solo allo stadio emozionale, di gratificazioni utilitaristiche: l’altro o l’altra non sono amati per se stessi ma prevalentemente per le sensazioni che provocano, senza le quali non si potrebbe stare.

Quando l’innamoramento è vissuto amando solo se stessi e i propri sentimenti ci si chiude all’amore che cerca il bene dell’altro o dell’altra. E così viene soffocata la promessa di un amore «per sempre» tra due «io». L’innamoramento che si nutre prevalentemente di passione e di istinto distrugge l’anelito all’incontro profondo con l’altro, fermandosi alla superficie delle relazioni, spesso alla sola fisicità. Ci si trova così di fronte alla fine di un grande sogno, espresso da brevi ma potenti parole: io per te, con te, per sempre. Tutto regredisce nelle forme di un amore possessivo, che si rinchiude e infrange l’unione dei due «tu». 

Celebrare il Giubileo della Misericordia è proprio l’occasione per gli innamorati e i fidanzati, ma anche per gli sposi, di rinsaldare il loro affetto e farlo sbocciare in una noi-comunione di persone che si accolgono e ricevono nella loro soggettività e libertà, nella complementarità e diversità della sessualità. L’amore vero consente di giungere al «centro» dell’essere delle altre persone. Diventa cura dell’altro e per l’altro. Non cerca più se stesso.  Non è nemmeno solo provare sentimenti di benevolenza. Ma è molto di più. È decisione ferma e perseverante di impegnarsi a volere il bene dell’amato, con disinteresse, amandolo non solo per se stesso ma in Dio. L’amore che diventa cura dell’altro, per l’altro, diventa rinuncia, è pronto al sacrificio, anzi lo cerca.

L’amore instaura durevolmente tra i fidanzati e gli sposi una reciprocità amante, un mutuo potenziamento d’essere, senza perdere la propria autonomia, senza confusione di ruoli, sino ad inabitarsi. L’amore introduce l’amato nell’amato, unisce e distingue le identità allo stesso tempo. Fa parte degli sviluppi dell’amore verso livelli più alti, verso le sue intime purificazioni, che esso – afferma papa Benedetto XVI nella Deus caritas est – cerchi la definitività. E ciò in un duplice senso: nel senso dell’esclusività – «solo quest’unica persona» – e nel senso del «per sempre» (cf Deus caritas est, n. 6).

  1. Vincere la paura del «per sempre»

Oggi ciò che rende incerti e fragili i fidanzamenti, pur prolungati nel tempo, è il dubbio se sia possibile amarsi «per sempre». È la paura della scelta definitiva. Si parte con entusiasmo, quasi volando sulle ali dell’amore, ma poi la prospettiva del legarsi per sempre scoraggia, sembra impossibile.

A dei giovani fidanzati che si preparavano al matrimonio e domandavano a papa Francesco un consiglio, egli li invitò a crescere e a costruire la casa della loro vita sulla roccia dell’amore vero, l’amore che viene da Dio. Per non lasciarsi sopraffare dalla «cultura del provvisorio» e per superare la paura del «per sempre» occorre aprirsi all’amore più grande di Dio.  La paura del «per sempre» «si cura giorno per giorno affidandosi al Signore Gesù in una vita che diventa un cammino spirituale quotidiano, fatto di passi – passi piccoli, passi di crescita comune – fatto di impegno a diventare donne e uomini maturi nella fede. Perché, cari fidanzati, il “per sempre” non è solo una questione di durata! Un matrimonio non è riuscito solo se dura, ma è importante la sua qualità. Stare insieme e sapersi amare per sempre è la sfida degli sposi cristiani. Mi viene in mente il miracolo della moltiplicazione dei pani: anche per voi, il Signore può moltiplicare il vostro amore e donarvelo fresco e buono ogni giorno. Ne ha una riserva infinita! Lui vi dona l’amore che sta a fondamento della vostra unione e ogni giorno lo rinnova, lo rafforza. E lo rende ancora più grande quando la famiglia cresce con i figli. In questo cammino è importante, è necessaria la preghiera, sempre. Lui per lei, lei per lui e tutti e due insieme. Chiedete a Gesù di moltiplicare il vostro amore. Nella preghiera del Padre Nostro noi diciamo: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Gli sposi possono imparare a pregare anche così: “Signore, dacci oggi il nostro amore quotidiano”, perché l’amore quotidiano degli sposi è il pane, il vero pane dell’anima, quello che li sostiene per andare avanti. Questa è la preghiera dei fidanzati e degli sposi. Insegnaci ad amarci, a volerci bene! Più vi affiderete a Lui, più il vostro amore sarà “per sempre”, capace di rinnovarsi, e vincerà ogni difficoltà» (Discorso ai fidanzati, venerdì 14 febbraio 2014).

Solitamente i giovani fidanzati pensano che la Chiesa e il Signore siano rispetto al loro amore degli importuni, dei guastafeste. Cari giovani, non è così. Il cristianesimo non dà da bere del veleno all’amore dei fidanzati e degli sposi, come pensava Friedrich Nietzsche. Non innalza cartelli di divieto proprio là dove la gioia, predisposta dal Creatore, offre una felicità che fa pregustare qualcosa del Divino. La Chiesa non rende amara la cosa più bella della vita. Aiuta a viverla nella sua essenza più profonda, quella del dono reciproco, che non si ferma nel piacere di un istante, in un incontro superficiale ma chiama a sollevarsi al di sopra del proprio «io», a trascendersi, guarendo l’istinto del ripiegamento su se stessi. L’amore umano, per il credente, è chiamato a diventare amore divino. L’acqua deve tramutarsi in vino. Tramite l’amore reciproco non si deve donare solo se stessi all’altro, ma si è chiamati anche a vivere l’amore di Dio, Dio stesso, l’agape, amore allo stato puro, donatoci mediante Gesù Cristo. Che mistero! Dio non è un intruso ma Colui che rende più vero l’amore dei fidanzati e degli sposi. La Chiesa, i sacerdoti, come i vostri genitori e i vostri nonni, desiderano per voi l’amore più grande, non la vostra infelicità. La Chiesa desidera esserne custode e vuole accompagnarvi perché diventi un’«estasi»: estasi non nel senso di ebbrezza, ma estasi «come cammino, come esodo permanente dall’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio» (Deus caritas est, n. 6). La strada più bella per cercare Dio, per incontrarlo, per gustarne la Bellezza è la strada dell’amore. Dio vi benedica!