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OMELIA per l’ORDINAZIONE DIACONALE di MATTIA GALLEGATI e MASSIMO GEMINIANI
17-09-2016

La nostra diocesi è oggi in festa. Cari Massimo e Mattia, oggi diventate diaconi nella Chiesa. Sarete a servizio di Cristo e della comunità cristiana. La vostra particolare conformazione a Cristo, il Servo dei servi, vi renderà più capaci di aiutare i fratelli a vivere nella comunione con Lui e, attraverso ciò, a vivere nella comunione tra di loro, praticando il servizio della carità.

Se, secondo la tradizione i diaconi si dedicavano, in particolare, al servizio delle mense, delle vedove, degli orfani e dei poveri, ciò avveniva sempre a partire dall’immedesimazione con Colui che, con la sua incarnazione, si è fatto povero con i poveri, servo dei propri discepoli, per offrire a tutti la misericordia del Padre. I diaconi nella Chiesa si dedicavano al servizio dei loro fratelli e delle loro sorelle imitando Colui che si è abbassato per arricchire tutti della sua vita. I diaconi non erano semplici operatori sociali. Erano, innanzitutto, missionari, portatori di Cristo. Non erano semplici imitatori del Figlio di Dio nel senso che vivevano in mezzo alla gente per la gente e basta. Essi erano in mezzo alla gente per servire Cristo, per portarlo alla gente! Ciò facendo si prendevano cura delle persone non in una maniera qualsiasi, ma amando in loro Cristo stesso, a partire da Lui, con una vita spirituale simile alla sua. Amavano non solo come Lui, ma Lui, in Lui, per Lui. Ne derivava una dedizione senza eguali, non assimilabile ad altre opere meramente umane.

Voglia Dio che voi, a breve diaconi della Chiesa di Dio, come i nostri presbiteri e i fedeli laici, i religiosi tutti, amiate e serviate facendo vostri i sentimenti di Cristo, vivendo il suo comandamento nuovo. Nei fratelli, trovate il prolungamento dell’Incarnazione del Figlio di Dio, sicché tutto quello che farete al diseredato, all’affamato, al carcerato, al profugo, all’emigrato lo farete a Lui stesso (cf Mt 25, 40). Vigilate perché la carità ecclesiale non sia scambiata con un qualsiasi servizio sociale. Impegnatevi a far capire che la Chiesa non ha propriamente il compito di supplire le istituzioni assistenziali della società civile, se non in casi straordinari e a mo’ di segno profetico. La carità cristiana è nel suo genere un qualcosa di diverso rispetto alla filantropia. È e vuole essere anzitutto esercizio dell’amore di Cristo, opera sua. Proprio perché le opere di carità offrono non solo un aiuto materiale, ma soprattutto ristoro e cura dell’anima, un aiuto spesso più necessario del primo, non possono essere cancellate dallo Stato, che ha invece il dovere di riconoscere, sulla base del principio della sussidiarietà, la loro peculiarità specie dal punto di vista religioso, rispetto al quale non ha competenza (cf Deus caritas est, n. 28).

Non dobbiamo mai dimenticare, allora, che «anche il servizio della carità è una dimensione costitutiva della missione della Chiesa» (Evangelii gaudium, n. 179). Come la Chiesa è missionaria per natura, così la carità e la compassione che comprende, assiste e promuove il prossimo, zampillano abbondantissime dall’essere ministeriale di Cristo, che è venuto per redimere e salvare. Compiendo il servizio d’amore di Cristo noi prestiamo le nostre mani e il nostro cuore a Lui.

Cari Mattia e Massimo, chiamati a fermentare la comunità cristiana, sin d’ora incominciate anche quell’importante tirocinio della comunione e della comunicazione ecclesiali che vi renderà, grazie al Redentore, costruttori di esse. Come nella società civile si vive il serio rischio della babele delle lingue e della frammentarietà, dello smantellamento della solidarietà, così nelle parrocchie, nelle associazioni si soggiace alla forte e sottile tentazione della divisione, del rinchiudersi in gruppi ristretti, dell’incomunicabilità, separandosi dal resto del corpo ecclesiale. Purtroppo, per diverse ragioni, non esclusa la rarefazione della presenza dei presbiteri, sta crescendo nelle nostre comunità la convinzione che si possa essere di Cristo senza mantenere l’unità e la collaborazione con le altre componenti ecclesiali. La diversità e la pluralità sono ricchezza. Ma, qualora non siano vissute in un contesto di comunione con Cristo e i suoi ministri, diventano occasione di dispersione, disarticolazioni dannose.

Pertanto, la vostra diaconia spendetela con gioia specie nel tenere uniti i credenti e le diverse componenti ecclesiali. Siate portatori di quella nuova relazionalità che deriva dalla Trinità. Insegnate che uscire dal proprio guscio per unirsi agli altri fa bene, rende più luminosi ed efficaci. Non abbiate paura a ribadire che i credenti sono chiamati a collaborare con tutti per promuovere il bene comune, ma che sono anche necessitati a collaborare tra di loro per promuovere quei beni-valori su cui con gli altri non vi è convergenza. Siate generativi di un nuovo sociale, di una nuova vita comunitaria, grazie a Cristo, che redime anche le relazioni sociali (cf EG n. 178). Mettetevi, pertanto, alla scuola della comunità trinitaria, dello Spirito d’amore che l’anima. Diventerete maestri di una nuova evangelizzazione del sociale, generatrice di un’antropologia relazionale e di uno stile di vita di condivisione. In definitiva, disponetevi a pascere il gregge di Dio […], sorvegliandolo non perché costretti ma volentieri […], non per vergognoso interesse, ma con animo generoso, non come padroni delle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge (cf 1Pt 5, 2-3). Mettete da parte ogni forma di supponenza per chinarvi su coloro che il Signore vi farà incontrare. La gente percorre faticosamente la pianura del quotidiano, e ha bisogno di essere accompagnata e guidata da chi è capace di vedere le cose da un punto di vista superiore. Perciò non dimenticate di salire sul «monte» per pregare e rimanere con Cristo, dimorando in Lui. Con la Chiesa fatevi testimoni della risurrezione di Cristo, apportatrice di nuove primavere nello spirito e nell’azione pastorale, nonché nella formazione di nuove generazioni di presbiteri, di laici e di religiosi. L’identità della Chiesa, ci ha ricordato papa Francesco, è questa: evangelizzare, cioè fare figli. La Chiesa invecchia quando non genera più figli. Diventa più giovane quando è capace di generare più figli (cf Discorso ai partecipanti al Convegno diocesano di Roma, 16 giugno 2014).

L’Eucaristia che ci apprestiamo a continuare sia il vostro luogo formativo per eccellenza: sia dell’andare incontro agli altri, sia del prendervi cura di ogni persona, di tutta la persona. Il cibo eucaristico vi renderà più forti, audaci, più in sintonia con lo Spirito d’amore, fonte della diaconia e della comunione che trasfigura ogni relazione. Maria, Serva del Signore e Madre della Chiesa, vi accompagni nel vostro cammino diaconale.

OMELIA alla liturgia della Parola per l’APERTURA DELL’ANNO PASTORALE
Faenza - Basilica cattedrale, 15 settembre 2016
15-09-2016

All’inizio del nuovo anno pastorale viene consegnato alle comunità della Diocesi un Sussidio per la ricezione dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium.

In sostanza, stiamo obbedendo a quanto ci ha proposto papa Francesco al Convegno di Firenze. Il pontefice ci ha sollecitati ad essere tutti impegnati in una NUOVA TAPPA EVANGELIZZATRICE, che deve coinvolgere le nostre comunità (conventi, associazioni, organizzazioni, movimenti, ecc.) in una profonda TRASFORMAZIONE MISSIONARIA: tutti siamo chiamati ad essere «Chiesa in uscita», per individuare quale sia il cammino che il Signore desidera da noi oggi.

Perché dobbiamo essere una COMUNIONE MISSIONARIA? Non solo perché ci attendono molte sfide pastorali e sociali (si veda in proposito il Capitolo II), ma soprattutto perché viviamo in un’INTIMITÀ ITINERANTE: siamo, cioè, uniti a Colui che è, per antonomasia, l’Inviato del Padre a tutti gli uomini e i popoli.

Ciascuno e tutti siamo una MISSIONE: siamo e dobbiamo essere missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano.

Nell’Evangelii gaudium sono indicate la modalità di fondo che deve caratterizzare la nuova tappa evangelizzatrice: quella della gioia di portare e di comunicare Gesù Cristo; e, inoltre, alcune vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni: uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare. Tutte le vie vanno percorse con uno stile di sinodalità, ossia nella comunione, nella collaborazione.

Al lato pratico, occorre che nei vari territori ci costituiamo in uno stato di PERMANENTE MISSIONE. Il che importa una permanente conversione di quattro tipi:

anzitutto, di tipo religioso: mediante l’incontro o il reincontro con l’amore di Dio in Gesù Cristo, che si tramuta in felice amicizia e in una permanenza reciproca. La coscienza è riscattata dall’isolamento e dall’autoreferenzialità. Si giunge ad essere pienamente umani perché l’incontro con Dio in Gesù Cristo, e l’intima comunione con Lui, ci rende più umani, conducendo al di là di se stessi. Dall’esperienza dell’accoglienza dell’amore trasfigurante di Dio Trinità sgorga una più intensa e convinta azione evangelizzatrice ed umanizzatrice;

  1. in secondo luogo, di tipo pastorale: passando da un’azione di semplice conservazione dell’esistente ad un’azione più decisamente missionaria, che porta a raggiungere tutte le periferie bisognose della luce del vangelo – oggi il mondo del lavoro è divenuto maggiormente periferia -, a cercare i lontani, ad arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi, per toccare la carne sofferente di Cristo nella gente, accompagnando l’umanità in tutti i suoi processi. La conversione pastorale e missionaria non lascia le cose così come stanno. Comanda un deciso processo di discernimento, una permanente riforma di sé, delle strutture ed istituzioni ecclesiali, comprese le parrocchie (cf EG n. 28), le associazioni, le organizzazioni e i movimenti, per renderli più funzionali o, meglio, ministeriali all’evangelizzazione e alla connessa opera di umanizzazione. Una pastorale in chiave missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del «si è fatto sempre così», per essere audaci e creativi, per ripensare gli obiettivi e i metodi. In un contesto di individualismo post-moderno e globalizzato, l’azione pastorale, rammenta papa Francesco, deve mostrare, meglio che in passato, che il nostro Padre esige ed incoraggia una comunione che guarisce, promuove e rafforza i legami interpersonali e ad essere costruttori del progresso sociale e culturale di tutti (cf EG n. 67). Un’azione pastorale, conscia del secolarismo odierno, che tende a confinare la fede e la Chiesa nell’ambito privato, deve impegnarsi a superare la negazione della trascendenza che produce una crescente deformazione etica ed assolutizza i diritti degli individui (cf EG n. 64);

  2. in terzo luogo, di tipo pedagogico: occorre formare gli operatori a superare una sorta di complesso di inferiorità, che li conduce a relativizzare o ad occultare la loro identità cristiana e le loro convinzioni, quasi dissociandosi dalla loro missione evangelizzatrice (cf EG n. 79); occorre formare a sconfiggere quel relativismo pratico che consiste nell’agire come se Dio non esistesse, nel decidere come se i poveri non esistessero, nel lavorare come se quanti non hanno ricevuto l’annuncio non esistessero (cf EG n. 80); occorre educare a vincere il pessimismo sterile ed anche un ottimismo ingenuo che non tiene conto delle difficoltà, nonché la «desertificazione spirituale» delle nostre società, a vivere il realismo della dimensione sociale del Vangelo, scoprendo nel volto dell’altro il volto di Cristo (cf EG n. 88), a sperimentare la «mistica» del vivere insieme, fraternamente (cf EG n. 92), a deporre la pretesa di dominare lo spazio della Chiesa (cf EG n. 95), a non essere in guerra tra credenti (cf EG n. 98); urge formare un laicato non introverso, bensì capace di far penetrare i valori cristiani nel mondo sociale, giuridico, politico ed economico (cf EG n. 102). Al lato pratico, tutto ciò comporta che, dal punto di vista pastorale, si renda più strutturata e corposa la catechesi sociale;1 si proceda ad un’adeguata formazione dei sacerdoti e degli stessi formatori dei formatori con riferimento sia all’imprescindibile dimensione sociale della fede e dell’evangelizzazione sia all’accompagnamento spirituale, affinché studino, conoscano la Dottrina o insegnamento o magistero sociale della Chiesa e sollecitino alla sua sperimentazione e al suo aggiornamento;

  3. in quarto luogo, sul piano del discernimento. Esso dev’essere, anzitutto, evangelico (cf EG n. 50), oltre che comunitario. Il che significa che non ci si può limitare, sulla realtà contemporanea, a compiere il pur necessario discernimento sociologico, economico, politico, giuridico. Su di essa è necessario porre uno sguardo più profondo, teologico, che si ispira al Vangelo di Cristo e si nutre della luce e della forza dello Spirito Santo, per cogliere l’esigenza della sua più autentica umanizzazione. Detto altrimenti, il discernimento cristiano mira ad un’analisi, ad una giudicazione, oltre che ad una trasformazione della realtà sociale, primariamente sul piano antropologico ed etico, grazie alla considerazione della sua intrinseca dimensione di trascendenza sia in senso orizzontale sia in senso verticale.

Al termine di questo mio intervento ritorno a parlare sulle modalità e sulle motivazioni della missione, leggendo alcuni passi del capitolo V, intitolato Evangelizzatori con Spirito. Il tema delle motivazioni, in particolare, è fondamentale, perché se queste non sono chiare non ci si mobilita nella missione. Al n. 262 si precisa la figura degli evangelizzatori. Vi si legge, a proposito delle modalità: «Evangelizzatori con Spirito significa evangelizzatori che pregano e lavorano. Dal punto di vista dell’evangelizzazione, non servono né le proposte mistiche senza un forte impegno sociale e missionario, né i discorsi e le prassi sociali e pastorali senza una spiritualità che trasformi il cuore. Tali proposte parziali e disgreganti raggiungono solo piccoli gruppi e non hanno una forza di ampia penetrazione, perché mutilano il Vangelo. Occorre sempre coltivare uno spazio interiore che conferisca senso cristiano all’impegno e all’attività. Senza momenti prolungati di adorazione, di incontro orante con la Parola, di dialogo sincero con il Signore, facilmente i compiti si svuotano di significato, ci indeboliamo per la stanchezza e le difficoltà, e il fervore si spegne. La Chiesa non può fare a meno del polmone della preghiera».

Per quanto concerne le motivazioni troviamo questo: «La prima motivazione per evangelizzare è l’amore di Gesù che abbiamo ricevuto, l’esperienza di essere salvati da Lui che ci spinge ad amarlo sempre di più. Però, che amore è quello che non sente la necessità di parlare della persona amata, di presentarla, di farla conoscere? Se non proviamo l’intenso desiderio di comunicarlo, abbiamo bisogno di soffermarci in preghiera per chiedere a Lui che torni ad affascinarci. […]La migliore motivazione per decidersi a comunicare il Vangelo è contemplarlo con amore, è sostare sulle sue pagine e leggerlo con il cuore. Se lo accostiamo in questo modo, la sua bellezza ci stupisce, torna ogni volta ad affascinarci. Perciò è urgente ricuperare uno spirito contemplativo, che ci permetta di riscoprire ogni giorno che siamo depositari di un bene che umanizza, che aiuta a condurre una vita nuova. Non c’è niente di meglio da trasmettere agli altri» (n. 264).

Altra motivazione: «Il missionario è convinto che esiste già nei singoli e nei popoli, per l’azione dello Spirito, un’attesa anche se inconscia di conoscere la verità su Dio, sull’uomo, sulla via che porta alla liberazione dal peccato e dalla morte. L’entusiasmo nell’annunziare il Cristo deriva dalla convinzione di rispondere a tale attesa» (n. 265). Un’ulteriore motivazione è: «Abbiamo a disposizione un tesoro di vita e di amore che non può ingannare, il messaggio che non può manipolare né illudere. È una risposta che scende nel più profondo dell’essere umano e che può sostenerlo ed elevarlo. È la verità che non passa di moda perché è in grado di penetrare là dove nient’altro può arrivare. La nostra tristezza infinita si cura soltanto con un infinito amore» (Ib.).

Dopo questi passi si possono trovare nel testo altre motivazioni, che ognuno potrà leggere personalmente.

Al termine di questo incontro mi preme di suggerire alcune modalità di utilizzo del Sussidio. Questo va considerato per quello che è, ossia uno strumento che non può sostituire il testo della Evangelii gaudium. Pertanto, bisognerà utilizzarlo come traccia o indicazione di alcune vie di accesso ai contenuti. La presentazione del Sussidio, sia da parte dei parroci che dei vari operatori pastorali, dovrà incoraggiare la lettura personale dell’esortazione, a partire dall’esperienza della propria fede e del proprio impegno! Dovrà avviare alla sua sperimentazione.

L’esortazione va, dunque, presa in mano, letta, meditata, da soli o in gruppo. Quanto sarebbe bello se gli adulti incoraggiassero gruppi di giovani catechisti o giovani universitari a fare delle ricerche o dei dialoghi su alcuni temi, come quello delle condizioni socio-culturali in cui deve operare oggi la propria comunità, delle relazioni tra parroci e fedeli laici, dell’abbandono di non pochi cresimati, dei difetti dei cristiani, delle doti che dovrebbero avere per vivere significativamente nella Chiesa e nella società, della dimensione sociale del Vangelo, delle «periferie», degli «ultimi». In questo contesto, sarà davvero importante porre o far porre delle domande: qual’è la Chiesa che conosco io? Qual’è il tipo di Chiesa che propone papa Francesco? Quali sono le «periferie» o le persone «scartate» presenti nel mio Vicariato o nel mio territorio? Che faccio?

Con i giovani che sono piuttosto digiuni dell’esperienza della fede si dovranno trovare altre modalità più accessibili a loro, meno dirette.

Con tutti sarà opportuno suscitare domande come queste: Cosa penso? Mi interessa la proposta di papa Francesco? Cosa posso fare io? Cosa possiamo fare come giovani per i giovani, come comunità, come insieme di componenti ecclesiali che talora appaiono distanti tra di loro, frammentate?

Ecco alcuni semplici suggerimenti che non pretendono di offrire orientamenti tassativi. Chi ha esperienza di pastorale, di educazione alla fede, come anche di animazione e di accompagnamento, saprà trovare le vie più consone, a seconda dell’uditorio a cui si rivolgerà.

A conclusione di questo incontro non dimentichiamo la preghiera, perché il Signore e il suo Spirito ci accompagnino nel lavoro di ricezione della esortazione apostolica. Chiediamo umilmente perdono dei nostri sbagli pastorali, pedagogici, delle omissioni, dei ritardi.

La Beata Vergine delle Grazie, stella della nuova evangelizzazione, ci aiuti a sognare una Chiesa rinnovata, ci aiuti nella testimonianza della comunione, del servizio, della fede ardente e generosa, della giustizia e dell’amore verso i poveri, perché la gioia del Vangelo giunga sino ai confini della terra.

1 Da questo punto di vista, vanno senz’altro integrati gli Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia: Incontriamo Gesù della Conferenza Episcopale Italiana, editi dopo la pubblicazione dell’Evangelii gaudium (San Paolo, Milano 2014). Il quarto capitolo dell’Esortazione apostolica che parla della dimensione sociale dell’evangelizzazione non dev’essere ignorato.

OMELIA per la celebrazione della NATIVITA’ di MARIA
Alfonsine - Chiesa di Santa Maria, 8 settembre 2016
08-09-2016

Maria, Madre di Dio, è qui venerata come Madonna delle Grazie, come anche a Faenza, perché protegge il popolo di Dio dalle calamità, dalle guerre, dalla peste, dalla fame, dai terremoti, dai mali fisici e spirituali. Ma la grazia più grande a noi elargita è certamente suo Figlio generato per l’umanità come Salvatore.

Riuniti attorno a Lei dobbiamo esserle riconoscenti soprattutto per questo. Grazie al suo sì il Verbo si è fatto carne, Dio ha assunto la nostra condizione umana. È divenuto uno di noi, siamo suoi. Non siamo terra abbandonata, bensì sposata, persone abitate da Lui. Egli è con noi, cammina, soffre con noi, ci aiuta a portare le nostre croci, e ad essere offerta gradita al Padre.

Domenica scorsa il Vangelo di Luca ci ha presentato tre condizioni per essere veri discepoli del Cristo. Si può dire che esse si riassumono in una sola: è autentico discepolo colui che sa amare Gesù più di ogni cosa, dei propri parenti, degli amici, di tutti i beni, e questo sino all’ultimo, non a metà.

Maria è fonte di grazia per noi anche perché con la sua vita ci ha insegnato ad amare Dio sopra ogni cosa. Lei è la discepola per eccellenza. Ricordiamo le parole di Gesù a proposito di sua Madre. Alla donna che gli diceva: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato», Gesù rispose: «Beati, piuttosto, coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano» (Lc 11, 27-28). Con simili parole Gesù non intendeva sminuire sua Madre. Al contrario, la onorava e la poneva sul gradino più alto. Infatti, secondo Lui, è beato e può portare in sé Dio non chi ha nobili natali o possiede beni su questa terra, bensì chi ascolta la sua Parola e la mette in pratica. Gesù, in altri termini, spiegava alla donna che più che lodare il grembo e il seno di sua Madre bisognava, piuttosto, benedirla perché era stata docile alla Parola sino a darle un corpo, a generarla in sé. Maria di Nazareth, infatti, come ebbe a scrivere sant’Agostino, prima di concepire il Figlio di Dio nel suo grembo l’accolse nella sua mente. La Madonna generò Gesù Cristo nel mondo, per il mondo, perché seppe prima dire di sì, amandolo con tutto se stessa, offrendo se stessa come casa.

I veri discepoli amano Dio con tutto il cuore, sopra ogni cosa. In questa maniera diventano capaci di generarlo negli altri, vivendolo prima in sé, mostrandolo con la loro vita, imprestandogli le mani, come seppe fare anche santa Teresa di Calcutta, recentemente canonizzata. Questo è il compito dei credenti, sull’esempio della Madre di Gesù: essere evangelizzatori, ossia missionari che generano figli di Dio; sentire questa vocazione come propria. La festa di Maria, Madre delle grazie, ci ricorda, dunque, la nostra vocazione, che è quella, proprio come Chiesa, di generare figli per Dio. La Chiesa che diventa incapace di generare alla fede nuovi figli mostra sterilità, vecchiaia spirituale. Domandiamo a Maria la grazia di essere credenti capaci di ascoltare la Parola di Dio e di essere, quindi, generativi nella comunità cristiana. La Chiesa diventa più giovane quando è capace di generare più figli. Diventa più giovane quanto più diventa madre.

Nella sua Esortazione apostolica Evangelii gaudium (=EG) papa Francesco ha indicato la strada per diventare comunità giovane non tanto anagraficamente quanto, piuttosto, spiritualmente, apostolicamente. Proprio per questo la nostra Chiesa di Faenza-Modigliana, in questo nuovo anno pastorale, come le altre diocesi d’Italia, sarà impegnata, con tutte le sue componenti, ad approfondire e a recepire l’EG. In vista di ciò è stato predisposto, anche perché richiesto dal consiglio pastorale diocesano, un sussidio, composto da schede, che verranno presentate a breve e fatte pervenire a tutti gli animatori e catechisti. Al fine di diventare Chiesa sempre più capace di evangelizzare, in un contesto secolarizzato e ove cresce l’analfabetismo religioso specie tra i giovani, papa Francesco ci domanda una quadruplice conversione: sul piano religioso, pastorale, pedagogico e del discernimento. E, cioè, un cambio nei rapporti con Gesù Cristo, facendogli più spazio nella nostra vita, dimorando in Lui, sentendoci suoi, non riponendolo in un angolo; un cambio nell’evangelizzazione, che da semplice azione di conservazione dell’esistente deve divenire più decisamente missionaria, di modo che non si abbia paura di essere e di dirsi cristiani, ma sia moltiplicato l’impegno nel cercare i lontani, nel portare Cristo a tutti, nel riformare le strutture, le associazioni, i movimenti, affinché tornino all’ispirazione originaria; un cambio nell’educazione alla fede, formando gli operatori a superare una sorta di complesso di inferiorità, che conduce a relativizzare o a occultare la loro identità cristiana, ad agire come se non ci si dovesse relazionare, all’interno della comunità, con le altre componenti, ad impadronirsi di settori nella Chiesa. Urge formare, dice papa Francesco, un laicato non introverso, bensì capace di far penetrare i valori cristiani nel mondo sociale, giuridico, economico, politico e culturale; un cambio nel leggere la storia, le leggi, la politica e l’economia alla luce del Vangelo, ossia non dimenticando che il punto di riferimento per noi imprescindibile è Gesù e il suo insegnamento.

Ecco le conversioni che siamo chiamati a compiere tutti insieme, per essere creativi e propositivi. Portando Maria, Madre delle grazie, in processione per le vie della nostra città, preghiamola per essere, come Lei, vitali, costruttori di una nuova umanità, perché docili alla Parola di Dio.

OMELIA per la COMMEMORAZIONE dell’ECCIDIO di FELISIO
Solarolo - Chiesa di Felisio, 4 settembre 2016
04-09-2016

 Sig. Sindaco, Signor Parroco,
Autorità civili e militari, Associazioni,
Cari fratelli e sorelle,
con il suo Vangelo Gesù ci presenta le condizioni per seguirlo. La prima: se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli e le sorelle, e perfino la propria vita, non è un vero discepolo (cf Lc 14, 25-33). Gesù non chiede di non amare i propri cari ma di amarlo di più rispetto a loro. E il risultato è anche un potenziamento dell’amore per i propri familiari. La seconda condizione per essere autentico discepolo è quella di portare la propria croce e di seguirLo. In sostanza, il discepolo è tale quando vive, come Gesù, un amore senza misure, che non si arrende, non tradisce, ma è fedele sino all’ultimo. Gesù desidera dai suoi discepoli che siano persone che non fanno le cose a metà, ma sono capaci di risposte libere e mature, sanno decidersi con determinazione e di prendere posizione, senza compromessi con ciò che è contrario a Lui. La terza condizione: la rinuncia a tutti gli averi per essere più liberi dall’ansia di possedere, dall’illusione di poter valere perché si è proprietari di tanti beni. Un uomo non vale per quanto possiede, o per il colore della sua pelle, ma per la qualità dei suoi sentimenti. La vita non dipende ultimamente dai beni che si hanno, seppure necessari, bensì dall’amore. L’essere prevale sull’avere. Oggi la Chiesa canonizza Madre Teresa di Calcutta. Una donna che ha mostrato di amare Cristo sopra tutto. Soleva ripetere: «Per me Gesù è il mio Dio, il mio Sposo, è il mio unico Amore, il mio Tutto». Seppe  riconoscerlo nei poveri più poveri, per i quali abbandonò il proprio Paese, la sua professione di insegnante. Dio ha provato gioia nell’amare i diseredati, gli «scarti» della società mediante proprio la disponibilità e l’impegno di Madre Teresa. Ella ha, in certo modo, prestato il suo cuore e le sue mani a Dio, desideroso di raggiungere tutti, specie i più abbandonati. Il segreto dell’efficacia dell’opera di Madre Teresa era semplice: lasciare che Gesù prendesse pieno possesso della sua vita, così che Lui  agisse in lei e attraverso di lei. Lei riteneva di essere una semplice matita nelle mani di Dio. Preghiamo santa Teresa di Calcutta perché ci aiuti ad essere discepoli autentici di Cristo.
Ricordiamo, poi, in questa S. Messa quella che è tristemente passata negli annali della storia come la strage del ponte Felisio (Solarolo, RA), perpetrata dai nazisti nei confronti di nove giovani contadini per rappresaglia. Nei mesi di agosto e settembre 1944 nella pianura ravennate era in atto una  lotta clandestina, con numerosi attacchi e sabotaggi alla truppe d’occupazione.
Nella notte del 1 settembre a Solarolo, nei pressi del ponte sul Senio, qui vicino, si ebbe uno scontro fra partigiani e tedeschi in seguito al quale tre di questi ultimi rimasero uccisi. Il giorno successivo fu ordinato dai nazisti un grande rastrellamento nelle campagne circostanti con l’intento di arrivare ad una esecuzione esemplare.
Furono catturati i nove giovani contadini che, sommariamente interrogati tra minacce e torture, il pomeriggio stesso furono impiccati lungo la via Felisio e tenuti a lungo in macabra esposizione. 
Quattro fascisti in divisa, che si tenevano a braccetto, narra una testimone, passeggiavano cantando canzoni oscene. Più in là, all’ombra di un albero, una tavolata imbandita con avanzi di cibo e bottiglie di vino.
La guerra, come è stato giustamente detto e ripetuto dai pontefici, è un’inutile strage. L’esecuzione sommaria e il modo barbaro dell’eccidio perpetrato qui a Felisio stanno a testimoniarci che essa può partorire abomini, fa dimenticare la fraternità – i fascisti non erano nazisti… ma italiani -, incattivire il cuore delle persone, rendendole disumane, senza pietà, crudeli all’inverosimile.
Perché ricordare tutto questo – ovvero l’insensatezza della guerra e l’abisso della malvagità umana – durante la celebrazione di una santa Messa? Sicuramente, per pregare per i defunti e i loro familiari, ossia per essere solidali nei confronti di chi è stato ingiustamente trucidato e di chi porta nel cuore il dolore di una somma ingiuria inflitta ai propri cari. Viene da chiederci: perché tanto odio e tanta brutalità verso inermi e innocenti? Che cosa può riparare una simile tragedia? Che cosa può rendere più lieve una così insopportabile offesa?  Possono bastare le parole? Non di certo. Ancora una volta, dobbiamo riconoscere che solo il perdono  – non certo perché pareggia i conti sul piano della riparazione, ma perché produce qualcosa di nuovo nelle relazioni e va al di là dell’umano – può porre le condizioni di una rinascita, di una ripartenza per le società dilaniate e devastate dai conflitti.  Nel nostro caso si tratterebbe di offrire il perdono a spietati carnefici, che con ogni probabilità, hanno già sperimentato l’inesorabilità della  morte «livellatrice» e si sono presentati di fronte a Dio.
Questo è quanto spesso ci rimane da fare: domandare perdono anche per coloro che non sono più in grado di chiederlo, nella speranza che quella giustizia che non è negata, anzi è presupposta dallo stesso perdono, si possa in qualche modo realizzare. Perdonare non significa assolutamente approvare l’assassinio, la guerra, i soprusi. È porre soprattutto un atto che affida i carnefici alla misericordia del Padre e che pone le condizioni di una nuova relazione tra le persone e i popoli. Cristo dall’alto della croce proferì: «Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23, 34). Nonostante subisse ingiuria e morte, Egli ebbe la forza di pregare per i suoi uccisori e desidera per loro il meglio, e cioè che capiscano il loro errore e si ravvedano. In quell’atto di perdono deve inserirsi il nostro. Perdonare non è essere deboli. Non è rinunciare alla giustizia, all’impegno per la costruzione della pace. È affidarsi ad una logica superiore, ad una visione più ampia della semplice legalità. È continuare a credere nella possibilità che l’uomo ha di rialzarsi e di riabilitarsi nonostante la sua fragilità.
Quale giustizia possiamo, dunque, pretendere e volere per questi nostri giorni che appaiono insanguinati da una terza guerra mondiale a pezzetti? Quella semplicemente umana? Ma può essa rigenerare interiormente le persone che uccidono i propri fratelli? L’esperienza ci dice che solo la misericordia di Dio, ricevuta e vissuta, fa rinascere e rivivere le persone, le rende capaci di amore e di giustizia. È mediante il perdono, ossia mediante il dono di un di più della semplice vita umana, che le persone rientrano in se stesse, riconoscono la loro colpa e, in certo modo, risuscitano e vivono in fraternità e in giustizia. Perdonando – che non vuol dire dimenticare le esigenze della giustizia: l’amore per l’altro implica che ci si renda discepoli della giustizia: come si può, infatti, amare una persona se non le si riconosce ciò che le spetta? – è più facile instaurare un mondo ove tutti si riconoscano e si amino come amici, vivendo in pace, prendendosi cura gli uni degli altri. Partecipando al Sacrificio di Cristo condividiamone l’impegno di costruire un mondo nuovo senza l’uso della violenza, ma con l’amore e il perdono. Facciamo comunione con il suo Spirito d’amore. Facciamo scelte giuste e coerenti con la nostra fede che ci fa vivere in comunione con Cristo.

OMELIA per le insegnanti delle Scuole Materne FISM
Fognano - istituto Emiliani,
01-09-2016

Cara Eccellenza Mons. Ghizzoni,

Cari fratelli e sorelle,

per la celebrazione eucaristica odierna faremo riferimento in modo particolare alla prima Lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi capitolo 3, versetti 1-9, perché ci offre provvidenzialmente uno spaccato interessante sull’educazione nella comunità cristiana, che può essere quanto mai utile per comprendere e migliorare l’atto educativo che si compie, sia pure in un contesto diverso, in una scuola cattolica. Innanzitutto, da quanto dice san Paolo ricaviamo un elemento metodologico. L’atto pedagogico buono, in senso cristiano, lo si può definire nella sua struttura intellegibile e pratica a partire non da degli a priori, ma dall’analisi della sua stessa esperienza comunitaria. L’essere e il senso dell’educazione cristiana si rivelano mediante l’atto corale di questa. I soggetti sono molteplici. Non occorre arrampicarsi sugli specchi per capirne la specificità e la complessità, ma basta leggere dentro ad essa, standoci in mezzo.

In secondo luogo, dal brano proclamato si deducono alcune note caratteristiche dell’atto educativo alla fede. Dice san Paolo: «Vi ho dato da bere latte, non cibo solido, perché non eravate ancora capaci» (1 Cor 3, 2). L’azione educativa non è un plagio, un’imbottire o un plasmare a propria immagine e somiglianza. È soprattutto un accompagnamento personale, all’interno di un processo in cui l’educando cresce e cammina gradualmente, come soggetto che si autopromuove, verso un essere di più dal punto di vista spirituale e cristiano. Lo sviluppo non è un fatto automatico, per di più secondo una sola dimensione o direttrice. Richiede tempi e pazienza. Postula una crescita integrale sotto più punti di vista, considerati armonicamente.

In terzo luogo, sempre dal brano in esame, si può evincere che nell’opera educativa alla fede sono possibili alcuni equivoci o incidenti di percorso piuttosto seri. Non raramente gli educatori tendono a sopravvalutare la propria opera formatrice, quasi fosse l’unico fattore decisivo, dimenticando l’autonomia e la partecipazione dei destinatari in libertà e responsabilità, nonché la rilevanza del contesto. E così può capitare che i credenti che si formano siano ritenuti una proprietà esclusiva. Oppure può succedere che i destinatari tifino di più per il catechista di turno che non per il Signore, il Maestro per eccellenza.

In realtà, afferma l’apostolo delle genti, Paolo o Apollo non donano la fede ai credenti, bensì ne sono semplici servitori, strumenti che concorrono a creare le condizioni della sua fioritura. È un Altro che genera la fede. Essa, poi, si sviluppa in un contesto di vita comunitaria. Qui ognuno svolge un ministero differente, sinergico, ma in subordine a Dio Padre. Io, osserva Paolo, ho piantato, Apollo ha irrigato, ma solo Dio fa sorgere e fa crescere la fede. Gli evangelizzatori e gli educatori alla fede – questo in sintesi è l’insegnamento del brano paolino proclamato -, sono semplici collaboratori di Dio. È Lui che edifica i credenti. Essi non sono edificati ex nihilo dai catechisti. I credenti sono edificio di Dio. L’educazione alla fede, dunque, è atto eminentemente relazionale, dialogico, diaconale, comunitario. Ad esso concorrono più soggetti, di differente dignità, assieme ovviamente ad elementi istituzionali, culturali e religiosi.

Nell’educazione cristiana vale in particolare il principio di realtà: l’essere umano è trovato come un dato e non creato dall’educatore; la vita e la fraternità che si devono portare a compimento sono ricevute prima da Dio. Per cui l’obiettivo non è quello di amare l’educando kantianamente come fine in sé, bensì come persona che deve crescere come soggetto capace di vivere per Dio e non solo per se stesso o, tantomeno, per l’educatore.

In breve, l’opera di educazione non si esaurisce in una relazione a tu per tu, prescindendo dagli altri, da Dio. È sempre opera di umanizzazione all’interno di un «noi di persone», caratterizzate dalla dimensione della trascendenza, verso Dio e verso il prossimo. Non a caso, nella dichiarazione conciliare Gravissimum educationis leggiamo a proposito della scuola cattolica: « .. suo elemento caratteristico è di dar vita ad un ambiente comunitario scolastico permeato dallo spirito evangelico di libertà e carità, di aiutare gli adolescenti perché nello sviluppo della propria personalità crescano insieme secondo quella nuova creatura che in essi ha realizzato il battesimo, e di coordinare infine l’insieme della cultura umana con il messaggio della salvezza…» (n. 8).

L’obiettivo dell’educazione è quello di far sì che i battezzati raggiungano il loro compimento umano in Dio. Più precisamente: che raggiungano l’uomo perfetto, la statura della pienezza di Cristo (cf Ef 4, 13). E ciò mediante l’impegno pratico, la testimonianza nel mondo – nei diversi ambiti di vita -, della speranza che è in loro.

Proprio perché l’obiettivo di un’educazione cristiana è una formazione integrale, secondo un umanesimo altrettanto integrale e aperto alla trascendenza, oggi, primo settembre, in cui si celebra la Giornata mondiale di preghiera per il Creato non possiamo dimenticare il Messaggio La misericordia del Signore per ogni essere vivente, che la Chiesa italiana ha indirizzato a tutte le comunità e scuole cattoliche.

L’invito dei vescovi italiani è semplice e chiaro. Nell’anno della Misericordia dobbiamo pensare che essa non concerne solo gli uomini e le loro relazioni interpersonali ma anche il loro rapporto con il creato. Bisogna vivere e realizzare la Misericordia di Dio – oltre che nell’ambito antropologico, nel mondo del lavoro, della finanza, dell’economia, della politica, dei mass media, della sanità, della scuola, come illustrato nella Lettera pastorale alla mia Diocesi di Faenza-Modigliana -, anche in ambito ecologico!

Tra le vie indicate per farlo vi è quella della ricezione della Laudato si’, l’ultima enciclica di papa Francesco. Sebbene si siano sviluppate molteplici iniziative con cui la si è presentata, spiegata e, in parte, tradotta in pratica con gesti significativi sul piano del cambio degli stili di vita, della bonifica di porzioni del territorio, rimane sempre il compito di una ricezione più sistematica e penetrante in ambito pastorale ed educativo, di una mobilitazione corale, di piccole azioni quotidiane migliorative di quanto già si fa. Per quanto concerne le comunità cristiane, le scuole cattoliche, i movimenti, le organizzazioni di ispirazione cristiana, vanno senz’altro incrementate una catechesi, una formazione, una messa in rete delle varie iniziative. Si tratta di elaborare itinerari pastorali, progettualità culturali e sociali, esperienze educative che: muovano dal presupposto di una chiamata e di una vocazione alla custodia del creato, alle quali corrispondono un compito missionario e di testimonianza; che tengano presente il principio morale dell’ecologia integrale; che presuppongano un aggiornamento dell’educazione alla fede, della formazione ad una spiritualità ecologica, che abilita ad essere custodi e promotori del creato, a confessare i propri «peccati contro la creazione» (cf Laudato si’, n. 8), a declinare eticamente il rapporto tecnologia, lavoro ed ambiente, a coltivare una legalità e una democraticità non solo formali.

In questa Eucaristia, unendoci a Cristo che offre la propria vita al Padre, portiamo l’impegno di un’educazione cristiana, inclusiva di un’ecologia integrale. Dall’Eucaristia deriva la carità dei credenti e delle comunità. In occasione della grande tragedia provocata dal terremoto in Centro Italia preghiamo per i defunti e per i loro familiari. Sollecitiamo tutti, dai più piccoli ai più grandi, a vivere la solidarietà cristiana specie in occasione della raccolta che si farà il prossimo 18 settembre nelle parrocchie d’Italia a sostegno delle popolazioni colpite.

+ Mario Toso

Vescovo di Faenza-Modigliana

 

Alcuni punti del saluto rivolto ai partecipanti prima della S. Messa.

  1. Anzitutto un grande ringraziamento per la vostra opera educatrice, fondamentale per la persona, la Chiesa e la società. Grazie a voi per l’impegno, le fatiche e la passione che mostrate quotidianamente. Il vostro è un contributo fondamentale a che la fede si inculturi e possa permeare e strutturare la vita delle persone. Chi crede vede come estremamente urgente che la fede trovi radicamento nello spirito e nella cultura. Senza un tale radicamento l’appartenenza alla Chiesa, l’essere di Cristo non influenzano le scelte, specie in campo sociale politico. Noi, invece, abbiamo bisogno che la fede sia in grado di offrire motivazioni profonde.

  2. Oggi, più che mai è necessario promuovere e difendere la scuola cattolica e paritaria, secondo la sua specificità, quale elemento essenziale all’interno di un sistema integrato. Se si è finalmente riconosciuta la fondamentalità, per uno Stato pluralista e democratico, aconfessionale, ma sanamente laico, di un sistema scolastico integrato, occorre rendere effettivo questo impianto sotto tutti gli aspetti, compresi quelli economici, pena una doppia iniquità, quale quella che si sta verificando con l’imposizione dell’ICI da parte di varie amministrazioni comunali, in una maniera strumentale. Si tenga presente che il costo della scuola paritaria è quasi totalmente a carico della famiglia e dei gestori. Quanto offrono le amministrazioni mediante convenzioni è ancora troppo esiguo rispetto a quanto le scuole paritarie fanno risparmiare alla comunità nazionale. La legge sulla buona scuola prevede misure fiscali platonicamente favorevoli (lo school bonus non è ancora attuabile, la detraibilità delle spese sostenute dalla famiglia è godibile solo dalle famiglie che hanno reddito). Non va ignorato poi che la suddetta legge ignora sostanzialmente la scuola paritaria.

  3. In uno scenario culturale in cui ci sarebbe maggiormente bisogno della scuola cattolica per preparare persone in grado di servire la società con onestà e competenza, con un orientamento culturale non individualistico e utilitaristico, permeato dallo spirito del Vangelo, capace di fronteggiare la fluidità e lo sfarinamento del sociale sotto i colpi di una mentalità prevalentemente mercantile, va rilevato che in quest’ultimo quinquennio la popolazione delle scuole paritarie è calata del 10 per cento a causa della crisi economica, del calo demografico, della crisi delle vocazioni che ha fatto chiudere molte scuole. Se aumenterà l’imposizione fiscale la chiusura sarà accelerata mediante un grave vulnus alla libertà religiosa e di educazione, a quella pluralità delle scuole che è una risorsa per tutto il sistema scolastico. A fronte della penalizzazione della scuola paritaria cattolica occorre rafforzare le reti di coordinamento dei gestori e delle famiglie, nonché le reti di rappresentanza presso le istituzioni pubbliche. Una falla sul fronte dei gestori, perché si procede in ordine sparso, rispetto ad esempio al ricorso contro l’imposizione dell’ICI, rende l’azione più debole e ininfluente. Per renderla più incisiva occorre mantenere fermezza nelle decisioni e non arretrare rispetto a quanto convenuto. Occorre creare dei consorzi di scuole per razionalizzare la gestione delle risorse, per condividere ed universalizzare pratiche positive, per costruire una massa critica. Occorre, inoltre, mobilitare la società civile a favore del diritto della libertà di educazione strettamente connessa alla libertà religiosa, cuore delle altre libertà.

Al termine di questo breve saluto ribadisco il senso di riconoscenza da parte delle nostre diocesi. Sono sicuro di interpretare qui anche il pensiero di sua Ecc. Mons. Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna e di Cervia. Ringrazio gli organizzatori di questa importante giornata augurando pieno successo alle vostre comunità educative.

OMELIA per l’APERTURA del CAPITOLO ELETTIVO delle CLARISSE
Faenza, Monastero S. Chiara - 29 agosto 2016
29-08-2016

All’inizio del Capitolo elettivo è prevista la celebrazione della Messa votiva dello Spirito Santo. In vista di ciò si è scelta la Messa del giorno di Pentecoste. A suo modo anche un Capitolo elettivo è momento di Pentecoste, di rinnovamento della missione, mediante il dono dello Spirito Santo che unifica (cf At 2, 1-11) e colma le persone della presenza di Dio.

La Chiesa universale ha bisogno di una rinnovata Pentecoste, ma anche ogni monastero ed ogni comunità. Questa comunità, a partire dalla propria specifica identità, prega perché lo Spirito Santo aiuti: ad essere, innanzitutto, conformi all’immagine del Figlio di Dio, via, verità e vita, per vivere totalmente consacrate a Lui; in secondo luogo, a seguire il Maestro nella via che è stata indicata a Chiara da Francesco, modello sublime di amante e di imitatore di Gesù Cristo.

La venuta dello Spirito è invocata per una nuova primavera spirituale nella propria vita e in quella comunitaria!

L’elezione di una nuova Abbadessa è, infatti, per la comunità momento di speciale unità nella carità, come è scritto nelle vostre Costituzioni (Roma 1986, p. 140). Non è un mero atto di routine o di mero adempimento delle norme statutarie. È occasione di sentirsi e di farsi comunione più intima con Dio e tra sorelle, per guardare al futuro, ancora una volta, reinterpretando il proprio carisma religioso e spenderlo a favore della Chiesa e dell’umanità. Non va dimenticato che la precondizione di un’unità più intensa ed efficace è rappresentata dalla fedeltà alla Parola di Dio e all’amore fraterno. Solo così il Padre e il Figlio prendono dimora in noi. Assieme ad essi prende pure dimora quello Spirito d’amore che li unisce in un abbraccio di affetto e di tenerezza eterni (cf Gv 14,15-16). Noi, voi, siamo avvolti dal loro abbraccio che riscalda il cuore e sollecita a riprendere sempre il largo in questo momento storico che è unico rispetto ad altri scenari.

Quando noi abitiamo in Dio Trinità, e siamo pervasi dal suo Spirito d’Amore, ne veniamo trasfigurati e potenziati nelle nostre capacità di conoscere il vero e di scegliere il bene e Dio. Siamo anche posti in grado di compiere meglio il discernimento nella nostra vita e nel lavoro della vigna: sia che si debba eleggere una nuova Abbadessa; sia che si debba pensare ad una tale elezione anche in funzione del rilancio del proprio carisma e della propria missione nel mondo e in questa città.

Lo Spirito manda a noi i raggi della sua luce; dà forza d’animo allorché siamo tiepidi; sana ciò che sanguina nel nostro spirito e nelle relazioni interpersonali. Piega ciò che è rigido e fossilizzato nella comunicazione reciproca. Scalda ciò che è gelido nella comunione fraterna e nell’amore a Dio, lo Sposo. Offre i suoi santi doni: di sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, timor di Dio, perché portiamo frutti abbondanti di dono generoso a Cristo nel territorio e nella Chiesa, a servizio del Regno di Dio.

Nel tempo, la vostra comunità di Clarisse che professano la Regola di Urbano IV, ha visto dapprima un forte ridimensionamento dell’attività educativa mediante la scuola, e poi il suo definitivo spegnersi. E, tuttavia, non è mai cessata un’altra opera educativa importante ed alta – per cui tutti ve ne siamo profondamente grati -, mediante: la preghiera, lo studio, la riflessione, il confronto, l’accoglienza di gruppi giovanili e persone desiderosi di silenzio, ascolto della Parola di Dio, partecipazione a momenti liturgici e di formazione, con una particolare dedizione alla preghiera per l’unità dei cristiani e il dialogo religioso.

La ricerca comunitaria di prospettive, anche nuove, per il futuro del vostro monastero è d’obbligo. Ma è imprescindibile e prioritaria la vostra esistenza come figlie di Dio, a Lui consacrate per una vita contemplativa, stabilmente e fortemente radicate nella Trinità. Solo così sarete, saremo, eredi di Dio e della sua gloria (cf Rom 8, 8-17). Il nostro essere pellegrini dell’Assoluto in questo mondo contingente, ci insegna e ci abitua a riconoscere ciò che è caduco, passeggero e secondario rispetto alla nostra vocazione di credenti, chiamati alla gioia della vita con Dio. Proprio il nostro essere di Cristo non può essere indebolito. Da esso, coltivato quotidianamente, deriveranno nuovi semi di futuro e nuovi germogli di vita. Non dimenticate di portare nel vostro cuore la Chiesa della Romagna in cui siete inserite: una Chiesa fortemente impoverita di vocazioni sacerdotali e di vita consacrata, bisognosa di una pastorale vocazionale più incisiva e più sistematica, più supportata dalla preghiera al padrone della messe. Tutta la comunità cristiana che è in Faenza-Modigliana vi accompagna e vi ricorda a Maria, Madre della Chiesa. Santa Chiara e san Francesco vi proteggano e vi aiutino a diffondere sempre il profumo della buona fama, perseverando nella via della santa semplicità, dell’umiltà e della povertà (cf Costituzioni, p. 79).

OMELIA nella Solennità della ASSUNZIONE di MARIA (Messa vespertina della vigilia)
14-08-2016

Celebriamo oggi la solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria in cielo, dogma definito nell’anno del Giubileo 1950 da Pio XII, il primo novembre.

Colei che fu Madre di Dio, come fu preservata dal peccato originale, così lo fu dalla corruzione del corpo. Al pari del corpo del Figlio che risuscitò e salì al cielo trasfigurato anche il corpo di Colei che lo portò in grembo e lo generò è assunto in cielo integro, senza subire dissoluzione, ed è glorificato. Il Figlio e la Madre subirono la morte, ma non il disfacimento del loro corpo, a differenza del nostro, che sarà sottoposto alla corruzione del sepolcro.

Colei che ha generato il Signore della vita non poteva non essere rivestita dell’immortalità, oltre che nella sua anima, anche nel corpo. Maria, dunque, non subì la corruzione del sepolcro, né dovette attendere la redenzione del suo corpo alla fine del mondo.

A ben riflettere, nel periodo estivo, quello delle ferie agostane, la Chiesa ci sospinge a celebrare con gioia gli effetti della redenzione di Cristo, morto e risorto, sull’umanità, a cominciare da sua Madre. In questa «Pasqua dell’estate», san Paolo ci istruisce così: Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Se per mezzo di un Uomo, Adamo, venne la morte, per mezzo del Nuovo Adamo, Cristo, viene la resurrezione dei morti. E, così, dopo Cristo che è risorto, risorgeranno tutti coloro che sono suoi. Maria, assunta in cielo in anima e corpo, è la prima dopo la primizia che è Cristo, a condividere il destino di gloria del Figlio.

Guardando a Maria vediamo già realizzato il nostro futuro. La nostra esistenza, pur subendo il disfacimento nel corpo, non finirà definitivamente in un pugno di cenere, nella tomba. I cimiteri dei cristiani, non a caso, nel loro stesso nome indicano di essere dei «dormitori»: i corpi dei fedeli defunti dormono il sonno della pace in attesa del ricongiungimento, nell’ultimo giorno, con la propria anima gloriosa. Dopo la corruzione del corpo nel sepolcro saremo redenti e glorificati anche noi nel corpo. Se veniamo sepolti corruttibili, risorgiamo incorruttibili.

Il nostro destino, dunque, è quello di una vita non indebolita o depotenziata. Camminiamo verso un futuro di pienezza, uniti a Cristo, primizia di coloro che sono morti e risorgeranno. Durante il nostro pellegrinaggio terreno, al termine del quale condivideremo il destino di Maria, madre dei credenti, siamo chiamati a cantare anche noi il suo Magnificat, che abbiamo sentito oggi proclamare. Maria che lo canta e dona al mondo il Redentore, è misericordia vivente del Padre. È misericordia accolta, condivisa, testimoniata. Come Lei diventiamo protagonisti e testimoni di una misericordia globale, ossia di una misericordia per tutti gli ambiti della vita. Consentiamo l’incarnazione di Dio nella nostra storia e nelle nostre vite, nelle istituzioni. Ma dobbiamo essere attenti alle precondizioni di tutto questo. Detto altrimenti, non dobbiamo solo operare per una «rivoluzione» sociale. Come insegna il Magnificat, che è risuonato nella casa di Elisabetta e continua a echeggiare nelle nostre comunità, occorre prima credere, avere fede in Dio, nella sua misericordia, che è di generazione in generazione e, quindi, operare primariamente per una rivoluzione spirituale ed etica.

Per essere capaci di realizzare la rivoluzione di Dio, la sua «pazzia» d’amore, non possiamo trascurare il nostro incontro con Lui, mediante preghiera, comunione, richiesta di perdono e, in particolare, non possiamo rinunciare a vivere la misericordia suprema. La misericordia più grande che Maria di Nazaret ha vissuto nei confronti del suo popolo e dell’umanità è l’aver accettato di diventare Madre di Dio e di averLo donato. Come Lei dobbiamo imparare a generare Gesù Cristo nel mondo, nelle nostre famiglie, negli ambienti di vita. Solo donando il Figlio di Dio possiamo diventare generativi di un nuovo umano, di un nuovo mondo sociale, capaci di abbattere le cause strutturali della povertà, l’ingiustizia, l’illegalità.

Come la giovane donna di Nazaret abbiamo fiducia in Dio, ma anche nelle persone, nella loro capacità nativa di essere persone comunitarie, generatrici di dono e di servizio, ma soprattutto di Cristo. Allora, sarà tempo di messi abbondanti, di pace.

Preghiamo Maria, assunta in cielo, perché ci ottenga dal Signore operai per la sua messe. Preghiamola perché diventiamo capaci di educare le nuove generazioni al desiderio di Dio, all’incontro con Cristo, perché ne divengano annunciatori e testimoni credibili, collaborando a costruire le comunità cristiane e a renderle sempre più missionarie in tutto il nostro territorio.

OMELIA nella SOLENNITA’ di SAN CASSIANO, patrono di IMOLA
Imola - Basilica Cattedrale, 13 agosto 2016
13-08-2016

Eccellenza, Illustri delegazioni delle città di Bressanone e Comacchio, Autorità militari e civili, Cari fratelli e sorelle, la solennità del Patrono san Cassiano ci vede comunità in festa attorno a colui che con il suo martirio è stato seme di cristiani (cf Tertulliano, Apologeticus, 50), punto di riferimento dei suoi contemporanei – basti pensare a san Pietro Crisologo, vescovo di Ravenna, che volle essere sepolto vicino alle sue spoglie – ed è per noi, oggi, protettore e modello di vita cristiana.

La festa patronale per una diocesi è l’occasione per ri-offrirsi al Signore, nell’impegno di un rinnovato slancio missionario, rivissuto nell’attuale contesto socio-culturale, chiaramente secolaristico. Il martire Cassiano ha trasfigurato la propria esistenza con un atto supremo di amore a Cristo, rifiutando di adorare gli dei pagani, venendo ucciso proprio perché cristiano, ritenuto pericoloso per l’ordine costituito. San Cassiano è divenuto seme di cristiani rivivendo in sé il sacrificio di Cristo, il suo impegno di redimere il mondo, divinizzandolo ed umanizzandolo. Ha così rivendicato per ogni persona la prima libertà, quella religiosa, quella oggi più ferita, radice di ogni altra libertà. Nello stesso tempo si è offerto totalmente a Colui che è principio dell’Amore e della Vita, rispondendo all’amore donato con la propria esistenza. Per il credente non vi sono altri dei all’infuori di Dio, uno e trino. Se si muore con Cristo, con Lui anche si vive (2Tim 2, 11).

Proprio così, come ci attestano varie fonti, ma soprattutto il culto ininterrotto sino a noi, san Cassiano è stato costruttore della comunità cristiana e della città imolesi, annunciatore di speranza e di fratellanza, pilastri di una nuova civiltà, aperta alla Trascendenza. I cristiani che visitavano la sua tomba e che l’hanno venerato come patrono lungo i secoli, hanno inteso incontrare e amare, attraverso di lui, Cristo stesso, il Martire per eccellenza: un discepolo non è più grande del maestro (cf Mt 10, 24). San Cassiano venne cercato dalla gente comune e dalle persone colte, come quel Prudenzio che nel quinto secolo si fermò a rendere omaggio alle sue spoglie, e venerò in lui una persona libera, capace di resistere ad un’autorità che voleva obbligare a tacitare la propria coscienza. Fu eletto patrono di altre Chiese, proprio perché con la sua vita e il dono eroico di sé insegnò l’adesione incondizionata a Cristo e la necessità di testimoniarlo coraggiosamente. Di questo c’è bisogno oggi, in un mondo in cui Dio è ancora antropomorfizzato, fatto a propria immagine, scambiato con falsi dei. Solo mediante la fede in Cristo e l’educazione ad essa – non dimentichiamo che san Cassiano utilizzava la sua professione di insegnante per evangelizzare – i popoli acquisiscono la coscienza della loro altissima dignità, della fraternità e della loro fondamentale uguaglianza. Solo mediante esse fiorisce una libertà responsabile, si rafforzano il diritto e la giustizia, si ordinano quelle scale di beni-valori ove i mezzi non sono scambiati coi fini.

Cari fratelli e sorelle, i santi, come san Cassiano per questo territorio e per le Chiese che l’hanno eletto a patrono, sono fonte di rivoluzioni morali e spirituali, nonché sociali, davvero radicali. Lo possono essere anche nella cultura contemporanea, preda di nuove idolatrie, quali il consumismo materialistico, il profitto a breve termine assolutizzato, la tecnocrazia, l’individualismo radicale. Imitiamo i nostri santi e guardiamo a Cristo. Egli ci dà forza ed intelletto per abbattere le strutture di peccato e riformare quelle leggi che sono erroneamente ritenute conquiste di civiltà ma che, invece, devastano l’essere umano o, addirittura, come nel caso dell’uccisione dei nascituri, ne calpestano brutalmente il diritto alla vita. È vera libertà quella che è intesa come la potestà di fare tutto ciò che si crede senza limiti di sorta?

Si ha l’impressione che molti della nostra gente, specie le nuove generazioni, pur vivendo in un contesto in cui il cristianesimo ha imbevuto di sé istituzioni e costumi, a partire da persecuzioni e prove dure, non attribuiscano più un’alta considerazione alla loro fede. Il cristianesimo non è più ritenuto fonte di liberazione e di umanizzazione. È spesso pensato come un freno alla propria libertà e alla crescita umana. Sebbene abbiamo molte testimonianze della fede sparse ovunque – si pensi alle chiese, alle opere d’arte, agli ospedali e alle università, ai vari segni religiosi che contraddistinguono le nostre città e le nostre campagne – l’essere di Cristo non è più sentito come proprio, un tratto distintivo della propria condotta. È spesso vissuto come un’appartenenza superficiale, incapace di mettere radici profonde nelle persone e nel tessuto sociale e politico. E così l’essere cristiano si svuota della sua verità e dei suoi contenuti più propri, rischia di diventare un orizzonte che solo superficialmente abbraccia la vita. L’esperienza di fede in Gesù crocifisso e risorto non illumina il cammino della vita, non la trasforma.

In vista di una conversione pastorale e pedagogica è necessario che ci immergiamo, come ci sollecita a fare l’anno del Giubileo, nella misericordia del Padre. Sarà proprio un rinnovato re-incontro con Gesù Cristo, incarnazione vivente della misericordia di Dio, che rivitalizzerà le nostre comunità e riscalderà i nostri cuori nella missio ad gentes. Vivendo Cristo, il suo dono totale a Dio, potremo essere capaci di trasfigurare la nostra esistenza e le istituzioni, fondandole sui pilastri della fraternità e della giustizia. Cristo ci aiuterà a seminare nei solchi della storia un nuovo umanesimo, per il quale la libertà si lega alla verità e al bene, l’economia e la politica sono al servizio del bene comune, ossia bene di tutti e non di pochi. Oggi abbiamo un estremo bisogno di una fede capace di inculturarsi e di plasmare le coscienze e le civiltà. Possiamo – è lecito domandarsi – permetterci il lusso di trascurare quelle istituzioni che, come la famiglia e la scuola cattolica, sono piuttosto bistrattate dall’attuale politica, anzi sono sfavorite con legislazioni che ne penalizzano l’esistenza, rispettivamente mediante o una subdola decostruzione giuridica o il carico di ingiusti gravami fiscali? La dimensione sociale della fede, di cui ci ha parlato più volte papa Francesco, non deve, forse, renderci più attivi e responsabili a servizio dei bisognosi, non solo con piani assistenziali ma soprattutto sradicando le cause strutturali della povertà, affinché tutti siano inclusi nella società e vedano accresciute le loro capacità di partecipazione alla gestione della res publica? La misericordia ricevuta va vissuta e testimoniata globalmente. Detto diversamente, l’esperienza della misericordia che ci dona la vita di Dio, la sua capacità di amare e di perdonare, va portata in ogni ambito dell’attività umana: nel lavoro, nella famiglia, nell’economia, nella finanza, nella politica, nel mondo dei mass media, nella cultura e nella scuola, nelle relazioni internazionali. Grazie al dono della vita di Dio vinciamo il male col bene, l’offesa e la violenza con il perdono e con la lotta per la giustizia, la paura e la chiusura con il servizio all’altro. Come ha detto papa Francesco ai giovani a Cracovia, durante la scorsa Giornata Mondiale, la misericordia ci sollecita ad andare per le strade seguendo la «pazzia» del nostro Dio che ci insegna ad incontrarlo nell’affamato, nell’assetato, nel nudo, nel malato, nell’amico che è finito male, nel detenuto, nel profugo e nel migrante, nel vicino che è solo (cf Francesco, Discorso durante la Veglia di preghiera, 30 luglio 2016). Ma ci sollecita anche a divenire «attori politici», persone che pensano, animatori sociali. Soprattutto ci sospinge a portare la Buona Notizia. Non dimentichiamolo, allora: vivere la misericordia di Dio importa una particolare dedizione nel donare Cristo agli altri, specie mediante il perdono. Così, non scordiamo quanto ci ha insegnato Benedetto XVI: l’annuncio di Cristo è il primo e principale fattore dello sviluppo integrale (cf Caritas in veritate, n. 8).

Come cattolici, pertanto, perché non impegnarci a compattare almeno un nuovo movimento culturale e sociale che aiuti ad essere in rete, ad elaborare nuovi progetti sociali, a preparare nuove rappresentanze secondo l’ispirazione cristiana? 

La solennità di san Cassiano ci induca ad investire convintamente in una rinnovata pastorale vocazionale, aperta alla formazione di nuove generazioni di sacerdoti e di fedeli laici. Ne deriveranno necessariamente conseguenze di redenzione per tutti i vincoli sociali, per la legislazione e per la cultura..

Il cibo dei forti alimenti il nostro spirito e il coraggio di una nuova evangelizzazione. San Cassiano ci ispiri e ci protegga.

OMELIA per la festa di SANTA CHIARA
Faenza - Convento Santa Chiara, 11 agosto 2016
11-08-2016

Chiara dal carattere forte, deciso ed indipendente scappa di casa per consacrarsi interamente al Signore, rapita dalla sublime conoscenza di Lui (cf Fil. 3, 8-14). Nobile, ricca, sognata da molti giovani, rinuncia al matrimonio, ad una posizione sociale agiata.  Per guadagnare Cristo lascia perdere tutte le cose che dagli uomini sono ritenute importanti e le considera una spazzatura. Cosa aveva in mente? Perché una scelta così radicale, che la poneva dalla parte di coloro che contavano di meno nella società?  Che cosa, ultimamente, le interessava, lei diciottenne, che aveva più di un’opportunità spalancata dinnanzi a sé? Mentre indossava un rude saio, segno di rottura col mondo e col passato, desiderava star dentro la storia, ma in un modo diverso da quello abituale. E tutto questo per amore, per servire Cristo, per indicarlo come punto di riferimento indispensabile, per cambiare le cose nella Chiesa e nel mondo.

Anche noi, oggi, in un contesto in cui viviamo di corsa, indaffarati e indifferenti, al punto spesso da dimenticare gli altri e il senso della nostra vita, abbiamo bisogno di persone che con le loro scelte coraggiose ci sappiano indirizzare a Colui che ci può salvare e colmare con la sua Vita.

Chiara capì che per essere di aiuto ai suoi contemporanei doveva spogliarsi di tutto ed essere, invece, rivestita di Cristo. Poteva regalarlo, se prima era totalmente sua. E questo non da sola. Assieme a Chiara, altre giovani si consacrarono a Dio e trovarono rifugio presso la Chiesa di san Damiano, ad Assisi. Qui la comunità crebbe, aiutata da quella dei frati che si era formata attorno a Francesco. Accolse anche le sorelle di Chiara, Agnese e Beatrice, nonché la loro stessa madre. Erano donne che non intendevano fuggire dal mondo, sebbene vivessero ritirate. Non volevano evadere dalle difficoltà quotidiane della gente. Immerse nella preghiera, si sostenevano col loro lavoro, senza peraltro rifiutare l’aiuto di coloro che le accompagnavano con simpatia.

Per loro, però, era prioritario essere al servizio della Chiesa, vivendo davanti a Dio con la preoccupazione della salvezza di tutti. Un esempio non solo per i tempi passati, ma anche per i nostri giorni!

Lo sappiamo bene: Francesco prima, Chiara poi, con altri fratelli e sorelle, abbracciarono «madonna» povertà e con la loro vita di innamorati di Dio resero più giovane e più bella la Chiesa, ricostruendola là ove era cadente. Francesco e i suoi frati minori; Chiara e le sue sorelle minori, non solo ricostruirono le chiese fatte di pietre materiali, ma specialmente la chiesa costruita con pietre spirituali. Fu una primavera per il popolo di Dio

Venendo a noi, in un momento storico in cui la Chiesa sembra perdere terreno sia per scarsa incisività culturale sia perché cresce l’analfabetismo religioso, domandiamoci: troviamo o prepariamo giovani generazioni che siano interessate alla causa del Vangelo e perciò trovino l’ardire di consegnare la vita a Dio  per rinnovare la propria comunità, donandosi interamente a Lui? Crediamo ancora che una comunità di religiose, come lo sono le nostre sorelle Clarisse, possano, pur trascorrendo una vita visibilmente separata a motivo della clausura, essere fermento di quella conversione pastorale e pedagogica a cui ci ha invitato papa Francesco con la sua esortazione apostolica Evangelii gaudium?

Se ben riflettiamo la loro presenza, benché silenziosa, è quanto mai efficace. Il loro servizio di preghiera, di accoglienza, di aiuto ai poveri, di accompagnamento spirituale, le rende luce in mezzo alla nostra città e per la nostra Diocesi. Il loro amore indiviso a Cristo, che le fa più forti nella testimonianza, le mostra a noi quali persone più soavi, vere sorelle e madri, che ci accompagnano nel nostro pellegrinaggio di fede, fra le vicende della storia, verso Dio Trinità.

«Chiara si nascondeva, ma la sua vita era rivelata a tutti. Taceva, ma la sua fama gridava», è scritto nella bolla di canonizzazione, avvenuta nel 1255, ad opera di papa Alessandro IV. Care sorelle Clarisse, la vostra esistenza qui tra noi sia sempre più simile a quella della vostra santa Fondatrice, ossia luce e consolazione per il popolo di Dio. Aiutateci con la vostra preghiera e il vostro servizio apostolico a fare di tanti giovani, che passano momenti preziosi di incontro col Signore nella vostra casa, delle persone audaci, ispirate dal profondo desiderio di seguire il Maestro, Francesco e Chiara. 

Profitto di questa festa per ringraziarvi – senza, peraltro, dimenticare gli altri conventi della nostra Diocesi che pure l’hanno fatto – per quanto avete offerto al Signore a favore dei nostri giovani partecipanti alla Giornata Mondiale della Gioventù a Cracovia. Essi hanno avuto la fortuna di vivere alcune settimane completamente immersi nell’esperienza della Misericordia, mediante la cordiale e fraterna ospitalità della gente polacca, mediante incontri, catechesi, momenti di preghiera, visite a santuari, a luoghi di drammatica ed inaudita crudeltà come Auschwitz, che ha indotto tutti a interrogarsi sul nesso tra perdono e giustizia. Sono stati giorni ricchi di emozioni ma soprattutto di fede. Sicuramente hanno lasciato tracce profonde nel cuore dei partecipanti, irrobustendo le motivazioni del loro dono e della loro missione. Grazie, dunque, care sorelle, perché tutto è andato bene, anche con il vostro sostegno. Il Signore vi benedica e vi ricompensi. Vi accompagni nella preparazione all’ormai prossimo Capitolo. Celebriamo con fede l’Eucaristia, e come Chiara affidiamoci a quel Gesù che protesse lei e le sue suore dall’aggressione dei Saraceni. Sono consolanti  le parole con cui il Signore la rassicurò: «Io ti difenderò sempre».

OMELIA nell’anniversario della nascita della venerabile BENEDETTA BIANCHI PORRO
Dovadola, 7 agosto 2016
07-08-2016

Cari fratelli e sorelle, nel giorno in cui ricordiamo Benedetta Bianchi Porro, il brano del Vangelo di Luca (12, 32-48) ci sollecita a vivere la nostra esistenza nella vigilanza. A noi è stato dato il Regno di Dio. Non solo. A noi è stato dato il compito di amministrare le cose, il mondo, ma soprattutto la nostra vita. Ce ne sarà reso conto. Non sappiamo quando. Proprio per questo occorre essere sempre pronti e agire responsabilmente. Il tempo dell’attesa deve essere contrassegnato dal segno della fedeltà alla missione data. Non bisogna lasciarsi andare all’ignavia e alla pigrizia. Occorre perseverare nella propria vocazione. Il principale compito affidato al cristiano è certamente quello di crescere in maniera simile a Cristo, lasciandosi trasfigurare dal suo amore, divenendone annunciatori e testimoni coraggiosi, costi quel che costi, nella buona e nella cattiva sorte. Chi appartiene a Cristo sa che il talento più prezioso che gli è stato affidato e che deve essere amministrato con scrupolosa accortezza è la vita di unione a Colui che redime e salva.

Possiamo definire Benedetta Bianchi Porro un’esistenza o, meglio, un corpo ed uno spirito afferrati e trasfigurati dall’amore di Cristo, in un sacrificio gradito al Padre. E tutto questo mediante e durante un calvario incredibile di sofferenze fisiche e spirituali ininterrotte. Morta a ventisette anni, colpita da un morbo rarissimo e inesorabile fu costretta ad interrompere gli studi. Le mancava un solo esame per conseguire la laurea in Medicina. La malattia, una sorta di tumore ai centri nervosi la rese prima sorda, poi cieca. Perse, inoltre, l’uso degli altri sensi: l’odorato, il gusto, il tatto. Mentre nelle varie parti del corpo diventava progressivamente immobile, eccetto la mano destra, mediante la quale comunicava, la sua intelligenza rimaneva accesa. Alla fine, Benedetta si esprimeva con un filo di voce. Pur nel buio e nel silenzio, che la isolava da tutto, vedeva e percepiva Dio con gli occhi interiori del suo spirito. Se ne sentiva invasa. La Sua presenza la faceva, incredibilmente, ridere e cantare di gioia. Stupiva come in un corpo così martoriato dalla malattia e straziato dalla sofferenza ci fosse tanta riconoscenza. La percezione intensa di Dio che si dona tutto all’uomo rendeva la sua esistenza bella e degna di essere vissuta, nonostante il dolore che la opprimeva. L’animo era una sorgente zampillante gratitudine. «Grazie» è l’ultima parola pronunciata dalle sue labbra. Riassumeva ed esprimeva tutta la sua esperienza di credente, abitata da Cristo, nella sua passione. Assimilata al suo Redentore e Signore  sente gioia nell’essere conforme a Lui col dono totale di sé. Tutto diventa bello, compreso quel mondo da cui Benedetta, sempre più, è isolata. Sente nell’aria l’odore della primavera. Con gli occhi di una mistica vedeva la natura coinvolta nella nuova creazione operata da Colui che muore ma risorge, trascinando tutto in una nuova condizione d’essere, quella delle creature che posseggono una stessa origine e uno stesso fine.

Cari fratelli e sorelle poniamoci una domanda? Perché sentiamo il bisogno di guardare a Benedetta?

Benedetta è grande non tanto per la sua capacità di vivere il dramma di un progressivo disfacimento fisico, ma soprattutto perché ci insegna l’importanza della spiritualità, del suo primato per la nostra vita. Senza un’intensa vita interiore Benedetta non avrebbe trovato la straordinaria capacità di rispondere ai drammatici interrogativi del suo animo. Non sarebbe stata in grado di vivere un’ascesi continua, con conversioni incessanti, quali erano richieste, anno dopo anno, giorno dopo giorno, dal suo calvario. Era necessario rinnovare l’incontro con il suo Dio, ricominciare sempre da capo, ogni momento. A fronte di un innato desiderio di vita, nonostante il suo progressivo spegnersi, doveva offrirsi come vittima che completava in sé le sofferenze di Cristo, la sua missione di crocifisso per amore.

In un mondo, contrassegnato da tragedie e da crudeltà che rubano la speranza alle persone, in cui crescono i calvari, i percorsi di esistenze drammaticamente sole, abbiamo bisogno di imparare da Benedetta. Pur sommersi da tante comunicazioni ed interconnessioni rimaniamo isolati nella sofferenza, portando sulle spalle fardelli troppo pesanti. Spesso non ci sorregge il senso della vita. Cresce l’angoscia e, talvolta, la disperazione. Tutto diventa insopportabile ed appare ingiusto. Non si è lieti e in pace col mondo. E così, non esiste estasi, uscita da sé, e nemmeno l’incanto di una natura che esprime la bellezza e la bontà del Creatore. Gli altri appaiono estranei, esseri ostili, anziché fratelli. La sofferenza è un fardello troppo pesante e non c’è modo di metabolizzarlo, di trasformarlo in atto d’amore e di offerta per i fratelli e per Dio. Non vi sono traguardi trascendenti, purificazioni interiori, svolte importanti. C’è la percezione solo di se stessi, di pesi insopportabili. Cari fratelli e sorelle, quando tutto sembra perduto, solo la fede in Gesù, dà la forza per proseguire e camminare eroicamente. Uniti a Gesù che redime e salva si può ancora sognare un mondo nuovo, meno violento, più fraterno e giusto. Si può sognare anche una Chiesa meno chiusa in se stessa, meno impegnata solo nella conservazione dell’esistente. Da un rinnovato incontro con Colui che vive nella storia e nella comunità dei credenti, può derivare l’impulso ad una fede adulta, più esplicita, che consente di cogliere e di coltivare un progetto, unificato ed unificante, interamente centrato sul Figlio di Dio che è venuto a ricapitolare tutto in sé.

Nell’incontro con Lui, anche in questa Eucaristia che stiamo celebrando, cresce la consolante certezza che della nostra vita e della città architetto e costruttore è Dio stesso, come peraltro ci ha detto la Lettera agli Ebrei oggi proclamata (cf Eb 11, 1-2.8-12). Viviamo tenendoci pronti ad accogliere in ogni istante il Signore che viene. Saremo beati, felici, come ci dice il Vangelo di Luca (12,32-48), quando il Signore, venendo, ci troverà vigilanti, ossia pronti ad accoglierlo nella nostra vita. Chi rimane fedele alla propria vocazione e missione, quella di annunciatore e portatore di Cristo, riceverà una ricompensa oltre ogni previsione. Mangerà e berrà in eterno alla sua mensa. Troveremo Lui che ci farà mettere a tavola, e passerà a servirci, con le mani colme di doni.