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Gli auguri natalizi del vescovo Mario Toso agli amministratori della cosa pubblica
Faenza - Sala San Carlo, 19 dicembre 2015
20-12-2015

Saluto con deferenza e rispetto tutti voi che avete accolto l’invito a ritrovarci per scambiarci gli auguri in occasione del Santo Natale e del Nuovo Anno. Vuol essere anzitutto un onorare la concordia che è necessaria tra coloro che lavorano insieme, ognuno secondo la propria competenza, a servizio delle persone, nello stesso territorio. Non si tratta, dunque di una «convocazione» dei politici e degli amministratori da parte del vescovo, che ha solo il titolo di pastore della Comunità cristiana che vive nella Diocesi di Faenza-Modigliana.

Considero, pertanto, la vostra presenza come un gesto di amicizia, un desiderio di dialogo fattivo per meglio fronteggiare le sfide epocali che ci attendono. Non si può negare che sperimentiamo le tristi conseguenze di una cultura liquida che sottopone la socieà ad un cambiamento incessante, che dà l’avvio a innumerevoli processi ma non li porta a compimento: li smantella, ne incomincia di nuovi, e così all’infinito, senza che si possa intravvedere qualcosa di compiuto e di stabile.

Alla radice vi è una crisi, oltre che gnoseologica, antropologica ed etica, oggi vissuta anche come retaggio di opzioni compiute in epoca moderna. Essa è ulteriormente amplificata dai complessi ed interconnessi fenomeni della globalizzazione, della mediatizzazione, della tecnocrazia, del consumismo materialistico, dell’idolatria del denaro e della mercificazione di quasi tutto il possibile. La cultura odierna, oltre che dalla fragilità, appare caratterizzata da una volontà di potenza smisurata. Al di là dei fenomeni e delle apparenze, è difficile rinvenire un’identità permanente delle cose e delle persone. Tutto sembra poter essere creato ex nihilo, costruito senza riferimento ad una datità che precede, è trovata, e non è posta dalla nostra libertà. Pertanto, non esistono limiti al desiderio di dominio e di manipolazione. Ci si comporta nell’illusione di essere dèi e demiurghi, condannati, peraltro, ad un’esistenza prometeica, subendo ineluttabilmente lo scacco del fallimento e dell’effimero, data l’insopprimibile contingenza dell’essere umano.

E, tuttavia, l’uomo, si trova ad esistere senza che l’abbia deciso lui. È dotato di un progetto inscritto nel suo essere, che il suo libero arbitrio non potrà mai cancellare. Ogni tentativo in tal senso provocherebbe una schizofrenia insanabile, che aliena le persone rispetto a se stesse e alle società in cui si trovano a vivere e che esse formano non come estranei, bensì come esseri fondamentalmente simili tra di loro, costitutivamente fraterni e relazionali.

In tale contesto socio-culturale, pervaso dal virtuale e dall’artificiale, la politica va ripensata e rifondata. Va ritrovata la capacità di una visione prospettica e dell’ancoraggio al bene comune, per corrispondere all’essere più profondo dell’umanità, all’uni-dualità maschile e femminile delle sue componenti, alla vocazione al dono e alla gratuità. Come suggeriva il Cardinale Bergoglio in uno scritto antecedente alla sua elezione al pontificato, ci si deve riappropriare della democrazia, per abbandonare quelle forme che la coniugano a «bassa intensità», ossia conservando alti tassi di povertà, di disoccupazione e di disuguaglianza, senza capacità di progettazione del futuro, senza inclusione per tutti.1 Uno dei paradossi più grandi che stiamo vivendo oggigiorno, non solo qui in Italia ma a livello mondiale, è lo screditamento della politica e dei politici nel momento in cui abbiamo più bisogno di loro. È curioso notare come qualsiasi altra professione sia screditata ma goda di una certa protezione che il politico non ha. Egli resta quasi totalmente solo, si espone con questa solitudine. La corruzione, invece, è diffusa un po’ ovunque. Lo hanno dimostrato fatti abbastanza recenti relativi a varie Regioni, nelle quali è emerso che i fenomeni di illegalità e di corruzione non coinvolgono solo i vertici politici, ma l’intera società. La corruzione riguarda certamente anche i politici, ma essi, nell’opinione pubblica, sembrano essere i soli corrotti. Proprio per questo occorre essere più vicini ai politici seri ed onesti, accompagnarli con simpatia e sostegno. Ma occorre soprattutto ripristinare le finalità più proprie della politica e dell’amministrazione della cosa pubblica. Occorre ripristinare il primato della politica rispetto all’assolutizzazione dei mercati e della finanza.

In questo periodo storico si sta assistendo, in particolare, sia come cittadini, sia come responsabili dell’amministrazione della cosa pubblica – non senza esserne coinvolti – all’erosione di quel patrimonio culturale e valoriale che sta alla base di una delle più belle Costituzioni del mondo. Sui suoi contenuti, che la sostanziano come carta di navigazione, sono convenuti nel secolo scorso, con una maggioranza quasi plebiscitaria, i politici di ogni collocazione ideologica. Oggi ne sono intaccati i pilastri fondanti: la visione personalista e comunitaria, il diritto alla vita, al lavoro, alla sicurezza sociale, alla famiglia, alla libertà religiosa.

Sappiamo che a ciò ha contribuito il diffondersi di un neoindividualismo libertario, come anche il divorzio tra capitalismo e democrazia, con la conseguenza della crescita delle diseguaglianze e delle povertà; la carenza di una governance efficace della globalizzazione, l’assenza di adeguate istituzioni globali. Neoindividualismo libertario significa indifferenza per l’altro, assolutizzazione del proprio arbitrio e delle proprie pretese, diminuzione della responsabilità nei confronti del bene comune e dello Stato di diritto.

È davvero ammirevole l’opera di quegli amministratori che contrastano con tutte le loro forze il deteriorarsi dei legami sociali, creando alternative di condivisione, collaborazione e partecipazione.

Uno degli impegni più difficili, ma decisivi per il futuro di una Nazione e di un popolo, è quello, come accennavo prima, di operare possedendo una visione, uno sguardo di futuro. Occorre, inoltre, pensare costantemente alla tenuta e alla crescita morale, culturale, spirituale del proprio Paese, senza dimenticare quella demografica e uno sviluppo sostenibile. Occorre operare perché siano attuati. Se così non avvenisse verrebbe indebolito l’ethos civile e sarebbe pregiudicata la dignità dei popoli, della gente. Il politico e l’amministratore sono chiamati sì a cercare il bene possibile. E, tuttavia, sono anche vocati, con le loro decisioni, a creare le condizioni migliori per uscire gradualmente dal degrado crescente di civiltà. Proprio su questo piano si evidenzia maggiormente la necessaria collaborazione tra politici, amministratori e comunità religiose. L’amministrazione della cosa pubblica che non si accontenta di adeguarsi semplicemente all’esistente e punta alla graduale estirpazione della illegalità e della corruzione, come anche al rafforzamento delle capabilities (cf A. Sen), ha un estremo bisogno di chi può aiutare a risanare e ad educare le coscienze, ossia delle comunità religiose che coltivano l’amore a Dio, la comunione con Lui, l’amore al prossimo. La città per vivere necessita di due polmoni, come ogni persona. Vivere senza un polmone – o solo con la comunità politica o solo con la comunità religiosa – rende un popolo più fragile, esposto a malattie, a fatiche superiori.

A proposito della scissione operata in epoca moderna tra società e religione non è forse maturo il tempo del suo superamento? Perché mettersi ad esercitare un dubbio metodico sulla forza di civilizzazione del cristianesimo? Perché voler indebolire la capacità di formazione delle coscienze da parte delle scuole cattoliche e delle altre istituzioni culturali, naturale espressione della libertà religiosa? Le comunità civili e politiche non possono vivere senza quell’ethos che è fermentato nella società dalle comunità religiose e che Gian Enrico Rusconi chiama «religione civile». Sarebbe come tagliarsi il ramo su cui si siede. Senza un tale ethos, le società civili e politiche si ridurrebbero ad intelaiature di leggi procedurali e di provvedimenti normativi, privi di autentica carica identitaria, poveri di forza integrativa a livello civile. A differenza di Gian Enrico Rusconi che propone come base delle comunità una religione civile priva di contenuti etici oggettivi ed universali,2 il cardinale Joseph Ratzinger rivendica per essa un carattere tutt’altro che storicistico ed immanentistico. Il «cuore etico» della religione civile è tenuto in vita da una razionalità aperta alla Trascendenza, a beni-valori oggettivi ed universali, pena la mancanza di punti di riferimento certi per il diritto e la giustizia, nonché per il bene comune.3 La religione civile di cui ha bisogno ogni società, non può vivere staccata dalle comunità religiose concrete. Senza di esse svigorisce o imbastardisce.4

 

Per Benedetto XVI, il cattolico deve partecipare al dialogo pubblico cosciente che valori fondamentali, come il rispetto e la difesa della vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale, la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, la libertà di educazione dei figli e la promozione del bene comune in tutte le sue forme sono valori fondamentali ed imprescindibili,5 perché espressione e contenuto stesso della dignità umana, pilastro fondamentale della democrazia, che non può essere messo ai voti.6 Tali valori sono per sé accessibili alla ragione umana di tutti, quando essa sia esercitata secondo i diversi gradi del sapere, ossia anche nella sua dimensione veritativa, capace di misurare i desideri fattuali del soggetto agente alla luce del bene umano o telos normativo.

Il patrimonio di fede dei credenti, fondabile con un doppio ordine di motivazioni, razionali e sovrarazionali, rende il loro apporto ancor più pertinente, perché mossi da una ragione resa più retta dalla fede.7 Una religione civile che includa i suddetti valori, debitamente comunicata ed argomentata, arricchisce il dialogo pubblico sul piano di una razionalità più vera e più umanizzante.

Ebbene, a fronte di una politica gravemente in crisi e dei molteplici problemi che affliggono l’umanità in maniera persistente e profonda, al punto che i diversi tentativi per risolverli appaiono spesso vani, non resta che riconoscere, come confessavano gli antichi: «Ormai solo un Dio ci può salvare». In una celebre intervista, echeggiando la sapienza di chi l’aveva preceduto, Heidegger sosteneva che nulla, né la filosofia né alcuna altra intrapresa umana, poteva produrre un significativo cambiamento del mondo se non Dio.8

Il Natale imminente ci ricorda l’importanza della presenza di Dio nell’uomo e nella storia. Proprio qui poggia la speranza di poter trasfigurare e rafforzare l’impegno per il bene comune. Proprio qui si trova la radice di un nuovo umanesimo e la possibilità di forgiare una buona politica.

Qui sta la ragione di un augurio reciproco, perché nella divinizzazione dell’umano è posto in maniera irrevocabile il fondamento e il principio della riabilitazione o trasfigurazione della politica.

A tutti voi, ai vostri cari, ai vostri collaboratori, alle vostre comunità, l’augurio di un Natale particolarmente lieto e sereno, illuminato dalla luce del Verbo incarnato.

1 Cf J. M. Bergoglio, Noi come cittadini. Noi come popolo. Verso un bicentenario in giustizia e solidarietà. 2010-2016, Libreria Editrice Vaticana-Jaca Book, Città del Vaticano-Milano 2013.

2 Cf G. E. Rusconi, Quelle verità che non accetto, in «Fondazione Liberal», 5 (2001) 142-143. Per una riflessione più articolata e recente, sempre del medesimo Autore si veda Non abusare di Dio, Rizzoli, Milano 2007.

3 Riflessioni sulle posizione di G. Enrico Rusconi e del cardinale J. Ratzinger si possono trovare in M. TOSO, Stato laico, comunicazione dialogica e culturale, religione, in «Studium», (2007), n. 5, pp. 669-695.

4 Cf J. Ratzinger, Lettera a Marcello Pera, in M. Pera-J. Ratzinger, Senza radici. Europa, relativismo, cristianesimo, islam, Mondadori, Milano 2004.

5 Cf Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n. 83, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2007.

6 Se la democrazia, attuando il principio della maggioranza, prevarica relativamente ai grandi valori che la sorreggono, compie un suicidio. La politica è arte della mediazione ma esiste un confine preciso oltre il quale non si può andare. Non si può trattare su tutto e in qualsiasi maniera, mettendo a repentaglio le fondamenta su cui si intende costruire la casa di tutti.

7 Benedetto XVI, nell’enciclica Deus caritas est, afferma che la fede è una forza purificatrice per la ragione che, liberata dai suoi accecamenti, svolge meglio il proprio compito (cf Benedetto XVI, Deus caritas est, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2006, n. 28).

8 Cf M. HEIDEGGER, Ormai solo un Dio ci può salvare, Guanda, Parma 1987, p. 136.

OMELIA per la presa di possesso delle parrocchie di FOGNANO, POGGIALE e CASALE PISTRINO di don MIRKO SANTANDREA
19-12-2015

In questa IV domenica di Avvento e ad anno straordinario del Giubileo della Misericordia iniziato, caro don Mirko Santandrea, prendi possesso della parrocchia di san Pietro in Fognano, ma anche delle comunità di Santa Maria in Poggiale, di santo Stefano in Casale, di san Cassiano e san Giovanni Battista in Ottavo. Giungi a questa tappa della tua vita sacerdotale dopo esserti dedicato, come vicerettore del Seminario regionale in Bologna, alla formazione di nuovi presbiteri. La Diocesi di Faenza-Modigliana ha così contribuito fattivamente ad un’istituzione indispensabile per preparare gli annunciatori del Vangelo nella Romagna, ove scarseggiano in maniera preoccupante.

Quanto tu ora farai sarà esattamente quello di continuare ad edificare, con l’aiuto del Signore, la porzione di Chiesa che vive ed opera in un ampio territorio ove i presbiteri si sono significativamente ridotti e da dove molti giovani, in cerca di condizioni più favorevoli di lavoro, se ne sono andati. L’emoraggia di forze giovani è congiunta alla carenza di adulti che si facciano carico di loro, accompagnandoli nel loro graduale inserimento nell’economia e nella società.

E così, una tardiva o mancata cooptazione, l’assenza di guide, assieme ad un ambiente culturale generale improntato al materialismo e al consumismo, avaro di prospettive di trascendenza, rendono i giovani particolarmente esposti alla deresponsabilizzazione, al non senso, all’edonismo, ed anche, purtroppo, alla droga.

La nostra società, l’economia e le comunità ecclesiali non possono permettersi il lusso di perdere i giovani, di lasciarli a se stessi, senza reali opportunità di impegno e di crescita in umanità e nella fede. Sarebbe resa vana la salvezza di Cristo. Ma verrebbe anche pregiudicato il futuro delle nostre parrocchie, delle associazioni e dei movimenti. I giovani, se responsabilizzati ed educati sanno rispondere con generosità ed entusiasmo. Occorre avere fiducia in loro. Solo così essi potranno dare il meglio di sé ed essere, come soleva ripetere Giorgio la Pira, il sindaco «santo» della città di Firenze, le rondini che annunciano una nuova primavera.

Caro don Mirko, la Chiesa ha bisogno, oltre che di nuovi santi presbiteri, anche di fedeli laici che sappiano essere nella comunità cristiana i protagonisti della sua costruzione in senso comunitario e missionario, secondo l’insegnamento del Concilio Vaticano II del quale stiamo celebrando il cinquantesimo anniversario con il Giubileo straordinario. Ma non basta. Come dice papa Francesco nell’ Evangelii Gaudium (=EG) , in un contesto di marcata sfiducia nei confronti del messaggio della Chiesa e un certo disincanto, occorre aiutare i vari operatori pastorali a vincere quella sorta di inferiorità che li conduce a relativizzare o ad occultare la loro identità cristiana e le loro convinzioni. Ed, inoltre, va contrastata la più grande minaccia che è il grigio pragmatismo della vita quotidiana della Chiesa, nel quale tutto apparentemente procede nella normalità, mentre in realtà la fede si va logorando e degenerando nella meschinità. Si sviluppa la psicologia della tomba, che a poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo (cf EG n. 83).

Altri rischi, che vanno contrastati con determinazione ed intelligenza, sono quelli della mondanità spirituale e della estraneazione dalla vita sociale e politica. La mondanità spirituale consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana ed il benessere personale. Può toccare tutti i credenti, compresi i presbiteri. Si tratta di un modo sottile di cercare i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo. Tra le espressioni della mondanità spirituale, presso alcuni fedeli laici impegnati nella comunità, può esserci la pretesa di «dominare lo spazio della Chiesa» (cf EG n. 95).

Detto diversamente, può emergere la voglia di farsi gruppo a sé stante, di pochi intimi, con l’obiettivo di imporre la propria esperienza spirituale e il proprio iter formativo a tutti gli altri, sganciandosi anche dal costante riferimento ai responsabili delle comunità parrocchiali e al vescovo.

Per quanto concerne l’estraneazione rispetto al sociale e alla politica, ecco quanto scrive papa Francesco: «Anche se si nota una maggior partecipazione di molti ai ministeri laicali, questo impegno non si riflette nella penetrazione dei valori cristiani nel mondo sociale, politico ed economico. Si limita molte volte a compiti intraecclesiali senza un reale impegno per l’applicazione del Vangelo alla trasformazione della società. La formazione dei laici e l’evangelizzazione delle categorie professionali e intellettuali rappresentano un’importante sfida pastorale» (EG n. 102).

Sono molte le esigenze delle nostre comunità, che si edificano sul fondamento della Parola di Dio, sull’Eucaristia e sugli altri sacramenti. Sono diverse le categorie di persone alle quali un parroco deve andare e far sentire la sua vicinanza di pastore, maestro e guida: bambini, ragazzi, giovani, professionisti, lavoratori, industriali, persone della cooperazione, amministratori della cosa pubblica, maestri, anziani, ammalati, divorziati. Il lavoro pastorale non ti mancherà. Non sarai certamente disoccupato. Ci può essere, piuttosto, il rischio dello stress. Ma quando gli impegni sono assunti con passione l’usura del proprio cuore e della propria mente è minore.

Consapevole delle molteplici comunità e categorie di persone che accompagnerai e guiderai, non desisto, tuttavia, dall’affidarti, in solido con gli altri confratelli parroci e presbiteri del territorio, l’incarico di coltivare e di accompagnare i giovani verso la montagna che è Gesù Cristo, per renderli capaci di annuncio e di testimonianza credibile anche presso i loro coetanei. È noto che molti giovani si allontanano dalle loro comunità ecclesiali perché non trovano risposte alle loro inquietudini o alle loro richieste. Occorre parlare con loro nel linguaggio che essi comprendono. Si deve riconoscere che, nell’attuale contesto di crisi dell’impegno e dei legami comunitari, sono molti i giovani che offrono il loro aiuto solidale di fronte ai mali del mondo e intraprendono varie forme di militanza e di volontariato. Alcuni partecipano, in vario modo, alla vita della Chiesa, ma sono troppo pochi. Devono, poi, essere di più quelli che donano al Signore se stessi nel sacerdozio o nella vita consacrata. È specialmente preso i giovani che devono trovare maggior ospitalità la forza e lo slancio missionario. Tu, come il parroco don Stefano Vecchi che ti ha preceduto e che ringraziamo per il suo prezioso servizio pastorale, non ne sei sprovvisto. Non perderli. Maria, Madre della Misericordia, ti assista e ti accompagni nel far vivere a tutti, piccini e grandi, la grazia speciale del Giubileo che abbiamo appena iniziato.

OMELIA per le presa di possesso del nuovo PARROCO DI MARZENO, DI SARNA e DI RIVALTA don Stefano Vecchi
Sarna, 13 dicembre 2015
13-12-2015

Cari presbiteri, diaconi e fedeli, associazioni, autorità civili e militari, la presa di possesso delle parrocchie di Marzeno, Sarna e Rivalta da parte di don Stefano Vecchi, già parroco di Fognano, coincide con il giorno dell’apertura della Porta santa in diocesi nell’anno del Giubileo Straordinario della Misericordia indetto da papa Francesco. Mentre ringraziamo Mons. Elvio Chiari, nominato parroco di Brisighella, e don Romano, per il loro prezioso e generoso servizio pastorale, auguriamo a te di proseguire con gioia e dedizione un tale ministero.

Le comunità in cui vivrai e seguirai sono incastonate in uno stupendo contesto rurale, che parla il linguaggio d’amore di Dio per l’uomo. In questo periodo, stiamo assistendo al fatto che nella città quello che potrebbe essere uno spazio prezioso di incontro e di solidarietà tra le persone, spesso si trasforma in un luogo della fuga e di impoverimento del tessuto sociale. In maniera analoga, per altre ragioni, lo stesso avviene anche nelle zone limitrofe alle zone urbane. Tuttavia, a differenza della città, in ambito rurale si mostra una notevole vivacità e fecondità dal punto di vista ecclesiale, oltre che civile. Appaiono particolarmente attive significative porzioni delle nuove generazioni, che sono tali perché gruppi di adulti hanno saputo raccordarsi in una corresponsabilità pastorale davvero ammirevole. Siamo convinti che simili comunità possono essere semenzai di vocazioni forti: nel matrimonio, nel sacerdozio e nella vita consacrata.

Tuttavia, se da una parte le comunità cristiane delle zone rurali usufruiscono di un ambiente ancora favorevole all’incontro con Dio, dall’altra parte non si può ignorare che si sta producendo un indebolimento nella trasmissione generazionale della fede cristiana. È innegabile, poi, che non pochi si sentono, per varie ragioni, delusi e cessano di identificarsi con la fede e la tradizione cattoliche; che aumentano i genitori che divorziano e non battezzano i figli e non insegnano a pregare. E ciò anche per l’influsso di una società dell’informazione che diffonde modelli di vita privi di trascendenza. L’ambiente delle nostre città, come pure delle campagne e delle colline, sono tutte costellate di riferimenti a Cristo. Eppure, oggi l’essere di Cristo rischia di svuotarsi della sua verità e dei suoi contenuti più profondi; rischia di diventare un orizzonte che solo superficialmente abbraccia la vita; rischia di ridursi ad un cristianesimo nel quale l’esperienza di fede in Gesù crocifisso e risorto non anima e non illumina il cammino dell’esistenza.

La famiglia attraversa una crisi culturale profonda. Il matrimonio tende ad essere visto come una mera gratificazione affettiva che può costituirsi in qualsiasi modo. Il Giubileo della Misericordia può aiutarci a rendere più vivo e vitale il sostrato culturale ed etico dei nostri paesi, nei quali i valori di fede e di solidarietà si sono radicati e continuano ad esistere come brace sotto la cenere. Occorre ravvivarli con una nuova evangelizzazione, senza perdere i contenuti validi della tradizione. Peraltro, vanno sanate alcune debolezze come il materialismo, il consumismo, il soggettivismo relativista, la trascuratezza nei confronti degli anziani, una certa confusione di idee sul piano del rapporto tra fede e politica, che porta a dare il primato all’appartenenza partitica e non ai beni-valori fondamentali della vita, della famiglia, del lavoro, della libertà di coscienza.

Celebrare il Giubileo aiuterà a valorizzare, con le opere di misericordia, la Parola di Dio, i Sacramenti, specie quello della Riconciliazione o Confessione, che costituiscono i pilastri sui quali si fonda ogni comunità cristiana. Spesso ci lamentiamo che i nostri sacerdoti o presbiteri si limitano ad amministrare i sacramenti, mentre trascurerebbero l’educazione alla fede, l’accompagnamento spirituale, la presenza in mezzo ai giovani. Noi sappiamo perché questo avviene (invecchiamento del clero, calo delle vocazioni, povertà del tessuto comunitario delle comunità parrocchiali). Resta, comunque, vero che senza l’annuncio della Parola e la celebrazione dei misteri della fede non è possibile crescere come comunità, come testimoni credibili, dediti alla diakonia intesa in senso ampio. Chi educa sa bene che senza l’incontro personale con Gesù Cristo, che avviene soprattutto mediante i sacramenti, è impossibile crescere nella fede. Questa non è tanto un insieme di contenuti e di verità, quanto piuttosto comunione e comunicazione, dialogo con Gesù. È vita con Lui, in Lui. È possedere i suoi stessi sentimenti. È partecipare a quell’opera imponente di ri-creazione di tutte le cose che egli ha iniziato e sta portando a compimento, vincendo il peccato, trasfigurando ogni persona. È essere profeti e sacerdoti graditi al Padre.

In vista di ciò occorre lasciarsi istruire da Gesù: innanzitutto, ascoltando e amando la Parola di Dio, perché riscaldi il nostro cuore e illumini la nostra mente, e ci aiuti ad interpretare gli avvenimenti della vita e dare loro un senso. Poi, occorre sedersi a tavola con il Signore, diventare suoi commensali, affinché la sua presenza umile nel Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue ci restituisca lo sguardo della fede, per guardare tutto e tutti con gli occhi di Dio, nella luce del suo amore. Bisogna rimanere con Gesù che è rimasto con noi: le porte delle nostre chiese rimangono chiuse per troppo tempo durante le settimane, senza che si possa entrare per una preghiera, per sostare davanti al Santissimo Sacramento. Occorre assimilare lo stile di vita donata dal Salvatore, scegliere con lui la logica della comunione tra di noi, della solidarietà e della condivisione. Occorre riconciliarsi con Dio e con gli uomini.

La misericordia di Dio accolta, vissuta e celebrata, renderà le tre comunità di Marzeno, Sarna e Rivalta più compatte e collaborative nell’evangelizzazione. Esse si tenderanno la mano e opereranno nella fraternità, perché Gesù Cristo sia per ognuno, piccolo e grande, il bene più grande della vita. Egli è il nostro Tutto. Lui ci basta. Lui solo ci salva, nessun altro.

Vi affido don Stefano Vecchi, docente presso le scuole superiori, assistente ecclesiastico regionale dell’Agesci. Dico così perché voi sarete accompagnati e guidati dal nuovo parroco. Ma non c’è solo la responsabilità da una parte. C’è anche l’impegno delle comunità di collaborare con il proprio pastore, condividendo gioie, speranze, ma anche la stessa missione, comprese le difficoltà. La comunità cristiana è una comunione di ministeri e di carismi, ove ognuno deve vivere in sinergia con gli altri in vista dell’annuncio di Cristo e di una testimonianza credibile per la salvezza del mondo.

Dio vi aiuti. Maria, Madre della Misericordia, vi accompagni nella realizzazione della rivoluzione della tenerezza di cui il mondo ha tanto bisogno. Ci sia tra le varie comunità di Marzeno, Sarna, Rivalta, non la distanza, non l’indifferenza, bensì quella stima e quel caldo amore, quell’empatia che ci fa considerare tutti figli di uno stesso Padre, membra di un’unica famiglia.

OMELIA per l’APERTURA della PORTA SANTA DELLA CATTEDRALE DI FAENZA
Faenza - Basilica Cattedrale, 13 dicembre 2015
13-12-2015

Cari presbiteri, diaconi, religiosi, fedeli laici,

nel cinquantesimo anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II papa Francesco ha desiderato aprire la Porta Santa. Egli lo ha fatto sia per ricordare l’impegno della Chiesa in una nuova tappa dell’evangelizzazione, non rimanendo chiusa in se stessa ma andando incontro all’uomo d’oggi, sia per donare a tutti i nostri contemporanei l’esperienza trasfiguratrice e consolante del perdono di Dio. Oggi il mondo ha bisogno di misericordia e di perdono, ha bisogno di una tenerezza sconfinata. Detto altrimenti, ha bisogno di salvezza, ossia di essere cavato fuori dal peccato, dall’egoismo, dall’indifferenza, dalla spietatezza, dall’odio e dalla violenza, piaghe che alimentano altre piaghe come diseguaglianza, fame, povertà, guerre.

La malattia mortale che colpisce la nostra società non si manifesta solo attraverso il dominio di una tecnica che, anziché essere posta al servizio del progresso e dello sviluppo sostenibile, sfrutta sino all’inverosimile le risorse del pianeta ed è applicata in maniera indiscriminata, per cui tutto è possibile anche ciò che non è eticamente lecito, come l’eutanasia, la manipolazione genetica, la clonazione, il licenziamento di massa.

Anche i numerosi episodi di terrorismo, i molti conflitti in atto sulla faccia della terra – pezzi di una terza guerra mondiale -, ne sono una manifestazione e ci testimoniano come l’umanità abbia bisogno di misericordia, di un cuore nuovo, oltre che di un pensiero nuovo. L’urgenza del perdono di Dio a ciascuno e tra noi è avvertita con più cogenza perché ognuno di noi è nativamente ad immagine del Padre misericordioso. Siamo stati creati per vivere come figli di Dio, come fratelli e sorelle. Ad ognuno spetta un amore più che umano, quello divino. Il gap tra l’esistente e il nostro dover essere figli adottivi di Dio, famiglia di popoli, è troppo evidente in molte circostanze della vita contemporanea, che vede crescere disparità e ingiustizie.

Ebbene, la Chiesa è ben conscia di questa distanza. Proprio l’esperienza della misericordia di Dio la sospinge a farsi carico dell’annuncio del perdono a ogni uomo, a ogni popolo, affinché la tenerezza di Dio aiuti a raddrizzare le strade storte, a colmare i burroni che separano.

Il desiderio inesauribile della Chiesa di offrire misericordia deriva dalla sua esperienza di accoglienza del mistero di Gesù Cristo vissuto e celebrato. Detto altrimenti, per cambiare noi stessi, la Chiesa e il mondo dobbiamo passare attraverso la Porta che è Cristo.

Ciò non è possibile d’un colpo. Occorre porsi in stato di pellegrinaggio e convertirsi al Redentore. Ecco quanto siamo chiamati a compiere. Per avere maggior consapevolezza di tutto ciò è necessario che ci poniamo alcune semplici domande.

Perché si diventa così spietati e crudeli nei confronti dei propri simili? Perché assolutizziamo il denaro, il profitto, la tecnica sino a rivolgerli contro noi stessi? Perché l’altro da me è spesso considerato mero strumento o addirittura uno «scarto», ossia un essere inutile, inservibile?

Ciò che ci rende gradualmente indifferenti nei confronti degli altri, del vero, del bene e di Dio, sprezzanti nei confronti dei fratelli, è il considerarci superiori ad essi. Decidendo di essere noi la misura della verità, del bene e della realtà finiamo per considerare gli altri «tu» quali esseri che non ci appartengono, antagonisti, estranei, concorrenziali. E così essi diventano anche esseri da sfruttare, quasi fossero semplici mezzi e non fini per noi. Assolutizzando il proprio io esiste solo il nostro punto di vista, la nostra verità e nient’altro. Non viviamo la fraternità. Teniamo la porta sbarrata anche a Colui che per primo ci cerca e viene incontro. Inoltre, bruciamo ogni possibilità di confronto e di dialogo.

Tutto questo lo possiamo considerare frutto di un individualismo libertario e anarchico che ci deriva dalla crisi della cultura contemporanea, liquida, senza ancoraggi certi. I doveri e i diritti, non hanno un’esistenza obiettiva, universale. Se dei diritti devono esserci essi sono pretese individuali illimitate, senza confini, senza reciprocità. L’arbitrio è scambiato per diritto. Si giunge a rivendicare un diritto all’eutanasia, all’aborto. Tanti dei nostri giovani, ma non solo, pensano che esistano questi falsi diritti. È certo che chi considera l’aborto un diritto non lo ritiene un peccato e, pertanto, non ritiene di confessarlo. Bisogna che lo diciamo chiaro: non esiste un diritto all’aborto, anche se esistono leggi, come in Italia, che regolamentano questo triste fenomeno, che non deve inorgoglire le nostre società occidentali, gonfie di superbia e sempre più misere dal punto di vista demografico ed economico. Cari fedeli, per noi credenti in Cristo esiste il peccato dell’aborto. È tra le colpe gravissime che, in occasione del Giubileo straordinario della Misericordia, i confessori hanno la facoltà di perdonare. Evidenziamolo nei formulari predisposti per la preparazione alla Confessione, come anche i peccati relativi all’ambiente.

Viviamo, dunque, quest’Anno Santo facendo l’esperienza della Misericordia di Dio. Inondiamo il mondo della sua tenerezza.

L’incontro personale e comunitario con Dio, che ci perdona e risuscita, ci porta naturalmente verso una visione di uomo non autoreferenziale e non prometeico. L’uomo ha bisogno di Dio, perché è stato creato per vivere non in maniera solipsista, in una torre d’avorio, bensì in comunione con Lui, di Lui, per Lui. Togliendo Dio è tolta la sua parte migliore. È renderlo monco, incompiuto. Il criterio di realtà ci fa, invece, riconoscere creature di Dio, bisognose della sua redenzione.

L’esperienza dell’amore e del perdono di Dio ci trasfigura. Infatti, accogliendo la misericordia di Dio Padre ci riconosciamo figli e insieme fratelli dei nostri simili, riuniti in una stessa famiglia.

L’indifferenza, l’odio, la spietatezza possono essere vinti allorché ci si percepisce proprio così. Sarà più facile, come suggerisce il profeta Isaia, sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi, dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri e i senza tetto, vestire chi è nudo, togliere il puntare il dito e il parlare empio, saziare l’afflitto di cuore (Is 58, 6-11).

L’esperienza della misericordia rafforzando la fraternità consolida il senso della giustizia. Chi vede nell’altro un fratello è maggiormente disposto a dargli ciò che gli spetta, a impegnarsi affinché chi è carne della propria carne possa avere ciò che corrisponde alla sua dignità. La misericordia presuppone la giustizia, non la bypassa. La rende più cogente. La sospinge a superare se stessa per diventare una giustizia più commisurata ai figli di Dio.

Viviamo, allora, quest’anno della Misericordia come popolo samaritano che apre il cuore a quanti vivono ai margini della società; come popolo che inonda di vita nuova i molteplici luoghi esistenziali della misericordia, come illustrato nella Lettera pastorale indirizzata dal vescovo a tutti all’inizio di quest’anno pastorale.

Rendiamo le nostre famiglie, le nostre parrocchie, le associazioni e i movimenti ambienti di perdono e di comunione. Maria, Madre della Misericordia, ci accompagni nel porre segni concreti. Ai primi di novembre abbiamo aperto con successo la Scuola di formazione all’impegno sociale e politico per i giovani. Oggi stesso è stato inaugurato il nuovo Centro di Ascolto e Accoglienza della Caritas. A breve sarà aperta la nuova Casa per il clero e per i laici, quale segno tangibile dell’amore nei confronti dei nostri sacerdoti anziani. Ma non dimentichiamo che segni di misericordia, intesa non come semplice assistenza caritativa, debbono essere posti nei vari luoghi esistenziali segnalati nella già citata Lettera pastorale e cioè con riferimento alla famiglia, al mondo del lavoro e dell’economia, della politica, dei mass media, della salute, della scuola e dell’ambiente.

Partecipando all’Eucaristia offriamo il nostro impegno di perdono e di misericordia per far nuove tutte le cose.

OMELIA per la SOLENNITA’ della IMMACOLATA CONCEZIONE
Faenza - Chiesa di San Francesco, 8 dicembre 2016
08-12-2015

Nel cammino verso Natale, mentre prepariamo le vie alla venuta del Redentore, la Chiesa ci propone nell’Immacolata un sublime modello di attesa operosa.

L’Immacolata Concezione è, per sé, evento che concerne la Beata Vergine e Madre di Dio, Maria, in forza della redenzione che sarà realizzata da suo Figlio. Dal primo istante della sua esistenza, gode del dono della Grazia santificante che la pone in uno stato particolare. E così non è toccata dal «peccato originale». L’Immacolata Concezione consiste, dunque, nel possesso, da parte di Maria, sin dal suo concepimento, della vita di grazia che, senza merito da parte sua, le è donata dall’azione preveniente di Dio, perché possa diventare madre del Redentore. Questo è, in semplicità, il contenuto della Dottrina che Pio IX, nel lontano 1854, ha solennemente definito come verità della fede cattolica. 

L’Immacolata come un “essere per” 

Se ben riflettiamo, la solennità dell’Immacolata ci invita, dunque, a non fermarci sulla figura di Maria in se stessa, ma ad inserirla in un quadro più vasto. Il senso compiuto dell’Immacolata Concezione si coglie pensando, sì, all’essere di Maria in sé, ma soprattutto al suo essere in relazione con lo Spirito, con il Figlio di Dio, con l’umanità, con la Chiesa. Maria è creata senza peccato, ossia in piena comunione con Dio, per essere Madre di Gesù Cristo e della Chiesa, per generare il Principe della pace, una nuova umanità. Maria immacolata sta dunque a indicare, una vita per: vale a dire una «vocazione», una relazionalità, un essere per. Con tutta la sua esistenza aderisce al progetto di rinnovamento dell’umanità intera e di tutto il cosmo. 

L’immacolatezza di Maria va intesa, allora, non solo come l’effetto dell’azione di Dio in Lei, come il risultato di una mera ricettività o addirittura come un’assenza di libera adesione personale, mediante l’annichilimento del proprio pensiero, immaginazione, creatività, speranza. È, invece – così la Figlia di Sion ha poi anche impostato tutta la sua vita –, massima immedesimazione con il Lógos e con l’Agápe, con la comunità delle Persone divine, con le scaturigini della Verità, della Bontà, della Bellezza. È immacolata non solo perché Dio l’ha creata così, ma anche perché vuole essere e vivere in piena comunione con Dio. È essere che si espropria totalmente di sé per Dio e per gli altri, senza riserva e senza misura. Crede nella possibilità del cambiamento delle strutture e delle coscienze. Crede che solo Dio può salvare e cambiare questo mondo, prima ancora dell’opera dell’uomo.

L’Immacolata, icona di libertà responsabile, ovvero una libertà che diventa sempre più libera votandosi a Colui che è il Tutto 

L’Immacolata, in altre parole, è una creatura pensata ed amata da Dio. Risponde di sì e si rende corresponsabile. Colei che è «Figlia del suo Figlio», e si trova in un particolare stato di vicinanza a Dio, decide di essere totalmente di Dio, di esserne serva, per generarlo e donarlo al suo popolo e poi al mondo, come a Lei è stato dato. La prima e grande Credente, piena di fiducia in Dio, ne diviene dimora vivente. In Lei il Signore non fallisce.

Il suo spirito ha una viva percezione del piano di salvezza, della sapienza divina. Vive in empatia con la Trinità. Non teme per la sua libertà ed autonomia come l’uomo di oggi. Essa sa che dalla intimità con Dio si ricava il potenziamento del proprio essere e della propria libertà. Chi si pone in stato di totale ricezione e dà il  massimo di disponibilità a Dio diviene forte nella lotta contro il Maligno, l’Ingannatore dell’uomo. Come ci ha ricordato san Paolo nella Lettera agli Efesini, Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi ed immacolati di fronte a Lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà. Solo divenendo completamente del Signore possiamo cantare il nostro Magnificat ed esultare perché avvengono sulla terra cose stupende: i superbi sono dispersi nei pensieri del loro cuore, i potenti sono rovesciati, gli umili esaltati, gli affamati ricolmati di beni, i ricchi rimandati a mani vuote, germoglia sulla terra un nuovo umanesimo.

A ben riflettere, celebrare l’Immacolata Concezione è fare memoria della magnificenza della creazione e della redenzione attuate da Dio. In pari tempo, è fare memoria dell’esemplarità eccelsa del coinvolgimento di Maria nell’opera della Trinità nella storia. È celebrare la grandezza della sua libertà. Questa è grande in se stessa, ma lo è ancor più per le responsabilità a cui è chiamata e si dispone a ricevere: «Ecco, la Serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». La dignità di Maria deve essere certamente valutata sulla base dell’uso positivo che essa fa della sua libertà, ma soprattutto perché ha vissuto la propria libertà servendo e amando il Bene più grande. La libertà di Maria non è stata solo un mezzo per la conquista di piccole gioie quotidiane, certamente legittime e apprezzabili. È stata soprattutto il campo ove è germogliato il Figlio di Dio. È stata quell’umanità in cui si è incarnato il Salvatore, per cui essa sarà benedetta da tutte le generazioni. La grandezza di Maria sta nell’aver vissuto, mediante la sua libertà, un’estasi totale di sé verso Colui che tiene nelle sue mani le sorti dell’esistenza umana, il principio e il fine della storia. 

Immacolata e Giubileo Straordinario della Misericordia

Quest’anno la solennità dell’Immacolata coincide con l’apertura della Porta Santa. Come non vedere in Maria, Madre della Misericordia, Colei che può aiutarci ad accoglierla e donarla? Chi accoglie il perdono di Dio viene redento e risuscitato, trasfigurato, rinascendo a vita nuova. La misericordia ricevuta, vissuta e celebrata rafforza nella capacità di vero, di bene e di Dio. Chi sperimenta l’amore misericordioso di Dio, a sua volta, aiuta i fratelli a risuscitare, a ritrovare il desiderio del vero, del bene e di Dio. L’anno della misericordia sia, dunque, per ciascuno l’occasione di una rinascita come anche di rinnovamento spirituale delle nostre famiglie, delle parrocchie, famiglie di famiglie, dei movimenti, delle associazioni, delle varie istituzioni. Per essere Chiesa, per essere movimenti ed associazioni che trasfigurano, come ci invita a fare papa Francesco, dobbiamo prima di tutto essere pienamente evangelizzati e trasfigurati dall’amore di Cristo. Dobbiamo passare attraverso la Porta santa. Il che significa che dobbiamo convertirci sempre di più a Cristo. Mai è finito di convertirsi, di rivestirsi dell’amore di Cristo. Convertirsi è soprattutto dire di no a quell’indolenza che non ci fa cambiare di una virgola i nostri atteggiamenti abituali. Si va magari dal papa per ricevere la sua benedizione, per sentire la sua parola, ma quando si ritorna a casa le cose nella famiglia, nell’amministrazione, nell’associazionismo, vanno più o meno come prima. Convertirsi, come dice il termine, implica cambiare direzione, mutare stili di vita, diventare occasione di speranza per gli altri, per coloro che, specie come i giovani e le donne, sono senza lavoro. Vuol dire capire che la tecnica, così importante per lo sviluppo, non può diventare un assoluto sicché diventa un pretesto per licenziare indiscriminatamente operai su operai. Vuol dire recedere dal rivendicare un diritto all’aborto: non esiste un diritto all’aborto, anche se esiste una legge che regolamenta questo triste fenomeno che non fa onore alla nostra civiltà, gonfia di superbia e sempre più misera dal punto di vista demografico ma anche economico. La conversione per noi importa rinunciare a quell’individualismo libertario ed anarchico che sta distruggendo lo Stato di diritto e lo Stato democratico, perché pone la persona come misura assoluta della verità e del bene. Implica rinunciare alla guerra tra noi, all’ideologia del gender che non è assolutamente una conquista di civiltà quanto piuttosto un rendere indistinte le identità e le vocazioni con gravissimi danni per la società. Comporta rifiutare le diseguaglianze, la fame, la povertà e quel denaro che governa anziché servire, l’economia che esclude anziché includere tutti. Convertirsi è dire di sì: ad una spiritualità missionaria: Cristo non va negato a nessuno. È credere al realismo della dimensione sociale del Vangelo (cf Evangelii Gaudium, capitolo IV). Rispetto ad un declino quasi inesorabile delle nostre comunità cristiane anche perché abbiamo paura di essere e di dirci cristiani, convertirsi vuol dire in definitiva un deciso e rinnovato impegno nella formazione di nuove guide spirituali e di fedeli laici, nell’evangelizzazione delle categorie professionali e degli intellettuali. Occorre ascoltare e responsabilizzare di più i giovani, includere i poveri non solo mediante l’assistenza caritativa ma soprattutto mediante politiche attive del lavoro, politiche industriali, innovazione e ricerca, costruzione di una società politica almeno a misura dell’Europa. Non deve mancare, poi – a meno di non vivere fuori dal tempo e dalle urgenze che ci testimoniamo un insano suicidio collettivo sul piano ambientale – una conversione ecologica (cf Laudato sì’, n. 217).

Durante l’Eucaristia di oggi offriamoci a Dio quale popolo che si converte e si rinnova per le nostre famiglie, per le nuove generazioni ed è nel territorio un torrente di vita nuova strutturata a tu, come un essere per. Vediamo in Maria immacolata – è ormai prossimo il terzo centenario della creazione della cappella della B. Vergine della Concezione annessa alla Chiesa di san Francesco –  un modello di disponibilità ad un mondo nuovo consegnandoci al suo Figlio. Solo un Dio accolto ci potrà salvare.

OMELIA per la presa di possesso del nuovo PARROCO DI BRISIGHELLA mons. Elvio Chiari
06-12-2015

Cari fedeli, associazioni, Suore, sacerdoti è questo un momento importante per la comunità di Brisighella. Essa, dopo una premurosa cura da parte dell’amministratore don Stefano Vecchi, ora nominato parroco di Marzeno, Sarna e Rivalta, riceve il suo nuovo pastore nella persona di Mons. Elvio Chiari. Non è molto tempo che la comunità è stata colpita dall’improvvisa scomparsa di Mons. Giuseppe Piancastelli per il quale eleviamo ancora una prece al Signore affinché possa godere dell’abbraccio del Padre che conosce i pensieri e vede nel profondo del cuore.

L’entrata e la presa di possesso della parrocchia da parte di Mons. Elvio si colloca sotto il segno dell’anno giubilare della Misericordia, che sarà aperto a breve a Roma da papa Francesco. Quale fortunata coincidenza per l’inizio del tuo ministero in questa comunità ecclesiale, caro Monsignor Elvio, ove sei già stato presbitero coadiutore nella tua giovinezza sacerdotale e ove sei ricordato per la tua dinamicità e la tua capacità di coinvolgere le persone. L’incominciare il ministero all’insegna della Misericordia traccia già un iter pastorale. Offre, inoltre, l’indicazione di uno stile di vita comunitario. Una parrocchia che accoglie, celebra e testimonia la misericordia di Dio non solo trasfigura e rende migliore la propria vita interna, ma diventa nel territorio fontana vivace di un’esistenza nuova, strutturata a tu, a cui ogni viandante, credente o no, si disseta.

Una vita civile più conforme alla dignità delle persone e più attenta ai bisogni di tutti i cittadini, specie nascituri, poveri, giovani, adulti disoccupati, procede dalla comunione con Dio Padre misericordioso, dall’esperienza del suo amore premuroso e trasfiguratore. Se non si accoglie l’amore di Dio, donatoci mediante Cristo, incarnato nella storia e in ciascuno di noi, non è possibile amare il prossimo come il Padre desidera da noi. L’amore del prossimo esige la nostra unità a Cristo, alla sua vita, al suo Spirito di amore. Consiste «nel fatto che io amo, in Dio e con Dio, anche la persona che non gradisco e neanche conosco. Imparo a guardare all’altra persona non soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo lo sguardo di Gesù Cristo. Il suo amico è il mio amico. Al di là dell’apparenza esteriore dell’altro scorgo la sua interiore attesa di un gesto d’amore, di attenzione, che io non faccio arrivare a lui soltanto attraverso le organizzazioni a ciò deputate, accettandolo magari come necessità politica. Io vedo con gli occhi di Cristo e posso dare all’altro ben più che le cose esternamente necessarie: posso donargli lo sguardo d’amore di cui egli ha bisogno» (Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 18).

A ben riflettere, in vista di una comunità viva, inserita nel territorio, che viene irrigato e irrorato con energie morali nuove, provenienti dalla condivisione della capacità di dono propria di Cristo, occorre sviluppare una pastorale che investe sull’annuncio della Parola di Dio, sull’Eucaristia, sul sacramento della Riconciliazione o Confessione, sulla catechesi, oltre che sull’esercizio della carità o diakonia. L’anno giubilare aiuterà a valorizzare, in modo particolare, il sacramento della Riconciliazione. Non si può pensare di accogliere la pienezza di grazia e di rinnovamento che può offrire l’incontro con Dio misericordioso senza la conversione a Cristo e al prossimo, senza confessarsi. Qualcuno, quando si è parlato delle condizioni per vivere con autenticità il prossimo Giubileo, è arrivato a dire che non è poi così necessario ricevere il perdono di Dio, cambiare vita, riconciliarsi con Dio e con i fratelli. Ebbene, se si vivesse il Giubileo della Misericordia così, esso diventerebbe solo l’occasione di una scampagnata o di una gita a Roma. Occorre prendere sul serio l’opportunità del perdono di Dio. Quanto ne abbiamo bisogno tutti, a tutti i livelli. Viviamo, poi, con slancio le opere di misericordia sia spirituali sia corporali. Tanti nostri giovani, forse, non hanno mai sentito parlare di esse. Papa Francesco ha fatto la proposta di viverne una al mese.

Il Giubileo per la comunità di Brisighella dev’essere proprio l’occasione di un nuovo inizio nella sua vita pastorale e missionaria, specie tra gli ultimi e i giovani. I giovani sono la nostra più grande ricchezza sia nella comunità ecclesiale sia in quella civile ed economica. Allorché sono responsabilizzati mostrano un’inventiva e una creatività insospettate. Occorre credere di più in loro. Additiamo loro l’ideale di una vita non mediocre, bensì quello della vita cristiana. Non dobbiamo rinunciare di far loro comprendere che si tratta di una vita coraggiosa, rivoluzionaria, che riempie il cuore di felicità. Mons. Elvio è ben preparato anche per la pastorale degli adulti. Da anni è incaricato degli adulti dell’Azione Cattolica. Egli ben sa che senza adulti ben formati la meta di una catechesi giovanile è pressoché irraggiungibile.

Coloro che ci hanno preceduti ci possono aiutare. Guardare alla storia della propria comunità non è mai male, specie se in essa si incontrano personaggi illustri. Impariamo da coloro che hanno dato con generosità il meglio di se stessi nella comunità ecclesiale – se ci si guarda attorno scorgiamo nomi e ritratti anche in questa chiesa collegiata – e nella comunità civile: uomini e donne che hanno reso ricca e gloriosa la propria città; ricca di opere e di istituzioni, ma soprattutto di amore fraterno e di una forte passione per il bene comune.

Non dimentichiamo il prevosto che ha lasciato questa comunità, iniziando opere importanti che attendono di essere ultimate. Accompagniamo con affetto Mons. Elvio Chiari, che entra in questa comunità con passione d’amore, con doti di intelligenza, pastore esperto nella cura delle persone, delle famiglie, degli ammalati e delle varie organizzazioni ecclesiali. Abbiamo anche un ricordo riconoscente al Cardinale Silvestrini che ci accompagna con la preghiera.

La Madonna del Monticino vegli e protegga il popolo di Dio che è in Brisighella e il suo nuovo parroco.

OMELIA per la solennità di TUTTI I SANTI
Faenza - Basilica Cattedrale, 1 novembre 2015
01-11-2015

La solennità di tutti i santi è il momento in cui la Chiesa festeggia la sua dignità di madre, immagine della città celeste, la nuova Gerusalemme. In questa solennità, essa mostra la sua bellezza di sposa immacolata di Cristo, sorgente e modello di ogni santità. Oggi la Chiesa onora e ricorda tutti i suoi figli, quelli passati e presenti. Nella prima lettura, l’autore del libro dell’Apocalisse li descrive come «una moltitudine immensa» che nessuno può contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua (cf Ap 7,9). Tra di essi sono compresi i santi dell’Antico Testamento, a partire dal giusto Abele e dal fedele Patriarca Abramo, quelli del Nuovo Testamento, i numerosi martiri dell’inizio del cristianesimo e i beati e si santi dei secoli successivi, sino ai martiri e ai testimoni di Cristo del nostro tempo. Li accomuna tutti la volontà di essere di Cristo, di incarnare nelle loro esistenze i suoi sentimenti, di lottare come Lui contro il male col bene, di perdonare, secondo il suo insegnamento, settanta volte sette.

Nella moltitudine dei santi non vi sono solo quelli canonizzati, ufficialmente riconosciuti, ma i battezzati di ogni epoca e nazione, che hanno cercato e cercano di compiere con amore e fedeltà la volontà di Dio. Della gran parte di essi non conosciamo i volti, ma con gli occhi della fede li vediamo risplendere, come astri pieni di gloria, nel firmamento di Dio. Non dimentichiamo che oggi la Chiesa non festeggia solo i suoi figli che sono in paradiso ma anche coloro che camminano su questa terra, verso l’approdo definitivo. Sant’Agostino ha raffigurato la Chiesa come un popolo immenso che si muove, quale teoria sterminata di persone, verso la Gerusalemme celeste. Di questo popolo una parte è ancora quaggiù, pellegrino sulla terra. Un’altra parte è giunto in prossimità di quel tempio di luce ove coloro che vedono il volto di Dio faccia a faccia esultano e gioiscono godendo la sua piena comunione. Si tratta di coloro che debbono ancora purificarsi e perciò si trovano nel pronao, all’entrata del tempio, in attesa di fare il loro ingresso definitivo.

La liturgia di oggi ci esorta, dunque, a concentrare lo sguardo sull’interezza della nostra famiglia, fatta di credenti e battezzati. Desidera che ci vediamo per quello che siamo: una grande e sconfinata comunione. Formiamo la comunione dei santi del cielo e della terra. Noi non siamo soli. Ma siamo in compagnia di una grande moltitudine di fratelli e sorelle, tutti partecipi, in maniera diversa, della vita gloriosa e piena di Cristo. La comunione dei santi esiste proprio grazie a Cristo, ossia per mezzo di Colui che incarnandosi ha assunto la nostra natura umana e ci ha arricchiti della vita immortale, quella di Dio. Noi siamo in comunione con i nostri fratelli, la cui vita non è stata tolta ma trasformata. Lo siamo a motivo del fatto che formiamo con Colui che si è fatto uomo, ed è morto e risorto, un solo Corpo, un solo Essere di persone in comunione. Viviamo uniti a Cristo come i tralci alla vite.

In questa comunione dei santi, attraverso Cristo pontefice massimo, ossia costituito ponte tra noi che viviamo sulla sponda della mortalità e i nostri cari che sono approdati sulla sponda dell’immortalità, le nostre preghiere passano e possono aiutare coloro che hanno bisogno di purificazione. Peraltro, sempre attraverso Cristo, coloro che si sono già stabilizzati nella vita eterna ci aiutano con la loro intercessione e la loro solidarietà.

Quale mistero! Quale ricchezza di tenerezza, che travalica i confini dello spazio e del tempo. Nella comunione dei santi il nostro amore per i nostri cari defunti continua. Il loro affetto per noi non cessa mai. Il Signore tiene vivo il legame che ci unisce in terra e lo rende eterno. Benedetto sia il suo nome. Non siamo mai orfani. La paternità e la maternità dei nostri genitori continua. Possiamo essere sempre cuore a cuore con loro.

Questa solennità non serve solo a rincuorarci e a rassicurarci che in Gesù Risorto, vincitore della morte, tutto continua come prima, sebbene in una condizione d’esistenza diversa. È anche il momento in cui, guardando ai nostri fratelli e sorelle Santi – che come diceva san Bernardo non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto – siamo accesi da un desiderio più grande di amare Cristo (Disc. 2; Opera Omnia Cisterc. 5, 364 ss). Ecco un ulteriore significato dell’odierna solennità: guardando al luminoso esempio dei santi risvegliare in noi il desiderio di essere come loro: felici di vivere Cristo, di respirare con i suoi polmoni, di pensare come Lui, di volere e di amare come il Figlio di Dio.

Di tanto in tanto facciamo una visita nella nostra cattedrale, guardando e soffermandoci a destra e a sinistra, ma anche al centro. Qui troviamo immagini di santi, il corpo di santi e di beati cari alla nostra comunità, la tomba di sacerdoti e di vescovi. Dopo aver terminato il nostro giro ci troveremo rinfrancati, ci si sentirà confortati dalla compagnia e dall’esempio anche di coloro che hanno desiderato di essere sepolti più vicini al luogo in cui si celebra l’Eucaristia, quel sacrificio che consente ed alimenta la comunione dei santi. Impariamo da loro. Insegniamo alle nuove generazioni di pregare e di far celebrare sante Messe per i nostri cari defunti, per coloro che, sacerdoti e vescovi, catechisti e diaconi, hanno nutrito la nostra fede.

La vista di alcuni concittadini divenuti santi e beati ci confermerà nella convinzione che la santità esige uno sforzo continuo, ma è possibile a tutti perché, più che opera dell’uomo, è anzitutto dono di Dio tre volte Santo (cf Is 6, 3).

La via della santità è tracciata dalle beatitudini che poco fa abbiamo sentito risuonare. Dice Gesù: beati i poveri in spirito, beati gli afflitti, i miti, beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, i misericordiosi, beati i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per causa della giustizia (cf Mt 5, 3-10). La lettera pastorale del vescovo, intitolata Misericordiosi come il Padre, indica gli ambiti in cui essere santi in termini attuali, nella famiglia, nel lavoro, nell’economia, nella finanza, nella politica, nei mezzi della comunicazione sociale, nella cura della salute. La santità non è una realtà astratta, fuori dal tempo e dallo spazio. Essa concerne la nostra vita quotidiana, quella di oggi. Siamo santi nella quotidianità della vita, imitando Cristo, il quale ci ha detto che solo colui che perde la propria vita la ritroverà.

OMELIA per l’ORDINAZIONE DIACONALE dell’accolito CLAUDIO PLATANI
Faenza - Cattedrale, 24 ottobre 2015
24-10-2015

Caro Claudio, l’intera Chiesa oggi rende grazie a Dio e prega per te, riponendo tanta fiducia e speranza nel tuo impegno ministeriale ed apostolico. La Chiesa conta su di te perché il cuore di ogni persona, di ogni giovane, anela, come il cieco di Gerico, Bartimèo, all’incontro con Gesù Cristo, che riaccende la vita. Grazie all’incontro con Lui un’altra esistenza è possibile, non confinata nel buio, ai margini della società. Caro Claudio, sentiti, allora, per tanti della tua gente, anzitutto un Gesù che passa e che riaccende speranza perché si accorge di chi soffre e grida di dolore per la sua vita perduta, spesso rinserrata nel buio della non verità. Sentiti servo di Cristo Gesù. Annuncia la Parola di Dio. Fai innamorare le persone del Salvatore, perché ricevano da Lui, una vita nuova ed eterna, vera libertà e gioia piena.

Il diacono è il «servo», colui che è interamante dedito al servizio. Tutti i ministeri nella Chiesa possono essere definiti «diaconie». Ma se c’è un ministero in cui la parola diacono, cioè servo, indica una funzione specifica, in una maniera più accentuata, è proprio quella che assumerai questa sera, dopo esserci pervenuto con una scelta lucida e matura.

Ciò non significa che si tratta di un servizio migliore o più importante, ma piuttosto di un servizio in un senso più stretto, implicante diversi aspetti: l’operare per gli altri, la subordinazione (e, quindi, l’obbedienza e l’umiltà), la carità.

Se è vero, dunque, che tutti i ministeri sono «servizi», in quanto sono un «operare per gli altri», che deve essere esercitato con umiltà, carità e disinteresse, nel diacono viene accentuato l’aspetto della «subordinazione», che lo costituisce «servo» in senso stretto.

Il servizio del diacono è «partecipazione» alla «diaconia» del vescovo. Come risulta dagli scritti di sant’Ignazio e di Ippolito, i diaconi ricevono dal Vescovo l’incarico di vivere l’aspetto diaconale del suo ministero. Il vescovo deve vivere la diaconia di Gesù Cristo. Partecipando alla diaconia del vescovo, il diacono diventa, a sua volta, segno sacramentale di Cristo servo.

I diaconi, in ultima analisi, sono chiamati a vivere, nella modalità della dipendenza dal vescovo, come Gesù Cristo che si è fatto diacono (servo) di tutti.

Secondo la tradizione, i diaconi compiono il loro ministero soprattutto verso i sofferenti nel corpo e nello spirito, porta a porta, animando altri fratelli a fare altrettanto. Mentre servono i fratelli e le sorelle bisognosi, evangelizzano in maniera capillare; e, inoltre, svolgono il servizio liturgico per il culto di Dio, specie nell’Eucaristia.

Caro Claudio, ecco alcune dimensioni del tuo futuro ministero. Tale diaconia non verrà meno nel prossimo ministero sacerdotale. In questo tratto di tempo, prima di essere ordinato sacerdote, immedesimati a Gesù Cristo, servo di tutti, specie dei più piccoli, dei più indifesi, dei più poveri. Vivi con Lui lo svuotamento di te stesso, perché l’essere-per-gli-altri, che struttura ogni esistenza, si attui in te secondo la misura di Cristo, ossia in pienezza, al fine di costruire un popolo che accoglie, celebra, annuncia e testimonia la vita d’amore della Trinità.

Sii, dunque, diacono di Cristo per edificare il suo corpo, la Chiesa, per testimoniare l’Amore di Dio.

A ben riflettere, la tua diaconia di Cristo si tradurrà necessariamente in diaconia a Cristo.

Sei ordinato diacono in una Chiesa chiamata ad uscire per abbracciare tutte le genti, per superare le frontiere di razza, di classe, delle nazioni, per essere cattolica. Sei inviato perché la Pentecoste sia universalizzata, in un contesto socio-culturale in cui i popoli si mescolano. Sei chiamato ad una nuova evangelizzazione che aiuta a vivere più autenticamente la dimensione sociale della fede.

Sei ordinato diacono di Cristo, per Cristo, all’inizio di questo terzo millennio che vede la chiesa europea con i tratti di una nonna che invecchia e non sembra dotata di tutte le forze della giovinezza. La passione per Gesù Cristo, l’essere innamorato di Lui ti consentirà di penetrare più a fondo nella sapienza del Vangelo e di forgiare nuovi modi di «dire Dio» in una società multireligiosa, multietnica, spesso indifferente rispetto alla fede, sempre più emarginata nel privato. Potrai servire meglio Cristo se non cesserai di studiare, di aggiornarti, ma soprattutto di vivere in un’empatia costante con Lui, mediante la preghiera, in un cuore a cuore incessante. Solo se ti lascerai amare da Gesù comprenderai la necessità di rendere ragione della speranza che abita in te e di aiutare tutti a rendere santa la propria vita unendola al sacrificio di Cristo.

Ricordati anche che sei ordinato diacono in un periodo della Chiesa in cui le vocazioni sacerdotali, religiose e laicali hanno bisogno di particolari cure e di un accompagnamento indefesso

Imita Gesù che ha chiamato a sé ed inviato apostoli. Potrai essere gestore di importanti opere, ma se in esse non sarà percepibile un progetto educativo animato dall’amore a Dio come Sommo Bene, sarai solo manager o operatore culturale e sociale come ve ne sono tanti. È necessario il colloquio personale coi giovani, la presenza in mezzo a loro. In particolare, è importante l’accompagnamento spirituale delle persone. La forma più convincente di pastorale vocazionale si ha quando dei giovani incontrano sacerdoti che irradiano lo splendore e l’intima bellezza del loro appartenere totalmente e gioiosamente a Cristo.

La grazia del diaconato che tra poco ti sarà donata ti collegherà intimamente all’Eucaristia. Diventerai più familiare dei sentimenti di Cristo che ama sino alla fine. Rivestiti di Cristo che si è fatto servo.

Alla cura per la celebrazione eucaristica si accompagni l’impegno per una vita eucaristizzata, vissuta cioè come un dono totale per Cristo, per le vocazioni. È un grande servizio che farai alla tua chiesa. Così sia.

+ Mario Toso, SDB

OMELIA per le ESEQUIE di don ORESTE MOLIGNONI
Fossolo di Faenza - 14 ottobre 2015
14-10-2015

Poco fa nel Vangelo abbiamo ascoltato le parole di Gesù: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. Esse illuminano la nostra fede e sostengono la nostra speranza nel momento che stiamo vivendo, mentre, raccolti attorno al nostro caro Don Oreste, ci apprestiamo a dargli l’ultimo saluto, con sentimenti di affetto e di viva riconoscenza. Con lui vogliamo confessare, con particolare intensità, che nell’Eucaristia siamo misteriosamente resi partecipi della morte e risurrezione del Signore, coinvolti in un’opera grande di ricapitolazione di tutte le cose nell’Uomo Nuovo, Principio e Fine di ogni cosa. Mediante Cristo che tutto assume e trasfigura, Dio prepara, sin da ora, per i suoi servi buoni e fedeli, il premio della vita che non avrà mai fine.

Questa è la fede che ha guidato la lunga e feconda vita sacerdotale di Don Oreste. Con questa fede egli ha celebrato il Sacrificio, la S. Messa, cercando in essa il riferimento costante della sua vita spirituale, per essere di Cristo, con Cristo, per Lui, con animo indiviso, fedele al suo Signore. Da qui ha attinto la forza per il suo zelante ministero sacerdotale, esercitato quasi per intero in questa comunità parrocchiale di Fossolo. Qui, per 57 anni, Don Oreste ha celebrato l’Eucaristia e ha nutrito i suoi parrocchiani con il Pane della vita, affinché fossero essi stessi «eucaristizzati», più capaci di dono e di servizio, con i sentimenti del Redentore. Qui ha donato il perdono di Dio nel sacramento della riconciliazione, perché la misericordia rigenerasse e aiutasse a rialzarsi lungo il cammino; ha predicato il vangelo di Cristo, quale parola viva, efficace, più tagliente di ogni spada a doppio taglio, penetrante nel discernere i sentimenti e i pensieri del cuore. Qui ha introdotto i neonati nel Popolo santo di Dio attraverso il sacramento del Battesimo perché si riconoscessero figli nel Figlio e fratelli con pari dignità. Nel grembo di comunione del popolo di Dio che è in Fossolo ha preparato i ragazzi alla Cresima e i giovani al matrimonio affinché fossero credenti adulti, costruttori della comunità, testimoni credibili, inviati; ha benedetto coloro che sono partiti per impegni di missione e sono ritornati rinfrancati nella fede e nella carità di Cristo; infine, ha accompagnato tanti fratelli e sorelle nell’ultimo passaggio da questo mondo al Padre perché fossero da lui accolti, accompagnati dal grande Pastore i cui occhi vedono oltre le tenebre. Confidiamo che ora il Padre abbia accolto anche lui nella sua casa per partecipare al convito del cielo. Per questo nostro fratello si è ormai compiuta la “beata speranza” che, come ripetiamo ogni giorno nella celebrazione eucaristica, attendiamo cercando di vivere pellegrini sulla terra, “liberi dal peccato” e con lo sguardo rivolto alle cose di lassù. Pensiamo che don Oreste, presbitero cuore a cuore con Cristo, ora prende parte al convito messianico di cui parla Isaia nella prima Lettura, dove la morte è eliminata per sempre e le lacrime sono asciugate su ogni volto (cfr Is 25,8). In attesa di condividere anche noi, l’eterno convito di amore, ci accompagna la certezza espressa nel Salmo responsoriale: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla” (Sal 22,1). Sì, per l’uomo che vive in Cristo, la morte non fa paura; egli sperimenta in ogni momento quanto il salmista afferma con fiducia: “Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me” (22,4).

Tu sei con me”: questa espressione rimanda ad un’altra che Gesù risorto rivolse agli Apostoli: “Io sono con voi” (Mt 28,20). Don Oreste ha vissuto questa presenza trasfigurante. Per questo ha sempre desiderato che la sua esistenza e il suo ministero sacerdotale fossero un messaggio di speranza, la comunicazione di un’esperienza beatificante. Attraverso il suo sorriso buono e il suo apostolato si è prodigato di dire a tutti che Cristo è sempre con noi, vive in noi, facendoci continuamente suoi per un destino di gloria.

San Paolo ci ha ricordato nella seconda Lettura che se moriamo con Cristo, “vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà” (2 Tm 2,11-12). L’intero progetto di vita del cristiano non può che essere modellato su Cristo: tutto con Lui, per Lui e in Lui a gloria di Dio Padre. Ebbene, è stata proprio questa fondamentale verità ad orientare l’esistenza del nostro caro Don Oreste. Possiamo affermare che le parole dell’Apostolo Paolo sono state la guida di ogni sua scelta e decisione.

Raccolti qui, preghiamo perché questo nostro fratello presbitero possa vedere faccia a faccia Gesù Cristo, quel Signore che si è impegnato a servire su questa terra con fedeltà e amore.

Rendiamo grazie per il dono di averlo conosciuto e per tutti i benefici che in lui e mediante lui il Signore ha elargito alla Chiesa e in particolare a questa comunità.

Il testamento spirituale che il caro Don Oreste ci ha lasciato esprime bene il senso della sua esistenza e del suo ministero tra noi:

Questa mia vita terrena, che concluderò il giorno in cui il Signore mi chiamerà a Sé, l’ho considerata sempre nella fede. Queste le mie ultime volontà.

Funerale semplicissimo.

Invece di fiori, offerte per le opere di bene.

Non possiedo beni all’infuori di quello che si trova in casa. Ai parenti dico: nulla possiedo, nulla posso lasciarvi a simbolico compenso di quanto per me avete

fatto e per la presenza continua; Dio vi ricompenserà.

Lasciandovi, vi raccomando, anche in mia memoria la fraternità, poiché Dio ha la sua forza che non cessa nel cambiare vita. La fedeltà alla legge cristiana ed a tutti

i principi ed insegnamenti di Gesù Cristo.

L’unità nella sua Chiesa. Vogliatevi bene e siate comprensivi,

sicché nessuna offesa esca mai dalla vostra bocca.

Ringrazio i giovani e gli abitanti di allora di S. Agata, ove fui cappellano per nove anni, tutti pieni di affetto e di bontà per me inesprimibili, e dai quali ho avuto tali

testimonianze di bontà, di solidarietà, di aiuto che non so dimenticare né esprimere.

La tomba non potrà estinguere la mia gratitudine. La mia mite voce vi ripete sempre la mia riconoscenza.

Per i miei parrocchiani. Sono oltre cinquant’anni che vivo in mezzo a voi.

Quante testimonianze di bontà mi avete dato. Sono stato insufficiente all’opera mia?

Certamente.

Ma voi avete riparato per me. Grazie a voi tutti che mi avete accompagnato con le vostre preghiere e sofferenze.

Grazie a voi parrocchiani che mi avete accolto nelle vostre dimore come fratello e uomo di Dio. A tutti grazie per le preghiere di suffragio.

Un grazie particolare al mio Vescovo che è stato sempre disponibile nei miei confronti.

Vogliatevi bene sempre fra voi, in questo mi sentirò fra voi sempre vivo. Amatevi come Cristo vi ha amato. In questo ed in questo solo è il Regno di Dio.

Ogni infrazione è dolore. Mi affido alla materna intercessione della Vergine Maria, madre di Misericordia che mia madre mi ha insegnato ad amare fin da bambino.

Che Dio vi benedica.

don Oreste

Don Oreste ha affidato la sua vita e la sua morte a Maria Madre di misericordia e proprio a Lei vogliamo consegnare la sua anima.

La Vergine Maria che Don Oreste ha amato e invocato tante volte durante la sua vita terrena, lo riceva adesso tra le sue braccia come figlio carissimo e lo accompagni all’incontro con Cristo, perché lo introduca nel suo regno di luce e di pace.