Ringrazio Mons. Vicario Generale per questa messa di ringraziamento in occasione del quindicesimo anniversario della mia ordinazione episcopale, e ringrazio quanti hanno voluto partecipare nella preghiera. La parola di Dio ci ha fatto entrare nel mistero di Dio che chiama. Dio chiama tutti alla vita di figli; poi qualcuno è chiamato a mettersi a servizio del suo popolo nel ministero ordinato, o ad essere un segno del Regno nella vita consacrata; ma deve essere chiaro che tutti dobbiamo percepire la vita come una risposta ad una chiamata. Solo così ci apriremo a considerare la vita come un dono e il servizio come l’uso riconoscente del dono. Abbiamo sentito l’evangelista Giovanni raccontare la chiamata sua e dell’amico Andrea, a diventare apostoli, in seguito ad una indicazione esplicita del Battista a seguire Cristo. C’è sempre qualcuno che fa da tramite perché si possa scoprire il Signore. Anche così si riconosce il dono: qualcuno te lo ha indicato, o la famiglia, o la parrocchia, o un sacerdote, o tutti insieme. Il Battista ha messo sulla strada giusta i due giovani, i quali poi hanno fatto il loro percorso attirati da Cristo. ‘Gesù si voltò e vedendo che lo seguivano disse: Che cercate?’ Il suo intento è forse quello di aiutarli e mettere a fuoco l’obiettivo della loro ricerca. Che fossero in una certa confusione lo si può desumere dal fatto che invece di rispondere fanno un’altra domanda: ‘Maestro, dove abiti? Dove stai?’ che poteva significare: qual è la tua famiglia? Da dove vieni? Chi sei? A quel punto Gesù non dà una risposta, ma fa in modo esplicito il suo invito, come farà poi altre volte in seguito: ‘Venite e vedrete’. Certe cose non si capiscono a parole, ma si possono vedere e condividere, cogliendone il senso vero dall’esperienza. ‘Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui’. Giovanni in realtà usa lo stesso verbo, che significa stare, rimanere: ‘Andarono e videro dove stava e quel giorno stettero presso di Lui’. E si può pensare che, più che in un luogo, videro che Gesù rimaneva nell’amore del Padre. Dirà in seguito Gesù: ‘Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore’ (Gv 15,9s). Quindi quel ‘si fermarono presso di Lui’ ha un significato molto denso, se Andrea ha intuito che si trattava del Messia, tanto che lo andrà a dire a suo fratello Simone. Giovanni scriverà nella sua prima lettera: ‘Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato’ noi lo annunziamo a voi” (1Gv 1,1ss). È bello quando possiamo percepire la nostra vita come una risposta ad una chiamata, quando ci rendiamo conto con quanto amore siamo stati cercati da Dio mediante coloro che ne sono stati il tramite, a cominciare dai nostri genitori, e da coloro che ci hanno dato una educazione cristiana. Ma perché questa percezione avvenga, sono necessarie almeno due condizioni. Anzitutto bisogna riuscire ad ascoltare la voce di Dio che chiama. Oggi, di fronte alle poche vocazioni sacerdotali, è facile pensare che Dio non viene ascoltato quando chiama ad una vita di speciale consacrazione, come il ministero presbiterale; ma dobbiamo pensare che c’è sordità anche quando chiama ad una vita di figli di Dio coerente col Vangelo. E se c’è una relazione tra i due tipi di vocazione, credo che si possa dire che la vocazione alla vita cristiana è il contesto in cui può maturare una disponibilità anche ad un servizio nel popolo di Dio, mediante un ministero ordinato; in altre parole: se ci sono pochi preti, è perché ci sono pochi cristiani. Nel racconto della vocazione di Samuele, lo sentiamo rispondere: ‘Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta’. Oggi bisognerebbe dire: ‘Signore, parla più forte, perché nel frastuono del mondo la tua voce non si sente’. Siamo troppo distratti dalle proposte alternative illusorie ma affascinanti che sono ormai alla portata di tutti. La seconda condizione per renderci conto che la vita è una chiamata, è quella di scoprire che Dio a noi chiede tutto, anima e corpo, ma nello stesso tempo Egli soddisfa ad ogni nostra attesa. E’ possibile che ci spaventiamo all’ipotesi che Dio possa chiedere tutto, ma dobbiamo poi pensare alla gioia che Dio sa dare a chi dona tutto. La gioia di chi incontra Gesù, è una gioia vera, che si vede. San Paolo ci invita a rispettare il nostro corpo, destinato alla risurrezione come quello di Cristo, perché siamo membra di Cristo, cioè della Chiesa, suo corpo mistico. La vita cristiana non è solo un modo di pensare, o una concezione della vita; comporta una realizzazione concreta, fatta di gesti, di fatica, di gioia, di attività che interessano anima e corpo; del resto è attraverso il corpo che ci incontriamo con gli altri e formiamo la comunità. La partecipazione all’Eucaristia comporta una presenza di anima e di corpo, e la comunione sacramentale ha bisogno anche del nostro corpo. Davvero il valore del corpo è grande: ‘Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi?’ Il pensiero cristiano sa che rispettare il corpo vuol dire rispettare la persona in quanto tale. Purtroppo a questo riguardo c’è una grande mistificazione, perché mentre si vuole esaltare la libertà, si finisce per degradare la dignità dell’uomo anche nel suo corpo. Non è vero che ‘il corpo è mio e lo gestisco io’, perché ‘non appartenete a voi stessi; infatti siete stati comprati a caro prezzo’. E il fatto di appartenere a Cristo, è la misura della vera dignità, perché certamente Lui vuole più bene a noi di noi stessi; basterebbe pensare a che cosa ha fatto per amore nostro, morendo e risorgendo per dare a noi la sua vita divina. È per quello che in una occasione come questa, la cosa più importante è proprio la gratitudine per essere stati chiamati. Da parte mia ringrazio il Signore perché mi ha fatto cristiano, mi ha chiamato ad essere sacerdote e vescovo, e mi ha posto in questa santa Chiesa di Faenza-Modigliana. È chiaro che ogni tappa della vita è anche una occasione per fare dei bilanci ed esprimere delle valutazioni su ciò che si è fatto. A questo riguardo però è meglio affidarsi completamente alla misericordia di Dio, sia nel caso che il nostro cuore ci rimproveri qualche cosa (e qui è bene ricordare che Dio è più grande del nostro cuore), sia che qualcuno abbia qualcosa di cui rallegrarsi. C’è una frase di San Paolo poco prima del brano della seconda lettura di oggi, che dice: ‘Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, quanto si richiede negli amministratori è che ognuno risulti fedele’. E fin qui è un invito sul quale fa sempre bene fare l’esame di coscienza. Ma l’osservazione che più interessa viene dopo: ‘A me però, poco importa di venire giudicato da voi o da un consesso umano; anzi, io neppure giudico me stesso, perché anche se non sono consapevole di colpa alcuna non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore’. Per cui anch’io mi affido volentieri alla misericordia di Dio non solo per le mancanze, che ci sono e non sono poche, ma anche perché se qualcuno trova qualcosa di buono, non tocca a lui giudicare: mio giudice è il Signore. È giusto quindi ringraziare per tutti i benefici ricevuti, ed è bene invocare la misericordia del Signore che ci accompagni ogni giorno della vita, fino a quando ritorneremo nella braccia del Padre con tutti coloro che ci hanno già preceduto.
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OMELIA per il XV di ORDINAZIONE EPISCOPALE
Omelia, messaggi e interventi (anno 2004)
29-05-2005
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In allegato è possibile scaricare la raccolta dei testi, degli interventi, dei messaggi e delle omelie tenute da mons. Claudio Stagni nel 2004.
In ultima pagina dell’allegato è possibile consultare l’indice per anno.
Non abbiate paura di Cristo
Saluto alla Città e Diocesi in occasione dell'ingresso
30-05-2004
‘Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo’.
Con questo saluto dell’Apostolo vengo a voi, fratelli di Faenza-Modigliana; con questo saluto rispondo a quello che mi hanno rivolto Mons. Vicario Generale e il Signor Sindaco di Faenza, che ringrazio per quanto hanno voluto esprimere a nome dei fedeli e del popolo di Faenza-Modigliana, fin da questo primo incontro.
E’ significativo per il Vescovo essere accolto nella Piazza del popolo, dove tutti siete stati convocati per il solo fatto di essere cittadini di questa terra, perché tutti insieme, nella varietà delle generazioni, delle provenienze e delle culture formate un solo popolo. A servizio di questo popolo, che ho amato pur senza conoscerlo appena ho saputo di essere stato qui inviato, intendo spendere gli anni del mio ministero episcopale.
Mi è caro fin da questo momento ricordare con affetto Sua Ecc.za Mons. Italo Castellani, che saluto di tutto cuore e ringrazio per quanto ha fatto per Faenza-Modigliana negli anni della sua presenza in mezzo a voi; e so che gli avete voluto bene.
Nel saluto del Signor Sindaco di Faenza, e dalla presenza di tanti sindaci, ho percepito il segno di una accoglienza cordiale da parte di tutte le amministrazioni locali del territorio, da Marradi ad Alfonsine; ringrazio tutte le autorità che hanno voluto essere presenti, e porgo loro il mio saluto sincero, in attesa di altre occasioni d’incontro per collaborare per il bene della nostra gente.
‘La Chiesa, perseguendo il suo proprio fine di salvezza, dice il Concilio, non solo comunica la vita divina, ma in qualche modo diffonde su tutto il mondo la sua luce, soprattutto perché eleva la dignità della persona umana’ La Chiesa con i singoli suoi membri e con tutta intera la sua comunità, è convinta di poter contribuire molto a rendere più umana la famiglia degli uomini e la sua storia’ (G.S. 40).
Il nostro mondo, minacciato a tutti i livelli di imbarbarimento, ha bisogno che tutti coloro che hanno qualche responsabilità nella vita associata, nel campo educativo, nella difesa dei diritti dei più deboli, nell’operare la giustizia e la pace facciano la loro parte. La Chiesa non si tira indietro; e ritiene di fare la propria parte non sostituendosi a compiti di altri, ma perseguendo il proprio fine di salvezza, nell’annuncio del Vangelo e nella costruzione della comunità dei figli di Dio.
Con questo siamo certi di essere accanto ai problemi veri della gente, perché, come dice ancora il Concilio, ‘le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore’ (G.S. 1).
Gli uomini del nostro tempo hanno voluto provare a vivere come se Dio non esistesse; ma lontani da Dio non andremo lontano. Ce ne siamo accorti già nel consumo sregolato delle fonti di energia, contro il quale la natura si ribella; ce ne stiamo accorgendo nell’economia, dove se non si rispettano i comandamenti di Dio ci rimettono tutti; in ambito scientifico viene ormai riconosciuta la necessità di rispettare l’origine della vita almeno nel regno vegetale, anche se non si capisce la disinvoltura con cui si vorrebbe manipolare l’origine della vita umana; ce ne stiamo accorgendo, anche se qualcuno fa fatica ad ammetterlo, nel disfacimento della famiglia umana, con i danni provocati sui figli e con prospettive difficili anche per la pace sociale.
La Chiesa, esperta di umanità, e illuminata dalla fede, intende dare il proprio contributo per il bene di tutti gli uomini, perché ognuno possa sperare senza inganni, possa costruire una società più rispettosa di ogni singola persona, a cominciare dai più piccoli e indifesi, possa operare per una pace non velleitaria ma costruita sulla giustizia, la verità, l’amore e la libertà.
L’esperienza delle opere sociali promosse in modo generoso ed esemplare anche dai cristiani di questa terra, non è stato certo un espediente per farsi perdonare l’annuncio del Vangelo e la formazione cristiana dei ragazzi; è stata invece la risposta di uomini e di donne credenti in Cristo vincitore del peccato e della morte, che hanno sentito il bisogno di testimoniare con i fatti la loro fede e la loro speranza.
Con questo si vuol dire che è possibile diventare nuove creature: non vogliamo rassegnarci all’uomo che con la sua malvagità fa arrossire le belve; e nemmeno vogliamo fermarci a rimpiangere il passato. Caso mai il passato ci dice che ciò che è stato possibile allora è possibile anche adesso.
Ma non si deve pensare che la Chiesa possa promuovere opere sociali, educative e rieducative, o animare la carità volontaria, l’assistenza sociale e sanitaria, o costruire le case di accoglienza per gli anziani o per gli handicappati se viene meno il suo rapporto con il Signore Gesù nell’Eucaristia e nella preghiera. Non durerebbero un giorno in più tutte le opere caritative e sociali della Chiesa se ci mancasse la Messa, o venisse meno la preghiera delle Suore di Clausura e degli stessi cristiani; tutto questo è per noi come l’aria che respiriamo.
Non abbiate paura di Cristo, ci dice il Papa Giovanni Paolo II; non abbiate paura della Chiesa; non abbiate paura nemmeno dei cristiani, che pur con tutti i loro limiti, vogliono anch’essi operare per il bene di tutto l’uomo e di ogni uomo.
Questa è una terra che ha un glorioso passato, e oggi non vuole essere da meno di fronte alle sfide che l’attendono, perché vuole consegnare alle generazioni future le ragioni per vivere e sperare.
Il Vescovo che inizia oggi il suo cammino in questa Chiesa vuole continuare con essa un impegno che viene da lontano, che porta l’impronta dei Pastori, delle associazioni laicali, di religiosi e religiose che hanno operato per il bene di tutto il popolo di Faenza-Modigliana. Vogliamo insieme mantenere la dovuta attenzione alle vicende del mondo intero, ai problemi dei paesi in difficoltà, verso i quali si è già orientato l’impegno missionario di questa Chiesa, che ha inviato nel mondo i suoi figli che hanno saputo essere evangelizzatori, testimoni della carità e martiri.
La Chiesa desidera collaborare con tutti gli uomini di buona volontà anzitutto nella condivisione dei principi fondamentali della nostra civiltà, senza dei quali non è possibile vivere in pace nella diversità delle culture. Di cose da fare ce ne sono tante e ce ne saranno sempre; oggi è più importante però sapere come e perché, per fare i passi giusti nella direzione giusta, perché a tutti noi è chiesto di far incontrare agli uomini di oggi e di domani la più grande speranza.
Omelia di inizio ministero pastorale
Il testo dell'omelia di Pentecoste, nel giorno dell'ingresso in Diocesi
30-05-2004
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Abbiamo pregato all’inizio di questa santa liturgia: ‘O Padre che nel mistero della Pentecoste santifichi la tua Chiesa in ogni popolo e nazione”. Quindi nel mistero della Pentecoste il Padre santifica anche il popolo che oggi vive nella terra di Romagna e in questa diocesi di Faenza-Modigliana, e predispone ciò che è necessario alla santificazione e alla salvezza di tutti. Oggi in particolare questa Chiesa fa esperienza della fedeltà di Dio verso di lei, nella continuità della successione apostolica. Lo Spirito Santo attraverso il ministero del Papa ha inviato il vescovo, successore degli apostoli, alla Chiesa di Faenza-Modigliana: anche questo è un segno visibile dell’amore del Padre.
