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OMELIA per il SALUTO alla DIOCESI
01-03-2015

Vogliamo anzitutto vivere il dono della liturgia della seconda domenica di quaresima, che ci aiuta a cogliere il significato vero anche del saluto che la Comunità cristiana di Faenza-Modigliana sta manifestando al termine del mio mandato episcopale. È la domenica della Trasfigurazione, che intende orientare il nostro percorso quaresimale decisamente verso la Pasqua di risurrezione. Gesù ha portato i tre discepoli su un alto monte e si è manifestato nella sua gloria. E di questo essi non avrebbero dovuto parlarne se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Diversamente non sarebbero stati creduti.
Nella prima lettura abbiamo ascoltato la storia di Abramo, al quale Dio chiede in sacrificio il figlio della promessa. A lui Abramo legava la speranza del suo futuro, e con la sua morte tutto sarebbe finito. Invece fu proprio quel fidarsi ciecamente di Dio che fece sì che Isacco fosse ridonato ad Abramo come risorto. È la lettera agli Ebrei che ci fa capire questo modo misterioso di Dio: “Abramo pensava che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo” (Ebr 11,17-19); simbolo di Cristo, che il Padre non ha risparmiato, ma che ha fatto risorgere per ridonarlo a noi.
Dio mette alla prova e ci fa uscire dalla prova rafforzati e cresciuti dall’esperienza del suo amore. Le prove di Dio si distinguono dalle tentazioni del demonio perché mentre queste tendono a mettere al centro noi stessi, il nostro piacere, il nostro potere, il nostro possedere, Dio mette alla prova la nostra fedeltà all’amore di Lui e dei fratelli. La cosa difficile è credere che nel momento in cui Dio sembra toglierci ciò che ci ha dato, invece ce lo vuole ridonare nel modo più pieno. Succede così nella nostra vita. Quante volte ci lamentiamo con Dio perché non comprendiamo il suo modo di fare. Poi basta continuare a credere e arriviamo a vedere che “tutto concorre al bene per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno” (Rm 8,28).
La liturgia ha il compito di mantenere vivo in noi questo modo che Dio ha di rendersi presente nella nostra vita, perché egli ci vuole bene più di quanto ce ne vogliamo noi stessi. In altre parole la nostra salvezza sta a cuore più a Dio che a noi. L’esperienza di Abramo, nostro padre nella fede, ce lo dimostra.
La liturgia ci aiuta a guardare la nostra vita nella luce di Dio; ci insegna a non accontentarci dell’aspetto superficiale degli eventi, ma a cercarne il senso profondo.
Volendo considerare il mio caso, arrivato a questo punto della vita, è dall’Eucaristia che sono aiutato a ringraziare.  S. Paolo a un certo punto in una sua lettera prorompe in una esortazione: “E siate riconoscenti”. Ha ragione: dobbiamo imparare a dire grazie, perché tutto è dono.
Questa Messa è per me l’occasione per dire grazie al Signore, alla Chiesa di Faenza-Modigliana, ai sacerdoti e religiosi, alle Suore e ai laici per questi dieci anni che ci sono stati donati. In questi giorni è successo che qualcuno, nella sua bontà, abbia voluto ricordare alcune cose fatte insieme. Il più delle volte per me è stata l’occasione per rendermi conto di quello che avrei dovuto fare.
Il bello di una Chiesa è vedere come le cose crescono dalla collaborazione responsabile di tutti. E la soddisfazione più bella è sapere che ciò che si compie nella Chiesa è sempre a favore di altri, per il loro bene spirituale e qualche volta anche materiale. Che nella vita ci siano delle difficoltà e dei problemi non è una novità, soprattutto quando si condivide la responsabilità di persone. Ma anche in questo caso c’è sempre da ringraziare, perché nelle situazioni più difficili c’è sempre da imparare.
Credo che la vita non basterebbe per dire grazie per tutto quello che abbiamo ricevuto. E pensare che il bello deve ancora venire, perché è nella vita risorta che si compirà ogni nostra speranza.
L’Eucaristia è ringraziamento e sacrificio, che ci conduce ad offrire ciò che abbiamo a nostra volta ricevuto. Non è che Dio abbia bisogno delle nostre cose o di noi stessi, ma questo diventa il modo concreto per noi per riconoscere di aver gradito il dono, partecipando quello che abbiamo. A Dio poi è gradito il nostro sacrificio di lode, nel riconoscere le cose belle che Lui ha fatto; ed è gradita l’offerta delle nostre fatiche e delle nostre sofferenze.
Quando una malattia ci colpisce noi vediamo subito il limite in cui ci troviamo e il deterioramento del nostro corpo. Quello è il momento in cui possiamo donare qualcosa di nostro, non perché siamo bravi, ma perché Gesù con la sofferenza ha salvato il mondo e coinvolge anche noi. C’è una frase di un sacerdote bolognese, don Giuseppe Codicè, che altre volte ho ricordato, che dice: “Di una cosa si rammaricano gli angeli: di non aver potuto offrire mai una sofferenza per il loro Signore”. Noi fintanto che siamo in vita possiamo offrire sempre qualcosa, anche se non ce ne rendiamo conto. L’importante è aver riconosciuto che tutto abbiamo ricevuto e che tutto possiamo donare.
Ringraziare, offrire e vivere il futuro. L’Eucaristia ci porta avanti; è l’anticipo qui in terra di ciò che sarà nel cielo, anche se ne è solo l’ombra e l’immagine. Nella vita non si può rimanere ancorati alla nostalgia e ai ricordi, come se non ci fosse più niente nel nostro futuro. Ci ricorda il Concilio: “Nella liturgia terrena noi partecipiamo, pregustandola, a quella celeste, che viene celebrata nella santa città di Gerusalemme, verso la quale tendiamo come pellegrini, dove Cristo siede alla destra di Dio” (SC, n. 8).
Guardare la vita senza rimpianti non è sempre facile. Spero di poter far tesoro del realismo con cui mia madre affrontava il saluto degli amici quando si trattò di lasciare Bologna per venire a Faenza. A coloro che le dicevano: “Vogliamo poi vederci ancora; in fondo Faenza è vicina ecc.” rispondeva: “Se ci vediamo ancora sono contenta, altrimenti ci vedremo in Paradiso”. Era la visione di una persona che aveva davanti a sé un futuro reale, nel quale si aspettava il compiersi della beata speranza.
Il momento che stiamo vivendo con l’avvicendamento del vescovo ci offre l’occasione per un bell’atto di fede nella Chiesa: i vescovi cambiano ma la Chiesa continua, perché è Gesù che la guida. Vi invito sinceramente ad accogliere il Vescovo Mario come l’inviato del Signore per guidarci verso il Regno. Anche questo fa parte del futuro nel quale siamo invitati a vivere, in vista dell’eternità.
La Vergine santa, Madre della Chiesa e di tutte le grazie ci accompagni e ci protegga

OMELIA per la DEDICAZIONE dell’ALTARE DEL SEMINARIO
Faenza - Seminario Diocesano, 11 febbraio 2015
11-02-2015

Dopo la grazia della dedicazione del nuovo altare della Cattedrale, sono molto lieto di poter dedicare anche il nuovo altare della Cappella del Seminario. Vedo tra questi due eventi un rapporto ideale, che unisce la Cattedrale, segno dell’unità della Chiesa locale, al Seminario dove idealmente si preparano i ministri dell’Eucaristia. Dico idealmente, perché di fatto la formazione avviene altrove, anche se qui si trova il luogo del primo discernimento vocazionale.
Dedicare un altare a Dio è un gesto che eleva il centro del tempio ad un significato preciso. Si afferma qui il primo comandamento: “Non avrai altro Dio fuori che me”; si afferma pure che esiste sulla terra un luogo che accoglie Dio; questo luogo è l’uomo Cristo Gesù, di cui l’altare  è il segno.
Eppure aveva detto Gesù alla donna samaritana che “Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità”. Questo vuol dire che gli adoratori in spirito devono arrivare a Dio nella verità di Cristo morto, risorto e presente nel mistero dell’Eucaristia. È Cristo risorto che ha voluto lasciare un segno in cui incontrarlo, un segno che noi possiamo toccare, mangiare e così nutrire la vita divina che è nata in noi dal Battesimo. Afferma Tertulliano: “Caro salutis cardo”: fondamento della salvezza è la carne di Cristo e tutto ciò che egli ha preso su di sé come uomo, eccetto il peccato. Questo è contro ogni spiritualismo.
Cristo ha voluto rimanere in mezzo a noi nella realtà del pane e del vino offerti in sacrificio, perché nutrendoci di essi noi diventassimo il suo Corpo misterioso che è la Chiesa. Questo è il realismo degli adoratori in spirito e verità.
Nel dedicare a Dio un altare di pietra, non intendiamo costituire nulla di diverso da quello che Dio stesso ha già costituito come altare, vittima e sacerdote, cioè Cristo Gesù. La lettera agli Ebrei con una allusione ai sacrifici del tempio di Gerusalemme ci presenta il sacrificio di Cristo offerto una volta per sempre, nella continuità di Cristo che è lo stesso ieri, oggi e per sempre. Questo è possibile perché egli è già nell’eternità e il suo rapporto con noi, che siamo nel tempo, risulta vincitore: noi cambiamo, ma Lui resta per sempre, in una perenne contemporaneità.
Il nostro altare, continua la lettera agli Ebrei, è diverso da quello del tempio antico. È vero che Cristo fu immolato fuori della porta della città, dove si bruciavano i corpi degli animali offerti in olocausto; ma all’infuori di questa piccola analogia, noi offriamo a Dio un sacrificio perenne di lode.
La prima Chiesa aveva capito che la vita nuova nasce dallo spezzare il pane: lì c’è l’insegnamento degli apostoli, ci sono le preghiere e la comunione dei beni, perché anche la vita sociale cambia per chi vive nella fede del Signore Gesù.
Il cammino di chi si prepara a offrire il sacrificio eucaristico trova la radice della propria formazione spirituale in ciò che avviene sull’altare: la Croce, la Parola, la Comunione.
Anzitutto qui c’è il sacrificio della Croce, che non si esaurisce sull’altare, ma entra nella vita: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 16,24s).
L’altare consacrato è riservato all’offerta dell’Eucaristia; così colui che consacra a Dio la propria vita la spende tutta per Lui e per il suo popolo. Prendere la propria croce vuol dire anche portare sull’altare tutte le croci che incontriamo nella giornata, le nostre e quelle della nostra gente. Le consegniamo al Signore Gesù che ha trasformato il senso della croce, perché in Lui trovino valore.
Accanto alla mensa dell’Eucaristia c’è la mensa della Parola. “E’ lui che parla, quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura” (SC,7). La Parola di Dio nell’Eucaristica  ci rende presenti al mistero che si celebra, e con la grazia dello Spirito santo ci rende partecipi della vita eterna. Nel cammino formativo ci si avvicina ai misteri della fede non tanto per curiosità, ma per lasciarsi trasformare dalla loro grazia.
Infine “anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo” (Rm 12,5). La comunità cristiana viene costruita dal sacramento dell’unico pane spezzato.
Nella realtà della vita il presbitero vivrà questo mistero in due modi, che corrispondono alle sue due famiglie: la famiglia del presbiterio della Diocesi, che nasce dalla stessa ordinazione e dalla stessa missione, e la famiglia della comunità dove è inviato, nell’ambito della Chiesa diocesana, avendo tuttavia la sollecitudine per tutte le Chiese (P.O. n. 10).
Come l’altare anche il presbitero viene consacrato con il Crisma, segno dell’unzione dello Spirito Santo nel quale è stato unto lo stesso Cristo Gesù.
La Vergine Immacolata, che stava presso la Croce del Figlio partecipando al suo Sacrificio, ci accompagni in questo rito e accompagni quanti si preparano al ministero presbiterale. Maria sostenga con la sua intercessione la nostra fragilità. La Bianca Immacolata Madre del Signore ci sia accanto sempre all’altare e nella vita.
 

OMELIA per la MESSA dell’EPIFANIA 2015
Faenza, Basilica Cattedrale - 6 gennaio 2015
06-01-2015

Quando le feste sono tante e vicine, si rischia di non cogliere la grazia propria di ognuna, impoverendo quindi le occasioni che ci sono date. L’Epifania arriva alla fine delle feste natalizie, dove è il Natale a dominare almeno per l’importanza che gli viene data dal popolo di Dio. A prescindere da ogni confronto, possiamo vedere nel tempo di Natale la grazia di un unico mistero, quello di Dio che si manifesta per farsi conoscere e accogliere. Le celebrazioni liturgiche ci presentano aspetti diversi e complementari, per farci cogliere la bellezza e la grandezza di ciò che è avvenuto.
San Paolo lo ha detto nel brano della lettera agli Efesini: “Questo mistero non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo”.
C’è stato un momento preciso, che la Scrittura chiama “pienezza dei tempi”, scelto da Dio per entrare nella storia. Perché il Figlio di Dio non sia venuto prima o dopo non sta a noi giudicarlo; l’importante è che questo sia avvenuto e che questa notizia sia stata affidata a noi per farla giungere a tutti i popoli.
Nel Natale noi abbiamo giustamente ammirato la piccolezza del Dio Bambino, che per farsi accogliere ha scelto il modo più umile e povero, che diventa anche una indicazione precisa per coloro che lo vogliono seguire.
Oggi nel racconto dei Magi che vengono dall’oriente per conoscerlo, ci viene rivelata l’importanza della collaborazione dell’uomo nell’andare incontro a Cristo, a qualsiasi popolo appartenga, perché Dio non fa preferenze di persone. Però anche a costoro chiede almeno una cosa: la curiosità, la ricerca e il mettersi in cammino. I Magi hanno risposto ad una sollecitazione dall’alto, la stella che avevano visto spuntare: “E siamo venuti ad adorarlo”. Nelle cose di Dio la parte principale è sempre opera di Dio, il quale però chiede alla libertà dell’uomo una collaborazione, non fosse altro l’accettazione del dono o il desiderio e la ricerca dello stesso.
Mi spiego con una storiella, di cui chiedo scusa. Si racconta che un devoto di San Gennaro chiedesse con insistenza al Santo di vincere alla Lotteria nazionale; e il Santo gli avrebbe fatto sapere: “Almeno compra il biglietto…”. Questo rende l’idea di che cosa significa la collaborazione tra la grazia di Dio e la libertà dell’uomo.
E vero che i Magi hanno avuto l’aiuto della Sacra scrittura custodita dal Popolo di Dio; ma questa essi l’hanno incontrata dopo un lungo cammino e vi hanno dato una pronta obbedienza.
Entrando nel mondo Dio non ha mortificato la libertà dell’uomo, ma l’ha esaltata, rispettandola e lasciandole tutta l’importanza che deve avere per il compimento del suo dono. Dio non costringe nessuno; al massimo offre la luce, si colloca sulla nostra strada, fa sorgere la domanda, ma poi aspetta che facciamo la nostra parte.
Il mistero dell’Epifania ci offre una motivazione nuova per accogliere la rivelazione di Dio; questa è data non solo per noi, ma perché noi la annunciamo anche agli altri popoli, perché anch’essi “sono chiamati in Cristo Gesù a condividere la stessa eredità e a formare lo stesso Corpo” dei figli di Dio.
Sorge qui il compito della missione e dell’evangelizzazione, una volta che sia avvenuto l’incontro con Cristo. I Magi sono andati portando dei doni preziosi, pensando di aver fatto già la loro parte. Nella realtà l’incontro che hanno fatto li ha cambiati, al punto che torneranno al loro paese per una strada nuova. Chissà se sono diventati i primi evangelizzatori dei loro paesi che videro tuttavia, dopo la risurrezione di Cristo, gli Apostoli a portare il lieto annuncio del Risorto?
Comunque il mistero che nell’Epifania ci viene rivelato, comprende anche il farsi carico del comunicare ad altri ciò che abbiamo incontrato. La visione di Isaia profeta, insieme alla “tenebra che ricopre la terra e alla nebbia fitta che avvolge i popoli”, vede una luce, allo splendore della quale cammineranno i popoli. Quella speranza non è un auspicio vuoto lasciato alla fortuna degli eventi, ma è una promessa affidata a un popolo: il popolo dei credenti.
Noi facilmente rileviamo la presenza della tenebra e della nebbia, ma non sempre ci rendiamo conto che abbiamo la consegna di portare la luce, che ci è stata affidata in Cristo Gesù.
L’impegno di evangelizzatori che ci è chiesto è fatto di lavoro e preghiera. Ci insegna Papa Francesco che “la Chiesa non può fare a meno del polmone della preghiera” e “nello stesso tempo si deve respingere la tentazione di una spiritualità intimistica e individualistica, che mal si comporrebbe con le esigenze della carità, oltre che con la logica dell’Incarnazione. C’è il rischio che alcuni momenti di preghiera diventino una scusa per evitare di donare la vita nella missione” (EG, cfr n. 262).
Ognuno deve trovare la propria vocazione, ma non possiamo aspettare che siano gli altri a mettere a posto le cose senza fare ognuno la propria parte. Forse in questo impegno comune, più ancora che il risultato delle singole nostre azioni, sarà preziosa la testimonianza di comunione e di amore fraterno che si potrà dare, mostrando come anche questo miracolo è frutto del mistero dell’Incarnazione del figlio di Dio, che ci ha resi tutti fratelli, figli dell’unico Padre che è nei cieli. Non è certo con le guerre o con le sanzioni che si insegna la convivenza e la pace tra i popoli, ma vivendo l’amore e la concordia che Cristo ha insegnato con la sua vita

OMELIA per il XXV dell’AMI
Faenza, Basilica Cattedrale - 4 gennaio 2015
04-01-2015

Nella domenica che precede l’Epifania la liturgia ci ripropone il mistero del Natale con il vangelo di Giovanni e con l’inizio della lettera agli Efesini; il prologo del vangelo di Giovanni ci richiama la vita del Verbo nel mistero della Ss.ma Trinità, mentre S. Paolo riflette sul nostro rapporto con lo stesso Verbo incarnato. Il fatto centrale di queste letture è la presenza di Dio tra noi, ricordata anche nel brano del Siracide: Il Creatore ha posto la sua tenda in Giacobbe.
S. Giovanni contempla la realtà di Dio nella prospettiva dell’incarnazione del Verbo: “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. Non si doveva dubitare sulla vera realtà del Figlio di Dio fatto uomo, come qualche eresia cominciava ad affermare. L’infinità di Dio è capace di introdursi nella nostra finitezza senza perdere nulla della sua grandezza. Il disegno di amore di Dio non chiede di rinunciare a nulla né al Figlio di Dio che viene tra noi, né a noi che Lo dobbiamo accogliere. Il mondo, che è stato fatto per mezzo di Lui, era già capace di accoglierlo, anche se la libertà dell’uomo ha sempre la possibilità di non accettarlo. È la triste considerazione del vangelo di Giovanni: “Venne tra i suoi e i suoi non lo hanno accolto”. Gesù è venuto per tutti, anche se non tutti lo hanno conosciuto. Ma questo non deve far pensare ad un fallimento del progetto di Dio, perché invece introduce il tema della necessità dell’evangelizzazione e della missione.
 Il brano di S. Paolo agli Efesini avvia la sua riflessione dalla fortuna di coloro che hanno conosciuto Cristo: “Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale dei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità”. Ormai il prodigio dell’incarnazione del Verbo è avvenuto e ci rivela il grande progetto di amore che Dio da sempre ha avuto; anche la creazione del mondo appartiene a questo disegno, di preparare l’accoglienza del Figlio di Dio e di tutti gli uomini figli nel Figlio. San Paolo però aggiunge le conseguenze operative che riguardano tutti coloro che accolgono Cristo: essere santi e immacolati nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi. E in questa affermazione dei figli adottivi, si collega al vangelo di Giovanni che dice: “A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio”. A coloro poi che sono diventati figli di Dio, incombe l’impegno di far conoscere tale progetto a tutti gli uomini che ancora non lo conoscono: è l’impegno missionario.
In questa domenica, che precede di poco la solennità dell’Epifania,  la nostra Chiesa diocesana ringrazia il Signore per la realtà dell’AMI, l’Associazione missionaria internazionale che ha raggiunto i 25 anni di vita. Nell’Epifania di 25 anni fa ci fu il primo gesto significativo nel quale si riconosce l’inizio di un cammino.
L’Ami è una presenza significativa non solo nella nostra diocesi, ma anche in altre diocesi italiane e soprattutto in India, in Eritrea e in Tanzania. Questa celebrazione avviene a poco meno di due mesi dalla scomparsa di Maria Pia Reggi, che è all’origine di questa associazione insieme a Mons. Mario Babini. Maria Pia è considerata la fondatrice, che ha accompagnato l’inizio e lo sviluppo dell’Ami, seguendo la formazione delle persone e delle varie comunità. Oltre a tutta la sua vita ella ha donato la sofferenza degli ultimi anni consapevole dell’avanzare del male e abbandonandosi al Padre celeste.
 La presenza dell’Ami è una grazia per la nostra comunità ecclesiale, sia per l’apertura missionaria diffusa nella nostra Chiesa, sia per l’impegno di santificazione dei laici dove il Signore li ha chiamati a vivere e operare. La presenza di membri provenienti da diverse nazioni ha portato la ricchezza della collaborazione internazionale.
 L’accoglienza è la prima caratteristica che qualifica la vita dell’associazione. “E’ un mistero di reciprocità. Accolti dal Padre si diventa capaci di essere accoglienti per i fratelli. Accogliendo i fratelli, si diventa per loro provvidenza, tenerezza e misericordia. L’accoglienza diventa abituale disposizione all’ospitalità e all’attenzione preferenziale per i poveri.
 Un’altra connotazione è la missione, per testimoniare il vangelo ai più poveri sia nelle società sviluppate, sia in quelle in via di sviluppo. C’è l’impegno ad essere innanzitutto testimoni ed educatori della fede nella famiglia e nell’ambiente in cui si vive. Ma è la dimensione missionaria che dona alla vita dell’associazione il suo tono e il suo stile, e specifica un compito particolare nella Chiesa.
Infine l’Ami è nata internazionale, con i primi membri provenienti da tre continenti. La testimonianza di vita fraterna nella diversità di popoli, lingue, culture è un segno forte nei paesi che sono lacerati da contrapposizioni di etnia o di casta, di religione o di confessione. L’internazionalità è una scuola esigente e quotidiana di dialogo e accoglienza, per arrivare a costruire insieme una famiglia in cui le diversità formino un progetto in cui tutti si possano riconoscere.
La storia e l’opera delle missionarie consacrate, delle famiglie impegnate nell’apostolato, dei giovani che si formano allo spirito missionario ci fanno dire, con S. Paolo: “rendiamo grazie per voi, ricordandovi nelle preghiere,  affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui”. Celebrando una tappa importante come quella dei 25 anni di vita, è giusto pensare di avere ancora da lavorare con il Signore e per il Signore, facendo tesoro della sapienza e dell’esperienza del percorso fatto, e aprendosi ad una profonda conoscenza dei disegni che Dio ha su tutti e su ciascuno.
Ognuno si renda conto di quanto ha ricevuto attraverso l’Ami e le persone che l’hanno fatta crescere, per dire in modo consapevole un grazie al Signore, perché, diremo con S. Giovanni: “Dalla sua pienezza abbiamo ricevuto grazia su grazia”.
Questa Eucaristia sia per tutti lo strumento adeguato per ringraziare il Padre del cielo, per affidare alla sua misericordia coloro che ha già chiamato a sé e per invocare la protezione di Dio sull’Ami, e sulle Chiese dove è presente. Accompagni la preghiera e i propositi Maria di Nazareth, Madre della speranza

OMELIA per la GIORNATA MONDIALE della PACE (1 GENNAIO 2015)
Faenza, Basilica Cattedrale - 1 gennaio 2015
01-01-2015

Nell’ottava di Natale la liturgia celebra il mistero della Maternità divina di Maria, come conseguenza dell’incarnazione del Figlio di Dio. Maria fu elevata alla dignità divina per una grazia personale dei meriti della redenzione Gesù Cristo. Se Maria è Madre di Dio, anche l’uomo può essere elevato alla dignità di figlio di Dio; figli tutti dell’unico Padre che è nei cieli, quindi tutti fratelli. È qui la radice della pace e dell’uguaglianza di tutte le persone umane, che hanno la stessa dignità.
 
La preghiera per la pace quindi ben si addice al mistero di oggi, e anche al tema che il Papa ha dato al suo messaggio: Non più schiavi, ma fratelli.
Abbiamo sentito nella prima lettura le parole con le quali si invocava la benedizione sui figli di Israele, ponendo il nome di Dio su di loro. Porre il nome di Dio invocandolo  stava ad indicare che il popolo era protetto da Dio stesso. Ma S. Paolo ci fa notare che dopo la nascita di Cristo, se accogliamo lo Spirito di Dio siamo figli di Dio: “Quindi non sei più schiavo, ma figlio”.
 
Questo cambiamento nella natura umana nel suo rapporto con Dio ha una conseguenza nella relazione tra gli uomini, che S. Paolo ha richiamato nella lettera a Filemone, ricordata dal Papa. Filemone era un cristiano che aveva uno schiavo. Questi era scappato e si era rifugiato da Paolo. Paolo, dopo averlo guidato alla fede, lo rimanda dal suo padrone con questo avvertimento:  (Te lo rimando) “non più come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo”.
 
Deve essere chiaro che l’uguale dignità di tutti gli uomini è radicata nella natura umana nella quale tutti nasciamo; ma con il peccato l’uomo subito ha introdotto la violenza tra i fratelli, cominciata tra Caino e Abele e mai del tutto fermata.
 
Scrive il Papa: “Il Figlio di Dio è venuto per rivelare l’amore del Padre per l’umanità. Chiunque ascolta il Vangelo e risponde all’appello alla conversione diventa per Gesù fratello, sorella e madre, e pertanto figlio adottivo di suo Padre”. Questo però non avviene in modo automatico, ma con l’adesione dell’uomo a Cristo nella libertà personale.
 
Ma prima di accogliere nei rapporti sociali la piena dignità di ogni uomo, a lungo è stata accettata la schiavitù  preso tutti i popoli. Questa del resto aveva una funzione sociale come sostegno all’economia generale, e per questo era regolata dal diritto.
 
Oggi invece non ha più ragion d’essere, ed è stata formalmente abolita. Eppure, nonostante questo, scrive ancora il  Papa “ancora oggi milioni di persone – bambini, uomini e donne di ogni età – vengono private della libertà e costrette a vivere in condizioni assimilabili a quelle della schiavitù”.
 
E di seguito fa un elenco di queste situazioni: lavoratori e lavoratrici, anche minori, asserviti nei diversi settori del lavoro; molti migranti; persone costrette a prostituirsi, compresi i minori; traffico e mercato per l’espianto di organi; bambini soldato; rapiti e prigionieri dei gruppi terroristici.
 
Quali sono le cause di queste forme di schiavitù?
Alla radice c’è una concezione della persona umana, che viene considerata come oggetto e trattata come mezzo e non come fine. Poi ci sono della cause oggettive come la povertà, il sottosviluppo, la mancanza di lavoro, la corruzione, i conflitti armati…
 
Come si può reagire a tutto questo?
Occorre un impegno comune, per sconfiggere una indifferenza generale. Sono certamente encomiabili le famiglie religiose che soccorrono le schiave del sesso e cercano di riabilitarle in vista di un reinserimento nella società. Ma occorre anche l’impegno delle istituzioni contro lo sfruttamento delle persone.
 
Il Papa poi mette in evidenza una possibile responsabilità personale dei consumatori, ricordando che “acquistare è sempre un atto morale, oltre che economico”. E precisa ulteriormente: “Chiediamoci come noi ci sentiamo interpellati quando dobbiamo scegliere se acquistare prodotti che potrebbero ragionevolmente essere stati realizzati attraverso lo sfruttamento di altre persone”. E conclude il suo messaggio con un appello: “Dobbiamo riconoscere che siamo di fronte ad un fenomeno mondiale che supera le competenze di una sola comunità o nazione. Per sconfiggerlo occorre una mobilitazione di dimensioni comparabili a quelle del fenomeno stesso. Per questo motivo lancio un pressante appello a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, e a tutti coloro che, da vicino o da lontano, anche ai più alti livelli delle istituzioni, sono testimoni della piaga della schiavitù contemporanea, di non rendersi complici di questo male, di non voltare lo sguardo di fronte alle sofferenze dei loro fratelli e sorelle in umanità, privati della libertà e della dignità, ma di avere il coraggio di toccare la carne sofferente di Cristo, che si rende visibile attraverso i volti innumerevoli di coloro che Egli stesso chiama ‘questi miei fratelli più piccoli’ “.
 
Questo appello che il Papa rivolge a tutti gli uomini di buona volontà deve essere accolto con particolare convinzione dai discepoli del Signore. Tutta la storia della redenzione cristiana è una storia di liberazione, che parte dall’essere sciolti dalle catene del peccato personale, ma deve arrivare anche alle conseguenze nella vita della comunità degli uomini. Non si tratta solo di coerenza, ma di diffusione del messaggio del Vangelo a cominciare dall’annuncio natalizio della pace.
 
Otto giorni dopo la nascita, nel rito della circoncisione, al bambino di Maria fu messo nome Gesù: il Salvatore. È lui che sostiene la speranza del mondo, insieme al nostro piccolo impegno nel superare l’indifferenza e l’egoismo, per far crescere nel mondo la fraternità e la pace. Ci accompagni in questo Maria, Regina della pace.

OMELIA per la MESSA di NATALE 2014
25-12-2014

Nel prologo del Vangelo di Giovanni è scritto: “La Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo”. Il Natale del Signore ci dà l’occasione per renderci conto ancora una volta di quello che ha significato per il mondo l’incarnazione del Figlio di Dio. Uno degli aspetti belli di questo evento è l’aver superato il significato della legge, con il dono della grazia e della verità. In altre parole, se prima la religione si poteva ridurre ad una serie di osservanze secondo la legge, dopo la venuta di Gesù l’uomo religioso è colui che si apre al dono della verità, per adeguarvi la propria vita con l’aiuto di Dio.
Nel nostro tempo abbiamo tanti motivi per apprezzare la verità, che non è quella di chi dice più forte, o che è ripetuta dalla maggioranza, perché una menzogna detta da tanti rimane una menzogna. È questo un argomento delicato, ma non per questo poco importante, perché dalla verità dipendono le nostre scelte e alla fine dipende la nostra vita e quella degli altri. La verità più semplice è quella di riconoscere la realtà delle cose. Un uomo che dice la verità dice pane al pane e vino al vino; oppure uomo all’uomo e donna alla donna. Questo ultimo esempio non è detto a caso, perché sapete come ci sia una ideologia che vuole convincerci che le cose non sono così, ma sono come uno vuole.
La verità che ci salva è quella fondata sulla realtà, compresa la realtà del Figlio di Dio che è nato, è morto ed è risorto, e ci ha rivelato quali sono le verità fondamentali per la nostra vita, come quella di essere tutti fratelli, figli dell’unico Padre che è nei cieli, destinati alla vita eterna.
Il Signore sapeva che la verità è insidiata dall’errore, dalla menzogna e dal fascino delle apparenze, e per questo non ci lascia soli, ma  ci dona anche la forza per abbracciare la verità e per vivere coerentemente con essa. Per questo ci ha donato la sua Parola, nella storia di un popolo da Lui eletto per salvarlo e mandarlo ad annunciare l’amore di Dio in tutto il mondo; ci ha donato i segni della salvezza, i sacramenti, strumenti efficaci della grazia; ci ha donato la Chiesa, la famiglia dei figli di Dio nella quale, insieme a tanti difetti, troviamo però l’insegnamento giusto e l’esempio di tutta la comunità.
Vedete, il Papa da un po’ di tempo mette in evidenza le malattie che ci sono anche nella Chiesa, non certo per dirci che anch’essa è corrotta al punto che non c’è più niente da fare, ma per dirci che la Chiesa è santa al punto che non ha paura di scovare il peccato perché sa di avere la forza per vincerlo. È molto diverso l’atteggiamento di chi accoglie le denunce del Papa per dire: “Vedete, anche loro sono come tutti gli altri”, per cercare così giustificazione nelle deviazioni che non c’è nessuna intenzione di correggere.
Ad una lettura lucida della storia del mondo dopo Cristo, non dovrebbe essere difficile vedere che i principi che hanno la loro origine nella rivelazione cristiana sono quelli che hanno influenzato in modo positivo le culture e le civiltà, non solo nella vita delle persone, ma anche nella pacifica convivenza della società e dei popoli. Si tratta forse di un cammino lungo e lento, ma l’importante è che sia nella direzione giusta.
Qualcuno si stupisce perché nonostante vi siano le leggi che proibiscono e sanzionano i delitti, questi continuano ad aumentare. Non bastano le leggi, senza l’educazione delle coscienze secondo principi e valori radicati nella realtà della creazione e della redenzio-ne; a seguire Cristo non c’è nulla da perdere, mentre tanto si può perdere senza di Lui o contro di Lui.
Celebriamo dunque il Natale per ritrovare il fondamento della speranza, quella vera che Gesù è venuto a portare con il dono della verità e della grazia, quando ci ha fatti tutti suoi fratelli nell’amore del Padre e nella comunione della Chiesa

OMELIA per le ESEQUIE di PIA REGGI
Faenza, Basilica Cattedrale - 15 novembre 2014
17-11-2014

La nostra Chiesa cattedrale ci vede riuniti oggi per dare il saluto cristiano alla nostra sorella Pia Reggi, che il Signore ha chiamato a Sé da questa vita, al termine di una esistenza spesa tutta per il Signore e per i suoi fratelli. Il nostro convenire a questa Eucaristia vuole avere il significato di un commiato, che nella fede e nella speranza della vita vera noi prendiamo da chi ci ha lasciato, e nello stesso tempo vuole celebrare l’offerta della vita e dell’opera di Pia al Padre, insieme all’offerta della vita e del sacrificio di Cristo. Non vogliamo né fare la storia né descrivere i meriti, che solo Dio conosce, ma fare memoria di quanto ci può aiutare a rendere grazie.

Grazie, Signore, per aver donato alla sua famiglia, alla nostra Chiesa, all’Associazione missionaria internazionale e a tante altre Chiese la nostra sorella Pia: ti preghiamo di accoglierla nella tua misericordia, nella luce e nella pace.

Ti ringraziamo, Signore, per avere suggerito a Pia fin dalla sua giovinezza la passione per la missione e per averla chiamata a consacrare se stessa a servirti nei poveri, per annunciare loro il vangelo della salvezza.

Noi in Pia abbiamo ammirato la forte determinazione a valorizzare la spiritualità laicale, radicata nel battesimo, alimentata dalla Parola di Dio e dalla Liturgia, secondo quanto aveva appreso dall’Azione cattolica prima e poi dagli insegnamenti del Concilio vaticano II. “Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio” (L.G., 31). In questo trovò anche l’aiuto di Mons. Mario Babini, che accompagnò gli inizi della famiglia spirituale che Pia insieme ad alcune amiche avrebbe poi fatto sorgere, per la santificazione personale e l’impegno missionario. L’Associazione missionaria internazionale raccolse dunque persone consacrate alla missione e persone e famiglie che vivevano la missione secondo la loro vocazione battesimale e matrimoniale.

Nella sua opera, Pia ha mostrato un convinto e sincero amore ad ogni Chiesa diocesana, a cominciare dalla nostra quando fu accolta dal Vescovo Mons. Tarcisio Bertozzi, che proprio 25 anni fa benediceva la nascita dell’associazione. Ma l’amore alla Chiesa fu sincero in tutte le Diocesi in Italia, in India e in Africa dove poi l’associazione si è diffusa.

L’apertura alla dimensione internazionale è stata un dono che ha impreziosito l’impegno dell’Ami, aiutando anche la nostra Chiesa ad aprirsi alle ricchezze di altri popoli.

Per tutti questi doni, o Signore, e per tutti quelli che solo tu conosci noi ti diciamo grazie, e ti chiediamo di saper raccogliere l’eredità spirituale che Pia lascia alle sorelle della sua famiglia laicale e alla nostra Chiesa.

La via che ella ha cercato di seguire è quella delle Beatitudini che ancora una volta abbiamo ascoltato, come un invito e una promessa. I poveri che Gesù ha dichiarato beati, sono quelli che le missionarie hanno conosciuto nelle terre dove sono andate, condividendo con loro privazioni e fatiche. I poveri sono i nostri maestri, che ci insegnano ad essere distaccati dalle cose di questo mondo, per essere leggeri e disponibili per cercare le cose del cielo.

I poveri sono coloro che sono privi di amore. Se noi abbiamo conosciuto l’amore di Dio e abbiamo saputo fino a che punto Egli ci ha amati nel suo Figlio Gesù, anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. E quando incontriamo delle persone che in modo concreto spendono il loro tempo, le energie, gli affetti e tutta la vita per coloro che così arrivano a scoprire che Dio li ama, chiediamo di essere anche noi pronti a dare la vita per i fratelli.

Un ultimo segreto vogliamo ricordare tra quelli che ci fanno conoscere la vita di Pia ed è il suo amore per Gesù, vissuto in modo immediato nella preghiera e nell’ascolto della sua Parola e nel fare sempre e dovunque la volontà di Dio.

Si è vista la conferma di questo soprattutto negli ultimi anni della vita segnata dalla malattia e dalla sofferenza, quando tutto diventava più faticoso, ma non veniva rinviato, anche i lunghi viaggi per andare a trovare le sue figlie spirituali ed essere vicina e coloro che erano nella prova. Fino a quando ha potuto ha lavorato per leggere e scrivere tutto quello che pensava potesse essere di aiuto al futuro dell’Ami, per consegnare alle sue figlie fino all’ultimo il suo pensiero e le sue indicazioni.

La Chiesa di Faenza-Modigliana mentre ringrazia il Signore per la vita e l’opera di Pia Reggi, partecipa nella preghiera al dolore dei suoi familiari, che l’hanno accompagnata in tutta la sua vita.

Inoltre è vicina alle sue figlie spirituali, che ora ne piangono la scomparsa come di una madre.

Infine a tutti raccomanda di ricordarla nella preghiera, come debito di riconoscenza e per accompagnarla davanti al Signore.

Vergine Santa, siamo ancora una volta qui, sotto il tuo sguardo, nel giorno a te dedicato, ad accompagnare una figlia della nostra terra nelle braccia paterne di Dio: ti preghiamo, Madre di misericordia, mostra anche a lei, dopo questo esilio terreno il tuo Figlio Gesù, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria.

OMELIA per la CHIUSURA della FASE DIOCESANA del processo di beatificazione e canonizzazione del S.d.D. DANIELE BADIALI
Faenza, Basilica Cattedrale - 19 ottobre 2014
19-10-2014

Quando si è trattato di scegliere una data per la chiusura della fase diocesana del processo per la causa di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio Daniele Badiali, presbitero di questa Chiesa di Faenza-Modigliana, è sembrata bella la coincidenza con la Giornata Missionaria Mondiale, avendo egli speso i pochi anni del suo ministero presbiterale nella missione dell’OMG in Perù. 
 
Quest’oggi ci troviamo a celebrare l’Eucaristia nella ricorrenza anch’essa assai significativa dell’anniversario della Dedicazione di questa chiesa cattedrale. In altre parole viviamo nella liturgia la realtà misteriosa della Chiesa locale, mentre compiamo un passo importante per un figlio eletto di questa Chiesa per il quale chiediamo il riconoscimento della santità di vita. Si tratta di un percorso ancora lungo, ma  Intanto oggi consegniamo con fiducia alla Chiesa il lavoro compiuto in questi anni per raccogliere le testimonianze, la documentazione e le prove perché si possa riconoscere il grado eroico delle virtù nella vita di P. Daniele e forse anche il martirio.
 
La chiesa di pietre è il simbolo della Chiesa di pietre vive, che siamo noi e ci ricorda la Chiesa gloriosa, la nuova Gerusalemme nostra madre. Il pensiero della Casa del Cielo dove Cristo si trova glorioso con tutti i suoi Santi ci è particolarmente caro questa sera, convocati dal Servo di Dio Daniele, che presto speriamo di poter invocare tra i Beati e tra i Santi.
 
Il breve rito che verrà compiuto alla fine della Messa davanti al popolo di Dio è un gesto profondamente ecclesiale. È iniziato da una decisione della nostra Chiesa, che ha coinvolto altre Chiese, in particolare dove P. Daniele è vissuto ed è stato ucciso. Hanno collaborato tante persone che con le loro testimonianze hanno illustrato la vita di fede, speranza e carità del Servo di Dio, mentre gli esperti hanno raccolto documentazioni e prove a questo riguardo, in particolare sulle circostanze della sua morte cruenta. Ora tutto questo viene affidato agli organismi competenti della Chiesa che lo valuteranno per arrivare, come auspichiamo, al riconoscimento della santità e, se Dio vorrà, alla beatificazione e canonizzazione di P. Daniele.
 
L’impegno da parte nostra non è terminato. Si tratta infatti di conoscere e far conoscere il Servo di Dio, di imitarne gli esempi virtuosi, soprattutto da parte dei giovani, e pregare per la sua glorificazione qui in terra. Da questa infatti ci attendiamo un forte incoraggiamento alla Chiesa del nostro tempo per portare ai poveri il lieto annuncio dell’amore di Dio.
 
Il profeta Isaia nella prima lettura ha annunciato l’apertura della casa di Dio a tutti i popoli; in essa tutti potranno offrire i loro sacrifici e olocausti, “perché si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli”. Di fronte ad una prospettiva così chiara, non stupisce che soprattutto i giovani che vengono a conoscenza di ampie parti del mondo dove gli uomini non sono riconosciuti nella loro dignità cerchino di fare qualcosa di concreto perché tutto questo possa cambiare. I poveri diventano così un richiamo e nello stesso tempo l’occasione per una conversione vera verso Dio. Non li si può infatti ingannare con altre illusioni; tutti si devono sentire “non più stranieri né ospiti, ma concittadini dei santi e familiari di Dio”.
 
Il progetto di Dio che ha preparato il giovane Daniele alla missione comincia nel cuore della sua famiglia e della sua parrocchia, nelle esperienze di carità della Chiesa locale dove ha trovato i primi contatti con i poveri e i sofferenti, fino all’incontro con le iniziative dell’Operazione Mato Grosso. Possiamo serenamente riconoscere che fu quello il sicomoro sotto il quale Daniele fece l’incontro con Gesù che gli cambiò la vita. Del resto il Signore continua a preparare per i suoi eletti degli agguati, che diventano l’occasione per cambiare vita.
 
Nella vicenda missionaria di P. Daniele si possono mettere in evidenza due aspetti che oggi ci sembrano particolarmente significativi: una scelta chiara di attenzione alla missione universale nel portare il Vangelo ai poveri sulla Sierra in Perù, e nello stesso tempo un legame profondo con la Chiesa locale di appartenenza, tramite il Vescovo Tarcisio Bertozzi che lo aveva ordinato e mandato in missione.
 
Il Concilio aveva detto: “Ricordino i presbiteri che a essi incombe la sollecitudine di tutte le chiese” (PO, n.10). Questo nell’obbedienza filiale al proprio vescovo, al quale P. Daniele scriveva: “Sento che il mio cammino futuro dipende prima di tutto da Lei che rappresenta la Chiesa alla quale appartengo”. E ancora: “So che non sono solo e soprattutto in questi anni sto scoprendo la gioia di avere una Chiesa per madre che ti accompagna” (pag.85). La missione si sviluppa nel rapporto leale tra le Chiese, perché tutti siamo “edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti”, segni e strumenti dell’unità visibile nella Chiesa.
 
L’obiettivo della ricerca sulla vita di P. Daniele è stato mostrare che egli ha vissuto, direbbe il Papa San Giovanni Paolo II, “la misura alta” della vita cristiana. La morte precoce e drammatica, conseguenza di un gesto esplicito di carità, ha fatto luce sulla vita di P. Daniele, mostrando come sia stata spesa con generosità nel ministero e nell’aiuto ai poveri. Se Zaccheo ha potuto dire a Gesù: “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri”, P. Daniele può dire di aver dato tutta la sua vita per loro. 
 
Il suo impegno nella missione era far conoscere Gesù. Con quanta sofferenza arrivava a dire: “Gesù non interessa a nessuno…”. E ancora: “Eppure constatando che Gesù non interessa… mi ritrovo col solo desiderio di cercare Gesù e di obbedire alla sua volontà”. E sarà con il santissimo nome di Gesù sulle labbra che la morte lo coglierà per mano dei suoi uccisori.
 
Gesù è il dono che il Servo di Dio Daniele Badiali intende continuare a far conoscere, a far amare e a far servire, perché è solo così che l’uomo di oggi confuso e ingannato può ritrovare la via della salvezza.
 
Le vie della conversione che P. Daniele ha percorso sono la carità e la croce. La carità rende liberi per donare tutto ai poveri, come Gesù chiede a coloro che lo vogliono seguire. È la via maestra che anche P. Daniele ha percorso fino in fondo e che ora lascia a noi come una consegna e una promessa. Se il nostro mondo malato vuole trovare la vita, questo giovane presbitero della nostra Chiesa ripropone il cammino del Signore Gesù: la croce e l’amore fino alla morte.
 
In questa giornata benedetta della nostra Chiesa cogliamo un altro dono nella beatificazione del Papa Paolo VI, il papa che ha completato il Concilio e ne ha accompagnato la prima realizzazione. Di questo Papa ci piace oggi ricordare soprattutto l’Enciclica Popolorum progressio, sullo sviluppo dei popoli, dove si legge: “Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere sviluppo autentico, dev’essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo” (n.14). P. Daniele questo lo aveva capito: lo scopo della sua missione era portare Dio alla sua gente. Scriveva: “I poveri non sono diversi dai ricchi, cambiano le situazioni, ma il nocciolo rimane identico, o metti Dio al primo posto della tua vita, o lo rifiuti” (pag. 158). Lo sviluppo integrale dell’uomo non poteva avvenire senza Dio.
 
A ricordo di questa giornata e come richiamo alla sostanza del messaggio di P. Daniele verrà piantata davanti alla chiesa del Ronco la croce che i giovani hanno portato a spalla fino qui. Ci dice ancora P. Daniele: “Senza la sofferenza non c’è gioia, senza la Croce non c’è luce, senza la morte non c’è vita” (pag. 280).
Amen

OMELIA per la festa di SANTA CHIARA
Faenza - Monastero S.Chiara, 11 agosto 2014
11-08-2014

Nel cercare qualche indicazione per la riflessione all’omelia di questa Messa mi sono imbattuto in un curioso profilo di S. Chiara a cura delle Clarisse Urbaniste d’Italia, dal quale mi piace prendere qualche spunto. L’intento di chi ha esteso il testo è quello di tracciare la Carta d’identità di S. Chiara. Per capire il tono del documento basti considerare come è stato indicato lo stato civile: innamorata e la professione: Sorella povera.

 Continuando in questo tono più avanti trovo dei suggerimenti più profondi, fra i quali scelgo tre aggettivi.

 Intrepida. Fin dall’inizio Chiara si rivela una donna forte e determinata, capace di contrastare l’intera famiglia pur di attuare il suo sogno di vita evangelica. Sapendo di dover fronteggiare la resistenza dell’intero casato, fugge nella notte lasciandosi alle spalle ogni sicurezza.
Più tardi lotterà con tenacia anche con il Papa per difendere la povertà ed il suo legame con i frati minori, senza mai venir meno al rispetto e all’amore verso la Chiesa, di cui si sente figlia.
Una volta papa Gregorio IX aveva proibito ai frati di recarsi nei monasteri a predicare senza il suo permesso. Subito Chiara mandò via anche i frati che portavano le elemosine, affermando che non voleva ricevere il pane materiale se non poteva avere quello spirituale.
Attraverso ciò che noi chiameremmo “sciopero della fame”, ottenne così la revoca del divieto.
Chiara fu la prima donna a scrivere una Regola per donne: fino ad allora, infatti, le fonti legislative per i monasteri femminili erano state redatte da uomini. Con la sua tenace determinazione, Chiara riuscì ad ottenerne l’approvazione da papa Innocenzo IV.

Possiamo trovare la fonte di questo coraggio nella sua unione con Dio: “Io sono la vite, voi i tralci, chi rimane in me e io in lui porta molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla… Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto”. La forza viene dalla comunione con Dio sia per fare la sua volontà, sia per chiedere nella preghiera il suo aiuto ovviamente non per appoggiare i nostri capricci, ma per la diffusione del Regno di Dio. Potremmo anzi dire che le donne nella Chiesa mettono in risalto due principi: Dio preferisce i piccoli e i deboli, e noi abbiamo bisogno di rimanere nell’amore di Cristo.

 Dirà San Paolo: Il Signore mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. E concluderà: “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 12,9s). La rinuncia all’uso della violenza non coincide con l’abbandono del coraggio e della forza, come anche la vita di S. Chiara ha mostrato, ma significa ricorrere alla forza della mitezza, della pazienza e della benevolenza, frutti dello Spirito Santo. E tutto questo unito all’amore, che, dirà Papa Giovanni Paolo II, è proprio del genio femminile, in quanto “la donna non può ritrovare se stessa se non donando l’amore agli altri” (Mulieris dignitatem, n.30).

 Nel riflettere ancora su questo il Papa fa il confronto tra la verginità della donna non sposata e la maternità della donna sposata, e scrive: “Il punto di partenza di questa analogia è il significato delle nozze. La donna infatti è sposata sia mediante il sacramento del matrimonio, sia spiritualmente mediante le nozze con Cristo. Nell’uno e nell’altro caso le nozze indicano il dono sincero della persona della sposa verso lo sposo”. E per finire la riflessione si deve dire che se frutto dell’amore coniugale è il dono della vita, frutto dell’amore verginale è l’amore di Cristo e dei fratelli, a cominciare dai più deboli.

 Il profeta Osea nel ricordare quello che Dio ha fatto con il suo popolo, ricorda anche la necessità di entrare nel deserto in solitudine con Lui perché Egli possa parlare al nostro cuore e ravvivare l’amore come fanno gli innamorati.

Gioiosa. Dalla preghiera Chiara attingeva una gioia profonda che si irradiava attorno a lei. Anche se fu segnata da fatiche e prove (fu inferma per 29 anni), le sue lettere ci testimoniano una inesauribile e profonda letizia: “Sono ripiena di gioia e respiro di esultanza nel Signore…”.

 A volte sembra incredibile come i Santi riescano a parlare di gioia, in mezzo a tutte le difficoltà della vita. Ci può aiutare a comprendere come questo sia possibile, l’osservazione che abbiamo sentito in S. Paolo: “Il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria: noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne” (2 Cor 4,17s).

La gioia non va ricercata nelle vicende materiali, anche quelle belle, che nella migliore delle ipotesi passano; la gioia si può trovare nelle realtà invisibili che ci sono fin da adesso (amore, pace, bontà, giustizia, …) e soprattutto nelle realtà che ci proiettano nella vita divina (fede, speranza, carità, misericordia, comunione con Dio,…). A volte noi ci preoccupiamo del futuro: delle nostre comunità religiose e parrocchiali, delle nostre opere… I cristiani non sono la gente del futuro, ma dell’eternità; è questa che ci può dare consolazione. Pensiamo alla grandezza della testimonianza del mondo invisibile che viene dalla vita consacrata, uno dei contributi più necessari al nostro tempo. Basti pensare all’imbarazzo di parlare della morte senza nominarla, nel tentativo di esorcizzarla non pensandoci. E invece si muore.

 Accogliente. Il Testamento che Chiara ha lasciato alle sue Sorelle “presenti e future” contiene un’esortazione che ci lascia intuire come fosse impostata la vita fraterna a San Damiano:
“Amandovi a vicenda nell’amore di Cristo, dimostrate al di fuori con le opere, l’amore che avete nell’intimo, in modo che, provocate da questo esempio, le Sorelle crescano nell’amore di Dio e nella mutua carità
”.

 Un’altra delle sfide del nostro tempo è la fraternità, una relazione cioè che rende possibile la vita nella comunità familiare, religiosa e cristiana in genere. S. Chiara invita le sue sorelle ad amarsi con l’amore di Cristo e a mostrarlo con le opere. Non invita cioè ad avere dei sentimenti affettuosi, ma a mostrare con le opere la reciproca accoglienza, l’aiuto vicendevole e la custodia della serenità nella comunità perché sia bello vivere insieme. Come sono contagiose in senso negativo le gelosie, le invidie e le maldicenze, così si può essere provocati dall’esempio per crescere nell’amore di Dio e nella mutua carità.

 Giustamente oggi siamo venuti per celebrare la festa di S. Chiara con le nostre sorelle che la venerano come patrona anche del loro Monastero, e chiediamo di far tesoro anche noi dell’esempio di S. Chiara, per imitare la sua testimonianza di coraggio, di gioia e di fraternità.

OMELIA per l’ANNIVERSARIO DELLA NASCITA della Ven. BENEDETTA BIANCHI PORRO
Sirmione - 8 agosto 2014
08-08-2014

La liturgia di oggi ricorda San Domenico, fondatore dell’Ordine dei predicatori. In questo giorno, 8 agosto 1936 Benedetta Bianchi Porro nasceva a Dovadola, provincia di Forlì, e morirà poi il 23 gennaio 1964 qui a Sirmione. Siamo dunque nell’anno 50° della sua morte.

Il ricordo di San Domenico non vuole essere solo un accostamento nella data, ma mi piace fare un piccolo confronto tra la nostra Venerabile e quel grande Santo, non tanto perché tra di loro tutti i santi un po’ si rassomigliano, ma perché mi pare che entrambi abbiano avuto a cuore il far conoscere il più possibile il Signore Gesù, mediante un apostolato che poi ha assunto in Benedetta una modalità tutta singolare.

Il Papa Francesco sta sollecitando la Chiesa sulla nuova evangelizzazione. Ha iniziato la sua esortazione con le parole: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù”. Se questa fu l’esperienza che fece a suo tempo S. Domenico con i suoi frati nel portare il Vangelo ai nuovi eretici che allora si stavano diffondendo in Europa, questa è stata anche la testimonianza di Benedetta quando si è resa conto che sarebbe stata quella la sua missione voluta dal Signore. La nuova evangelizzazione non comporta certamente un messaggio evangelico nuovo, ma il sapere andare incontro alle situazioni nuove di oggi e alle domande che anche l’uomo di oggi si pone, soprattutto quelle drammatiche sul perché del dolore, sul senso della sofferenza, sulla realtà di Dio.

La vita di Benedetta in una famiglia benestante, pur avendo dovuto attraversare il periodo della guerra e del dopo guerra trascorre come quella delle ragazze della sua età. È sui 16/17 anni che inizia a manifestarsi la sordità, il primo sintomo del male che la bloccherà completamente. Le prime reazioni non furono facili, soprattutto quando progressivamente si rese conto che doveva abbandonare tutto ciò che sperava di poter fare nella vita, a cominciare dagli studi di medicina che le servirono solo, dirà poi, a diagnosticare la sua malattia.

Alcuni anni passano negli studi, nel cercare di affrontare i mali mano a mano che si manifestano, e nel coltivare le amicizie, in particolare di alcune  ragazze di Gioventù studentesca che le sono vicine. Di una di esse, Nicoletta Padovani, dirà un giorno: “E’ lei che ha acceso in me la fiaccola della fede”.

Nell’estate del 1959 un sacerdote di Ferrara, don Elio Giuseppe Mori, che veniva qui a Sirmione per cure, mette per iscritto alcuni pensieri frutto di vari colloqui: “Cara Benedetta, voglio affidare a questo foglio quello che avrei dovuto dirti poco fa… Dio può ben capirti. Anche Gesù in croce non poteva più agire né parlare. Ma la sua croce era il momento più valido della sua vita. Anche la tua croce assomiglia alla sua; ne è una continuazione…Non desiderare di morire, ma di vivere. Lascia che Dio conduca la tua vita, ma non pensare che la tua vita sia inutile perché non puoi agire, parlare e fare…”.

Insieme a un cammino nella fede, per Benedetta c’è anche un cammino nella consapevolezza di ciò che Dio le stava chiedendo, cioè della sua vocazione, e di conseguenza della sua missione.

Nel cammino di fede le furono di molto aiuto il dialogo e la corrispondenza con le ragazze di G.S., con le quali condivideva problemi, scoperte e ricerca sui misteri di Dio, aiutandosi con il Vangelo e letture degli scrittori sacri. Dirà un giorno alla mamma: “Mammina, io credo all’Amore disceso dal Cielo, a Gesù Cristo e alla sua Croce gloriosa!! Sì, io credo all’Amore. Mi sembrava di avere qualcosa di altro da dirti: infatti… tu mi dirai che io in Gesù ci sono nata. Sì, ma prima lo sentivo così lontano, ora invece so che Dio è dappertutto, anche se noi non lo vediamo, addirittura il regno di Dio è in noi!”. Febbraio 1961.

La consapevolezza della sua vocazione e della sua missione di apostolato verso gli altri, mi piace legarla ai due pellegrinaggi che Benedetta fece a Lourdes.

La prima volta ci andò nel giugno 1960 e ricorda così: “Il Signore proprio là a Lourdes mi fece capire la ricchezza del mio stato… Mi piace dire ai sofferenti, agli ammalati che, se noi saremo umili e docili, il Signore farà di noi grandi cose. La Madonna mi ha donata la rassegnazione cristiana”. Riconoscere davanti a Dio che anche nello stato di sofferenza in cui Benedetta si trovava,  ella possedeva il grande tesoro della fede che la illuminava sul mistero della giustizia di Dio, davvero è una cosa grande.

Qualche mese dopo Mons. Mori le scriverà ancora: “Non misurare la tua vita col metro della sofferenza, pensando che abbia valore solo quello che ti costa. Il valore di ogni cosa è l’amore. Cerca di amare Dio con l’amore di una figlia. Quando stai bene gli sei vicina come quando stai male… non sei al mondo per soffrire ma per amare. Offri ogni pena come ogni gioia. La tua condizione attuale è la più vicina a Dio” (settembre 1960).

Nel marzo 1962 Benedetta scrive ad una amica: “Nessuno è inutile, a tutti Dio ha assegnato un compito”. Un anno dopo ad un’altra amica scrive parlando del proprio compito, “che non deve essere solo quello di scrutarmi dentro, ma di amare la sofferenza di tutti quelli che vivono e  vengono attorno al mio letto e mi danno e mi domandano l’aiuto di una preghiera”. Si può dire che quanto più il cammino della croce si fa duro, tanto più cresce l’attenzione premurosa verso gli altri.

Ricordando il viaggio a Lourdes del giugno 1963 scriverà: “Ed io mi sono accorta più che mai della ricchezza del mio stato e non desidero altro che conservarlo. È stato questo per me il miracolo di Lourdes quest’anno”.  E qualche mese dopo scriverà a Nicoletta: “Dio ci dà le cose non solo per noi, ma perché si possa anche distribuirle agli altri. Qualche volta mi rattristo perché mi pare che così, nel mio stato, io non sia utile per nessuno ed allora vorrei che avvenisse l’Incontro. Ma forse queste sono tentazioni, perché io più vado avanti, più ho la certezza che ‘grandi cose ha fatto in me Colui che è potente’ e l’anima mia glorifica il Signore”.

Davvero nel breve tempo della sua vita Benedetta ha comunicato la fede e la certezza dell’amore di Dio a tante persone sofferenti, facendo della sua vita un vero apostolato. Credo che si possa dire che Benedetta è un dono per il nostro tempo, che sta arrivando invece a legittimare la soppressione della vita degli ammalati terminali o che sono in stato di incoscienza. Si tratta di far capire la “ricchezza dello stato di chi soffre”, che non è inutile, e può far scoprire che nella vita ciò che conta non è star bene, ma sapere amare Dio e il prossimo.

Voglio concludere riportando un breve commento di Benedetta alla affermazione centrale del brano del vangelo di oggi: “Se qualcuno vuole venire dietro e me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Benedetta mette queste parole in bocca a Gesù e aggiunge: “Prendi la tua croce e seguimi. Non cercare di spiegare il perché. Lascia il tuo criterio, ma accetta il mio” (ottobre 1963).

Dio in ogni tempo manda i suoi profeti, adatti ad annunciare il Regno in quel particolare momento storico; sta a noi riconoscere i messaggeri che passano sui monti ad annunciare la pace, portata dall’amore che nasce dalla croce di Cristo e che giunge fino a noi mediante la testimonianza dei suoi Santi.