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OMELIA per la MESSA di PASQUA 2016
Faenza, Basilica Cattedrale - 27 marzo 2016
27-03-2016

Come abbiamo ascoltato dagli Atti degli apostoli, i componenti della prima comunità dichiarano di essere stati testimoni della presenza di Cristo in mezzo a loro come Colui che ha beneficato e risanato tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con Lui. Essi affermano di essere stati testimoni anche della sua crocifissione e che Dio lo ha risuscitato il terzo giorno. L’esperienza della risurrezione di Cristo trasforma gli apostoli da persone impaurite e timorose a testimoni coraggiosi. Diventano popolo, una comunione di persone nuove. Hanno la consapevolezza di dover compiere una missione nel mondo: annunciare e testimoniare la forza redentrice e trasfiguratrice dell’Amore di Cristo, morto e risorto.

Viviamo anche noi la Pasqua non come una semplice cerimonia di stagione. La risurrezione va ritrovata con stupore, ri-sperimentata dentro di noi, ri-alimentata ogni giorno. Va mostrata agli altri, irradiata dal proprio essere-agire, incarnata nel quotidiano, ventiquattro ore su ventiquattro.

«Se voi siete risuscitati insieme con Cristo – scrive san Paolo ai cristiani di Colossi – cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3, 1-2). «Le cose di lassù» non sono realtà che si trovano al di là dell’ultima galassia o al di là della storia dell’uomo, ma sono le «cose del Regno di Dio», le realtà più importanti, che durano sempre, e cioè la comunione con Dio, la sua vita in pienezza. Noi, dunque, dobbiamo vivere su questa terra con lo sguardo rivolto alle realtà che dureranno sempre e ci riempiranno di gioia. Queste cose saranno il nostro guadagno definitivo, la nostra paga per tutto quello che avremo fatto di buono.

Noi siamo attesi in paradiso, nella città di Dio. In Cristo, che siede glorioso nei cieli, è, dunque, preparato per l’umanità un approdo definitivo, di stabilizzazione nel bene e nella vita piena. La nostra vita non è destinata a finire in una tomba, in un pugno di cenere. Non è per il nulla, come insegnava, il filosofo francese Jean Paul Sarte. Siamo, invece, esseri per la vita, incamminati verso un futuro di pienezza. I credenti sanno che con-morti, con-sepolti, con-risorti in Cristo non vanno incontro ad un’esistenza diminuita ed indebolita, come quella delle ombre umane che vivono nell’Ade degli antichi. Vanno verso una vita potenziata, nella quale le loro facoltà di conoscenza e di amore sono accresciute dalla comunione con Dio, Sommo Bene, Verità e Bellezza supreme.

Proprio perché siamo pellegrini verso una dimora definitiva, la città di Dio, san Paolo, come già accennato, sollecita la comunità cristiana e tutti noi a guardare non alle cose passeggere, caduche, contingenti, bensì a quelle definitive, e quindi a volgere lo sguardo verso il futuro che è Dio stesso, il futuro più certo.

Se, dunque, grazie alla risurrezione, siamo destinati alla pienezza umana che abita in Cristo glorioso, se il bene da noi compiuto su questa terra viene ad essere stabilizzato da Cristo, vale la spesa soffrire per esso, vale la pena lottare perché sia vinto il male. Non è inutile combattere contro la corruzione e illegalità che oggi ammorbano la vita sociale. Vale la spesa impegnarsi affinché la politica sia un servizio al bene comune e non agli interessi particolari. Ogni fatica per sconfiggere le cause strutturali della povertà viene premiata. Ogni sacrificio è compensato. Nulla andrà perduto del bene che si riuscirà ad imprimere nelle istituzioni. Tutto ciò che di positivo viene fatto qui in terra sarà recuperato e conservato. E, inoltre, possiamo sempre sperare nonostante tutto. La vittoria di Cristo sul male ci dà la certezza che noi possiamo sempre ancora sperare, anche se per la nostra vita singola o per il momento storico che stiamo vivendo non abbiamo molto da sperare. Solo la certezza che, nonostante tutti i fallimenti, la nostra vita personale e la storia nel suo insieme sono custodite nel potere indistruttibile dell’Amore di Cristo risorto – e, grazie ad esso, hanno un senso e un’importanza -, solo una tale certezza può dare ancora il coraggio di operare e di proseguire sulla strada del dono, anche quando si è giunti allo stremo.

Poiché Cristo ha vinto il male e la morte, è possibile il bene, una nuova umanità più fraterna, giusta e pacifica. Dobbiamo, allora, non essere tristi, senza speranza. Per vivere nella gioia, dobbiamo, però, come sollecita a fare san Paolo, togliere da noi il «lievito vecchio», per essere pasta nuova. La risurrezione di Cristo – spiega sant’Agostino – si realizza in noi se viviamo bene, se muore la vita cattiva, e la vita nuova progredisce ogni giorno (cf Sermones 232, 8; PL 38, 1111-1112).

La risurrezione ha trasformato gli apostoli, facendoli passare dalla paura al coraggio, dal desiderio di nascondersi alla determinazione di esporsi, dall’atteggiamento della rinuncia a quello della proposta. Un simile cambiamento avvenga nelle nostre comunità, nelle nostre famiglie. Dobbiamo, allora, augurare una Buona Pasqua alle nostre comunità cristiane: ritrovino la freschezza e la gioia del primo annuncio della comunità primitiva, quando questa era appena un seme! Così, le nostre famiglie non abbiano la paura di testimoniare la ricchezza e la bellezza della loro vita di relazione affettiva e di condivisione, arricchite dall’amore totale e fedele di Cristo.

Ci auguriamo, però, una Buona Pasqua anche per la società.

Buona Pasqua, allora, ai nostri giovani, perché sappiano scorgere in Cristo l’umanità in pienezza, la sorgente della loro felicità.

Buona Pasqua alla finanza, perché sappia ritornare a svolger più pienamente la sua funzione, e cioè ad offrire un credito sicuro alle famiglie, alle imprese, ai giovani e alle donne che intendono aprire una nuova attività imprenditoriale.

Buona Pasqua all’economia: sia amica delle persone, sia un’economia onesta e non un’economia che uccide. Sappia vincere la tentazione di scivolare verso gli affari facili, verso la delinquenza, verso l’idolatria del profitto a breve termine.

Buona Pasqua alla politica, perché sia fedele al compito di servire il bene comune e sia capace di aiutare la gente a riappropriarsi della democrazia, varando soprattutto politiche attive del lavoro, antidoto alla povertà e titolo di partecipazione.

Buona Pasqua al mondo del volontariato, della cooperazione: trovino nuove forme di iniziativa per combattere, come ha chiesto papa Francesco, la «cultura dello scarto», per portare la cooperazione sulle nuove frontiere del cambiamento.

Buona Pasqua alla cultura e all’educazione: siano in grado di smantellare quell’individualismo libertario che distrugge lo Stato di diritto e pone le premesse per svuotare la libertà, riducendola a libertà che non si prende cura dell’altro, ossia a libertà slegata dalla verità e dal bene altrui, troppo insufficiente per costituire una nuova Europa fondata sulla solidarietà.

Buona Pasqua al mondo intero, all’Europa incapace di darsi alti ideali e percossa da un terrorismo assassino. Cristo risorto apra a tutti la via della libertà, della giustizia e della pace. La sua luce vinca le tenebre dell’odio e della violenza.

Cristo risorto, presente nell’Eucaristia, ci porta verso nuovi cieli e terra nuova. Pur consapevoli della vittoria finale, viviamo in un mondo ferito. L’Eucaristia sia per noi viatico, pane che ci sostiene nel risanarlo, nel renderlo migliore. Partecipiamo al sacrificio di Gesù diventando più fraterni e giusti.

OMELIA per la VEGLIA PASQUALE 2016
Faenza, Basilica Cattedrale - 26 marzo 2016
26-03-2016

In questa Veglia Pasquale – la Veglia più solenne dell’anno, chiamata anche madre di tutte le veglie – stiamo ri-vivendo l’inizio della nuova creazione, la redenzione di Cristo.

La liturgia ci aiuta a cogliere questi eventi straordinari attraverso alcuni segni. Essi ci consentono di partecipare ai grandi misteri della fede non solo con la ragione ma anche con la percezione del nostro essere corporei. Sono in particolare tre: la luce, l’acqua e il canto dell’alleluia. Indicano una realtà unica, tragica e stupenda insieme: la morte e la risurrezione di Gesù Cristo. È proprio Gesù Cristo, morto e risorto, che inaugura una nuova creazione, nella quale l’umanità, da Lui assunta, passa da morte a vita. L’umanità peccatrice co-muore e co-risorge con Gesù. È arricchita della sua capacità di amare e di perdonare, di vivere immortale.

La Veglia Pasquale è iniziata con il simbolo della luce, più precisamente del fuoco. Ci siamo posti attorno ad un fuoco che ardeva e lo abbiamo benedetto. Per noi credenti, la fiamma del fuoco rappresenta il mistero di luce che è Cristo, che si distacca da Dio e viene nel mondo per illuminarci. Al fuoco che crepitava e fiammeggiava abbiamo acceso il cero pasquale, che è stato portato processionalmente nel presbiterio, perché resti lì sino a Pentecoste, quale simbolo di Cristo, luce della Chiesa e del mondo, principio e fine della storia, cuore di un mondo ricreato mediante la vittoria sulla morte e sul peccato.

Dal cero pasquale, ossia da Cristo, abbiamo attinto la luce della nostra candelina, ricordando il nostro Battesimo: passaggio da morte a vita, ingresso nella vita luminosa di Cristo, vittorioso sulle tenebre. Il cero pasquale arde consumandosi, in un intreccio inseparabile di morte e risurrezione. Ci ricorda come Cristo donandosi totalmente al Padre diviene per noi modello di umanità nuova: nuova perché in piena comunione con Dio-Amore; nuova, perché colmata dalla capacità di donarsi totalmente e di perdonare. Il cero che, mentre si consuma illumina, ricorda una cosa fondamentale per il credente: si diventa luce per gli altri quando si vive donando se stessi e quando la propria esistenza viene impostata come un pro-essere incessante, vissuto in Cristo, per Lui.

San Pier Damiani, le cui spoglie mortali sono ospitate nella nostra maestosa cattedrale, soleva ripetere che il cero pasquale arde e si consuma in mezzo all’assemblea per la gioia dei credenti. Guardando al cero acceso essi vedono Cristo che continua il dono di sé per la redenzione di tutti, piccini e grandi. Grazie a Cristo, che è la Verità che illumina e ci fa liberi, possiamo essere persone di luce, ossia persone in grado di discernere il bene dal male, il vero dal falso; persone che non solo li vedono e li riconoscono ma anche li scelgono e li vivono; persone che per affermarli in se stessi e nelle istituzioni sono disposti a morire perché li apprezzano, ma soprattutto per amore di Cristo.

Il cristiano, come soleva ripetere don Oreste Benzi, vedono in Cristo il loro Tutto. Essi non sono tanto innamorati delle idee del bene e del vero ma di Cristo. Essi non si innamorano delle virtù, della povertà, ma di Cristo che, «pur essendo ricco, si è fatto povero per noi» (2 Cor 8,9). Noi cristiani non dobbiamo essere innamorati delle nostre opere e delle nostre istituzioni, pur importanti e necessarie per testimoniare il nostro servizio all’uomo, ma soprattutto di una Persona, che è Gesù Cristo. Don Oreste diceva anche: «Il Signore non vuole tanto dei facchini che sgobbano per Lui, ma vuole degli innamorati che agiscono e vivono per Lui, con Lui e in Lui». Noi diventiamo luce per il mondo quando il nostro io è immerso in quello di Gesù Cristo, ossia quando noi riusciamo a far vedere agli altri quanto siamo innamorati di Lui.

Il secondo simbolo della Veglia Pasquale è l’acqua, nella sua duplice valenza, negativa e positiva. L’acqua simboleggia il mare, elemento di morte e, in particolare, della morte in croce di Gesù: Cristo è disceso nel mare, nell’acqua della morte come Israele nel Mar Rosso. Risorto dalla morte, Egli ci dona la vita. Ciò avviene nel Battesimo. La Veglia Pasquale è la notte per eccellenza del Battesimo, ossia del passaggio dalla morte del peccato alla vita dei figli di Dio.

Ma l’acqua simboleggia pure la vita. Le sorgenti d’acqua fresca donano vita ai campi, al deserto. Nella Chiesa primitiva il Battesimo doveva essere amministrato con acqua sorgiva fresca. Senza acqua non c’è vita. Così, per il credente, senza Cristo non c’è vita. Da Lui sgorga il grande fiume che nel Battesimo rinnova il mondo e lo fa fruttificare. Nel Battesimo il Signore fa di noi non solo persone di luce, ma anche sorgenti dalle quali scaturisce acqua viva. Come ha scritto papa Benedetto XVI «non dobbiamo necessariamente pensare ai grandi come Agostino, Francesco d’Assisi, Teresa d’Avila, Madre Teresa di Calcutta e così via, persone attraverso le quali veramente fiumi di acqua viva sono entrati nella storia. Grazie a Dio, le troviamo continuamente anche nel nostro quotidiano: persone che sono una sorgente. Certo, conosciamo anche il contrario: persone dalle quali promana un’atmosfera come da uno stagno con acqua stantia o addirittura avvelenata. Chiediamo al Signore, che ci ha donato la grazia del Battesimo, di poter essere sempre sorgenti di acqua pura, fresca, zampillante dalla fonte della sua verità e del suo amore»! (Omelia Veglia Pasquale 11 aprile 2009).

Il terzo grande simbolo della Veglia Pasquale è di natura tutta particolare; esso coinvolge l’uomo stesso. È il cantare il canto nuovo – l’alleluia. Nella Veglia Pasquale, anno per anno, noi cristiani intoniamo dopo la terza lettura questo canto, lo cantiamo come il nostro canto, perché anche noi, mediante la potenza di Dio, siamo stati tirati fuori dall’acqua e liberati alla vita vera. 

Partecipando alla liturgia pasquale di questa Veglia lasciamoci attrarre dalla luce di Cristo. Entriamo sempre più nel suo campo gravitazionale per diventare offerta pura, santa, immacolata; per essere uomini e donne pasquali, testimoni gioiosi del Risorto!

OMELIA per la celebrazione del VENERDI’ SANTO
Faenza, Basilica Cattedrale - 25 marzo 2016
25-03-2016

Ci siamo radunati attorno alla Parola di Dio per celebrare la passione e la morte in croce di Gesù. Potremmo dire che oggi è già Pasqua. È il primo giorno del Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto.

Nel cuore di questa celebrazione della passione si staglia il Crocifisso sulla croce: centro di tutta l’attenzione, sintesi della rivelazione del volto di Dio, manifestazione della misericordia del Padre. Tutto sgorga dall’Uomo della croce che, innalzato, attira tutti a sé. Tra poco, nel suggestivo rito dell’adorazione della croce, tutti ci metteremo in cammino verso la croce sulla quale è inchiodato il Crocifisso. Questo essere attirati dal Crocifisso, l’andare tutti ai suoi piedi, il manifestare con intensità la propria vicinanza al Signore crocifisso e abbandonato, sono gesti centrali nella nostra fede. Sono gesti che riusciamo a compiere contemplando il cuore trafitto: “uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua” (Gv 19,34). Nell’anno del Giubileo straordinario della misericordia siamo invitati a “volgere lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Gv 19,37). In Gesù che muore per noi riconosciamo che Dio ha per ciascuno di noi un cuore ricco di misericordia. Ma dobbiamo comprendere bene che “La misericordia di Cristo non è una grazia a buon mercato, non suppone la banalizzazione del male. Cristo porta nel suo corpo e sulla sua anima tutto il peso del male, tutta la sua forza distruttiva. Egli brucia e trasforma il male nella sofferenza, nel fuoco del suo amore sofferente. Il giorno della “vendetta” e l’anno della misericordia coincidono nel mistero pasquale, nel Cristo morto e risorto. Questa è la “vendetta” di Dio: egli stesso, nella persona del Figlio, soffre per noi. Quanto più siamo toccati dalla misericordia del Signore, tanto più entriamo in solidarietà con la sua sofferenza – diveniamo disponibili a completare nella nostra carne “quello che manca ai patimenti di Cristo” (Col 1,24). (Joseph Ratzinger, omelia Missa pro eligendo Romano Pontifice, 18.04.2005). Per mezzo dell’acqua e del sangue sgorgati dal suo cuore trafitto, noi siamo purificati dai nostri peccati, dalle nostre umane miserie e possiamo dire con S. Ignazio di Loyola: “Sangue di Cristo, inebriami; acqua del costato di Cristo, lavami” (dalla preghiera Anima Christi di S. Ignazio).

Meditando sulla Passione del Signore, il filosofo Blaise Pascal scrisse un giorno queste parole: “Cristo è in agonia fino alla fine del mondo: non bisogna dormire durante questo tempo”. Non possiamo dormire se pensiamo alle piaghe sociali del nostro tempo: la fame, la povertà, l’ingiustizia, le diseguaglianze, gli immigrati che fuggono disperati da casa, lo sfruttamento dei deboli, gli assassinati dalla mano omicida di terroristi accecati dall’odio? Non possiamo dormire se pensiamo alle sofferenze di tanti nostri fratelli nella fede: alle torture inflitte a sangue freddo da esseri umani ad altri esseri umani, perfino a dei bambini. Quanti, nel mondo, si trovano nelle stesse condizioni di Gesù sulla croce: soli, derisi, insultati, in balìa di persone piene di odio, che si abbandonano a ogni sorta di crudeltà fisica e psicologica, accanendosi sui propri fratelli.

I cristiani non sono certamente le sole vittime della violenza omicida che c’è nel mondo, ma non si può ignorare che in molti paesi essi sono le vittime più frequenti. Chi ha a cuore le sorti della propria religione, non può rimanere indifferente a tutto ciò. Gesù disse un giorno ai suoi discepoli: “Viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere onore a Dio” (Gv 16,2). Mai, forse, queste parole hanno trovato, nella storia, un compimento così puntuale come oggi.

Eppure, nonostante tutto, in questo venerdì santo, siamo esortati ad assumere l’atteggiamento del perdono; Gesù morì gridando: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34). Questa preghiera non è semplicemente mormorata a fior di labbra, ma è gridata perché tutti la possano sentire ed è fatta con l’autorità che gli viene dall’essere il Figlio: “Padre, perdona loro”. E poiché lui stesso ha detto che il Padre ascoltava ogni sua preghiera (Gv 11,42), dobbiamo credere che ha ascoltato anche questa sua ultima preghiera dalla croce per i suoi crocifissori, a testimoniare fin dove è stato capace di spingersi l’amore di Dio. Il suo esempio propone a noi, suoi discepoli, una generosità senza limiti. Il Signore non ci ha dato solo il comando di perdonare e neppure soltanto un esempio eroico di perdono; con la sua morte ci ha procurato la grazia che ci rende capaci di perdonare. Egli non ha lasciato al mondo solo un insegnamento sulla misericordia, come hanno fatto tanti altri. Egli, essendo anche Dio, ha fatto scaturire per noi dalla sua morte fiumi di misericordia. Da essi possiamo attingere a piene mani nell’anno giubilare della misericordia che stiamo vivendo, accostandoci al sacramento della Riconciliazione, perdonando chi ci ha calunniato ed offeso, trasfigurando la nostra vita con l’amore di Cristo.

OMELIA PER LA MESSA CRISMALE 2016
24-03-2016

Cara Eccellenza Mons. Claudio Stagni, cari presbiteri, diaconi, religiosi e religiose, fedeli laici, cari ministranti,

la Messa crismale di quest’anno è inserita nel Giubileo della Misericordia. Come abbiamo programmato da tempo, in questa Eucaristia, desideriamo celebrare, in particolare, il Giubileo del presbiterio. Come ho scritto nella Lettera pastorale una via di misericordia per il clero diocesano potrà essere, oltre alla preparazione dell’apertura della nuova casa per il clero e l’insediamento della Caritas nella nuova sede, nonché l’offerta di attenzione premurosa e fraterna ai sacerdoti in difficoltà e in situazione di fragilità per malattia o anzianità, fare assieme al vescovo esperienza comunitaria di misericordia, per testimoniare alla propria gente come i sacerdoti vivono la misericordia del Signore tra loro e verso il popolo di Dio.

Eccoci, allora, qui per la Messa crismale e per il Giubileo del presbiterio. Siamo già passati attraverso la porta santa. Apriamoci alla misericordia di Dio per essere misericordiosi come il Padre. Chiediamo perdono al Signore per i nostri peccati, soprattutto con riferimento agli impegni assunti con l’ordinazione sacerdotale verso il popolo di Dio e tutte le sue componenti. Perdoniamoci reciprocamente, se vi sono state incomprensioni, gelosie, rivalità, diffidenze, chiusure, incapacità di dialogo e comunicazione, di vivere nella comunione. Perdoniamoci, per essere missionari autentici della misericordia, ossia segno che dice la presenza di Dio che accompagna il cammino dell’uomo, e che si avvicina, in particolare, all’uomo ferito dal male, per sostenere la fatica del viaggio.

Cari sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose, fedeli laici, la nostra missione di annunciatori gioiosi di Cristo risplende meglio, davanti a tutti, ed è più efficace, quando noi per primi mostriamo un’esistenza riconciliata con Dio e tra noi. Il Vangelo si diffonde più facilmente quando testimoniamo unità, sincerità nei rapporti, schiettezza, accoglienza, aiuto reciproco. Siamo chiesa «in uscita», ovvero missionaria, soprattutto così: mediante l’ostensione – non l’ostentazione – di una vita di gratuità e di fraternità sacerdotale. Il presbiterio, oltre che essere una comunità a servizio di Cristo per predicare e santificare i credenti, mediante i sacramenti della fede, è famiglia e comunione di fratelli, che condividono la gioia di esserlo: una gioia che cresce e si moltiplica lavorando insieme per donare il Vangelo. Si è felici quando, dopo aver lavorato intensamente nella vigna, si alza la testa per asciugare il sudore con il dorso della mano e si scorgono attorno i frutti copiosi che il Signore fa germogliare e maturare, grazie anche al nostro impegno missionario. La gioia, in particolare, trabocca se si vedono venire avanti giovani operai per la messe che, nelle nostre terre, grazie a Dio, è sempre abbondante, nonostante il calo demografico.

Non dimentichiamo che riusciremo a trovare in noi risorse insospettate, per una fatica più lunga, quando ci doteremo di un progetto pastorale – sia diocesano sia a livello di vicariati -, volto non solo alla conservazione dell’esistente ma a coltivare credenti e comunità per il futuro di questa diocesi. Occorre che pensiamo ad educare i credenti a costruire l’edificio della loro vita in Cristo. Allora sì che la loro fede sarà capace di evangelizzare persone, istituzioni, culture e stili di vita.

Siamo sicuri che la grazia del Signore non verrà mai meno. Ma siamo anche sicuri che ci attende un domani contrassegnato – se le cose non cambiano – da presenze sempre più esigue di credenti, come anche di vocazioni sacerdotali e religiose. L’aiuto di Dio non è venuto meno nelle regioni nordafricane, oggi pressoché deserte di comunità cristiane. Forse, assieme a condizioni storiche particolari, lì è scemato il coraggio di testimoni credibili ed intraprendenti. Detto altrimenti, non può mancare, da parte nostra, una fede viva ed incarnata, una fede propositiva e costruttrice di nuove presenze, relazioni e istituzioni. Non può essere assente, soprattutto, la nostra passione missionaria. Nella nostra Regione in cui la fede è stata seminata da santi fin dai primissimi secoli del cristianesimo, l’attività missionaria rappresenta, ancor oggi, la massima sfida per la Chiesa. Non possiamo rimanere tranquilli, in attesa passiva, dentro la nostra chiesa. Come sollecita papa Francesco nell’Evangelii Gaudium (=EG) «è necessario passare da una pastorale di semplice conservazione ad una pastorale decisamente missionaria» (EG n. 15).

Occorre accedere, passando attraverso l’esperienza della Misericordia di Dio, ad una nuova tappa dell’evangelizzazione, come ho anche sottolineato nella Lettera pastorale. Annunciare e testimoniare la misericordia implica fervore e dinamismo nella trasmissione della fede cristiana, conversione nella prassi pastorale, rilancio dell’educazione alla vita nuova secondo il Vangelo. Non dimentichiamo quello che ci dicono i sociologi e cioè che ogni giorno di più, in mezzo alla nostra società così intelligente e dotata di nuovi mezzi di comunicazione, si diffonde l’analfabetismo religioso. La celebrazione del Giubileo della misericordia deve essere per noi un’occasione di annunciare il messaggio della fede con nuovo zelo e con rinnovata gioia.

In sintonia con la Chiesa italiana ci siamo dati l’impegno di verificare, specie mediante il consiglio pastorale e presbiterale diocesani, la ricezione della EG nelle comunità parrocchiali, nei movimenti, nelle associazioni, nelle aggregazioni, nelle unità pastorali e nei vicariati. In particolare, come Diocesi di Faenza-Modigliana, abbiamo scelto l’impegno, oltre al rilancio della missionarietà: a) della revisione dei Centri pastorali e delle strutture amministrative e la loro eventuale riorganizzazione, in modo da renderle più agili ed efficaci, più funzionali rispetto alla priorità pastorale; b) della collaborazione con le persone di buona volontà, per meglio affrontare i problemi sociali sul tappeto, senza dimenticare la necessaria e previa collaborazione tra i vari soggetti ecclesiali, tra i movimenti, le associazioni e le aggregazioni che traggono ispirazione e vitalità dalla comunione con Cristo Gesù.

In questa fase storica della Chiesa che è in Faenza-Modigliana, si è, dunque, anche scelto di porre l’accento sulla dimensione sociale dell’evangelizzazione.

L’impegno per la giustizia e i più diseredati è parte essenziale dell’annuncio del Vangelo. I poveri vanno aiutati non solo con piani assistenziali, ma soprattutto mediante lo sradicamento delle cause strutturali della povertà e l’instaurazione di una democrazia inclusiva.

Secondo papa Francesco, in un tempo in cui prevale l’individualismo libertario, che frantuma i legami sociali, è pregiudiziale ritrovare una comune unione morale tra le persone e i popoli, suscitare nuovi ed ampi movimenti. In vista di ciò è sorta la Scuola per la formazione sociale e politica dei giovani credenti e ai primi del prossimo aprile vivremo una Due giorni imperniata sul tema “Per la libertà, insieme”: un’iniziativa quanto mai attuale anche dopo la recente tragedia di Bruxelles. Guardiamo, allora, con simpatia al fatto che varie associazioni, aggregazioni, organizzazioni e movimenti cattolici e di ispirazione cristiana si sono compattati per offrire ed animare una Fiera di buone pratiche intitolata «Giovani e lavoro».

Siamo convinti che una nuova presenza nella società passa attraverso il serrare le file, convergendo in Gesù Cristo, la Verità, che ci rende più liberi. Alla luce di questa fondamentale esperienza di fede è chiaro che potremo trasfigurare il mondo ripartendo sempre dalla preghiera fervorosa, dalla celebrazione dell’Eucaristia. Questa ci costruisce popolo di Dio per la Chiesa e per il mondo.

Diveniamo Eucaristia! Sia proprio questo il nostro costante desiderio e impegno, perché all’offerta del corpo e del sangue del Signore che facciamo sull’altare, si accompagni il sacrificio della nostra esistenza. Ogni giorno, attingiamo dal Corpo e Sangue del Signore quell’amore libero e puro che ci rende degni ministri del Cristo e testimoni della sua gioia. Preghiamo gli uni per gli altri, in particolare per coloro che ammalati non sono qui presenti.

In spirito di fraternità, durante questa celebrazione, ricordiamo e ringraziamo il Signore per il 70° giubileo sacerdotale di S. Em. Card. Achille Silvestrini; il 65° giubileo di: don Alfio Alpi, don Leonardo Poggiolini, Mons. Pietro Magnanini; il 60° del can. Baldassarri Antonio; il 50° di: S. Em. Il Card. Gualtiero Bassetti, di don Romano Baldassarri; il 25° di episcopato di S. Ecc. Mons. Claudio Stagni e il 25° di sacerdozio di don Massimo Goni. Per tanti anni di servizio e di dono al Signore da parte di cardinali, monsignori e presbiteri diciamo: sia lodato Gesù Cristo! Così sia!

OMELIA per la MESSA in COENA DOMINI
Faenza, Basilica Cattedrale - 24 marzo 2016
24-03-2016

Gesù prima di morire ha compiuto un gesto che non solo si è scolpito nella memoria dei suoi discepoli ma di tutta la Chiesa, tant’è che ogni giovedì santo viene ripetuto. Anche questa sera ripeteremo la lavanda dei piedi. Un gesto inatteso da parte di un Dio. Il vescovo Tonino Bello, già vescovo di Molfetta, ha scritto parole memorabili sulla Chiesa del e col grembiule: ovvero su una Chiesa che si abbassa e si rende serva, mostrando nei fatti quanto ha compiuto Cristo stesso. Egli non ha considerato un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso e ha assunto la condizione di un servo. L’unico paramento che Gesù Cristo ha indossato nell’ultima cena è stato proprio un grembiule per lavare i piedi ai discepoli.

La Chiesa che si cinge i fianchi col grembiule e si inginocchia di fronte agli uomini per lavare i loro piedi mostra la sua essenza più propria: essere comunità di persone al servizio dell’umanità non solo con opere di assistenza caritativa, ma soprattutto per offrire la salvezza di Cristo, la vita di Dio. La Chiesa del grembiule è Chiesa della prossimità e dell’accoglienza, è Chiesa che divinizza e trasfigura, che costruisce nella storia un popolo nuovo.

Nel Compendio della Dottrina sociale troviamo spiegato bene la complessità del servizio che la comunità cristiana rende al mondo: «La Chiesa, partecipe delle gioie e delle speranze, delle angosce e delle tristezze degli uomini, è solidale con ogni uomo ed ogni donna, d’ogni luogo e d’ogni tempo, e porta loro la lieta notizia del Regno di Dio, che con Gesù Cristo è venuto e viene in mezzo a loro. Essa è, nell’umanità e nel mondo, il sacramento dell’amore di Dio e perciò della speranza più grande, che attiva e sostiene ogni autentico progetto e impegno di liberazione e promozione umana. La Chiesa è tra gli uomini la tenda della compagnia di Dio — “la dimora di Dio con gli uomini” (Ap 21,3) — cosicché l’uomo non è solo, smarrito o sgomento nel suo impegno di umanizzare il mondo, ma trova sostegno nell’amore redentore di Cristo. Essa è ministra di salvezza non astrattamente o in senso meramente spirituale, ma nel contesto della storia e del mondo in cui l’uomo vive, dove è raggiunto dall’amore di Dio e dalla vocazione a corrispondere al progetto divino» (n. 60).

In breve, il servizio della Chiesa al mondo non si riduce all’opzione preferenziale dei poveri, pur importante. Implica un’azione di liberazione e di umanizzazione su più piani, nei confronti di povertà molteplici: materiali, spirituali, morali, culturali, istituzionali. La diakonia di Cristo, e per conseguenza dei cristiani, nei confronti del mondo, non è uniforme, riducibile all’attività assistenziale, caritativa. Si tratta di un servizio più ampio, in termini di redenzione globale, che si articola in diversi ambiti dell’esistenza.

Nello scorso Convegno della Chiesa italiana a Firenze, il servizio della Chiesa al mondo è stato espresso mediante cinque verbi o cinque vie da percorrere: uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare. I cinque verbi indicano le diverse fasi o momenti del servizio che la Chiesa è chiamata a rendere all’umanità per renderla nuova, trasfigurata dall’amore di Cristo. Come ho spiegato nella Lettera pastorale di quest’anno, il servizio della Chiesa, che è riassumibile nell’annuncio e nella testimonianza della misericordia di Dio, va compiuto con riferimento a tutti gli ambiti esistenziali: la famiglia, l’educazione, il lavoro, la finanza, l’economia, la politica, i mezzi di comunicazione sociale, la cultura, la salute, la comunità internazionale. La misericordia, vita di Dio comunicata a noi, va accolta e testimoniata in tutte le attività della nostra esistenza. Accogliendo la vita divina diventiamo capaci di trasfigurare l’umano e di generare nuovi umanesimi nella famiglia, nel lavoro, nell’economia, nella politica.

La lavanda dei piedi dobbiamo, dunque, comprenderla bene. Si tratta di un gesto che implica molto di più di ciò che effettivamente mostra. Non dimentichiamo la risposta di Gesù all’obiezione di Pietro che non voleva che il Cristo – solitamente erano i servi a farlo – gli lavasse i piedi: «Se non ti laverò, non avrai parte con me» (Gv 13, 1-15). Come a dire che se non si fosse lasciato lavare i piedi non sarebbe stato redento, non avrebbe fatto comunione con Lui, non sarebbe stato purificato come persona intera. Gesù assume la condizione di un servo perché i suoi discepoli imparino ad essere umili, apprendano la sua logica di amore, di dono e di servizio. Con la lavanda dei piedi intende dire che essi debbono prodigarsi a servire gli altri non solo con semplici gesti domestici, di cortesia, ma soprattutto offrendo Colui che salva, lo stesso Gesù, che redime amando, lavando sì i piedi, ma soprattutto purificando tutta la persona.

La lavanda dei piedi, pertanto, dev’essere considerato più che un gesto di abluzione rituale o di igiene. È gesto che, stando anche alle parole di Gesù che fanno riferimento ad un «bagno che rende mondi», vuole indicare lo stesso battesimo, che realizza una purificazione integrale, il passaggio dalla morte alla vita nuova del credente.

Ma come abbiamo sentito nell’ultima parte del Vangelo proclamato, Gesù attribuisce al gesto della lavanda ai piedi anche un altro significato che non dobbiamo dimenticare. Dopo aver compiuto quel gesto sconvolgente, sedutosi a tavola, così si rivolge ai discepoli: «Capite quello che ho fatto per voi? […] Se io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri» (13,12.14). In questo modo Gesù indica ai suoi discepoli un servizio reciproco, tra fratelli. Lavando i piedi dei discepoli e chiedendo loro di fare altrettanto, Gesù invita anche a confessare a vicenda le nostre mancanze e a pregare gli uni per gli altri per saperci perdonare di cuore. In questo senso, merita ricordare le parole del santo vescovo Agostino che scriveva: «Non disdegni il cristiano di fare quanto fece Cristo. Perché quando il corpo si piega fino ai piedi del fratello, anche nel cuore si accende, o se già c’era si alimenta, il sentimento di umiltà […] Perdoniamoci a vicenda i nostri torti e preghiamo a vicenda per le nostre colpe e così in qualche modo ci laveremo i piedi a vicenda» (In Joh 58,4-5).

Abbiamo bisogno tutti di chiedere a Dio perdono, di perdonarci tra fratelli, vescovo e sacerdoti; tra vescovo, sacerdoti, fedeli laici, insieme. Chiediamo perdono per le mancanze contro la comunione, per le omissioni nell’evangelizzazione, per l’indolenza nel riformare le strutture, per la tiepidezza nell’amare i più poveri, per non aver riconosciuto in loro Cristo stesso. Partecipando a questa eucaristia nella «cena del Signore», in cui è stato istituito anche il ministero sacerdotale, domandiamo perdono per il poco impegno nel discernimento vocazionale. Uniamoci a Cristo, il Sommo sacerdote che dà la sua vita per i suoi. Preghiamolo perché invii operai nella sua messe, e conservi quelli che già lavorano nella vigna: sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose, laici e laiche, laici consacrati.

OMELIA per la DOMENICA DELLE PALME 2016
Faenza, Basilica Cattedrale - 20 marzo 2016
20-03-2016

La domenica delle Palme  è il giorno dell’entrata trionfale di Gesù Cristo in Gerusalemme. È accolto come re. Il Vangelo di Luca lo presenta proprio così: «Benedetto colui che viene – il re – nel nome del Signore» (Lc 19, 28-40). Ma noi tutti sappiamo che Egli non viene in questo mondo come un re terreno, come capo di una monarchia o come un comandante di eserciti, come un governatore o un amministratore della giustizia civile. Il compito di Colui che entra nella città cavalcando un asinello è ben diverso rispetto a quello di un capo delle Nazioni. Il suo regno appartiene ad un altro ambito rispetto a quello politico. L’azione di Cristo si pone su un piano prettamente religioso e morale. Egli viene a redimere e a salvare il mondo trasformando le coscienze, senza conquiste territoriali e senza l’uso della forza, dei missili e dei droni. La sua regalità trascende quella dei sovrani che hanno la potestà di comandare secondo ragione, facendo leva sul diritto, utilizzando anche la forza coercitiva.

La regalità di Cristo è quella di Colui che è Figlio di Dio. La sua regalità è data dal suo essere l’Amore di Dio. Cristo è re perché è Dio, è vita divina. Cristo manifesta la sua vera identità e la sua peculiare missione – differenti da quelle di un monarca o di un sovrano umano – in una maniera sconvolgente, per noi impensabile. Pur essendo Dio, si incarna, e non considera un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma svuota se stesso, assumendo la condizione di un servo, facendosi obbediente sino alla morte di croce (cf Fil 2, 6-11).

In tal modo, comunica, all’umanità ferita dal peccato, ed orgogliosa, la stessa vita di Dio, la sua forza di amare, di opporsi al male, al peccato, all’ingiustizia, alla violenza. Gesù Cristo governa e cambia l’umanità non tanto mediante leggi statali, emanate e codificate in un ordinamento giuridico, bensì comunicando se stesso, il suo Spirito d’amore, lo Spirito di Dio. La legge fondamentale della vita cristiana è l’amore. E questo non è custodito e reperibile nelle banche o nelle Borse, come la BCE o la Borsa di Milano. Cristo è re dei cuori attraverso il dono di sé, offrendo all’uomo peccatore l’amore misericordioso del Padre. Salendo sulla croce manifesta quanto siamo amati da Dio e sollecita ciascuno di noi a rispondere a tale dono. Dio ci ama al punto da consegnare il Figlio alla morte. La morte  di Gesù è  una grande prova di amore che Il Padre e Gesù hanno compiuto per l’uomo. «Dio – spiega san Giovanni – ha tanto amato il mondo da consegnare il suo figlio unico» (Gv 3,14). E san Paolo commenta: «Ha amato me e si è dato per me» (Gal 2,20). Le braccia spalancate in croce non sono le braccia di uno che si arrende, ma l’abbraccio permanente di Cristo sul mondo a nome di Dio. 

La crocifissione del Figlio non è solo un fatto tragico, umanamente doloroso. È la via della redenzione e della trasfigurazione dell’umanità. Mediante l’incarnazione, morte e risurrezione di Gesù, Dio immette se stesso nell’umanità, nella storia, nell’esperienza della morte, per riviverle, risignificarle. E così, l’uomo non è più solo a lottare contro il peccato, l’ingiustizia, a passare attraverso il tunnel buio della morte. Cristo cammina con noi, ci insegna ad amare sino alla fine.

Ogni anno siamo sollecitati a schierarci dalla sua parte, a prendere posizione, per essere persone nuove, ossia persone in piena comunione col Padre, più precisamente servi crocifissi. La precondizione di una nuova primavera nella Chiesa e nelle nostre comunità è rappresentata dalla croce, segno di un dono senza misure, mediante lo svuotamento del proprio io. Cristo è un re crocifisso. Egli regna dall’alto della croce, effondendo sul mondo il suo Spirito d’amore. I credenti possono «regnare», al pari di Lui, percorrendo la stessa via, vivendo il suo dono totale, abbracciando la croce, assumendo la condizione di uno che serve.

La domenica delle Palme, che ci parla della regalità di Cristo ci fa comprendere che questa non esiste senza la croce, ossia senza lo svuotamento del proprio essere, senza il dono incondizionato di sé al Padre misericordioso, divenendo servi dei propri fratelli. Apprendiamo da Cristo l’amore, vivendo in comunione con Lui. Riceviamo da Lui la vita nuova. L’amore – come agápe – è la vita nuova.

L’evangelista Giovanni così scrive nella sua Prima Lettera: «Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli […] Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità” (3,16.18).

Siamo servi crocifissi. Servire regnare est! Solo così condivideremo la gloria del Risorto e la sua regalità.

OMELIA per l’ingresso del nuovo parroco di Reda don ALBERTO LUCCARONI
Reda - 20 marzo 2016
20-03-2016

La parola di Dio della domenica delle Palme ci parla, mediante il profeta Isaia, del «servo di Dio» e della sua missione. In Lui, la tradizione cristiana ha visto da sempre un annuncio del Cristo sofferente. Il Signore Dio dà al suo servo una lingua da discepolo, perché sappia indirizzare una parola allo sfiduciato.

Caro don Alberto, facendo il tuo ingresso nella comunità di San Martino in Reda, tu stesso sei chiamato dal Signore ad avere una lingua da discepolo per incoraggiare i credenti a rinsaldarsi nella fede. Il parroco, infatti, edifica i propri fratelli nella verità e nella carità ponendosi in religioso ascolto della Parola di Dio e proclamandola con coraggio e fiducia. Così, celebra i misteri di Cristo, specie nel sacrificio eucaristico e nel sacramento della riconciliazione, per la santificazione del popolo cristiano. Promuove nei fedeli il senso dell’appartenza alla Chiesa cattolica e la consapevolezza della missione loro affidata: annunciare a tutti gli uomini la salvezza realizzata da Gesù Cristo, garanzia di un’autentica umanità. Ecco, allora, alcuni orientamenti pratici; a) crescere come una comunità che vive la dolce e confortante gioia dell’evangelizzazione; b) offrire una nuova gioia nella fede; c) evangelizzare da persona a persona.

Crescere come una comunità che vive la dolce e confortante gioia dell’evangelizzazione

Cari fratelli e sorelle, in una comunità vi sono molti compiti e molti servizi da porre in atto. La vita di una comunità, lo sappiamo, esige un minimo di organizzazione, di coltivazione della socialità, di ambienti e luoghi di incontro e di formazione. Tutto ciò comporta impegno di gestione e manutenzione, ma anche attenzione alle risorse disponibili. Quando queste siano scarse, i progetti educativi ne soffrono e, allora, è necessario preoccuparsi di reperirle. Questa comunità sa bene cosa significa operare per garantire un minimo di convivialità, per creare momenti di festa e di condivisione. Quanti sforzi e quante discussioni, sicuramente tutto a fin di bene! Ma poniamoci una domanda. In tutto quello che facciamo per rendere la nostra comunità più dotata di strutture e luoghi di vita prevale ciò che papa Francesco chiama «la dolce e confortante gioia di evangelizzare»? Detto altrimenti, quanto viene espresso in attività sociali e culturali è posto chiaramente a servizio del compito primario dell’annuncio di Gesù Cristo? Sacrifici, ore di lavoro, soldi, intelligenza, collaborazione: tutto questo è finalizzato a creare un ambiente di vita ove si possa crescere, dal più piccolo al più grande, nell’amore a Gesù? Siamo disposti a pensare che alla fine, per la nostra comunità, è prioritario prodigarsi nella gestione di una scuola ove, con l’aiuto e il sacrificio di tutti, sia possibile offrire un’educazione non qualsiasi bensì ispirata cristianamente? «La dolce e confortante gioia di evangelizzare» non ci deve mai abbandonare, costi quel che costi. Perché? Perché ai nostri ragazzi e giovani non può mancare l’incontro con Gesù Cristo. Senza di Lui sono più soli e disorientati. Viene meno il senso vero della vita. La capacità di farsi dono affievolisce e intristisce, sospingendo a chiudersi in se stessi, nell’individualismo. L’amore di Cristo deve possedere i nostri giovani. Li deve potentemente spronare a portarLo ai loro amici.

Cari fratelli e sorelle di Reda, vale anche per noi il monito paolino: guai a noi se non annunciamo il Vangelo (cf 1 Cor 9,16). Se pure lavoriamo intensamente ed alacremente nel far festa insieme ma non riusciamo a consegnare ai nostri giovani Gesù Cristo, affinché lo sentano presente nel loro cuore e lo vivano, corriamo il rischio di perdere la capacità di fare proposte alte, di aprire orizzonti e di appassionare alla missione di comunicare la vita nuova di Cristo! E quando questo succede le nostre comunità tendono a diventare il luogo di incontro di persone che invecchiano e non hanno discendenza. Non coinvolgere i giovani in un cammino di partecipazione e di collaborazione nell’evangelizzazione significa tagliarsi le gambe e non crescere più come comunità cristiana.

Offrire una nuova gioia nella fede

Spesso nelle nostre comunità, ove ci può essere la tentazione di impadronirsi dei suoi spazi, anziché di servire Cristo, cala il livello della gioia che dovrebbe contraddistinguere i credenti. Prevalgono le vedute e i progetti personali. La comunione si sfalda, cresce la diffidenza, lasciando stanchezza e poco entusiasmo per il lavoro nella vigna del Signore. La gioia delle fede, invece, dovrebbe riempire la vita della comunità dei discepoli. Perché spesso la gioia non prevale? Il motivo, forse, sta nel fatto che non comprendiamo che la gioia è segno che il Vangelo è stato annunciato e sta dando frutto. Occorre seminare e preparare la primavera! Quando nelle nostre teste e nei nostri progetti non è primaria, come già detto, la sollecitudine per l’annuncio del Vangelo c’è proprio il pericolo di perdere la gioia della fede e di negarci un futuro di speranza.

L’intimità e la compattezza della comunione tra noi crescono quando aumenta l’unione con Cristo, quando ci strutturiamo come comunione missionaria, attorno al Missionario per eccellenza che è il Figlio di Dio. La gioia della fede ci contagia, sino a trasfigurarci, allorché ci muoviamo tutti insieme verso tutti, in tutti i luoghi di vita, in tutte le occasioni, liete o tristi, senza indugio, per condividere Cristo, i suoi sentimenti. La gioia del Vangelo è per tutto il popolo di Dio, ci ricorda papa Francesco. Detto diversamente, la gioia della fede cresce e si moltiplica donandola generosamente agli altri, anche ai non credenti. Ma per donarla bisogna possederla e, prima ancora, riceverla e coltivarla.

Oggi non possiamo più vivere la fede cristiana come una cinquantina d’anni fa. Sicuramente i contenuti della fede sono fondamentalmente gli stessi, ma cambia il modo di approcciarli, di comunicarli e di testimoniarli, perché il contesto sociale  e culturale è mutato. Occorre rendersene conto, come singoli, come comunità, come organizzazioni e movimenti ecclesiali, cattolici e di ispirazione cristiana. Mentre godiamo dei progressi che contribuiscono al benessere delle persone, per esempio nell’ambito della salute, della comunicazione, non si può dimenticare che crescono e ci distruggono nuove ideologie di tipo materialistico e consumistico, immanentistico e tecnocratico. La fede è spesso disprezzata ed osteggiata, anche a causa della nostra controtestimonianza. Siamo nell’era della conoscenza e dell’informazione, fonte di nuove forme di un potere molto spesso anonimo o pervasivo. Aumenta la convinzione che la propria libertà sia senza limiti e ciò erode lo Stato di diritto come anche la democrazia, che ha al suo centro la tensione al bene comune. Il male appare cristallizzato nelle strutture sociali ingiuste, per cui occorre dispiegare energie non solo nell’educazione in genere ma anche nella preparazione di nuovi rappresentanti, capaci di riforme profonde ed incisive delle istituzioni pubbliche. Oggi, anche nel nostro territorio, si è chiamati ad evangelizzare affrontando con coraggio attacchi più o meno scoperti alla libertà religiosa, sia sul piano dei segni come il crocifisso, sia sul piano delle istituzioni come le scuole paritarie. Il pericolo, però, più distruttivo per la fede è la proliferazione di un sincretismo religioso, di una spiritualità senza Dio, di una religione «fai-da-te». Pochi privilegiano il senso di appartenenza alla Chiesa e a Cristo rispetto a questo o a quel gruppo, a questo o a quel partito. Cristo non può essere venduto per trenta denari! La fede non è un affare privato, un qualcosa che deve rimanere fuori dalla vita pubblica. La vita personale non è divisa, seppur distinta, dalla vita pubblica. Vi è continuità. Per cui la fede deve svolgere un ruolo pubblico.

Evangelizzazione da persona a persona

Nella comunità ecclesiale, chiamata a rinnovarsi sul piano della missionarietà, deve crescere la convinzione che c’è una forma di predicazione che compete a tutti come un impegno quotidiano, assiduo. Si tratta di portare il Vangelo alle persone con cui ciascuno ha a che fare, tanto ai più vicini quanto agli sconosciuti. È la predicazione informale che si può realizzare durante una conversazione ed è anche quella che attua un parroco quando visita una famiglia, come farai tu don Alberto nei prossimi giorni, se non sbaglio. L’annuncio di Gesù non avviene solo nelle omelie, nei momenti di culto, nella catechesi, ma anche nell’incontro fraterno, nella visita agli ammalati, mediante un messaggino SMS, anche con un’email, e durante un viaggio in treno o sul bus. L’importante è che Gesù sia per noi il nostro Tutto e lo si veda presente nella nostra esistenza come in quella altrui. Non dimentichiamolo: tutto il popolo di Dio è soggetto collettivo dell’evangelizzazione. Non ricordiamoci di Gesù solo quando vengono tolti i crocifissi dalle aule. Gesù Cristo è la pietra angolare sulla quale siamo chiamati a costruire l’edificio della nostra vita. La nuova evangelizzazione a cui siamo chiamati implica un nuovo protagonismo di ciascuno dei battezzati. Se siamo discepoli di Gesù siamo anche missionari. L’evangelizzazione deve contagiare tutti, dev’essere da persona a persona, da famiglia a famiglia, da giovane a giovane.

Cari giovani, voi siete gli evangelizzatori per il futuro di questa comunità. Proprio per questo, amato don Alberto, abbi cura, oltre che degli ammalati, degli anziani, delle famiglie, anche di loro. Devono diventare, come hai insegnato nell’Azione cattolica, evangelizzatori da persona a persona.

Un augurio e un vivo ringraziamento

Caro don Alberto, a nome di tutta la Diocesi, ti faccio un caldo augurio mentre ti viene affidata questa porzione eletta del popolo di Dio. Abbi cura di tutti, in particolare dei piccoli, degli ultimi, come ha sempre fatto don Elio Cenci, che in questa comunità ha donato la sua esistenza. Egli si è fatto di Reda, divenendone punto di riferimento. Non appena completamente riabilitato egli vivrà nella Nuova casa del clero, ove non dimenticherà mai la sua gente. Sarà sempre disponibile, con il suo spirito missionario, a ritornare nella sua comunità, per quel ministero che le forze gli consentiranno.

OMELIA in occasione della MESSA per l’anniversario della morte di CHIARA LUBICH
Faenza, Monastero Ara Crucis - 16 marzo 2016
16-03-2016

Ricordiamo in questa Eucaristia Chiara Lubich, una persona che si consacrò completamente al Signore e che, grazie a questa consacrazione, ha trasfigurato la sua esistenza. Non solo. Ha contribuito a trasfigurare l’esistenza di molti credenti e di molte persone. Lei, infatti, ha fondato il Movimento dei Focolari, un movimento che si è sparso gradualmente in varie parti del mondo e che oggi è pianta rigogliosa all’insegna della comunione.
Ricordiamo Chiara nel contesto del brano del Vangelo che avete sentito proclamare – Gv 8,31-42, n.d.r. –. C’è una disputa tra Gesù e i Giudei, sull’origine dell’uno e degli altri […]. Questi, secondo Gesù, non mostrano di essere da Dio, perché rifiutano il Figlio di Dio, ossia rifiutano Gesù. Gesù deriva, invece, da Dio, viene ed è inviato dal Padre: «Lui mi ha mandato». Poiché i Giudei non lo vogliono accogliere – anzi, lo vogliono eliminare –, con le loro opere e con le loro intenzioni mostrano di non essere persone che sono originate da Dio. Volendo riferire altri elementi del confronto dialettico tra Gesù e i Giudei, riportiamo quanto Egli ebbe ulteriormente a dire a proposito del rapporto con Lui in quanto Verità. Il Figlio, insegna Gesù, vi renderà liberi. AccogliendoLo sarete liberi davvero. In sostanza, i Giudei, rifiutando il Figlio, scelgono di essere schiavi. Solo accettando la Verità sarebbero liberi. La «Verità» a cui si riferisce Gesù è se stesso. […] Gesù Cristo è rivelazione del Padre, è la sua misericordia incarnata nella storia umana. Chi accetta la Verità, che è il Cristo, diventa libero, mentre chi rifiuta Gesù Cristo, cioè Dio – Gesù Cristo è Dio che si rende presente –, finisce per essere schiavo.
Sono verità che noi conosciamo molto bene ma, pur conoscendole, non sembra siamo capaci di viverle con coerenza. Infatti, abbiamo molti che dicono di essere credenti in Cristo, che dicono di seguire il Vangelo di Cristo. In realtà, poi, nella vita fanno esattamente il contrario di quello che dice Cristo e si trova scritto nel suo Vangelo. Si comportano in maniera contraria a Gesù Cristo. Come i Giudei volevano eliminare il Figlio di Dio, così oggi molti credenti, in maniera contraddittoria rispetto alla loro professione di fede, combattono e osteggiano Gesù Cristo. C’è in loro separazione tra la fede in Gesù Cristo e la loro vita. Voi direte che affermando questo si esagera. Ma, in realtà, non ci si allontana dal vero. Quanto rilevato trova riscontro nella vita di tutti i giorni: abbiamo persone che in sostanza, pur esseno credenti, danno, ad esempio, il primato all’appartenenza ad un partito e a quello che il partito ordina di votare, piuttosto che mettere Gesù Cristo e il suo Vangelo al di sopra di tutto. Abbiamo più di un caso in cui avviene questo, cioè credenti che dicono di essere tali, ma che in realtà fanno scelte politiche, scelte sociali, che vanno contro Gesù Cristo e il suo insegnamento. È questa una grande incoerenza!
Per cui dovremmo sentire come brucianti le parole di Gesù Cristo […] che sono riferite nei passi successivi. Rispondendo ai Giudei, che insistevano e rivendicavano la loro discendenza da Dio, Egli dice: ‘no, voi che non mi accettate, non accettate la verità rivelata, siete del Demonio; non siete miei, non credete in me’. Le cose che Gesù Cristo afferma con tanta chiarezza ai Giudei possono essere applicate anche a noi che non siamo coerenti con il Vangelo, con la nostra fede.
Oggi, più che mai, abbiamo la necessità di essere coerenti, abbiamo l’urgenza di essere come Chiara Lubich, la quale ha fatto della sua vita una testimonianza di amore a Gesù Cristo, dell’amore cristiano. La sua vita è stata proprio una proclamazione della vita di comunione che è nella Trinità e a noi è donata mediante lo Spirito. La spiritualità di Chiara è trinitaria. È una spiritualità che non ha solo proferito con le parole, ma ha vissuto. Chiara ha voluto che questa spiritualità non rimanesse ‘flatus vocis’, un’idea, ma ha desiderato che prendesse carne in un movimento, in istituzioni, in imprese di comunione. È stata una credente ‘coerente’, cioè una persona che non solo ha professato con la bocca, ma ha vissuto ciò che professava a parole. È stata, cioè, una testimone credibile, rivoluzionaria. Solo seguendo la via percorsa da Chiara si riesce ad essere rivoluzionari, a trasfigurare la storia. Noi conosciamo qual’è il Movimento che Chiara ha diffuso tra di noi, sappiamo anche ciò che è nato al suo interno dal punto di vista spirituale, intellettuale, culturale: una rivista,  l’impegno missionario, la creazione di una Università – Sophia – quale luogo di riflessione, di ricerca, ove elaborare, approfondire scientificamente la spiritualità di comunione.
Io ho avuto la fortuna di avere parecchi amici nel Movimento dei Focolari, a cominciare dal professor Sergio Rondinara, che ho invitato nella Facoltà di filosofia per insegnare Filosofia della natura. Veniva facendo tanta strada da Loppiano fino a Roma […]. E così ho conosciuto e stimato il professor Luigino Bruni che abbiamo avuto qui a Faenza – il 2 marzo per una conferenza del ciclo Tre sere, n.d.r. –, per non parlare di Mons. Coda, exallievo salesiano di Valsalice (TO) e ora rettore. Ma anche ho potuto usufruire della preziosa collaborazione del professor Stefano Zamagni, vicino alla spiritualità di Chiara Lubich. I professori da me citati, in modo particolare quelli che si interessano di economia, hanno espresso a livello di riflessione economica la verità della vita trinitaria. Hanno evidenziato come è intrinseca ad una vera attività economica la logica del dono e della gratuità. L’economia, perché attività dell’uomo, il quale è a immagine della Trinità, non può essere un’attività che non porti in sé traccia di una vita di comunione, quale esiste nella Trinità. Inscritto nella stessa attività economica troviamo l’indicazione di un impegno: un impegno di generosità, di passione, di servizio. Le imprese, le varie istituzioni finanziarie, in quanto attività di persone relazionali e comunionali, sono chiamate a configurarsi secondo lo spirito e la logica del dono e della gratuità.
Ho citato Chiara, la sua spiritualità – seppure in maniera sintetica – ed anche alcune delle sue «opere», che sono sostenute dai suoi figli spirituali, quali cause esemplari perché persone e istituzioni trasfigurate dall’amore di Dio. Siamo eredi della spiritualità di Chiara, che ha diffuso il carisma di una vita improntata trinitariamente in un momento storico in cui prevale l’individualismo più radicale, la frammentazione, l’indifferenza, la separazione. Chiara volle proclamare e testimoniare lo spirito di unione, di comunione tra noi, perché in noi c’è il riflesso di ‘Dio Trinità’. Partecipando all’Eucaristia in preparazione della Pasqua, vivendo il Giubileo della Misericordia, teniamo presente questo: Pasqua è passaggio da una vita di decadenza egoistica, di separazione dagli altri, di contrapposizione, a una vita di comunione, di dono nei confronti dei nostri fratelli. È passaggio a una vita di stile trinitario. Viviamo nell’Eucaristia di questa sera queste verità. Facciamo sì che presentando al Signore la nostra vita, la vogliamo proprio così, come una vita che diventa un’esistenza di comunione, di dono, di servizio per gli altri. E in questo modo, vivendo l’Amore di Cristo, trasfigureremo le nostre attività, le istituzioni, gli ambienti in cui viviamo, le nostre comunità e le nostre famiglie in senso trinitario.

OMELIA per la BENEDIZIONE dei lavori della Chiesa Arciprete di SOLAROLO
Solarolo, 5 marzo 2016
05-03-2016

Caro Signor Sindaco e Signor Maresciallo dei Carabinieri, caro Don Tiziano, parroco, la mia presenza in questa bella comunità, vivace ed attiva, è in coincidenza con alcuni lavori di manutenzione della Chiesa arcipretale di Solarolo che ne evidenziano e in certo modo ne sottolineano il progetto pedagogico delle origini.

La Chiesa Arcipretale fu consacrata il 27 novembre 1955: le croci gialle al muro lo testimoniano, segno che la costruzione è fatta di Pietre Vive.

L’idea di fondo della architettura della Chiesa Arcipretale di Solarolo, così come l’ha pensata mons. Giuseppe Babini al momento della ricostruzione post-bellica, è quella della Veste Battesimale del cristiano. Potrà sembrare austera, ma con l’adeguata illuminazione e soprattutto la tinteggiatura testè ultimata se ne apprezza ancora di più il valore e il richiamo per ogni credente.

Tutte le volte, pertanto, che si entrerà e si sosterà in questa chiesa ad ogni credente dovrà venire in mente il proprio Battesimo e, in particolare, la veste bianca che gli è stata consegnata quale segno della nuova dignità, quella dei figli e delle figlie di Dio, come indica il Battistero che si trova all’ingresso, in linea con la tradizione antica: con il battesimo si entra nella Chiesa, a far parte di un popolo, di una comunità. Il Battesimo è il sacramento che incorpora alla Chiesa, ci edifica come abitazione di Dio, ci fa sacerdoti, sacerdozio regale e popolo santo. Ci unisce come fratelli in Cristo. Con il Battesimo diventiamo popolo in cammino verso la risurrezione di Cristo, che rende partecipi della sua vita immortale, della sua gloria.

Ecco che cosa ci indicano i Tre Crocifissi di questa Chiesa: uno morente, uno appena spirato, e, poi, la grande croce senza il Cristo perché risorto, posta nel presbiterio. Questa è la croce che domina tutta la Chiesa a richiamare la centralità di Cristo, il risorto.

 

Noi siamo popolo guidato e condotto da Cristo, nostro Capo. Egli ci accompagna portando i segni della sua morte, ma è anche risorto, è Colui che ci apre la strada verso la Gerusalemme celeste.

Cosa dà forza alla chiesa, popolo di Dio che cammina nella storia, verso la meta della città del cielo? È l’Eucaristia. È il riunirsi per celebrarla, per esserne nutriti e rafforzati nella propria identità di persone che sono di Cristo, vivono di Lui. L’Eucaristia per il popolo cristiano è vitale. È il punto verso cui convergere per ripartire e allungare il passo verso il traguardo finale. È il cibo del pellegrino.

L’Altare rivolto verso la gente ci invita a pensare a questo, al punto focale a cui dobbiamo guardare e attorno a cui assieparci per fare comunità, per essere popolo compatto. Questo altare rivolto al popolo fu uno dei primi in Europa (10 anni prima della Riforma liturgica del Concilio Vaticano II), voluto da mons. Babini per richiamare il valore della famiglia parrocchiale che si riunisce attorno alla Tavola Eucaristica.

Noi ci nutriamo del pane che è Cristo, che di molti ci fa una famiglia unica. Cibandoci di Lui diventiamo fratelli. Nessuno è più straniero o forestiero per l’altro.

Giustamente il vostro amato parroco, nell’anno del Giubileo della Misericordia, dopo oltre 40 anni dagli ultimi interventi, ha voluto non solo riportare il decoro nell’edificio, ma anche riprendere l’impegno a vivere le opere di misericordia che consentono alla veste battesimale di ogni cristiano di essere quotidianamente luminosa, trasfigurata.

Un vivo ringraziamento a tutti coloro che hanno collaborato a rendere questa Chiesa più accogliente e più pedagogica. Un grazie particolarissimo va al vostro parroco don Tiziano, zelante, dinamico, pastore attento all’educazione alla fede. Egli ha desiderato, con interventi migliorativi e significativi, rendere l’edificio, fatto di pietre, luogo più funzionale alle pietre vive, alla loro più piena espressività morale ed evangelica: essere segno eloquente della vita nuova del cristiano.

Il Vangelo di questa domenica presenta a noi ancora una volta la parabola del figlio prodigo e la misericordia del Padre. Essa ci sollecita a ritornare a casa, a lasciare il peccato che ci allontana da Dio e dalla nostra dignità di figli e figlie suoi. Il Padre, visto il figlio da lontano, gli corse incontro. Lo perdona prima ancora che apra bocca, con un amore che previene il pentimento. Il figlio era tornato a casa non perché pentito ma perché affamato. L’esperienza del reincontro con il Padre misericordioso, che, nonostante tutto, lo anticipa e lo colma del suo affetto, lo sollecita a pentirsi, a chiedere perdono, a ritrovare la sua dignità, il gusto di fare il bene e di vivere un’esistenza nuova. Non dimentichiamo che Dio ci perdona sempre, ma questo non vuol dire che allora noi non ci preoccupiamo di convertirci, di cambiare vita. Non deve passare nella nostra testa l’idea che possiamo continuare a fare i peccatori incoscienti che rubano, ammazzano, tolgono l’onore agli altri, non pagano l’operaio, inquinano il territorio provocando danni al bene comune, alle persone, alla loro salute. Se Dio non condanna, nel senso che non vuole la nostra morte, che finiamo definitivamente in preda al male, non vuol dire che non ci chieda di abbandonare una vita moralmente disordinata, di lasciare il peccato, di convertirci e di chiedergli perdono.

Rimanere nel peccato grave significa voltare le spalle a Dio, costruire la propria esistenza non vivendo in comunione con Lui, scartandolo come i costruttori hanno scartato la pietra angolare. Per il credente, Cristo è la pietra angolare su cui costruire la propria casa. Senza di Lui perdiamo il riferimento per la nostra vita, non siamo in grado di avere una scala dei valori corretta.

Partecipando all’Eucaristia nutriamoci di Cristo per essere santi ed immacolati in Lui.

OMELIA per la CONSEGNA DEL SEGNO DELLA CROCE e GIUBILEO dei GIOVANISSIMI
Faenza - Chiesa dei Cappuccini, 27 febbraio 2016
27-02-2016

Cari giovani, la croce che vi verrà consegnata questa sera nel percorso della vostra professione di fede è segno dell’amore di Cristo. È segno di Cristo stesso, persona, Figlio di Dio, che ama sino a morire di croce. Questa rimanda a Colui che è morto per me, per noi. La croce che terrete tra mano mostra la misura dell’amore di Cristo per ciascuno. Egli ci ama in modo unico e personale. Ricevere la croce di Cristo che offre la sua vita per me vuol dire essere sollecitato a rispondere donandogli la mia. Così, la mia vita diventa un cammino di persona innamorata di Cristo, che Lo accoglie e Lo «vive», come soleva ripetere san Paolo: «per me vivere è Cristo».

Senza Cristo, allora, è come non vivere. Non dare senso a quello che faccio. Cristo è la persona più importante che ho. È più importante dei miei genitori e dei miei amici. È la parte migliore di me stesso. Anzi, di più. È il mio Tutto. Per cui, se mi dicessero rinuncia a Cristo, e se lo facessi, perderei me stesso, il senso della vita, la gioia. È facile, allora, comprendere come i primi cristiani per non perdere Cristo erano disposti a dare la vita, ad accettare il martirio.

Fecero così i martiri giapponesi Paolo Miki e compagni, 25 religiosi gesuiti.

Picchiati, mutilati ed umiliati pubblicamente durante il viaggio verso Nagasaki, nessuno rinnegò la propria fede in Cristo e il 5 febbraio 1597, pieni di entusiasmo, affrontarono il supplizio con una serenità ed una compostezza tali da sbalordire i loro persecutori. Chi benediva e lodava Dio con il canto dei salmi, chi recitava il Pater noster ad alta voce, chi pregava in silenzio e chi esortava i presenti ad una vita cristiana. Ma non solo. Dalla croce i 26 martiri, con gli occhi fissi al cielo, continuavano a perdonare i loro carnefici.

Un testimone oculare narra dettagliatamente il loro supplizio (un passo è riportato anche nella Liturgia delle ore) e dice: “Il nostro fratello Paolo Miki, vedendosi innalzato sul pulpito più onorifico che mai avesse avuto, per prima cosa dichiarò ai presenti di essere giapponese e di appartenere alla Compagnia di Gesù, di morire per aver annunziato il Vangelo e di ringraziare Dio per un beneficio così prezioso”, e dichiarò: “Giunto a questo istante, penso che nessuno tra voi creda che voglia tacere la verità. Dichiaro pertanto a voi che non c’è altra via di salvezza, se non quella seguita dai cristiani. Poiché questa mi insegna a perdonare ai nemici e a tutti quelli che mi hanno offeso, io volentieri perdono all’imperatore e a tutti i responsabili della mia morte, e li prego di volersi istruire intorno al battesimo cristiano”.

Questi furono i primi martiri cristiani in Giappone, dopo loro ce ne furono molti altri, perseguitati ed uccisi. Nel 1862 furono canonizzati da papa Pio IX.
I martiri ci esortano a essere fedeli alla nostra fede e, se è il caso, a perdere la vita a causa del Vangelo, come hanno fatto tutti quei giovani cristiani che sono morti recentemente nei paesi arabi, perseguitati e trucidati a causa di Cristo. I martiri giapponesi Miki e compagni hanno realizzato

la profezia di Tertulliano secondo il quale «il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani».
Chi ama Gesù Cristo più che se stesso, come il Bene più grande, è disposto a non disprezzarlo, nemmeno nella sua raffigurazione di Crocifisso appeso al muro o portato al collo con una catenina.
Per identificare quanti rimanevano segretamente fedeli al cristianesimo, in Giappone era disposta un’annuale «verifica della fede», che consisteva nel far calpestare un’immagine sacra cristiana davanti ai magistrati. Molti cristiani si rifiutarono e hanno scelto con coerenza il martirio.
Chi è credente e oggi è testimone di tanto odio contro i crocifissi nelle aule e nei luoghi pubblici non può che soffrire. Non riesce a capire come la propria fede non sia rispettata anche nei segni che la rappresentano. Cari giovani, occorre non aver paura di essere e di dirsi cristiani. Non ci si deve vergognare di portare al collo un crocifisso. Non possiamo accettare che nelle scuole pubbliche si pretenda che ci sia posto per tutte le religioni eccetto che per quella cristiana. Non dobbiamo accorgerci che nelle nostre aule c’è il crocifisso solo quando viene contestato, magari con la scusa che si tratta di un segno offensivo della libertà religiosa altrui. Ogni giorno andando a scuola preghiamo Gesù, dichiariamogli il nostro affetto.

Ma come già vi ho detto ciò che è massimamente importante è vivere Cristo.

Non bisogna dimenticare che lo stile dell’amore di Cristo è il servizio: Egli non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la vita in riscatto di molti (cf Mc 10, 45). Ebbene, caratterizziamoci, di fronte agli altri, proprio per questo. E cioè servendo le persone con lo stesso Spirito di Cristo.

Cristo ci mostra, mediante la sua umanità perfetta, l’amore che ci salva. Morendo di un amore totale per il Padre ci insegna a vincere il peccato e la morte. Ritrova la vita, mediante la risurrezione, dopo averla persa. Chi si umilia, ci ha detto il Vangelo di Luca, sarà esaltato (Lc 14, 1.7-14). Per questo, dobbiamo abbracciare e adorare la croce del Signore, farla nostra, accettare il suo peso come il Cireneo: per partecipare all’unica realtà che può redimere e trasfigurare tutta l’umanità (cf Col 1,24).

Ricevere la croce equivale a ricevere un mandato. Chi scopre che Gesù lo ama e lo chiama per nome, si sente inviato ad annunciarLo come Colui che ci ama fino a morire.

Cari giovani, rimanete fedeli a Gesù, state vicini a Lui. Mentre condividerete la sua vita non potrete non sentirvi chiamati a divenire “pescatori di uomini”, ossia annunciatori e testimoni del suo amore.