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Per una rinnovata vivacità della nostra Chiesa
Intervento all'Assemblea diocesana dell'Azione Cattolica
28-02-2008

L’assemblea elettiva dell’Azione cattolica diocesana, è anche un momento di riflessione progettuale; volendomi inserire in questo prezioso momento della vostra associazione, ritengo di dover fare qualche riflessione soprattutto in ordine al vostro impegno apostolico.

In merito agli incarichi che oggi vengono rinnovati o confermati, mi sento di poter dire che le responsabilità assolte con sincero coinvolgimento fanno crescere le persone, sia come competenza nei ruoli associativi, sia come maturazione nella spiritualità laicale. Gli incarichi che vengono conferiti per la vita dell’associazione parrocchiale o diocesana, vanno accolti con il giusto spirito ecclesiale del servizio, ma anche come una opportunità di sviluppo dei doni ricevuti; sarà infatti dal confronto con altre persone di uguale o maggiore responsabilità che ci si potrà arricchire. Inoltre, il dover progettare attività, motivare iniziative, esporre qualche pensiero in modo ordinato di fronte agli altri, irrobustisce le proprie convinzioni e la capacità di sostenerle. Tutto questo per dire che se vi verrà chiesto di prendere qualche incarico, accoglietelo come un dono; vi potrà costare un poco, ma vi farà bene.

Volendo ora guardare a qualche prospettiva futura dell’Azione cattolica diocesana, pur senza entrare nel merito delle linee programmatiche che dovrebbero scaturire da questa assemblea, proprio perché l’Azione cattolica vuole ‘collaborare con la Gerarchia per la realizzazione del fine generale apostolico della Chiesa’ (Art. 1 dello Statuto), provo a portare un mio contributo.

La prima considerazione che mi viene spontanea è sulla realtà del nostro tempo, in cui ci troviamo a vivere e in cui siamo chiamati a testimoniare la nostra vocazione battesimale. Esiste la tentazione di un giudizio severo nei confronti della società italiana, con un riflesso che induce a demoralizzarci in ordine all’efficacia della nostra missione.

Non ci si può nascondere che da qualche tempo, ogni giorno vi sono aggressioni verbali forti, spesso al limite dell’insulto, nei confronti del Papa, dei Vescovi, dei cattolici impegnati, con un progetto intimidatorio esplicito. L’accusa di ingerenza è ormai rivolta alla Chiesa ogni volta che viene affrontato un tema di ordine morale, che sia entrato nell’interesse della politica.

A questo riguardo bisogna che i cristiani siano attenti a non farsi imbrogliare. Un qualsiasi argomento di carattere etico, per il fatto che diventa oggetto di un intervento legislativo dello Stato, non viene sottratto alla competenza propria di chi ha a cuore la vita morale degli uomini, come è la Chiesa cattolica. Questa ha sempre il diritto di richiamare il suo insegnamento ai suoi fedeli, anche impegnati in politica, soprattutto quando sono in ballo i valori cosiddetti ‘non negoziabili’, come sono la vita umana, la dignità della persona, la famiglia, la libertà religiosa, ecc. Del resto dovrebbe essere chiaro che, se anche l’attività politica ha motivo di interessarsi di certi aspetti sociali di questi valori, dovrebbe sempre avere a cuore il rispetto della legge morale naturale, che è a fondamento anche delle norme giuridiche.

Quindi la Chiesa ha diritto di parola per due motivi: primo, perché deve illuminare i suoi fedeli; secondo, perché può contribuire al dibattito pubblico, facendo leva tuttavia su argomenti di ragione e sulla legge naturale. In questo secondo momento siamo nella competenza dei fedeli laici, che vivono nel mondo, ai quali spetta ‘per loro vocazione cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio‘ (LG, 31). Ma questa competenza dei fedeli laici non esautora i membri della Gerarchia dal poter fare la stessa cosa, anche se dovranno fare uso degli stessi argomenti di ragione, e intervenire come interlocutori che appartengono alla medesima comunità umana. Su questo ovviamente si può essere di parere diverso in ordine alla opportunità e all’efficacia di tali interventi.

Questo clima, complesso e difficile, non deve tuttavia essere vissuto come una sciagura. Il male cioè, non è il dibattito; il male è che anche i cattolici ascoltino più le sirene del mondo che i maestri della Chiesa; il male è che si pensi di poter concedere qualcosa sul piano dei principi, per andare d’accordo; il male è che si preferisca seguire lo schieramento politico invece che la propria coscienza; il male è comportarsi ‘come fanno tutti’, e non avere il coraggio di andare contro corrente, nel rispetto dell’insegnamento cristiano (basti pensare il dovere di pagare le tasse o la moda di mostrare l’ombelico).

Questo clima va vissuto come uno stimolo per approfondire la conoscenza della verità cristiana attraverso la catechesi degli adulti, facendo tesoro dei testi autorevoli di cui disponiamo, dal catechismo degli adulti: ‘La verità vi farà liberi’, al catechismo della Chiesa cattolica, al Compendio della dottrina sociale della Chiesa. Per i laici di Azione cattolica non dovrebbe trattarsi di testi sconosciuti. Se si vuole rendere ragione della speranza che è in noi, bisogna conoscere il messaggio e le mediazioni culturali per dialogare con la nostra gente.

Non dobbiamo lasciarci prendere da complessi di inferiorità di fronte alle accuse di errori del passato. Già Giovanni Paolo II quando ci insegnava ad esercitare la purificazione della memoria, ci ricordava anche la santità della Chiesa, perché solo chi è santo può riconoscere e ammettere il suo peccato. E Benedetto XVI, nel discorso non pronunciato alla università ‘La sapienza’ ha detto: ‘Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono. Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell’umanesimo cresciuto sulla base della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un’istanza per la ragione pubblica‘. Come cristiani possiamo camminare a testa alta nel mondo di oggi; abbiamo ancora qualcosa da dire alla gente che si sente smarrita e confusa; se c’è un rammarico, dovrebbe essere quello di non avere fatto abbastanza per il nostro mondo, ‘non perché siamo cristiani, ma perché non lo siamo abbastanza’ (così ci dissero i Vescovi italiani nel 1981, ed è ancora così).

La seconda considerazione che faccio con voi molto semplicemente è sull’urgenza educativa.

Dal convegno ecclesiale di Verona questa sta diventando un’attenzione emergente nella Chiesa italiana. Il Papa che nel suo discorso parlò di ‘una questione fondamentale e decisiva’, negli interventi fatti in più riprese alla diocesi di Roma parla di ‘una grande e vera emergenza educativa’. Nella lettera del 21 gennaio alla diocesi di Roma ha scritto: ‘E’ forte certamente, sia tra i genitori che tra gli insegnanti e in genere tra gli educatori, la tentazione di rinunciare, e ancor prima il rischio di non comprendere nemmeno quale sia il loro ruolo, o meglio la missione ad essi affidata. In realtà sono in questione non soltanto le responsabilità personali degli adulti o dei giovani’ ma anche un’atmosfera diffusa, una mentalità e una forma di cultura che portano a dubitare nel valore della persona umana, del significato stesso della verità e del bene, in ultima analisi della bontà della vita’.

Il 20 gennaio il Card. Bagnasco, presidente della Cei, incontrando a Genova il Consiglio nazionale dell’Aci, a proposito dell’urgenza educativa, da lui giudicata prioritaria, ha detto: ‘Qui il ruolo dell’Azione cattolica è fondamentale. Penso all’accompagnamento dei genitori che fanno tanta fatica ad educare i loro figli. Penso ai giovani. E, senza cadere nel pragmatismo educativo, bisogna saldare riflessione e azione, perché è nel fare che si fa la persona‘. (Segno n.2/08, pag.8).

Già nella Nota dopo il Convegno di Verona i Vescovi italiani hanno parlato di sfida educativa,  dicendo che in tutti gli ambiti si è invocato l’impegno educativo, e hanno aggiunto: ‘La formazione, a partire dalla famiglia, deve essere in grado di dare significato alle esperienze quotidiane, interpretando la domanda di senso che alberga nella coscienza di molti’ Il tempo presente è straordinariamente favorevole a nuovi cammini di fede, che esprimano la ricchezza dell’azione dello Spirito e la possibilità di percorsi di santità. Tutto questo però potrà realizzarsi solo se le comunità cristiane sapranno accompagnare le persone, non accontentandosi di rivolgersi solo ai ragazzi e ai giovani, ma proponendosi più decisamente anche al mondo adulto, valorizzando nel dialogo la maturità, l’esperienza e la cultura di questa generazione‘.

Anche in questo impegno vale la pena di mettersi con molta serenità, anche se con premura, come il Papa nella lettera già citata scrive: ‘Non temete! Tutte queste difficoltà, infatti, non sono insormontabili. Sono piuttosto, per così dire, il rovescio della medaglia di quel dono grande e prezioso che è la nostra libertà, con la responsabilità che giustamente l’accompagna. A differenza di quanto avviene nel campo tecnico o economico, dove i progressi di oggi possono sommarsi a quelli del passato, nell’ambito della formazione e della crescita morale delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché la libertà dell’uomo è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni. Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale‘.

Può bastare in questa sede avere richiamato l’argomento e la sua importanza; la tradizione dell’Azione cattolica nel campo formativo non la fa trovare certo impreparata. Sarà il caso invece di farsi alleati tutti coloro che ne sono interessati, dalle famiglie alla scuola, alle associazioni educative cattoliche, per ridare fiducia e collaborare come comunità cristiana per il bene di tutti.

Infine chiedo all’Azione cattolica di cogliere l’anima della proposta delle Unità pastorali. E’ chiaro che questa non vuole essere né una formula risolutiva dei problemi delle parrocchie, né un modo furbo per considerare vittorie le nostre sconfitte. Comprendiamo che non possiamo fare conto che nulla sia cambiato nella società e nella situazione delle parrocchie, non solo per il calo numerico dei presbiteri, ma anche per il modo diverso di porsi di fronte alla fede, non più sostenuta dal contesto sociale, ma sempre più radicata  nelle scelte personali.

Con la proposta delle Unità pastorali si vuole favorire soprattutto l’opportunità di momenti formativi per i giovani e per gli adulti. E qui ci vuole una nuova fantasia, che i laici di Aci possono trovare. I giovani stanno esperimentando le ‘Settimane di comunità’; per gli adulti ci vorranno altre occasioni, ma non possiamo continuare a restare sprovvisti di fronte alla confusione dottrinale e morale. E anche qui è importante spendere al meglio le energie disponibili, mettendosi insieme come Unità pastorale, se questo fosse opportuno. E le proposte formative in ambito associativo le potete decidere voi, tenendo al corrente i vostri parroci. L’Unità pastorale non deve ridursi ad un semplice coordinamento di attività, deve diventare anche una occasione per condividere le risorse e quindi moltiplicarle. Si tratta di crederci, di provarci, e di non fermarsi alle prime difficoltà.

Da una rinnovata vivacità delle nostre comunità cristiane ci si attende anche una ripresa delle vocazioni sacerdotali a servizio della Chiesa diocesana, per le quali non dobbiamo mai cessare di pregare.

Auguro buon lavoro alla vostra assemblea, vi saluto di cuore e benedico.                   

                                                                                            

OMELIA per la CHIUSURA del MILLENARIO di SAN PIER DAMIANI
Faenza, Basilica Cattedrale, 21 febbraio 2008
22-02-2008

Con questa celebrazione eucaristica nella festa di S. Pier Damiani oltre a venerare il nostro santo nella sua ricorrenza liturgica, vogliamo segnare la conclusione dell’Anno giubilare concesso dalla S. Sede per il millenario della sua nascita. Anzitutto è giusto ringraziare il Signore per questo anno particolare, per i doni che in esso sono stati fatti alla nostra Chiesa, alla nostra gente, a quanti hanno venerato il nostro Santo nei luoghi dove è passato quando era in vita e qui nella Cattedrale dove sono custodite le sue spoglie mortali.

Ringraziamo il Signore per il dono dell’indulgenza plenaria concessa ai pellegrini, che si sono mossi sia in gruppo (famiglie, parrocchie) sia singolarmente. Al di là dei numeri, è stato una cosa significativa che in questa ricorrenza millenaria mediante l’indulgenza sia stata messa in evidenza la realtà spirituale della penitenza e della riconciliazione unite alla  figura di un grande penitente come S. Pier Damiani.

L’anno millenario si riproponeva soprattutto l’aumento della conoscenza di questo nostro Santo, che pure a così grande distanza conserva una autentica attualità di dottrina, per la quale fu proclamato dottore della Chiesa, costituisce ancora un profondo esempio di vita ascetica e offre anche per oggi una luminosa intuizione di impegno ecclesiale.

Le iniziative proposte in questo tempo hanno illustrato in vario modo la sua vita di eremita, la sua attività nella Chiesa e i suoi numerosi scritti. Le iniziative editoriali, le mostre, il concorso nelle scuole e soprattutto il convegno scientifico sono stati momenti importanti per ricordare e conoscere sempre meglio San Pier Damiani e la sua opera.

Il Papa un anno fa per questa ricorrenza scrisse una lettera, nella quale ricordava S. Pier Damiani come uno dei protagonisti della storia ecclesiastica medievale, che ha mostrato una felice sintesi tra vita eremitica e attività pastorale, ultimo teorizzatore della vita eremitica nella Chiesa latina. Eminente uomo di Chiesa, in quanto vescovo e cardinale di Ostia, S. Pier Damiani fu l’anima di quella che sarà la riforma gregoriana, per una più grande libertà della Chiesa. Con la penna e la parola si rivolgeva a tutti: agli eremiti chiedeva una donazione radicale a Cristo; al Papa, ai Vescovi e a tutti gli ecclesiastici chiedeva un evangelico distacco dagli onori e dai privilegi; ai sacerdoti ricordava l’ideale altissimo della loro missione, da esercitare nella purezza dei costumi e in una reale povertà personale.

Come Diocesi di Faenza-Modigliana quello che abbiamo fatto, lo abbiamo fatto con gratitudine alla divina Provvidenza per avere disposto che la salma di S. Pier Damiani rimanesse custodita nella nostra città fin dal momento della sua morte, e infine in questa chiesa cattedrale. Oltre ad essere una grazia, questa per noi è una responsabilità. Anche dopo questo anno millenario, dobbiamo continuare a chiederci come veneriamo e valorizziamo questa singolare presenza.

La sua vita e il suo insegnamento ci sono preziosi anche oggi, in tempi certo diversi, ma non meno difficili per i cristiani che vogliono vivere nella fedeltà al vangelo nonostante le avverse posizioni del mondo. S. Pier Damiani ci può essere di aiuto, ad esempio, per ricuperare l’importanza della vita interiore e l’amore alla Chiesa.

Sulla vita interiore S. Pier Damiani scrive non solo per i monaci ma anche per i fedeli laici che vivono nel mondo. Vi sono tuttavia delle condizioni che valgono per tutti, come la preghiera e la meditazione della parola di Dio. Egli scrive: ‘Leggi con Gesù, con lui canta continuamente, prosternati a terra con lui per la preghiera. Che sia tuo amico, tuo familiare. Che sia tutta la tua parola, tutta la tua gioia, la tua saggezza, la tua vita. Respira Cristo, dì incessantemente Cristo, medita la vita di Cristo. Che il vostro cuore sia costantemente occupato dalla lettura dei sacri testi. Abitateli, fatene la vostra dimora, perseverate con tenacia, una tenacia sempre all’erta. Al vostro cammino bastano i campi della Parola.’

E al prefetto della città di Roma scrive ricordando il dovere del suo ufficio, come il modo proprio per vivere la vocazione battesimale. Dopo aver richiamato la lettera di S. Pietro sul sacerdozio regale, continua: ‘E’ ben certo che ogni cristiano è, per grazia di Dio, un sacerdote; perciò gli spetta di annunciare la forza di Cristo nel mondo. Tu, dice rivolto al prefetto, di tale sacerdozio e regalità esternamente imiti l’esempio specialmente quando eserciti in tribunale la tua funzione di giudice e poi quando nella chiesa proseguendo la esortazione edifichi gli astanti’. Il laico che vive nel mondo prima ancora di testimoniare Cristo in un impegno ecclesiale, lo testimonia con la fedeltà e la coerenza nel suo dovere civile, perché dal modo in cui lo esercita si riconosce la sua fede.

Quanto all’amore per la Chiesa S. Pier Damiani lo ha mostrato sacrificando gran parte della sua vita nel servire i Papi che gli chiedevano importanti missioni in situazioni difficili. Ma oltre a questo, egli possedeva una profonda conoscenza teologica del mistero della Chiesa. Un esempio della sua ecclesiologia è contenuto nel fascicolo ‘Dominus vobiscum’ nel quale affronta una lunga argomentazione sull’unità della Chiesa, che nasce dall’Eucaristia, e che deve essere manifestata nella preghiera liturgica anche quando il monaco prega da solo.

Siamo sempre uniti a tutta la Chiesa anche nella solitudine della cella, per cui si può dire: Il Signore sia con voi, anche se non c’è nessuno presente. ‘Se dunque tutti siamo un unico corpo di Cristo e, benché fisicamente lontani, tuttavia rimanendo in lui non possiamo essere spiritualmente separati gli uni dagli altri, non vedo che cosa impedisca di mantenere l’uso comune della Chiesa (cioè dire: Il Signore sia con voi) anche quando siamo soli, poiché per il mistero dell’unità indivisa non ci siamo mai separati da essa’(ivi cap. viii). E pensare che quando S. Pier Damiani scriveva questo libretto, si stava maturando lo scisma della Chiesa d’oriente, nel 1054. A questo riguardo anzi scriverà un breve trattato sullo Spirito santo, come contributo per il ritorno all’unità.

Vita interiore e amore alla Chiesa potrebbero essere le grazie che chiediamo al Signore per l’intercessione di S. Pier Damiani, come dono alla nostra Chiesa per questo Anno giubilare che oggi chiudiamo.

Il nostro tempo proprio perché vive in una civiltà dissipata, che non conosce il silenzio, che non distingue più la musica dal fracasso; proprio perché è indotto dalla cultura materialista e tecnologica a ridurre tutto al tempo e allo spazio, ha bisogno di ciò che riguarda lo spirito come dell’aria per respirare. L’accontentarsi delle piccole soddisfazioni della vita, se per un verso potrebbe avere senso in una prospettiva aperta all’eternità, diventa soffocante quando questa viene meno. Non si può vivere con l’unico esito plausibile della morte quando sentiamo di essere fatti per l’immortalità. Su questa esigenza di un di più che prima o poi tutti avvertiamo, si innesta la risposta della vita interiore, che non sia però un ulteriore inganno di una religione fai da te, ma attinga alla verità della rivelazione di Cristo e all’esperienza dei grandi santi della nostra Chiesa. S. Pier Damiani con il suo desiderio di tornare sempre appena possibile alla pace del suo eremo ci è di esempio.

Quanto all’amore alla Chiesa è una grazia che chiediamo proprio per i cristiani, figli della Chiesa. Non sono i nemici nuovi o di sempre che fanno paura. Ormai due millenni di storia ci hanno insegnato che gli aggressori esterni non hanno fatto altro che irrobustire la Chiesa, che ha saputo rispondere alle varie vicende con rinnovato vigore. Ciò che oggi diventa pericoloso è la confusione che si nota in mezzo agli stessi cristiani, che non si valgono dei riferimenti sicuri di sempre del magistero ecclesiale, ma porgono ascolto ai soloni di turno che pontificano con i potenti mezzi della comunicazione sociale.

C’è un motto della sapienza dei Padri che dice: in necessariis unitas,  in dubiis libertas, in omnibus caritas. Che tradotto significa: quando è necessario, essere uniti, per esempio nelle verità fondamentali che riguardano la salvezza dell’uomo, la dignità della persona umana, l’essenza del cristianesimo; nelle cose dubbie, di fronte alle quali si possono avere opinioni diverse, ci sia la libertà di discussione; in ogni caso però vi sia la carità, il rispetto delle persone, l’amore. S. Pier Damiani per un verso ha difeso con rara competenza le verità fondamentali della rivelazione cristiana, ha sostenuto il suo parere in questioni discusse, e nonostante il suo carattere lo manifestasse rude e intransigente nei principi, era capace di una grande misericordia soprattutto quando si trattava di accogliere chi si era ravveduto dal suo peccato.

In continuità ideale con queste grazie che chiediamo per intercessione del nostro santo patrono, al termine di questa Concelebrazione eucaristica firmerò la notificazione con la quale si indice la Visita pastorale in tutta la Diocesi, a cominciare dall’Unità pastorale di S. Chiara e S. Umiltà nella città di Faenza la domenica 19 ottobre. Auspichiamo come frutto di questa visita una rinnovata vivacità delle nostre comunità cristiane nella fede e nella carità, per essere segno di speranza nella nostra società.

Concludiamo quindi un anno, ma non concludiamo il nostro impegno, e soprattutto non si conclude la nostra devozione a S. Pier Damiani, perché aiuti tutti a percorre la via di Dio nella comunione della Chiesa verso il Regno dei cieli

OMELIA per la GIORNATA della VITA CONSACRATA
Faenza, Chiesa S.Francesco, 2 febbraio 2008
03-02-2008

Il messaggio dei Vescovi italiani per la festa della vita consacrata mette in risalto il carattere che essa ha di offerta a Dio. L’aspetto dell’offerta è presente anche nel mistero della presentazione al tempio del Signore Gesù. Dicono i Vescovi: ‘Gesù viene presentato al Signore, cioè offerto e donato al Padre; non solo compie ciò che è scritto nella Legge: Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore, ma anche anticipa, prefigurandola chiaramente, la sua offerta pasquale”. La donazione a Dio è vera, anche se dopo c’è il riscatto con l’offerta di due tortore o giovani colombi.

Tutta la vita umana del Signore Gesù è una offerta al Padre; l’evento della sua morte in croce è il punto culminante che manifesta l’orientamento che è stato sempre presente in lui.

L’offerta di se stesso al Padre secondo la lettera agli Ebrei Gesù la fece entrando nel mondo: ‘Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato’ Ecco io vengo per fare, o Dio la tua volontà’ Ed è per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre’ (10, 5-10).

A quaranta giorni dal Natale, con il gesto semplice e molto significativo di un cero acceso, la liturgia ci ha collegati nuovamente alla luce che è venuta nel mondo, per vincere le tenebre. Secondo il profeta Isaia non si tratta solo di luce, ma di fuoco, che viene per fondere e purificare, perché sia possibile offrire al Signore un’oblazione secondo giustizia.

L’offerta richiede il distacco, il rinnegare se stessi. Prima ancora del distacco dalle cose si tratta del nostro io, del nostro modo di fare, di vedere, di pensare. Sia chiaro che tutto questo ci potrà anche essere, ma non ci dovrà mai impedire di ascoltare la proposta che il Signore vuol fare attraverso la regola, i superiori, gli eventi della storia e anche attraverso i nostri doni e i nostri limiti.

Dicono ancora i Vescovi: ‘Nell’offerta pasquale, Gesù si è fatto obbediente fino alla morte e alla morte di croce e ci ha amato sino alla fine. Quest’obbedienza-carità, che abbraccia ogni uomo, è il vero culto gradito a Dio, la luce che illumina le nazioni e la gloria d’Israele’. E in un mondo anarchico come il nostro, dove l’individuo è regola a se stesso per la morale, la fede e le varie scelte della vita, Dio sa quanto sia salutare un esempio e un atteggiamento che cerca prima di tutto la luce di Dio, mortificando la propria volontà. Nella realtà poi, così facendo, si fa anche un interesse perché nessuno meglio di Dio sa qual è il nostro vero bene.

‘La vita consacrata, scrivono ancora i Vescovi, fa sua in maniera particolare la parola dell’apostolo Paolo: Vi esorto dunque, fratelli, a offrire i vostri corpi ‘ ossia la vita umana nella sua dimensione esistenziale ‘ come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Lo Spirito Santo, che ha realizzato perfettamente questo in Gesù, trasformi la vostra vita in un’offerta bella, luminosa, gradita a Dio’.

Quando sentiamo parlare di offerta, rinuncia, distacco, è facile pensare a ciò che dovremo lasciare e quindi avere paura di rimetterci; per cui è facile che vi sia la tentazione di essere scarsi, di stare ridotti, di non esagerare. Il messaggio dei Vescovi parla di ‘insidia della mediocrità, dell’imborghesimento e della mentalità consumistica, che mette oggi a repentaglio anche la vita consacrata’. Non deve meravigliare del resto che l’aria inquinata del mondo possa entrare anche in convento; gli spiragli per passare sono tanti.

Non dobbiamo invece avere paura di donare al Signore energie, tempo, intelligenza, salute, affetto, sapendo che si tratta in ogni caso di un investimento garantito dalla sua parola: riceverete cento volte tanto in questa vita, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna.

Infine si deve tenere conto che l’offerta di noi stessi nella vita consacrata è un aiuto anche per i nostri fratelli e sorelle che vivono nel mondo, e che rischiano di accontentarsi delle piccole soddisfazioni, delle piccole speranze che trovano nella vita, che sono legittime e che è anche bello perseguire.

Scrive il Papa nell’enciclica Spe salvi: ‘A volte può sembrare che una di queste speranze soddisfi totalmente e che non abbia bisogno di altre speranze. Nella gioventù può essere la speranza del grande e appagante amore; la speranza di una certa posizione nella professione; dell’uno o dell’altro successo determinante per il resto della vita. Quando però queste speranze si realizzano, appare con chiarezza che ciò non era, in realtà, il tutto. Si rende evidente che l’uomo ha bisogno di una speranza che vada oltre. Si rende evidente che può bastargli solo qualcosa di infinito, qualcosa che sarà sempre più di ciò che egli possa mai raggiungere’ (n.30).

È evidente che questo qualcosa che sa di infinito non è nell’ordine delle cose di questo mondo; deve essere di ordine diverso, almeno di ordine spirituale come può essere la bellezza, la bontà, la verità; ma soprattutto sarà di ordine soprannaturale, come è l’incontro con Dio nella preghiera, l’amare gli altri per amor di Dio, il donare senza attendere il contraccambio, il gusto della Parola di Dio, accettare la sofferenza in unione con la croce di Cristo, ecc.

In questo modo noi possiamo essere di aiuto anche agli altri, che sentono il desiderio dell’infinito, e possono essere ingannati pensando che si possa soddisfare questo desiderio moltiplicando le piccole soddisfazioni di questo mondo: se un amore non basta, se ne provano due o tre; se non soddisfa la professione si cerca di far carriera a tutti i costi; se non basta un successo, se ne inseguono altri.

La persona consacrata, che vive la sua offerta con generosità e gioia, diventa veicolo di speranza anche per la gente del mondo. C’è un ‘di più’ che la gente avverte nelle persone consacrate, anche se a volte non lo sa definire. Per essere una lampada che diffonde un po’ di luce non occorrono cose straordinarie; può forse bastare la vita nella sua fedeltà quotidiana, come fece Gesù nella famiglia di Nazaret: cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui. Anche la vita a Nazaret è stata una offerta gradita a Dio, non è stato tempo perso per aspettare di crescere.

Ci ottenga la Vergine madre, che portò suo figlio al tempio e fu coinvolta nella sua offerta, di essere ogni giorno un sacrificio a Dio gradito, nella gioia della donazione, nella consapevolezza della testimonianza, per il bene nostro e del mondo.

OMELIA per la GIORNATA MONDIALE della PACE
Faenza, Basilica Cattedrale, 1 gennaio 2008
01-01-2008

I pastori trovarono Maria e Giuseppe e il bambino. La realtà della famiglia è la prima che viene incontrata dai pastori che hanno seguito l’invito degli angeli ad andare a Betlemme di Giudea per vedere il segno del salvatore che è nato. Non è sbagliato mettere il Cristo Signore, salvatore del mondo che porta la pace in terra agli uomini amati da Dio, nel contesto della sua famiglia umana, che è presente non per caso, ma per un preciso disegno voluto da Dio stesso; basti pensare cosa ha fatto Dio per mettere Giuseppe a fianco di Maria, la madre di Gesù.

‘Famiglia umana, comunità di pace’, è il messaggio per la giornata della pace 2008. La solennità della maternità divina di Maria non è in contrasto con questo tema; anzi può aiutarci a vederlo in modo pieno, nella sua proiezione trascendente. La pace infatti richiede un fondamento che sia all’origine di tutti gli uomini, che formano insieme una grande famiglia, figli tutti dell’unico Padre che è nei cieli.

Ma per evitare di parlare di famiglia umana come di una immagine e non come di una realtà, è necessario, come dice il Papa, vedere che proprio la famiglia naturale, formata dall’unione stabile di un uomo e di una donna nel matrimonio, è la cellula fondamentale della società, e ‘costituisce il luogo primario dell’umanizzazione della persona e della società’. In altre parole è nella famiglia che si impara a stare al mondo, a vivere insieme agli altri, a sapere che non tutto ci è dovuto, ma che, anzi, noi dobbiamo molto agli altri. O meglio: tutto questo è possibile che avvenga nella famiglia, se questa è rispettata come tale, e non è insidiata nella sua identità fondamentale.

Dice ancora il Papa: ‘In una sana vita familiare si fa esperienza di alcune componenti fondamentali della pace’. E ne fa un elenco dettagliato, che pur essendo solo esemplificativo, è tuttavia assai interessante, perché fa vedere che senza una vera educazione alla pace, non crescono uomini e donne di pace. Possono crescere individui che pretendono la pace dagli altri, che sanno gridare il diritto alla pace, ma non sanno cogliere il dovere di costruire la pace, cominciando dalla propria famiglia per arrivare al mondo intero. Se è vero che la pace è un bene indivisibile, non la si può chiedere tra i vari popoli e non cercare di costruirla tra le persone, tra le famiglie, tra le classi sociali.

Le componenti fondamentali della pace che si apprendono in famiglia e che il Papa ricorda sono: ‘la giustizia e l’amore tra fratelli e sorelle’. Questo suppone ovviamente che vi sia l’esperienza di diversi figli, la quale purtroppo è sempre più rara. Verso la famiglia numerosa infatti continua una ottusa incomprensione da parte dello Stato, che non sa darle un sostegno vero per incoraggiarla.

Poi il Papa ricorda ‘la funzione dell’autorità espressa dai genitori’. Che al mondo ci debbano essere delle regole che stabiliscono una pacifica convivenza, lo si impara dall’esperienza che si fa in famiglia, nel rispetto della vita familiare con i suoi orari e le sue tradizioni, nelle scelte fatte dai genitori per tutti. Crescendo i figli daranno un contributo sempre maggiore alla famiglia, nel rispetto del bene comune e salvando sempre l’unità, in una delicata operazione di mantenimento della pace. Non per niente la pace in famiglia è uno dei beni più grandi, che si sperimentano in particolare in occasione delle feste come quella del Natale.

Infine il Papa richiama ‘il servizio amorevole ai membri più deboli perché piccoli o malati o anziani, l’aiuto vicendevole nelle necessità della vita, la disponibilità ad accogliere l’altro e, se necessario, perdonarlo’. Come si vede è l’esercizio della carità per il bene di tutti; è la solidarietà per i membri più fragili; è la comprensione degli errori, sapendo che solo Dio conosce bene il cuore dell’uomo.

Non si deve pensare che ciò che fa la famiglia sia una partenza troppo lontana dalle situazioni internazionali; si tratta primariamente di formare una mentalità che sappia vedere il problema della pace nella sua luce di verità, che richiede certamente il fondamento del diritto internazionale, ma richiede anche il riconoscimento di un Fondamento trascendente che faccia della società non una aggregazione di vicini, ma una comunità di fratelli e di sorelle, chiamati a formare una grande famiglia (cfr. n. 6).

La comune origine e il comune destino di tutti gli uomini, la natura delle cose sono alla base della legge morale da seguire nel rapporto tra persone, aggregazioni e popoli; questo lo si impara dalla propria esperienza familiare, e si capisce che deve essere coerente a tutti i livelli. Per cogliere l’importanza di questa affermazione, basta vedere la coerenza della opposta situazione negativa: quando non si accetta una norma morale fondata sulla natura delle cose per la propria vita personale e familiare, si finisce per non riconoscerla nemmeno per i rapporti tra le nazioni e tra i popoli, come hanno dimostrato i totalitarismi dell’ultimo secolo che erano diventati sorgenti autonome del diritto.

Il messaggio del Papa richiama poi l’attenzione ad alcuni problemi attuali per la stabilità della pace nel mondo, come il rispetto dell’ambiente e l’uso delle risorse energetiche, l’economia nell’epoca della globalizzazione e la corsa agli armamenti.

È da 40 anni che la Chiesa con costanza richiama l’impegno di tutti per la pace nel mondo, e non solo in occasione di particolari conflitti. Proprio perché si deve constatare la fragilità degli argomenti umani, che tuttavia non vanno trascurati per l’importanza della cosa, i cristiani devono fare affidamento anche alla preghiera, implorando da Dio senza stancarsi il grande dono della pace. ‘I cristiani, conclude il Papa, sanno di potersi affidare all’intercessione di Colei che, essendo Madre del Figlio di Dio fattosi carne per la salvezza dell’intera umanità è Madre comune’.

La solennità della Madre di Dio viene celebrata dalla liturgia nel contesto dei misteri del Natale. Il figlio nato da Maria è il Verbo di Dio; quindi Maria si può chiamare a buon diritto Madre di Dio, come fu affermato dal Concilio di Efeso nel 431. questa verità non allontana da noi la Vergine santa, ma la colloca nella sua vera luce nel disegno divino della nostra salvezza. A Lei possiamo rivolgerci per chiedere le grazie che più ci stanno a cuore, come quella della pace nel mondo, Lei che ci ha donato il Principe della pace.

OMELIA di NATALE 2007 (sintesi)
Faenza, Basilica Cattedrale 25 dicembre 2007
25-12-2007

Se Dio si è fatto uomo, lo ha fatto per l’uomo, il solo che poteva guadagnarci qualcosa, perché Dio non può avere vantaggi. Anche questo ci fa capire che Dio è amore, e non può fare altro che donare se stesso, così come ha fatto mandando suo Figlio.

Sia che ci accorgiamo della tenerezza del Figlio di Maria, il Bambino Gesù nato a Betlemme, sia che riflettiamo sul Verbo di Dio che si fa carne e viene ad abitare in mezzo a noi, ci rendiamo conto che è successo qualcosa dopo del quale il mondo non è più come prima. Da quel giorno nel mondo si è accesa una speranza che non delude.

Proprio perché il nostro Dio è entrato nel mondo, la speranza che Egli ci porta non può consistere nell’abbandonare il nostro mondo, magari per attenderne un altro. Egli ci ha portato una speranza che si realizzerà pienamente in un mondo in cui non ci sarà più né morte, né pianto, né sofferenza alcuna, ma fin da adesso sentiamo che dobbiamo fare qualcosa in questa direzione.

Leggiamo nel Concilio: ‘I beni quali la dignità dell’uomo, la fraternità e la libertà, e cioè tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, ma illuminati e trasfigurati, allorquando il Cristo rimetterà al Padre il regno eterno e universale’ (G.S. 39).

Il desiderio di ricevere del bene, come pure la spinta per farlo ad altri, sono un sintomo che ci rivela che siamo chiamati a questo; e siccome non siamo mai soddisfatti delle cose realizzate in modo incompleto e parziale, siamo sempre alla ricerca di qualcosa di più.

Scrive il Papa nell’Enciclica sulla speranza: ‘L’uomo ha, nel succedersi dei giorni, molte speranze ‘ più piccole o più grandi ‘ diverse nei diversi periodi della sua vita. A volte può sembrare che una di queste speranze lo soddisfi totalmente e che non abbia bisogno di altre speranze. Nella gioventù può essere la speranza del grande e appagante amore; la speranza di una certa posizione nella professione, dell’uno o dell’altro successo determinante per il resto della vita. Quando però queste speranze si realizzano, appare con chiarezza che ciò non era, in realtà, il tutto. Si rende evidente che l’uomo ha bisogno di una speranza che vada oltre. Si rende evidente che può bastargli solo qualcosa di infinito, qualcosa che sarà sempre più di ciò che egli possa mai raggiungere’ (n.30).

Il Natale ci dice che questo profondo desiderio è esaudito, perché Dio si è fatto uomo per darci la possibilità di raggiungere la beatitudine eterna.

E’ chiaro che non è stata la nostra condizione incontentabile a rendere necessaria l’incarnazione del Verbo, ma questo evento, che nasce dalla libera volontà di Dio di comunicare qualcosa di sé all’uomo, creato a sua immagine e somiglianza, finisce per rispondere e soddisfare anche questa attesa.

Il cristiano è quindi l’uomo della speranza. Avendo una speranza sicura, fondata sulla promessa divina, è motivato anche per realizzare le piccole speranze della vita, perché ne conosce la vera portata; è colui che le può gustare pienamente, perché non resta deluso nel farne l’esperienza del limite, sapendo che non è lì tutto il senso della vita.

Dal momento in cui il Figlio di Dio è entrato nella nostra storia, noi tutti possiamo trovare la strada per diventare figli di Dio come Lui; e questo è il significato vero per fare festa per Natale, anche se per condividerla abbiamo bisogno dei regali, delle luci e della compagnia dei parenti e degli amici.

Quindi la verità del Natale sta proprio nell’avvicinarci a Dio nell’Eucaristia, nel sacramento della riconciliazione, nel compiere gesti di bontà e di amore, pregando che questo non sia solo per un giorno, perché l’oggi di Dio è per sempre.

OMELIA per la TRIGESIMA di don ORESTE BENZI
Faenza, Basilica Cattedrale 2 dicembre 2007
02-12-2007

Nella prima domenica di Avvento, che stiamo celebrando, quest’anno abbiamo la ricorrenza della trigesima della morte di don Oreste Benzi. La nostra Chiesa diocesana ha un debito di riconoscenza verso questo sacerdote, per i segni della sua opera che ha lasciato in mezzo a noi, sia con le famiglie della Comunità Papa Giovanni, sia con il dono della sua testimonianza le varie volte che ha tenuto incontri nelle nostre parrocchie.

Le due circostanze si arricchiscono a vicenda, e ci consentono per un verso di celebrare l’inizio dell’Avvento con il realismo del ricordo di un nostro fratello che ha incontrato il Signore vegliando e lavorando per Lui, e per altro verso possiamo collocare il ricordo della morte di don Oreste nella luce dell’attesa del Signore che viene.

‘Andiamo con gioia incontro al Signore’ è stato il ritornello del salmo responsoriale, e può essere anche la sintesi di questa liturgia. Andiamo con gioia, perchè il Signore ci è venuto incontro e ha facilitato il percorso; andiamo con gioia perché siamo attesi nella casa del Padre; andiamo con gioia perché la notte è avanzata e il giorno è vicino.

Ha scritto don Oreste nel commento preparato per le letture del 2 novembre, il giorno poi in cui è avvenuta la sua morte: ‘Nel momento in cui chiuderò gli occhi a questa terra, la gente che sarà vicino dirà: è morto. In realtà è una bugia. Sono morto per chi mi vede, per chi sta lì. Le mie mani saranno fredde, il mio occhio non potrà più vedere, ma in realtà la morte non esiste perché appena chiudo gli occhi a questa terra mi apro all’infinito di Dio. Noi lo vedremo, come dice Paolo, faccia a faccia, così come egli è’ La morte è il momento dell’abbraccio col Padre, atteso intensamente nel cuore di ogni uomo, nel cuore di ogni creatura’.

Se questo è l’incontro definitivo con Dio nell’eternità, mentre siamo nel tempo dobbiamo vivere sapendo che il Signore viene, ed essere vigilanti.

La parola di Dio ci aiuta a vedere in modo nuovo la realtà, e ci dà la speranza di poterla in qualche modo cambiare. Così il profeta Isaia, che considera la situazione dei popoli, vede la possibilità che questi trovino in Gerusalemme la via della salvezza. Guardando la storia umana verrebbe da disperare; e anche la situazione dei nostri giorni non lascia prevedere nulla di buono. Eppure Isaia annuncia: ‘Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo’. Se non altro questo sta diventando un desiderio sincero di ogni generazione; sono sempre più coloro che vedono nella pace l’unica possibilità di convivenza tra le genti. Non è una conquista da poco, se pensiamo quale era la mentalità a questo riguardo anche da noi solo pochi decenni fa. E l’impegno di don Oreste Benzi per educare alla pace i giovani, non era la scelta di un illuso, ma di uno che vedeva con gli occhi del credente e che leggeva la storia secondo il progetto di Dio.

Ma tutta la vita dell’uomo viene illuminata in modo nuovo dalla venuta di Dio sulla terra.

‘E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina’ Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente come in pieno giorno’. Sotto gli occhi di Dio, alla scuola di Gesù Cristo nostro fratello, non possiamo che comportarci da figli di Dio. Purtroppo la tentazione degli uomini è quella di vivere come se Dio non esistesse; come al tempo di Noè, così è stato in tutti i tempi, così è anche adesso e sarà così anche quando verrà il giorno del Signore. L’uomo preso dalle cose di questo mondo non alza gli occhi al cielo, e non vede la realtà nella nuova prospettiva portata da Cristo.

Tutta l’attività di don Oreste invece è stata all’insegna della convinzione che la nostra vita non può rassegnarsi ad essere smarrita e perduta nei bassi interessi della terra, ma deve muoversi cominciando dal riconoscere in ogni persona umana la stessa dignità di Dio.  

Le scelte di campo in ambito culturale, gli impegni di carità e di promozione sociale, le campagne presso gli uomini politici a sostegno dei diritti dei più piccoli e abbandonati, non si spiegano in don Oreste se non si tiene presente la sua visione dell’uomo alla luce di Dio. E’ l’uomo contemplativo, che ha fatto l’esperienza dell’amore di Dio per sé e per gli altri ad avere la forza per conseguire ciò che vede giusto. E’ stato così anche per don Oreste; diceva: per stare in piedi bisogna stare in ginocchio. E ha voluto in ogni famiglia della sua Comunità la presenza di Gesù Eucaristia, perché senza di Lui non è possibile amare con il cuore di Dio.

Dalla certezza che Dio ama tutti e non vuole che nessuno si perda viene la forza per alcune delle scelte più coraggiose nell’impegno di carità di don Oreste, come quella di formare, nell’Associazione Papa Giovanni XXIII, una Comunità di consacrati, che per grazia di Dio dedicano la propria vita agli altri, per dare una famiglia a chi non ce l’ha, per accogliere chi è stato rifiutato dalla società, per ridare speranza a chi l’aveva riposta illusoriamente nelle sostanze devastanti della droga, per riconoscere la dignità e i diritti alle minoranze mal tollerate, per liberare dalla schiavitù del mercato del proprio corpo soprattutto le donne qui venute con ben altre aspirazioni, per cercare e dare un po’ di amore agli ‘invisibili’ delle nostre città.

Si può dire che dovunque c’era un uomo sofferente, lì don Oreste voleva fare qualcosa. E quando non si poteva fare niente altro, si poteva almeno pregare, come ha fatto di fronte alla cliniche dove si pratica l’aborto, con la recita del Rosario per i bambini uccisi e per le loro mamme.

Don Oreste Benzi è stato per il nostro tempo un dono del Signore. Egli ci ha mostrato che l’attesa del Regno di Dio non è una fantasia, ma può essere tradotta in passi reali verso un mondo nuovo, reso possibile dalla presenza di Cristo nel mondo e di quanti lo vogliono seguire ascoltando la sua parola e mettendola in pratica.

‘Vegliate dunque’ ci ha detto il Signore; ‘aprite gli occhi’, ci potrebbe dire don Oreste: non fatevi ingannare; è possibile fare come Gesù ci ha insegnato, certo non da soli, ma nella fedeltà alla Chiesa, nella comunione con i fratelli di fede, con il sostegno della preghiera.

Anche noi vogliamo pregare anzitutto per la pace eterna di don Oreste, perché il Signore l’accolga accanto a Sé in mezzo ai suoi Santi.

Poi chiediamo al Signore che il seme gettato da don Oreste anche nella nostra Chiesa diocesana con le alcune famiglie della sua Comunità, e diffuso in ogni parte del mondo possa crescere e portare ancora frutto.

Questi sono segni del Regno che possono alimentare in noi la speranza nella venuta del Signore. Egli, che è già venuto nel Natale di Cristo, verrà alla fine dei tempi a giudicare i vivi e i morti, e viene ogni giorno mediante la diffusione del suo Regno in mezzo a noi.

L’eroicità di Nilde Guerra
Faenza, Basilica Cattedrale 25 novembre 2007
25-11-2007

Con la solennità di Gesù Cristo Re dell’universo si conclude l’anno della Chiesa. Come abbiamo sentito dalle letture, viene messa alla nostra attenzione un aspetto centrale del mistero cristiano, quello stesso che troviamo all’inizio dell’anno liturgico con il tempo dell’Avvento, cioè il nostro destino eterno presso Dio. Giustamente si finisce l’anno così come lo si era cominciato, per dire che tutto segue il progetto di Dio su di noi, dall’inizio alla fine.

Cristo è all’origine di tutto, ‘poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili’; e Cristo è anche il senso di tutto: ‘tutte le cose sono state create in vista di lui’. Per questa ragione Cristo è il re dell’universo, perché tutto viene da lui e tutto converge verso di lui.

Tutto questo appartiene al progetto del Padre, di cui il Cristo è l’immagine visibile. Ma Cristo ha anche meritato il Regno che gli viene offerto dal Padre, mediante il sacrificio della Croce.

Abbiamo sentito nel racconto del vangelo di Luca in che modo Cristo ha meritato di essere il re eterno e universale: ‘Se sei il re dei Giudei, se sei il Cristo salva te stesso”. Ma non era questo il modo voluto da Cristo per mostrare la sua potenza divina; egli stesso aveva detto: ‘Chi vuol salvare la propria vita la perderà’ (Lc 9, 24). Il modo di salvare seguito da Gesù non è conforme alle attese degli uomini, ma è la sorpresa dell’amore divino; non è salvando se stesso che Gesù dimostra di essere il Salvatore, ma sacrificando se stesso per amore del Padre e per amore nostro.

Gesù aveva anche detto: ‘Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua’ (Lc 9, 23). In questo modo Gesù ha aperto per i suoi discepoli la possibilità di seguirlo fino a partecipare liberamente insieme a Lui al mistero della umana redenzione. La prima discepola a seguire Gesù sotto la croce è stata sua Madre, che ha dato così la sua collaborazione materna alla nostra redenzione; ma per tutti è possibile fare qualcosa, mediante le proprie sofferenze, completando, come dice S. Paolo, quello che manca ai patimenti di Cristo (cfr Col 1,24).

In coincidenza con la festa di Cristo Re, in questa chiesa cattedrale oggi si venera in modo particolare il Crocifisso, che sintetizza in questa venerata immagine sia il mistero della regalità di Cristo dall’alto della croce (regnavit a ligno Deus), sia l’offerta delle nostre croci quotidiane come partecipazione amorosa alla redenzione del mondo.

In questa giornata così densa di significati per la Chiesa universale e per la nostra Chiesa particolare abbiamo voluto mettere un gesto di ringraziamento al Signore per l’importante passo che ha fatto nei mesi scorsi la causa di beatificazione di Nilde Guerra, con il decreto che ha riconosciuto l’eroicità delle sue virtù. Con questo atto la Chiesa ha concluso un lungo percorso compiuto con tutta la diligenza e l’attenzione necessaria. E’ stata una approfondita ricerca su tutto ciò che riguarda la vita, gli scritti, le testimonianze della Serva di Dio, mediante il processo svolto in Diocesi. In seguito presso la Congregazione per le cause dei santi sono stati esaminati gli atti da persone esperte e responsabili, che hanno riconosciuto la ‘misura alta della vita cristiana’ di questa fedele laica. Il Decreto del 1° giugno 2007, approvato dal S. Padre, ha concluso il percorso della causa sulla eroicità delle virtù della Serva di Dio Nilde Guerra. La via ora è aperta per la beatificazione, che diventa possibile qualora un miracolo attribuito alla sua intercessione portasse quasi una conferma soprannaturale alla decisione della Chiesa. Per questo ora viene chiamata ‘venerabile’, perché può essere venerata e pregata, seppure solo in ambito privato e non con culto pubblico.

Ma in che cosa consiste l’eroicità delle virtù di Nilde Guerra, che la Chiesa ha riconosciuto? Dalle relazioni dei Consultori teologi  che hanno espresso il proprio voto, si può trovare qualche utile indicazione.

Anzitutto essi dicono che il ‘centro della vita spirituale della serva di Dio è l’identificazione con Cristo sofferente’ (voto 2). La croce è al centro della sua spiritualità; questo lo si è visto nella decisa volontà di entrare nella congregazione delle Ancelle del Sacro Cuore di Gesù Agonizzante, ma soprattutto nel voto di vittima fatto l’8 dicembre 1947, e nel vedere frequentemente l’opportunità di unirsi alla croce di Cristo sia nella sua malattia, sia per la conversione dei peccatori, sia nelle difficoltà dell’apostolato. In questa centralità della croce nella vita spirituale di Nilde risalta la spontanea scelta di uniformarsi alla volontà di Cristo. Scrive in occasione del voto di vittima: ‘Eccomi o mio Gesù, ti offro tutta la mia vita, tutta me stessa perché tu compia in me tutti i tuoi disegni. Fa che mai metta ostacolo alla Tua santa volontà in qualunque modo si manifesti’.

Ma se la croce è il centro, non meno prezioso è tutto ciò che nella vita si è manifestato, a cominciare dalle virtù teologali della fede, speranza e carità verso Dio e verso il prossimo, e dalle virtù cardinali della prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, con tutte le virtù connesse. Le varie testimonianze raccolte durante il processo canonico hanno proprio messo in evidenza l’esemplarità della vita cristiana di Nilde, alimentata dalla costante preghiera e da un forte impegno nell’apostolato realizzato nell’Azione cattolica.

A questo riguardo è opportuno fare qualche ulteriore riflessione, mettendo in risalto alcune sottolineature, che meglio fanno capire la singolarità dell’apostolato di Nilde.

Vi è anzitutto  un apostolato che si può chiamare di offerta di tutte le sue sofferenze, finalizzate a sostenere scopi precisi a seconda delle circostanze (per i peccati propri, per quelli dei suoi familiari, per la parrocchia, per i sacerdoti e per la conversione dei peccatori); vi è poi l’apostolato della testimonianza espresso sia nell’ambito dell’Azione cattolica e della parrocchia, sia nel contesto strettamente familiare e degli incontri occasionali con parenti, amici e conoscenti, attraverso anche le numerose lettere. Diceva alle sue beniamine di Azione cattolica: ‘Dobbiamo essere orgogliose di appartenere a questa grande famiglia che lavora, lotta e soffre a fianco del papa per il trionfo di Cristo nel mondo’.

Ma a questo punto dobbiamo chiederci se l’esempio e il messaggio di Nilde Guerra è ancora adatto per il nostro tempo. Sono convinto infatti che il Signore manda i suoi santi in tutti i periodi della storia, per farci capire che la via della santità è possibile in ogni situazione e in ogni tempo. La figura di Nilde Guerra, ha certamente qualcosa di particolare da dire alla nostra Chiesa, ai giovani (la sua vita si è chiusa a 27 anni) e a tutti i cristiani.

Anzitutto anche Nilde è un esempio che mostra la chiamata universale dei cristiani alla santità; le vie per raggiungerla possono essere le più imprevedibili, ma certamente sono quelle che corrispondono alla volontà di Dio. E’ curioso infatti notare che per Nilde è diventata impossibile la vita consacrata in una comunità religiosa, e la via della sua santità è passata attraverso l’impegno dell’apostolato nella vita secolare.

C’è poi un aspetto più misterioso, ma ugualmente prezioso anche per il nostro tempo, che è la partecipazione alle sofferenze di Cristo, mediante le prove accettate liberamente per la salvezza propria e degli altri, mettendo a frutto il valore della sofferenza. E’ il mistero del dolore, che nonostante i grandi progressi dell’umanità rimane una esperienza diffusa, il cui valore non deve andare disperso, ma deve trovare un senso soprattutto mediante la fede di quanti conoscono Cristo. La mancanza di salute, l’impossibilità di realizzare i propri progetti, le sofferenze morali per le situazioni tristi della vita non sono ragioni per disperdere tutto nell’insignificanza, ma possono diventare occasioni per partecipare alla redenzione del mondo operata da Cristo.

Un altro messaggio infine viene dalla vita di Nilde, in ordine al senso della vita, che non è legato al successo esterno ed effimero di una carriera umana, ma piuttosto al bene che in ogni caso si riesce a diffondere. E’ infatti impressionante vedere come in una condizione di salute tanto precaria, Nilde abbia potuto sviluppare una attività formativa e di responsabilità nell’Azione cattolica, non solo parrocchiale, sia con la propria opera, sia mediante una notevole corrispondenza, lei che aveva avuto una preparazione scolastica appena di livello elementare.

Nella convinzione che la Ven. Nilde Guerra è un dono per il nostro tempo, la nostra Chiesa diocesana vuole impegnarsi per fare conoscere sempre meglio la vita e l’insegnamento di questa sua figlia, perché sia accolta come una proposta di speranza di fronte alle difficoltà che oggi incontrano in particolare i giovani e le donne.

Affinché il suo esempio sia più efficace, noi chiediamo al Signore anche la glorificazione di Nilde davanti alla Chiesa mediante la sua beatificazione; e a questo scopo sarà nostra cura cogliere le occasioni opportune per chiedere, mediante la sua intercessione, il segno del miracolo.

Nel maggio del 2009 si compiranno 60 anni dalla morte di Nilde Guerra; vogliamo fin d’ora prepararci a quell’appuntamento attraverso la diffusione della sua conoscenza, e facendo tesoro del dono che mediante la Ven. Nilde il Signore ha fatto alla sua Chiesa.

In questo modo anche noi lavoreremo per la diffusione del Regno di Cristo, che è regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace.

OMELIA per i ragazzi accolti in occasione dell’AGORA’ dei GIOVANI
Faenza, Basilica Cattedrale - 31 agosto 2007
31-08-2007

L’Eucaristia a conclusione del breve incontro di voi giovani con la nostra Chiesa, è il punto di convergenza nel quale sempre ci potremo incontrare, anche quando saremo tornati alle nostre famiglie. Quando si condivide la stessa umanità, e soprattutto quando si condivide la stessa fede in Cristo è facile incontrarsi. L’incontro di questi giorni è stato un momento di scambio e di apertura in cammino verso Loreto, dove siamo convocati dal Papa, nella casa di Maria nostra Madre. Lasciate che dica grazie a voi tutti, ai vostri vescovi, ai vostri preti e animatori che vi hanno accompagnato. Grazie per la vostra presenza, per l’impegno con cui avete vissuto questi giorni; grazie perché avete testimoniato che è bello essere discepoli di Gesù. Nella nostra Chiesa avete trovato un evento particolare: la celebrazione giubilare di S. Pier Damiani a 1.000 anni dalla sua nascita. Davvero davanti a Dio mille anni sono come un giorno solo, perché il messaggio di S. Pier Damiani è ancora valido oggi. S. Pier Damiani nella sua gioventù ha fatto una scelta decisiva per il Signore, per una vita cristiana non mediocre, ma scegliendo la misura alta della santità; e in questo modo ha potuto servire la Chiesa e l’Europa del suo tempo. Il Vangelo ci ha detto che il Regno dei cieli è un incontro sponsale, atteso e preparato: ecco lo Sposo, andategli incontro! È necessario essere svegli ed essere pronti quando il Signore arriva. Questo non tanto pensando alla fine della vita quando il Signore verrà per le nozze eterne, ma anche ora che ci chiama alla Vita vera, una vita che merita di essere vissuta. Per essere pronti all’incontro è necessario fare rifornimento di olio; cioè accumulare i doni dello Spirito santo mediante la preghiera, l’ascolto della parola di Dio e la carità. Bisogna essere riforniti, perché non sappiamo quanto olio ci occorrerà nella vita; per rifornirci è necessario pagare di persona, senza pensare di sfruttare l’impegno degli altri. Il progetto di Dio su di noi infatti è la nostra santificazione. Essere santi significa essere liberi dalle passioni che ci impediscono di muoverci; sono i sette vizi capitali’ Il mondo è vigliacco perché colpisce il punto più debole per tenerci sotto, e indurci a cedere di fronte alle sue proposte sempre più allettanti, inventando bisogni ai quali rispondere con un consumismo sempre crescente. S. Paolo ci avverte di rispettare il nostro corpo e quello degli altri perché sono tempio dello Spirito santo. La sessualità è una caratteristica della persona che ci è data anzitutto per relazionarci con gli altri, per aprirci all’amore del prossimo, e non per perseguire una soddisfazione egoistica che può portare alla distruzione di ciò che di più bello abbiamo avuto in dono. Questa non è tanto una riflessione moralistica sul nostro comportamento; la parola di Dio ci illumina sul nostro essere uomini e donne secondo il disegno di Dio, il quale non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione. In altre parole Dio non ci ha dato la vita perchè trovassimo il maggior benessere possibile per noi stessi, e gli altri che si arrangino; ci ha dato la vita perché ci potessimo realizzare nel dono sincero di noi stessi. E tutti abbiamo fatto l’esperienza di come sia bello fare dei gesti di generosità. Ognuno saprà realizzare questo progetto secondo la sua vocazione personale, portando il suo contributo alla crescita della Chiesa o del mondo con un servizio preciso; e per tutti il modello sarà Gesù, per avere una vita vera, piena e senza rimpianti. Mi piace finire con un brano del discorso di Giovanni Paolo II a Tor Vergata per la Giornata mondiale della gioventù: ‘In realtà, è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare. E’ Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande, la volontà di seguire un ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con umiltà e perseveranza per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna’. In altre parole tutto questo significa essere santi.

OMELIA per le esequie del PILOTA della Protezione Civile ANDREA GOLFERA
Aeroporto 'F.Baracca' di Villa S.Martino-Lugo, 28 luglio 2007
28-07-2007

La morte è sempre un evento doloroso per coloro che ne sono in qualche modo coinvolti; ma quando la morte arriva in circostanze che mettono in evidenza un gesto generoso e altruistico come quello del pilota Andrea Golfera, allora tutti restiamo colpiti dall’evento, e desideriamo in qualche modo esprimere la nostra partecipazione. Le Chiese di Imola e di Faenza, in questa celebrazione di suffragio che viene celebrata in un luogo che in modo emblematico le unisce, si accompagnano allo sgomento di tutta la comunità di Lugo e non solo, e sono vicine al dolore dei familiari del pilota Andrea. Abbiamo già ascoltato in questa liturgia funebre la parola di Dio. E’ una parola che vuole aprire alla speranza e allo stesso tempo richiamarci ad un impegno. Anzitutto vogliamo pregare perché il Signore conceda la pace eterna a questo suo figlio morto tragicamente nell’adempimento di un dovere di servizio per il bene del suo prossimo. Poi vogliamo chiedere conforto per coloro che legati da vincoli di affetto soffrono per questa morte, in particolare per l’anziano genitore. Infine ci chiediamo se questa morte non ci interpelli tutti, dalle istituzioni ai singoli cittadini, nella difesa del bene comune di tutta la nazione. ‘Io lo so che il mio Redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la carne, vedrò Dio’. Andrea si è presentato al giudizio di Dio, al quale anche noi lo affidiamo, pregando che Dio si ricordi della sua misericordia e dell’amore che ha avuto per questa sua creatura fin da quando nel battesimo lo ha voluto tra i suoi figli. Il nome che lo ha identificato per tutta la vita è quello che gli fu posto dai suoi genitori nel giorno del battesimo, ed è il nome con il quale anche il Padre che è nei cieli lo ha riconosciuto. La preghiera della Chiesa in questa Eucaristia di commiato si affida all’amore che Dio ha mostrato in Cristo Gesù morto e risorto, e prega per la pace eterna di Andrea, accolto nella casa del Padre a ricevere il premio del bene che ha compiuto, in particolare del gesto eroico che lo ha portato alla morte. ‘Nessuno ha un amore più grande, ha detto Gesù, di chi dà la vita per i propri amici’. L’epilogo tragico di quel ultimo intervento per spegnere un incendio che minacciava cose e persone, ha rivelato quanto rischioso fosse il servizio che il pilota Andrea Golfera compiva nella Protezione civile nazionale, e nonostante questo come egli abbia continuato a svolgerlo con generosità e competenza per tanti anni. In ogni caso però la morte lascia un grande vuoto soprattutto nelle persone più care, in coloro che vivevano insieme e ne condividevano gli affetti e le premure. Per tutti costoro noi preghiamo, perché siano aiutati se non a capire, almeno ad accettare questo dolore. Ci può essere un senso anche nelle cose più difficili, ed è possibile vedere in esse un valore che renda preziosa anche un’esperienza dolorosa, e possa essere di conforto. Anzitutto la parola di Gesù ci ha detto che il Signore quando ritornerà nell’ora che non pensiamo, se ci trova pronti a compiere del bene, ci accoglierà nella sua casa, ci farà sedere alla sua mensa e si metterà lui stesso a servirci. L’unico modo per essere pronti nel momento della morte è di lavorare sempre per il bene. Se questo pensiero non può togliere il dolore, può tuttavia lasciare intravedere una luce, e dare un po’ di consolazione. A fronte di alcune vite spese male, sciupate e concluse malamente, è giusto riconoscere la validità di una vita offerta per il bene degli altri. E la testimonianza di solidarietà che anche in questo caso tanti hanno manifestato, sia il segno di un conforto profondo che noi nella preghiera invochiamo da Dio per tutti i familiari ed amici colpiti da questa sciagura. Infine credo che dobbiamo anche chiederci se la morte del pilota Andrea Golfera non debba ricordarci quanto il bene comune della nazione debba stare a cuore a tutti. Credo che da parte delle istituzioni sia giusto predisporre le leggi necessarie a questo scopo, e far osservare quelle che già esistono; ma credo che ci sia anche un impegno di tutti i cittadini nella formazione di una coscienza positiva al riguardo. In fondo il pilota Golfera stava difendendo dal fuoco beni e cose che non erano suoi, ma di altre persone e famiglie, e di tutta la collettività. I beni che sono di tutti sono affidati alla cura di ciascuno. Ma è proprio questa sensibilità che si rischia di perdere se non viene costantemente formata. E’ necessario un impegno educativo da parte delle famiglie, della scuola e della Chiesa; ed è necessario un impegno della politica che nella cura bene comune ha la sua ragion d’essere. Dispiace che debbano essere eventi come quello che stiamo celebrando a ricordarci che ci sono dei beni, come può essere un bosco, che sono di tutti, e che nessuno per interessi personali dovrebbe nemmeno pensare di poter distruggere. E qui comprendiamo che non bastano le leggi a contrastare questi fenomeni, se non esiste una coscienza morale educata a questi valori, con insegnamenti condivisi ed esempi diffusi. Se diciamo queste cose è solo perché vorremmo che anche il sacrificio di un uomo che ha dato la vita per questo possa portare ancora frutto, e far capire che è possibile sperare ancora in un mondo più giusto, se ognuno saprà fare la propria parte. In questa eucaristia di suffragio vogliamo pregare per tutti coloro che sono morti nel compiere un servizio per il bene comune, e che manifestano come sia possibile vivere per gli altri, mettendo in pratica, forse senza saperlo, l’unico precetto dell’amore

Un saluto per le vacanze
Messaggio alla dicoesi in occasione delle ferie estive
12-07-2007

Le vacanze, inizialmente pausa benedetta di sosta nella scuola, sono diventate un tempo di interruzione del lavoro, di soggiorno in una località di villeggiatura, di viaggi e anche di riposo. Si dice che sta cambiando il modo di fare le vacanze (periodi più brevi; a volte solo il fine settimana), con un aumento della mobilità e diminuzione della sosta. Le nostre parrocchie in estate conoscono alcune settimane di forte calo di presenze: i bambini scompaiono, i giovani vanno e vengono, le famiglie, quando hanno una seconda casa, si rivedono a settembre; le attività pastorali cambiano radicalmente. Durante l’estate vi sono proposte di vacanze e di attività formative un po’ per tutti i gusti. Anche i sacerdoti con i loro catechisti si impegnano per seguire soprattutto i ragazzi. Ma non bisogna dimenticare le varie proposte che vengono fatte per conto delle varie amministrazioni per intrattenere coloro che rimangono a casa; a tenerci dietro le occasioni non mancano in ambito musicale, folcloristico e culturale. Il tempo delle vacanze quindi può diventare una occasione per cambiare il ritmo delle solite giornate, senza perdere tempo inutilmente, e per coltivare interessi culturali che forse durante l’anno non possono avere tutta la nostra attenzione. L’importante è che le vacanze non diventino un momento dispersivo o noioso, al punto da desiderare che ritorni il solito orario lavorativo. A coloro che vanno in vacanza auguro che possano trovare l’occasione per coltivare anche il proprio spirito nel silenzio, nella preghiera, nelle bellezze del creato. L’aria viziata delle nostre città ha bisogno di un antidoto efficace, che volendo si può trovare sempre, ma almeno approfittiamo della maggior libertà nel tempo delle vacanze. Perché la ripresa ci deve trovare ricaricati, per il bene nostro, dei nostri amici e delle nostre comunità.