Il racconto del Vangelo nella solennità della Madre di Dio si compone di due piccoli quadretti: i pastori che trovano il Bambino nella mangiatoia, come era stato detto loro dagli Angeli; e otto giorni dopo la circoncisione di Gesù con l’imposizione del nome. Nella festa di oggi la liturgia celebra la maternità divina di Maria, una prerogativa che Maria riceve da suo Figlio. Normalmente sono i figli a ricevere dignità dai loro genitori; in questo caso è Gesù, il Figlio dell’Altissimo, ad arricchire la madre con la sua dignità divina. Maria, che era stata concepita immacolata in previsione della redenzione operata da Cristo, avendo generato secondo la carne il Figlio di Dio diventa a giusta ragione Madre di Dio. I pastori vedono un bambino come tanti altri; eppure era lui il Salvatore, come il suo stesso nome stava ad indicare. Ed era nostro salvatore fin dalla sua nascita, sia perché assumendo la nostra natura ‘si è in un certo modo unito a tutto il genere umano’, sia perché ci ha fatto conoscere che la strada per salvare il mondo non è la forza, ma la debolezza, che troverà poi la sua realizzazione più vera nella croce. Nel messaggio per la giornata della pace di quest’anno il Papa richiama uno dei grandi principi della dottrina sociale della Chiesa, cioè il valore della persona umana. Se un tempo anche un laico poteva condividere il fatto che la persona umana non può essere mai un mezzo, ma è sempre un fine, oggi si rende necessario precisarlo. Papa Benedetto XVI ricorda un insegnamento di Giovanni Paolo II: ‘Noi non viviamo in un mondo irrazionale o privo di senso’ vi è una logica morale che illumina l’esistenza umana e rende possibile il dialogo tra gli uomini e tra i popoli’. E Giovanni Paolo II chiama ‘grammatica della pace’ l’insieme delle regole dell’agire individuale e del rapporto tra le persone e i popoli. Del resto corrisponde ad un vero riconoscimento della dignità dell’uomo sapere che tutto ciò che gli serve per vivere in pace tra i suoi simili è già compreso nella natura stessa dell’uomo; per il fatto stesso che un uomo viene concepito ha un insieme di diritti e di doveri che lo rendono uguale a tutti gli altri uomini, e lo mettono in una posizione particolare in mezzo al creato. Tali diritti e tali doveri non vengono dati dall’esterno, ma appartengono alla natura stessa dell’uomo, e debbono essere riconosciuti da tutti. Il Papa mette in risalto soprattutto il diritto alla vita e alla libertà. Anche questa volta viene fatto notare che ogni attentato alla vita è un attentato alla pace, e non si può difendere l’una senza difendere l’altra. E’ davvero avvilente dover constatare che chi difende la vita dal suo primo concepimento fino al suo tramonto naturale viene fatto passare per colpevole e gli si vorrebbe proibire di parlare, mentre i propagatori di una strisciante cultura di morte passano per difensori dei diritti umani. Questo è un esempio di che cosa vuol dire chiamare bene il male e male il bene. Per quanto riguarda la libertà, il Papa ricorda che la libertà religiosa è l’indicatore più sensibile che rivela il rispetto o la mancanza della libertà. E purtroppo in molti paesi non c’è il rispetto per la libera espressione della propria fede. Ci sono vari modi per ostacolarla: si va da una vera e propria persecuzione ad un ‘sistematico dileggio culturale nei confronti delle credenze religiose’. Il Papa aggiunge: ‘Il riconoscimento e il rispetto della legge naturale costituiscono anche oggi la grande base per il dialogo tra i credenti delle diverse religioni e tra i credenti e gli stessi non credenti. E’ questo un grande punto di incontro e, quindi, un fondamentale presupposto per un’autentica pace’. La pace come esito del rispetto della legge naturale, riflette anche l’armonia del creato. Vi è infatti un legame diretto tra legge morale naturale, rispetto della natura intesa come mondo creato da Dio, e la pacifica convivenza tra gli uomini. Il nesso diventa più evidente quando questa armonia viene meno. Pensiamo cosa comporta uno sfruttamento senza regole delle risorse energetiche naturali, sia come danno ambientale e impoverimento scandaloso di alcune popolazioni, sia come pericolo per la pace da parte di chi si vede escluso dalle necessarie fonti di energia. “Accanto all’ecologia della natura c’è dunque, dice il Papa, un’ecologia che potremmo dire umana, la quale a sua volta richiede un’ecologia sociale. E ciò comporta che l’umanità, se ha a cuore la pace, debba tenere sempre più presenti le connessioni esistenti tra l’ecologia naturale, ossia il rispetto della natura, e l’ecologia umana’. Non si tratta di un gioco di parole, ma di una riflessione che vuole smascherare la pericolosità di una insistenza ideologica, come avviene oggi, sulla difesa dell’ambiente e degli animali, senza arrivare coerentemente a difendere anche l’animale-uomo (almeno a livello dei cani e della foca monaca) e l’ambiente sociale. Una vera ecologia della pace deve tenere presente il rispetto di tutta la creazione, secondo il progetto che emerge da una considerazione della realtà naturale fatta senza condizionamenti ideologici o culturali, o interessi politici ed economici. La pace infatti è a rischio anche a causa della indifferenza verso la vera natura dell’uomo. Per alcuni contemporanei infatti non esisterebbe una specifica natura umana, ma tutti saremmo omologati sull’unica natura animale (contenti loro, verrebbe da dire’). Ma una debole concezione della persona, rende debole anche la difesa dei suoi diritti, con conseguente passaggio alla oppressione e alla violenza verso gli umani. La solennità della Madre di Dio non ci sottrae all’interesse fattivo per la pace fra gli uomini. E’ vero che il figlio della Vergine, il Salvatore del mondo non è venuto solo per regolare la nostra situazione temporale, ma per donarci una dignità nuova, quella di figli di Dio secondo la natura divina della quale ci ha fatto partecipi. Ma questo non nasconde la dignità della natura umana; anzi, proprio perché l’uomo è destinato alla vita eterna deve riscuotere rispetto e onore anche in tutto ciò che è legato al tempo. E la pace è anche l’insieme di tutti i beni che l’uomo cerca per sé e per tutti, perché nella pace si possa attendere al bene e alla vita di fratelli, figli tutti dell’unico Padre che è nei cieli.
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OMELIA per la GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 2007
OMELIA di NATALE (sintesi)
25-12-2006
‘Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio’. Non è stato solo per continuare a proporre il messaggio e l’insegnamento che i profeti avevano a lungo trasmesso in nome di Dio, che il Figlio di Dio si è fatto uomo. Si è trattato di un evento con un significato e un valore molto ampio, di un fatto che ha cambiato il rapporto tra Dio e l’umanità. Gesù è venuto non solo per parlare, ma per salvare e redimere tutto di noi. San Giovanni nel Vangelo, quando ha affermato che il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi, ha usato dei termini che il Papa Benedetto XVI sta riproponendo nel suo magistero, perché sono pieni di significato: O logos sarcs egheneto. Dove il termine logos non significa solo ‘parola’, come ha tradotto la Bibbia in italiano, ma anche pensiero, ragione, volontà, sentimento, amore; in poche parole tutto ciò che nel Figlio è oggetto dell’amore del Padre, e tutto ciò che il Padre riceve nel suo rapporto col Figlio. Tutto questo ha preso corpo, è entrato nel tempo, è stato portato in mezzo a noi nel Verbo incarnato. Dicevano gli Scolastici riguardo a Cristo: quod assumpsit redemit. Ha redento, salvato, purificato tutto ciò che ha preso su di sé, vivendo come uomo; pensiamo al lavoro, alla famiglia, all’amicizia, al corpo, alla sofferenza, alla morte’ tutto ciò che Gesù ha fatto nella sua vita è stato santificato, liberato dal male, ed è una cosa buona. In particolare Gesù, l’uomo-Dio, ha purificato ciò che dell’uomo è più tipico, più proprio, cioè l’intelligenza, la ragione, la volontà, e l’ha salvata dall’ignoranza e dall’errore attraverso la rivelazione. Gesù ha esaltato la ragione umana perché anche lui ne ha fatto uso, ragionando e discutendo con i farisei, argomentando secondo l’uso del tempo. Ma Gesù ci ha trasmesso il pensiero di Dio, parlandoci di noi stessi e del Padre che è nei cieli, e informandoci sulle cose più importanti che ci riguardano. E questo pensiero continua ad essere presente nella Chiesa, che lo manifesta in tutti i tempi per il bene di tutti. Rivelandoci il pensiero di Dio, Gesù non intende mortificare la ragione umana, ma vuole solo difenderla dal rischio dell’inganno e della menzogna. In un tempo in cui l’uomo è portato a rassegnarsi ad una cultura di morte, in cui non sa più come affrontare la devianza nei ragazzi e nei giovani, in cui si arriva a chiamare bene il male per non stare a discutere, abbiamo bisogno della luce di Dio per un retto uso della ragione. Poi, è chiaro, che Gesù non ha fatto solo questo: ci ha lasciato la sua Parola, la Chiesa e i Sacramenti; ma tutto ha fatto non sostituendo o cancellando l’opera del Creatore, ma perfezionando e arricchendo con la sua grazia. Un dono del Natale dovrebbe essere quello di indurci a pensare, a riflettere, a trovare un po’ di tempo da dedicare al silenzio per meditare sulle cose grandi di questi giorni. Se Dio ci ha amati fini a dare suo Figlio per noi, è segno che fa tutto per il nostro bene. Non dobbiamo avere paura di quel Bambino che oggi è nato, perché non viene a noi con forza e prepotenza, ma nella fragilità della sua piccolezza. E anche in questo modo ci è di esempio. Dio non aggredisce nemmeno i suoi avversari. I vari Erode che Gesù ha incontrato nella sua vita non li ha affrontati con la violenza. E anche ora nelle persecuzioni ancora tanto diffuse i cristiani sono sempre tra le vittime, non tra i carnefici. Questa è la forza imparata dal Crocifisso, che smonta ogni violenza qualsiasi origine abbia, politica, ideologica, culturale e anche religiosa. La ragione umana, facoltà che distingue l’uomo da ogni altra creatura sulla terra, è la via attraverso la quale si costruisce l’incontro e il dialogo, per una intesa pacifica tra gli uomini e tra i popoli. Una insidia pericolosa è data dal fondamentalismo e dall’irrazionalità, che finiscono per mortificare l’uso della vera ragione umana. La rivelazione cristiana non entra in contraddizione con la ragione, ma la illumina e la protegge dall’ignoranza e dall’errore. Un argomento di ragione non deve essere respinto, come oggi spesso avviene, perché chi lo presenta è anche una persona credente. Se per un verso non si deve fare appello alla rivelazione in un dialogo fra uomini di culture diverse, per altro verso non deve nemmeno essere un impedimento preconcetto avere a sostegno delle proprie convinzioni anche dei motivi di fede oltre a quelli di ragione. Il Verbo di Dio, il Logos, si è fatto carne non per mortificare l’uomo, ma per esaltarne la dignità di figlio di Dio e per far conoscere che Dio è Padre e amico vero di ogni uomo.
OMELIA per l’ORDINAZIONE dei DIACONI PERMANENTI
Faenza, Basilica Cattedrale 28 ottobre 2006
28-10-2006
Il racconto della guarigione del cieco di Gerico, più che un miracolo è una parabola del cammino di fede di un discepolo del Signore. Il cammino di fede nasce dall’ascolto, diviene invocazione e preghiera; c’è poi l’accoglimento di una chiamata, l’incontro personale con Gesù e infine la sequela. Questo cammino è proposto all’uomo che si trova nella sua condizione di miseria e cecità di fronte a Dio, il quale però ha già progettato la sua salvezza. Geremia profeta ci ha descritto la visione della nuova condizione in cui si verranno a trovare il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente; erano partiti nel pianto, Dio li ha ricondotti tra le consolazioni. La presenza di Gesù il Salvatore realizza ciò che il profeta ha previsto: Il Signore ha salvato il suo popolo, un resto di Israele. Nel percorso che anche il cieco Bartimeo compie, si inserisce decisiva l’azione della gente, di chi lo vuol far tacere nella sua invocazione, e di chi lo incoraggia. C’è sempre qualcuno che vuol risolvere il desiderio di verità, il bisogno di luce, la ricerca dell’infinito che è in ognuno di noi soffocando ogni anelito, mettendo a tacere tutto, rispondendo con surrogati. C’è un momento in cui l’uomo, anche quello più disgraziato, rientra in se stesso e sente il bisogno di aggrapparsi a qualcuno che gli passa accanto. A volte è Dio stesso che ci visita con la sua presenza che può essere una gioia o una croce; la voce della coscienza che ci chiama dall’interno, oppure una parola che è pronunciata anche per noi. Dio ci passa accanto, e non è mai per caso. Ma per soffocare la voce di Dio che passa sono tanti che si danno da fare: si cerca di non far sentire la sua voce aumentando il frastuono, o di risolvere la situazione nello stordimento impedendo di pensare. ‘Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me’. Per passare dall’invocazione all’accoglienza della chiamata di Gesù occorre l’aiuto della comunità. ‘E chiamarono il cieco dicendogli: Coraggio! Alzati, ti chiama!’ La comunità rende più percepibile la chiamata di Dio e incoraggia nella risposta. E’ a questo punto che mi pare si possa collocare anche il ministero del diacono. Il servizio del diacono nella Chiesa si pone accanto a chi è povero e solo, per fare arrivare l’aiuto della comunità, come segno dell’amore del Padre. Il diacono sa che non sarà mai lui colui che potrà risolvere i problemi della gente, ma avrà sempre l’umiltà di aiutare a trovare la strada per arrivare a chi può rispondere. A volte si tratterà di coinvolgere nei modi dovuti le risorse della comunità cristiana, oppure di arrivare anche alle strutture della società civile; altre volte si dovrà accompagnare il fratello a scoprire l’amore del Signore in un incontro personale con Lui. Mettersi in mezzo tra le necessità dell’uomo e la salvezza di Dio è il servizio che Cristo ha fatto, e che ha trasmesso alla Chiesa, e che nella Chiesa è affidato in particolare ad alcuni ministeri, perché non venga mai meno la sua realizzazione efficace. Mettersi accanto ad un fratello, vuol dire essere disposti a fare il cammino con lui; solo così si può aiutare in modo credibile e trovare nello stesso ministero l’occasione di santificazione personale. Il servizio del diacono va quindi vissuto incominciando dall’ascolto di Dio che passa, e si manifesta nella sua Parola e anche nel più piccolo dei fratelli. Siamo tutti ciechi bisognosi di luce per riconoscere nelle persone e negli eventi la presenza di Dio. Quando il diacono legge il Vangelo, lo legge anzitutto per sé e poi per tutti. Dall’ascolto si arriva alla preghiera, all’invocazione di aiuto. La preghiera che il diacono è chiamato a fare soprattutto con la liturgia delle ore, in qualche caso sarà l’unica risposta efficace che si può dare, e allora non ci si dovrà rammaricare di non aver potuto fare altro. A volte Dio ci fa incontrare qualche situazione impossibile per stimolare la nostra preghiera, per ricordarci che è Lui che salva l’uomo, per farci capire che quando abbiamo fatto tutto ciò che ci è chiesto dobbiamo dire: siamo servi inutili, perché senza di Lui non possiamo fare nulla. Dalla preghiera viene anche la forza per rispondere alla chiamate di Gesù giorno per giorno, nella fedeltà alla chiamata alla vita cristiana e al ministero nella Chiesa. E’ necessario infatti ogni giorno ripetere al Signore la nostra disponibilità, per i fratelli che incontreremo. Per rispondere a Gesù sarà necessario anche lasciare le nostre povere sicurezze, come ha fatto Bartimeo con il suo mantello. Per il povero il mantello è tutto quello che ha per proteggersi dal freddo e dalla pioggia. Eppure viene lasciato, perché ormai non serve più quando c’è Gesù. Lui avrà una salvezza più ampia, che va alla radice del nostro male, e ci darà la luce della fede per vedere. Quando si lascia qualcosa di nostro per il Signore, si riceve cento volte tanto. La libertà dalle cose e la fede ci faciliteranno l’incontro con Gesù stesso, in modo personale, vivo e soddisfacente. Seguire Lui infatti significa realizzare la propria vocazione personale, nel progetto che Dio ha per ciascuno. Per fare un servizio nella Chiesa molte volte non è necessario fare cose diverse da quelle che siamo chiamati a fare per essere cristiani, cioè per seguire la via della nostra santificazione richiesta dal Battesimo; già quello serve alla comunità, ai fratelli di fede e a coloro che cercano Dio. Quando c’è una collocazione in un ministero, in particolare in un ministero ordinato come il diaconato, questo è per coloro per i quali è stato preparato. ‘Nessuno può attribuirsi questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne’ potremmo dire in analogia a quanto è detto nella lettera agli Ebrei per il sommo sacerdote. Anche il diacono, ‘è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anch’egli rivestito di debolezza’, anche se sarà poi il sacerdote ad offrire per tutti sacrifici per i peccati. Il ministero del diacono porta l’amore di Dio anche fuori della comunità cristiana, in una testimonianza di carità che non fa preferenze di persone, e allarga i confini della Chiesa secondo la misura infinita dell’amore. Ringraziamo allora il Signore che ci dona fratelli disponibili per il ministero del diaconato, e ringraziamo anche quanti rispondono alla chiamata, affinché nella nostra Chiesa non venga mai meno lo spirito di servizio, per portare a tutti l’amore di Cristo, speranza del mondo.
OMELIA per la CONSEGNA DEL CREDO ai CRESIMATI
Roma, Basilica di Santa Maria in Traspontina, 6 ottobre 2006
06-10-2006
Che cosa è accaduto nel giorno della Pentecoste? Lo Spirito Santo si è manifestato nella venuta sugli Apostoli con due eventi: le lingue di fuoco e la comprensione da parte di tanti stranieri delle meraviglie di Dio annunciate in un unico linguaggio. Lo stesso Spirito viene partecipato a tutti, e in tutti accende lo stesso fuoco che illumina e riscalda; e nello stesso tempo lo Spirito ricostruisce l’unità dei diversi popoli attorno alle grandi opere di Dio, che ci ha amato fino a mandarci suo Figlio. Voi nella Cresima avete ricevuto lo Spirito Santo, come gli Apostoli; in voi è stato acceso un fuoco che non deve spegnersi mai; avete in voi la possibilità di vivere da figli di Dio e di testimoniare le opere che Dio ha operato in voi. Lo Spirito di Dio agirà in voi, se voi saprete collaborare con lui mediante la vostra fede. Con la consegna del Credo, che oggi vi viene fatta in Roma, accanto alla tomba dell’apostolo Pietro voi iniziate il vostro cammino per arrivare ad una professione pubblica della fede. Dovrete essere in grado di sostenere la vostra fede di fronte agli altri, nella comunità cristiana e nel mondo. A Roma vengono persone da ogni parte del mondo, figli tutti della Chiesa di Cristo; qui fate l’esperienza della universalità della Chiesa. Nel Vangelo abbiamo sentito cosa ha risposto Pietro, quando Gesù ha chiesto: voi, chi dite che io sia? La risposta di Pietro non era solo una frase teologicamente esatta, ma era anche la ragione per cui seguiva Cristo, il Messia; lui stava già con Gesù da tempo, lo ascoltava e faceva quello che gli veniva chiesto; Gesù lo aveva già conosciuto, al punto di metterlo a capo della Chiesa. Poi Gesù continuerà la catechesi sulla sua vera identità, che andava precisata. Ma qui ci preme più quanto Gesù dice a Pietro sulla professione di fede: ‘Né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli’. La fede è un dono dell’amore di Dio Padre; è un grande dono che va custodito, approfondito con la conoscenza delle verità di fede, e rafforzato con la testimonianza. Giovanni Paolo II ha detto: ‘La fede si rafforza donandola’, in un impegno missionario, in una vita esemplare, nella consuetudine con il Signore Gesù mediante l’ascolto della sua Parola, la preghiera e i sacramenti. Tutto questo trova consistenza nella gioia dell’appartenenza a Cristo, mediante la Chiesa e il gruppo di amici con i quali si vive nella parrocchia. Quindi l’impegno che oggi voi assumete, è anche molto concreto perché comprende la fedeltà al vostro gruppo e alla vostra parrocchia; chiedete di essere aiutati a vivere da cristiani nella Chiesa e per il mondo. Dalla risposta che voi saprete dare al Signore in questi anni, dipenderà la risposta che darete a Lui quando vi chiamerà a realizzare il progetto che Egli ha su di voi. E se saprete assecondarlo, avrete messo il fondamento per la vostra gioia. Dio vi conceda di scoprire il suo disegno su di voi, e di collaborare a realizzarlo nella libertà a cui Cristo vi ha liberati
OMELIA per la DEDICAZIONE della CHIESA di SAN SEVERO
San Severo di Cotignola, 17 settembre 2006
17-09-2006
‘Oggi la salvezza è entrata in questa casa’. L’iniziativa di Dio non cessa mai di stupire, perché non solo ha mandato suo Figlio nel mondo per salvarlo, ma lo fa entrare nella casa di Zaccheo per un incontro personale con lui; e vuole moltiplicare le case dove si possano trovare le condizioni necessarie perchè si ripete l’incontro personale dell’uomo con Dio. Per la verità Dio non ha bisogno di un luogo particolare per incontrarci; ma siamo noi che ne abbiamo bisogno, che siamo condizionati anche dal luogo; così come senza una casa non si può avere una famiglia, senza una chiesa non si può avere una comunità cristiana. Anche questa chiesa parrocchiale di San Severo è una casa, nella quale entrano gli uomini per incontrare Dio; e qui Dio si fa incontrare nell’Eucaristia che viene celebrata, nella sua parola che viene proclamata, nella persona del ministro, sacramento di Cristo, capo e pastore della comunità, nella stessa comunità riunita in assemblea nel suo nome. Dio vuole incontrarci in questa casa per salvare ciò che era perduto, darci il perdono dei nostri peccati, ascoltare le nostre preghiere, darci la speranza della vita risorta. Perché si consacrano le chiese? Questa chiesa non era già santificata dalla presenza dei santi misteri che qui da sempre vengono celebrati? In passato la consacrazione della chiesa era un fatto raro, anche per la lunghezza del rito che era previsto. Si preferiva la semplice benedizione, con la quale si apriva la chiesa al culto e vi si poteva celebrare la Messa. Il rito della consacrazione o dedicazione della chiesa è un gesto attraverso il quale si intende destinare in modo definitivo questo luogo al Signore; mediante la dedicazione questo luogo diventa segno del mistero della Chiesa. Possiamo dire di questo luogo di pietra, ciò che si dice della Chiesa di Cristo, sacramento di salvezza per tutti gli uomini. Ecco allora il significato della chiesa consacrata. Da questa celebrazione e da quest’oggi la vostra comunità parrocchiale ha finalmente il segno vero di ciò che è nella realtà. Voi siete ‘pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo’. La comunione che unisce una comunità cristiana non è solo un fatto morale, costituito dalla buona volontà di tutti a stare insieme, a non litigare, a collaborare; è molto di più: è una unità profonda, opera dello Spirito Santo, alimentata dalla preghiera e dall’Eucaristia; è una comunione che appartiene al tempo ed è legata a tutti coloro che da sempre e dappertutto hanno creduto in Cristo; ma è anche una comunione che è unita con tutti i Santi che sono nell’eternità, fra i quali noi oggi sentiamo presente in particolare San Severo vescovo, patrono di questa parrocchia. Tutto questo mistero di comunione con Cristo, con i Santi e con coloro che ci hanno preceduto è rappresentato da questo luogo di pietra; ciò che avviene qui dentro fa crescere la fede, alimenta la speranza, rafforza la carità; queste pareti, le immagini che le ornano parlano della Madonna e dei Santi, ma anche di coloro che hanno vissuto in questo territorio e sono passati nell’eternità. Qui si ricordano anche i nostri morti, che una volta erano sepolti accanto alla chiesa, perché continuavano ad essere anch’essi pietre vive in Cristo risorto. Dalla comunione nello Spirito Santo, significata dall’insieme delle pietre unite di questa chiesa, dovrà crescere la costruzione fatta di pietre vive, cioè di cristiani credenti in Cristo Gesù; e dalla grazia che qui verrà donata a tutti i credenti, crescerà un popolo che dovrà proclamare le opere meravigliose di Dio con una vita santa, e che sappia portare fuori dal tempio le realtà grandi e belle che ha incontrato qui dentro. In questa data, nell’anniversario della dedicazione della chiesa, ogni anno voi farete la festa della vostra comunità cristiana, che in questo giorno è stata tutta dedicata a Dio, rinnovando la consacrazione già avvenuta per ognuno personalmente nel Battesimo. La presenza della chiesa in un territorio e il segno verticale del campanile in mezzo alle case degli uomini stanno ad indicare un fatto e una speranza: il fatto è Cristo che ha portato la sua opera di salvezza fino in questa terra, e vi ha iniziato a costruire il suo Regno con l’opera dei suoi discepoli; la speranza è che tutti possiamo ritrovarci nella casa del Padre, di cui questa casa di Dio è profezia e aiuto per arrivarci. Il Papa Benedetto XVI continua a dirci che l’assenza di Dio per il nostro mondo è una povertà pericolosa. L’arrivo tra di noi di altre culture e di altre religioni dà risalto al materialismo pratico in cui viviamo. ‘La vera minaccia per la loro identità non la vedono nella fede cristiana, ma invece nel disprezzo di Dio e nel cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto della libertà ed eleva l’utilità a supremo criterio morale per i futuri successi della ricerca’ (Monaco, 10/09/06). Custodire la chiesa, mantenerla e abbellirla, volergli bene e usarla per quello che è il suo scopo, non è un servizio solo ai cristiani, a ma tutti gli uomini. Quanto più sarà presente il senso di Dio, quanto più cresceremo come figli suoi e fratelli tra di noi, quanto più avremo presente che siamo in cammino verso un mondo più bello che deve venire nell’eternità, tanto più daremo senso alla nostra vita. Il cristiano è un uomo che vive in pienezza. Qualche anno fa si trovava scritto sui muri delle chiese: Meno chiese e più case. Si potranno anche fare più case, ma non si fa più famiglia, senza la chiesa o prescindendo da quello che attorno ad essa si fa per i ragazzi, per i giovani, per gli anziani, per i malati e per tutti coloro che arrivano ad essa. Ma per fare questo dobbiamo essere ‘più Chiesa’, meglio appoggiati a Cristo, pietra angolare, scartata dagli uomini, ma per noi preziosa e scelta. E’ giusto essere contenti di avere una chiesa bella, pulita e ornata; ma sarà motivo di gioia maggiore essere una comunità come il Signore ci vuole, segno di speranza e strumento di futuro, annunciatrice della buona notizia che Dio è in mezzo a noi e ci unisce in un popolo che lavora per il Regno di Dio, regno di santità, di amore, di giustizia e di pace.
Pensieri di mezzo agosto
28-08-2006
Ai primi di agosto anche Faenza ha avuto il suo momento di gloria. Una missione umanitaria in Libano? No: la promozione dei pacs. La notizia è andata sulla stampa nazionale, nei giorni successivi vi è stata la reazione di due vescovi; poi la guerra e il terrorismo islamico hanno avuto il sopravvento mediatico. L accettazione quasi rassegnata di questa cosa (i politici sono in ferie), deve fare riflettere. In Italia non esiste ancora una legge; se ne sta parlando, è vero, ma non pare ci sia un accordo vicino e in ogni caso sono molti i problemi da affrontare, sempre che ci si debba arrivare. Per esempio, le coppie che avranno il trattamento di favore previsto nell accordo Cisa, nella denuncia delle tasse, faranno il cumulo dei redditi (con i balzelli relativi) come fanno le coppie sposate o avranno anche questo ulteriore privilegio?Come mai tanto zelo nel dare per scontata una cosa, che invece è molto complessa nella sua impostazione concettuale, e nella sua attuazione pratica? Perché si vuole a tutti i costi far passare come normale una cosa che normale non è? Non ci si servirà anche questa volta del sofisma: io certe cose non le faccio, ma se qualcuno le vuole fare, perché proibirglielo?E pensare che il guaio del nostro tempo più che nel fare il male, sta nell approvarlo. Il male è sempre esistito, ma almeno si sapeva cosa era male e cosa era bene. Ora si vuole a tutti i costi mescolare le carte in tavola, e con i mezzi potenti della comunicazione sociale ci si riuscirebbe, se non ci fosse quel rompiscatole della Chiesa cattolica.Già Isaia diceva: Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene (5,20), e S.Paolo nella lettera ai Romani, dopo aver ricordato certe cose, condanna fortemente coloro che non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa (1,32), che è peggio.Si è inneggiato alla generosità dell impresa nel favorire i lavoratori. Da quando in qua gli industriali concedono un vantaggio non previsto dalla legge? Ci deve essere una qualche ragione nascosta; per dirla in soldoni: dov è la fregatura? Si è parlato della multinazionale americana proprietaria, che sarebbe di larghe vedute Più realisticamente credo che gli americani sappiano per esperienza che lo sfacelo della famiglia produce una società corrotta e violenta, per cui la gente deve chiudersi in casa con cancelli e protezioni varie. Infondo la Cisa vende serrature. + Claudio Stagni, vescovo
OMELIA nel X anniversario della scomparsa del vescovo TARCISIO BERTOZZI
Faenza, Basilica Cattedrale, 20 maggio 2006
24-05-2006
A dieci anni ormai dalla prematura scomparsa del Vescovo Francesco Tarcisio Bertozzi, il nostro ricordo si fa sempre più riconoscente al Signore per il dono grande che è stato per la nostra Chiesa diocesana la persona e il ministero di questo Vescovo. La Parola di Dio che la VI domenica di Pasqua ci ha offerto in questa liturgia prefestiva, ci ha aperto il cuore alla considerazione del ‘centro della fede cristiana’, come ha scritto il Papa Benedetto XVI all’inizio della sua Enciclica: ‘Dio è amore’. ‘In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi, scrive S.Giovanni: Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui’. E mediante la Chiesa, Cristo arriva fino a noi, raggiungendoci personalmente con il ministero degli apostoli e dei loro successori, e mediante la grazia dei sacramenti. Anche il vescovo e il sacerdote sono segno dell’amore di Dio, e quanto più il segno è trasparente, tanto più possiamo cogliere l’amore di Dio per noi. Ringraziamo il Signore per il dono del sacerdozio, e per averci donato sacerdoti santi come il Vescovo Tarcisio. Ma che cosa pensava il vescovo Tarcisio del sacerdozio cattolico? Se ne può avere una chiara indicazione nelle omelie del giovedì santo, che ogni anno teneva davanti ai sacerdoti riuniti per la messa crismale. ‘Tutto appare utile, leggiamo nell’omelia del 1995, ma l’impegno della nuova evangelizzazione chiede a tutti di puntare sull’essenziale. Senza una profonda intimità con Cristo e un sereno abbandono all’azione dello Spirito in primis per noi come presbiterio diocesano, non si potrà mai far crescere la nostra Chiesa nel suo insieme. Nel suo essere e nel suo agire il sacerdote è chiamato a rivelare l’amore di Dio come fu espresso dal Buon Pastore’. Nel vangelo di San Giovanni abbiamo sentito l’insistenza di Gesù nell’invitare gli apostoli a rimanere nel suo amore. Non è tanto la condivisione di un particolare momento emotivo di Cristo in prossimità della morte, quanto una precisa indicazione di un rapporto necessario per la vitalità della missione. C’è un parallelismo forte tra la missione di Cristo e quella degli apostoli, e quindi con la missione dei vescovi e dei sacerdoti: come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi; come il Padre ha amato me, anch’io ho amato voi; come io rimango nell’amore del Padre, anche voi rimanete nel mio amore. Ha ragione il vescovo Tarcisio nel dire che ‘senza una profonda intimità con Cristo’ anche l’impegno per la nuova evangelizzazione non avrà l’efficacia necessaria per ‘far crescere la nostra Chiesa nel suo insieme’. Del resto fin dalla prima chiamata il Signore entra in un rapporto personale con i suoi ministri: ‘Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi’. L’intimità di cui parla il Vescovo Tarcisio possiamo essere certi che non era solo una convinzione speculativa, ma era vissuta in modo esemplare, con il tempo della preghiera nella cappella del vescovado, da lui voluta rinnovata e abbellita. E come sarà stata la sua confidenza con il Signore nel tempo in cui ormai la malattia si era manifestata in tutta la sua forza, il tempo di fronte alla morte quando la percezione dell’abbandono da parte di Dio unisce ancora di più alla passione di Cristo in croce? Con quale animo avrà scritto la lettera fatta leggere il giovedì santo del 1996, poco più di un mese prima di morire, nella quale riprende le parole di don Tonino Bello: ‘La sosta sulla croce ci è consentita solo da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Dopo ognuno verrà schiodato e il sole della Pasqua squarcerà le nuvole’? Non so quanto sia durata la sosta sulla croce del Vescovo Tarcisio. E’ vero tuttavia quello che rilevava già il Card. Biffi nell’omelia della messa esequiale: ‘Alla fine è riuscito a dirci nella maniera più efficace, a prezzo di intensi patimenti, che il vertice della carità è l’immolazione di sé, secondo la parola del Maestro: ‘ Nessuno ha un amore più grande di colui che dà la vita’ (cfr. Gv 15,13)’. E’ stata proprio la sua sofferenza, non simulata, ma portata con semplice dignità, ad avvicinarlo ancor di più alla gente. Come non ricordare la Messa per la festa della Madonna delle Grazie, da lui presieduta dalla carrozzina, in mezzo ai due Cardinali, che è diventata il suo saluto a Faenza? ‘Anch’io sono un uomo’, abbiamo sentito dire da San Pietro nella prima lettura; e cosa c’è di più umano della sofferenza e della morte, alla quale nessuno può scampare? Questo aspetto umano, e l’esempio della pazienza mostrata nella prova, ha fatto conoscere nella sua grandezza morale e spirituale la figura del Vescovo Tarcisio. Vorrei concludere questi pochi pensieri ricordando l’invito che nell’omelia citata il Card. Biffi faceva:’Altri, con più agio e in sede più opportuna, potrà mettere in luce ‘ con analisi appropriate ‘ la rilevanza che hanno avuto nella storia di questa diocesi i quasi quattordici anni dell’episcopato di Monsignor Bertozzi, anni pervasi dal desiderio di rinnovare tutto nell’autenticità, e di ringiovanire in ogni struttura e in ogni cuore la vita ecclesiale’. A dieci anni dalla sua scomparsa forse è un impegno che resta ancora da adempiere, per non rischiare di perdere la grazia che è stata fatta alla nostra Chiesa con il dono del Vescovo Tarcisio. Anch’egli potrebbe dirci: ‘Rimanete nel mio amore, nell’amore che ho avuto per la Chiesa di Faenza-Modigliana per la quale ho speso la mia vita, amore che non è venuto meno quando Cristo mi ha chiamato accanto a Sé’. E’ una consegna che sentiamo di poter fare nostra, mentre preghiamo ancora per lui e ringraziamo il Padre per avercelo dato.
Otto per mille: la maggioranza ci mette la firma
Intervento in occasione della Giornata di Sensibilizzazione alla firma per l'Otto per Mille alla Chiesa attolica
30-04-2006
È ormai il tempo per la denuncia dei redditi, e quindi anche per la firma dell’otto per mille, che noi chiediamo di fare a favore della Chiesa cattolica. Ormai il sistema è noto: lo Stato destina una piccola parte delle sue entrate (l’otto per mille dell’IRPEF) per sostenere le varie confessioni religiose, e chiede ai cittadini di indicarne le percentuali; si tratta praticamente di un grande sondaggio che viene realizzato ogni anno, al quale di fatto partecipano molti di coloro che ne hanno diritto. Eppure ogni tanto c’è qualcuno che chiede di abolire l’otto per mille, presentandolo come un privilegio a favore della Chiesa cattolica. A questo riguardo è bene fare qualche considerazione. Anzitutto, oltre allo Stato, sono sei le confessioni religiose che si valgono dell’otto per mille. Si deve poi tenere presente che a fronte di circa trentadue milioni di contribuenti tenuti a fare la dichiarazione dei redditi, coloro che firmano sono circa sedicimilioni e mezzo; quindi sono più del 50%. E’ vero che ci sono anche sette milioni circa di contribuenti che hanno solo il CUD, che non sono tenuti a fare la denuncia dei redditi, anche se possono firmare per l’otto per mille, e sono invitati a farlo; ma questi non possono essere contati quando si fa la media di coloro che fanno la firma. Ora, si tratta pur sempre di una legge dello Stato, che ha il suo fondamento nella Costituzione italiana, e che ha trovato il gradimento dal 50% dei cittadini (come usa adesso!); non si può quindi dire che non sia stata apprezzata e accolta. C’è invece un 2,5% che a scadenza regolare ne chiede l’abolizione, quasi sempre sostenuto dalla gran cassa della stampa nazionale. Eppure dovrebbe capire quantomeno che sta facendo una proposta non condivisa dalla maggior parte della gente. Si può fare poi una riflessione considerando i sedicimilioni e mezzo di cittadini come il campione di un sondaggio, nel quale ormai l’89% si esprime a favore della Chiesa cattolica: è azzardato pensare che in modo analogo l’89% del popolo italiano sia di questo pensiero? Se così stanno le cose, non si deve temere di sostenere questo sistema che lo Stato italiano si è dato, riconoscendo il valore sociale e pubblico della religione, conforme la storia di questo paese, e secondo la coerenza dei principi fondamentali della Costituzione italiana. In questo caso con la firma a favore della Chiesa cattolica si partecipa all’opportunità offerta dallo Stato, e si sostiene la grande attività della Chiesa nei tre settori del culto, della carità in Italia e nel Terzo mondo e del mantenimento dei sacerdoti. Per cui diventa molto opportuna la giornata di sensibilizzazione del 14 maggio, per ricordare questa possibilità a coloro che intendono sostenere la propria Chiesa, sapendo che la maggior parte degli Italiani condivide il sistema, e sono ancora tanti coloro che favoriscono la Chiesa cattolica. Faenza, 24 aprile 2006
+ Claudio Stagni Vescovo delegato regionale per il ‘Sovvenire’
OMELIA della MESSA CRISMALE
Faenza, Basilica Cattedrale - 13 aprile 2006
13-04-2006
‘Lo Spirito del Signore è sopra di me’. Soltanto Gesù poteva aggiungere: ‘Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi’. Ma il Signore Gesù non ha tenuto per sé la pienezza dello Spirito Santo, e lo ha partecipato alla Sua Chiesa. Diremo tra un poco nel prefazio della preghiera eucaristica: ‘Con l’unzione dello Spirito Santo hai costituito il Cristo tuo Figlio Pontefice della nuova ed eterna alleanza, e hai voluto che il suo unico sacerdozio fosse perpetuato nella Chiesa. Egli comunica il sacerdozio regale a tutto il popolo dei redenti e con affetto di predilezione sceglie alcuni tra i fratelli che mediante l’imposizione delle mani fa partecipi del suo ministero di salvezza’. Nella liturgia della Messa crismale celebriamo l’efficacia dell’unzione dello Spirito santo che attraverso i sacramenti della fede porta la salvezza ai credenti. E’ il mistero di Dio che si lega ai segni voluti da suo Figlio per continuare la sua opera redentrice nella Chiesa. Noi oggi benediciamo gli oli santi; ma non vogliamo dimenticare che quando questi saranno usati per un sacramento ci sarà lo Spirito Santo a dare efficacia al gesto del ministro, per la santificazione dei fedeli. Basti pensare a quello che avviene nel Battesimo e nella Cresima. Il sacerdozio di Cristo dunque è comunicato a tutto il popolo di Dio, e, in grado diverso, è partecipato ad alcuni fratelli a servizio del medesimo popolo. Giustamente oggi noi ricordiamo il dies natalis del sacerdozio ministeriale, nato insieme all’Eucaristia nell’intimità del cenacolo; ma sappiamo pure che il sacerdozio ministeriale non si può concepire senza il sacerdozio regale dei fedeli. Leggiamo infatti nella Lumen Gentium: ‘Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo’ (L.G. 10). Coloro che Cristo ha scelto con affetto di predilezione tra i fratelli, per il servizio del popolo di Dio, sono consapevoli dell’assoluta gratuità di questa chiamata, di cui i primi a meravigliarsi sono proprio loro: ‘Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi’ (Gv 15,16). E nella lettera agli Ebrei si legge: ‘Ogni sommo sacerdote, preso fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati’ (5,1). Come sempre in questa giornata ci uniamo nella gioia del ringraziamento, ai confratelli che ricordano in quest’anno una ricorrenza significativa della loro ordinazione presbiterale: 50, 60 e 65 anni. Fra questi un ricordo particolare lo vogliamo fare per i cardinali Achille Silvestrini e Pio Laghi che festeggeranno con noi il loro 60.mo di ordinazione per la festa della Madonna delle Grazie. Poi come sempre ricordiamo i sacerdoti della diocesi che ci hanno lasciato quest’anno per le dimore eterne; preghiamo per tutti loro, perché siano con Cristo nella gloria, perché in lui hanno sperato e creduto, e Lo hanno servito nella sua Chiesa. Come pure preghiamo per i nostri confratelli ammalati, che stanno vivendo la passione del Signore nel loro corpo e nel loro animo; la loro sofferenza rende prezioso il ministero di tutti, perché ‘senza spargimento di sangue non esiste perdono’ (Ebr 9,22). Se il prete esiste, esiste per gli altri, secondo un progetto che non si è dato lui, ma gli è stato dato da Cristo mediante la Chiesa. E oggi succede, potrebbe sembrare un paradosso, che la fatica che viene richiesta ai sacerdoti non sia tanto la fedeltà ai compiti di sempre, ma il coraggio di rinnovare gli strumenti del proprio ministero per un mondo che sta cambiando rapidamente. Anche in questo c’è un modo ecclesiale di procedere, e anche in questo va sempre salvata la nostra relazione con Cristo, nella Chiesa, per gli uomini. Leggiamo nella Lumen gentium: ‘(I pastori) sanno di non essere stati istituiti da Cristo per assumersi da soli tutto il peso della missione salvifica della Chiesa verso il mondo, ma che il loro eccelso ufficio è di pascere i fedeli e di riconoscere i loro ministeri e carismi, in modo che tutti concordemente cooperino, nella loro misura, al bene comune’ (30). E il bene comune più urgente è la formazione di comunità cristiane autentiche, secondo lo stile di una attenzione missionaria che deve rispondere alle attese di un mondo senza speranza. La giusta collocazione dei laici nella Chiesa infatti, prima di essere una risposta al bisogno di collaborazione per i vari servizi è una iniezione di sana condivisione con la situazione della nostra gente, delle gioie, delle speranze, delle tristezze e delle angosce degli uomini di oggi. La comunità cristiana infatti ‘è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il Regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti. Perciò essa si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e la sua storia’ (G.S.1). Carissimi sacerdoti, queste parole del Concilio sono ancora per noi la ‘bussola’ per il nostro tempo, come l’ha chiamato Giovanni Paolo II; lo Spirito Santo non abbandona la sua Chiesa, e non dobbiamo lasciarci prendere dallo sconforto perché siamo sempre di meno, invecchiati e stanchi. La Chiesa è sempre giovane, e la missione è ancora agli inizi. Sono stato nelle scorse settimane a far visita alla missione di P.Giovanni Querzani in Congo, che molti di voi hanno aiutato ed aiutano per le sue opere di evangelizzazione, penso alla chiesa sussidiale di Buholo nella parrocchia di Kadutu a Bukavu, e di promozione umana. Lì si vede chiaramente come la presenza della Chiesa cambia la società, e diventa motivo di vera speranza per una realtà umana disastrosa da molti punti di vista. Conoscere il coraggio di quelle giovani Chiese sorelle ci fa solo bene. Il mio viaggio voleva essere un richiamo a guardare alle missioni non solo per fare le adozioni a distanza, ma per conoscerne la genuina freschezza e la fedeltà a Cristo, fino a dare la vita per Lui; in una povertà di mezzi da far piangere, ma in una ricchezza di generosità che noi sogniamo. Carissimi, questa sera nelle vostre chiese celebrerete l’Eucaristia ‘nella cena del Signore’ con le vostre comunità; guardate oltre al gruppo dei fedeli, e vedete tutti i vostri parrocchiani che non sono lì presenti, ma che hanno bisogno di sentire anch’essi che Dio li ha amati fino a dare suo Figlio in espiazione anche dei loro peccati; pensate a tutti gli uomini del mondo per i quali Cristo è morto, e ancora non lo sanno, e chiedetevi: cosa facciamo noi, presbiteri e cristiani, per gli uni e per gli altri? Anche noi siamo inviati ad annunziare ai poveri un lieto messaggio; Cristo ha avuto fiducia in noi: noi non avremo fiducia in Lui? Nel rinnovare ora le nostre promesse sacerdotali, preghiamo lo Spirito Santo perché ravvivi il dono della sua grazia, e conduca tutti noi, pastori e gregge, nella fedeltà alla missione che ci viene chiesta per il nostro mondo.
OMELIA nel primo anniversario della morte di GIOVANNI PAOLO II
Faenza, Basilica Cattedrale, 2 aprile 2006
02-04-2006
Nel cammino quaresimale siamo giunti all’ultima domenica, con la prospettiva imminente della morte di Gesù, strumento della nostra salvezza. La morte e la risurrezione di Cristo sono la nuova alleanza che Dio ha fatto con il suo popolo: io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Tra i segni della fedeltà del Signore al suo popolo lungo la storia, noi oggi vediamo anche il dono del papa Giovanni Paolo II, che ricordiamo nel primo anniversario della sua morte. Dio ha visitato il suo popolo anche con la vita e il ministero del papa Giovanni Paolo II: noi lo ringraziamo e vogliamo fare tesoro del suo insegnamento e del suo esempio. La sua figura ci è rimasta cara, e mentre ora preghiamo per lui, speriamo di poterlo presto invocare, perché la Chiesa ha iniziato per lui il cammino per il riconoscimento pubblico della sua vita santa. In questo giorno di ricordo affettuoso ci piace lasciare parlare ancora lui attraverso qualche pensiero che raccogliamo dal suo lungo magistero. Dobbiamo infatti evitare il pericolo di ricordare solo qualche aspetto esterno della sua vita, trascurando l’insegnamento e l’esempio che ci ha lasciato, sia per la vita della Chiesa, sia per l’impegno personale di ognuno. Fin dal suo primo discorso in piazza San Pietro il giorno dell’inizio del pontificato lanciava un appello che è arrivato al cuore di tutti: ‘Fratelli e sorelle! Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà! Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l’uomo e l’umanità intera! Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo’. L’invito, altre volte ripetuto, a non avere paura e a lasciare entrare Cristo nella propria vita, il Papa l’ha vissuto anzitutto in se stesso, sia come ministero apostolico nella Chiesa, sia come incontro personale nella preghiera e nella vita di ogni giorno con Dio; sapeva raccogliersi in preghiera in ogni momento, anche in luogo pubblico. Nel suo testamento, scritto la prima volta nel 1979 pochi mesi dopo la sua elezione a sommo Pontefice, che rileggeva ogni anno durante gli esercizi spirituali, ha scritto: ‘Desidero ancora una volta totalmente affidarmi alla grazia del Signore. Egli stesso deciderà quando e come devo finire la mia vita terrena e il ministero pastorale. Nella vita e nella morte Totus Tuus mediante l’Immacolata. Accettando già ora questa morte, spero che il Cristo mi dia la grazia per l’ultimo passaggio, cioè la mia Pasqua”. La morte secondo la fede cristiana è la Pasqua del battezzato, che passa da questo mondo alla vita risorta con Cristo. Per Giovanni Paolo II ha impressionato come gli ultimi giorni della sua vita e la sua stessa morte siano stati iscritti con una coincidenza singolare nella liturgia pasquale dello scorso anno, a iniziare dalla Via Crucis del venerdì santo, per la prima volta senza la sua presenza al Colosseo, ma con una sua profondissima intima partecipazione. E poi il suo passaggio alla vita eterna dentro l’ottava di Pasqua, con la partecipazione di tutto il mondo nel dolore, nella preghiera e nel desiderio di essere accanto ad un uomo che aveva tanto amato e aveva dato tutto se stesso per gli altri. Abbiamo sentito nel Vangelo: ‘Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto’. La vita di Papa Voityla è stata tutta un sacrificio, se vogliamo segnata in modo emblematico dall’attentato del 13 maggio del 1981, ma offerta giorno per giorno sino all’ultimo. Anche il suo andare in tutto il mondo, rispondeva al desiderio di spendersi per creare occasioni per annunciare Cristo a tutti, per portare il suo appoggio alle popolazioni più povere del pianeta che sempre hanno visto in lui un difensore. Lui ha detto di fronte ai potenti della terra parole forti in difesa della libertà, della giustizia e della pace, che nessun personaggio investito di simili responsabilità aveva mai detto. Ha potuto sacrificarsi per tutti perché aveva condiviso la sua vita con quella di Cristo. Alle parole del vangelo di oggi: ‘Signore vogliamo vedere Gesù’ aveva ispirato il messaggio per la giornata dei giovani del 2004, in preparazione alla giornata dell’anno successivo di Colonia che Giovanni Paolo II non poté vedere. Ha scritto il Papa in quell’occasione: ‘Il desiderio di vedere Dio abita il cuore di ogni uomo e di ogni donna. Cari giovani, lasciatevi guardare negli occhi da Gesù, perché cresca in voi il desiderio di vedere la Luce, di gustare lo splendore della Verità. Che ne siamo coscienti o no, Dio ci ha creati perché ci ama e affinché lo amassimo a nostra volta. Ecco il perché dell’insopprimibile nostalgia di Dio che l’uomo porta nel cuore: ‘Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto’. Questo volto ‘ lo sappiamo ‘ Dio ci ha rivelato in Gesù Cristo’. E il Papa insisteva nel dire che niente in questo mondo avrebbe soddisfatto pienamente il desiderio di infinito che abita in ogni cuore: ‘Tutti i beni della terra, tutti i successi professionali, lo stesso amore umano che sognate, non potranno mai pienamente soddisfare le attese più intime e profonde. Solo l’incontro con Gesù potrà dare senso pieno alla vostra vita’. Sono state fatte letture a volte riduttive del pontificato di Giovanni Paolo II sotto il profilo politico, sociale, ecumenico. Il suo primo significato è indubbiamente l’annuncio del Signore Gesù al mondo, nella consapevolezza che tutto il resto viene di conseguenza. E sono convinto che il molto che ancora Giovanni Paolo II ha da dire al nostro tempo (anche papa Benedetto XVI ricorda spesso il suo insegnamento) non può prescindere dalla conoscenza profonda, dall’incontro sincero con Cristo Gesù, che dà forza e significato a tutto ciò che si potrà poi fare per la pace, per l’unità dei cristiani, per la giustizia nel mondo, per la salvaguardia del creato, per la dignità della donna, per la difesa della vita ecc. ‘Nella vita e nella morte Totus Tuus, mediante l’Immacolata’: è quindi un tuus di Cristo, al quale si era affidato completamente, per conoscerlo e per servirlo, nella Chiesa per il mondo. Siamo consolati oggi da un’altra parola del Vangelo:’Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io là sarà anche il mio servo’. Certi che Giovanni Paolo II ha servito Gesù nella sua vita, lo pensiamo già accanto a Lui; tuttavia in questo primo anniversario continuiamo a pregare perché Cristo lo accolga con Sé in Paradiso; ma chiediamo anche che presto lo possiamo invocare come intercessore, perché Cristo sia tutto in tutti, a cominciare dai giovani, per arrivare ai cristiani di tutte le Chiese, e agli uomini di tutto il mondo.
