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OMELIA per la GIORNATA DEL MALATO 2016
Bagnacavallo - Chiesa di San Giovanni Battista, 11 febbraio 2016
11-02-2016

La prima Lettura tratta dal Deuteronomio ci invita a considerare che tutte le volte che abbandoniamo Dio e ci costruiamo, al suo posto, altri dei per servirli, non abbiamo fortuna. Finiamo per essere schiavi. Scegliendo altri dei scegliamo noi stessi, la nostra vita, che pur essendo preziosa non ci basta, perché noi siamo fatti per Dio, per una vita più grande della nostra. Scegliendo, invece, Dio abbondiamo di vita e di gioia. Nel Vangelo secondo Luca ci sono indicati gli atteggiamenti fondamentali del cristiano: servire, rinnegare se stessi, perdere la propria vita per il Vangelo. Per essere persone in senso pieno dobbiamo guadagnare Gesù Cristo e viverlo ogni giorno, in tutti i momenti e in tutte le varie situazioni della nostra vita, compresa la malattia.

Oggi la XXIV Giornata Mondiale del Malato coincide con il ricordo della Madonna di Lourdes, la Madre che mostra una particolare tenerezza nei confronti dei malati. Da papa Francesco siamo sollecitati a vivere la suddetta Giornata alla luce delle nozze di Cana e dell’anno del Giubileo straordinario della Misericordia. Nelle nozze di Cana, Maria sollecita il Figlio a compiere il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino. È in questo modo che Maria partecipa alla gioia della gente comune e contribuisce a crescerla. Intercede presso il Figlio per il bene degli sposi e degli invitati.

Quale insegnamento possiamo trarre dal mistero delle nozze di Cana per la Giornata Mondiale del Malato? Gesù soccorre chi è in difficoltà e nel bisogno, cambiando l’acqua in vino, divenendo causa di gioia. Ma Egli è stato motivo di gioia anche per coloro che ha guarito da malattie, infermità, da spiriti cattivi, donando la vista ai ciechi, facendo camminare gli zoppi. E lo è stato pure per coloro che non sono stati guariti da mali fisici. Egli è divenuto causa di consolazione e di salvezza donando la fede. Mediante questa – una luce e una grazia particolari – ci si unisce alla vita di Cristo e alla sua opera di redenzione, partecipando alla sua morte e risurrezione. Sebbene la fede non sempre fa sparire la malattia, il dolore e l’angoscia che ne deriva, pur tuttavia può aiutare a vederli nelle loro potenzialità positive e a viverli come via per arrivare ad una più stretta vicinanza con Gesù, che cammina al nostro fianco caricato della Croce o, meglio, che ci aiuta a portare la nostra croce. La malattia può essere l’occasione di completare in noi le sofferenze di Cristo crocifisso e offrire, assieme a Lui, il dono della nostra vita e i patimenti per amor suo. Seppur devastati e condizionati dalla malattia possiamo ugualmente sperimentare la gioia di essere utili alla nostra comunità, ai giovani, al mondo, alle stesse persone che ci accudiscono e curano. Come a Cana Gesù si avvale dei servi per procurare gioia agli sposi e agli invitati al banchetto nuziale, così può servirsi degli infermieri, dei medici, degli assistenti domiciliari per farci sperimentare la gioia di essere accuditi da Lui. Le mani di coloro che ci assistono e ci curano possono essere le mani stesse di Dio. Noi possiamo essere mani, braccia, cuori che aiutano Dio a compiere i suoi prodigi di guarigione o di consolazione. La condizione, però, è che noi viviamo uniti a Cristo, sia che siamo ammalati, sia che stiamo accanto agli ammalati con un cuore pieno di amore e di tenerezza. La comunione costante con Dio ci consente di trasformare l’acqua del dolore e della malattia nel vino pregiato dell’offerta e del dono di noi stessi a Dio e ai fratelli.

Come ho suggerito nella Lettera pastorale (cf Misericordiosi come il Padre, Libreria Editrice Vaticana, Roma 2015, pp. 117-123), celebriamo quest’anno della Misericordia vivendo la pastorale della salute con una operatività che esprima più intensamente l’amore di Dio, mediante un’azione comunitaria e sistematica a largo raggio.

Dovrà essere per tutti il momento privilegiato per una riflessione sulle Opere di Misericordia: «Visitare i malati» e «Consolare gli Afflitti».

«Visitare i malati» non è compito solo di alcuni, cioè di coloro che scelgono il mondo della malattia come ambito di lavoro, di servizio, di volontariato, ma di tutti noi, cominciando dai nostri familiari, dai vicini di casa, dai colleghi di lavoro e di svago, di chi condivide con noi l’appartenenza ad una associazione, ad una comunità, da chi conosciamo già. Visitare sempre, soprattutto se la malattia si prolunga, se il malato è solo, anziano. Nessuno dei malati di una parrocchia dovrebbe rimanere senza visite, perché tutti hanno tra i parenti o i vicini di casa qualcuno, adulto, giovane, anziano, che frequenta la comunità parrocchiale, battezzato e cresimato come noi. Papa Francesco ci avverte che «in forza del Battesimo e della Confermazione siamo chiamati a conformarci a Cristo, Buon Samaritano di tutti i sofferenti».1 È un’opera di misericordia che va riproposta con forza anche ai più giovani, perché oggi la fatica a rapportarsi con la malattia, la sofferenza, la disabilità, la vecchiaia porta molti ad allontanare da sé le persone afflitte da tali mali e questo impoverisce le famiglie, la società e anche le nostre parrocchie: il mondo della sofferenza, infatti, è un ambito privilegiato per incontrare Dio e la sua misericordia.

È importante anche «Consolare gli afflitti». Tanti accanto a noi vivono nel dolore, nella tristezza, nel lutto non solo per la morte di una persona cara, ma anche per la fine di un matrimonio, di un rapporto di lavoro importante. Questa situazione può essere molto pesante senza il conforto dell’ascolto, della condivisione. Siamo abituati a lasciarci coinvolgere dal dolore degli altri per brevi periodi, per poi allontanarci. Fatichiamo ad essere presenti, preoccupati spesso di non essere capaci di esprimerci, di non sapere che cosa fare, quando spesso basterebbero una parola, una stretta di mano, un abbraccio, e soprattutto la capacità di ascoltare in silenzio un dolore che, se taciuto, non può che aumentare e, se non condiviso diventa intollerabile. Dobbiamo imparare a comprendere anche il dolore di chi soffre senza avere più la capacità di manifestarlo. Questa situazione può essere molto pesante, quando non vi è il conforto dell’ascolto, della condivisione.

Viviamo la Giornata del Malato facendo il proposito che la visita ai malati e l’attenzione a chi è nel dolore diventi un’abitudine diffusa e condivisa. Maria, Beata Vergine delle Grazie ci aiuti.

1 Francesco, Messaggio per la XXII Giornata Mondiale del Malato (dicembre 2013).

OMELIA per il MERCOLEDÌ delle CENERI
Faenza - Basilica Cattedrale. 10 febbraio 2016
10-02-2016

  1. Dov’è il nostro Dio? Dove opera, dove compie prodigi?

Dio è presente e compie meraviglie dove c’è un popolo che ritorna a Lui con tutto il cuore, con il dolore delle colpe, non lacerando le vesti, bensì aprendosi a Lui, accogliendolo.

La Quaresima è per la Pasqua, per l’ascensione, per la trasfigurazione della nostra esistenza, sia come singoli, sia come Chiesa, come associazioni e movimenti. È vivere più intensamente il nostro essere di Cristo, nel servizio alla Chiesa, ai poveri, e ai giovani, perché diventino totalmente suoi, anch’essi capaci di dono.

Il brano del profeta Gioele (2, 12-18) ci ricorda che nel nostro cammino quaresimale ci possono essere falsità e menzogne. Chi vive la Quaresima solo esteriormente, mediante riti e pratiche di routine, vuote di Dio, senza cambiare interiormente, in realtà indossa una maschera, disinteressandosi di Gesù Cristo. È prigioniero in se stesso. Mette al centro i propri progetti e non quelli di Dio.

Detto altrimenti, si può correre il rischio di vivere una Quaresima senza incontrare realmente Cristo e i propri fratelli. Questo può succedere a tutti, anche a chi partecipa al Giubileo della misericordia. Noi potremmo essere qui a celebrare l’inizio della Quaresima e non riconoscere i nostri peccati, i nostri limiti, senza cioè convertirci e sentire il bisogno del perdono di Dio.

Ciò sarebbe grave. Se noi agissimo come se Dio non ci fosse, come se tutto dipendesse da noi, sconfesseremo la stessa storia gloriosa della nostra Chiesa faentina, storia di santi e di beati, storia di sacrifici, di lotta quotidiana per il bene e la giustizia, sorretti dallo Spirito. Non solo. Pregiudicheremmo l’impegno di questo stesso anno Giubilare che non dev’essere solo per noi stessi, ma per la causa del Regno di Dio. Desiderare il rinnovamento senza l’aiuto di Dio sarebbe velleitario. È pensare che ci salviamo da soli. Con ciò verrebbe meno quella mistica filiale e fraterna, quell’empatia che caratterizza le nostre parrocchie e le nostre famiglie cristiane. Ci condanneremmo ad una progressiva desertificazione spirituale, alla sterilità apostolica e vocazionale.

Per essere vivi e trasfigurati, accogliamo l’invito alla conversione che Paolo rivolge ai Corinzi: «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza» (2 Cor 6,2). «Ora»! Diciamo insieme, pertanto, senza pose e teatralità: «Abbi pietà Signore di noi, abbiamo peccato. Salvaci»! Non la nostra, ma la Tua volontà, Signore! Non la nostra ipocrisia religiosa, ma la Tua gloria. Non il nostro sale insipido, ma il Tuo fermento. Non le nostre sicurezze umane, i nostri piccoli progetti, ma la Tua pienezza di vita, la Tua missionarietà. Come Cristo ha accettato l’incarnazione diciamo con Lui: «Ecco, manda me». Solo se le nostre vite saranno salvate da Cristo, non saremo derisi. Gli increduli non potranno sogghignare: «Ma dove è andato a finire il loro Dio?» (Gl 2,17). Con Lui, Signore della vita e della storia, tutto può essere ricostruito e rinnovato, vi potrà essere una primavera senza fine anche per la nostra diocesi, le nostre associazioni e i nostri movimenti.

  1. Uno stato permanente di missione e di conversione

Non rimandiamo, dunque, la nostra conversione, il nostro incontro con il Signore. Il domani non è nelle nostre mani. Dio non si presta ad essere preso in giro. Perdona i peccatori, ma vomita i tiepidi (cf Ap. 3,16).

Ma l’urgenza di questo particolare «momento favorevole», che è dato dal Mercoledì delle ceneri, con i suoi riti austeri e corali, non è limitata solamente ad un «qui» ed «ora», puntuali e conclusi, che non superano l’immediato. L’atteggiamento di conversione deve continuare tutti i giorni e nei mesi a venire. Ciò vuol dire porsi entro un orizzonte ampio. Permette di lavorare a lunga scadenza, attivando processi comunitari che costruiscono la Chiesa del terzo millennio. Non dimentichiamo l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium (=EG) di papa Francesco. Essa è un vademecum per rinnovare le nostre comunità. Man mano che se ne approfondiranno i contenuti bisognerà avere il coraggio della conversione, con i conseguenti cambi spirituali, istituzionali ed operativi. Papa Francesco, nella sua esortazione, sollecita tutte le comunità ad essere audaci e creative, ad entrare in un deciso cammino di discernimento, purificazione e riforma (cf EG n. 30). Per papa Francesco urge scegliere e porre in atto tutti i mezzi di revisione delle strutture – compreso il papato (cf EG n. 32) – degli stili, degli orari, del linguaggio, dei metodi evangelizzatori, dell’uso delle risorse, con lo scopo principale di vivere in uno «stato permanente di missione», senza ritardi.

In questa celebrazione liturgica, consentitemi di esprimere ancora una volta l’auspicio – sicuramente non ce ne sarebbe bisogno, ma sentirlo ripetere immagino che non danneggerà – che la sopracitata esortazione non sia lasciata da parte. So che il consiglio pastorale diocesano ha scelto tra i suoi impegni quello di predisporre dei sussidi affinché tutti possano penetrare e capire la EG. Sarebbe davvero consolante se entrasse nell’orizzonte e nelle scelte delle nostre parrocchie, nelle omelie, nella catechesi, nell’aggiornamento spirituale dei fedeli. In essa, in effetti, potremo incontrare un respiro e un’ispirazione che ci confermeranno, ci rafforzeranno, ci sproneranno a fare di più e meglio. Troveremo quelle sottolineature che, rammentandoci soprattutto il realismo della dimensione sociale del vangelo, ci aiuteranno a coniugare nell’oggi la stessa Lettera pastorale di quest’anno, senza introversioni ecclesiali, seminando la vita nuova di Gesù Cristo nell’attuale mondo globalizzato, sempre più secolarizzato, pervaso da un laicismo aggressivo. Quali credenti che guardano avanti non possiamo lasciare fuori dal nostro impegno missionario ed educativo, specie nei molti Centri ed Oratori di cui siamo per fortuna dotati, l’obiettivo di formare «buoni cristiani ed onesti cittadini». I giovani hanno bisogno di Gesù Cristo. Spetta a loro di diritto! Come spetta a loro un nuovo umanesimo, aperto alla trascendenza, che si forgia specialmente nelle scuole cattoliche.

  1. Un’icona emblematica: un popolo in cammino, gioioso e sereno

Essere popolo che vive un desiderio inesauribile di offrire la misericordia di Dio Padre; essere Chiesa che sa «coinvolgersi», mettendosi in ginocchio davanti agli altri, specie ai più piccoli, per servirli, per curare il loro spirito e la loro carne – carne sofferente di Cristo -; essere Chiesa che «accompagna» l’umanità e le nuove generazioni verso la pienezza di Cristo; essere Chiesa che celebra e festeggia ogni vittoria sul male lottando per il bene e la giustizia: ecco ciò che dobbiamo essere! Questa è l’immagine di popolo che dobbiamo avere di fronte e coltivare: un popolo nuovo, gioioso e sereno, perché salvato, liberato dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore. Un popolo che costruisce un mondo più fraterno, più giusto e pacifico.

La Beata Vergine delle Grazie e i santi faentini ci aiutino! Viviamo e testimoniamo una Quaresima per la Pasqua!

Presentazione della Enciclica Laudato Sì all’Istituto Veritas Splendor di Bologna
30-01-2016

  1. Ecologia integrale: l’originalità dell’apporto della Chiesa alla soluzione della crisi ecologica

Considerando l’impatto dell’enciclica Laudato sì’ è stato giustamente sottolineato come essa abbia portato, in seno all’Expo di Milano e alla Conferenza sul clima di Parigi, un’attenzione particolare per gli aspetti antropologici ed etici, oltre che religiosi e culturali. Ciò ha aiutato a non appiattirsi solo sugli aspetti tecnici, statistici, consensuali, indispensabili sì ma insufficienti rispetto alla soluzione della crisi ecologica contemporanea. La peculiarità dell’apporto è stata individuata specialmente nella coniazione della «categoria» dell’ecologia integrale. Un’espressione che non pare rintracciabile in nessun documento ufficiale delle Nazioni Unite o di altre Istituzioni internazionali laiche. A ben considerare, infatti, si tratta di un concetto derivante da premesse teologiche, antropologiche ed etiche, tipiche del contesto di fede del cristianesimo. L’ecologia integrale trascende il tema meramente ambientale e lo vede connesso con l’ecologia umana. Esprime l’inseparabilità tra persona e creato, tra società e natura, tra crisi sociale e crisi ambientale. Obbliga a ricercare soluzioni integrali corrispondentemente alle interazioni dei sistemi naturali tra loro e con i sistemi sociali e culturali. Come l’analisi dei problemi ambientali è indisgiungibile dall’analisi dei contesti umani, familiari, lavorativi, urbani, analogamente lo è la soluzione di essi. L’ecologia integrale, che può essere considerata il primo principio morale nel campo dell’impegno della cura della casa comune – esplicitazione del primo principio del compimento umano in Dio – è basilare per il discernimento, per ogni momento costitutivo di esso: vedere, giudicare, agire e celebrare. Senza di esso, non è possibile una corretta analisi dei problemi e tantomeno una terapia adeguata. E, nemmeno, sono possibili un’educazione e una spiritualità commisurate alla multidimensionalità della questione ecologica. Il concetto di ecologia integrale scaturisce da un approccio conoscitivo che consente di accedere alle dimensioni teologiche, metafisiche, oltre che etiche, della realtà, imprescindibili per leggerla, interpretarla e trasformarla.

  1. Motivazioni alte per l’impegno della cura della casa comune all’interno di un movimento ecologico globale

L’individuazione del nuovo parametro etico dell’ecologia integrale, risponde, tra l’altro, alla necessità di sopperire alla scarsità, rilevata dal pontefice, dei mezzi conoscitivi, interpretativi, trasformativi a disposizione. Tra gli obiettivi dell’enciclica Laudato sì’ vi è quello di concorrere a formare un movimento ecologico globale, composto da credenti e non credenti. In vista di ciò, papa Francesco non rinuncia a fare appello alle convinzioni di fede che, a prima vista, potrebbero sembrare un ostacolo per il dialogo universale. A fronte della complessità della crisi ecologica e della carenza di una cultura adeguata per conoscerla è necessario ricorrere, oltre ad altri saperi, alla fede. I contenuti di questa non si pongono, come molti pensano, nell’ambito dell’irrazionalità, e tantomeno della subcultura, bensì sul piano del superrazionale e del razionale. Proprio ponendosi su quest’ultimo piano è possibile instaurare un dialogo e collaborazioni con i non credenti, anch’essi dotati della capacità di conoscere il vero e il bene. Le convinzioni di fede offfrono ai cristiani motivazioni alte per prendersi cura della casa comune. Questo compito, precisa papa Francesco, è «parte della loro fede» (n. 64). Detto altrimenti, i cristiani entrano nel dialogo e nella collaborazione globali consci di essere strutturati secondo una chiamata, una vocazione, ovvero una missione rispetto alla cura della casa comune, che va vissuta in Cristo, venuto a ricapitolare in sé tutte le cose, quelle della terra e quelle del cielo. Si tratta di aspetti della esistenza cristiana non sempre messi adeguatamente in luce nelle omelie, nella catechesi, nei vari itinerari di formazione nelle associazioni e nei movimenti cattolici o di ispirazione cristiana. Dopo la promulgazione dell’enciclica non vi potranno più essere scusanti per la suddetta negligenza. All’impegno della cura della casa comune corrisponde, coerentemente, l’urgenza di una conversione ecologica. Vi sono peccati contro la creazione e le persone, colpite da mali inguaribili, perché vivono in aree fortemente inquinate, come la Terra dei fuochi. Specie in quest’anno del Giubileo straordinario della Misericordia, in cui si è chiamati a vivere la grazia della riconciliazione con Dio, il prossimo e l’ambiente, siamo chiamati ad aggiornare – non paia una banalità – i formulari per l’esame di coscienza proprio in riferimento ai peccati contro la creazione e l’umanità.

  1. Educazione alla cittadinanza ecologica

Un altro aspetto peculiare dell’enciclica è l’insistenza del pontefice relativamente alla necessità di educare alla cittadinanza ecologica, specie in un contesto in cui le Istituzioni internazionali e le autorità nazionali non compiano il loro dovere nei confronti della promozione dell’ecologia integrale. L’educazione alla cittadinanza ecologica rimane spesso l’ultima spiaggia e il punto archimedico su cui far leva per mobilitare le coscienze, per creare movimenti popolari che facciano pressione presso le autorità internazionali e nazionali non raramente asservite a criteri di massimizzazione del profitto e alla logica del mantenimento del potere. La società civile, prima responsabile della salvaguardia dell’ambiente, deve obbligare governanti e governi a sviluppare normative, procedure e controlli più rigorosi. Detto altrimenti, con riferimento alla realizzazione di un’ecologia integrale, papa Francesco sollecita una democrazia dal basso, partecipativa, che fa leva sulle comunità locali, sulla forza che possono esprimere le azioni condivise di un «popolo». La società civile può e deve esercitare il proprio primato sulla politica. Una società sana, matura e sovrana, impone limiti cautelativi attinenti alle previsioni, invocando regolamenti adeguati e vigilanza sull’applicazione delle norme, lotta alla corruzione, azioni di controllo operativo sull’emergenza di effetti non desiderati dei processi produttivi, e interventi opportuni di fronte a rischi indeterminati o potenziali. Ciò equivale, da parte della società civile, a promuovere e a vivere una cittadinanza attiva con riferimento all’ecologia integrale. Indipendentemente dal fatto che abbiano o meno responsabilità di governo, i cittadini sono chiamati a diventare protagonisti del cambiamento di cui la terra ha bisogno. Non bisogna perdere la speranza e rassegnarsi. Gli esseri umani, capaci di estremo degrado, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene, a rigenerarsi (cf n. 205), ad ammirare il bello, ad uscire dal pragmatismo utilitaristico. Non esistono sistemi sociali e culturali che annullino completamente l’apertura al vero, al bene e alla bellezza. Per questo, è possibile risalire la china, impiantare una nuova cultura, mobilitare le coscienze, formare movimenti di consumatori che si rifiutino di acquistare determinati prodotti, diventando così, con l’oculato uso del loro portafoglio, decisori del destino di certe imprese che puntano solo al profitto e non rispettano né l’ambiente né i lavoratori. Formando la responsabilità dei consumatori, si riuscirà ad incidere sulle decisioni politiche e sull’economia (cf n. 206).

+ Mario Toso

Vescovo di Faenza-Modigliana

 

OMELIA nella SOLENNITÀ della EPIFANIA
Faenza - Basilica Cattedrale, 6 gennaio 2016
06-01-2016

Cari fratelli e sorelle,

con la solennità dell’Epifania celebriamo la manifestazione di Cristo ai Magi. Cristo si rivela come Luce che illumina – Egli è il Sole che sorge dall’alto (Lc 1, 78) – non solo Maria, Giuseppe, i pastori, ossia il «resto d’Israele», i poveri, gli anawin, ma anche i popoli pagani rappresentati dai Magi. Essi, prostrati, adorarono il Bambino, offrirono doni d’Oriente: oro, incenso e mirra: simboli profetici di segreta grandezza che svelano alle genti una triplice gloria! Oro e incenso proclamano il Re e Dio immortale; la mirra annunzia l’Uomo dei dolori, deposto dalla croce.

Ma, come abbiamo udito dalla lettura del Vangelo (cf Mt 2, 1-12), Gesù Cristo non appare come Luce a tutti. Non è luce per i potenti, per Erode, per coloro che abitano nei palazzi regali. Anzi, Erode vede in Cristo un possibile concorrente per il suo trono e camuffa il timore con una plateale menzogna: «… quando lo avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».

In breve, Cristo nasce per tutti come Luce, ma non tutti l’accolgono. Come ci ricorda l’evangelista Giovanni: «la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre, perché le loro opere erano malvagie» (Gv 3,19). La luce non viene accolta perché chi sceglie il male ottenebra i suoi occhi che non riescono a vederla.

L’arrivo dei Magi dall’Oriente a Betlemme, per adorare il neonato Messia, è il segno della manifestazione del Re universale ai popoli, a tutti gli uomini che cercano la verità, la sapienza e l’Amore di Dio.

Ma, chiediamoci, perché Cristo è «Luce» per i popoli?

Come spiega l’apostolo Giovanni nella sua Prima Lettera: Dio è Luce per noi perché è «Amore». La Luce che si manifesta alle genti in Gesù è l’amore di Dio, è, come ha spiegato papa Francesco nella bolla di indizione del Giubileo straordinario, la Misericordia del Padre.

I Magi giungono dall’Oriente attratti dalla Luce, dall’Amore di Dio che viene incontro a chi lo cerca nell’umiltà di un Bambino, lo accoglie tra le braccia, lo riconosce come il proprio Tutto e lo adora. Egli viene a compiere una vera e propria rivoluzione nell’umiltà, non con i mezzi potenti e violenti della guerra e delle armi, bensì mediante i «mezzi poveri» dell’amore, del dono totale di sé e del perdono, come ci hanno spiegato molto bene i nostri pensatori personalisti, a cominciare da Jacques Maritain, grande filosofo cristiano del secolo scorso.

I Magi ci ricordano che tutti gli uomini, anche i più lontani, sono chiamati ad accogliere in Gesù, la salvezza di Dio. Questa è per tutti, è un dono universale.

Ma con la Solennità dell’Epifania ci è mostrato anche il mistero della Chiesa, la sua dimensione missionaria. Essa, ci ha ricordato papa Benedetto, in un’omelia dell’Epifania , «è chiamata a far risplendere nel mondo la luce di Cristo riflettendola in se stessa come la luce del sole» (Omelia del 6 gennaio 2006).

Detto altrimenti, la Chiesa dev’essere nel mondo un punto luminoso che attira a sé tutti gli uomini e illumina il loro cammino verso Cristo, rendendo compiute le antiche profezie, come quella stupenda del profeta Isaia che abbiamo ascoltato poc’anzi: «Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere» (Is 60, 1-3). Analogamente, i discepoli di Cristo, ammaestrati da Lui, dovranno attrarre, mediante la testimonianza dell’amore misericordioso di Dio, tutti gli uomini al Padre: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Mt 5,16).

Come è possibile essere un’epifania di Cristo, una «visione di Lui», come suggeriva sant’Ireneo di Lione? Ce lo insegna Maria santissima con la sua disponibilità: «Si faccia di me secondo la tua parola». Noi siamo, per i nostri contemporanei, la «visione di Dio», stella che conduce a Lui, mediante l’evangelizzazione e una testimonianza credibile della misericordia divina. La Chiesa italiana ne ha indicato un percorso, riassumibile in cinque verbi: uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare. Nelle prossime settimane, i rappresentanti della Diocesi al Convegno nazionale della Chiesa italiana a Firenze ritorneranno nei vari Vicariati per offrire la loro testimonianza e sollecitare un movimento sinodale, ovvero comunitario, facente perno proprio sui verbi citati.

Il compito dell’evangelizzatore non è quello di salvare bensì quello di far incontrare le persone con Gesù Cristo, l’unico che salva. Noi siamo chiamati a collaborare con il Redentore e Salvatore, con Colui che è Luce.

Chiediamoci: con la nostra vita annunciamo e testimoniamo Gesù Cristo affinché Egli sia incontrato, da piccini e grandi, specie da quelli che, dopo la Cresima o Confermazione l’hanno abbandonato? Noi oggi siamo giustamente preoccupati dall’eccesso e dalla pesantezza di tante strutture ecclesiali, le quali anziché essere un aiuto per l’evangelizzazione, spesso si mostrano ingombranti o troppo gravose da gestire, distraendo forze e risorse dagli obiettivi primari. E, allora, ci sentiamo chiamati alla loro riforma, al loro ridimensionamento, come anche alla revisione delle metodologie pastorali. Ma non dobbiamo dimenticare che la condizione prima per facilitare l’incontro delle persone e dei giovani con Gesù Cristo è, in definitiva, l’amore che noi abbiamo per Lui: un amore appassionato, travolgente, che trasfigura le nostre esistenze, rendendole un linguaggio eloquente che parla di Lui, che innamora e fa vibrare l’anima all’unisono con lo Spirito che grida: «Abbà, Padre». L’evangelizzazione è per un incontro con Gesù Cristo che cambia il corso della vita, come l’ha cambiato ai Magi che non ritornarono più da Erode per non essere in combutta con lui, nemico di Gesù. È Cristo che ci converte all’amore di Dio. Non siamo noi che salviamo i nostri fratelli.

A questo proposito, domandiamoci, cari fratelli e sorelle: la nostra vita è davvero cambiata al punto da non essere alleati con coloro che sbeffeggiano Gesù Cristo, il crocifisso, la Chiesa, il suo diritto alla libertà religiosa, il diritto alla vita, il Vangelo? Sui punti elencati serve oggi, anche all’interno delle nostre comunità ed associazioni, un serio e rigoroso esame di coscienza, per non trovarci gradualmente complici di una triste deriva di civiltà, ed essere persone che lavorano, consapevolmente o inconsapevolmente, ad oscurare la Luce del mondo.

Ogni comunità e ogni singolo fedele può rendere il servizio che la stella ha offerto ai Magi d’Oriente, conducendoli fino a Gesù, se viene dato il primato alla rivoluzione spirituale e morale che Cristo è venuto a portare in questo mondo. Occorre sì cambiare strutture e metodologie, ma ciò va sempre realizzato in subordine alla conversione morale e spirituale delle persone. Strutture e metodologie modificate non sono sufficienti a cambiare i cuori, gli stili di vita.

La Chiesa e i singoli cristiani possono essere luce, che guida a Cristo, solo se si nutrono assiduamente e intimamente della Parola, che si è fatta carne e cibo per noi. È la Parola che illumina, purifica, converte, non sono certo solo i nostri discorsi o i programmi pastorali rinnovati.

Che Maria, Madre di Dio e della Chiesa, ci aiuti a portare la Luce, che è Cristo, nel mondo!

Conferenza alla Fraternità Francescana Frate Jacopa
Roma - 4 gennaio 2016
04-01-2016

Premessa

Il Messaggio per la Celebrazione della Giornata Mondiale della Pace 2016 di papa Francesco è coinciso con un clima internazionale fortemente turbato dai gravi episodi di terrorismo che hanno provocato a Parigi numerose vittime tra i civili e reazioni di dura condanna da parte degli Stati occidentali, ma non solo. E, tuttavia, il Messaggio tiene presenti tanti altri avvenimenti che, in una maniera o nell’altra, hanno messo in pericolo la pace, sino a dare la sensazione di trovarci, come ha efficacemente affermato papa Francesco, di fronte ad «una terza guerra mondiale a pezzi». Quando è stato scelto il tema per il Messaggio – questo avviene di solito nei primi mesi dell’anno, verso giugno –  forse non si sarebbe immaginato quanto sarebbe successo il 13 novembre scorso. Probabilmente, a fatti compiuti, la scelta del tema non sarebbe caduta sull’indifferenza, ma sulle nuove forme della guerra e sulle azioni terroristiche contemporanee. Ma, come dice un noto proverbio, «acqua passata non macina più». Ad ogni buon conto, il tema scelto Vinci l’indifferenza e conquista la pace, anche ad eventi consumati, conserva tutta la sua pertinenza. Infatti, i tanti fenomeni di odio e violenza, sfocianti in guerre o in azioni terroristiche, iniziano a partire dall’indifferenza nei confronti del bene del prossimo e del creato, del bene comune mondiale relativo alla famiglia umana.

Il mondo ha bisogno di salvezza, della salvezza di un Dio

Oggi, non abbiamo, forse, bisogno di chi, ci salvi, dal momento che viviamo in un mondo di odio, violenza, guerre, terrorismo, ingiustizie, povertà, migrazioni forzate e gli sforzi delle persone di buona volontà appaiono fortemente impari rispetto alle necessità, a tirarci fuori dall’iniquità e dalle tenebre del male? Non dobbiamo anche noi, già logori e stanchi a causa di tante angustie ed oscurità, riconoscere, come gli antichi greci, che oramai solo un Dio ci può salvare? Non aveva ragione il grande filosofo Martin Heiddeger quando affermava che nulla, né la filosofia né alcuna altra intrapresa umana, può produrre un significativo cambiamento del mondo se non Dio?

A fronte di questi interrogativi il Messaggio di papa Francesco risponde  presentando, sin dall’inizio, una consolante certezza: «Dio non è indifferente. A Dio importa dell’umanità. Dio non l’abbandona» (n. 1). Detto altrimenti, il pontefice, a fronte dei mali che sembrano sopraffare l’umanità, reagisce annunciando la verità del mistero dell’incarnazione, che i cristiani contemplano a Natale. Il Signore, che si rende presente nella storia, e diventa «Dio con noi», non è più il Dio distante. Entrando nel mondo è il Vicino, che rimane con noi sino alla fine del mondo (cf Mt 28,20). Egli viene a salvarci, nel senso che non ci lascia soli a combattere contro il male, l’illegalità, la corruzione, e tutte quelle idolatrie che rendono l’uomo schiavo di se stesso. Dio si schiera dalla nostra parte. È per noi, come ci ricorda l’anno giubilare inziato lo scorso 8 dicembre, la Misericordia. Con Lui presente, in noi e negli altri, tutto è possibile. È possibile sconfiggere l’egoismo, il peccato, il fratricidio, l’odio alle religioni, gli attacchi alla vita, alla dignità umana, alla pace, alla casa comune che è il creato; la tratta degli esseri umani, le emigrazioni, lo sfruttamento del lavoro, l’emarginazione dei più deboli. È possibile perdonare.

Non tutto è perduto: l’impegno di custodire le ragioni della speranza

Per quanto grandi siano i mali che indeboliscono l’umanità e ne mettano a repentaglio l’esistenza, come anche la sua forza morale e spirituale – ecco la seconda risposta di papa Francesco – non bisogna rinunciare a coltivare la speranza di poterli superare. Occorre far leva sulla nativa capacità degli uomini di compiere il bene, di superare il male. Nonostante i molteplici conflitti, una «terza guerra mondiale a pezzi» in atto, le azioni terroristiche, i sequestri di persona, le persecuzioni per motivi etnici o religiosi, le prevaricazioni, la tratta degli esseri umani non ci si deve rassegnare.

Papa Francesco consola ed incoraggia l’umanità attirando l’attenzione sul fatto, suffragato dall’esperienza, che non si è persa la capacità di compiere il bene, di operare nella solidarietà, andando al di là degli interessi individualistici, dell’apatia e dell’indifferenza rispetto a situazioni critiche. Lo dimostrano l’incontro dei leader mondiali a Parigi per cercare nuove vie per affrontare i cambiamenti climatici, come anche il precedente Summit di Addis Abeba per raccogliere fondi per lo sviluppo sostenibile del mondo, ed ancora l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Sostenibile.

Dunque, non tutto è perduto. L’essere umano non è totalmente corrotto e malvagio. C’è in lui un germe insopprimibile di vero, di bene, che può sempre fiorire. In ogni persona, indipendentemente dalla razza e dal proprio credo, c’è una fondamentale capacità di ricercare il vero, il bene e Dio. Una simile capacità è alla base della dignità umana, che ci costituisce uguali e fraterni sul piano creaturale, soggetti di doveri e di diritti. Secondo i grandi teologi del Medio Evo la capacità di vero, di bene e di Dio attesta la nostra somiglianza a Dio. L’immagine di Dio impressa in noi è alla base del nostro essere relazionali, chiamati alla vita comunitaria, al dono, alla collaborazione solidale, al bene comune. Detto altrimenti, ogni essere umano è costitutivamente strutturato a «tu», per il vero e il bene, per  formare un «noi» di persone, nella comunione. Nell’uomo, con l’inclinazione al male, alla chiusura egoistica, con l’indifferenza nei confronti degli altri, che lo porta al conflitto, alla lotta contro l’altro, esiste un’originaria apertura all’auto-trascendimento, all’altro, all’amicizia, alla convivialità. Potenziando la capacità di vero e di bene che c’è nell’uomo, mediante una vita virtuosa, ossia mediante una vita che si orienta alla realizzazione del telos umano, si diventa più umani, ossia più in grado di sconfiggere le cause delle guerre e dell’indifferenza reciproca, più adatti alla costruzione della pace.

Rendere le persone più umane, specie attraverso l’educazione alle virtù, equivale a custodire le ragioni della speranza rispetto ad un mondo diviso ed indebolito dalle guerre. Ma non dimentichiamolo, anche richiamare la presenza di Dio nella storia, in ciascuno di noi, significa custodire le ragioni della speranza, renderle più forti, più reali.

L’indifferenza, il male oscuro che è padre dei conflitti e delle guerre

Nemica della pace non è solo la guerra, ma prima ancora lo è l’indifferenza, che oggi appare essere globalizzata, ossia estesa oltre l’ambito locale ed individuale. L’indifferenza è nemica della pace perché fa pensare solo a se stessi, crea barriere, sospetti, paure, chiusure.

Papa Francesco segnala diverse forme di indifferenza: l’indifferenza nei confronti del prossimo e della realtà circostante; l’indifferenza nei confronti della realtà più lontana, l’indifferenza nei confronti del creato, l’indifferenza nei confronti di Dio, ultima ma non meno importante rispetto alle altre. Come si spiegherà meglio più avanti, per il pontefice è dall’indifferenza nei confronti di Dio che, in ultima analisi, scaturiscono le altre.

Tra le cause che sono all’origine dell’indifferenza il Messaggio ne individua alcune. Vi può essere, rispetto ai mali che affliggono persone, società, istituzioni e casa comune, una sufficiente conoscenza ed informazione, ma non esserci un coinvolgimento emotivo ed operativo. Manca cioè un’apertura in senso solidale. Prevale un pensiero e un’azione ripiegati su se stessi, tutti concentrati sulla considerazione dei propri guai. Ne consegue una certa relativizzazione della gravità dei problemi concernenti gli altri e il mondo, quasi che questi alla fine non ci riguardino e non giungano ad influire negativamente sulla nostra vita e sul nostro futuro.  Un simile atteggiamento, talvolta, giunge anche  a colpevolizzare i poveri, a considerarli come unici responsabili della loro condizione di miseria, di sottosviluppo. Vi può essere, però, all’origine dell’indifferenza, anche l’atteggiamento di chi si rifiuta di informarsi sulla reale situazione in cui i propri  simili vivono, chiudendosi in una specie di torre d’avorio, costruendosi un mondo artefatto e virtuale, fatto a propria misura e comodità, come possono aiutare a creare i moderni mezzi della comunicazione. Si tratta di un’indifferenza che prolifica in assenza dell’esercizio del principio di realtà. L’artificiale, il virtuale prevalgono sul reale storico e concreto.

Ma, a detta di papa Francesco, come già accennato, la causa più profonda dell’indifferenza nei confronti del prossimo e del creato è l’indifferenza nei confronti di Dio (cf n. 3). Questa è uno dei gravi effetti di un umanesimo post-moderno, chiuso alla Trascendenza, intriso da un individualismo libertario, che fa sentire l’uomo autosufficiente, autore di se stesso, misura ultima del vero e del bene. In tal modo, l’essere umano pensa di possedere una libertà senza confini, di essere titolare di diritti che sono pretese illimitate. La libertà non è per la verità, per la cura dell’altro. Essa è semplicemente la possibilità di fare quanto si crede, purché non si ledano i diritti altrui: una libertà, a dire il vero, gravemente insufficiente rispetto alle esigenze del bene comune, che presuppone la cura del bene di tutti. Quando l’uomo pensa di essere un Prometeo, mira a sostituirsi a Dio, a farne completamente a meno. Gli interessa solo se stesso. Gli altri sono considerati antagonisti, avversari, mezzi o strumenti per la propria affermazione incondizionata.

Se si vuole, dunque, battere l’indifferenza nei confronti del prossimo e del creato, occorre vincere l’indifferenza nei confronti di Dio. Rispetto a ciò diviene indispensabile, pare sottintendere papa Francesco, l’evangelizzazione o la ri-evangelizzazione. Senza l’incontro con Dio, senza portare Dio nel cuore, non si è in grado di cogliere nel volto dell’altro un fratello in umanità. Si finisce per vederlo come un mezzo e non un fine, come un rivale o un nemico, non come un altro me stesso, una parte dell’infinito mistero dell’essere umano. Senza Dio nel cuore è molto difficile che possiamo essere costruttori di pace, vittoriosi sull’indifferenza. Senza Dio nel cuore è difficile possedere una corretta scala dei beni-valori. È, anzi, facile scivolare in quelle idolatrie che come quelle della tecnocrazia o dell’assolutizzazione del profitto a breve termine assegnano il primato alla tecnica o al denaro a scapito delle persone. Ma non solo. Senza Dio nel cuore è difficile considerare il creato come un bene universale destinato a tutti, anche alle prossime generazioni (cf Laudato sì’).

Scoprire il volto di Dio rende nuova la vita. Perché è un Padre innamorato dell’uomo, che non si stanca mai di ricominciare da capo con noi per rinnovarci. «Però il Signore non promette cambiamenti magici. Lui non usa la bacchetta magica. Ama cambiare la realtà dal di dentro, con pazienza ed amore; chiede di entrare nella nostra vita con delicatezza, come la pioggia nella terra, per poi portare frutto».

La pace è un dono dall’alto che richiede anche la nostra collaborazione.

Indifferenza che investe la sfera sociale e pubblica, a livello nazionale ed internazionale. Alcuni esempi

L’indifferenza verso Dio supera la sfera intima e spirituale della singola persona ed investe la sfera sociale, pubblica, istituzionale, ambientale. Una tale indifferenza sta alla base di situazioni di diseguaglianza, di ingiustizia e di gravi squilibri sociali, che, come già detto, possono generare conflitti, violenze ed insicurezza tra i popoli. L’indifferenza a livello comunitario e sovranazionale giunge a giustificare politiche economiche, finanziarie e monetarie chiaramente insufficienti rispetto allo sviluppo dei Paesi più deboli, ma anche a coltivare svogliatezza nei confronti delle necessarie riforme  dei mercati, delle istituzioni internazionali, rispetto a problemi globali che reclamano politiche ed istituzioni globali. È il caso dell’incuria rispetto al bisogno di  riforma dell’attuale sistema finanziario e monetario, come ha sottolineato per tempo papa Francesco nella Laudato sì’. Ecco le sue stesse parole, che alcuni hanno già letto e che in questi giorni sono tornate ad essere di particolare attualità perché non pochi risparmiatori hanno perso tutti i loro guadagni avendoli investi in obbligazioni subordinate emesse da banche ora fallite: «Il salvataggio ad ogni costo delle banche – scrive il pontefice –, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura. La crisi finanziaria del 2007-2008 era l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale. Ma non c’è stata una reazione che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che continuano a governare il mondo». 

Ma indifferenza sul piano di politiche nazionali ed internazionali va registrata anche con riferimento al superamento della piaga della fame e della povertà. Infatti,  si deve constatare che il diritto al cibo, peraltro sancito a livello internazionale da vari documenti, non è affatto, per alcuni Governi, una priorità. Così, si debbono registrare diverse inadempienze da parte di istituzioni intergovernative che non correggono le politiche commerciali contrarie allo sviluppo agricolo e alla sicurezza alimentare dei più poveri, dei più vulnerabili. Parimenti, Governi e politici non provvedono alla protezione delle risorse naturali da cui dipende la sopravvivenza di molti, ma anche coltivano decisioni contrapposte: da una parte incentivano la crescita economica e forti esportazioni agricole, dall’altra una porzione elevata della popolazione soffre i morsi della fame. Come evidenzia un recente studio del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ciò che risulta palese è che il maggior numero di cause della mancata effettività del diritto al cibo e alla sicurezza alimentare sono da ricercare anzitutto a livello politico-istituzionale. Ciò viene confermato dal fatto che numerose riforme agrarie hanno spesso deluso le aspettative, specie perché non hanno supportato l’accesso dei piccoli produttori ai mercati, senza fornire i servizi sociali indispensabili e l’assistenza tecnica, senza agevolare l’accesso al credito. 

La carenza di adeguate politiche economiche, fiscali, creditizie, con la conseguente insufficienza di infrastrutture di stoccaggio, di trasporto, di comunicazione sono anche all’origine dell’indebolimento agricolo di numerosi Paesi. Si sono, invece, rafforzati quei Paesi ricchi nei quali la produzione agroalimentare è stata sovvenzionata o supportata dallo Stato.

La conversione alla misericordia e alla fraternità

Ogni giorno riscontriamo segni negativi che contrastano con la tensione verso la pienezza umana, per la quale ci ha fatti Dio.  A volte ci domandiamo: come è possibile che perduri la sopraffazione dell’uomo sull’uomo?, che l’arroganza del più forte continui ad umiliare il più debole, relegandolo nei margini più squallidi del nostro mondo? Fino a quando la malvagità seminerà sulla terra vittime innocenti? Come sperare un mondo migliore quando continuiamo a vedere sotto i nostri occhi moltitudini di uomini, donne e bambini che fuggono dalla guerra, dalla fame, dalla persecuzione, disposti a rischiare la vita pur di vedere rispettati i loro diritti fondamentali? Un fiume di miseria, alimentato dall’egoismo e dal peccato, incontenibile, sembra contraddire prepotentemente il nostro desiderio di fraternità e di pace. Secondo papa Francesco, la globalizzazione dell’indifferenza, come anche la drammatica esperienza delle molteplici forme di ingiustizia e di violenza che feriscono quotidianamente l’umanità, possono essere vinte solo dall’oceano di misericordia che, tramite Cristo, inonda il mondo. Cristo che si incarna è la misericordia di Dio resa a noi accessibile. Siamo chiamati tutti ad immergerci in questo oceano, a lasciarci rigenerare dal perdono e dall’amore di Dio.

Solo l’incontro con l’amore misericordioso del Padre può aiutarci a salvarci, a cambiare il corso della storia. Solo convertendoci a Dio Padre possiamo convertirci alla fraternità e sconfiggere l’indifferenza. Grazie all’esperienza della misericordia riusciamo a  trasfigurare tutto l’uomo, tutte le sue attività, tutti i luoghi esistenziali: la famiglia, la scuola, il lavoro, l’economia, la finanza, la politica, i mezzi di comunicazione sociale, la casa comune che è il creato, la cultura, la famiglia umana.

Per capire quanto possiamo diventare capaci di rivoluzionare noi stessi, la società e le istituzioni dobbiamo intendere bene la realtà della misericordia di Dio. Non si tratta di un sorriso, di un atteggiamento di benevolenza. La misericordia di Dio non va scambiata per un gesto buonista che non cambia il mondo e i cuori. La misericordia che Dio ci dona è se stesso, il suo Amore, la sua Vita, la sua capacità di dono e di perdono. Essa implica, non esclude la giustizia umana. La comprende, la rende più cogente e nello stesso tempo la supera.

Proprio su questo piano, i credenti devono essere coscienti della specificità del loro impegno di pace. Essi vi contribuiscono attuando quella giustizia più grande che Dio misericordioso fa sperimentare a coloro che gli vanno incontro. Egli ama con un amore molto più grande di quello semplicemente umano. Il suo amore e il suo dono sono commisurati al nostro essere figli e figlie suoi. Se facciamo esperienza del suo immenso amore misericordioso diventiamo capaci di portare nel mondo una giustizia più grande, corrispondente all’altissima dignità dei figli e dei fratelli in Gesù Cristo. Poggiando su queste basi possiamo essere protagonisti di una  cultura di misericordia e di solidarietà, capace di vincere l’indifferenza, divenendo capaci di proporre, quando ne sia il caso, l’inserimento nelle legislazioni nazionali di pene alternative alla detenzione carceraria (cf n. 8).

Il Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2016 sollecita ad essere protagonisti della pace vivendo la misericordia di Dio senza rinserrarla, come spesso fanno i mezzi di comunicazione sociale, entro schemi troppo angusti, ossia meramente assistenzialistici, di pura azione caritativa. La Misericordia divina, ossia la vita d’Amore e di perdono del Padre, è un torrente di vita nuova che trasborda l’attività assistenziale, inonda la famiglia umana, tutti i luoghi esistenziali, compresa la politica, come mi sono sforzato di spiegare nella mia prima Lettera pastorale.

Se desideriamo la pace, ci si deve impegnare come famiglie, educatori e formatori nella scuola e nei diversi centri di aggregazione infantile e giovanile, come operatori culturali e dei mezzi di comunicazione sociale; come Paesi e come Istituzioni internazionali, come ONG, società civili, comunità religiose. Occorre operare su tutti i fronti: culturali, sociali, politici, economici, istituzionali, spirituali. Il che, tra l’altro, implica che Stati, cittadini, associazioni si impegnino a sostenere e a varare politiche in favore di coloro che soffrono la mancanza di lavoro, terra, tetto, sicurezza sociale, istruzione, democrazia inclusiva e partecipativa. La misericordia di Dio sollecita ad una trasfigurazione a 360 gradi. In forza della misericordia i cattolici sono chiamati ad un impegno anche politico, non solo caritativo.

Occorre rendersi conto, poi, che se siamo indifferenti nei confronti della vita, specie dei nascituri e dei più deboli, difficilmente saremo capaci di volere la pace, che implica rispetto e promozione dei diritti di tutti. Non ci deve, poi, sfuggire l’appello di papa Francesco alle autorità statali per l’abolizione della pena di morte, là ove essa è ancora in vigore. Esso non è solo un invito per gli Stati, ma anche per la Chiesa e la sua teologia morale affinché si arrivi ad aggiornare il Catechismo della Chiesa Cattolica, che la prevede ancora, sia pure in casi estremi.

Papa Francesco, oltre ai problemi della cura della casa comune, dei detenuti, dei migranti, dei malati, ribadisce l’urgenza della cancellazione del debito internazionale degli Stati più poveri, come in parte si è realizzato al tempo del Giubileo del 2000.

Le esigenze della pace sono molte. Ciò richiede comunità cristiane capaci di collaborare tra loro e con gli uomini di buona volontà, nella concretizzazione di un umanesimo più conforme alla dignità dei figli di Dio.

Gesù Cristo causa esemplare di una misericordia samaritana

Nel contesto del Giubileo straordinario della Misericordia, papa Francesco ci sollecita, in particolare, ad andare incontro alla Misericordia di Dio, ad accogliere il suo Amore e il suo perdono. Solo così si può passare dall’indifferenza a considerarci fratelli e sorelle di un’unica famiglia, ove tutti possiedono un cuore che batte forte per il bene dell’altro. Ricevere la Misericordia di Dio, fare esperienza del suo Amore samaritano, nonché del suo perdono che ci guarisce interiormente, significa pensare alla propria libertà come a un non limitarsi a non ledere il diritto altrui, bensì come ad un impegnarsi per il bene degli altri, oltre che per il proprio.

Solo grazie ad una simile concezione della libertà si è in grado di prendersi cura dell’altro, di collaborare nella solidarietà, di dedicarsi al bene comune, che è bene di tutti e, quindi, di conseguire la pace.

Se possediamo una concezione individualista della nostra libertà, senza riconoscere i legami sociali che ci tengono uniti, diventiamo protagonisti di un’esistenza, singola e sociale, che si dedica solo a coltivare l’interesse di pochi e non di tutti. La vita di fede ci aiuta a vederci come fratelli e sorelle, come persone che, essendo ad immagine di Dio Amore, sono fatti per il dono disinteressato. L’uomo e la donna si realizzano attraverso un’esistenza che è pro-essere e si dedica agli altri, non si rinchiude in sé, bensì si autotrascende, in un’estasi verso Dio e il prossimo. La fraternità poggia sull’esperienza dell’appartenenza di una umanità in cui nessuno è estraneo all’altro. Cresciamo come famiglia umana, giusta e pacifica, quando ognuno si prende cura dell’altro, rendendolo più capace di vero, di bene e di Dio, riconoscendo e dando a ciascuno il «suo».

I credenti, per imparare a vivere la misericordia e a vincere l’indifferenza debbono vivere in comunione con lo Spirito del Padre e del suo Figlio incarnato, quello Spirito d’Amore che grida: «Abbà! Padre!» (cf Gal 4,4-7). Come narra l’Antico Testamento, quando i figli di Israele si trovano schiavi in Egitto, Dio interviene. Osserva, ode il grido del suo popolo, scende e libera. È attento ed opera. 

In maniera analoga si comporta il Figlio Gesù. Egli è Dio che scende tra gli uomini, si incarna, si mostra solidale con l’umanità, in ogni cosa, eccetto il peccato. Non si accontenta di insegnare alle folle, ma si preoccupa di loro, specialmente quando le vede affamate (cf Mc 6, 34-44) o disoccupate (cf Mt 20,3). «Il suo sguardo – si legge nel Messaggio per la pace 2016 – non era rivolto soltanto agli uomini, ma anche ai pesci del mare, agli uccelli del cielo, alle piante e agli alberi, piccoli e grandi; abbracciava l’inter

OMELIA nella SOLENNITÀ di MARIA MADRE DI DIO
Faenza - Basilica Cattedrale, 1 gennaio 2016
01-01-2016

Nel primo giorno del nuovo anno abbiamo la gioia e la grazia di celebrare la Santissima Madre di Dio e, al tempo stesso, la Giornata Mondiale della Pace. In entrambe le ricorrenze celebriamo Cristo, Figlio di Dio, nato da Maria Vergine e nostra vera pace.

È stato il beato Paolo VI, il papa che portò felicemente a conclusione il Concilio Vaticano II, iniziato da san Giovanni XXIII, a volere l’abbinamento della celebrazione della divina Maternità di Maria con la Giornata mondiale della Pace.

Maria, donando al mondo il Figlio di Dio, offre all’umanità intera Colui che la riunisce in un’unica famiglia. Ma non solo. Grazie all’incarnazione di Gesù Cristo in ogni persona, tutti sono resi fratelli, figli di uno stesso Padre. Dal momento che Dio si unisce all’umanità, ogni persona è più che se stessa. È divinizzata. Ogni uomo è figlio nel Figlio. È reso più capace di vero, di bene e di amore nei confronti del proprio simile. E, quindi, è reso più capace di vincere i pregiudizi, l’odio e la violenza che sono all’origine delle guerre, dei terrorismi e delle ingiustizie che stanno colpendo la famiglia umana, precipitandola in una «terza guerra mondiale a pezzi».

Papa Francesco, in un mondo sempre più bisognoso di tenerezza e di redenzione, nel suo Messaggio per la giornata mondiale della Pace 1° gennaio 2016, intende attirare la nostra attenzione su un’altra causa dei conflitti: la globalizzazione dell’indifferenza.1 A motivo di questa, i popoli rallentano il loro procedere verso la costruzione della pace. Le persone appaiono incapaci di compassione, prive della volontà di essere giuste, di dedizione al bene comune, di prendersi cura del creato.

L’indifferenza assume molti volti: indifferenza nei confronti dei senza lavoro, tetto e istruzione; nei confronti della pena di morte, dei perseguitati per la loro fede religiosa, degli ammazzati per motivi di odio razziale, dei migranti troppo numerosi per poter essere aiutati secondo la loro dignità; nei confronti dei nascituri uccisi, del creato selvaggiamente depredato e ormai sull’orlo del collasso. Secondo papa Francesco, l’indifferenza nei confronti del prossimo e del creato è originata da un’altra indifferenza, quella nei confronti di Dio. Quando l’uomo pensa di essere l’autore di se stesso si sente autosufficiente. Mira a sostituirsi a Dio, a farne completamente a meno. Ritiene di essere misura di ogni verità, di non avere limiti ai suoi diritti. E così pensa di godere di una libertà senza confini. Gli interessa solo se stesso. Gli altri sono considerati antagonisti, avversari, mezzi o strumenti per la propria affermazione incondizionata.

L’indifferenza, dai rapporti interpersonali si estende alla sfera sociale e pubblica, investe le istituzioni internazionali, le relazioni tra gli Stati. Si traduce in progetti economici e politici che anziché esprimere collaborazione e giustizia nei rapporti, nascondono intenzioni di dominio sull’altro, di sfruttamento.

Orbene, suggerisce papa Francesco, se si vuole conquistare la pace, occorre vincere l’indifferenza. Questa può essere battuta solo convertendosi alla fraternità e, quindi, in ultima a analisi, a Dio, a Gesù Cristo, che è la misericordia fatta carne ed anche causa della nostra fraternità.

Solo accogliendo l’amore di Dio e riconoscendoci membri dell’unica grande famiglia dei suoi figli noi siamo in grado di sconfiggere l’estraneità, l’inimicizia tra noi e tra i popoli della terra. Possiamo coltivare meglio l’unità, la dignità altrui, i diritti dei nostri fratelli e delle nostre sorelle. Gesù ci insegna ad essere misericordiosi come il Padre, ovvero ad usare nei confronti dei nostri fratelli e sorelle la giustizia più grande, ossia quella giustizia che dà a ciascuno il «suo», non solo in conformità alla dignità umana ma anche a quella divina. Agli uomini, figli di Dio, spetta una giustizia più che umana.

La pace vera di cui ha bisogno il mondo è, dunque, frutto della misericordia di Dio, che presuppone e comprende la giustizia. Non la esclude. Tutt’altro. La rende più cogente. Senza giustizia nei confronti degli altri – persone, popoli, creato – non c’è misericordia, non c’è amore e cura per il loro bene. L’indifferenza, che può tramutarsi facilmente in odio e violenza, può essere vinta solo con una cultura della misericordia, della fraternità, della solidarietà e della trascendenza.

La pace è un dono dall’alto ma richiede anche la nostra collaborazione. Per noi che tendiamo a rinchiuderci in noi stessi, a non aprirci al bisogno dell’altro, Dio misericordioso rimane, specie all’inizio di un nuovo anno dedicato alla sua Misericordia, un punto di riferimento imprescindibile, come causa esemplare. Occorre guardare a Lui, vivere di Lui, venendone trasfigurati! Occorre guardare a Maria, Madre di Dio. Ella concepisce il Figlio di Dio prima nella sua mente e, poi, nel suo grembo, per donarlo al mondo. Maria, non a caso, è invocata come Madre del Principe della pace e Regina della pace. Noi saremo grandi protagonisti della pace se diventeremo testimoni credibili di un Dio Misericordioso, che non vuole la distruzione dei propri figli, bensì la loro conversione.

I vari educatori e operatori pastorali e culturali delle nostre comunità sono chiamati a ricordare che Dio non è indifferente e tantomeno un Dio violento. A Lui importa dell’umanità. Si interessa della sorte dell’uomo. Noi, figli e figlie di un Dio Misericordioso, non possiamo essere da meno. I credenti, per imparare a vivere la misericordia e a vincere l’indifferenza debbono vivere in comunione con lo Spirito del Padre e del suo Figlio incarnato, quello Spirito d’Amore che grida: «Abbà! Padre!» (cf Gal 4,4-7). Come narra l’Antico Testamento, quando i figli di Israele si trovano schiavi in Egitto, Dio interviene. Osserva, ode il grido del suo popolo, scende e libera. È attento ed opera. In maniera analoga si comporta il Figlio Gesù. Egli è Dio che scende tra gli uomini, si incarna, si mostra solidale con l’umanità, in ogni cosa, eccetto il peccato. Non si accontenta di insegnare alle folle, ma si preoccupa di loro, specialmente quando le vede affamate (cf Mc 6, 34-44) o disoccupate (cf Mt 20,3). «Il suo sguardo – si legge nel Messaggio per la pace 2016 – non era rivolto soltanto agli uomini, ma anche ai pesci del mare, agli uccelli del cielo, alle piante e agli alberi, piccoli e grandi; abbracciava l’intero creato. Egli vede, certamente, ma non si limita a questo, perché tocca le persone, parla con loro, agisce in loro favore e fa del bene a chi è nel bisogno. Non solo, ma si lascia commuovere e piange (cfr Gv 11,33-44). E agisce per porre fine alla sofferenza, alla tristezza, alla miseria e alla morte».2

Maria, Madre di Dio, ci insegni ad accogliere Gesù. Solo se abbiamo Dio nel cuore, siamo in grado di cogliere nel volto dell’altro un fratello in umanità, non un mezzo ma un fine, non un rivale o un nemico, ma un altro me stesso, una parte dell’infinito mistero dell’essere umano. Senza Dio nel cuore è molto difficile che possiamo essere costruttori di pace, vittoriosi sull’indifferenza.

1 FRANCESCO, Messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace 2016, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2015.

2 FRANCESCO, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1° gennaio 2016, n. 5.

OMELIA per la S.MESSA a conclusione dell’anno e TE DEUM in RINGRAZIAMENTO dell’ANNO
31-12-2015

Raccolti nella nostra bella cattedrale concludiamo l’anno 2015 celebrando la Messa vespertina della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio. Alla contemplazione del mistero della divina maternità si unisce, pertanto, il cantico della nostra gratitudine per il 2015 che tramonta e il 2016 che già intravvediamo. Il primo sentimento che si affaccia è quello della riconoscenza. Ringraziamo il Signore per i molti benefici che ci ha elargito, colmando tutte le nostre componenti ecclesiali, comunità e Centri pastorali di tanta tenerezza. Penso al vescovo emerito, S. Ecc. Mons. Claudio Stagni, al sottoscritto, ai presbiteri, ai diaconi, alle persone consacrate, ai tanti fedeli laici qui convenuti, ma anche alle molteplici associazioni, aggregazioni e movimenti.

Alla fine di quest’anno, il ringraziamento va anche a tutti coloro che hanno collaborato, in vario modo, all’annuncio della fede e alla testimonianza della carità, specie ai più poveri. Quanto bene è stato compiuto nella nostra Diocesi, grazie all’aiuto del Signore e della Beata Vergine delle Grazie, dei nostri santi copatroni e dei beati! Un ringraziamento speciale va alla Madre di Dio, che è anche madre nostra. Donandoci il Figlio del Padre consente a noi di partecipare al suo essere filiale, di diventare figli nel Figlio. E ciò ci consente di vivere con la sua capacità di amare, di divenire protagonisti nel mondo della giustizia più grande.

Il nostro grazie riconoscente va anche al Sommo pontefice, papa Francesco, per lo slancio missionario che sta imprimendo alla Chiesa intera, sollecitandola a vivere intensamente il Giubileo straordinario della Misericordia. Il prossimo 2016 dovrebbe vederci, assieme in particolare alle altre Diocesi italiane, impegnati nel rileggere, approfondire, tradurre nei vari ambiti pastorali, la sua lettera apostolica Evangelii gaudium. Con il suo discorso tenuto a Firenze, il 10 novembre nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore, davanti a tutti i vescovi e i rappresentanti del V Convegno Nazionale della Chiesa italiana, ha nuovamente sollecitato le comunità parrocchiali, i Centri pastorali, associazioni, movimenti ed aggregazioni ad uscire, annunciare, dimorare, educare, trasfigurare le relatà nelle quali viviamo ed operiamo quotidianamente.

Come insegna l’Anno straordinario del Giubileo, e come cerca anche di spiegare la Lettera pastorale Misericordiosi come il Padre,1 la trasfigurazione della nostra esistenza e del mondo avviene annunciando e testimoniando che Gesù Cristo è la Misericordia di Dio. La nostra umanità per divenire più se stessa necessità di sperimentare l’Amore misericordioso del Padre. Detto altrimenti, per essere più umana ha bisogno di Dio, di essere divinizzata, ossia di essere resa più capace di vero, di bene e di Dio, grazie ad una più intensa comunione con Colui che è l’Uomo Nuovo, il Nuovo Adamo.

Questa è, allora, la nostra preghiera questa sera: soccorri, Signore, con la tua misericordia la nostra Diocesi. Aiutala ad andare incontro a coloro che hanno bisogno di Te, non solo a coloro che necessitano di cose materiali, di un lavoro, di ospitalità, ma specialmente a coloro che non ti conoscono o che hanno abbandonato le nostre comunità per la nostra controtestinianza e la nostra incapacità di rispondere alle loro domande più profonde. Aiuta la nostra Diocesi a guardare avanti, ad avere una visione di futuro, a non adagiarsi, ad offrire speranza soprattutto alle nuove generazioni di credenti. Sia capace di rinnovarsi nelle sue prassi pastorali e nelle sue istituzioni.

Abbiamo tanti altri motivi di ringraziamento. Basta che pensiamo al folto gruppo di fedeli laici e di giovani che animano la vita comunitaria e si dedicano alla catechesi. E, tuttavia, nelle nostre comunità non possiamo dire che l’«emergenza educativa» sia alle spalle. In alcune parrocchie, purtroppo, mancano catechisti. Ma anche non ci sono sufficienti guide per l’accompagnamento delle nuove generazioni nell’inserimento nel mondo del lavoro e nella società, come anche nella vita parrocchiale ed associativa.

Chiediamo al Signore di benedire le iniziative missionarie della nostra Diocesi, nonché i giovani che, grazie a Dio, intendono consacrarsi al sacerdozio. Sono una dozzina. Per noi rappresentano un fondato motivo di fiducia nel futuro.

Ringraziamo, inoltre, tutti coloro che ci hanno aiutati a realizzare quei «segni» giubilari della misericordia, che sono stati individuati come emblematici per la nostra Diocesi, ossia: la Scuola di formazione all’impegno sociale e politico; l’inaugurazione del nuovo Centro di ascolto e della nuova Casa per il clero.

Cantando il Te Deum pregheremo: «Salvum fac populum tuum, Domine, et benedic Hereditati tuae- Salva il tuo popolo, Signore, guarda e proteggi i tuoi figli che sono la tua eredità».

Con tenacia e paziente fiducia lavoriamo per la difesa della vita, per la famiglia, chiesa domestica e semenzaio della società.

È senz’altro confortante constatare che il lavoro intrapreso dalle parrocchie, dai movimenti e dalle associazioni, dal Centro Diocesano per la pastorale famigliare, nelle sue molteplici articolazioni, continua a svilupparsi e a portare risultati importanti.

Cari fratelli e sorelle della Chiesa che è in Faenza-Modigliana, chiediamo al Signore che faccia di ciascuno di noi un autentico fermento di speranza nei vari ambienti di vita, perché ci possa essere un futuro migliore. È questo l’augurio per tutti. Maria, Madre della Misericordia, interceda per noi.

1 Cf M. TOSO, Misericordiosi come il Padre, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2015.

OMELIA per la MESSA DELLA NOTTE di NATALE 2015
Faenza - Basilica Cattedrale, 25 dicembre 2015
25-12-2015

Cari fratelli e sorelle,

in questa notte beata, attraverso la Parola di Dio, ci è comunicata una notizia unica, sensazionale, destinata a rivoluzionare il mondo, a portare pace e speranza a tutti.

Ecco la notizia più consolante di tutti i tempi, per tutte le generazioni: «Oggi – scrive san Luca – nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2, 11).

Il «cuore» dell’annuncio sta in questo: «per noi è nato il Salvatore». Una simile notizia non può lasciarci indifferenti. Infatti, se viene a noi il Salvatore tutto cambia, tutto può essere diverso. Non abbiamo, forse, bisogno di chi, oggi, ci salvi, dal momento che viviamo in un mondo di odio, violenza, guerre, terrorismo, ingiustizie, povertà, e gli sforzi delle persone di buona volontà appaiono fortemente impari rispetto alle necessità, a tirarci fuori dall’iniquità e dalle tenebre del male? Non dobbiamo anche noi, già logori e stanchi a causa di tante angustie ed oscurità, riconoscere, come gli antichi greci, che oramai solo un Dio ci può salvare? Non aveva ragione il grande filosofo Martin Heiddeger quando affermava che nulla, né la filosofia né alcuna altra intrapresa umana, può produrre un significativo cambiamento del mondo se non Dio?1

Il Signore, che si rende presente nella storia, e diventa «Dio con noi», non è più il Dio distante. Entrando nel mondo è il Vicino, che rimane con noi sino alla fine del mondo (cf Mt 28,20). Egli viene a salvarci, nel senso che non ci lascia soli a combattere contro il male, l’illegalità, la corruzione, e tutte quelle idolatrie che rendono l’uomo schiavo di se stesso. Dio si schiera dalla nostra parte. È per noi, come ci ricorda l’anno giubilare inziato lo scorso 8 dicembre, la Misericordia di Dio. Con Lui presente, in noi e negli altri, tutto è possibile. È possibile sconfiggere l’egoismo, il peccato, il fratricidio, l’odio alle religioni, gli attacchi alla vita, alla dignità umana, alla pace, alla casa comune che è il creato; la tratta degli esseri umani, le emigrazioni forzate, lo sfruttamento del lavoro, l’emarginazione dei più deboli. È possibile perdonare.

Siamo come quei pastori che vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge, e all’annuncio dell’angelo «si affrettarono» – dice letteralmente il testo greco – per andare sino a Betlemme a vedere il grande evento. Anche noi, ai quali non rimane che presidiare il bene rimasto – nel cuore, nella famiglia, nella città, nella politica, nella finanza, nella cultura – muoviamoci per vedere meglio, e capire sempre più profondamente, il mistero dell’incarnazione che congiunge cielo e terra. Afferriamo il suo significato per la nostra vita e la storia umana. Svegliamoci. Usciamo dalle nostre visioni corte ed anguste. Entriamo, ancora una volta, nella realtà del Natale. Comprendiamone la verità intera. Cogliamo le conseguenze di quel mirabile scambio che, come spiega sant’Agostino, avviene tra Dio e l’umanità, dal momento che il Verbo si è fatto carne: et Verbum caro factum est! Cerchiamo di capire perché il Bambino posto nella mangiatoia e non in una culla regale, dissolve le tenebre ed è luce per noi (cf Is 9, 1-6).

Nella Notte Santa, Dio viene a noi come uomo, affinché noi diventiamo veramente umani. Accogliendo l’Uomo Nuovo che è Cristo, ci umanizziamo, ricevendo la sua capacità divina di vincere il male, di perdonare, di amare. Diventiamo più umani perché il Figlio di Dio ci divinizza. Il Creatore del genere umano ci conferisce, assumendo un corpo, la sua divinità.

Nel Natale Dio, il «Cielo», si fa uomo, diventa «terra», perché l’uomo, la «terra», diventi Dio, «Cielo». Grazie all’admirabile commercium che avviene tra Dio e l’umanità non possiamo più ragionare alla maniera di Thomas Hobbes, teorizzatore di un umanesimo pessimista: homo homini lupus. L’uomo è per l’altro uomo un lupo, una bestia feroce. Dovremmo, piuttosto, pensare e dire con le parole di un altro filosofo, Baruch Spinoza: homo homini Deus. L’uomo è per l’altro uomo un «Dio». Ne derivano conseguenze importanti per le relazioni interpersonali, diverse da quelle comandate da una visione belluina dell’uomo: ossia relazioni di misericordia, di fraternità, relazioni familiari, solidali. L’uomo non dev’essere considerato un nemico, tantomeno uno «scarto», ossia un essere inutile ed inservibile, ma neppure uno strumento e una cosa da usare. La persona umana, ha spiegato bene Immanuel Kant, dev’essere sempre per l’altro un fine, mai un mezzo.

L’altro da me, l’altro «io», giacché in lui, come in me, abita Cristo, dev’essere considerato un simile, un mio pari nella dignità: non solo sul piano meramente umano, ma anche su quello divino.

Come ha scritto santa Edith Stein, ebrea convertita al cristianesimo, allieva e poi assistente del filosofo Edmund Husserl, morta nel lager di Auschwitz, «Dio è diventato un figlio degli uomini, affinché gli uomini potessero diventare figli di Dio».2 Mediante l’incarnazione e il dono del suo Spirito, il suo amore vive in noi. Agiamo come Lui, amiamo in maniera non semplicemente umana. «L’amore naturale tende ad avere per sé la persona amata e a possederla nella maniera più indivisa possibile. Cristo è venuto per riportare al Padre l’umanità perduta; e chi ama con il suo amore vuole gli uomini per Dio e non per sé. Questa è naturalmente nello stesso tempo la via più sicura per possederli eternamente; quando infatti abbiamo posto in salvo una persona in Dio, siamo con lei in Dio una cosa sola, mentre il desiderio di conquistarla conduce spesso – anzi prima o poi sempre – alla sua perdita. Ciò vale per l’altrui anima come per la propria e per ogni bene esteriore: chi si dedica alle cose esteriori per conquistarle e conservarle, le perde. Chi ne fa dono a Dio, le guadagna».3

Cristo, a noi che spesso abbiamo un cuore di pietra, indifferente all’altro, desidera donare un cuore di carne. Come già detto, Dio nella Notte Santa viene a noi perché diventiamo più umani. Ascoltiamo Origene: «In effetti, a che gioverebbe a te che Cristo una volta sia venuto nella carne, se Egli non giunge fin nella tua anima? Preghiamo che venga quotidianamente a noi e che possiamo dire: vivo, però non vivo più io, ma Cristo vive in me (Gal 2,20)» (in Lc 22,3).

Sì, per questo desideriamo pregare in questa Notte Santa con le stesse parole di Benedetto XVI: «Signore Gesù Cristo, tu che sei nato a Betlemme, vieni a noi! Entra in me, nella mia anima. Trasformami. Rinnovami. Fa che io e tutti noi da pietra e legno diventiamo persone viventi, nelle quali il tuo amore si rende presente e il mondo viene trasformato. Amen».4

1 Cf M. HEIDEGGER, Ormai solo un Dio ci può salvare, Guanda, Parma 1987, p. 136.

2 EDITH STEIN, Il mistero del Natale, Queriniana, Brescia 201511, pp. 29-30.

3 Ib., p. 33.

4 BENEDETTO XVI, Omelia del 24 dicembre 2009.

Saluto e riflessioni al Percorso di formazione dei volontari presso la Caritas-Centro di Ascolto
Faenza-Centro di Ascolto, 22 dicembre 2015
22-12-2015

Innanzitutto, oltre al buon giorno, il mio sentito ringraziamento e la mia gratitudine ai molti volontari che operano con la Caritas e con l’Associazione Farsi prossimo  nella Diocesi.
Qui il volontariato si caratterizza, in modo particolare, per essere cristiano, perché coloro che vi si impegnano intendono dare al messaggio del Vangelo un volto. Proprio in connessione a questa specificità si sviluppa il percorso di formazione messo in cantiere.
Il «volto» è la parte per il tutto che è la persona. Nel volontariato si mette a disposizione, con il proprio volto, tutto il proprio essere. Ci si presenta agli altri primariamente con il proprio viso e il proprio sguardo d’amore. Il nostro volto è il biglietto da visita che dice chi siamo e cosa desideriamo fare. Gli occhi, afferma la saggezza popolare, sono la finestra dell’anima. Il volto dei volontari, dunque, rivela il loro «essere per». Ma non solo. Essi vanno incontro al povero – secondo le varie accezioni – per mostrargli solidarietà e così manifestargli l’amore di Dio, il volto misericordioso del Padre. L’amore del volontario riconosce nell’altro il «prossimo», il fratello e la sorella bisognosi d’aiuto. Desidera far percepire la paternità provvida di un Dio che non rimane indifferente nei confronti dei propri figli.
I credenti si mettono a disposizione gratuitamente perché chiamati e conquistati dall’amore gratuito di Dio.
Fermiamo l’attenzione sull’incontro tra il nostro volto e quello dei fratelli in situazione di necessità. Si diceva che il nostro volto vuol’essere espressione eloquente dell’amore stesso del Padre misericordioso. Intende diventare segno efficace,  quasi un segno sacramentale, di un amore più grande di quello meramente umano. Il volontario va verso chi è bisognoso d’aiuto, ed è suo «prossimo», con la consapevolezza che non porta e non dona solo se stesso. Il proprio volto, la propria persona, rimandano ad un oltre da sè, al volto del Padre che è Amore. Il suo atto d’amore – non semplicemente un gesto interessato, ricercato per una mera gratificazione personale – è per l’altro occasione di una visione di Dio stesso. Ireneo di Lione, nel II secolo, ha scritto: «La gloria di Dio è l’uomo vivente e la vita dell’uomo è la visione di Dio».[1]
Ma il nostro sguardo pieno di tenerezza non solo rivela, ma contagia l’altro con l’amore di Dio. Può diventare «luogo» o «mezzo» di un annuncio che fa incontrare Dio stesso, toccandolo con mano. In questa maniera, peraltro, il volontario conferisce al prossimo considerazione, offre onore, ricorda la dignità dell’uomo e suscita gioia di vita e speranza. Consentire a chi viene aiutato di giungere a percepire lo sguardo d’amore di Dio stesso significa fargli sperimentare vita, calore, consapevolezza di essere capace di vero, di bene, di Dio. Significa dare la percezione di venire riammesso nella «propria» famiglia, di tornare a casa propria, ove tutti sono considerati e si sentono fratelli, figli di uno stesso Padre, rompendo le barriere dell’indifferenza e dell’estraneità.
L’esperienza di un servizio gratuito può così aiutare le persone ad uscire dall’isolamento e ad integrarsi nella comunità, riprendendo fiducia in se stesse, in Dio. Può diventare, per lo stesso volontario, esperienza di Dio, perché nelle persone concrete che si incontrano è presente Gesù Cristo, Verbo incarnato, fattosi uomo.
Il servizio del volontario è, poi, sicuramente un contributo all’edificazione della «civiltà dell’amore». Crea popolo, crea Patria, una società civile.
L’amore del prossimo non si può delegare in radice alle strutture pubbliche. Lo Stato e la politica, con le pur necessarie premure per la sicurezza sociale di tutti – purtroppo oggi questo ideale sembra smarrirsi e a causa soprattutto di un capitalismo finanziario che assolutizza il profitto siamo ridotti ad una democrazia di un terzo – non lo possono sostituire in tutte le sue specificità. L’amore del prossimo richiede sempre l’impegno personale e volontario, per il quale certamente lo Stato può e deve creare condizioni generali, favorevoli per tutti.[2] Ma mentre lo Stato con le sue istituzioni  di welfare realizza la solidarietà in maniera obbligatoria, universale, mediante personale remunerato, il volontariato la attua liberamente e gratuitamente.
La tipicità del volontariato è quella di offrire un servizio più personalizzato, meno standardizzato, ossia commisurato alla persona singola, alle sue esigenze individuali. Da questo punto di vista il volontariato è causa esemplare per tutti coloro che operano nelle strutture pubbliche della solidarietà. Proprio perché l’aiuto dei volontari mantiene la sua dimensione umana e non è spersonalizzato non può essere pensato come un «tappabuco» nella rete sociale.
Il volontariato cristiano è samaritano per natura. Si rivolge ad un «prossimo» non solo credente, ossia ad un prossimo inteso in senso stretto, bensì in senso largo, e cioè a tutti coloro che sono nel bisogno.
E, tuttavia, il volontariato cristiano sorge per ragioni di fede e si indirizza ad offrire assistenza anzitutto ai credenti, affinché questa sia proporzionata alla sensibilità e alle esigenze spirituali dell’assistito. E ciò perché Dio vuole, come affermava Duns Scoto nel XIV secolo, persone che amino con Lui: Deus vult condiligentes.[3] Dio ama tutti. Ama, però, ciascuno di noi come persone uniche ed irrepetibili. Egli, più di ogni altro, dà a ciascuno il suo. Egli dona vita, se stesso, andando oltre al principio dello scambio degli equivalenti. Dà molto di più di chi vuole conteggiare tutto e tutto pagare.
Il volontario cristiano ha di fronte a sé questo modello insuperabile. Egli è chiamato a vivere lo stile di Dio il più possibile, consapevole di volere un amore gratuito, che non viene esercitato per raggiungere altri scopi.[4] È per questa via che il volontario realizza la sua altissima dignità di figlio di Dio. «Chi è in condizione di aiutare riconosce che proprio in questo modo viene aiutato anche lui; non è suo merito né  titolo di vanto il fatto di poter aiutare. Questo compito è grazia».[5] Il volontario mediante il suo impegno trasmette ciò che ha ricevuto. La logica del suo dono si colloca al di là del semplice dovere e potere morale, al di là delle regole del mercato.
Percorrendo questo cammino diventa segno efficace della misericordia di Dio. Diventa un annunciatore e un testimone dell’amore trinitario, che ci è donato da Cristo mediante il suo Spirito. È in questo contesto che si comprende l’importanza della preghiera per il volontario cristiano. La preghiera a Dio è via di uscita dagli schemi ristretti che possono albergare anche nella mente e nel cuore di ogni volontario. Come ogni uomo, il volontario, nonostante i nobili intenti che lo sorreggono, può essere catturato dall’individualismo; può subire un calo di dono. Anch’egli ha bisogno di rigenerarsi, di conversione. Il Giubileo straordinario della misericordia appena inaugurato rappresenta una grande opportunità.
Con la preghiera si può uscire anche dalla sfiducia, dalla stanchezza, dalla routine,  da azioni compiute quasi meccanicamente, senza un cuore palpitante d’amore per Dio e per il prossimo. Il cuore del volontario non deve subire sclerosi o chiusure che lo ripiegano nella ricerca di mere gratificazioni personali. La gratificazione non va ricercata per se stessa. Essa è, piuttosto, la risonanza interiore di un comportamento improntato al pro-essere, all’essere per l’altro, in maniera disinteressata o gratuita.
Grazie alla preghiera si può superare lo sconforto di fronte all’illimitatezza del bisogno. «I cristiani continuano a credere, malgrado tutte le incomprensioni e confusioni del mondo circostante, nella “bontà di Dio” e nel “suo amore per gli uomini” (Tt 3,4). Essi, pur immersi come gli altri uomini nella drammatica complessità delle vicende della storia, rimangono saldi nella certezza che Dio è Padre e ci ama, anche se per il suo silenzio rimane incomprensibile per noi».[6]
Pregare è mettersi alla scuola dello sguardo di Gesù, dei suoi occhi. Essi non sono indifferenti. Tutt’altro. Come leggiamo nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2016, Gesù Cristo, continuando e completando la rivelazione di un Dio che vede la miseria del suo popolo Israele in Egitto, e scende per liberarlo mediante Mosè, scende fra gli uomini – è Dio stesso che si rende presente nella storia – mediante l’incarnazione. Si mostra solidale con l’umanità in ogni cosa, eccetto il peccato. Gesù si «identifica» con l’umanità. Non si accontenta di insegnare alle folle, ma si preoccupa di loro, specie quando le vede affamate (cf Mt 20,3). Il suo sguardo non era rivolto soltanto agli uomini, ma anche ai pesci del mare, agli uccelli del cielo, alle piante e agli alberi, ai piccoli e ai grandi. «Egli vede, certamente, ma non si limita a questo, perché tocca le persone, parla con loro, agisce in loro favore e fa del bene a chi è nel bisogno. Non solo, ma si lascia commuovere e piange (cf Gv 11, 33-44). E agisce per porre fine alla sofferenza, alla tristezza, alla miseria e alla morte. Gesù ci insegna ad essere misericordiosi come il Padre (cf Lc 6, 36)».[7]
Profitto di questa occasione per porgere gli auguri di un santo Natale e di un buon Anno.
 

 


[1] Adversus Haereses IV, 20, 7.
[2] Cf BENEDETTO XVI, Discorso al mondo del volontariato del 9 settembre 2007 (Vienna).
[3] Opus Oxoniense III d. 32 q. 1 n. 6.
[4] BENEDETTO XVI, Deus Caritas est, n. 31.
[5] Deus Caritas est, n. 35.
[6] Deus caritas est, n. 38).
[7] FRANCESCO, Messaggio per la Giornata mondiale della pace (1 gennaio 2016).