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Saluto e riflessioni al Percorso di formazione dei volontari presso la Caritas-Centro di Ascolto
Faenza-Centro di Ascolto, 22 dicembre 2015
22-12-2015

Innanzitutto, oltre al buon giorno, il mio sentito ringraziamento e la mia gratitudine ai molti volontari che operano con la Caritas e con l’Associazione Farsi prossimo  nella Diocesi.
Qui il volontariato si caratterizza, in modo particolare, per essere cristiano, perché coloro che vi si impegnano intendono dare al messaggio del Vangelo un volto. Proprio in connessione a questa specificità si sviluppa il percorso di formazione messo in cantiere.
Il «volto» è la parte per il tutto che è la persona. Nel volontariato si mette a disposizione, con il proprio volto, tutto il proprio essere. Ci si presenta agli altri primariamente con il proprio viso e il proprio sguardo d’amore. Il nostro volto è il biglietto da visita che dice chi siamo e cosa desideriamo fare. Gli occhi, afferma la saggezza popolare, sono la finestra dell’anima. Il volto dei volontari, dunque, rivela il loro «essere per». Ma non solo. Essi vanno incontro al povero – secondo le varie accezioni – per mostrargli solidarietà e così manifestargli l’amore di Dio, il volto misericordioso del Padre. L’amore del volontario riconosce nell’altro il «prossimo», il fratello e la sorella bisognosi d’aiuto. Desidera far percepire la paternità provvida di un Dio che non rimane indifferente nei confronti dei propri figli.
I credenti si mettono a disposizione gratuitamente perché chiamati e conquistati dall’amore gratuito di Dio.
Fermiamo l’attenzione sull’incontro tra il nostro volto e quello dei fratelli in situazione di necessità. Si diceva che il nostro volto vuol’essere espressione eloquente dell’amore stesso del Padre misericordioso. Intende diventare segno efficace,  quasi un segno sacramentale, di un amore più grande di quello meramente umano. Il volontario va verso chi è bisognoso d’aiuto, ed è suo «prossimo», con la consapevolezza che non porta e non dona solo se stesso. Il proprio volto, la propria persona, rimandano ad un oltre da sè, al volto del Padre che è Amore. Il suo atto d’amore – non semplicemente un gesto interessato, ricercato per una mera gratificazione personale – è per l’altro occasione di una visione di Dio stesso. Ireneo di Lione, nel II secolo, ha scritto: «La gloria di Dio è l’uomo vivente e la vita dell’uomo è la visione di Dio».[1]
Ma il nostro sguardo pieno di tenerezza non solo rivela, ma contagia l’altro con l’amore di Dio. Può diventare «luogo» o «mezzo» di un annuncio che fa incontrare Dio stesso, toccandolo con mano. In questa maniera, peraltro, il volontario conferisce al prossimo considerazione, offre onore, ricorda la dignità dell’uomo e suscita gioia di vita e speranza. Consentire a chi viene aiutato di giungere a percepire lo sguardo d’amore di Dio stesso significa fargli sperimentare vita, calore, consapevolezza di essere capace di vero, di bene, di Dio. Significa dare la percezione di venire riammesso nella «propria» famiglia, di tornare a casa propria, ove tutti sono considerati e si sentono fratelli, figli di uno stesso Padre, rompendo le barriere dell’indifferenza e dell’estraneità.
L’esperienza di un servizio gratuito può così aiutare le persone ad uscire dall’isolamento e ad integrarsi nella comunità, riprendendo fiducia in se stesse, in Dio. Può diventare, per lo stesso volontario, esperienza di Dio, perché nelle persone concrete che si incontrano è presente Gesù Cristo, Verbo incarnato, fattosi uomo.
Il servizio del volontario è, poi, sicuramente un contributo all’edificazione della «civiltà dell’amore». Crea popolo, crea Patria, una società civile.
L’amore del prossimo non si può delegare in radice alle strutture pubbliche. Lo Stato e la politica, con le pur necessarie premure per la sicurezza sociale di tutti – purtroppo oggi questo ideale sembra smarrirsi e a causa soprattutto di un capitalismo finanziario che assolutizza il profitto siamo ridotti ad una democrazia di un terzo – non lo possono sostituire in tutte le sue specificità. L’amore del prossimo richiede sempre l’impegno personale e volontario, per il quale certamente lo Stato può e deve creare condizioni generali, favorevoli per tutti.[2] Ma mentre lo Stato con le sue istituzioni  di welfare realizza la solidarietà in maniera obbligatoria, universale, mediante personale remunerato, il volontariato la attua liberamente e gratuitamente.
La tipicità del volontariato è quella di offrire un servizio più personalizzato, meno standardizzato, ossia commisurato alla persona singola, alle sue esigenze individuali. Da questo punto di vista il volontariato è causa esemplare per tutti coloro che operano nelle strutture pubbliche della solidarietà. Proprio perché l’aiuto dei volontari mantiene la sua dimensione umana e non è spersonalizzato non può essere pensato come un «tappabuco» nella rete sociale.
Il volontariato cristiano è samaritano per natura. Si rivolge ad un «prossimo» non solo credente, ossia ad un prossimo inteso in senso stretto, bensì in senso largo, e cioè a tutti coloro che sono nel bisogno.
E, tuttavia, il volontariato cristiano sorge per ragioni di fede e si indirizza ad offrire assistenza anzitutto ai credenti, affinché questa sia proporzionata alla sensibilità e alle esigenze spirituali dell’assistito. E ciò perché Dio vuole, come affermava Duns Scoto nel XIV secolo, persone che amino con Lui: Deus vult condiligentes.[3] Dio ama tutti. Ama, però, ciascuno di noi come persone uniche ed irrepetibili. Egli, più di ogni altro, dà a ciascuno il suo. Egli dona vita, se stesso, andando oltre al principio dello scambio degli equivalenti. Dà molto di più di chi vuole conteggiare tutto e tutto pagare.
Il volontario cristiano ha di fronte a sé questo modello insuperabile. Egli è chiamato a vivere lo stile di Dio il più possibile, consapevole di volere un amore gratuito, che non viene esercitato per raggiungere altri scopi.[4] È per questa via che il volontario realizza la sua altissima dignità di figlio di Dio. «Chi è in condizione di aiutare riconosce che proprio in questo modo viene aiutato anche lui; non è suo merito né  titolo di vanto il fatto di poter aiutare. Questo compito è grazia».[5] Il volontario mediante il suo impegno trasmette ciò che ha ricevuto. La logica del suo dono si colloca al di là del semplice dovere e potere morale, al di là delle regole del mercato.
Percorrendo questo cammino diventa segno efficace della misericordia di Dio. Diventa un annunciatore e un testimone dell’amore trinitario, che ci è donato da Cristo mediante il suo Spirito. È in questo contesto che si comprende l’importanza della preghiera per il volontario cristiano. La preghiera a Dio è via di uscita dagli schemi ristretti che possono albergare anche nella mente e nel cuore di ogni volontario. Come ogni uomo, il volontario, nonostante i nobili intenti che lo sorreggono, può essere catturato dall’individualismo; può subire un calo di dono. Anch’egli ha bisogno di rigenerarsi, di conversione. Il Giubileo straordinario della misericordia appena inaugurato rappresenta una grande opportunità.
Con la preghiera si può uscire anche dalla sfiducia, dalla stanchezza, dalla routine,  da azioni compiute quasi meccanicamente, senza un cuore palpitante d’amore per Dio e per il prossimo. Il cuore del volontario non deve subire sclerosi o chiusure che lo ripiegano nella ricerca di mere gratificazioni personali. La gratificazione non va ricercata per se stessa. Essa è, piuttosto, la risonanza interiore di un comportamento improntato al pro-essere, all’essere per l’altro, in maniera disinteressata o gratuita.
Grazie alla preghiera si può superare lo sconforto di fronte all’illimitatezza del bisogno. «I cristiani continuano a credere, malgrado tutte le incomprensioni e confusioni del mondo circostante, nella “bontà di Dio” e nel “suo amore per gli uomini” (Tt 3,4). Essi, pur immersi come gli altri uomini nella drammatica complessità delle vicende della storia, rimangono saldi nella certezza che Dio è Padre e ci ama, anche se per il suo silenzio rimane incomprensibile per noi».[6]
Pregare è mettersi alla scuola dello sguardo di Gesù, dei suoi occhi. Essi non sono indifferenti. Tutt’altro. Come leggiamo nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2016, Gesù Cristo, continuando e completando la rivelazione di un Dio che vede la miseria del suo popolo Israele in Egitto, e scende per liberarlo mediante Mosè, scende fra gli uomini – è Dio stesso che si rende presente nella storia – mediante l’incarnazione. Si mostra solidale con l’umanità in ogni cosa, eccetto il peccato. Gesù si «identifica» con l’umanità. Non si accontenta di insegnare alle folle, ma si preoccupa di loro, specie quando le vede affamate (cf Mt 20,3). Il suo sguardo non era rivolto soltanto agli uomini, ma anche ai pesci del mare, agli uccelli del cielo, alle piante e agli alberi, ai piccoli e ai grandi. «Egli vede, certamente, ma non si limita a questo, perché tocca le persone, parla con loro, agisce in loro favore e fa del bene a chi è nel bisogno. Non solo, ma si lascia commuovere e piange (cf Gv 11, 33-44). E agisce per porre fine alla sofferenza, alla tristezza, alla miseria e alla morte. Gesù ci insegna ad essere misericordiosi come il Padre (cf Lc 6, 36)».[7]
Profitto di questa occasione per porgere gli auguri di un santo Natale e di un buon Anno.
 

 


[1] Adversus Haereses IV, 20, 7.
[2] Cf BENEDETTO XVI, Discorso al mondo del volontariato del 9 settembre 2007 (Vienna).
[3] Opus Oxoniense III d. 32 q. 1 n. 6.
[4] BENEDETTO XVI, Deus Caritas est, n. 31.
[5] Deus Caritas est, n. 35.
[6] Deus caritas est, n. 38).
[7] FRANCESCO, Messaggio per la Giornata mondiale della pace (1 gennaio 2016).

Gli auguri natalizi del vescovo Mario Toso agli amministratori della cosa pubblica
Faenza - Sala San Carlo, 19 dicembre 2015
20-12-2015

Saluto con deferenza e rispetto tutti voi che avete accolto l’invito a ritrovarci per scambiarci gli auguri in occasione del Santo Natale e del Nuovo Anno. Vuol essere anzitutto un onorare la concordia che è necessaria tra coloro che lavorano insieme, ognuno secondo la propria competenza, a servizio delle persone, nello stesso territorio. Non si tratta, dunque di una «convocazione» dei politici e degli amministratori da parte del vescovo, che ha solo il titolo di pastore della Comunità cristiana che vive nella Diocesi di Faenza-Modigliana.

Considero, pertanto, la vostra presenza come un gesto di amicizia, un desiderio di dialogo fattivo per meglio fronteggiare le sfide epocali che ci attendono. Non si può negare che sperimentiamo le tristi conseguenze di una cultura liquida che sottopone la socieà ad un cambiamento incessante, che dà l’avvio a innumerevoli processi ma non li porta a compimento: li smantella, ne incomincia di nuovi, e così all’infinito, senza che si possa intravvedere qualcosa di compiuto e di stabile.

Alla radice vi è una crisi, oltre che gnoseologica, antropologica ed etica, oggi vissuta anche come retaggio di opzioni compiute in epoca moderna. Essa è ulteriormente amplificata dai complessi ed interconnessi fenomeni della globalizzazione, della mediatizzazione, della tecnocrazia, del consumismo materialistico, dell’idolatria del denaro e della mercificazione di quasi tutto il possibile. La cultura odierna, oltre che dalla fragilità, appare caratterizzata da una volontà di potenza smisurata. Al di là dei fenomeni e delle apparenze, è difficile rinvenire un’identità permanente delle cose e delle persone. Tutto sembra poter essere creato ex nihilo, costruito senza riferimento ad una datità che precede, è trovata, e non è posta dalla nostra libertà. Pertanto, non esistono limiti al desiderio di dominio e di manipolazione. Ci si comporta nell’illusione di essere dèi e demiurghi, condannati, peraltro, ad un’esistenza prometeica, subendo ineluttabilmente lo scacco del fallimento e dell’effimero, data l’insopprimibile contingenza dell’essere umano.

E, tuttavia, l’uomo, si trova ad esistere senza che l’abbia deciso lui. È dotato di un progetto inscritto nel suo essere, che il suo libero arbitrio non potrà mai cancellare. Ogni tentativo in tal senso provocherebbe una schizofrenia insanabile, che aliena le persone rispetto a se stesse e alle società in cui si trovano a vivere e che esse formano non come estranei, bensì come esseri fondamentalmente simili tra di loro, costitutivamente fraterni e relazionali.

In tale contesto socio-culturale, pervaso dal virtuale e dall’artificiale, la politica va ripensata e rifondata. Va ritrovata la capacità di una visione prospettica e dell’ancoraggio al bene comune, per corrispondere all’essere più profondo dell’umanità, all’uni-dualità maschile e femminile delle sue componenti, alla vocazione al dono e alla gratuità. Come suggeriva il Cardinale Bergoglio in uno scritto antecedente alla sua elezione al pontificato, ci si deve riappropriare della democrazia, per abbandonare quelle forme che la coniugano a «bassa intensità», ossia conservando alti tassi di povertà, di disoccupazione e di disuguaglianza, senza capacità di progettazione del futuro, senza inclusione per tutti.1 Uno dei paradossi più grandi che stiamo vivendo oggigiorno, non solo qui in Italia ma a livello mondiale, è lo screditamento della politica e dei politici nel momento in cui abbiamo più bisogno di loro. È curioso notare come qualsiasi altra professione sia screditata ma goda di una certa protezione che il politico non ha. Egli resta quasi totalmente solo, si espone con questa solitudine. La corruzione, invece, è diffusa un po’ ovunque. Lo hanno dimostrato fatti abbastanza recenti relativi a varie Regioni, nelle quali è emerso che i fenomeni di illegalità e di corruzione non coinvolgono solo i vertici politici, ma l’intera società. La corruzione riguarda certamente anche i politici, ma essi, nell’opinione pubblica, sembrano essere i soli corrotti. Proprio per questo occorre essere più vicini ai politici seri ed onesti, accompagnarli con simpatia e sostegno. Ma occorre soprattutto ripristinare le finalità più proprie della politica e dell’amministrazione della cosa pubblica. Occorre ripristinare il primato della politica rispetto all’assolutizzazione dei mercati e della finanza.

In questo periodo storico si sta assistendo, in particolare, sia come cittadini, sia come responsabili dell’amministrazione della cosa pubblica – non senza esserne coinvolti – all’erosione di quel patrimonio culturale e valoriale che sta alla base di una delle più belle Costituzioni del mondo. Sui suoi contenuti, che la sostanziano come carta di navigazione, sono convenuti nel secolo scorso, con una maggioranza quasi plebiscitaria, i politici di ogni collocazione ideologica. Oggi ne sono intaccati i pilastri fondanti: la visione personalista e comunitaria, il diritto alla vita, al lavoro, alla sicurezza sociale, alla famiglia, alla libertà religiosa.

Sappiamo che a ciò ha contribuito il diffondersi di un neoindividualismo libertario, come anche il divorzio tra capitalismo e democrazia, con la conseguenza della crescita delle diseguaglianze e delle povertà; la carenza di una governance efficace della globalizzazione, l’assenza di adeguate istituzioni globali. Neoindividualismo libertario significa indifferenza per l’altro, assolutizzazione del proprio arbitrio e delle proprie pretese, diminuzione della responsabilità nei confronti del bene comune e dello Stato di diritto.

È davvero ammirevole l’opera di quegli amministratori che contrastano con tutte le loro forze il deteriorarsi dei legami sociali, creando alternative di condivisione, collaborazione e partecipazione.

Uno degli impegni più difficili, ma decisivi per il futuro di una Nazione e di un popolo, è quello, come accennavo prima, di operare possedendo una visione, uno sguardo di futuro. Occorre, inoltre, pensare costantemente alla tenuta e alla crescita morale, culturale, spirituale del proprio Paese, senza dimenticare quella demografica e uno sviluppo sostenibile. Occorre operare perché siano attuati. Se così non avvenisse verrebbe indebolito l’ethos civile e sarebbe pregiudicata la dignità dei popoli, della gente. Il politico e l’amministratore sono chiamati sì a cercare il bene possibile. E, tuttavia, sono anche vocati, con le loro decisioni, a creare le condizioni migliori per uscire gradualmente dal degrado crescente di civiltà. Proprio su questo piano si evidenzia maggiormente la necessaria collaborazione tra politici, amministratori e comunità religiose. L’amministrazione della cosa pubblica che non si accontenta di adeguarsi semplicemente all’esistente e punta alla graduale estirpazione della illegalità e della corruzione, come anche al rafforzamento delle capabilities (cf A. Sen), ha un estremo bisogno di chi può aiutare a risanare e ad educare le coscienze, ossia delle comunità religiose che coltivano l’amore a Dio, la comunione con Lui, l’amore al prossimo. La città per vivere necessita di due polmoni, come ogni persona. Vivere senza un polmone – o solo con la comunità politica o solo con la comunità religiosa – rende un popolo più fragile, esposto a malattie, a fatiche superiori.

A proposito della scissione operata in epoca moderna tra società e religione non è forse maturo il tempo del suo superamento? Perché mettersi ad esercitare un dubbio metodico sulla forza di civilizzazione del cristianesimo? Perché voler indebolire la capacità di formazione delle coscienze da parte delle scuole cattoliche e delle altre istituzioni culturali, naturale espressione della libertà religiosa? Le comunità civili e politiche non possono vivere senza quell’ethos che è fermentato nella società dalle comunità religiose e che Gian Enrico Rusconi chiama «religione civile». Sarebbe come tagliarsi il ramo su cui si siede. Senza un tale ethos, le società civili e politiche si ridurrebbero ad intelaiature di leggi procedurali e di provvedimenti normativi, privi di autentica carica identitaria, poveri di forza integrativa a livello civile. A differenza di Gian Enrico Rusconi che propone come base delle comunità una religione civile priva di contenuti etici oggettivi ed universali,2 il cardinale Joseph Ratzinger rivendica per essa un carattere tutt’altro che storicistico ed immanentistico. Il «cuore etico» della religione civile è tenuto in vita da una razionalità aperta alla Trascendenza, a beni-valori oggettivi ed universali, pena la mancanza di punti di riferimento certi per il diritto e la giustizia, nonché per il bene comune.3 La religione civile di cui ha bisogno ogni società, non può vivere staccata dalle comunità religiose concrete. Senza di esse svigorisce o imbastardisce.4

 

Per Benedetto XVI, il cattolico deve partecipare al dialogo pubblico cosciente che valori fondamentali, come il rispetto e la difesa della vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale, la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, la libertà di educazione dei figli e la promozione del bene comune in tutte le sue forme sono valori fondamentali ed imprescindibili,5 perché espressione e contenuto stesso della dignità umana, pilastro fondamentale della democrazia, che non può essere messo ai voti.6 Tali valori sono per sé accessibili alla ragione umana di tutti, quando essa sia esercitata secondo i diversi gradi del sapere, ossia anche nella sua dimensione veritativa, capace di misurare i desideri fattuali del soggetto agente alla luce del bene umano o telos normativo.

Il patrimonio di fede dei credenti, fondabile con un doppio ordine di motivazioni, razionali e sovrarazionali, rende il loro apporto ancor più pertinente, perché mossi da una ragione resa più retta dalla fede.7 Una religione civile che includa i suddetti valori, debitamente comunicata ed argomentata, arricchisce il dialogo pubblico sul piano di una razionalità più vera e più umanizzante.

Ebbene, a fronte di una politica gravemente in crisi e dei molteplici problemi che affliggono l’umanità in maniera persistente e profonda, al punto che i diversi tentativi per risolverli appaiono spesso vani, non resta che riconoscere, come confessavano gli antichi: «Ormai solo un Dio ci può salvare». In una celebre intervista, echeggiando la sapienza di chi l’aveva preceduto, Heidegger sosteneva che nulla, né la filosofia né alcuna altra intrapresa umana, poteva produrre un significativo cambiamento del mondo se non Dio.8

Il Natale imminente ci ricorda l’importanza della presenza di Dio nell’uomo e nella storia. Proprio qui poggia la speranza di poter trasfigurare e rafforzare l’impegno per il bene comune. Proprio qui si trova la radice di un nuovo umanesimo e la possibilità di forgiare una buona politica.

Qui sta la ragione di un augurio reciproco, perché nella divinizzazione dell’umano è posto in maniera irrevocabile il fondamento e il principio della riabilitazione o trasfigurazione della politica.

A tutti voi, ai vostri cari, ai vostri collaboratori, alle vostre comunità, l’augurio di un Natale particolarmente lieto e sereno, illuminato dalla luce del Verbo incarnato.

1 Cf J. M. Bergoglio, Noi come cittadini. Noi come popolo. Verso un bicentenario in giustizia e solidarietà. 2010-2016, Libreria Editrice Vaticana-Jaca Book, Città del Vaticano-Milano 2013.

2 Cf G. E. Rusconi, Quelle verità che non accetto, in «Fondazione Liberal», 5 (2001) 142-143. Per una riflessione più articolata e recente, sempre del medesimo Autore si veda Non abusare di Dio, Rizzoli, Milano 2007.

3 Riflessioni sulle posizione di G. Enrico Rusconi e del cardinale J. Ratzinger si possono trovare in M. TOSO, Stato laico, comunicazione dialogica e culturale, religione, in «Studium», (2007), n. 5, pp. 669-695.

4 Cf J. Ratzinger, Lettera a Marcello Pera, in M. Pera-J. Ratzinger, Senza radici. Europa, relativismo, cristianesimo, islam, Mondadori, Milano 2004.

5 Cf Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n. 83, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2007.

6 Se la democrazia, attuando il principio della maggioranza, prevarica relativamente ai grandi valori che la sorreggono, compie un suicidio. La politica è arte della mediazione ma esiste un confine preciso oltre il quale non si può andare. Non si può trattare su tutto e in qualsiasi maniera, mettendo a repentaglio le fondamenta su cui si intende costruire la casa di tutti.

7 Benedetto XVI, nell’enciclica Deus caritas est, afferma che la fede è una forza purificatrice per la ragione che, liberata dai suoi accecamenti, svolge meglio il proprio compito (cf Benedetto XVI, Deus caritas est, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2006, n. 28).

8 Cf M. HEIDEGGER, Ormai solo un Dio ci può salvare, Guanda, Parma 1987, p. 136.

L’impegno politico degli ex-allievi salesiani in campo sociale ed educativo
Roma - Palazzo Montecitorio (Sala Aldo Moro), 15 luglio 2015
15-07-2015
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In allegato è possibile scaricare il testo della conferenza che S. Ecc.za mons. Vescovo ha tenuto presso la Camera dei Deputati ai parlamentari ex-allievi salesiani, in occasione delbicentenario della nascta di don Bosco.
Il testo è in formato pdf, per consentire di pubblicare anche le note a piè di pagina.

Quale Umanesimo per i diritti e i doveri?
Brisighella - Pieve Thò, 24 maggio 2015
24-05-2015

QUALE UMANESIMO PER I DIRITTI E I DOVERI?
 
Premessa
Mi congratulo con coloro che hanno organizzato, a nome della Diocesi di Faenza-Modigliana, in collaborazione con l’Associazione Romagna-Camaldoli, la serie di incontri su un tema di grande attualità, che è anche al centro dell’attenzione della Chiesa italiana, la quale ha intitolato il V Convegno nazionale così: «In Cristo un nuovo umanesimo».
Vi sono stati, vi sono e vi saranno molti umanesimi. E, comunque, l’esperienza ci dice che gli umanesimi ad impronta individualistica, utilitarista ed immanentista, frutto di una cultura post-moderna, non sono chiaramente proporzionati alla dignità delle persone concrete, al volume totale delle loro dimensioni costitutive. E, peraltro, non appaiono anche soddisfacenti quegli umanesimi che sono espressione di quella cultura liquida che  non li matura e non li stabilizza minimamente, bensì li sottopone a continui cambiamenti.
È proprio in questo contesto che la Chiesa italiana appare impegnata nella ricerca di un nuovo umanesimo, commisurato all’altissima dignità dell’uomo, alla sua trascendenza, sia in senso orizzontale sia in senso verticale.  Per essa un nuovo umanesimo potrà affermarsi solo all’interno di un processo di nuova evangelizzazione, propiziatrice di un rinascimento sul piano antropologico ed etico.
 

  1. Nuova evangelizzazione e umanesimo

Oggi assistiamo ad una catastrofe antropologica che ci fa toccare con mano quanto l’emarginazione di Dio dalla vita delle persone e dalle istituzioni pubbliche provoca di negativo nell’umano, a cominciare dalla stessa percezione che l’uomo ha di sé e delle società in cui vive. La distruzione antropologica a cui oggi siamo sottoposti, come singoli e come società, è testimoniata da più fatti. Basti pensare ai mutamenti in atto nell’attuale cultura dominante, che non solo non preserva la famiglia quale «baricentro esistenziale», ma la snatura, equiparandola a qualunque nucleo affettivo, a prescindere dal matrimonio e dai due generi. Basti pensare alla recente approvazione, da parte della Francia, ma non solo, del diritto all’aborto, con la conseguente omologazione di un arbitrio e l’indebolimento dello Stato di diritto: se l’arbitrio può essere riconosciuto come un diritto è chiaro che in tal maniera si ammette che non esiste più un fondamento oggettivo ed universale dei diritti, è chiaro che non esistono più diritti e doveri certi. Si è così esposti alla demolizione del valore normativo degli ordinamenti positivi, ma anche alla distruzione delle nostre democrazie, che hanno tra i loro pilastri ordinamenti giuridici certi. Che ci si trovi su una china pericolosissima per la libertà lo mostra il rimprovero mosso dalla Corte europea all’Italia perché troppi medici esercitano l’obiezione di coscienza nei confronti dell’aborto: episodio veramente grave non solo con riferimento all’assassinio di un nuovo essere umano ma anche con riferimento ad uno Stato  a tendenza totalitaria e dittatoriale. La destrutturazione e la confusione babelica a livello antropologico ed etico sono rese evidenti da quel primato della finanza sulla politica che rende quest’ultima strumentale ad un capitalismo che assolutizza il profitto a brevissimo termine e considera il valore fondamentale del lavoro una realtà marginale rispetto alla produzione della ricchezza nazionale: questa è prodotta anzitutto dalla speculazione; il lavoro sarebbe una mera variabile dipendente dei meccanismi finanziari e monetari.  Quando il lavoro sia considerato un valore marginale o addirittura una variabile dipendente dei meccanismi finanziari perde la sua rilevanza giuridica: ciò che è insignificante dal punto di vista morale non può costituire il fondamento di un diritto.
A ben considerare i fondamentali della cultura contemporanea si deve concludere che il rifiuto di Dio si traduce per l’uomo in un impoverimento della sua intelligenza della realtà, la quale viene decurtata della dimensione di trascendenza; in capovolgimento della scala dei beni-valori, in schiavizzazioni della persona, in privazione del diritto alla libertà religiosa, fonte e sintesi degli altri diritti.
A fronte di una crescente fenomenologia della disumanizzazione, dell’aumento delle diseguaglianze tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri, del progressivo deterioramento dell’ambiente che si traduce in danni per la stessa umanità, sia Benedetto XVI sia papa Francesco hanno reagito proponendo una nuova evangelizzazione. Solo questa può favorire l’incontro o il reincontro dell’uomo con Dio e con ciò stesso mettere le premesse di una rinascita dal punto di vista umano. Nella Caritas in veritate (=CIV) di Benedetto XVI troviamo scritto che l’annuncio di Cristo è primo e principale fattore dello sviluppo integrale e, quindi, del compimento umano (cf CIV n. 8). Abbastanza recentemente papa Francesco, in vista di un nuovo umanesimo, integrale ed inclusivo, comunitario ed aperto alla Trascendenza, nella sua Esortazione apostolica Evangelii gaudium, ha esortato  a vivere la dimensione sociale della fede e dell’evangelizzazione.
L’incontro con Cristo, l’adesione a Lui, la comunione esperienziale con la sua vita – vita di amore trasfigurante – ci induce non solo a porre le basi di un nuovo umanesimo dal punto di vista della dottrina, bensì anche sul piano della vita. Vivendo in comunione con Cristo siamo sollecitati non solo a formulare un nuovo umanesimo dal punto di vista teorico ma anche dal punto di vista pratico, mediante le opere. Proprio questa constatazione, frutto di una riflessione sull’esperienza, ha fornito la base dell’ideazione, della programmazione e della celebrazione del prossimo V Convegno ecclesiale. Dapprima mostrare che l’incontro con Cristo da parte dei singoli e delle comunità, grazie ad una nuova evangelizzazione, consente di elaborare un’antropologia e un’etica più adeguate, più rispondenti alla verità sull’uomo, sulla famiglia, sulla società, sul lavoro, sull’economia, sulla finanza, sulla politica, sull’ambiente. In secondo luogo, far comprendere come un nuovo umanesimo non si riduce a ortodossia, a corretta visione sull’uomo, a dottrina astratta, ma è anche vita buona, azione retta, ortoprassi efficace, perché costruisce la città a misura della dignità trascendente delle persone. Un nuovo umanesimo implica buone pratiche, comportamenti, stili di vita, istituzioni, leggi, movimenti sociali, ethos, politiche e culture orientati a favorire la crescita integrale dei singoli e dei gruppi.
Proprio per questo, papa Francesco parlando ai vescovi italiani li ha sollecitati a che il loro discernimento sulla situazione attuale li aiuti «a non fermarsi sul piano – pur nobile – delle idee, ma inforchi occhiali capaci di cogliere e comprendere la realtà e, quindi, strade per governarla, mirando a rendere più giusta e fraterna la comunità degli uomini» (Discorso  alla 66.a Assemblea generale della CEI, 19 maggio 2014). Detto altrimenti, il Convegno ecclesiale di Firenze non deve limitarsi ad analisi della situazione, ad esprimere giudizi, ma deve sfociare nell’impegno di modificare la realtà, la vita concreta delle persone, della nazione, per rispondere alle sue attese e alle sue speranze più profonde. I credenti non devono semplicemente tenere vive «utopie» ma devono saper costruire, creare «altri luoghi» di vita, dove si vive la fraternità, la comunione, la condivisione, l’accoglienza della diversità, la cura per l’altro.
 

  1. In Cristo un nuovo umanesimo per i diritti e i doveri

A fronte dell’odierna desemantizzazione del diritto e dell’ordine corrispondente è quanto mai urgente il ripristino di un fondamento certo  per essi, quale punto di riferimento per la statuizione della loro valenza antropologica ed etica.  Il diritto e gli ordinamenti positivi necessitano, in particolare, del superamento del loro sradicamento dalla legge morale naturale, propiziato da una cultura moderna propensa all’autoreferenzialità conoscitiva e al primato del fenomeno, nonché della attuale giustificazione mediante una ragione scettica e un individualismo  anarchico ed utilitaristico.  Occorre che i diritti ritrovino come strumento fondativo  del loro valore regolativo della vita sociale quella ragione pratica che è propria di ogni essere umano e che è radicata nella capacità nativa di ricercare il vero, il bene e Dio. Non si parla qui di un fondamento prettamente metafisico: esso farebbe cadere nel cosiddetto paralogismo naturalista. Ci si pone su un versante chiaramente morale.
Solo una nuova evangelizzazione che consente alle persone di vivere in comunione con Dio, Sommo Vero, Somma Bontà, Somma Bellezza, potrà aiutare a vincere la crisi semantica e valoriale del diritto contemporaneo. Solo chi vive in Gesù Cristo, Via, Verità e Vita  può disporre di una capacità conoscitiva e di un’esperienza morale che rende più evidente e certo ciò che possiamo definire la base etica primigenia da cui  partire per enucleare le esigenze universali del diritto  naturale e positivo. Solo chi dispone di capacità conoscitive ed etiche accresciute può offrire maggiori garanzie di fondazione e di solidità al diritto. Una nuova evangelizzazione, che consente una più grande comunione con la Verità, il Bene e la Bellezza rende più evidenti i primi principi morali che costituiscono il fondamento universale dei doveri e dei diritti. Essi sono: fa il bene ed evita il Male; fa agli altri tutto ciò che desideri sia fatto a te; uno sviluppo umano integrale, come ha insegnato la Populorum progressio di Paolo VI.
In breve, qualora, grazie ad una nuova evangelizzazione si potrà disporre di un più saldo ancoraggio con la legge morale naturale, si potrà sperare in un nuovo fondamento per i doveri e i corrispondenti diritti.

Saluto alla città di Modigliana
22-03-2015

Signor Sindaco, Signori Amministratori e Responsabili della vita civile, Signor parroco, cari fedeli,
un cordiale saluto a voi e a questa città, già sede prestigiosa di una diocesi. Assieme all’amato vescovo S. Ecc. Mons. Claudio Stagni vi ringrazio per la calorosa accoglienza. Come ho detto a Faenza, la scorsa domenica, mi accingo volentieri ad iniziare un cammino di collaborazione e di servizio, con l’aiuto del Signore e di Maria, Madre di Dio e della Chiesa, Madre del Principe della pace.
La comunità ecclesiale, mentre vive tra la gente, intende rispondere alla richiesta permanente di ogni persona che cerca incessantemente Dio. Come è attuale il Vangelo di questa domenica che ci presenta dei Greci i quali, avvicinandosi a Filippo, gli domandarono: «Vogliamo vedere Gesù»!  Ancora oggi, molte persone che sono in cerca  di Dio, pellegrine della Verità, ci domandano di mostrarLi a loro.
Nonostante l’acutizzarsi di secolarismi anche aggressivi,  che destrutturano l’umano, la Chiesa è persuasa che la gente ha sempre sete di Dio.
Essa, allora, non si vergogna di annunciare Cristo e il suo Vangelo. L’incontro con Gesù fa nasce un nuovo pensiero e un nuovo umanesimo, più aperti alla trascendenza, alla fraternità, all’accoglienza reciproca, alla convivialità, in una parola, alla vita. Sarebbe tragico per le nostre città se, da una parte, la Chiesa nascondesse Cristo e non lo testimoniasse credibilmente e, dall’altra, l’Autorità amministrativa e politica non operasse secondo la verità dell’uomo e della sua  intrinseca dignità trascendente.
I credenti non vivono in luoghi appartati. Risiedono in città condivise e vissute con gli altri. Mediante l’incontro e il dialogo, intendono portare novità negli stili di vita, nelle relazioni interpersonali e pubbliche. Nutriti dal pane che è Cristo, si prodigano come esistenze fragranti di amore e di oblatività, specie nei confronti dei più poveri e del bene comune.
La Chiesa guarda a tutti con simpatia, ma specialmente ai giovani, sulle cui energie fresche pensa di contare per disporre di annunciatori e di testimoni  innamorati e gioiosi di Cristo. So che in questa stupenda città, ricca di vestigia illustri e di una storia civile intensa, esiste  – spero continui ad esserci,  non solo nel sito del comune – una Consulta delle attività e politiche giovanili, avente lo scopo di consentire ai giovani la partecipazione alla vita amministrativa della comunità, tramite l’espressione di pareri, proposte, indicazioni. Cari giovani, siete davvero fortunati per questo coinvolgimento nella vita della città. Vi auguro di crescere nell’interesse per il bene comune, bene di tutti. È  importante non solo poter partecipare per esprimere il proprio parere. È altrettanto decisivo partecipare dedicandosi fattivamente al bene cittadino, servendo gli altri e la comunità, vivendo una libertà non solo a metà, ossia rispettando gli altri e non ledendo i loro diritti. Occorre vivere una libertà completa, che è quella che, mentre rispetta l’altro, si dona a lui, prendendosi cura della sua vita, considerandolo non come un estraneo, bensì come un fratello che ci appartiene in umanità e in Cristo. La Chiesa ha fiducia in voi e crede nel vostro senso di responsabilità. Vivete Cristo per il bene di tutti, specie dei più poveri.
Cari giovani e cari fedeli, vogliamo davvero mostrare il vero volto di Gesù a chi lo cerca e ha bisogno, come noi, di essere da Lui salvato? Guardiamo al Crocifisso. Inchiodato sulla Croce, Gesù si svela a noi come una vita donata totalmente a Dio e all’uomo, come Colui che lotta apertamente  contro il male, come umanità nuova in piena comunione con Dio sino alla morte. Gesù, per spiegare chi Egli sia – l’abbiamo appena udito -, adopera il paragone del seme di frumento, un’immagine che è facilmente comprensibile ed efficace. Agli stranieri che chiedevano di vedere Gesù e di capire chi egli fosse risponde così: «Volete sapere chi sono e cosa faccio? È molto semplice. Guardate un chicco di grano. Se il chicco di frumento, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto». Detto altrimenti, Gesù indica che Egli è una vita che si dona in pienezza, e come il chicco di grano, cadendo in terra, muore, germoglia o, meglio, «risuscita», moltiplicando la vita. Cristo, vita in pienezza, che muore e risorge, è il pane per la fame del mondo. Per poterlo donare agli altri dobbiamo esserne innamorati, inabitati sino ad esserne risplendenti, ossia luce che riflette la Luce. Solo vivendo uniti a Cristo, Dio potrà essere il nostro Dio e noi potremo essere il suo popolo (cf Ger 31, 31-34).