E’ toccato a S. Paolo quest’anno, narrarci l’istituzione dell’Eucaristia nella solennità del Corpo e del Sangue del Signore: ‘Ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso”. Il richiamo alla grande tradizione della Chiesa, che inizia con la fedeltà degli Apostoli al mandato di Cristo, ci è particolarmente caro questa sera, per il momento che stiamo vivendo in questa Eucaristia. Celebriamo infatti nella liturgia e abbiamo nel cuore alcuni eventi che si riescono a cogliere pienamente, pur nella loro successione temporale, solo nella comunione della Chiesa cattolica. Viviamo con la Chiesa la celebrazione liturgica del Corpus Domini, che vuole porre alla venerazione pubblica il SS.mo Sacramento mediante la processione per le nostre strade; partecipiamo al Giubileo della grande famiglia domenicana nel ricordare gli 800 anni della prima comunità contemplativa; ricordiamo pure i 50 anni di Adorazione eucaristica quotidiana qui all’Ara Crucis; infine verrà accolta la professione solenne di Sr. Maria Elisa. Tutto trova unità nell’Eucaristia, nel Corpo dato e nel Sangue versato, che da sempre alimenta la vita della Chiesa, è al centro di ogni sua opera, e attrae quanti si lasciano affascinare da Cristo. Il papa Benedetto XVI nell’esortazione apostolica ‘Sacramentum caritatis’ ci ha parlato dell’Eucaristia , mistero da vivere. Il pane vivo disceso dal cielo è dato per la nostra vita di figli di Dio, iniziata nel Battesimo, e che fiorirà pienamente nell’eternità. Questo cibo di volta in volta ci assimila al Signore Gesù, ai suoi sentimenti, alle sue virtù, e chiede progressivamente una offerta di noi stessi a Lui. Il papa ricorda le parole di S. Paolo: ‘Vi esorto fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale’ (Rm 12,1). E aggiunge: ‘In questa esortazione emerge l’immagine del nuovo culto come offerta totale della propria persona in comunione con tutta la Chiesa’(n.70). Mi pare che si possa vedere nella realtà del culto spirituale ogni atto di offerta a Dio, dall’adorazione eucaristica alla consacrazione di tutta la vita, offerta gradita a Dio insieme a quella che Cristo continua a presentare nel sacrificio eucaristico. Questo culto spirituale continua l’offerta che il Verbo di Dio fece di sé entrando nel mondo: ‘Tu non hai voluto né sacrificio né offerta; un corpo invece mi hai preparato: ecco io vengo per fare, o Dio, la tua volontà’. E a questa offerta si unì subito quella della Madre, la Vergine Maria: ‘Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto’. La consacrazione totale e definitiva di una persona al Signore, da un punto di vista umano è difficilmente comprensibile. Trova la sua ragione nel mistero dell’offerta della Chiesa al Padre insieme al sacrificio di Cristo, per mezzo dello Spirito Santo. Fin dai primi tempi la Chiesa, dopo l’era dei martiri, considerò la vita consacrata come un martirio quotidiano. La vita verginale, povera e obbediente è testimonianza della donazione totale a Cristo. Una vita così fatta manifesta in modo evidente la fede in Gesù vivo e presente, capace di rispondere a tutte le attese del cuore umano. L’Ara crucis, l’altare su cui il sommo Sacerdote Cristo Gesù ha offerto sé stesso al Padre per noi, diventa uno stile di vita, diventa dono, amore a Dio e al prossimo. La persona consacrata può dire con Gesù: ‘Per questo il Padre mi ama, perché offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo’, nel centuplo promesso dal Signore e nella vita eterna. Continua il Papa nell’esortazione citata: ‘In quanto coinvolge la realtà umana del credente nella sua concretezza quotidiana, l’Eucaristia rende possibile, giorno dopo giorno, la progressiva trasfigurazione dell’uomo chiamato per grazia ad essere ad immagine del Figlio di Dio. Non c’è nulla di autenticamente umano ‘ pensieri ed affetti, parole ed opere ‘ che non trovi nel sacramento dell’Eucaristia la forma adeguata per essere vissuto in pienezza’ (n.71). L’adorazione eucaristica quotidiana vuole facilitare questa possibilità, con il sostegno della comunità monastica che assicura la fedeltà della proposta e l’apre a coloro che nella nostra Chiesa desiderano esperimentarla. A proposito poi del rapporto tra Eucaristia e vita consacrata il Papa aggiunge: ‘Il Mistero eucaristico manifesta un intrinseco rapporto con la verginità consacrata, in quanto questa è espressione della dedizione esclusiva della Chiesa a Cristo, che essa accoglie come suo Sposo con fedeltà radicale e feconda. Nell’Eucaristia la verginità consacrata trova ispirazione ed alimento per la sua dedizione totale a Cristo. Dall’Eucaristia inoltre essa trae conforto e spinta per essere, anche nel nostro tempo, segno dell’amore gratuito e fecondo che Dio ha verso l’umanità. Infine la vita consacrata è segno e anticipazione delle nozze dell’Agnello’ (n.81). Noi cristiani abbiamo bisogno di essere continuamente richiamati su queste verità vitali: nel seguire Cristo non ci devono essere compromessi, ma chiarezza e coraggio nonostante le difficoltà; di fronte agli uomini i cristiani devono essere segno dell’amore del Padre verso tutti, perché la gente non crede più nell’amore di Dio, ma lo pensa lontano e assente. Allora è bello che ci sia qualcuno che con la vita ci ricorda che ‘la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina’ (G.S. 22). Posso immaginare che qualcuno, conoscendo il servizio di carità che faceva Elisa nel centro di ascolto della Caritas, prima di farsi suora, abbia pensato che la sua vita era più utile prima di adesso. Non è raro il passaggio da un forte impegno nel sociale ad una consacrazione totale a Dio. A me verrebbe da pensare che di fronte a problemi il più delle volte insolubili, si arrivi a capire che ‘se il Signore non costruisce la casa, invano faticano i costruttori’. Per cui è possibile intravedere un modo ancora più efficace per essere di aiuto ai poveri: non tanto l’arrabattarsi nelle faccende di ogni giorno, quanto l’affidarsi alla potenza di Dio, che può sfamare cinquemila persone con cinque pani e due pesci, se trova il gesto generoso di chi provoca il suo amore. ‘I poveri li sento vicini’, dice Sr. Elisa. Essi infatti sono nella sua preghiera, nella sua offerta quotidiana, nella preghiera a Dio perché raggiunga il cuore degli uomini, e faccia fiorire la carità, la giustizia, il rispetto della vita dei più piccoli. Non è una fuga dal mondo, ma entrare in profondità nelle vicende degli uomini, viste nella luce di Dio e collocate là dove trovano il loro vero senso, sia nella situazione di sofferenza di chi è provato dalla vita, sia nell’attenzione di carità di chi viene mosso dallo Spirito santo. Anche coloro che hanno l’impressione di perdere una persona cara, come può accadere ai genitori, ai parenti e agli amici, il Signore gliela farà ritrovare in modo più vero ed efficace, perché con la sua preghiera potrà essere sempre accanto a loro, e fare sentire un modo di essere amati che solo Dio può donare. Ringraziamo il Signore che oggi consacra a Sé in modo definitivo questa figlia della nostra Chiesa, nella comunità dell’Ara Crucis, e preghiamo perché il sì che ella ha detto a Gesù nel suo ardore giovanile resti fedele per tutta la vita.
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OMELIA per la PROFESSIONE SOLENNE di suor MARIA ELISA VISANI
OMELIA per la SOLENNITA’ del CORPUS DOMINI
Faenza, Parrocchia di San Pier Damiani 7 giugno 2007
07-06-2007
La celebrazione della solennità del Corpo e sangue del Signore che anticipiamo rispetto a quanto la liturgia ci proporrà domenica prossima, intende essere un segno della nostra Chiesa di ciò che è l’Eucaristia non solo per il popolo dei credenti, ma per tutta la nostra gente. Il gesto della processione infatti intende manifestare all’esterno della chiesa quale è la fonte della fede e della speranza del popolo cristiano, e la forza della sua carità. Nel vangelo abbiamo ascoltato il racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci, figura di ciò che sarà il dono dell’Eucaristia. La liturgia lo propone alla nostra meditazione perché anche ciò che Cristo ha detto in vista del sacramento eucaristico è prezioso per noi. La scena del vangelo è ancora attuale, in una lettura profonda della nostra realtà. Gesù è sempre all’opera per guarire quanti hanno bisogno di cure nel loro animo ferito dal male, dalla sofferenza, dalla fatica. E’ ancora Lui che può saziare la fame vera, quella che forse è adombrata anche dalla povertà che fa letteralmente morire di fame milioni di persone anche oggi. Questa situazione mondiale, che alimenta tanta retorica sui bambini che muoiono di fame, non si risolve solo con nuove leggi commerciali, se non si arriva a cambiare il cuore dell’uomo nel suo egoismo e nelle strutture di peccato. ‘Congeda la folla perché si arrangi”; ‘No, dice Gesù, date voi stessi loro da mangiare’; ‘Ma ci vorrebbero tanti soldi’. Gesù ha un’altra strada: prende le nostre povere cose, le trasforma in un segno di amore e con questo risponde alla fame vera dell’uomo, che è il vuoto di amore verso Dio e verso il prossimo. ‘E tutti mangiarono e si saziarono’ perché ai cinque pani e ai due pesci Gesù aveva aggiunto la sua benedizione. La via lunga dell’Eucaristia per salvare il mondo, passa attraverso la formazione della Chiesa, mondo rinnovato, che ha il compito non di trovare le soluzioni tecniche ai guai del nostro tempo, ma di conservare la speranza che questi possono essere affrontati se ci sarà qualcuno che saprà amare gli uomini con l’amore di Cristo. L’Eucaristia celebrata non deve essere un rito che fa stare bene insieme tutti coloro che la pensano allo stesso modo: l’Eucaristia è il sacramento che unisce a Cristo tutti noi, che siamo venuti con la nostra miseria, le nostre discordie, i nostri peccati, per attingere alla misericordia che Cristo ci ha mostrato nella sua morte e risurrezione, e che l’Eucaristia annuncia fino a quando Egli verrà. Dice il Papa nell’esortazione ‘Sacramentum caritatis’: ‘L’Eucaristia è Cristo che si dona a noi, edificandoci continuamente come suo corpo’ (n.14). L’Eucaristia edifica la Chiesa e la mantiene in vita perché porti nel mondo l’amore di Dio. Passando per le nostre strade con il Santissimo Sacramento dell’Altare noi intendiamo dire a tutti: Dio vi ama; Dio è morto in croce per amore di tutti; Dio è rimasto in mezzo a noi per essere incontrato da tutti coloro che lo cercano. Dio sa che abbiamo fame e sete di lui, ed è rimasto qui per farsi mangiare, e per saziare il nostro desiderio di infinito. Infinito nell’amore, che sia per sempre; infinito nella pace, che sia per tutto il mondo; infinito nella gioia, per tutti. Non sono utopie illusorie; sono percorsi che si devono iniziare per il verso giusto, non contro Cristo, ma insieme con lui, che vive oggi nella sua Chiesa. La festa cittadina del Corpus Domini viene celebrata quest’anno nella parrocchia di S. Pier Damiani, in coincidenza con il giubileo millenario della nascita del nostro patrono, che da questo luogo entrò nell’eternità di Dio. Vogliamo farci dire da lui come ogni cristiano può incarnare la realtà della Chiesa, anche se è da solo dove egli è chiamato a vivere, e può essere strumento di salvezza come quel ragazzo del vangelo che donò cinque pani e due pesci. ‘La Chiesa di Cristo, scrive S. Pier Damiani, è unita da un così stretto vincolo di carità, che è una nella pluralità dei suoi membri e, nel mistero, tutta intera in ciascuno di essi. Per questo la Chiesa universale giustamente è presentata come l’unica Sposa di Cristo e ogni anima è, per il mistero del sacramento, la Chiesa nella sua pienezza’ (Dominus vobiscum, cap. v). Questa verità mette in grado ogni credente di non sentirsi smarrito di fronte alla enormità dei problemi, perché ha sempre con sé tutta la Chiesa con la grazia di Cristo, e gli consente di versare il suo piccolo contributo nella missione grande della Chiesa nel mondo. L’importante è che nessuno cerchi di esimersi dal fare la sua parte, chiedendo di congedare la folla e di rimandare sempre a qualche altro il compito di rispondere a chi ha soprattutto fame di verità, di bellezza, di santità e di giustizia; e ognuno sia contento di dare il suo poco, in termini di preghiera, di sacrificio, di adempimento del proprio dovere, perché con il nostro poco Dio sa fare molto. Melchisedek, re di Salem, sacerdote del Dio altissimo, offrì pane e vino e benedisse Abramo, che gli diede la decima di tutto. Un episodio singolare, nel quale la tradizione della Chiesa ha visto un riferimento all’Eucaristia nell’offerta del pane e del vino, frutto della terra e del lavoro dell’uomo. Anche nei più grandi misteri della Redenzione Dio è vicino alla nostra realtà quotidiana, e si inserisce in essa per trasformarla e insegnarci a farne strumento per l’eternità. L’Eucaristia è il pane della vita perché alimenta in noi la vita divina nata dal Battesimo; ma è anche il pane della vita perché ci rende capaci di amare con l’amore di Cristo il nostro prossimo; e quando avremo messo in pratica questo comandamento ultimo di Cristo, sapremo moltiplicare anche i pani per la fame del mondo: non sono le risorse che ci mancano; ci manca l’amore necessario per distribuirle. Il cristiano che vive dell’Eucaristia sa di poter alimentare anche questa speranza, perché sa che ad ogni buon conto Dio sta preparando in Cielo un banchetto per tutte le nazioni dove potranno sedersi tutti coloro che nella vita hanno saputo amare e offrire.
OMELIA per la Messa di Suffragio del VESCOVO mons. TARCISIO BERTOZZI
Faenza, Basilica Cattedrale 19 maggio 2007
19-05-2007
Siamo ormai alla vigilia della solennità dell’Ascensione del Signore, e le letture risentono della prossimità di questo mistero. Gesù è andato in Cielo a prepararci un posto, e noi siamo ancora qui a pregarlo perché il posto che ha preparato per il Vescovo Tarcisio gli sia concesso subito, per la misericordia di Dio e in premio alle sue fatiche apostoliche. Non sembri troppo il tempo di undici anni dalla morte, per trovarci ancora a pregare in suffragio del vescovo Tarcisio, perché la differenza del tempo è per noi; nell’altra vita non sappiamo come sia. A noi compete un dovere di carità e di gratitudine, e l’anniversario della morte è una occasione per continuare a sdebitarci, come Chiesa diocesana che ha goduto del servizio episcopale e del sacrificio della vita di Mons. Bertozzi. Nel ricordo di questo nostro carissimo fratello nel Signore ci lasciamo guidare dalla parola di Dio che la liturgia ci ha donato. Anzitutto il Vangelo, nel quale Gesù ci incoraggia a pregare il Padre nel suo nome, con l’assicurazione che è il Padre stesso che ci ama, e quindi ha a cuore il nostro vero bene più di noi stessi. ‘Verrà l’ora in cui apertamente vi parlerò del Padre’. Non è forse l’ora in cui ognuno di noi si troverà davanti a Dio, per essere accolto tra le sue braccia? Non è forse quello il momento in cui ognuno desidererà sentirsi dire: ‘Vieni benedetto dal Padre mio?’ A quel punto noi passeremo dalle ombre di questo mondo alla realtà luminosa del Regno. E’ questo che ora chiediamo nell’Eucaristia di suffragio per il vescovo Tarcisio. Nel raccomandarci di pregare nel suo nome Gesù ha precisato: ‘Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena’. Quando noi abbiamo l’impressione di non aver ottenuto ciò che chiediamo, dobbiamo domandarci se abbiamo pregato ‘nel nome del Signore’, cioè se ci siamo affidati alla sua potenza, inserendoci nel progetto della sua volontà, aprendoci al dono del suo Spirito, che prega in noi, perché noi non sappiamo nemmeno che cosa sia conveniente chiedere. Uno degli effetti belli della preghiera, è quello di metterci comunque nelle mani del Signore, di affidarci al suo amore, e di aspettarsi tutto da Lui: è questo che ci dà gioia, quella vera, comunque vadano le cose. La serenità nella malattia che accompagnò fino alla morte il Vescovo Tarcisio non poteva non derivare da un profondo abbandono alla volontà del Padre, in una abitudine a stare nel Signore nella preghiera, e nello spendersi totalmente nel ministero episcopale fino alla fine. La pagina degli Atti degli Apostoli ci ha riportato ad un momento vivo della missione della prima comunità cristiana, quando entra in scena un giudeo chiamato Apollo, che, pur essendo versato nelle scritture e già catechizzato, viene prese in carico dalla comunità, prima di andare in missione, e perfezionato nella sua preparazione da due laici, Priscilla e Aquila. La missione della Chiesa e il ruolo dei laici furono certamente due aspetti della ecclesiologia del Vaticano II che erano molto cari a Mons. Bertozzi, tanto che nei testi del Sinodo non è difficile trovarne ampia traccia. Mi pare bello riascoltare ancora qualche sua parola. Nel momento di annunciare la celebrazione del Sinodo diocesano ebbe a dire: ‘Sarà come un anno di missione permanente per tutta la Diocesi alla scoperta della Chiesa-comunione e degli itinerari pastorali per edificare la Chiesa-comunità in missione nel nostro tempo’ (pag.311). La visione della Chiesa voluta dal Concilio è molto chiara. Il fondamento è la comunione dono dello Spirito, frutto della parola di Dio e dell’Eucaristia, che porta alla costruzione di una comunità che vive in un tempo e in un territorio precisi, con lo scopo di diffondere il vangelo, cioè vivere la missione. Se anche in un semplice passaggio come quello citato, si può trovare una precisione teologica di tale intensità, vuol dire che questi erano concetti abituali, continuamente pensati e vissuti, in modo da diventare spontanei nel suo magistero. Volle il Sinodo per mettere tutta la Chiesa diocesana in atteggiamento missionario, e questo non tanto per adeguarsi alle indicazioni del Concilio, ma per rispondere alle nuove istanze che venivano dalla società. Leggiamo infatti in un altro discorso: ‘Si tratta di confrontarsi con i problemi particolarmente urgenti in modo da essere atti per rispondere alle sfide della nostra epoca: quale evangelizzazione in una cultura secolarista? Come vivere da persone, da famiglie e da comunità cristiane nell’epoca del benessere? Come e cosa fare per incidere sui comportamenti individuali e pubblici?’ E come avveniva ai tempi degli apostoli, in questa avventura egli voleva coinvolgere tutte le forze valide, dai presbiteri, ai religiosi e ai laici. Una Chiesa che più che guardarsi dentro, si guarda attorno per portare il messaggio di salvezza tenendo conto dei cambiamenti in atto, senza paure e senza arretramenti; una Chiesa che partendo dalla necessaria formazione delle coscienze sa di dover incidere anche nella società, per il bene di tutti. Siamo ormai al culmine della celebrazione pasquale, che sfocerà nella Pentecoste con l’effusione dello Spirito Santo. Nel mistero dell’Ascensione viviamo il ritorno del Signore risorto nella gloria del Padre, e nello stesso tempo l’invio della Chiesa nel mondo ad annunciare il Vangelo ad ogni creatura. Il cammino della Chiesa nel tempo passa attraverso la vita di persone precise che si spendono per questa missione, e realizzano quella affermazione di Gesù: ‘Farete le cose che io ho fatto e ne farete di più grandi, perché vado al Padre’. Nel ricordo soprattutto dei nostri pastori e dei santi che hanno segnato la storia di una Chiesa, vediamo il cammino che ha portato fino a noi la fede cristiana. A noi il compito di raccogliere il testimone per passarlo alle generazioni future. E’ vero che cambiano le condizioni, ma la missione resta sempre la stessa. Ogni anno, mentre avvertiamo il bisogno di pregare per il dono della pace eterna per chi ci ha preceduto, sentiamo anche la necessità di ringraziare il Signore per il dono evidente che è stato fatto alla nostra Chiesa nel vescovo Tarcisio. Dono che lo si ritrova nella impostazione generale della vita della Diocesi ancora valida, e lo si ritrova anche nei ricordi personali di presbiteri, religiosi e laici che hanno avuto modo di fare tesoro di una parola, di un esempio, o di apprezzare comunque qualche aspetto della sua vita e in particolare della sua sofferenza. Per questo la nostra Eucaristia è un’offerta a Dio gradita per il riposo eterno del vescovo Tarcisio che in questa Cattedrale è in attesa della Pasqua eterna; e insieme è un ringraziamento a Dio che lo ha donato alla nostra Chiesa.
Andiamo in Terra Santa
Invito alla Diocesi per il Pelelgrinaggio dicoesano in Terra Santa (18/25 agosto 2007)
17-05-2007
Ci separano appena tre mesi dal pellegrinaggio in Terra Santa che la nostra Diocesi farà dal 18 al 25 agosto prossimi. Voglio rivolgere un invito convinto agli ultimi indecisi a fare la loro iscrizione, e proporre una breve riflessione in preparazione al viaggio santo . Siamo ormai vicini al numero minimo richiesto dall organizzazione, ed è necessario entro la metà di giugno chiudere le iscrizioni, per consentire la necessaria preparazione immediata. Qualcuno si mostra preoccupato per le notizie di atti violenti che ogni tanto vengono diffuse. A questo riguardo si deve notare che dispiace che queste cose succedano, ma comunque avvengono solitamente nella striscia di Gaza, che è molto lontana dal percorso del pellegrinaggio. Inoltre ai turisti e ai pellegrini non è mai stato torto un capello.Visitare la terra di Gesù è sempre una grazia, che aiuta la comprensione della lettura della Parola di Dio, che si è fatto uomo in quel lembo di terra benedetto e tormentato. Sarà come rivivere in pochi giorni tutta la vicenda storica di Cristo, e del popolo dell antico Israele, almeno nelle sue fasi essenziali. E più che un percorso storico, sarà un percorso spirituale attraverso la celebrazione della memoria di alcuni misteri della vita del Signore nei luoghi consacrati dalla tradizione, e spesso confermati dalle relative ricerche. Vivremo anche insieme la preghiera e l Eucaristia, che renderà attuale e vivo ciò che incontreremo.Il nostro pellegrinaggio vuole essere anche un segno di solidarietà con la Chiesa madre di Gerusalemme, che in questi anni sta soffrendo in modo particolare per le lotte interne di quella terra, con un progressivo allontanamento dei cristiani. È un gesto che non risolverà i loro problemi, ma farà vedere che non ci siamo dimenticati di loro. È sempre bello ripetere con il salmo: Tutti là siamo nati (87,4), perché è vero che da tutto quello che là è successo noi tutti siamo nati alla vita di figli di Dio; e nello stesso tempo c è un avvertimento nel salmo 137: Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra . Diciamo allora con un altro salmo: Quale gioia, quando mi dissero: andremo alla casa del Signore. E ora i nostri piedi si fermano alle tue porte Gerusalemme (122, 1s).
OMELIA per la MESSA CRISMALE 2007
Faenza, Basilica Cattedrale, 5 aprile 2007
05-04-2007
La concelebrazione della Messa Crismale è presentata dalla liturgia come il segno più alto della comunione del presbiterio diocesano con il Vescovo. Collocata al termine della quaresima e in prossimità del Triduo santo, si trova ad essere come un anello che collega il percorso penitenziale appena concluso al Mistero pasquale. E’ la Chiesa che cammina nel tempo, che trova qui la sua identità più vera, per portare il popolo di Dio, al quale tutti apparteniamo, dentro il mistero della Pasqua di morte e di risurrezione. Come presbiteri siamo consapevoli di avere la responsabilità della gestione dei sacramenti della salvezza, e quindi di avere un grande potere spirituale; sappiamo pure che il ministero che ci è affidato coinvolge anche la santità della nostra vita, che si svolge immersa nelle vicende gioiose e faticose delle nostre comunità. I giorni che stiamo vivendo sono resi difficili, oltre che dal progressivo allontanamento della nostra gente dalla vita cristiana, anche da una aggressione crescente contro la Chiesa, orchestrata in modo non casuale tra i poteri forti e le lobby dell’informazione. In queste settimane ho pensato spesso al disagio in cui i parroci potevano trovarsi, passando per la benedizione alle famiglie, nell’ascoltare le rimostranze o il rammarico della loro gente. Avrei voluto esservi vicino per sostenervi non solo con la parola dell’apostolo Giovanni: ‘Non meravigliatevi se il mondo vi odia’ (1Gv 3,13), ma anche per dirvi che è proprio quando c’è grande confusione in ordine ai valori vitali, che la Chiesa deve esporsi per il bene dell’uomo. In fondo se il mondo cerca di tirare la Chiesa dalla sua parte, è segno che le riconosce una grande autorità morale. Questo ci rende ancora più responsabili di un messaggio che non è nostro, e che dobbiamo custodire e offrire per il bene della nostra gente e delle generazioni future. Nell’udienza che il Papa concesse alle Chiese della Romagna il 7 ottobre dello scorso anno ci disse: ‘Cristo, il perennemente giovane, sia vostro sostegno e guida oggi, domani, sempre. Testimoniare la gioia di essere cristiani: sia questo il vostro corale impegno’. Gioia di essere cristiani, e a maggior ragione, gioia di essere preti. Non lasciatevi ingannare dall’accusa ormai noiosa dell’ingerenza della Chiesa nella politica. Se ingerenza c’è, è ingerenza umanitaria, in difesa del bene di tutti, facendo supplenza al posto di chi non fa la parte del suo dovere. Pensate che è rimasta solo la Chiesa a difendere il valore del matrimonio civile! E in ogni caso la Chiesa ha il diritto e il dovere di rivolgersi sempre ai suoi figli non solo per le rubriche liturgiche, ma anche per la salvezza di tutto l’uomo. Non vi pare un po’ paradossale che proprio coloro che sono pronti ad accusare la Chiesa di essere disincarnata, le rivolgano il rimprovero di incarnarsi nelle questioni cruciali del nostro tempo? Perché alla Chiesa sta a cuore non solo la pace, la giustizia e l’ecologia, ma anche la vita umana, la dignità della persona e la famiglia. Cari sacerdoti, non lasciatevi intimidire; non abbiate timore di stare con la Chiesa, madre e maestra; se vogliamo stare accanto alla nostra gente, scegliamo di aiutare i semplici, coloro che sono frastornati dalla confusione che viene introdotta ad arte su concetti fondamentali, come la morale naturale, la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Ormai le vere novità di oggi, sono le verità di sempre, e ci troviamo a dover dimostrare delle verità evidenti. La nostra Chiesa ricorda in questo anno la figura di S. Pier Damiani a mille anni dalla sua nascita. Vissuto in tempi non meno facili degli attuali, ha saputo fare le scelte giuste, contro le consuetudini che compromettevano la vita della Chiesa, la sua libertà dal potere politico, la santità della vita del clero. In comunione con il papa, pagando di persona, si è speso con forza, intelligenza e sacrificio. Allora come adesso vi erano i punti di vista che non sempre convergevano nelle varie questioni. E S. Pier Damiani ha saputo trovare la sua linea sempre in intesa con il Papa, sapendo aspettare il momento opportuno per il suo intervento, senza rompere la comunione, affidandosi alla preghiera e alla penitenza. Abbiamo voluto ricordare il nostro Santo patrono, non solo per non dimenticare la nostra storia, ma per ascoltare ciò che i santi hanno da dirci per i nostri giorni. Anche oggi abbiamo bisogno di rimanere liberi dai poteri forti, che non saranno più né il sacro romano impero, né i signorotti delle nostre terre, ma i potentati economici, politici e dell’informazione. Anche oggi il rinnovamento della Chiesa passa attraverso la santità del clero. Giustamente ci preoccupiamo del numero dei sacerdoti: in proporzione analoga preoccupiamoci della santità della loro vita, incominciando noi preti a tenere fisso lo sguardo su Gesù, e chiedendo ai fedeli che si ricordino di pregare sempre per i loro sacerdoti. Non dobbiamo poi dimenticare il dono grande che ha la nostra Chiesa a questo riguardo, con la presenza ormai da cinquant’anni del monastero dell’Ara crucis, e delle monache che pregano per la santità dei sacerdoti e che anche in questo giovedì santo ci hanno assicurato la loro preghiera. Le ricordiamo con gratitudine, in questo anno dell’ottavo centenario della fondazione domenicana. San Pier Damiani poi ha voluto la riforma della vita eremitica per indicare la praticabilità della misura alta della vita cristiana, che trova nell’eremo il suo apice, ma suggerisce anche a coloro che vivono nel mondo una fede esigente, che mette la croce del Salvatore al centro della vita. Ci siamo lasciati guidare in questa liturgia da un momento bello della nostra Chiesa, che nel ricordo di San Pier Damiani ci riporta alla Pasqua vittoriosa di Cristo, che anche quest’anno vogliamo vivere con speranza autentica, fondata non sulle nostre forze, ma sull’amore di Dio e la protezione dei Santi. Poco prima di questa Pasqua abbiamo avuto il dono dell’esortazione apostolica ‘Sacramentum caritatis’, che vogliamo meditare nella preghiera. L’Eucaristia è un mistero da credere, celebrare, vivere, in una progressione intrinsecamente collegata. La celebrazione liturgica è il punto di arrivo della fede e il punto di partenza della vita, e tutto si sostiene a vicenda in momenti distinti ma in una unica realtà frutto dello Spirito Santo. Noi abbiamo in mano l’Eucaristia per la vita del popolo cristiano; siamo i figli e i servi dell’Eucaristia, nati come presbiteri nello stesso momento nel Cenacolo dall’amore perenne di Cristo. Facciamo tesoro delle numerose opportunità che in questi anni ci vengono offerte dalla Chiesa per accostarci a questo mistero con rinnovate motivazioni. E nell’amore all’Eucaristia coinvolgiamo quanti ci sono accanto durante la celebrazione, in particolare i ministranti. Il loro servizio può rendere più dignitoso il rito, più vero il segno e più ricca la partecipazione dei fedeli. Infine vogliamo fare un ricordo affettuoso per i nostri sacerdoti che quest’anno ringraziano il Signore per 50, 60 e 70 anni di Messa. Ci siamo intrattenuti durante questa Eucaristia in una conversazione dai toni familiari; siamo tuttavia consapevoli del momento solenne della benedizione e consacrazione degli oli santi per i sacramenti della Chiesa. Viviamo ora questo momento singolare con la gratitudine al Signore che ci ha chiamato, rinnovando la fedeltà ai nostri impegni sacerdotali, per essere segni di speranza nella Chiesa, per il popolo a noi affidato.
OMELIA nel X ANNIVERSARIO della uccisione di PADRE DANIELE BADIALI
Faenza, Basilica Cattedrale 18 marzo 2007
18-03-2007
Siamo stati convocati in questa Eucaristia oggi, nella ricorrenza del decimo anniversario del sacrificio di P. Daniele Badiali, sacerdote fidei donum della nostra Diocesi, missionario dell’Operazione Mato Grosso in Perù. La liturgia della IV domenica di quaresima ci ha fatto incontrare la parabola del padre misericordioso, che accoglie e perdona il figlio che si era allontanato da casa per vivere a modo suo, liberamente, spendendo i soldi del padre, godendosi la vita. Ma anche il figlio maggiore, rimasto sempre nella casa del padre, ha avuto bisogno di cambiare il suo atteggiamento in famiglia, verso il padre e verso il fratello. Per entrambi i figli infatti il padre ha dovuto mettersi in movimento: per il primo, il Vangelo dice: gli corse incontro; ma anche per il secondo il padre uscì a pregarlo. In entrambi i casi è l’amore, è la bontà d’animo che fa muovere il padre verso i suoi figli, che tra loro non si riconoscono come fratelli, non capiscono l’uno i problemi dell’altro, e vivono isolati nella stessa casa. Il figlio minore è stato il primo a capire, al termine della sua drammatica esperienza, chi era veramente suo padre. La sua libera scelta l’aveva portato su una strada senza uscita. L’aggettivo che è stato tradotto in italiano con ‘dissoluto’, in greco è: asotos, cioè, senza salvezza, senza speranza. Quando il figlio minore si rese conto che la sua condizione era peggiore di quella di un servo, cominciò la lunga faticosa strada del ritorno che lo portò nelle braccia del padre, facendogli ritrovare la dignità di figlio. Dopo avere avuto la prova dell’amore e del perdono, il figlio disse: ‘Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te’. E’ dalla certezza del perdono che nasce il pentimento. ‘Lasciatevi riconciliare con Dio’, ci ha supplicato San Paolo. E’ il faticoso passaggio dal peccato alla grazia, dalla morte alla vita che Cristo ha operato per tutti noi nel mistero della sua Pasqua. E’ un ricupero, un tornare indietro, anche se nella realtà è un andare avanti nella via giusta indicata da Dio, che il linguaggio cristiano chiama conversione. Anche il giovane Daniele Badiali ebbe il suo momento di conversione quando, incontrando l’esperienza dei giovani dell’OMG capì che la sua vita doveva essere spesa per gli altri. ‘Io ero un ragazzo, è una sua testimonianza, che fino a 12-13 anni viveva tranquillamente in parrocchia’, con altri ragazzi, però vivevo una vita normale, tranquilla. Un bel giorno ho incontrato alcuni ragazzi che lavoravano per i più poveri, mi hanno fatto conoscere delle realtà che io non avevo mai immaginato fino ad allora, non pensavo che al mondo ci potesse essere gente che moriva di fame, io che non ero mai stato abituato a soffrire della mancanza di niente’; questi ragazzi mi hanno fatto vedere che c’era gente che stava male e allora ho cominciato a chiedermi che cosa sono io, perché io devo stare così bene e tanti altri invece stanno male’. Ecco: la conversione incomincia ponendosi le domande giuste, alle quali dare le risposte vere. E non si deve pensare che la conversione sia una faccenda che riguarda i grandi peccatori, che sono sempre gli altri; riguarda tutti noi, soprattutto se abbiamo la convinzione di essere già a posto, di fare già la nostra parte, di non avere mai abbandonato la casa del padre. Non per niente nella parabola, chi alla fine ha bisogno ancora di conversione è proprio il figlio maggiore, che pur rimanendo sempre in casa non ha amato suo padre, ma lo ha servito, e così non ha nemmeno capito il suo fratello. Conversione vuol dire scoprire il posto che ha il Padre nella mia vita, e quindi come considero i miei fratelli. L’amore verso il prossimo è il riscontro che non ci stiamo sbagliando nel seguire la volontà di Dio, che non stiamo seguendo il nostro ‘io’ trasformato in idolo, che può essere anche la sottile tentazione della soddisfazione personale di avere fatto qualcosa di importante. P: Daniele aveva capito anche questo rischio. Scrive in una lettera: ‘Dovessi ridurre a poche parole ciò che sto vivendo qui in Perù, sulle Ande, dico ‘Solo Dio deve contare’, tutta la nostra vita deve puntare a Lui, obbedire a lui. Vedo perfettamente il fallimento di un’azione basata sulla promozione umana, la tocco con mano ogni giorno. Ogni cosa deve essere fatta solo per Dio. E per me stare qui è obbedire a Dio’, mettere in pratica la sua legge, cioè la carità, il dare tutto gratuito’ E la preoccupazione più grande (verso i poveri) è la salvezza dell’anima. Dargli il pane quotidiano è la cosa ancora più facile; farli diventare cristiani liberi che scelgano la croce di Gesù è una scommessa ben più ardua di fronte alla quale sia poveri che ricchi si ritrovano allo stesso livello”. Il sacrificio della vita di P. Daniele, a soli 35 anni, dopo nemmeno sei anni di ministero, apre la domanda sul mistero di una vita donata al Signore, e stroncata mentre stava portando tanti frutti di bene. Eppure la sua morte è stata coerente con la sua vita, nel senso che la croce non era affatto una novità, ma la realtà quotidiana. Ascoltiamo ancora qualche sua parola, da lui scritta ad un amico sacerdote: ‘Riconoscere i segni del Signore è molto difficile, io non sono capace. Però m’accorgo se ciò che vivo va verso la croce o meno. Da questo capisco che Gesù mi chiede di fare sacrifici e di prendere un cammino in salita. Se non c’è la croce di mezzo dubito che sia il cammino di Gesù! E la croce non la scelgo io, sono gli altri che te la danno. E’ successo a Gesù e succede a chiunque procede verso il cammino del Vangelo. La scommessa è credere che Gesù, alle persone più care, possa dare come regalo la croce’ Ai martiri succede così!!! Io non sono a questo punto, stai tranquillo.’ Invece a quel punto ci arriverà presto, andando incontro al pericolo della morte volontariamente, quando di fronte a coloro che volevano un ostaggio italiano per chiedere un riscatto dice: ‘Vado io’. In questa scelta ha portato a compimento la sua quotidiana offerta per gli altri. E’ morto come era vissuto. La sua morte ha messo in luce la sua vita, l’ha fatta conoscere a tanti, ha fatto di lui un segno, un riferimento luminoso. Quello che impressiona di più al di là della morte, è la sua capacità di vedere con limpida essenzialità la verità delle cose, e di dirla con forza. Le sue lettere (tante, in così poco tempo) sono un tesoro che dovrà essere ancora esplorato soprattutto dai giovani e da quanti intendono fare tesoro del dono che Dio ci ha fatto in questo tempo con la vita e la morte di P. Daniele. Vorrei concludere ancora con una parola di P. Daniele: ‘Ai ragazzi vorrei urlare: non perdete tempo, il padrone arriva come un ladro di notte, non andate dietro a cose vane, imparate a guardare in faccia alla morte, solo così capirete quale direzione dare alla vostra vita’. Guardiamo in faccia alla morte, alla morte di P. Daniele, alla morte di Cristo che celebreremo tra qualche settimana nella Pasqua. Non per vivere di paura, ma della ricchezza di vita che anche P. Daniele ha testimoniato. Abbiamo sentito nella lettera di S. Paolo: ‘Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove’. Ci conceda il Signore di abbandonare tutto ciò che in noi sa di vecchio, a cominciare dalle nostre meschinità, dal nostro egoismo, dal fare le cose senza cercarne il senso, per arrivare invece a vivere la giovinezza dell’amore, della donazione, del servizio, in una vita che meriti di essere vissuta. Questa sia la grazia che chiediamo oggi al Signore, pregandolo insieme a P. Daniele.
Guai di oggi
A proposito di 'DICO'
23-02-2007
Il clima pesante e la sofferenza che sto vivendo in questi giorni, sono determinati da almeno tre guai, sui quali mi pare giusto fare una riflessione pacata, e suggerire ai cristiani cosa si può fare.Il primo guaio è il decreto legislativo sulle coppie di fatto. Comunque lo si voglia chiamare è una alternativa o quanto meno una concorrenza alla famiglia. È chiaro che in futuro i giovani che si vogliono mettere insieme, saranno indotti a non arrivare al matrimonio se vi saranno altre possibilità per tutelare in qualche modo se stessi e i figli. È bene precisare che quando si parla di matrimonio, si intende quello civile, cioè quello previsto dalla Costituzione, anche se raggiunto con la celebrazione concordataria; il matrimonio sacramento è fuori discussione, anche se un qualche riflesso dalla cultura che si istaura lo subirà anch esso. Tra i giovani conviventi di oggi, sono tanti quelli che arrivano al matrimonio, perché ci mancava qualcosa o per un cammino che li ha portati a quella libera scelta; domani con un altra proposta saranno più facilmente indotti a scegliere quella meno impegnativa, anche se li tutelerà di meno perché meno stabile. In questo modo si incoraggia l instabilità della coppia, con le conseguenze deleterie che conosciamo soprattutto nei figli. Dice una allegra coppia di conviventi: Ci vogliamo bene, stiamo bene insieme, il matrimonio non aggiungerebbe nulla al nostro amore, solo nostra figlia ogni tanto ci chiede quando ci sposiamo Ovvio, perché i figli sono terrorizzati dal pensiero che i genitori si possano separare. E i figli dei genitori separati sono un bel problema, cui nessuno vuol pensare.Un secondo guaio è dato dal fatto che con questa faccenda si è seminata altra discordia tra i cattolici, che al riguardo sono stati usati come cavallo di Troia. È sintomatico il modo con cui si è arrivati alla proposta legislativa: nella legge finanziaria si scopre un comma truffaldino che attribuisce ai conviventi un diritto proprio dei coniugi; viene ritirato, ma con il ricatto di presentare una proposta entro gennaio, cosa che arriva con una settimana di ritardo, primato unico di tempistica in tutta la storia della Repubblica. È tornato fuori il vecchio sofisma: Io non lo farei, ma perché proibirlo a chi lo vuol fare? Ma perché ciò di cui si tratta ha conseguenze sociali importanti: figli più o meno sbalestrati, litigiosità che gli avvocati già intravedono, instabilità dei vincoli sociali Senza dire la sofferenza che si diffonde tra le persone e le famiglie interessate.Altro argomento: questo è un male minore. Ma la regola del male minore non vuol dire che si può scegliere un male più piccolo (ammazzare una persona è un male più piccolo che ammazzarne due). Quando ci si trova di fronte a due scelte obbligate, entrambe cattive, si può scegliere il male minore; ma qui non c è nessuna scelta obbligata, e comunque una è buona (la famiglia), l altra no.Il terzo guaio è la diffusione di idee distorte e confuse, che sono propagate in questi giorni, con un uditorio sensibilizzato dall attualità dei temi trattati; pensiamo solo alle affermazioni sulla differenza di sesso di cui non si può più parlare, alla competenza della Chiesa in ambito di insegnamento morale, al concetto di diritto naturale. Cosa devono fare i cattolici impegnati in politica è già stato detto nel documento della Congregazione per la dottrina della fede del novembre 2002, e sarà difficile che venga dimenticato. A me pare di poter suggerire ai nostri cristiani di affrontare questi temi con la necessaria ponderazione, senza lasciarsi prendere dalle contrapposizioni degli opposti schieramenti, per non ridurre ad un contrasto politico ciò che è un bene di tutti, che tutti vogliamo difendere, anche se qualcuno può sbagliarsi nella scelta dei mezzi concreti. Non spandiamo veleno, perché poi ce lo ritroveremo. Poi dovremo tutti riprendere la dottrina sociale della Chiesa, per essere ben motivati sugli insegnamenti che sono per il bene di tutti.E infine vorrei chiedere a tutti di pregare per la Chiesa, per il Papa e per i Vescovi in un momento delicato; di pregare per gli uomini impegnati in politica perché siano illuminati a compiere le scelte più opportune per il bene comune; e di pregare in proporzione al tempo che dedichiamo a parlare di queste cose o ad ascoltarle nei dibattiti televisivi. O che non sia il caso di fare la prima cosa invece delle altre. + Claudio Stagni
OMELIA per la GIORNATA della VITA CONSACRATA
Faenza, Chiesa di San Domenico, 2 febbraio 2007
02-02-2007
Nella giornata della vita consacrata desideriamo anzitutto ricordare le sorelle che celebrano ricorrenze giubilari della loro professione religiosa, per unirci a loro nel rendere grazie a Dio che ha accettato la loro consacrazione, ed è stato ancora una volta il Dio fedele, che ha reso fedeli anche le sue serve. E insieme chiediamo al Signore che continui a ricolmarle della sua grazia. C’è una parola, tra quelle che il vangelo ci ha fatto sentire nel racconto della presentazione del Signore al tempio, rivolta alla Vergine Madre, che colpisce per la sua crudezza: ‘E anche a te una spada trafiggerà l’anima’. Non sappiamo che cosa abbia capito la Vergine santa del contenuto di questa profezia che la riguardava. Certamente l’avrà custodita nel cuore, come sapeva fare di fronte ai misteri che mano a mano si presentavano nella vita di suo Figlio, e quando si è trovata sotto la croce la profezia le si sarà manifestata in tutta la sua verità. Del resto sarà proprio Gesù a dire che chi vuol essere suo discepolo deve prendere ogni giorno la propria croce e seguirlo. E’ quello che Maria ha fatto, come modello di chi ha consacrato tutta la vita a Dio. Ha scritto papa Giovanni Paolo II in Vita Consecrata: ‘Nella contemplazione di Cristo crocifisso trovano ispirazione tutte le vocazioni; da essa traggono origine, con il dono fondamentale dello Spirito, tutti i doni e in particolare il dono della vita consacrata’ (n.23). Il papa poi prosegue ricordando che dopo Maria il primo a consacrare la sua vita totalmente a Gesù è stato l’apostolo Giovanni, anch’egli ai piedi della croce con Maria. Tutti coloro che, imitando Maria, si donano a Gesù, ne manifestano la singolare bellezza, che li ha affascinati e conquistati in modo definitivo. Il papa Giovanni Paolo II riporta poi un brano di S. Agostino, molto efficace: ‘Bello è Dio, Verbo presso Dio’ E’ bello in cielo, bello in terra; bello nel seno, bello nella braccia dei genitori, bello nei miracoli, bello nei supplizi; bello nell’invitare alla vita e bello nel non curarsi della morte; bello nell’abbandonare la vita e bello nel riprenderla; bello nella croce, bello nel sepolcro, bello nel cielo” (n.24). Chi vive la sua consacrazione rispecchia la bellezza severa del Figlio di Dio che non scende dalla croce, ma vi rimane fedele per potere poi risorgere. Si tratta ovviamente non di una bellezza estetica, ma dell’armonia che corrisponde al desiderio dell’anima e trova nel Signore Gesù, interamente accolto, la risposta appagante. La sofferenza raggiunge tutti gli uomini di questo mondo. E’ dono di Dio riconoscere in essa qualcosa che avvicina al Salvatore. E chi sa accettare nella sua vita le prove e le sofferenze, completa nella propria carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa. I Santi non hanno cercato di fuggire di fronte alla croce; caso mai hanno cercato degli aiuti che ne potessero alleviare il peso, rifugiandosi nella preghiera e cercando anche la solidarietà della preghiera degli altri. In questo modo anche le prove della vita spingono verso una profonda comunione, piuttosto che separare dalla comunità e dal mondo. Celebriamo questa Giornata della vita consacrata nella chiesa di S. Domenico, per condividere con la famiglia domenicana la gioia della ricorrenza dell’ottavo centenario della prima fondazione domenicana a la Prouille, nella Francia del sud. Fu infatti una comunità di donne convertite dall’eresia catara a dedicarsi alla vita contemplativa, per sostenere con la preghiera i frati predicatori che S. Domenico inviava per combattere quella eresia. E’ un esempio bello di comunione e di unità tra vita contemplativa e vita attiva, che si integrano e si sostengono a vicenda. La vita consacrata, che trova la fecondità della sua donazione dalla croce portata insieme a quella del Signore, diventa preziosa nel mettersi accanto alle fatiche di coloro che non riuscirebbero ad affrontare le prove della vita. Le persone consacrate che sono al cuore della comunità ecclesiale, non sono fuori dal mondo, ma sanno essere vicine a tutti i sofferenti. La loro condizione di consacrati che hanno eletto Cristo come loro sposo fedele, può essere di singolare aiuto alle famiglie in difficoltà. Mi pare giusto avere un pensiero a questo riguardo, in un momento in cui la famiglia è sotto tiro. E più che addentrarci nelle questioni della politica, cerchiamo di fare la nostra parte in aiuto a coloro che cercano di vivere secondo il disegno di Dio, anche se con qualche difficoltà, che per fortuna sono ancora la maggior parte. Abbiamo visto la famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe andare al tempio per la prescrizione della legge, e poi, quando ebbero tutto compiuto, fecero ritorno a Nazaret. Gesù si prepara nel nascondimento di Nazaret alla sua missione, facendo della famiglia il luogo dove si impara la volontà di Dio. E’ grande l’aiuto che la famiglia può ricevere dalla vita consacrata, sia sul piano dell’aiuto assistenziale, educativo e di fede, sia dall’accompagnamento nelle situazioni di emergenza. Conosciamo la validità delle scuole per l’infanzia, l’importanza dell’assistenza agli anziani e ai malati, la preziosità della presenza pastorale in parrocchia. Ma c’è anche la grandezza della testimonianza di una vita spesa gratuitamente per il Signore e per il prossimo, in un mondo che capisce solo il prezzo e il guadagno; c’è l’importanza della preghiera che la gente chiede quando ci sono problemi in famiglia, e si rivolge alle suore di clausura e a tutti i religiosi per chiedere di pregare. Come sarebbe opaca e senza colore la vita cristiana priva di persone consacrate che con la sola presenza sono segno di un altro mondo, senza del quale anche questo ha meno senso. Se è vero che è meglio impostare la vita come se Dio esistesse, come suggerisce Benedetto XVI, la presenza di coloro che con il solo loro abito richiamano Dio diventa salutare per tutti. Per questo ringraziamo il Signore e facciamo festa insieme, e preghiamo che il popolo cristiano consideri sempre il valore della vita consacrata, come risorsa per le nostre famiglie e per tutta la società. Può darsi che vi sia ancora qualcuno che ci considera parassiti o nel migliore dei casi gente inutile, ma è solo perché non sa che alla società costa di più la trasgressione dei comandamenti di Dio che la loro osservanza. Non per niente Gesù ha detto: ‘Chi li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli’ (Mt 5,19). La Santa famiglia che dopo l’offerta del Bambino Gesù al tempio è vissuta nella volontà di Dio a Nazaret, ci aiuti a fare senza pentimenti la nostra offerta e ad esservi fedeli sempre, facendo sì che le nostre comunità riproducano la santità della famiglia di Nazaret, per incoraggiare e sostenere tutte le famiglie
OMELIA per le esquie di don GIORDANO MONDINI
Basilica Cattedrale di Faenza, 30 gennaio 2007
31-01-2007
Con la morte di don Giordano i familiari hanno perso un loro caro fratello e zio; la parrocchia di S. Lucia ha perduto il suo parroco; il Centro diocesano di Pastorale Missionaria il Direttore generoso e appassionato; molti fedeli del Duomo il confessore e la guida spirituale; la nostra Chiesa ha perso un sacerdote contento e instancabile. Tutti sapevamo da tempo del suo male, che egli non nascondeva, ma portava con dignità, pazienza e fede, e con quanta sofferenza interiore solo Dio può saperlo. Negli ultimi giorni qualcuno si era preoccupato perché a differenza del solito ottimismo, vi erano risposte come: potrebbe andare meglio; o addirittura: va male. Il suo andirivieni dagli ospedali ormai non faceva notizia, per cui quando domenica è giunta la notizia della sua morte, insieme al dispiacere c’è stato lo sgomento: ma come, fino a ieri si è visto in giro’ Ha lavorato fino alla fine, ed è andato a riposare in Paradiso. Dopo le tante sofferenze per la cura del suo male, gli è stata risparmiata l’umiliazione dell’inattività e del bisogno di assistenza; e in questo noi vediamo un segno della misericordia di Dio. E ora con l’aiuto della parola di Dio e la grazia dell’Eucaristia, cerchiamo di vedere il mistero della morte di don Giordano alla luce della Risurrezione. ‘Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti’ come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo’. E’ la verità fondamentale della fede cristiana, che don Giordano affermava con entusiasmo: Cristo risorto, la vita eterna, il Paradiso entravano nei suoi discorsi con un realismo che lasciava intendere che ci credeva davvero. Ed ora ne ha avuto il riscontro. Leggiamo nel suo testamento spirituale: ‘Sforzatevi di conoscere e amare Gesù, persona affascinante, nascosta nei Santi Vangeli e nel silenzio del cuore. Io non vedo l’ora di incontrarlo faccia a faccia’. ‘L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte’. Ad una considerazione superficiale, a noi tutti pare che sia stato il male ad averla avuta vinta, perché ha portato don Giordano alla morte. E davvero tutto ciò che era legato al tempo ha cessato di esistere:è rimasto solo il segno di don Giordano, il suo corpo senza vita. Ma il don Giordano vero non è sparito: è vivo in Cristo, cioè esiste ancora, vive in modo misterioso ma vero; come saremo non è stato ancora rivelato, ma Lo vedremo così come Egli è. Domenica abbiamo letto nella liturgia: ‘Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo faccia a faccia’. La morte non è più la fine di tutto, ma diventa la porta attraverso la quale si va alla vita vera, dove non c’è più né pianto, né morte, né sofferenza alcuna. Domenica scorsa, il giorno di Cristo risorto, don Giordano è entrato nella domenica senza tramonto, per essere sempre con il Signore. ‘Perché Dio sia tutto in tutti’. Questo è il compimento della missione del Cristo, ricondurre tutto al Padre, ed è anche la missione del prete: fare in modo che Dio sia riconosciuto al centro della vita degli uomini. Pienamente questo avverrà solo in Cielo; ma su questa terra, questo è il senso del ministero del presbitero: la predicazione, la confessione, la direzione spirituale, i pellegrinaggi in Terra santa, tutta la pastorale missionaria, l’attività della parrocchia dalla Messa della domenica al catechismo dei bambini: aveva come unico scopo che Dio diventasse tutto in tutti. Ha scritto nel testamento: ‘Messa, confessione, predicazione: i miei hobby, che mi hanno procurato tantissime gioie!’ ‘Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli’. Don Giordano ha lavorato fino alla fine, e anche negli ultimi anni quando doveva affrontare le cure non ha mai lasciato nessuna delle sue attività, e non ha mai fatto pesare le sue condizioni di salute per evitare qualche impegno. ‘Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese’: è un richiamo del Signore, ed è un esempio che ci è lasciato. La Messa che stiamo celebrando, insieme all’offerta della vita e della morte di Gesù presenta al Padre la vita e la morte di don Giordano. Domenica egli ha celebrato la sua Eucaristia offrendo se stesso al Padre in modo reale, dopo averlo fatto tante volte spiritualmente. Ha scritto nel testamento: ‘Accetto con gioia la morte, con le sue eventuali sofferenze, come la mia ultima Messa; offerta piccolissima, ma entusiasta alla Santissima Volontà di Dio’: ‘Preziosa agli occhi del Signore è la morte dei suoi fedeli’. Preghiamo perché Dio accolga nella sua pace don Giordano, perdoni tutti i suoi peccati, e gli conceda il premio delle sue fatiche pastorali. La Vergine Maria, madre di misericordia, mostri anche a lui dopo questo esilio Gesù, il frutto benedetto del suo seno.
OMELIA per la MESSA in occasione dell’INCONTRO DEI GIORNALISTI
Faenza, Basilica Cattedrale, lunedì 29 gennaio 2006
29-01-2007
Alla fine del racconto del Vangelo di oggi, Gesù rivolge questo invito all’uomo liberato dal potere del demonio: ‘Va’ nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato’. Nella celebrazione che stiamo facendo ricordando San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, mi pare bello riascoltare questo invito del Signore tenendo presente anche i grandi mezzi della comunicazione. Anzitutto mi piace notare che Gesù rivolge il suo invito ad un uomo liberato. La libertà dal male anzitutto, poi da ogni altra costrizione, è la condizione necessaria perché la notizia possa essere vera. Diversamente è facile servirsi della notizia per veicolare qualche altro messaggio a servizio del padrone di turno. ‘Va’ nella tua casa, dai tuoi’. Siamo nel contesto dell’amore del prossimo: Gesù invita sempre a cominciare dai più vicini, non perché non sia attento ai lontani, ma perché bisogna evitare il rischio dell’evasione; in fondo amare i lontani che non possono dare fastidio, può essere abbastanza facile. ‘Va’ nella tua casa, dai tuoi’ anche perché la buona notizia di ciò che il Signore ha fatto deve favorire la crescita della comunità, la quale a sua volta si allargherà in una testimonianza universale. Da soli non si può fare molto, se non c’è il sostegno di una comunione vera. Infine Gesù invita a dare testimonianza dell’esperienza personale di un dono ricevuto da Dio, di un gesto di misericordia. La conseguenza è la meraviglia che nasce in coloro che apprendono tale notizia, meraviglia che rivela una speranza nuova. Questo è lo scopo vero dell’informare altri di qualche cosa che è avvenuto: far suscitare la speranza che si stia realizzando ciò che attendiamo, o incoraggiare a fare qualche cosa insieme ad altri per realizzare ciò che è bene per tutti, o ancora, nel peggiore dei casi, non spegnere la certezza che almeno alla fine la storia entrerà nel Regno di Dio, nonostante i nostri disastri. S. Francesco di Sales è patrono dei giornalisti perché insegnava la verità del Vangelo attraverso la carta stampata, che diffondeva presso i luoghi pubblici; ma è anche colui che ha insegnato che si può diventare santi in tutte le condizioni di vita, ognuno secondo la propria situazione. Non è fuori luogo pensare che anche i giornalisti possano essere santi, o, se si vuole, con un termine più laico, galantuomini. Nel senso che insieme ad una provata professionalità, deve essere in loro una chiara visione della verità sull’uomo, e la sapienza del linguaggio che sa tener conto dei destinatari. Oggi siamo invitati a pregare perché tutti gli operatori della comunicazione siano sempre più consapevoli della grande responsabilità di cui sono investiti, e sappiano farvi fronte con grande impegno. E preghiamo anche perché venga riconosciuta la dignità del loro compito nella nostra società, in modo che possano operare liberamente e serenamente
