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OMELIA per la CHIUSURA del GIUBILEO DELLA MISERICORDIA in DIOCESI
Faenza - Basilica cattedrale, 13 novembre 2016
13-11-2016

Il brano del Vangelo di Luca (21, 5-19) ridimensiona la prospettiva di quanti attendono con impazienza la fine del mondo ma anche il modo di pensare dei rassegnati e di quelli che non attendono più nulla di nuovo sulla faccia della terra. Richiama sia i catastrofisti o pessimisti, come anche coloro che hanno gettato la spugna e non lottano più, all’impegno nel presente, nel mondo ove vive e cresce la Chiesa, il popolo di Dio, una nuova umanità. Il nostro è il tempo della testimonianza in mezzo alle persecuzioni, facendo leva sulla fiducia e sulla perseveranza, in attesa della liberazione con la venuta gloriosa del Figlio dell’uomo. I discepoli di Gesù sono chiamati a seguire le orme del Maestro, a seminare con Lui, nei solchi della storia, una nuova umanità senza perdere speranza, facendo leva sulla potenza rinnovatrice dello Spirito del Risorto. Essi sono chiamati a decifrare i segni delle guerre, delle violenze e delle ingiustizie come luogo ove, grazie a Gesù Cristo vincitore del male e del peccato, si delinea, nonostante tutto, una nuova stagione che segue il tempo cattivo.

Il Vangelo odierno di san Luca è quanto mai intonato con la celebrazione della chiusura dell’anno santo. Questa è momento di ringraziamento per i benefici ricevuti e motivo di ripartenza. È momento di alzare il capo e di risollevarsi. La chiusura della Porta Santa non significa concludere il percorso della conversione, semmai continuarlo per far sorgere una nuova primavera nella Chiesa e nel mondo. Il nostro dev’essere, allora, un grande Grazie a Dio in Gesù, principio e fine della storia, ricapitolatore di tutte le cose. Viene spontaneo pensare che dobbiamo riconoscenza a Dio per i traguardi raggiunti entro l’esperienza della Misericordia ricevuta, celebrata e confessata. Ne elenco solo alcuni: l’inaugurazione della sede del nuovo Centro d’ascolto, la Casa di accoglienza e il Centro Caritas a Fognano, l’inaugurazione della nuova Casa del Clero, il rilancio dell’iniziativa «Solidarietà di vicinato» a favore specialmente delle famiglie bisognose con più figli, l’impegno di ricezione comunitaria dell’Evangelii gaudium, l’inaugurazione di un corso di approfondimento sull’Amoris laetitia, i giubilei celebrati dalle diverse categorie, associazioni, organizzazioni e movimenti, senza dimenticare le parrocchie, le comunità religiose. Ma possiamo considerare segni di una Misericordia accolta e sperimentata anche la GMG a Cracovia, con la partecipazione di più di duecento giovani, l’incontro a Gamogna di molti di loro, il pellegrinaggio dei cresimati a Roma che ha registrato circa settecento presenze, la celebrazione della Giornata missionaria con le annesse esperienze di una «Chiesa in uscita». Tutta la Chiesa di Faenza-Modigliana si è mobilitata per passare attraverso la Porta Santa, che è Cristo. Sono convinto che, senza frastuono e senza eccessiva presenza in quei mass media che fanno fatica a leggere la realtà, è cresciuto un popolo nuovo, più cosciente della sua vocazione missionaria e di comunione, a partire da una rinnovata intimità con il Missionario per eccellenza, Gesù, l’inviato dal Padre. Abbiamo imparato che la misericordia di Dio, sperimentata come vita nuova, ossia trasfigurata dall’amore di Dio, va vissuta e testimoniata non solo come intensificazione della carità assistenziale, ma soprattutto e simultaneamente come annuncio rinnovato di Gesù Cristo, che offre a tutti la sua vita. Il confronto con la Misericordia di Dio, donata a tutti, ci ha resi più sensibili rispetto al nostro essere missionari, in un territorio che mostra forti segni di secolarismo e di rarefazione delle vocazioni sacerdotali e religiose. Detto altrimenti, l’anno giubilare ci ha colmati di passione missionaria in un contesto pluralistico e multireligioso. Ci ha aiutati a capire che siamo una missione, perché siamo strutturati come missionari e, pertanto, non possiamo non evangelizzare, ovunque viviamo. Ha contribuito, peraltro, a mettere a nudo le nostre paure di essere e di dirci cristiani, come anche una nostra certa incapacità a comunicare l’esperienza della fede alle nuove generazioni, ma anche ai non credenti. Riusciremo a vincere le nostre timidezze e inadeguatezze? Ciò potrà avvenire accrescendo non solo l’acquisizione di nuove metodologie o strategie pastorali e pedagogiche, ma soprattutto lo spirito contemplativo, la preghiera, il dialogo e lo stare con Lui. Il nostro destino non è quello di essere nella storia un popolo timido o rassegnato, in fuga di fronte alle sfide più impegnative, ritirato nelle catacombe o nel sottobosco della storia, oppure semplicemente rintanato in famiglie spirituali lontane dall’ispirazione cristiana, senza neppure esercitare il diritto di una sana critica, uniformandosi passivamente agli ordini di scuderia. Ciò che caratterizza il popolo cristiano è di essere sempre in cammino, verso l’oltre che è il compimento umano in Cristo, per proporre ed incarnare nella storia una nuova libertà, una giustizia più grande di quella semplicemente umana. Il credente non opera stancamente, con poca convinzione, bensì con passione e slancio, divenendo sale della terra, luce del mondo. Non è un profeta di sventura, ma portatore di un ottimismo contagioso, seppur tragico ed eroico, come soleva sottolineare un grande pensatore del secolo scorso, Jacques Maritain. Non bisogna mai dimenticare che essere cristiani implica un’esistenza per Cristo, che è Amore nella verità; comporta una vita per la giustizia. Per chi è persona di fede, la croce rappresenta una via obbligata per giungere alla risurrezione. Non c’è vittoria sul male, su ogni forma di peccato senza croce, senza cioè un amore totale e fedele. Chi non osa proporre Cristo, figura di uomo completo, sottrae ai propri fratelli la speranza dell’emancipazione e del riscatto, la pienezza umana. Chi non propone e difende i valori della vita dal grembo materno alla morte, della famiglia cristiana, della libertà religiosa, compresa quella della scuola cattolica (affermando così il pluralismo del sistema scolastico, non negandolo, come pensano erroneamente alcuni); chi non professa la risurrezione dei corpi e la trascendenza, e non sostiene la prospettiva del lavoro per tutti come antidoto alla povertà e titolo di partecipazione; chi non è determinato a vivere Cristo nell’economia, nella finanza, nei mass media, nella scuola, finisce per tradire la propria identità più profonda e per non essere più sale che dà sapore. Non dobbiamo aver paura. Neppure un capello del nostro capo andrà perduto. Con la perseveranza salveremo la nostra vita, afferma il già citato Vangelo di Luca.

L’esperienza della nostra Chiesa nella celebrazione del Giubileo ha visto riconfermato l’urgenza di un duplice impegno: la formazione di un laicato sia ad intra che ad extra della vita ecclesiale – per quest’ultimo aspetto restano sempre attuali le linee offerte dalla Lettera pastorale del vescovo Misericordiosi come il Padre – sia l’impegno vocazionale e l’educazione alla fede delle nuove generazioni. Anche nella nostra comunità è maturato il desiderio che sta al centro del prossimo Sinodo ecclesiale del 2018, indetto da papa Francesco, e cioè la riflessione sui giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Già come comunità e Centri pastorali diocesani interessati ci si sta muovendo verso un Sinodo diocesano coi giovani, dei giovani, per i giovani. La Chiesa non può intraprendere una nuova tappa nell’evangelizzazione senza l’apporto e il coinvolgimento delle nuove generazioni.

In questa celebrazione eucaristica preghiamo anche per l’impegno di rinnovamento delle strutture diocesane, come le unità pastorali, la Caritas e il settore amministrativo. La Madonna, beata Vergine delle Grazie, ci accompagni nella riformulazione degli itinerari catechetici, fulcro di una fede radicata nella vita. E così sia.

OMELIA per la COMMEMORAZIONE dei FEDELI DEFUNTI
Faenza - Chiesa dell'Osservanza, 2 novembre 2016
02-11-2016

Cari fratelli e sorelle, ieri celebrando la Solennità di tutti i santi abbiamo avuto modo di ricordare quello che siamo: una grande e sconfinata comunione. Formiamo la comunione dei santi del cielo e della terra. È la comunione di coloro che sono pellegrini sulla terra, dei defunti che compiono la loro purificazione e dei beati del cielo. La formiamo grazie a Colui che si è fatto uomo, ed è morto e risorto. Incarnandosi si è unito a ciascuno di noi. Risorgendo ci porta con sé e ci fa sedere accanto al Padre, vittoriosi sulla morte. Con Cristo siamo sepolti e con Lui risorgiamo. Il Battesimo, lo sappiamo, ci immerge nella sua morte e nella sua risurrezione. Uniti a Lui, partecipiamo già realmente alla vita del Risorto. Grazie alla nostra unione a Lui, il Pastore dai grandi occhi, che passa attraverso il tunnel buio della morte vincendola, il nostro morire riceve un significato positivo: «Ai tuoi fedeli, Signore – così preghiamo – la vita non è tolta, ma trasformata, e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo» (Messale Romano, Prefazio dei defunti, I). Con Cristo, dunque, veniamo sepolti corruttibili, con Lui rinasciamo a vita nuova, incorruttibili.

Cristo è il pontefice massimo, ossia il ponte che unisce, noi che viviamo ancora sulla sponda della mortalità e i nostri cari, che sono già approdati sulla sponda dell’immortalità. Le nostre preghiere, specie mediante la celebrazione eucaristica e la Comunione, passano sul ponte che è Cristo e possono aiutare coloro che hanno bisogno di purificazione. Sempre attraverso Cristo, coloro che si sono già stabilizzati nella vita eterna, ci aiutano con la loro intercessione e la loro solidarietà.

Cari fratelli e sorelle, in questa occasione, senza turbare la vostra intimità coi vostri defunti, sento il dovere di informarvi, in ordine al culto dei nostri morti, su una recente Istruzione Ad resurgendum cum Christo, emanata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, circa la sepoltura e la conservazione delle ceneri in caso di cremazione. In essa ci viene comunicato che per la Chiesa, già da tempo, esiste la convinzione che la cremazione non sia «di per sé contraria alla religione cristiana» e che non debbano essere negati i sacramenti e le esequie a coloro che abbiano chiesto di farsi cremare, a condizione che tale scelta non sia voluta come negazione dei dogmi cristiani o con animo settario o per odio contro la religione cattolica e la Chiesa.

Tuttavia, per la Chiesa rimane chiaro che l’inumazione è la forma più idonea per esprimere la fede e la speranza nella risurrezione corporale. Andando nel cimitero, visitando le tombe riflettiamo anche su questo, rafforziamo il nostro credo nella resurrezione dei morti. Seppellendo i corpi dei fedeli defunti, la Chiesa conferma la fede nella risurrezione della carne e intende mettere in rilievo la dignità del corpo umano come parte integrante della persona della quale il corpo condivide la sorte. La sepoltura nei cimiteri o in altri luoghi sacri risponde adeguatamente alla pietà e al rispetto dovuto ai corpi dei fedeli defunti, che mediante al Battesimo sono divenuti tempio dello Spirito Santo. La sepoltura dei corpi nei cimiteri, nelle chiese e nelle aree ad esse adibite favorisce il ricordo e la preghiera per i defunti da parte dei famigliari e della comunità cristiana. I defunti non sono solo della famiglia di appartenenza ma sono anche di Cristo e del suo Corpo che è la Chiesa.

Laddove ragioni di tipo igienico, economico e sociale portino a scegliere la cremazione, la Chiesa accompagna la scelta con apposite indicazioni liturgiche e pastorali. Ritiene di non dover permettere atteggiamenti e riti che coinvolgono concezioni errate della morte, ritenuta sia come l’annullamento definitivo della persona, sia come il momento della sua fusione con la Madre natura o con l’universo, sia come una tappa nel processo della re-incarnazione, sia come la liberazione definitiva dalla «prigione» del corpo.

Le ceneri del defunto – ecco ciò che ci viene ricordato con l’Istruzione che vi ho citato – devono essere, allora, conservate di regola in un luogo sacro, cioè nel cimitero o, se è il caso, in una chiesa o in un’area appositamente dedicata a tale scopo dalla competente autorità ecclesiastica. Solo in casi eccezionali e gravi, col permesso dell’Ordinario locale, in accordo con la Conferenza episcopale o il Sinodo dei vescovi delle Chiese Orientali, è consentita la conservazione domestica. Le ceneri, tuttavia, non possono essere divise tra i vari nuclei familiari e vanno sempre assicurati il rispetto e le adeguate condizioni di conservazione. Per evitare ogni tipo di equivoco panteista, naturalista o nichilista, non è permessa la dispersione delle ceneri nell’aria, in terra o in acqua o in altro modo oppure la conservazione delle ceneri in ricordi commemorativi, in pezzi di gioielleria o in altri oggetti. Nel caso che il defunto avesse notoriamente disposto la cremazione e la dispersione in natura delle proprie ceneri per ragioni contrarie alla fede cristiana, si devono negare le esequie, a norma del diritto.

Le motivazioni di fondo sono che: i defunti devono essere oggetto delle preghiere e del ricordo continuo della comunità cristiana: non devono essere sottratti alla preghiera e al ricordo di questa; essi, infatti, fanno parte della comunione dei santi, di quella comunione che è la Chiesa. Per questo è anche significativo che il vescovo o chi per lui venga a celebrare la santa Messa qui al cimitero che vede incorporata la Chiesa dell’Osservanza.

Quanto detto, ripeto, non deve disturbare il nostro intimo colloquio con i nostri cari defunti. Semmai deve aiutarci a vivere momenti di un più intenso affetto nei loro confronti, a comprendere con maggior profondità il nostro credo e, per conseguenza, che non possiamo disonorare i corpi o trascurarli giacché sono destinati a riunirsi all’anima. Dio tornerà a dare la vita incorruttibile ai corpi trasformati.

Anche ai nostri giorni, noi come Chiesa, siamo chiamati ad annunciare la fede nella risurrezione: «La risurrezione dei morti è la fede dei cristiani: credendo in essa siamo tali» (Tertulliano, De resurrezione carnis, 1,1: CCL 2, 921).

OMELIA per la Solennità di TUTTI I SANTI
Faenza - Basilica Cattedrale, 1 novembre 2016
01-11-2016

Oggi la Chiesa onora e ricorda tutti i suoi figli, quelli passati e presenti. Nella prima lettura, l’autore del libro dell’Apocalisse li descrive come «una moltitudine immensa» che nessuno può contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua (cf Ap 7,9). Tra di essi sono compresi i santi dell’Antico Testamento, a partire dal giusto Abele e dal fedele Patriarca Abramo, quelli del Nuovo Testamento, i numerosi martiri dell’inizio del cristianesimo e i beati e i santi dei secoli successivi, sino ai martiri e ai testimoni di Cristo del nostro tempo. Nel mondo oggi vi sono 150 milioni di cristiani perseguitati. Anch’essi entrano nel novero dei figli di Dio che oggi festeggiamo. Tutti sono accomunati dalla volontà di essere di Cristo, di incarnare nelle loro esistenze i suoi sentimenti, di lottare come Lui contro il male col bene, di perdonare, secondo il suo insegnamento, settanta volte sette, cioè sempre.

Nella moltitudine dei santi non vi sono solo quelli canonizzati, ufficialmente riconosciuti e posti sugli altari, ma i battezzati di ogni epoca e nazione. Della gran parte di essi non conosciamo i volti, ma con gli occhi della fede li vediamo risplendere, come astri pieni di gloria, nel firmamento di Dio. Oggi non festeggiamo solo coloro che sono in paradiso ma anche coloro che camminano su questa terra, verso l’approdo definitivo. Sant’Agostino raffigura la Chiesa come un popolo immenso che si muove, quale corteo sterminato di persone, verso la Gerusalemme celeste. Di questo popolo una parte è ancora quaggiù, pellegrino sulla terra. Un’altra parte è giunto in prossimità di quel tempio di luce ove coloro che vedono il volto di Dio faccia a faccia esultano e gioiscono godendo la sua piena comunione. Si tratta di coloro che debbono ancora purificarsi e perciò si trovano nel pronao, all’entrata del tempio, in attesa di fare il loro ingresso definitivo.

La liturgia di oggi desidera che ci vediamo per quello che siamo: una grande e sconfinata comunione. Formiamo la comunione dei santi del cielo e della terra. La formiamo grazie a Colui che si è fatto uomo, ed è morto e risorto. Incarnandosi si è unito a ciascuno di noi. Risorgendo ci porta con sé e ci fa sedere accanto al Padre vittoriosi sulla morte.

Cristo è il pontefice massimo, ossia il ponte che unisce, noi che viviamo sulla sponda della mortalità e i nostri cari, che sono approdati sulla sponda dell’immortalità. Le nostre preghiere passano sul ponte che è Cristo e possono aiutare coloro che hanno bisogno di purificazione. Sempre attraverso Cristo, coloro che si sono già stabilizzati nella vita eterna, ci aiutano con la loro intercessione e la loro solidarietà. Nella santa Messa di oggi è attivo il Pontefice Massimo, Gesù Cristo, che unisce tutti i credenti, quelli passati e presenti.

Le beatitudini che abbiamo sentito proclamare secondo il Vangelo di san Matteo indicano il programma di vita dei credenti. È il manifesto della vita cristiana. Nel contesto odierno della Solennità di tutti i santi, le beatitudini indicano la strada da percorrere per vivere santi ed immacolati al cospetto di Dio. Grazie alle opere buone, ad una condotta bella si è sale che dà sapore, luce che illumina il mondo, si ha un cuore in sintonia con Dio e con la sua volontà.

Tra le beatitudini (cf Mt 5, 1-12a) troviamo una parola che riveste un’importanza particolare per la nostra vita: «giustizia». «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati». E ancora: «Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli». Si tratta non tanto e solo della giustizia umana, quella sociale, ma in particolare della giustizia cristiana che comprende quella umana.

La giustizia di cui parla la Bibbia e con essa Matteo, implica tutti i doveri che si hanno verso il prossimo, ma specialmente quelli che abbiamo verso Dio. Abbiamo dei doveri verso Dio. La giustizia è il rispetto e la fedeltà ai diritti di Dio, quali sono stati precisati con l’Alleanza e sono stati confermati ed approfonditi con l’Incarnazione di Cristo, la nuova alleanza tra cielo e terra. I diritti di Dio obbligano a determinati doveri verso di Lui e verso il prossimo. Dio ha dei diritti su di noi. Ma, domandiamoci, quali sono i diritti di Dio? Li abbiamo dimenticati? La misericordia di Dio nei nostri confronti non ci esime dal conoscerli, non li abolisce. Per capire quali possano essere i diritti di Dio richiamiamo alcuni Comandamenti: «Io sono il Signore tuo Dio. Non avrai altro Dio fuori di me». «Non nominare il nome di Dio invano. Ricordati di santificare le feste». Il primo Comandamento chiama l’uomo a credere in Dio, a sperare in lui, ad amarlo al di sopra di tutto, con tutto il cuore e la mente. Esso ci richiama alla virtù della religione, ad adorarlo, a pregarlo, a rendergli il culto dovuto, a mantenere le promesse (non escluse quelle battesimali), fatte sia come singoli sia come comunità. Basta questo cenno per capire cosa sono i diritti di Dio.

In una società in cui domina l’idolatria del proprio «io» è difficile pensare ai diritti di Dio, come anche a quelli del nostro prossimo. Per riconoscerli occorre essere poveri in spirito, vuoti di sé, privi dell’orgoglio che ci gonfia. Occorre essere «puri di cuore», «piccoli» dentro. Solo così si può riconoscere Dio come Padre, Sommo Amore e, perché tale, nostro Redentore. Proprio la sua paternità importa che i figli gli riconoscano dei diritti. Solo così possiamo riconoscere negli altri i nostri fratelli e incominciare a capire e a vivere la fraternità in tutte le sue sfaccettature. Chi toglie dal proprio cuore l’inclinazione cattiva che ripiega su se stessi riesce a vedere Dio per quello che è: Amore eterno e Verità assoluta, Agápe e Lógos, principio e fine di tutto.

Chi è mite ed umile di cuore, chi ha un cuore puro conosce Dio e gli altri per connaturalità, per empatia. Solo chi vive la santità morale nella propria vita, e vede il proprio peccato, è in grado di avvicinarsi a Dio e di riconoscergli i diritti di Padre misericordioso. Chi è chiuso in se stesso e ha un cuore di pietra è insensibile alla Bontà e alla sua Misericordia, pur avendo la capacità di conoscerle. Solo Dio, con la sua vicinanza, con il suo calore amoroso può sciogliere il ghiaccio del nostro spirito e costituirci in popolo santo, popolo di figli e fratelli. A questo proposito, sono illuminanti le parole del profeta Geremia: «Darò loro un cuore perché conoscano che io sono il Signore. Saranno il mio popolo ed io sarò il loro Dio e ritorneranno a me con tutto il cuore» (Ger 24,7; 31, 31-34). Abbiamo bisogno di ricevere un cuore nuovo. Non ci facciamo e non diventiamo santi da soli.

L’unica condizione è che, come ha fatto Zaccheo, di cui ci ha parlato il Vangelo di domenica scorsa, accogliamo a casa nostra Gesù Cristo, che desidera entrarvi. Nella celebrazione eucaristica odierna accogliamo Gesù che si fa pane. Nutriamoci di Lui, del suo amore, per viverlo. Preghiamo per i nostri fratelli defunti, siamo popolo di Dio degno di Lui, tre volte Santo.

OMELIA per il X anniversario della morte del cardinale DINO MONDUZZI
Brisighella, 30 ottobre 2016
30-10-2016

Nella vita di una persona l’incontro con Gesù Cristo è importante perché trasforma la vita. Oggi il Vangelo di Luca ci presenta Gesù che si autoinvita a casa di Zaccheo. Egli ci cerca, come noi lo cerchiamo, e desidera fermarsi a casa nostra. A Zaccheo che cerca di vederlo salendo su un sicomoro, perché era piccolo di statura, Gesù dice: «… scendi, oggi devo fermarmi a casa tua». La narrazione dell’evangelista Luca è davvero istruttiva non solo dal punto di vista delle relazioni umane, ma anche da un punto di vista catechetico e pedagogico. Gesù ci cerca come persone, desidera incontrarci per quello che siamo, nella nostra parte più intima, bypassando, in certo senso, i nostri peccati, i nostri titoli, andando oltre. Zaccheo era un esattore delle tasse, disprezzato dalla gente, capo dei pubblicani, ricco. Gesù non si rivolge a lui per incontrare il personaggio, l’uomo di spicco, il funzionario o il peccatore, bensì Zaccheo, nient’altro che Zaccheo, come persona, con la quale instaurare un dialogo, diventare amico, entrando in casa, sedendo a tavola, condividendo il pane. La tavola, lo sappiamo, è il luogo dell’amicizia, dove si fa e si rifà la vita. Da Gesù non viene, prima di tutto, la richiesta di confessare il peccato o di espiare. Gesù dichiara il suo bisogno di stare con lui, di conoscerlo, di capire il suo mondo, ma non al modo di un missionario spiccio, impaziente, che vuole portare l’interlocutore subito dalla sua parte, forzando la sua libertà, dicendo: basta, lascia quello che stai facendo, convertiti, cambia vita, andiamo a pregare. Gesù non pone nessuna condizione all’incontro con Zaccheo se non di lasciarlo entrare in casa: «Devo venire a casa tua»! E Zaccheo ben felice lo accoglie, perché cercava di incontrarlo. L’evangelista Luca è sbrigativo, non la fa lunga nel suo racconto. Non sta a descrivere il pranzo o la cena, il dialogo avvenuto in casa. Non presenta le tappe psicologiche della conversione di Zaccheo. Quello che è chiaro è che il facoltoso capo dei pubblicani spalanca le porte di casa sua e accoglie cordialmente Gesù. Dall’incontro con il Maestro, che aveva solidarizzato con lui, senza mezze misure, sfidando le critiche dei benpensanti, deriva il cambiamento radicale dell’uomo Zaccheo. Egli, a tu per tu con il Signore misericordioso, si sente coinvolto nel mondo di Gesù e si converte. Cambia segno alla sua vita, facendo quello che non gli era stato nemmeno chiesto. Fa più di quello che la Legge imponeva: ecco qui, Signore, la metà dei miei beni per i poveri; e se ho rubato, restituisco quattro volte tanto. Qual’è la causa di un simile cambiamento? È lo sbalordimento e lo stupore per la bontà del Signore, per la sua amicizia e la sua attenzione benevola nei suoi confronti. L’incontro di Gesù con Zaccheo fa capire che il peccatore si scopre amato senza meriti. E proprio perché si sente solo amato e basta, rinasce moralmente e sceglie di vivere rettamente, rispondendo all’amore di Cristo. Lo sguardo intenso e profondo del Redentore provoca nel suo animo una risposta di dono e lo slancio nel servizio agli altri.

La comunità cristiana di Brisighella è composta da tante persone che hanno incontrato Gesù. Come Zaccheo, che ha accolto a casa sua il Redentore e si è convertito, tutti i credenti, decidendo di cambiare la loro vita e di vivere Cristo stesso, portano frutti di ogni bene. Le comunità cristiane, fondate e radicate in Cristo, accolto, incontrato e celebrato, diventano nel loro territorio un popolo di credenti completi e ben preparati per ogni opera buona. Sono una benedizione per tutti. Come i primi cristiani, sono lodati e amati. È veramente così anche per la comunità di Brisighella? È un popolo formato da persone trasformate, che trasfigurano le relazioni, le istituzioni, le famiglie, le imprese, i giovani?

Oggi siamo qui anche per ricordare, nel decimo anniversario della morte, la bella figura del Cardinale Dino Monduzzi, persona integra, preparata e nello stesso tempo discreta. In una sua lettera dell’11 febbraio 1987, rispondendo all’invito dell’Arciprete e dei Brisighellesi, che lo volevano nel paese natio per festeggiare la sua recente nomina a vescovo, scrive: «vorrei che l’onore fosse reso in primo luogo al Sacerdozio di Cristo in quanto tale e alla sua missione di salvezza». Chi nella sua vita ha davvero incontrato Gesù Cristo e conosce cosa provoca la presenza di Cristo nella propria esistenza, e cioè una salvezza che è soprattutto ricevuta dal Signore, si riconosce poca cosa, anche se scelto come successore degli apostoli. Nella sua lettera, don Dino – così è ancora oggi ricordato in Vaticano, ove è stato al servizio di ben quattro papi – mostra l’atteggiamento del vero credente, di colui che svolge con umiltà il proprio servizio per la realizzazione del Regno di Dio. Egli ha la chiara consapevolezza che ciò che conta, dopo tutto, è il nostro amore per Cristo, che deve essere amato sopra ogni cosa, per partecipare nel miglior modo possibile alla Sua missione. Sappiamo che don Monduzzi durante i primi passi del suo ministero sacerdotale fu dedito all’apostolato delle Missioni sociali dell’Azione Cattolica in Calabria e in Sardegna; poi si trovò immerso nella difficile, travagliata, ma esaltante realtà socio-politica-religiosa della Marsica in Abruzzo. Solo dopo è passato in Vaticano ove terminò la corsa della vita divenendo prima Cardinale.

Come comunità, possiamo vivere nostalgicamente di ricordi, giustamente orgogliosi di aver dato alla Chiesa numerosi sacerdoti, suore e diversi Cardinali, l’ultimo dei quali, tanto amato, e che ricordiamo da qui, perché a Roma, è S. Eminenza Achille Silvestrini. Ma il modo più consono e vero di fare memoria è quello di rivivere i tempi trascorsi per trarne ispirazione e slancio in vista di un nuovo impegno missionario. Brisighella e dintorni è stata una fucina di robuste vocazioni laicali e sacerdotali, religiose, perché costituita da famiglie solide, capaci di trasmettere la fede ai giovani; perché ricca di associazioni e movimenti cattolici e di ispirazione cristiana in grado di educare ad una fede adulta, ad una testimonianza coraggiosa e credibile nella società civile e politica. Sollecitati anche dalla bella figura del Cardinale Monduzzi, che ha maturato la sua vocazione in un contesto comunitario pullulante di fanciulli cattolici e di adulti tutti dediti ad insegnare l’ideale missionario anche in mezzo ai compagni, poniamoci la domanda: le nostre famiglie sono ancora in grado di far amare Gesù come il Bene più grande, per il quale dare se stessi ed essere missionari come Lui, a partire da quell’intimità itinerante che formiamo in Lui grazie al dono del suo Spirito? Esistono ancora organizzazioni, movimenti cattolici in grado di educare ad una fede matura che assegna il primato a Dio e non all’appartenenza partitica, pur importante? Alberga ancora nei cuori il convincimento che la nostra fede, intesa come comunione con Gesù Cristo, è il dono più grande per noi e per coloro che incontriamo o accogliamo perché profughi? Siamo timorosi o introversi, nel senso che non pensiamo più di dover essere missionari e curiamo solo il nostro orticello ecclesiale?

Nell’Eucaristia che ora proseguiamo, preghiamo i nostri defunti, ma in modo particolare il Cardinale Dino Monduzzi, perché ci ottengano da Dio una fede viva ed operosa, uno spirito autenticamente missionario, nuovi pastori per la nostra Diocesi.

OMELIA per la VEGLIA MISSIONARIA
Faenza - Chiesa di San Giuseppe artigiano, 21 ottobre 2016
21-10-2016

In questa Veglia missionaria, che cade nel nuovo anno pastorale impegnato nella ricezione della Evangelii gaudium (=EG), sembra opportuno riflettere sulle ragioni profonde del nostro essere Chiesa missionaria, a partire proprio dall’esortazione apostolica. Per farlo, prendiamo lo spunto anche dal Messaggio per la Giornata missionaria mondiale 2016, in cui papa Francesco invita a pensare l’impegno missionario come un atto di misericordia nei confronti dei popoli che ancora non conoscono il Signore Gesù. La Chiesa, nel suo essere strutturalmente missionario, è chiamata a compiere un servizio di maternità: generare la fede, aiutare ad incontrare ed amare il Signore. Se la fede è fondamentalmente e germinalmente dono di Dio, essa cresce non tanto attraverso un proselitismo che forzi la libertà altrui, bensì mediante la stessa fede e carità degli evangelizzatori. Essa viene comunicata per contagio. Detto altrimenti, viene diffusa da una vita credente, da una testimonianza autentica, dall’amore per Gesù e per i propri fratelli che ancora non Lo conoscono.

Il credente, vero innamorato di Gesù, sente dentro di sé l’esigenza e il dovere di comunicarlo e condividerlo. E questo, non solo sulla base della gioiosa esperienza di essere unito a Lui, ma anche perché «ogni popolo e cultura ha diritto di ricevere il messaggio di salvezza che è dono di Dio per tutti».

E così, potrà esserci un sano proselitismo senza costrizioni o pressioni, e l’annuncio del Vangelo non sarà mai un’attività da cui ricavare un utile, un tornaconto personale. Esso risponderà ad un bisogno profondo delle persone, perché, come afferma papa Francesco, «tutti siamo stati creati per quello che il Vangelo ci propone: l’amicizia con Gesù e l’amore fraterno». «Il missionario – spiega sempre papa Francesco – è convinto che esiste già nei singoli e nei popoli, per l’azione dello Spirito, un’attesa anche se inconscia di conoscere la verità su Dio, sull’uomo, sulla via che porta alla liberazione dal peccato e dalla morte. L’entusiasmo nell’annunziare il Cristo deriva dalla convinzione di rispondere a tale attesa» (EG n. 265).

In breve, l’attività missionaria è motivata da ragioni di amore per gli altri, da un dovere di giustizia nei loro confronti.

Più volte, durante quest’anno giubilare, ho avuto modo di ripetere che viviamo la misericordia non solo mediante le opere caritative e di assistenza, ma soprattutto annunciando il Vangelo e vivendo la nostra missionarietà. Gesù Cristo è un tesoro di vita e di amore, che non si può trattenere solo per sé. La misericordia più grande è proprio donare Gesù agli altri. Noi cristiani siamo una missione, perché formiamo con Gesù, il missionario per eccellenza, un’intimità itinerante.

Il brano del Vangelo di Luca, appena proclamato, ci ricorda che l’attività del missionario è un invito a partecipare alla gioia e alla comunione del banchetto, che Dio prepara per tutti i popoli indistintamente. Il padrone di casa, che ha fatto preparare la cena per molti invitati, vuole riempire a tutti i costi la sala del banchetto. Chi, con una scusa o con un’altra, lo boicotta, rischia di rimanerne escluso per sempre o, meglio, si autoesclude dal regno e famiglia di Dio. Nella situazione storica, in cui si trovava la Chiesa di Luca, ove la perseveranza di non pochi convertiti era in crisi, la parabola di Gesù era, allora come oggi, un serio avvertimento. Chi rifiuta l’invito ricevuto, dando la priorità agli affari, alla cura delle proprietà, agli impegni mondani, non sa di perdere il bene più grande, che è la comunione con Gesù Cristo, infinito Amore che salva e redime.

OMELIA per il PELLEGRINAGGIO DEI CRESIMATI e CONSEGNA DEL SIMBOLO DELLA FEDE
Basilica di San Pietro, 18 ottobre 2016
18-10-2016

Cari cresimati della Diocesi di Faenza-Modigliana, la seconda Lettera di san Paolo apostolo a Timoteo ci offre uno spaccato della Chiesa delle origini. Che cosa viene presentato? Il coraggio missionario di Paolo, ma anche il viaggio di Crescente in Galazia e di Tito in Dalmazia a testimonianza dell’irradiazione del cristianesimo, la fatica dell’annuncio del Vangelo, i danni che subisce l’apostolo delle genti a causa di Alessandro, il fabbro, che si rivela un accanito oppositore della sua predicazione. Nella sua Lettera a Timoteo, Paolo lamenta, inoltre, di essere stato abbandonato da tutti allorché fu trascinato in tribunale. E, tuttavia, rimane con lui un missionario della prima ora: l’evangelista Luca, che oggi festeggiamo: «Solo Luca è con me». Nel brano su cui stiamo riflettendo troviamo un’annotazione importante. L’apostolo Paolo riconosce che il Signore, durante gli interrogatori in tribunale gli è stato vicino e gli ha dato forza, perché potesse «portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero». San Paolo considera la sua stessa cattura e l’interrogatorio a cui è stato sottoposto occasioni di annuncio di Gesù Cristo. Anche i momenti più duri della vita possono essere il luogo in cui parlare di Lui, per testimoniargli il nostro amore.

Voi cari cresimati, vi chiederete: ma cosa centra tutto questo con la nostra vita? Qual è il senso per noi di tutto quanto abbiamo udito, e cioè delle difficoltà incontrate da Paolo e dai primi cristiani durante il loro impegno missionario?

Il brano che avete sentito proclamare riguarda proprio voi, anzi tutti noi, in quanto battezzati e cresimati. Chi nella Cresima riconosce di essere di Cristo e di aver ricevuto il suo Spirito è anche consapevole di essere un inviato, un mandato in missione. Tutti i battezzati e i cresimati ricevono da Gesù il compito di andarlo a portare a chi non lo conosce ancora e non l’ha incontrato, perché l’accolgano nella loro vita, a casa propria.

Come narra il brano del Vangelo di Luca (cf Lc 10, 1-9), oltre agli apostoli che conosciamo, Gesù designò altri settantadue e li inviò due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. In altre parole, Gesù sceglie dei collaboratori perché vadano a preparare il terreno e a predisporre le persone a riceverlo. Il battezzato e il cresimato, che dimora in Gesù e vive in Lui, come dice san Paolo, porta dentro di sé una missione, il compito di parlare di Gesù, di farne capire l’importanza per la vita: Gesù è colui che salva l’uomo dal male, dal fallimento che è il peccato, e lo aiuta a fare il bene, a crescere come persona completa. Proprio per questo, Gesù deve essere considerato dal cresimato il più grande dono che può fare ai suoi amici, a coloro che non lo conoscono ancora o, pur conoscendolo, l’hanno abbandonato.

Ma come avverte Gesù, che dice «vi mando come agnelli in mezzo ai lupi», il compito del missionario non è così semplice. Non è, come pensano ingenuamente molti, un’avventura meravigliosa, un safari o un viaggio turistico in una terra sconosciuta ed incontaminata. Il cresimato che prende sul serio la sua missione trova sul suo cammino, come san Paolo, successi, ma anche opposizioni e risposte negative.

Gesù non intende scoraggiare i suoi discepoli, ma semplicemente metterli in guardia ed invitarli ad essere spiritualmente e psicologicamente preparati. Tantomeno desidera togliere a loro la gioia di portarLo a chi non ce l’ha. Il cresimato, pur consapevole che tutto non andrà liscio, non dimentica la gioia incontenibile che l’accompagna nel suo slancio di andare e di comunicare, di essere una missione. Gesù è una persona così grande, così bella, così arricchente da appagare le attese più profonde del cuore umano e da indurre a condividerlo. Sofferenze, privazioni, solitudini, persecuzioni subite a causa sua non sono sufficienti a spegnere l’entusiasmo per Lui, che allieta l’esistenza, rendendola luminosa, piena di forza e di sapienza, di festa interiore, perché Egli è per noi, figli di Dio, il massimo, il prototipo, il Figlio che redime e salva.

Dobbiamo, allora, non vivere nel mondo delle illusioni, ma essere ben piantati in Gesù, il missionario per eccellenza e servo sofferente. Quanto disse Gesù ai settantadue non è lontano dalla realtà odierna, che registra circa duecento milioni di cristiani torturati, imprigionati. Ogni anno ne sono uccisi circa centomila. Cinque al minuto, ben più di quanti non ne morirono qui a Roma durante le persecuzioni scatenate dagli imperatori. L’uccisione di cristiani quasi non fa più notizia. E non risparmia, purtroppo, bambini e ragazzi, giovani che in alcune regioni del mondo sono venduti come schiavi oppure imprigionati, uccisi con la crocifissione o sepolti vivi.

Cari amici, chi è di Cristo, può incontrare sulla sua strada, anche la morte, come capitò al nostro Maestro, a santo Stefano, a san Pietro e a san Paolo, a san Tarcisio, nei primi tempi del cristianesimo, a san José Sanchez del Rio (1913-1928), giovane messicano, martirizzato a 15 anni e canonizzato domenica scorsa, il 16 ottobre in piazza san Pietro. Chi vive in Europa non si trova in un luogo del tutto indenne. Vi sono persecuzioni più sottili, ma non meno pericolose per la fede e per la propria libertà religiosa. Ce la si prende con il crocifisso, con il presepe, con i segni religiosi. Chi insegna religione può trovare disprezzo nei colleghi di altre discipline. La propria scuola perché cattolica può essere ingiustamente tassata. Chi difende la vita e la famiglia, intesa come società naturale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, può essere considerato dell’era giurassica.

Il vostro vescovo non vuole spaventarvi, ma semplicemente fare come Gesù con i settantadue discepoli inviati ad annunciarlo. Gesù indica, come avete sentito, una specie di «manuale del missionario»: si è inviati in un mondo in cui si è disarmati e in cui la messe è molta ma gli operai sono pochi, per cui mentre si lavora per il Regno non si deve smettere di pregare perché Dio mandi altri apostoli; si deve andare liberi da ogni cosa ingombrante, puntando dritti alla meta, senza perdersi nella ricerca di comodità: questo è il senso del «non portate né borsa, né bisaccia, né calzari». E se si riesce a convertire, a sconfiggere il Maligno, che sempre si aggira per rubare persone a Cristo, bisogna ringraziare Dio, perché è grazie a Lui che tutto questo può avvenire. Non siamo noi che riusciamo a convertire le persone, a guarirle interiormente e fisicamente, a sconfiggere il male che c’è nel mondo, ma solo Dio.

Ci troviamo nella basilica di san Pietro, anch’egli morto martire, come morì martire anche san Paolo, come già accennavo. Siamo venuti appositamente qui non per fare una scampagnata, ma per pregare sulla tomba di colui al quale Gesù ha detto: «Tu sei Pietro e su questa pietra io costruirò la mia Chiesa e le forze della morte non potranno prevalere su di essa» Mt 16, 18). Pregate, preghiamo, dunque, per tutti i cresimati, perché possano essere Chiesa, annunciatori decisi di Gesù, senza arrossire di Lui, senza nascondere la propria identità cristiana. Questo è anche il senso della consegna del credo che faremo a breve.

Come tutti i cresimati dovete essere fieri della vostra fede e non dovete avere complessi di inferiorità. Affrontate i vostri impegni ad occhi aperti, avendo la consapevolezza che non siete soli, ma che siete sempre sorretti dallo Spirito di Dio e del Figlio, uno Spirito d’amore potente e tenero allo stesso tempo.

Durante la nostra celebrazione Eucaristica preghiamo per le nostre famiglie, i genitori, i nonni, gli amici, gli insegnanti, per la nostra Diocesi e le nostre parrocchie, per i religiosi e i diaconi. Offriamo al Signore il progetto di realizzare un Sinodo dei giovani, affinché nella nostra Regione ci possano essere operai del Vangelo, come sant’Apollinare e san Pier Damiani.

OMELIA per il GIUBILEO DEGLI SPORTIVI E DEI CIRCOLI PARROCCHIALI
Faenza - Basilica Cattedrale, 16 ottobre 2016
16-10-2016

La Parola di Dio di questa domenica XXIX del Tempo Ordinario aiuta gli sportivi a vivere il loro Giubileo in una maniera meravigliosa.

La prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo ( Es 17, 8-13), ci narra di come Mosè, tenendo alzate le braccia, in atteggiamento di preghiera, aiutò Giosuè a sconfiggere Amalèk, che l’aveva attaccato. Quando Mosè lasciava cadere le braccia, e cioè non pregava, prevaleva Amalèk. La lettura ci fa capire che per sbaragliare i nemici di tutti i tipi, non solo quelli con l’esercito, occorre pregare senza sosta. Se non si prega si fa fatica a sconfiggere il male, il peccato, l’egoismo, la violenza, la voglia di barare per vincere. Chi prega vince le tentazioni, specie la pazzia di buttare via la propria vita, volendo assumere sostanze dopanti o addirittura provando la vertigine, frequentando falsi amici che spingono a perdere la felicità rovesciandoti dentro al cuore solo spazzatura e basse morbosità.

Come Mosè, cari giovani, bisogna saper pregare senza stancarsi mai. Occorre allenarsi nello spirito come fanno i grandi campioni che per vincere si sottopongono a fatiche diuturne. Chi prega entra nel mondo di Dio e viene inondato di luce e di gioia. Chi non prega è troppo solo. Corre il rischio del vuoto interiore, di diventare schiavo delle sensazioni passeggere, di essere rassegnato di fronte alle sconfitte.

Nella seconda lettura, tratta dalla seconda Lettera di san Paolo a Timoteo (2 m 3,14-4,2) si viene a rispondere ad una domanda importante che ogni giovane prima o poi si pone. La domanda è: io che sono anche sportivo sono prima di tutto cristiano -, desidero essere un giovane o un uomo completo, ben preparato nella vita, per fare il bene? La risposta è: per esserlo devi fare due cose. La prima: conoscere, fin da piccolo, la Parola di Dio, la Sacra Scrittura, non solo leggendola, ma cercando di incontrare, mediante essa, Gesù, diventandone amico. La Sacra Scrittura va letta per arrivare a Gesù, per conoscerlo, sperimentandone l’amicizia, parlandogli, innamorandosi in certo modo di Lui, ritenendoLo la persona più importante della propria vita. La seconda è: annunciare Gesù agli amici. Ma non solo. Farlo conoscere ed amare. Come tu hai avuto il bene di incontrarLo e di diventarne amico inseparabile, così aiuta i tuoi amici a incontrarLo e a riconoscerLo come il centro della loro vita.

Il Vangelo di Luca (Lc 18, 1-8) vuole farci comprendere la stessa cosa del libro dell’Esodo e cioè che non dobbiamo stancarci mai di pregare. Se si vuole avere fede, ossia fiducia in Gesù, non dobbiamo smettere di pregare Dio. La fede, che ci fa avere l’esperienza di Gesù, ci aiuta ad essere persone complete, a compiere opere buone, a donare Gesù ai nostri amici, a non vergognarci di Lui.

Chi possiede una fede sincera in Gesù, Uomo Nuovo, persona tutta d’un pezzo, si sente sostenuto sempre da Dio, anche quando pratica lo sport o l’organizza per gli altri, come fanno i vostri animatori o allenatori. Igor Cassina, un grande ginnasta italiano, davanti a papa Francesco, il 5 ottobre scorso, giorno in cui gli sportivi riflettevano sul rapporto tra fede e sport, ha raccontato a tutti il suo modo di fare sport da credente. Egli, fra l’altro, ha detto che lo sport è una scuola di vita. La fede, da parte sua, insegna ad essere positivi, a non scoraggiarsi, a ritornare in piedi anche quando si cade. Aiuta a realizzare i propri sogni di campione, a diventare seri professionisti. Daniele Garozzo, un professionista della scherma, siciliano che ha vinto l’oro olimpico a Rio, alla conduttrice Lorena Bianchetti ha detto che lo sport e la fede vanno a braccetto e aiutano le persone a crescere armoniosi. Thomas Bach, ex schermidore tedesco e presidente del Comitato olimpico internazionale, ha sottolineato che sport e fede condividono molti valori, ma lo sport non dà risposte sul significato dell’esistenza umana, sulla morte, sull’aldilà. Solo la fede può farlo.

Cari amici, in questa santa Messa ricordiamo che per essere campioni nello sport, per essere persone complete umanamente, per conquistare Gesù, abbiamo bisogno di credere in Lui e di amarLo. Aumentiamo la nostra fede alzando le braccia, ossia pregando, annunciando e donando Gesù. Otterremo una corona incorruttibile (cf 1 Cor 9, 24-25).

A Cracovia papa Francesco ha ricordato ai molti giovani lì arrivati da tutto il mondo che essi non debbono essere giovani-divano, né rassegnati né rinunciatari rispetto ai grandi ideali che abitano nel loro cuore. Non debbono essere nemmeno disuniti, incapaci di fare «massa critica» rispetto ad una società che li snerva e li riduce a zombi, deprivandoli dei loro sogni. Per reagire a questa situazione c’è una sola strada da percorrere. Per non diventare pensionati anzitempo, rinunciatari, giovani che gettano la spugna prima di incominciare a lottare, occorre riunirsi attorno a Cristo, fare comunione con Lui, come state facendo anche voi in questo momento di Giubileo a Faenza. La risposta alla nostra debolezza morale e al nostro disorientamento è Gesù Cristo, che non è una cosa, non si compra in un negozio di articoli sportivi, ma è una persona. Gesù Cristo, che è più facile incontrare e coltivare in un circolo parrocchiale, è colui che sa dare vera passione alla vita, è colui che ci porta a non accontentarci di poco e ci sospinge a dare il meglio di noi stessi. Egli ci sollecita ad alzare lo sguardo e a sognare alto.

Lo troveremo qui, specialmente sotto le specie del pane e del vino consacrati, oltre che presente nella Parola di Dio e nei fratelli e nelle sorelle. Assumiamolo, non solo col pensiero ma anche facendo comunione con Lui, mangiando il suo Corpo. Il vero Giubileo, come per ogni credente, è riceverLo per donarLo.

OMELIA per il GIUBILEO delle FAMIGLIE
Faenza - Basilica Cattedrale, 2 ottobre 2016
02-10-2016

Cari fratelli e sorelle, care famiglie,

la celebrazione del Giubileo della misericordia per la famiglia coincide con l’invito di san Paolo a ravvivare in noi il dono di Dio (cf 2 Timoteo 1, 6-8.13-14). Di cosa si tratta? Occorre accrescere lo Spirito di forza, di carità e di prudenza che ci è stato affidato mediante il Battesimo, la Confermazione e gli altri sacramenti, compreso quello del matrimonio per gli sposi. Come possiamo farlo? Il brano del Vangelo ci fa capire che ciò è possibile aumentando la nostra fiducia in Dio. Per compiere prodigi d’amore, basta anche una piccola fede, quanto un granello di senape. L’importante è riconoscere che abbiamo bisogno di Lui, e che Lo amiamo con tutto il cuore. Una fede autentica riesce a rigenerarci nell’adesione a Gesù Cristo, a renderci discepoli pienamente disponibili a servire il Maestro e il prossimo, a volere la vita piena che Egli ci propone. La fede cresce mediante  la preghiera e il servizio. 

Il vero discepolo ama Gesù Cristo disinteressatamente. Si considera un «servo inutile» (cf Lc 17,5-10), nel senso che non si attende un tornaconto, una resa, un riconoscimento particolare. Gli basta essere colmo dell’amore di Cristo, essere come Cristo, ossia servo. Questa è la ricompensa ricercata. Chi è colmo dell’amore di Cristo gli basta il suo Spirito. Ne è pienamente appagato e non ricerca altro. Al pari di santa Teresa d’Avila che scriveva: «Chi ha Dio non manca di nulla: solo Dio basta!». La stessa santa Teresa descriveva lo stato d’animo del discepolo che ama, con queste brevi ed efficaci espressioni: «Il tuo desiderio sia vedere Dio, il tuo timore perderLo, la tua gioia sia ciò che può portarti verso di Lui e vivrai una grande pace».

In questo contesto liturgico e biblico, il giubileo della famiglia deve divenire momento in cui si cresce nell’amore disinteressato a Cristo. I genitori hanno bisogno di vivere costantemente con la passione degli innamorati. Il loro amore reciproco cresce a partire dall’incontro che si rinnova con Gesù Cristo. Chi ama Gesù ama come Lui. Se l’incontro con Gesù non porta ad una crescita del muto amore, i genitori non vengono salvati dal pensare, in definitiva, ognuno a sé, senza voler essere per l’altro. I loro singoli «io» non vengono liberati dalla voglia di attirare l’altro nella propria sfera per servirsene, per soggiogare. La maturazione affettiva degli sposi rimane acerba e non formano un «noi» adulto. Solo l’amore di Cristo spinge ad andare incontro all’altro, senza aspettare che sia l’altro a manifestare il suo bisogno. Lo sguardo dell’innamorato è sempre rivolto verso chi ama.

La vera questione, pertanto – lo sanno bene gli sposi per esperienza – non è essere innamorati. È l’essere capaci di rimanere nell’amore. E ciò è propriamente un problema di fedeltà. «Innamorarsi significa amare senza condizioni e restrizioni, nemmeno di tempo, accogliere incondizionatamente l’altro, non per un calcolo interessato, ma attratti dalla bellezza totale del tu, una bellezza che non è solo esteriore, e un’attrazione che non è solo dei sensi, ma di tutto l’essere, misteriosa, che determina la consegna totale di sé nelle mani dell’altro, e che avrà bisogno di un tempo lungo, di una vita intera per manifestarsi in tutta la sua fecondità».

I genitori cristiani sanno di appartenere ad una storia d’amore, che ha inizio nel cuore del Padre e che non è ancora terminata. Essi, come peraltro i sacerdoti, i religiosi, vivono in mezzo a questa storia d’amore che li chiama al dono, al servizio della vita, all’educazione della fede, finché Cristo non sia formato nei figli. Quale sarà la ricompensa dei genitori? Quale ricompensa immagineranno di avere? La loro ricompensa più piena e soddisfacente sarà semplicemente la gioia di aver messo interamente a disposizione la loro esistenza perché altri diventino capaci di fare altrettanto. Chi vive nell’amore di Cristo non pensa ad altro se non a tale amore, se non a generare persone gioiose nel dono di sé e nell’annuncio di Cristo.

So che avete riflettuto sul legame tra le generazioni. Solo chi si immerge nella storia dell’amore misericordioso, con cui Dio ha voluto inondare l’umanità, è capace di coltivare un legame virtuoso tra le generazioni. Chi coltiva nuove generazioni, capaci di dono, pone la premessa o, meglio, la garanzia di una storia davvero umana. Una società di figli incapaci di dono e, quindi, incapaci di onorare i genitori diventa una società senza onore, ricorda papa Francesco nell’Amoris laetitia (=AL n. 189). È destinata a riempirsi di giovani aridi ed avidi. E così anche i nonni, dei quali oggi celebriamo la festa, finiscono per essere dimenticati e messi in disparte.

I genitori che vivono in pienezza la misericordia di Dio concorrono a rinsaldare la catena di solidarietà che unisce le generazioni nel ricevere e nel dare. Gli anziani, i nonni sono uomini e donne, padri e madri che sono stati prima di noi sulla nostra stessa strada, nella nostra stessa casa, nella nostra quotidiana battaglia per una vita degna (cf AL n. 191). All’interno della continuità della vita, irrobustendo quel legame che tiene unite le generazioni, gli anziani continuano ad essere dono in molti modi, ricucendo gli strappi, iniziando spesso i piccoli a quella vita cristiana che stringe le varie generazioni in una famiglia più che umana, ove la fede fa vivere tutti dello stesso amore: l’amore di Dio Padre, del Figlio e dello Spirito santo. I nonni contribuiscono a crescere una storia collettiva di fratelli, più di quanto non pensiamo.

Cari sposi, viviamo la misericordia divina. Perdoniamo. Perdoniamoci. Solo così risplenderà nelle famiglie la gioia dell’amore. Per far risplendere questa letizia il papa ha indirizzato alle comunità cristiane del mondo l’esortazione apostolica che tutti conosciamo. Per renderla più fruibile si è pensato di istituire una serie di incontri, che saranno tenuti nei mesi di gennaio e febbraio prossimi, presso il Seminario nuovo. Si tratta di momenti offerti a tutti, specie a coloro che lavorano nella pastorale famigliare, nel consultorio, nelle varie associazioni, ma anche ai diaconi, ai catechisti che si impegneranno a far risuonare davanti alle famiglie e in mezzo ad esse il primo o il secondo annuncio. Le nostre comunità dovranno compiere una rilevante conversione pastorale, per la cui realizzazione le forze in campo non appaiono sufficienti. Ciò obbliga a costruire maggiori sinergie tra tutti coloro che si interessano al bene della famiglia cristiana. Non dimentichiamo che l’impegno a far risplendere la gioia dell’amore va di pari passo, come ha suggerito anni fa la Familiaris consortio del santo Giovanni Paolo II, ad una pastorale famigliare attenta a far maturare associazioni di famiglie capaci di elaborare progetti di politiche famigliari volte a sostenere in particolare quelle famiglie che, grazie alla stabilità e fecondità del loro patto d’amore, offrono un servizio prezioso alla società, all’economia, al welfare e al mondo. Spesso ci si lamenta che la famiglia cristiana viene distrutta. In Georgia papa Francesco ha detto che la teoria del gender è una guerra mondiale contro il matrimonio. Poco, però, si fa, da parte dei cattolici, perché non venga frantumato. Già Pio XII sollecitava: non lamento, ma azione!

Un ringraziamento particolare vada a tutti coloro che hanno lavorato intensamente alla riuscita di questa giornata del Giubileo della famiglia, in particolare ai responsabili della pastorale famigliare. Dio sia la loro ricompensa più grande ed attesa.

La partecipazione a questa Eucaristia ci rinsaldi tutti in un amore disinteressato, che è anche fondamento della spiritualità coniugale e famigliare.

OMELIA per la FESTA di SAN MICHELE
Bagnacavallo - 29 settembre 2016
29-09-2016

La liturgia oggi festeggia gli Arcangeli Raffaele, Gabriele e Michele, che è patrono di questa bella comunità. Come ebbi modo di dire già l’anno scorso, la Sacra Scrittura e la tradizione della Chiesa, ci presentano gli angeli attraverso due tratti distintivi. Da una parte, l’Angelo è una creatura che sta davanti a Dio, è orientata con tutto il suo essere verso Dio. Non a caso, tutti e tre i nomi degli Arcangeli  che oggi festeggiamo, finiscono con la parola “El”, che significa «Dio». Dio è scritto nei loro nomi e nel loro essere. La loro vera natura è l’esistenza in vista di Lui e per Lui. Il secondo tratto è collegato col primo: essi sono messaggeri di Dio. Sollecitano ad accogliere Dio e il suo progetto. Possiamo dire che essi svolgono il compito di missionari. Invitano ad accogliere Dio per diventarne annunciatori coraggiosi, capaci di sconfiggere il male e di instaurare il regno del nostro Dio.

Come ci ricorda il libro dell’Apocalisse, Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago che fu precipitato. Il diavolo, che seduce tutta la terra, fu sconfitto grazie al sangue dell’Agnello (cf Ap 12, 7-12a). Gli angeli collaborarono, dunque, con Cristo perché la salvezza si compisse.

Anche noi, al pari degli angeli, siamo chiamati a collaborare con l’opera del Redentore, divenendone annunciatori, missionari in tutto il mondo. Solo se l’umanità accoglie maggiormente Gesù Cristo può sconfiggere i mali odierni, che finiscono per colpire anche le nostre famiglie e i nostri giovani. La misura della nostra santità è data dalla statura che Cristo raggiunge in noi. 

Detto diversamente, la festa degli Arcangeli, in particolare di san Michele, ci offre una ragione in più, all’inizio del  nuovo anno pastorale, di essere ricettori, convinti e metodici, della esortazione apostolica Evangelii gaudium che sollecita a mettere in cantiere una nuova tappa evangelizzatrice, perché Cristo sia tutto in tutti. Dio, infatti, ci ha predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo (cf Rm 8, 29). La nostra vita sarà viva, come scrisse sant’Agostino, quando sarà piena di Lui (cf Confessioni, 10,28).

Come sapete la nostra Chiesa che è in Faenza e Modigliana, come peraltro tutte le Diocesi d’Italia, hanno ricevuto da papa Francesco, il compito di leggere, meditare e tradurre in pratica il testo dell’esortazione ove Egli descrive la Chiesa che sogna e che vorrebbe si realizzasse in tutto il mondo: una Chiesa che annuncia il Vangelo con gioia, più missionaria, mediante tutte le sue componenti, nessuna esclusa. Per essere comunità cristiana più capace di evangelizzare, di fare figli, direbbe papa Francesco, dobbiamo convertirci sul piano religioso, pastorale, pedagogico, e del discernimento. In particolare, occorre amare di più Gesù, passare da un’azione di semplice conservazione dell’esistente, del «si è fatto sempre così», ad un’azione che non lascia le cose così come stanno. Ci vuole una permanente riforma di sé, delle strutture ed istituzioni ecclesiali, comprese le parrocchie (cf EG n. 28), le associazioni, le organizzazioni e i movimenti, per renderli più funzionali o, meglio, ministeriali all’evangelizzazione e alla connessa opera di umanizzazione. Noi abbiamo associazioni che portano nel loro Statuto il riferimento al Vangelo e alla Dottrina sociale della Chiesa, ma questi sembrano essere spariti dall’orizzonte dei soci. In un contesto di individualismo radicale e globalizzato, l’azione pastorale, rammenta papa Francesco, deve mostrare, meglio che in passato, che essendo noi strutturati ad immagine della Trinità, dobbiamo essere portatori di una comunione che guarisce, promuove e rafforza i legami interpersonali e sociali (cf EG n. 67). Per papa Francesco occorre formare adeguatamente gli operatori pastorali a superare una sorta di complesso di inferiorità, che li conduce a relativizzare o ad occultare la loro identità cristiana e le loro convinzioni, quasi dissociandosi dalla loro missione evangelizzatrice (cf EG n. 79); occorre formare a sconfiggere quel relativismo pratico che consiste nell’agire come se Dio non esistesse, nel decidere come se i poveri non esistessero; occorre educare a vincere la «desertificazione spirituale» delle nostre società, a vivere il realismo della dimensione sociale del Vangelo, scoprendo nel volto dell’altro il volto di Cristo (cf EG n. 88), a sperimentare la «mistica» del vivere insieme, fraternamente (cf EG n. 92), a deporre la pretesa di dominare lo spazio della Chiesa (cf EG n. 95), a non essere in guerra tra credenti (cf EG n. 98); urge formare un laicato non introverso, bensì capace di far penetrare i valori cristiani nel mondo sociale, giuridico, politico ed economico (cf EG n. 102).

Quanti impegni! Tutto dev’essere compiuto per rendere le nostre comunità parrocchiali e le nostre associazioni più capaci di evangelizzazione e di testimonianza credibile. 

In questa celebrazione patronale mi permetto di offrire solo due sollecitazioni. La prima è quella di avvalersi seriamente del Sussidio che è stato preparato per le nostre parrocchie e distribuito in cattedrale. Tuttavia, non bisogna dimenticare di prendere in mano il testo dell’Evangelii gaudium. Deve diventare un testo di meditazione, di riflessione e di confronto tra adulti, operatori pastorali, tra catechisti, tra giovani universitari. Solo così ne potremo cogliere lo spirito che lo anima e renderlo forza propulsiva della pastorale e della catechesi. La seconda è di avere cura delle nuove generazioni di credenti. Senza giovani forti nella fede, capaci di rendere ragione di essa, il futuro missionario delle nostre parrocchie sarà praticamente nullo. Abbiamo, allora, cura di accompagnare i giovani nel loro cammino di approfondimento dell’amore a Gesù Cristo. Se non avranno un amore appassionato per Lui essi non potranno essere missionari nello Spirito, tra i loro coetanei e nei vari ambienti di vita.

Preghiamo san Michele Arcangelo che combatté e combatte contro il drago che sedusse e seduce la terra perché ci aiuti ad essere comunità giovane, capace, mediante un rinnovato slancio missionario, di generare figli. Una chiesa diventa sempre più giovane solo se riesce a generare nuovi figli. L’Eucaristia ci faccia un’intimità itinerante con Gesù Cristo, l’Inviato dal Padre, per portare salvezza a tutti. Siamo missione con Lui.

OMELIA per il GIUBILEO degli INSEGNANTI
Faenza - Basilica cattedrale, 23 settembre 2016
23-09-2016

Cari fratelli e sorelle, in ogni stagione della nostra vita, dobbiamo rispondere alla domande di Gesù: «Chi sono io per l’opinione della gente?»; «Secondo voi chi sono io?». Come abbiamo sentito, per la gente è un profeta, identificato con Elia o il Battista. Per Pietro è il «Messia di Dio». Ma Gesù stesso si definisce «il Figlio dell’uomo, che deve morire e risorgere» (Lc 9, 22). Egli potrà essere chiamato Messia, solo dopo la morte e la risurrezione, quando, vincitore, sarà costituito dal Padre Signore della vita.
Chi sono, invece, i credenti, i discepoli? La risposta a questa domanda non la troviamo nel brano del Vangelo oggi proclamato. Si trova, però, subito dopo, nei versetti che seguono e nei quali leggiamo: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà» (Lc 9, 23-24). Detto altrimenti, chi desidera essere discepolo di Cristo sa che l’attende il cammino della croce. È la via della rinuncia a se stessi, è il decentramento da sé, è la liberazione dalle paure che bloccano la persona nella difesa ossessiva del proprio io e del proprio progetto. Contrariamente a quanto possa apparire, la proposta che ci fa Gesù Cristo, quella di seguirlo nel cammino della croce, non è annientatrice del nostro io. Non mortifica la nostra personalità. Tutt’altro. La fa fiorire. Ci chiama a superare il limite di persone che pensano di potersi realizzare e salvare ripiegandosi su di sé, contando solo sulle proprie forze. Certo, chi sceglie di condividere il cammino e la sorte di Cristo rischia di esporsi al boicottaggio sociale, al dileggio pubblico, come insegna la sua vita. Come, peraltro, è capitato a san Pio di Pietrelcina di cui oggi celebriamo la memoria. Fu santo soprattutto perché seppe percorrere il cammino della croce con dignità ed eroicità, subendo angherie anche da parte di uomini di chiesa. Essere fedele a Cristo oggi, in particolare, importa andare contro corrente, contro i luoghi comuni imperanti della cultura consumistica e materialistica, devota dell’individualismo più radicale, amante di una libertà senza limiti e responsabilità nei confronti degli altri. Risulta sempre più condiviso dal sentire comune che chi non è idolatra del proprio io assolutizzato è fuori dalla cerchia delle persone di successo,  dalla vera civiltà.
Ebbene, Gesù Cristo ci invita a percorrere un’altra strada, ad avere un’altra concezione di noi, ad avere cioè un’altra percezione, secondo la quale la nostra coscienza non deve rispecchiare un io chiuso in se stesso, che si nutre solo di sé, ed è privo di trascendenza. La coscienza dei figli di Dio non è totalmente autoreferenziale. Riflette l’apertura all’altro da sé, per cui non siamo chiamati ad essere Narciso. Nella nostra coscienza c’è l’apertura a Dio e, quindi, alla fraternità universale. Siamo chiamati a compierci attraverso la comunione con gli altri, il vero, il bene e Dio Padre.
L’invito di Cristo ai suoi discepoli di seguirlo nel cammino della croce è, allora, sollecitazione ad uscire dal proprio guscio, a realizzarsi anche nella parte più intima e profonda di se stessi, che ci mostra inclinati ad un’esistenza di dono, di trascendenza.
Come ammonisce san Luca nel suo Vangelo, i rischi che minacciano i discepoli sono due: quello di spendere la propria vita solo nell’accumulo dei beni e quello di aver paura di essere di Cristo e, quindi, di testimoniarlo. In questa maniera si tradisce la propria identità profonda di persone chiamate a coltivare il dialogo con gli altri, il colloquio con Dio, la comunione con Cristo, Figlio dell’uomo. Noi siamo persone nelle quali lo spirituale ha il primato sul corporeo e sul materiale. Siamo cristo-conformi, cioè esseri strutturati secondo l’immagine del Figlio di Dio, esseri strutturati a tu. L’attaccamento morboso ai beni della terra, la negligenza nei confronti del nostro essere di Cristo, ci portano al fallimento, alla perdita di noi stessi. Si finisce per non riconoscere il nostro essere nel suo volume totale. Si cade nella situazione evidenziata da Emmanuel Mounier già nel secolo scorso: «Non si sa più che cos’è l’uomo  e, poiché lo si vede passare attraverso trasformazioni impensate, si è convinti che non vi sia più natura umana».[1] «Il nostro compito principale – ripeteva – è di ritrovare la vera nozione dell’uomo».[2]
Questo compito concerne in modo particolare coloro che si dedicano all’insegnamento. Infatti, non si insegna per insegnare, ma per la vita, per aiutare i giovani a vivere bene, in pienezza. Coloro che si dedicano alla loro formazione non possono prescindere da una visione integrale della persona.
Ma, nel contempo, sappiamo tutti che l’emergenza più grave che attraversa i nostri Paesi, non è primariamente di tipo economico e politico. Essa è, anzitutto, pedagogica, educativa, per cui la risorsa più strategica per le società e l’umanità non è disponibile, se non in maniera ridotta. A fronte del fatto che le nuove generazioni non possono rimanere orfane di ideali, di padri e di maestri occorre pensare ad un nuovo rinascimento dell’educazione. La rinascita dell’educazione avviene ricostruendone le condizioni e i luoghi (famiglia, scuola, Chiesa); introducendo i giovani alla realtà (non solo virtuale) e al suo significato; mettendo a frutto il patrimonio della nostra tradizione culturale, preparando maestri di pensiero, oltre che, ovviamente, testimoni di vita nuova, secondo il sempre attuale insegnamento di Paolo VI. È un impegno che deve estendersi su più fronti.
Noi credenti, poi, non possiamo ignorare che una nuova educazione si rende disponibile mediante quella nuova tappa evangelizzatrice a cui chiama papa Francesco con la sua esortazione apostolica Evangelii gaudium. Partecipando a questa Eucaristia rinnoviamo, allora, il proposito di impegnarci, con le nostre comunità ed associazioni, nella sua ricezione. La nostra diocesi, assieme alle altre diocesi italiane, non a caso è già attivata in vista di ciò e recentemente, proprio qui in cattedrale, è stato distribuito un sussidio. Maria, Madre di Cristo e di una nuova umanità, san Pio da Pietrelcina ci aiutino.

 


[1] E. Mounier, Il personalismo, Milano 1952, pp. 125-126 (Oeuvres, vol. III, Seuil, Paris 1962, p. 510).
[2] E. Mounier, Lettere e diari [titolo originale Mounier et sa génération, 1954], Città Armoniosa, Reggio Emilia 1981, p. 109 (Oeuvres, vol. IV, Seuil, Paris 1962, p. 490).