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OMELIA per la solennità del CORPUS DOMINI 2014
Faenza - Chiesa S. Giuseppe. 19 giugno 2014
19-06-2014

Le parole di Gesù che abbiamo ascoltato nel Vangelo di Giovanni non ammettono replica di sorta. Le sue affermazioni sono perentorie, riprese e ripetute con insistenza, come a dire: ‘Le cose che vi dico vanno accolte per la fiducia che avete in chi ve le dice; non si tratta di capire, ma di cogliere con gioia la bellezza del dono che vi sto annunciando’.

Proviamo a pensare a ciò che in realtà Gesù ha fatto donando Sé stesso nell’Eucaristia, proprio partendo dal mistero della Sua presenza reale, che è l’oggetto della Solennità del Corpus Domini, mentre il Giovedì santo nella Cena del Signore celebra il Sacrificio di Cristo nel segno sacramentale.

Non dobbiamo infatti dimenticare che il Mistero dell’Eucaristia è anzitutto il Sacrificio di Cristo che viene perpetuato in Sua memoria, con il quale si annuncia la morte e la risurrezione di Cristo, al quale noi partecipiamo con la Comunione eucaristica; ma è anche mistero della presenza del Signore, tutti i giorni, fino alla fine del mondo.

Perché mai Gesù avrà scelto il pane e il vino come segni del suo mistero di amore e di presenza? Perché avrà voluto che il pane e il vino, una volta trasformati nel Corpo e nel Sangue Suo fossero da noi consumati come cibo, quando ci accostiamo per comunicarci di Lui nella Messa?

Il vangelo di Giovanni afferma senza esitazione la volontà di Gesù a questo riguardo: ‘Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna’ perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda’ questo è il pane disceso dal cielo”.

I segni scelti da Gesù, il pane e il vino, li troviamo nell’ordinarietà dell’esistenza, come alimento per la vita dell’uomo. Con questi elementi Gesù mantiene la realtà del dono della sua vita sia nel sacrificio al Padre, sia nell’essere alimento per la nostra vita di figli di Dio.

Quando sentiamo il sacerdote pronunciare le parole di Gesù: ‘Questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi’, dobbiamo pensare che guardando, toccando e mangiando quel pane noi di fatto guardiamo, tocchiamo e mangiamo ciò che ci mette in contatto con il Corpo glorioso di Cristo. Come nel mistero dell’Incarnazione il Verbo di Dio prese la natura umana per entrare nella nostra storia, così anche oggi il Cristo glorioso presso il Padre si fa presente in mezzo a noi con il segno del Pane e del Vino. Non sono un segno indicatore, ma una realtà vera. La Liturgia ha questa capacità di farci penetrare oltre il tempo e lo spazio, e mediante le preghiere e i riti metterci in contatto con il Cristo glorioso del cielo.

Se Gesù avesse detto ai suoi apostoli quando lo guardavano salire al cielo: ‘Quando volete pensare a me, guardate in alto: io vi vedrò’, noi saremmo rimasti contenti e convinti che ciò si sarebbe realizzato. Gesù invece ha voluto continuare la sua presenza sulla terra in modo diverso di prima, ma vero e reale.

Possiamo noi dire che questo a Lui non è possibile?  Gesù non ha risposto alle difficoltà che gli hanno fatto i suoi ascoltatori, perché non avrebbero capito. L’alternativa che ha posto è stata solo una: ‘Credete in me, fidatevi e sarete felici’.

Davvero solo un cuore divino poteva pensare ad un modo così singolare e fuori dalla portata umana, per essere vicino a tutti coloro che lo desiderano, senza bisogno di spostarsi come dovevano fare gli abitanti della Palestina. E nello stesso tempo per incontrarlo così ci invita a riunirci in assemblea santa di Dio, ad essere cioè Chiesa riunita dalla sua parola, a vivere l’incontro con Lui non in una solitudine intimistica, ma nella gioia di una assemblea in festa. È quanto ci ha ricordato San Paolo con la forza del suo linguaggio: ‘Il calice della benedizione, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?’. La risposta è ovviamente affermativa, perché il Sangue di Cristo è stato versato sulla Croce realmente anche per me e ora io entro in rapporto con esso perché ne possa raccogliere tutta l’efficacia.

Così il pane che noi spezziamo è comunione con il Corpo di Cristo, presente nel sacramento; e questa comunione ci riunisce nel Corpo mistico del Signore, che è la sua Chiesa: ‘Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane’. E con questo abbiamo scoperto qual è il fine dell’Eucaristia: tenerci in comunione con il Signore risorto, per essere uniti tra noi nel suo Corpo che è la Chiesa.

Il momento tipico della festa del Corpus Domini è la processione, cioè la manifestazione pubblica della comunità ecclesiale, non come esibizione trionfalistica, ma come umile testimonianza di quello che siamo, popolo in cammino verso il Regno, che porta con sé la fonte della sua speranza: l’Eucaristia.

Ci metteremo in cammino pregando e cantando per dire anzitutto a noi stessi che la nostra vita in Dio ha bisogno della preghiera, e per dire a tutti che Dio cammina con noi e con tutti coloro che lo cercano. Poi vorremo dire che ciò che avviene nella Chiesa è per il bene di tutti; fintanto che c’è chi prega, fintanto che la parola di Dio è proclamata, fintanto che c’è la Messa, fintanto che c’è la carità vissuta abbiamo motivo di sperare.

Siamo grati ai nostri fratelli e alle nostre sorelle che si rendono disponibili per il Ministero di distribuire la Comunione, portandola anche ai malati, cioè a coloro che più hanno bisogno di essere sostenuti nella fede e nella speranza. Ringrazio i nuovi ministri che ora verranno istituiti e anche coloro che oggi hanno rinnovato la loro disponibilità.

Grazie Signore perché sei rimasto con noi e ci accompagni perché vuoi bene a tutti e ci attendi come fratelli nella tua casa

OMELIA per la DEDICAZIONE del NUOVO ALTARE DELLA CATTEDRALE
Faenza - basilica Cattedrale, 6 giugno 2014
06-06-2014

‘Viene l’ora ‘ ed è questa ‘ in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità’. L’affermazione di Gesù nel Vangelo di Giovanni prefigura un tempo in cui non sarà necessario un tempio dove celebrare il culto all’unico vero Dio. Come mai allora ci siamo riuniti per dedicare al Dio del Cielo un altare, sul quale celebrare il Sacrificio eucaristico?

Quanto ha detto Gesù alla Samaritana ci porta a ricordare che il luogo nel quale su questa terra possiamo incontrare Dio non è il tempio materiale, ma l’umanità del Figlio di Dio fatto uomo. Dal momento dell’Incarnazione del Verbo, Dio si trova sulla terra; e dal momento in cui Cristo glorioso e risorto è asceso al Cielo, Egli è presente in mezzo a noi mediante lo Spirito Santo: ‘Non vi lascerò orfani’; ‘Ecco, io sono con voi fino alla fine del mondo’.

Nella Nuova ed eterna Alleanza il tempio non è il luogo della presenza di Dio, ma il luogo in cui si riunisce l’assemblea dei discepoli di Cristo, convocati dalla Sua parola, per rinnovare il memoriale della morte e risurrezione del Signore Gesù.

‘Fate questo in memoria di me’ ha detto Gesù ai suoi Apostoli. Oggi i presbiteri rispondono ancora a quel comando quando celebrano per la comunità dei credenti il mistero della fede. Non è quindi il luogo che santifica il rito, ma è la celebrazione dell’Eucaristia che rende lo spazio sacro idoneo a contenere l’infinito Mistero del Sacrificio di Cristo.

Nella chiesa dove avviene la santa convocazione dei fedeli, l’Altare è il centro di tutta la celebrazione; al mistero dell’altare porta la Parola di Dio; sull’altare si rinnova il Sacrificio di Cristo; dall’altare  si riceve il Pane della vita. L’altare quindi assume il doppio significato di Ara del sacrificio e di Mensa eucaristica.

Ancora più profondamente l’Altare è segno di Cristo, pietra angolare che sostiene tutta la costruzione della Chiesa; anzi, l’Altare è Cristo stesso, Unto di Spirito Santo, luogo dell’incontro con Dio. Il patriarca Giacobbe, dopo il sogno della scala che univa il cielo alla terra prese la pietra che si era posta come guanciale, la eresse come una stele e versò olio sulla sua sommità e disse: ‘Questa pietra che io ho eretto come stele, sarà una casa di Dio” (Gen 28,22). Con questo si vuol dire che è l’altare che costruisce attorno a sé il tempio fatto di pietre vive.

Con noi questa sera vogliamo le pietre più vive di tutte, cioè i nostri Santi: li invocheremo, perché siano con noi. Loro sono il frutto dell’Eucaristia celebrata e vissuta.

I Santi ci ricordano che ‘non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura. Per mezzo di Cristo dunque offriamo a Dio continuamente un sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome’. L’inno di lode più bello è quello della comunione, che si vive nella Chiesa, segno e strumento di unità di tutto il genere umano. Anche l’altare, unico nella chiesa, è segno di unità per rafforzare nei fratelli il vincolo di carità e di concordia.

Dice S. Ignazio, scrivendo ai Filadelfiesi: ‘Preoccupatevi di attendere ad una sola eucarestia. Una è la carne di nostro Signore Gesù Cristo e uno il calice dell’unità del suo sangue, uno è l’altare come uno solo è il vescovo con il presbiterio e i diaconi’, affinché tutto quello che fate, lo facciate secondo Dio'(n. 4).

L’unità che si costruisce attorno all’altare attinge anche alla grazia della Parola di Dio, che ha il suo luogo nell’ambone, e trova nella Cattedra del vescovo il segno visibile dell’unità nella Chiesa particolare.

Così nell’unica Celebrazione eucaristica sono presenti i poteri messianici di Cristo: la profezia, nella proclamazione della parola; la regalità, nella guida della comunità; il sacerdozio nell’offerta del Sacrificio di Cristo. Tutto questo è richiamato nel testo degli atti degli apostoli: ‘Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere’.  Questo è il progetto  ideale di ogni comunità cristiana.

L’impegno della nostra Chiesa nel realizzare in questa Cattedrale l’adeguamento liturgico previsto dal Concilio vuole essere un auspicio per l’accoglienza di tutti gli insegnamenti del Vaticano II, per un rinnovamento in senso missionario della nostra Chiesa. Anche questo sia un segno efficace di conversione, radicata nella memoria di una Chiesa viva nelle sue opere, nelle attività dei laici, nella donazione delle persone consacrate e nell’impegno dei suoi presbiteri.

La consacrazione dell’altare è opera dello Spirito santo, mediante il Sacro Crisma preparato nella Messa del Giovedì santo. Lo Spirito che trasforma il pane e il vino nel Corpo e Sangue di Cristo, cambia il significato di questa pietra, destinandola all’offerta del Sacrificio di Cristo, vittima e sacerdote in eterno. Anche quando la celebrazione eucaristica è finita l’altare rimane come segno di fedeltà del grande Sommo sacerdote, sempre vivo per intercedere per noi.

Salutiamo anche noi l’altare con le parole di un’antica preghiera orientale: ‘Dimora in pace, santo altare del Signore. Io non so se ormai ritornerò a te o no. Il Signore mi conceda di vederti nell’assemblea dei primogeniti che sono in cielo; in questa alleanza io pongo la mia fiducia. Rimani in pace, altare santo e propiziatore; il Corpo e il Sangue che ho ricevuto da te siano per il perdono dei miei peccati, la remissione delle mie colpe e la mia sicurezza davanti al tremendo tribunale di nostro Signore e Dio per sempre. Dimora in pace, santo altare, mensa di vita e supplica per me il nostro Signore Gesù Cristo, perché non cessi di pensare a te, ora e nei secoli eterni. Amen’.

OMELIA per il giorno di PASQUA 2014 (sintesi)
20-04-2014

Il senso della Pasqua lo si coglie nella liturgia, cioè nel rivivere la grazia della risurrezione mediante alcuni riti e preghiere che rendono attuale il mistero.

Si tratta di un evento: Gesù, morto e sepolto, è risorto. È un fatto di cui si può prendere atto, credendo che è avvenuto, o lo si può rifiutare come inesistente.

Se Cristo è risorto, c’è un riflesso nella vita, che porta a coltivare una speranza, che è conseguenza della vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte.

Se questa è la Pasqua, più difficile è far capire questa realtà a chi non conosce le verità della fede cristiana. Allora ci si rende conto che si confonde la verità della Pasqua con una formula magica, alla quale si attribuisce una efficacia contro i mali di questo mondo; la Pasqua dovrebbe far scomparire tutto ciò che non funziona e non corrisponde ad attese pur legittime, ma limitate agli aspetti materiali della vita.

Per la verità il dono della Pasqua raggiunge tutto l’uomo, quindi anche gli aspetti temporali della sua esistenza, ma come conseguenza delle realtà spirituali e soprannaturali che lo coinvolgono. In altre parole, proprio attraverso l’unità della realtà dell’uomo, la salvezza di Cristo, che agisce direttamente sullo spirito umano, raggiunge anche gli aspetti concreti della sua vita.

Per dirla con una battuta, che è paradossale, ma non più di tanto: un piatto di cappelletti è più buono se è mangiato sapendo che siamo amati da Dio, e se siamo in pace con tutti i fratelli. Ovviamente il mistero pasquale è alla radice di queste ultime verità, mentre la soddisfazione tutta naturale di un cibo gustoso si inserisce bene nella vita umana. Il nostro guaio è che spesso ci si ferma solo a questi aspetti esterni, lamentandosi poi quando non riescono come desidereremmo.

La Pasqua ci ricorda invece che c’è una dimensione che entra nella nostra vita e che illumina e dà senso a tutto: viene prima, è più profonda e, pur appartenendo ad un aspetto invisibile, risponde ad un bisogno inespresso ma vero.

Se siamo attenti a tanti aspetti della nostra vita, è facile che venga il sospetto che la vita umana non possa consistere solo nel lavorare, faticare, mangiare, dormire, divertirsi un po’ e poi morire e tutto finisce lì; è troppo forte la spinta a vivere sempre.

Il guaio è che noi abbiamo capito che si debba vivere sempre nella vita temporale, mentre il solo modo per rispondere a questa attesa è la vita soprannaturale. Come sia questa vita è difficile da dire, perché non appartiene alla nostra esperienza; sappiamo però che Gesù risorto è in quella vita, e che noi vivremo come Lui; come vivremo non è stato rivelato, ma sappiamo che c’è. Per ora possiamo accontentarci, ed essere felici.

Senza dire che si vive meglio anche quaggiù. Se uno sa che con la morte finisce tutto, cerca di stare meglio che può qui, a scapito anche degli altri; e se non riesce a raggiungere le sue attese, sta male. Invece uno che sa che la vita vera viene dopo, e che questa è la preparazione a quella, cerca di fare del suo meglio, cerca di vivere nel rispetto degli altri con i quali dovrà vivere per l’eternità; e anche se qui ha delle prove, sa che finiranno, e si entrerà nella vita risorta.

Ecco perché la Pasqua è un motivo di speranza vera per tutti, purché mediante la fede accolgano quello che Gesù ha fatto e insegnato, e si lascino aiutare dai fratelli di fede e dalla grazia dei sacramenti.

OMELIA per la MESSA CRISMALE 2014
Faenza - Basilica Cattedrale, 17 aprile 2014
17-04-2014

L’incontro annuale del Giovedì santo nella Messa crismale che stiamo celebrando come presbiterio diocesano insieme al nostro popolo, ha un significato particolare sia come segno sacramentale, sia come momento spiritualmente molto intenso.

I parroci arrivano a questo giorno con il carico della visita alle famiglie, che per varie settimane li ha impegnati con una fatica fisica a volte ragguardevole, ma anche con il conforto dell’incontro con la propria gente, essendosi resi partecipi delle gioie e delle speranze, delle pene e delle angosce di tante famiglie. Giustamente quella visita è considerata un incontro pasquale di passione e di risurrezione, che in questo Triduo santo ognuno di noi saprà offrire insieme al sacrificio e alla vittoria di Cristo.

Il momento spiritualmente forte che ci è ora offerto è la rinnovazione delle promesse sacerdotali. L’origine della grazia del nostro ministero ha un fondamento che non viene mai meno, ed è il sacrificio del Signore Gesù offerto una volta per sempre; ma è la nostra partecipazione a questo ministero che può avere dei momenti di stanchezza.

Ci viene chiesto di rinnovare l’impegno che fu promesso da noi con giovanile slancio, quando consacrammo la nostra vita al Signore Gesù, sapendo che avremmo trovato tante difficoltà nei nostri limiti e nel contrasto con il mondo, ma anche tante soddisfazioni nella risposta alla sete di Dio che la nostra gente in varie occasioni  manifesta.

Rinnoviamo insieme come presbiterio le promesse fatte personalmente nell’Ordinazione, perché la fedeltà ad esse è legata anche alla comunione che riusciamo a vivere nel corpo presbiterale, nella nostra Chiesa diocesana.  Siamo richiesti con crescente insistenza ad entrare in una conversione pastorale in senso missionario, superando la tentazione del ‘si è sempre fatto così’, conversione che non può essere efficace se non è nello stesso tempo un segno di comunione nella Chiesa per la missione nel mondo.

Chiediamo ai nostri fedeli di pregare seriamente per la nostra conversione e di aiutarci a rinnovare noi stessi nella fedeltà a Cristo e agli uomini del nostro tempo, ai quali vogliamo offrire il nostro servizio con la freschezza della nuova evangelizzazione, nella quale ci sta conducendo Papa Francesco.

I nostri limiti non ci fermeranno, perché prima e più di noi agisce nel nostro ministero Cristo capo e pastore, di cui siamo indegnamente, ma efficacemente sacramento. Siamo stati consacrati con il segno del sacro Crisma, che anche oggi prepariamo in questa liturgia e mediante il quale, oltre a consacrare i bambini nel battesimo e a conformare a Cristo i ragazzi nella Cresima, quest’anno dedicheremo il nuovo altare di questa Cattedrale.

Nel linguaggio simbolico della liturgia l’altare è segno di Cristo, che convoca attorno a sé nell’unità la sua Chiesa; non sarà certo la bellezza o la preziosità di questo manufatto a rendere efficace il nostro ministero, ma ciò che esso rappresenta e significa, e soprattutto Colui che su questo altare si renderà presente per la nostra Chiesa.

Intanto oggi portiamo con noi il ricordo dei presbiteri del nostro clero che il Signore ha chiamato a sé in questo ultimo anno, fra i quali ricordo in particolare il vescovo Silvano Montevecchi.

Siamo anche vicini con la nostra preghiera e il nostro augurio fraterno ai presbiteri che celebrano ricorrenze significative della loro ordinazione: settantesimo anniversario per don Oreste Molignoni, sessantacinquesimo per don Carlo Matulli; sessantesimo per P. Aurelio Capodilista, cappuccino; cinquantesimo per don Mauro Banzola, Mons. Antonio Taroni ; venticinquesimo per don Paolo Bagnoli e don Luca Ravaglia.  Il popolo di Dio lodevolmente farà corona attorno ai suoi preti per ringraziarli in queste occasioni per il bene che hanno profuso con il loro ministero e con la loro generosità. Ricordiamo nella preghiera anche il neo-cardinale Gualtiero Bassetti, nato a Popolano, che ricorda quest’anno il ventesimo della sua ordinazione episcopale.

Preghiamo oggi anche per alcuni nostri confratelli assenti per malattia: il Signore li sostenga e li conforti nella parte più delicata della loro donazione a Cristo, perché si tratta di salire con Lui sulla croce.

Infine un pensiero per i missionari, che hanno avuto le radici nella nostra Chiesa, e che sono stati inviati a dilatare il Regno di Dio: essi sono il segno della forza evangelizzatrice della Chiesa che li ha generati alla fede e che continua a sostenerli con l’aiuto e la preghiera.

Un pensiero affettuoso e pieno di speranza rivolgiamo ai nostri seminaristi che ci consentono di guardare avanti con fiducia: il Signore non ci abbandona. Preghiamo per loro, per le loro famiglie, per i formatori; preghiamo per coloro che il Signore sta chiamando e si trovano nella delicata situazione di rispondere, con la trepidazione propria della loro età. Siamo tutti coinvolti in questa avventura. Le preghiere per le vocazioni al presbiterato che quest’anno vengono chieste, vogliono orientarci con decisione a farci carico anche per il futuro dei sacerdoti che dovranno spezzare il pane e la parola ai piccoli e ai poveri.

Saluto i ministranti, presenti a questa Concelebrazione e li ringrazio per il servizio liturgico che fanno nelle loro comunità. Siate fedeli, perché siete fortunati a seguire le celebrazioni più da vicino, favorendo con il vostro contributo la loro bellezza ed efficacia.

Carissimi sacerdoti, sono ormai dieci anni che condividiamo la vita e le sorti di questa Chiesa di Faenza-Modigliana affidatami dal Signore tramite il Papa Giovanni Paolo II, che la Chiesa si prepara a riconoscere nella santità della sua vita. È un tratto di storia che affidiamo al futuro di questa Chiesa amata e servita con tanti limiti, ma sempre volentieri. Il Signore la benedica e la protegga, e doni a tutti noi la sua misericordia.

In occasione delle elezioni
15-04-2014

Mi preme ricordare che sempre, ma soprattutto in prossimità delle elezioni, non si devono dare i locali della parrocchia (nemmeno se sono in uso a terzi) per iniziative di propaganda politica. Non è una ragione per fare eccezione nemmeno il fatto che in paese non esistono altri spazi. La sensibilità a questo riguardo è a fior di pelle, e non ci devono essere confusioni, perché si finirebbe per portare le divisioni entro la comunità cristiana. Così pure i sacerdoti sono invitati a non prestarsi a iniziative che possono apparire a sostegno dell uno o dell altro schieramento, o di un qualche personaggio politico. La formazione all impegno sociale e politico bisogna farla in tempo non sospetto, e secondo la dottrina sociale della Chiesa.
                                       + Claudio Stagni, vescovo

OMELIA per il Servo di Dio DANIELE BADIALI
16-03-2014

La seconda domenica di Quaresima è sempre caratterizzata dal racconto della Trasfigurazione, il mistero che annuncia la gloria di Cristo nella sua Risurrezione. Ma prima della gloria la Trasfigurazione ci presenta il coinvolgimento  di ogni discepolo che vuole seguire Cristo. Si tratta della risposta alla chiamata di Gesù.

Il primo a rispondere a Dio nella storia della salvezza fu Abramo: ‘Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò’.  Abramo mostra concretamente la sua fede in Dio lasciando la propria patria e andando verso un luogo noto solo a Dio. Anche Gesù chiama a seguirlo quelli che egli vuole e, in un’altra situazione, prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li conduce in disparte, su un alto monte.

San Paolo afferma: ‘Egli ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia’. La vita cristiana è sostanzialmente una continua risposta al Signore che ci ha chiamati e ci chiama, ‘affinché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo’ (Ef 4,13). Il Concilio, nella Lumen Gentium parlerà in modo esplicito della universale vocazione alla santità nella Chiesa.

Tutti santi, ma ognuno secondo il progetto personale che Dio fin dall’inizio ha per ciascuno di noi, lungo un percorso che sarà conosciuto del tutto solo alla fine. E intanto agli apostoli sul Tabor  vengono date alcune indicazioni che, seppure in misura diversa, valgono per tutti.

Gesù mostra la sua gloria insieme a Mosè ed Elia, la legge e i profeti, che, dirà S. Luca, ‘parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme’ (Lc 9,31); è un modo velato, ma non tanto, per dire che è attraverso la croce che si giunge alla gloria.

Pietro voleva rimanere in quella situazione di gioia, ma ‘una nube luminosa copre tutti con la sua ombra’; è la nube che nasconde e rivela la presenza di Dio, nella condizione che ci è concessa ora, finché siamo nel tempo.

E c’è un’altra esigenza ricordata dalla voce che esce dalla nube: ‘Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento.  Ascoltatelo’.

E alla fine gli apostoli, dopo che Gesù li ha invitati a non temere, ‘alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo’. È lui la via che conduce alla vera vita.

Vediamo ora la vocazione nella vita di P. Daniele, come lui l’ha avvertita e come ha cercato di rispondere. È lui stesso che in parte racconta l’inizio del suo cammino, scrivendo al vescovo Tarcisio Bertozzi per chiedere di essere ammesso tra i candidati al diaconato e presbiterato (pag. 83s).

‘Fare la storia della mia vocazione non è facile. Da una parte ritrovo la radice dell’educazione cristiana ricevuta sin da piccolo in famiglia. Questa radice antica la riconosco bene ora a distanza di anni, e mi rendo conto quanto sia stata importante’. Coerentemente insieme al Battesimo i genitori hanno favorito, mediante l’educazione, il percorso di vita cristiana che da esso inizia.

Poi c’è un altro snodo decisivo, che P. Daniele conosce bene. ‘L’altro fattore importante, scrive ancora, è stata l’attività svolta a favore dei più poveri nel movimento giovanile dell’Operazione Mato Grosso iniziata all’età di 16/17 anni. Questo lavoro mi ha portato ad approfondire il senso del donare la vita con i giovani per i più poveri attraverso l’impegno concreto, il lavoro e il sacrificio. Sentendomi chiamato ad una vita di donazione per i più poveri mi sono lasciato vedere da don Ugo De Censi fondatore dell’Operazione, il quale ha intravisto in questo mio desiderio una chiamata del Signore’. Possiamo dire che il Signore aveva preparato il suo agguato per prendere con sé anche Daniele, che ha capito. Anche per lui vale la risposta di Geremia:  ‘Tu mi hai sedotto Signore e io mi sono lasciato sedurre’ (Ger 20,7).

Daniele poi parte per il Perù. ‘In questo periodo di due anni vissuto a Chacas aiutato da don Ugo si è fatto sempre più chiaro in me il desiderio di poter donare la mia vita al Signore come sacerdote in mezzo a quella gente povera’.

Il cammino più impegnativo comincia proprio quando da prete deve fare da padre a tutti coloro che lo cercano e che lui deve aiutare ad incontrare Gesù. La vocazione continua nell’ascoltare Gesù: ‘È una grande fatica restare uniti a Gesù, quando tutto intorno a te va in senso contrario. Bisogna dare via tutto, ascoltare la voce di Gesù e metterla in pratica’ (pag.158).  Scrive ad un amico seminarista: ‘Il Signore ti ha dato la vocazione, il sì dipende da te non da altri’ Io ti assicuro che vale la pena, non cambierei vita, anche se costa sacrifici e penitenze e ci si trova incompresi dal mondo attuale che vuole l’uomo al centro e sempre pronto a godere e a manovrare la propria vita” (pag. 167).

E a un certo punto si chiede: ‘Come fare tornare la nostra gente a Dio?? Quel Dio che ha fatto cambiare la vita ad Abramo, ai profeti, agli Apostoli”(pag. 175).

È molto preso dalla sua missione di parroco, che vive nella responsabilità più profonda, quella di portare le anime a Dio. ‘Così, ora, sono chiamato ad essere padre di questa povera gente’ Non ho scelto io di essere padre, la gente mi chiama padre. Mi ritrovo addosso una parte di cui avverto in pieno la mia incapacità. Come condurre questa gente a Dio? Ma se sono io il più perduto in questo mondo, che tradisce ogni giorno il Dio della vita per false luci che si è costruito da solo credendo di poter fare a meno di Dio! Alla fine sento solo il desiderio di convertire la mia vita per incontrare un giorno Gesù’ (pag. 357s).

Eppure l’esperienza spirituale di P. Daniele non gli fa vedere altro che Gesù; è questo il suo assillo quotidiano, di cui si trova traccia in molte sue lettere.  Scrive: ‘Mi ritrovo col solo desiderio di cercare Gesù e di obbedire alla sua volontà’ (pag. 160); ‘Se non fosse per Gesù non sarei qui’ (pag. 126); e ancora: ‘Ogni passo è fatto solo nel nome di Gesù, perché Lui entri nel nostro cuore, Lui ne sia il padrone’ Sento che solo così posso sperare di incontrarlo alla fine della mia vita! Quanto lo desidero, non vorrei vivere a lungo per non tradirlo più di quanto stia facendo già e per poterlo incontrare presto. Vorrei essere in piedi, vigilante a questo incontro” (pag. 177).

E l’incontro arriverà nel marzo 1997. È l’ultima chiamata. ‘Tu rimani, vado io’ è una scelta di generosità istintiva. P. Daniele sta rispondendo a Dio che in quel momento lo stava chiamando, come fece un giorno con Abramo e con tutti i suoi discepoli: ‘Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela, dai tuoi amici verso la terra che ti indicherò, verso la patria che è nei cieli”

E padre Daniele partì, come gli aveva ordinato il Signore.

OMELIA per la GIORNATA MONDIALE della PACE (1 gennaio 2014)
01-01-2014

2014 gennaio 1 Giornata della pace

 

‘ Gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo’. Gesù, cioè Salvatore, ‘egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati’ (Mt 1,21).

 

La solennità della Maternità divina di Maria ci porta ogni anno a celebrare la Giornata della Pace, è un modo molto concreto di vedere le conseguenze del mistero di Dio nella nostra vita.

 

‘Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio nato da donna’ perché ricevessimo l’adozione a figli’. Il Figlio di Dio è nato da una donna, la Vergine Maria, per diventare nostro fratello. Papa Francesco ha titolato il suo primo messaggio: ‘Fraternità, fondamento e via della pace’. Possiamo dire che è ripartito dall’inizio, dal progetto di Dio sull’uomo, per il bene di ogni persona e di tutta l’umanità. Poi nella seconda parte dello stesso messaggio verranno ricordate conseguenze più particolari; ma se vogliamo mettere un fondamento vero alla pace, in modo che resista ad ogni insidia, si deve riscoprire il vero rapporto tra di noi e con Dio.

 

Riascoltiamo la prima riflessione del Papa nel suo messaggio: ‘La fraternità è una dimensione essenziale dell’uomo, il quale è un essere relazionale. La viva consapevolezza di questa relazionalità ci porta a vedere e trattare ogni persona come una vera sorella e un vero fratello; senza di essa diventa impossibile la costruzione di una società giusta, di una pace solida e duratura. E occorre subito ricordare che la fraternità si comincia ad imparare solitamente in seno alla famiglia, soprattutto grazie ai ruoli responsabili e complementari di tutti i suoi membri, in particolare del padre e della madre. La famiglia è la sorgente di ogni fraternità, e perciò è anche il fondamento e la via primaria della pace, poiché, per vocazione, dovrebbe contagiare il mondo con il suo amore’.

 

La riflessione sulla fraternità incomincia dall’esperienza viva di questa condizione: fratelli si nasce in famiglia, e in famiglia si impara a vivere da fratelli. Il disegno di Dio su ciascuno di noi, pur avendo come fine la salvezza e la felicità personale, ci mette subito nella situazione concreta di farci crescere insieme come fratelli, imparando a vivere in relazione nella famiglia, per riuscire poi a vivere in relazione nella società.

 

Contro questa realtà c’è l’individualismo e l’egoismo dell’uomo. Su di essi si costruiscono l’invidia, l’ingordigia, la lotta per possedere sempre di più e in ultima istanza la guerra.

 

Continua il Papa: ‘Appare chiaro che anche le etiche contemporanee risultano incapaci di produrre vincoli autentici di fraternità, poiché una fraternità priva del riferimento ad un Padre comune, quale suo fondamento ultimo, non riesce a sussistere. Una vera fraternità tra gli uomini suppone ed esige una paternità trascendente. A partire dal riconoscimento di questa paternità, si consolida la fraternità tra gli uomini, ovvero quel farsi ‘prossimo’ che si prende cura dell’altro’. Non per niente Gesù ci ha insegnato a pregare Dio chiamandolo ‘Padre nostro’.

 

Si capisce allora perché ci sia un gran d’affare per negare l’esistenza di Dio da parte dei potenti di questo mondo, per essere liberi nel perseguire i propri interessi: sfruttamento dei paesi poveri, eliminazione di quanti pretendono di avere la loro parte alla tavola del mondo, sfruttamento delle risorse naturali di materie prime e di energia, fino all’uso della guerra.

Infatti il Papa si chiede: ‘Gli uomini e le donne di questo mondo potranno mai corrispondere pienamente all’anelito di fraternità, impresso in loro da Dio Padre? Riusciranno con le loro sole forze a vincere l’indifferenza, l’egoismo e l’odio, ad accettare le legittime differenze che caratterizzano i fratelli e le sorelle?’. E trova la risposta nelle parole di Gesù: ‘Poiché vi è un solo Padre, che è Dio, voi siete tutti fratelli (cfr Mt 23,8-9). La radice della fraternità è contenuta nella paternità di Dio. Non si tratta di una paternità generica, indistinta e storicamente inefficace, bensì dell’amore personale, puntuale e straordinariamente concreto di Dio per ciascun uomo (cfr Mt 6,25-30). Una paternità, dunque, efficacemente generatrice di fraternità, perché l’amore di Dio, quando è accolto, diventa il più formidabile agente di trasformazione dell’esistenza e dei rapporti con l’altro, aprendo gli uomini alla solidarietà e alla condivisione operosa’.

In questo modo si trova la via della pace, che parte dalla conversione del cuore dell’uomo, per arrivare al cambiamento della società e delle sue strutture, fino ad un rapporto di fraternità tra i popoli.  Non sembri troppo utopistica questa prospettiva, perché pur essendo vero che la perfezione della carità si potrà raggiungere solo nel Regno dei cieli, è vero che c’è un lungo cammino di avvicinamento che è affidato anche a noi, con l’aiuto di Dio.

Il Papa poi affronta alcuni temi precisi, nei quali viene chiesta la nostra solidarietà fraterna: sconfiggere la povertà; ripensare ai modelli di sviluppo economico e a un cambiamento negli stili di vita; rinunciare alla via delle armi e andare incontro all’altro con il dialogo, il perdono e la riconciliazione; superare la corruzione, la diffusione della droga, il traffico degli esseri umani, l’abuso contro i minori, la schiavitù, la tragedia dei migranti; custodire e coltivare la natura a beneficio di tutti, comprese le generazioni future.

‘Una convivenza fondata soltanto sui rapporti di forza non è umana’L’uomo però si può convertire e non bisogna mai disperare della possibilità di cambiare vita’. Anche Dio ha fiducia di riuscire a cambiare il cuore dell’uomo: ‘E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio’ Quindi non sei più schiavo, ma figlio’.

Non siamo cioè più schiavi di noi stessi, del nostro egoismo, delle ambizioni perverse che sfruttano gli altri, delle nostre cattiverie, se ci lasciamo guidare dallo Spirito di Cristo.

Maria, Madre del Figlio di Dio e nostra madre, ci aiuti a vivere sempre da veri fratelli tra noi. La testimonianza che i discepoli di Cristo devono dare al mondo, potrà essere l’inizio del realizzarsi della speranza che è nata con la venuta del Salvatore. Continuiamo a invocare: ‘Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace’.

 

OMELIA del NATALE del SIGNORE (sintesi)
Faenza - Basilica Cattedrale, 25 dicembre 2013
25-12-2013

La nascita del Signore ci ha fatto conoscere la bontà e l’amore di Dio per noi. Di fronte a certi fatti a volte noi ci vergogniamo di essere uomini: Dio non si è vergognato di farsi uomo e di mescolarsi tra di noi. Questo vuole anche dire che la natura umana è capace di accogliere Dio: noi cioè possiamo diventare figli di Dio. ‘A coloro che lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio’, dice S. Giovanni. Quindi il nostro problema è solo quello di accoglierlo, di lasciarlo abitare nel nostro cuore, cioè nelle facoltà che ci conducono alla verità e all’amore.

Lasciare fare a Dio nell’indicarci ciò che è bene o è male, ciò che è vero o è falso non significa limitare la nostra libertà, ma affidare la nostra libertà a colui che sa benissimo che cosa stiamo cercando, e vuole impedirci gli errori che abbiamo sempre fatto. Anche perché i nostri errori possono causare sofferenze in tanti altri, quasi non bastassero quelle che vengono da sole.

Pensiamo alle difficoltà dei nostri giorni, che sono sotto gli occhi di tutti. Le più evidenti sono quelle economiche per molte famiglie: la perdita del lavoro, la chiusura delle aziende, la diminuzione di disponibilità finanziaria. Poi ci sono le malattie gravi, i tumori, le malattie della vecchiaia, gli incidenti. Il Natale ci fa sentire il contrasto con queste situazioni, segno che avvertiamo che il Signore è venuto proprio per liberarci da tutti i mali.

Noi preferiremmo non avere bisogno di essere aiutati, perché questo comporta sempre una certa umiliazione. Ma forse si tratta di vedere come il Signore vuole liberarci.

Il nostro primo istinto è quello di reagire cercando di superare le difficoltà che si presentano; e questo fa parte del nostro modo naturale di reagire: non bisogna lasciarsi sopraffare, servendoci dei mezzi di cui possiamo disporre. Questo modo del resto può anche rafforzare la nostra volontà e renderci più resistenti di fronte a nuovi problemi.

Ma vi sono anche limiti e fatiche che non si riescono a vincere, e in questi casi è importante vedere se queste esperienze non possano avere un significato che a noi, fino a quel momento, era sfuggito. È questo un cammino più delicato, ma molto prezioso. In fondo è quello che ha fatto il Signore facendosi uomo per salvarci dal peccato e dalla morte.

Quando facciamo dei sacrifici, stiamo aiutando il Signore a salvare noi e il mondo. Forse non ce ne accorgiamo e facciamo fatica a capire, ma Lui lo sa e questo dovrebbe bastare.

La sofferenza e il dolore, anche se a volte possono suscitare una ribellione, dovrebbero però farci diventare più buoni, perché vediamo quali sono le cose davvero che contano: la pace, l’amore, il perdono, la speranza’ Chiediamo questi doni al Signore Gesù, perché il Natale porti i suoi frutti più preziosi.

PREGHIERA PER LE VOCAZIONI AL SACRO MINISTERO
Da recitarsi nella celebrazione eucaristica domenicale
26-11-2013

O Padre,
che provvedi sempre ai tuoi figli,
ti preghiamo per la nostra Chiesa particolare:
per intercessione della Beata vergine delle Grazie
fa che nelle nostre comunità non manchino mai
il Pane e la Parola di Vita
e un presbitero che li spezzi ai piccoli e ai poveri.
Per Cristo nostro Signore
Amen
+ Claudio Stagni, vescovo

OMELIA per la CHIUSURA dell’ANNO DELLA FEDE
24-11-2013

‘La porta della fede che introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa è sempre aperta per noi’. Con queste parole il papa Benedetto XVI iniziava la lettera apostolica con la quale apriva l’anno della fede, che questa sera anche noi chiudiamo, in sintonia con quanto il Papa Francesco ha fatto oggi a Roma.

La nostra celebrazione si svolge alla presenza del Crocifisso venerato in questa Cattedrale, nel giorno della sua festa tradizionale. È una coincidenza questa che rende più significativa questa Eucaristia.

L’immagine della fede come ‘porta’ è presa dagli Atti degli apostoli, quando al termine del primo viaggio apostolico, Paolo e gli altri tornarono ad Antiochia, da dove erano partiti, e, racconta il testo, ‘riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede’ (Atti 14,27).

La fede dunque è una porta mediante la quale possiamo entrare nella Chiesa, essere in comunione con Dio e vivere da fratelli nella Chiesa e nel mondo. La fede quindi è un modo di essere che ci identifica come figli di Dio, mediante le vie della verità e dell’amore.

Conosciamo le circostanze che hanno suggerito la proposta di questo anno: i 50 anni dell’apertura del Concilio ecumenico Vaticano II; i 20 anni della pubblicazione del Catechismo della Chiesa cattolica, sintesi dottrinale della nostra fede; la celebrazione del Sinodo sulla nuova evangelizzazione.

E che cosa si aspettava il Papa da questo anno? Ecco come risponde: ‘Riscoprire i contenuti della fede professata, celebrata, vissuta e pregata, e riflettere sullo stesso atto con cui si crede, è un impegno che ogni credente deve fare proprio, soprattutto in questo Anno’ (n. 9).

Intanto ci viene detto che il nostro impegno non si deve concludere questa sera, ma deve continuare sia riguardo alla conoscenza del contenuto della fede, sia riguardo alla nostra adesione a Cristo. ‘Esiste infatti un’unità profonda, dice il Papa, tra l’atto con cui si crede e i contenuti a cui diamo il nostro assenso’ (n.10).

Durante questa Eucaristia faremo la nostra professione di fede come ogni domenica, ma rispondendo ogni volta ad una domanda del vescovo che sollecita la nostra fede. Facendo questo davanti all’immagine del Crocifisso, vogliamo ricordare che la nostra fede si riassume in due misteri principali: Unità e Trinità di Dio, Incarnazione, passione, morte e risurrezione del nostro Signore Gesù Cristo; l’uno e l’altro indicati nel segno della croce.

Il mistero della Ss.ma Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, ci rivela che Dio in se stesso è amore; lui stesso non vive in una assoluta solitudine, ma vive in relazione di amore tra il Padre e il Figlio, relazione che sussiste nello Spirito Santo. Qualcuno ha osservato che in Dio le Persone divine non si sommano, facendo uno, più uno, più uno uguale a tre; ma sono l’una per l’altra: uno, per uno, per uno uguale a uno. Ma al di là del tentativo di comprendere questo mistero, per noi è già tanto conoscerlo, perché in questo modo ci viene rivelata anche la qualità del nostro essere. Infatti Dio che comunica alle creature l’esistenza, le costituisce radicalmente nell’amore.

Ho già ricordato in altra occasione una osservazione di Papa Benedetto XVI: ‘ (Che Dio è amore) lo possiamo in qualche misura intuire osservando sia il macro-universo: la nostra terra, i pianeti, le stelle, le galassie; sia il micro-universo: le cellule, gli atomi, le particelle elementari. In tutto ciò che esiste è in un certo senso impresso il ‘nome’ della Santissima Trinità, perché tutto l’essere, fino alle ultime particelle, è essere in relazione, e così traspare il Dio-relazione, traspare ultimamente l’Amore creatore. Tutto proviene dall’amore, tende all’amore, e si muove spinto dall’amore, naturalmente con gradi diversi di consapevolezza e di libertà’ (7/06/2009).

San Paolo ci ha anche detto che ‘tutte le cose sono state create per mezzo di Lui (Cristo) e in vista di Lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in Lui sussistono’.

Sia ben chiaro che con questo non abbiamo spiegato il mistero della Trinità, ma ci rendiamo conto che davvero ‘in Lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo’ (Atti 17,28).

Come frutto pieno di questo mistero d’amore, entra nella nostra storia l’incarnazione del Figlio di Dio: Dio ci vuole tanto bene che si fa come noi, uno di noi, perché impariamo a vivere come Lui.

Ha scritto S. Giovanni: ‘ In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati’ (1Gv 4,9s) . Entrambi i misteri principali della nostra fede sono dunque misteri di amore. Sulla croce Cristo fu tenuto inchiodato dal suo amore per il Padre e per noi. A quanti gli gridavano: ‘Ha salvato altri! Salvi se stesso, se lui è il Cristo di Dio, l’eletto’, ha risposto perdendo se stesso per salvare tutti.

Come piccolo/grande frutto di questo anno della fede potremmo impegnarsi a fare sempre con raccoglimento il Segno della Croce. Mentre con la mano destra tracciamo su di noi il segno della nostra salvezza, pronunciamo il nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo: una sintesi dottrinale, affettuosa, piena di speranza.

Una volta che la nostra vita è radicata in Cristo mediante la fede, vi è una conseguenza preziosa, che arricchisce la nostra testimonianza nel mondo. Dio infatti non ha voluto raggiungere solo alcuni pochi fortunati, ma attraverso di essi e con la loro collaborazione vuole far conoscere a tutti i suoi figli il suo amore di Padre.

Nell’enciclica Lumen fidei Papa Francesco afferma: ‘La fede non solo guarda Gesù, ma guarda dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una partecipazione al suo modo di vedere’ (n.18). Questo significa cambiare poco alla volta noi stessi e la nostra vita, per conformarci sempre di più a Lui. Questo cambiamento è frutto di vari elementi, dalla Parola di Dio ai Sacramenti e alla comunione ecclesiale, per arrivare a guardare con gli occhi di Gesù e con il suo amore gli altri, la storia e il mondo.

La conseguenza sociale della fede sta proprio nella mediazione che i cristiani possono fare con la loro vita, mostrando l’unità tra di loro, frutto della comunione con Dio; è possibile in questo mondo volersi bene, perché per questo c’è anche l’aiuto di Dio. Gesù ha detto: ‘Come tu Padre sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato’ (Gv 17,21).

‘Sì, la fede è un bene per tutti, è un bene comune, la sua luce non illumina solo l’interno della Chiesa, né serve unicamente a costruire una città eterna nell’aldilà; essa ci aiuta a edificare le nostre società, in modo che camminino verso un futuro di speranza’ (Lumen fidei, n.51).

Con questa domenica della solennità di Cristo Re dell’Universo, mentre concludiamo l’anno liturgico e l’Anno della fede, continuiamo ad attendere il Regno di Dio che viene.