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OMELIA nel ricordo di don Luigi Giussani
Faenza - San Silvestro, 22 febbraio 2016
22-02-2016

Come abbiamo sentito dalla proclamazione del Vangelo odierno di san Matteo, Gesù domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo». Diverse sono state le risposte, ma quella che coglie nel segno è la risposta di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 13-19). La professione di fede di Pietro deriva certamente dalla rivelazione del Padre ma anche dall’esperienza della misericordia di Cristo nei suoi riguardi.
Papa Francesco nel 50° anniversario del Movimento di Comunione e Liberazione ha ricordato che il luogo privilegiato dell’incontro con Cristo è l’esperienza della sua misericordia nei nostri confronti e del nostro peccato. Solo chi è stato accarezzato dalla tenerezza della misericordia conosce veramente il Signore. È grazie all’abbraccio di misericordia che viene voglia di rispondere e di cambiare e che può scaturire una vita diversa. Il comportamento morale del credente non è tanto l’adeguazione ad una dottrina etica quanto, piuttosto, la risposta gioiosa di fronte ad una misericordia che redime, risuscita, rinnova e infonde forza e speranza.
Queste riflessioni di papa Francesco ci consentono di vivere più intensamente il Giubileo che stiamo celebrando e,  nello stesso tempo, di parlare del servo di Dio Mons. Luigi Giussani, fondatore del Movimento Comunione e Liberazione.
Come ha anche ricordato durante l’omelia delle esequie il cardinale Joseph Ratzinger, divenuto poi papa Benedetto XVI, sin da giovane Mons. Luigi Giussani aveva creato, con altri giovani, una comunità che si chiamava Studium Christi. Il programma era quello di parlare di nient’altro se non di Cristo, perché solo Cristo dà senso a tutto nella nostra vita. Detto altrimenti, Mons. Giussani e i suoi giovani amici, volevano porre al centro della loro esistenza Cristo, convinti che l’essere suoi voleva dire diventare rivoluzionari, persone capaci di rinnovare e di trasfigurare – come ci ha suggerito il Convegno nazionale della Chiesa italiana a Firenze –  il mondo e la cultura, attraverso il dono di sé, assumendo la croce.
L’esistenza incentrata in Cristo, vissuta dimorando in Lui, consente di divenire capaci di rispondere alle sfide del proprio tempo, di essere protagonisti di un nuovo umanesimo. Per il credente, il nuovo umanesimo è anzitutto Gesù Cristo, incarnato, morto e risorto. Dalla comunione con Lui deriva a noi una missionarietà efficace, novità di vita, libertà. Chi non vive unito a Cristo, come il tralcio alla vite,  non è in grado di donarlo. Chi non dà Cristo dà troppo poco, ha ricordato il cardinale Ratzinger davanti alle spoglie mortali del servo di Dio. Chi non fa trovare Dio nel volto di Cristo non costruisce, ma distrugge perché fa perdere l’azione umana in dogmatismi ideologici e falsi. Solo chi incontra realmente Cristo e vive di fede in Lui vince le ideologie e rimane libero, perché incontra la Verità. Cristo stesso ebbe a dirci che è la verità che rende liberi. Sant’Agostino d’Ippona ha sintetizzato tutto questo affermando: «Ubi fides est libertas».
Proprio nell’esperienza del credente, che vive Cristo e inabita in Lui, trova le sue radici il Movimento che non casualmente è stato denominato «Comunione e Liberazione».
Noi oggi constatiamo come stiamo gradualmente perdendo la nostra libertà, divenendo sempre più succubi di una cultura massmediatizzata che sopravaluta il mondo virtuale rispetto al reale e che appare imbevuta da un individualismo libertario, tenendenzialmente radicale. La libertà di espressione della fede cristiana è oggi progressivamente ridimensionata anche con sentenze prive di fondamento razionale, coerente con la figura di uno Stato laico ed aconfessionale ma non laicista. Basti anche pensare ai tentativi della Corte europea di condizionare la libertà di coscienza dei medeci cattolici rispetto all’obiezione nei confronti dell’aborto. Così, non possiamo ignorare come, anche nel nostro territorio, si stia procedendo ad una tassazione iniqua delle scuole cattoliche e paritarie. Ma non bisogna dimenticare come sul piano politico la stessa libertà di eleggere i propri rappresentanti venga in parte intaccata. Non si può, inoltre, negare come i nostri Parlamenti appaiono ormai sottomessi, per molte questioni, agli ordini che provengono dal mondo finanziario, che ha ormai il primato sulla politica.
Sicuramente  dal nostro essere in Cristo non proviene la libertà di cui si è fatto paladino Charlie Hebdo, il periodico settimanale satirico di Parigi, ossia una libertà di espressione senza rispetto per il diritto altrui di libertà religiosa. La libertà dei cristiani, invece, si configura come libertà che si lega alla verità e che è per il dono, per il rispetto e la cura dell’altro.
Solo se si è centrati in Cristo e nel Vangelo noi possiamo essere più liberi, essere braccia, mani, piedi, mente e cuore di una Chiesa «in uscita». Uscire significa respingere l’autoreferenzialità, l’immobilismo, la fossilizzazione delle strutture, delle associazioni e dei nostri movimenti.
Papa Francesco, l’ha ricordato al Movimento Comunione e Liberazione il 7 marzo 2015. Ma questo vale per tutti. Per non perdere freschezza e vitalità nei nostri Centri di pastorale, nelle nostre istituzioni ecclesiali e culturali occorre rinnovare ed approfondire la nostra comunione con Gesù Cristo, sentendoci missionari, inviati nel mondo per migliorarlo, a seconda delle nuove situazioni ed esigenze. L’autoreferenzialità ci «pietrifica». La comunione ci fa crescere e ci rende fecondi nelle nostre comunità e nel mondo. Rende il genio del cristianesimo più luminoso e creativo di una nuova civilizzazione.
Celebrando l’Eucaristia di questa sera ricordiamo sempre che è proprio la comunione con Cristo, morto e risorto, che ci edifica come persone nuove, come famiglia di Dio. Maria, madre della Chiesa, ci aiuti ad essere per Cristo, di Cristo, con Lui, sempre

OMELIA per il GIUBILEO DEGLI SCOUT
Faenza - Basilica Cattedrale, 21 febbraio 2016
21-02-2016

Cari ragazzi e ragazze, cari giovani, cari Capi

In questa seconda domenica di Quaresima, nella quale avete scelto di fare il Giubileo degli Scout, siamo sollecitati a riflettere sulla Trasfigurazione di Cristo. La Chiesa, dopo averci invitato a seguire Gesù nel deserto, per affrontare e vincere con Lui le tentazioni, ci propone di salire insieme a Lui sul “monte” della preghiera, per scoprirlo come Figlio di Dio. Come ci ha narrato il Vangelo, Gesù sale su un alto monte con tre discepoli: Pietro, Giacomo e Giovanni. Là «fu trasfigurato davanti a loro» (Mc 9,2). Il suo volto e le sue vesti irradiarono una luce sfolgorante, segno della sua divinità. Poi, una nube avvolse la cima del monte e da essa uscì una voce che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato; ascoltatelo!» (Mc 9,7). Dunque, la luce e la voce: la luce divina che risplende sul volto di Gesù, e la voce del Padre celeste che testimonia per Lui e comanda di ascoltarlo.

Perché Gesù sale sul monte a pregare portando con sé i tre discepoli? Non bisogna dimenticare che Gesù è incamminato verso il compimento della sua missione, ben sapendo che, per giungere alla risurrezione, dovrà passare attraverso la passione e la morte di croce. Di questo ha parlato apertamente ai discepoli, i quali però non hanno capito, anzi, hanno rifiutato questa prospettiva, perché non ragionano secondo Dio, ma secondo gli uomini (cfr Mt 16,23). Per questo Gesù porta con sé tre di loro per rivelare il suo essere divino. Gesù vuole che questa verità possa illuminare i loro cuori quando attraverseranno il buio fitto della sua passione e morte, quando lo scandalo della croce sarà per loro insopportabile. Gesù desidera essere la loro luce interiore, lampada che non si spegne mai ed illumina il loro cammino. Sant’Agostino riassume questo mistero con una espressione bellissima, dice: «Ciò che per gli occhi del corpo è il sole che vediamo, lo è [Cristo] per gli occhi del cuore» (Sermo 78, 2: PL 38, 490).

Cari ragazzi e ragazze, cari giovani, tutti noi abbiamo bisogno di Cristo, luce interiore per superare le prove della vita, le tentazioni. Per possedere la luce che è Cristo dobbiamo salire con Lui sul monte della preghiera. Contemplando il suo volto pieno d’amore e di verità saremo colmi di Lui. Saliamo, allora, sul monte della preghiera: come luogo non solo della salita esteriore, ma anche dell’ascesa interiore; per liberarci dal peso della vita quotidia­na, per respirare l’aria pura della creazione; per godere dell’ampiezza della crea­zione e della sua bellezza. Chiediamo alla Vergine Maria, nostra guida nel cammino della fede, di aiutarci a vivere questa esperienza nel tempo della Quaresima, trovando ogni giorno qualche momento per la preghiera silenziosa e per l’ascolto della Parola di Dio. La preghiera ci fa abitare in Gesù, misericordia del Padre!

Solo Gesù guida la nostra esistenza. Ogni anno, nel giorno in cui è nato Baden Powell, gli Scout sono invitati a vivere la giornata mondiale del pensiero. È dedicata al Guidismo, a far conoscere in particolare il compito delle Guide. Le Guide dell’AGESCI sono chiamate ad orientare la vita dei ragazzi/e e dei giovani soprattutto con il loro esempio personale, portandoli verso Gesù Cristo, la vera porta santa da attraversare, luce per il cammino della vita, Colui che connette in un legame di fraternità universale. In questa Messa, tutti insieme, Capi, ragazzi e ragazze, giovani, scegliamo, ancora una volta, Gesù come nostra Guida e nostro cibo. Egli ci aiuta ad amarci tutti come fratelli e sorelle, a formare comunità, ad aiutare il più povero

OMELIA per la S.Messa con i CRESIMANDI
Faenza - Seminario, 14 febbraio 2016
14-02-2016

Cari ragazzi e ragazze,

che vi state preparando alla Cresima o al Sacramento della Confermazione, l’inizio della Quaresima – quaranta giorni di preparazione alla Pasqua – ci fa riflettere sulle grandi scelte della vita. Con la prossima Cresima siete proprio sollecitati a compiere le scelta fondamentale di essere di Cristo e di vivere come Lui, con il suo Spirito d’amore. Al momento della futura Cresima sceglierete voi Gesù, confermando la scelta fatta dai vostri genitori per voi durante il Battesimo.

Il Vangelo di Luca, che avete appena sentito leggere, ci parla delle tentazioni che Gesù ha subito nel deserto, ove si era ritirato per prepararsi alla sua missione (cf Lc 4,1-13). Durante le tentazioni, Gesù decide come vivere, quali strade percorrere per salvare l’umanità, per essere fedele al compito che gli aveva affidato il Padre.

Considerare le tentazioni che Gesù ha affrontato e vinto è particolarmente istruttivo per voi che state preparandovi a sceglierlo con libertà e responsabilità.

Come ci insegna sant’Agostino, un grande santo della Chiesa dei primi secoli, non ci deve tanto interessare il fatto che Gesù sia stato tentato ma che Egli ha vinto le prove a cui è stato sottoposto. Le ha affrontate e le ha superate. Attraverso questa esperienza ha dimostrato di essere completamente innamorato di suo Papà, Dio, ed è stato fedele al compito affidatogli: redimere gli uomini, combattendo contro il male, sino a morire sulla croce, donando completamente se stesso.

Riflettiamo un po’ sulle singole tentazioni che Gesù ha subito e vinto. Guardando alle scelte fatte da Gesù, facendole nostre, diventiamo sempre più figli di Dio, fratelli dello stesso Gesù, persone complete, vittoriose sul male, luminose nel bene.

Nelle tre tentazioni Gesù non mercanteggia con il diavolo: tu mi dai, io ti do. Non scende a patti con lui. Non lo adora. Lo vince. Sceglie decisamente Dio, mettendolo al primo posto. Si mantiene fedele all’impegno di essere in mezzo agli uomini per insegnare a loro il mestiere di essere figli di Dio, per regalare a loro Dio, per aiutarli ad incontrarlo e ad innamorarsi di Lui.

La prima tentazione: «Se tu sei il Figlio di Dio, dì a questa pietra di diventare pane». Gesù rispose al diavolo: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo». In questa tentazione il diavolo propone di cambiare una pietra in pane, per spegnere la fame. Gesù ribatte che l’uomo vive anche di pane, ma non di solo pane. Senza una risposta alla fame di verità, alla fame di Dio e del suo amore, l’uomo non si può salvare.

Nella seconda tentazione il diavolo offre a Gesù tutti i regni della terra a condizione che si inginocchi davanti a lui per sottomettersi. Ma Gesù gli rispose: «Sta scritto: il Signore tuo Dio adorerai e a lui solo renderai culto». E così, Gesù tra il diavolo e Dio sceglie Dio, e cioè di obbedire al Padre. Non vuole allontanarsi da casa e sottrarsi all’amore di Dio. Il mondo lo si salva affidandosi a Dio, amandolo sopra ogni cosa, donandosi sino a morire. È la via dell’umiltà, dell’amore e della croce che redime e che cambia il mondo, non la via del potere per il potere.

Nella terza tentazione, il diavolo propone a Gesù di gettarsi dal pinnacolo del Tempio di Gerusalemme e farsi salvare da Dio mediante i suoi angeli, di compiere cioè qualcosa di sensazionale, per mettere alla prova Dio stesso, per vendersi alla logica del diavolo, per diventare potente. La risposta di Gesù è che non si deve usare Dio per i propri interessi, per la propria gloria e il proprio successo. Noi non dobbiamo dubitare di Dio e metterlo alla prova. È sicuro che ci ama. Tra i miracoli e Dio dobbiamo scegliere Dio. Per la nostra fede è più importante che crediamo in Dio. Più che chiedere miracoli dobbiamo chiedere Dio stesso. Nel mondo ce ne sono già tanti di miracoli, mentre c’è poca fede.

Le tentazioni di Gesù ci insegnano che come cristiani dobbiamo convertirci, scegliendo decisamente Gesù Cristo. Lui deve avere il primo posto nei nostri pensieri e nel nostro cuore. In questo momento di preparazione alla Pasqua e alla Cresima ognuno di noi deve chiedersi: che posto ha Dio nella mia vita? Penso di poter fare a meno di Lui? Durante questo anno giubilare sto vivendo il suo amore, facendo qualche piccolo sacrificio per aiutare i poveri nei quali devo sapere riconoscerlo? Dobbiamo scegliere il pane o Dio? E il pane e Dio, ma soprattutto Dio. Dobbiamo adorare il diavolo o Dio? Ovviamente, solo Dio. Dobbiamo desiderare da Dio prodigi o Lui stesso? Prima di tutto Lui, avremo anche i suoi prodigi.

Durante questa santa Messa in cui si rende presente Gesù Cristo per essere il nostro pane e la nostra vita, diciamogli tutta la nostra amicizia, facciamo comunione con Lui. Sua Madre ci aiuti a sceglierlo e ad amarlo sopra ogni cosa.

OMELIA per la GIORNATA DEL MALATO 2016
Bagnacavallo - Chiesa di San Giovanni Battista, 11 febbraio 2016
11-02-2016

La prima Lettura tratta dal Deuteronomio ci invita a considerare che tutte le volte che abbandoniamo Dio e ci costruiamo, al suo posto, altri dei per servirli, non abbiamo fortuna. Finiamo per essere schiavi. Scegliendo altri dei scegliamo noi stessi, la nostra vita, che pur essendo preziosa non ci basta, perché noi siamo fatti per Dio, per una vita più grande della nostra. Scegliendo, invece, Dio abbondiamo di vita e di gioia. Nel Vangelo secondo Luca ci sono indicati gli atteggiamenti fondamentali del cristiano: servire, rinnegare se stessi, perdere la propria vita per il Vangelo. Per essere persone in senso pieno dobbiamo guadagnare Gesù Cristo e viverlo ogni giorno, in tutti i momenti e in tutte le varie situazioni della nostra vita, compresa la malattia.

Oggi la XXIV Giornata Mondiale del Malato coincide con il ricordo della Madonna di Lourdes, la Madre che mostra una particolare tenerezza nei confronti dei malati. Da papa Francesco siamo sollecitati a vivere la suddetta Giornata alla luce delle nozze di Cana e dell’anno del Giubileo straordinario della Misericordia. Nelle nozze di Cana, Maria sollecita il Figlio a compiere il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino. È in questo modo che Maria partecipa alla gioia della gente comune e contribuisce a crescerla. Intercede presso il Figlio per il bene degli sposi e degli invitati.

Quale insegnamento possiamo trarre dal mistero delle nozze di Cana per la Giornata Mondiale del Malato? Gesù soccorre chi è in difficoltà e nel bisogno, cambiando l’acqua in vino, divenendo causa di gioia. Ma Egli è stato motivo di gioia anche per coloro che ha guarito da malattie, infermità, da spiriti cattivi, donando la vista ai ciechi, facendo camminare gli zoppi. E lo è stato pure per coloro che non sono stati guariti da mali fisici. Egli è divenuto causa di consolazione e di salvezza donando la fede. Mediante questa – una luce e una grazia particolari – ci si unisce alla vita di Cristo e alla sua opera di redenzione, partecipando alla sua morte e risurrezione. Sebbene la fede non sempre fa sparire la malattia, il dolore e l’angoscia che ne deriva, pur tuttavia può aiutare a vederli nelle loro potenzialità positive e a viverli come via per arrivare ad una più stretta vicinanza con Gesù, che cammina al nostro fianco caricato della Croce o, meglio, che ci aiuta a portare la nostra croce. La malattia può essere l’occasione di completare in noi le sofferenze di Cristo crocifisso e offrire, assieme a Lui, il dono della nostra vita e i patimenti per amor suo. Seppur devastati e condizionati dalla malattia possiamo ugualmente sperimentare la gioia di essere utili alla nostra comunità, ai giovani, al mondo, alle stesse persone che ci accudiscono e curano. Come a Cana Gesù si avvale dei servi per procurare gioia agli sposi e agli invitati al banchetto nuziale, così può servirsi degli infermieri, dei medici, degli assistenti domiciliari per farci sperimentare la gioia di essere accuditi da Lui. Le mani di coloro che ci assistono e ci curano possono essere le mani stesse di Dio. Noi possiamo essere mani, braccia, cuori che aiutano Dio a compiere i suoi prodigi di guarigione o di consolazione. La condizione, però, è che noi viviamo uniti a Cristo, sia che siamo ammalati, sia che stiamo accanto agli ammalati con un cuore pieno di amore e di tenerezza. La comunione costante con Dio ci consente di trasformare l’acqua del dolore e della malattia nel vino pregiato dell’offerta e del dono di noi stessi a Dio e ai fratelli.

Come ho suggerito nella Lettera pastorale (cf Misericordiosi come il Padre, Libreria Editrice Vaticana, Roma 2015, pp. 117-123), celebriamo quest’anno della Misericordia vivendo la pastorale della salute con una operatività che esprima più intensamente l’amore di Dio, mediante un’azione comunitaria e sistematica a largo raggio.

Dovrà essere per tutti il momento privilegiato per una riflessione sulle Opere di Misericordia: «Visitare i malati» e «Consolare gli Afflitti».

«Visitare i malati» non è compito solo di alcuni, cioè di coloro che scelgono il mondo della malattia come ambito di lavoro, di servizio, di volontariato, ma di tutti noi, cominciando dai nostri familiari, dai vicini di casa, dai colleghi di lavoro e di svago, di chi condivide con noi l’appartenenza ad una associazione, ad una comunità, da chi conosciamo già. Visitare sempre, soprattutto se la malattia si prolunga, se il malato è solo, anziano. Nessuno dei malati di una parrocchia dovrebbe rimanere senza visite, perché tutti hanno tra i parenti o i vicini di casa qualcuno, adulto, giovane, anziano, che frequenta la comunità parrocchiale, battezzato e cresimato come noi. Papa Francesco ci avverte che «in forza del Battesimo e della Confermazione siamo chiamati a conformarci a Cristo, Buon Samaritano di tutti i sofferenti».1 È un’opera di misericordia che va riproposta con forza anche ai più giovani, perché oggi la fatica a rapportarsi con la malattia, la sofferenza, la disabilità, la vecchiaia porta molti ad allontanare da sé le persone afflitte da tali mali e questo impoverisce le famiglie, la società e anche le nostre parrocchie: il mondo della sofferenza, infatti, è un ambito privilegiato per incontrare Dio e la sua misericordia.

È importante anche «Consolare gli afflitti». Tanti accanto a noi vivono nel dolore, nella tristezza, nel lutto non solo per la morte di una persona cara, ma anche per la fine di un matrimonio, di un rapporto di lavoro importante. Questa situazione può essere molto pesante senza il conforto dell’ascolto, della condivisione. Siamo abituati a lasciarci coinvolgere dal dolore degli altri per brevi periodi, per poi allontanarci. Fatichiamo ad essere presenti, preoccupati spesso di non essere capaci di esprimerci, di non sapere che cosa fare, quando spesso basterebbero una parola, una stretta di mano, un abbraccio, e soprattutto la capacità di ascoltare in silenzio un dolore che, se taciuto, non può che aumentare e, se non condiviso diventa intollerabile. Dobbiamo imparare a comprendere anche il dolore di chi soffre senza avere più la capacità di manifestarlo. Questa situazione può essere molto pesante, quando non vi è il conforto dell’ascolto, della condivisione.

Viviamo la Giornata del Malato facendo il proposito che la visita ai malati e l’attenzione a chi è nel dolore diventi un’abitudine diffusa e condivisa. Maria, Beata Vergine delle Grazie ci aiuti.

1 Francesco, Messaggio per la XXII Giornata Mondiale del Malato (dicembre 2013).

OMELIA per il MERCOLEDÌ delle CENERI
Faenza - Basilica Cattedrale. 10 febbraio 2016
10-02-2016

  1. Dov’è il nostro Dio? Dove opera, dove compie prodigi?

Dio è presente e compie meraviglie dove c’è un popolo che ritorna a Lui con tutto il cuore, con il dolore delle colpe, non lacerando le vesti, bensì aprendosi a Lui, accogliendolo.

La Quaresima è per la Pasqua, per l’ascensione, per la trasfigurazione della nostra esistenza, sia come singoli, sia come Chiesa, come associazioni e movimenti. È vivere più intensamente il nostro essere di Cristo, nel servizio alla Chiesa, ai poveri, e ai giovani, perché diventino totalmente suoi, anch’essi capaci di dono.

Il brano del profeta Gioele (2, 12-18) ci ricorda che nel nostro cammino quaresimale ci possono essere falsità e menzogne. Chi vive la Quaresima solo esteriormente, mediante riti e pratiche di routine, vuote di Dio, senza cambiare interiormente, in realtà indossa una maschera, disinteressandosi di Gesù Cristo. È prigioniero in se stesso. Mette al centro i propri progetti e non quelli di Dio.

Detto altrimenti, si può correre il rischio di vivere una Quaresima senza incontrare realmente Cristo e i propri fratelli. Questo può succedere a tutti, anche a chi partecipa al Giubileo della misericordia. Noi potremmo essere qui a celebrare l’inizio della Quaresima e non riconoscere i nostri peccati, i nostri limiti, senza cioè convertirci e sentire il bisogno del perdono di Dio.

Ciò sarebbe grave. Se noi agissimo come se Dio non ci fosse, come se tutto dipendesse da noi, sconfesseremo la stessa storia gloriosa della nostra Chiesa faentina, storia di santi e di beati, storia di sacrifici, di lotta quotidiana per il bene e la giustizia, sorretti dallo Spirito. Non solo. Pregiudicheremmo l’impegno di questo stesso anno Giubilare che non dev’essere solo per noi stessi, ma per la causa del Regno di Dio. Desiderare il rinnovamento senza l’aiuto di Dio sarebbe velleitario. È pensare che ci salviamo da soli. Con ciò verrebbe meno quella mistica filiale e fraterna, quell’empatia che caratterizza le nostre parrocchie e le nostre famiglie cristiane. Ci condanneremmo ad una progressiva desertificazione spirituale, alla sterilità apostolica e vocazionale.

Per essere vivi e trasfigurati, accogliamo l’invito alla conversione che Paolo rivolge ai Corinzi: «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza» (2 Cor 6,2). «Ora»! Diciamo insieme, pertanto, senza pose e teatralità: «Abbi pietà Signore di noi, abbiamo peccato. Salvaci»! Non la nostra, ma la Tua volontà, Signore! Non la nostra ipocrisia religiosa, ma la Tua gloria. Non il nostro sale insipido, ma il Tuo fermento. Non le nostre sicurezze umane, i nostri piccoli progetti, ma la Tua pienezza di vita, la Tua missionarietà. Come Cristo ha accettato l’incarnazione diciamo con Lui: «Ecco, manda me». Solo se le nostre vite saranno salvate da Cristo, non saremo derisi. Gli increduli non potranno sogghignare: «Ma dove è andato a finire il loro Dio?» (Gl 2,17). Con Lui, Signore della vita e della storia, tutto può essere ricostruito e rinnovato, vi potrà essere una primavera senza fine anche per la nostra diocesi, le nostre associazioni e i nostri movimenti.

  1. Uno stato permanente di missione e di conversione

Non rimandiamo, dunque, la nostra conversione, il nostro incontro con il Signore. Il domani non è nelle nostre mani. Dio non si presta ad essere preso in giro. Perdona i peccatori, ma vomita i tiepidi (cf Ap. 3,16).

Ma l’urgenza di questo particolare «momento favorevole», che è dato dal Mercoledì delle ceneri, con i suoi riti austeri e corali, non è limitata solamente ad un «qui» ed «ora», puntuali e conclusi, che non superano l’immediato. L’atteggiamento di conversione deve continuare tutti i giorni e nei mesi a venire. Ciò vuol dire porsi entro un orizzonte ampio. Permette di lavorare a lunga scadenza, attivando processi comunitari che costruiscono la Chiesa del terzo millennio. Non dimentichiamo l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium (=EG) di papa Francesco. Essa è un vademecum per rinnovare le nostre comunità. Man mano che se ne approfondiranno i contenuti bisognerà avere il coraggio della conversione, con i conseguenti cambi spirituali, istituzionali ed operativi. Papa Francesco, nella sua esortazione, sollecita tutte le comunità ad essere audaci e creative, ad entrare in un deciso cammino di discernimento, purificazione e riforma (cf EG n. 30). Per papa Francesco urge scegliere e porre in atto tutti i mezzi di revisione delle strutture – compreso il papato (cf EG n. 32) – degli stili, degli orari, del linguaggio, dei metodi evangelizzatori, dell’uso delle risorse, con lo scopo principale di vivere in uno «stato permanente di missione», senza ritardi.

In questa celebrazione liturgica, consentitemi di esprimere ancora una volta l’auspicio – sicuramente non ce ne sarebbe bisogno, ma sentirlo ripetere immagino che non danneggerà – che la sopracitata esortazione non sia lasciata da parte. So che il consiglio pastorale diocesano ha scelto tra i suoi impegni quello di predisporre dei sussidi affinché tutti possano penetrare e capire la EG. Sarebbe davvero consolante se entrasse nell’orizzonte e nelle scelte delle nostre parrocchie, nelle omelie, nella catechesi, nell’aggiornamento spirituale dei fedeli. In essa, in effetti, potremo incontrare un respiro e un’ispirazione che ci confermeranno, ci rafforzeranno, ci sproneranno a fare di più e meglio. Troveremo quelle sottolineature che, rammentandoci soprattutto il realismo della dimensione sociale del vangelo, ci aiuteranno a coniugare nell’oggi la stessa Lettera pastorale di quest’anno, senza introversioni ecclesiali, seminando la vita nuova di Gesù Cristo nell’attuale mondo globalizzato, sempre più secolarizzato, pervaso da un laicismo aggressivo. Quali credenti che guardano avanti non possiamo lasciare fuori dal nostro impegno missionario ed educativo, specie nei molti Centri ed Oratori di cui siamo per fortuna dotati, l’obiettivo di formare «buoni cristiani ed onesti cittadini». I giovani hanno bisogno di Gesù Cristo. Spetta a loro di diritto! Come spetta a loro un nuovo umanesimo, aperto alla trascendenza, che si forgia specialmente nelle scuole cattoliche.

  1. Un’icona emblematica: un popolo in cammino, gioioso e sereno

Essere popolo che vive un desiderio inesauribile di offrire la misericordia di Dio Padre; essere Chiesa che sa «coinvolgersi», mettendosi in ginocchio davanti agli altri, specie ai più piccoli, per servirli, per curare il loro spirito e la loro carne – carne sofferente di Cristo -; essere Chiesa che «accompagna» l’umanità e le nuove generazioni verso la pienezza di Cristo; essere Chiesa che celebra e festeggia ogni vittoria sul male lottando per il bene e la giustizia: ecco ciò che dobbiamo essere! Questa è l’immagine di popolo che dobbiamo avere di fronte e coltivare: un popolo nuovo, gioioso e sereno, perché salvato, liberato dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore. Un popolo che costruisce un mondo più fraterno, più giusto e pacifico.

La Beata Vergine delle Grazie e i santi faentini ci aiutino! Viviamo e testimoniamo una Quaresima per la Pasqua!

OMELIA nella SOLENNITÀ della EPIFANIA
Faenza - Basilica Cattedrale, 6 gennaio 2016
06-01-2016

Cari fratelli e sorelle,

con la solennità dell’Epifania celebriamo la manifestazione di Cristo ai Magi. Cristo si rivela come Luce che illumina – Egli è il Sole che sorge dall’alto (Lc 1, 78) – non solo Maria, Giuseppe, i pastori, ossia il «resto d’Israele», i poveri, gli anawin, ma anche i popoli pagani rappresentati dai Magi. Essi, prostrati, adorarono il Bambino, offrirono doni d’Oriente: oro, incenso e mirra: simboli profetici di segreta grandezza che svelano alle genti una triplice gloria! Oro e incenso proclamano il Re e Dio immortale; la mirra annunzia l’Uomo dei dolori, deposto dalla croce.

Ma, come abbiamo udito dalla lettura del Vangelo (cf Mt 2, 1-12), Gesù Cristo non appare come Luce a tutti. Non è luce per i potenti, per Erode, per coloro che abitano nei palazzi regali. Anzi, Erode vede in Cristo un possibile concorrente per il suo trono e camuffa il timore con una plateale menzogna: «… quando lo avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».

In breve, Cristo nasce per tutti come Luce, ma non tutti l’accolgono. Come ci ricorda l’evangelista Giovanni: «la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre, perché le loro opere erano malvagie» (Gv 3,19). La luce non viene accolta perché chi sceglie il male ottenebra i suoi occhi che non riescono a vederla.

L’arrivo dei Magi dall’Oriente a Betlemme, per adorare il neonato Messia, è il segno della manifestazione del Re universale ai popoli, a tutti gli uomini che cercano la verità, la sapienza e l’Amore di Dio.

Ma, chiediamoci, perché Cristo è «Luce» per i popoli?

Come spiega l’apostolo Giovanni nella sua Prima Lettera: Dio è Luce per noi perché è «Amore». La Luce che si manifesta alle genti in Gesù è l’amore di Dio, è, come ha spiegato papa Francesco nella bolla di indizione del Giubileo straordinario, la Misericordia del Padre.

I Magi giungono dall’Oriente attratti dalla Luce, dall’Amore di Dio che viene incontro a chi lo cerca nell’umiltà di un Bambino, lo accoglie tra le braccia, lo riconosce come il proprio Tutto e lo adora. Egli viene a compiere una vera e propria rivoluzione nell’umiltà, non con i mezzi potenti e violenti della guerra e delle armi, bensì mediante i «mezzi poveri» dell’amore, del dono totale di sé e del perdono, come ci hanno spiegato molto bene i nostri pensatori personalisti, a cominciare da Jacques Maritain, grande filosofo cristiano del secolo scorso.

I Magi ci ricordano che tutti gli uomini, anche i più lontani, sono chiamati ad accogliere in Gesù, la salvezza di Dio. Questa è per tutti, è un dono universale.

Ma con la Solennità dell’Epifania ci è mostrato anche il mistero della Chiesa, la sua dimensione missionaria. Essa, ci ha ricordato papa Benedetto, in un’omelia dell’Epifania , «è chiamata a far risplendere nel mondo la luce di Cristo riflettendola in se stessa come la luce del sole» (Omelia del 6 gennaio 2006).

Detto altrimenti, la Chiesa dev’essere nel mondo un punto luminoso che attira a sé tutti gli uomini e illumina il loro cammino verso Cristo, rendendo compiute le antiche profezie, come quella stupenda del profeta Isaia che abbiamo ascoltato poc’anzi: «Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere» (Is 60, 1-3). Analogamente, i discepoli di Cristo, ammaestrati da Lui, dovranno attrarre, mediante la testimonianza dell’amore misericordioso di Dio, tutti gli uomini al Padre: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Mt 5,16).

Come è possibile essere un’epifania di Cristo, una «visione di Lui», come suggeriva sant’Ireneo di Lione? Ce lo insegna Maria santissima con la sua disponibilità: «Si faccia di me secondo la tua parola». Noi siamo, per i nostri contemporanei, la «visione di Dio», stella che conduce a Lui, mediante l’evangelizzazione e una testimonianza credibile della misericordia divina. La Chiesa italiana ne ha indicato un percorso, riassumibile in cinque verbi: uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare. Nelle prossime settimane, i rappresentanti della Diocesi al Convegno nazionale della Chiesa italiana a Firenze ritorneranno nei vari Vicariati per offrire la loro testimonianza e sollecitare un movimento sinodale, ovvero comunitario, facente perno proprio sui verbi citati.

Il compito dell’evangelizzatore non è quello di salvare bensì quello di far incontrare le persone con Gesù Cristo, l’unico che salva. Noi siamo chiamati a collaborare con il Redentore e Salvatore, con Colui che è Luce.

Chiediamoci: con la nostra vita annunciamo e testimoniamo Gesù Cristo affinché Egli sia incontrato, da piccini e grandi, specie da quelli che, dopo la Cresima o Confermazione l’hanno abbandonato? Noi oggi siamo giustamente preoccupati dall’eccesso e dalla pesantezza di tante strutture ecclesiali, le quali anziché essere un aiuto per l’evangelizzazione, spesso si mostrano ingombranti o troppo gravose da gestire, distraendo forze e risorse dagli obiettivi primari. E, allora, ci sentiamo chiamati alla loro riforma, al loro ridimensionamento, come anche alla revisione delle metodologie pastorali. Ma non dobbiamo dimenticare che la condizione prima per facilitare l’incontro delle persone e dei giovani con Gesù Cristo è, in definitiva, l’amore che noi abbiamo per Lui: un amore appassionato, travolgente, che trasfigura le nostre esistenze, rendendole un linguaggio eloquente che parla di Lui, che innamora e fa vibrare l’anima all’unisono con lo Spirito che grida: «Abbà, Padre». L’evangelizzazione è per un incontro con Gesù Cristo che cambia il corso della vita, come l’ha cambiato ai Magi che non ritornarono più da Erode per non essere in combutta con lui, nemico di Gesù. È Cristo che ci converte all’amore di Dio. Non siamo noi che salviamo i nostri fratelli.

A questo proposito, domandiamoci, cari fratelli e sorelle: la nostra vita è davvero cambiata al punto da non essere alleati con coloro che sbeffeggiano Gesù Cristo, il crocifisso, la Chiesa, il suo diritto alla libertà religiosa, il diritto alla vita, il Vangelo? Sui punti elencati serve oggi, anche all’interno delle nostre comunità ed associazioni, un serio e rigoroso esame di coscienza, per non trovarci gradualmente complici di una triste deriva di civiltà, ed essere persone che lavorano, consapevolmente o inconsapevolmente, ad oscurare la Luce del mondo.

Ogni comunità e ogni singolo fedele può rendere il servizio che la stella ha offerto ai Magi d’Oriente, conducendoli fino a Gesù, se viene dato il primato alla rivoluzione spirituale e morale che Cristo è venuto a portare in questo mondo. Occorre sì cambiare strutture e metodologie, ma ciò va sempre realizzato in subordine alla conversione morale e spirituale delle persone. Strutture e metodologie modificate non sono sufficienti a cambiare i cuori, gli stili di vita.

La Chiesa e i singoli cristiani possono essere luce, che guida a Cristo, solo se si nutrono assiduamente e intimamente della Parola, che si è fatta carne e cibo per noi. È la Parola che illumina, purifica, converte, non sono certo solo i nostri discorsi o i programmi pastorali rinnovati.

Che Maria, Madre di Dio e della Chiesa, ci aiuti a portare la Luce, che è Cristo, nel mondo!

OMELIA nella SOLENNITÀ di MARIA MADRE DI DIO
Faenza - Basilica Cattedrale, 1 gennaio 2016
01-01-2016

Nel primo giorno del nuovo anno abbiamo la gioia e la grazia di celebrare la Santissima Madre di Dio e, al tempo stesso, la Giornata Mondiale della Pace. In entrambe le ricorrenze celebriamo Cristo, Figlio di Dio, nato da Maria Vergine e nostra vera pace.

È stato il beato Paolo VI, il papa che portò felicemente a conclusione il Concilio Vaticano II, iniziato da san Giovanni XXIII, a volere l’abbinamento della celebrazione della divina Maternità di Maria con la Giornata mondiale della Pace.

Maria, donando al mondo il Figlio di Dio, offre all’umanità intera Colui che la riunisce in un’unica famiglia. Ma non solo. Grazie all’incarnazione di Gesù Cristo in ogni persona, tutti sono resi fratelli, figli di uno stesso Padre. Dal momento che Dio si unisce all’umanità, ogni persona è più che se stessa. È divinizzata. Ogni uomo è figlio nel Figlio. È reso più capace di vero, di bene e di amore nei confronti del proprio simile. E, quindi, è reso più capace di vincere i pregiudizi, l’odio e la violenza che sono all’origine delle guerre, dei terrorismi e delle ingiustizie che stanno colpendo la famiglia umana, precipitandola in una «terza guerra mondiale a pezzi».

Papa Francesco, in un mondo sempre più bisognoso di tenerezza e di redenzione, nel suo Messaggio per la giornata mondiale della Pace 1° gennaio 2016, intende attirare la nostra attenzione su un’altra causa dei conflitti: la globalizzazione dell’indifferenza.1 A motivo di questa, i popoli rallentano il loro procedere verso la costruzione della pace. Le persone appaiono incapaci di compassione, prive della volontà di essere giuste, di dedizione al bene comune, di prendersi cura del creato.

L’indifferenza assume molti volti: indifferenza nei confronti dei senza lavoro, tetto e istruzione; nei confronti della pena di morte, dei perseguitati per la loro fede religiosa, degli ammazzati per motivi di odio razziale, dei migranti troppo numerosi per poter essere aiutati secondo la loro dignità; nei confronti dei nascituri uccisi, del creato selvaggiamente depredato e ormai sull’orlo del collasso. Secondo papa Francesco, l’indifferenza nei confronti del prossimo e del creato è originata da un’altra indifferenza, quella nei confronti di Dio. Quando l’uomo pensa di essere l’autore di se stesso si sente autosufficiente. Mira a sostituirsi a Dio, a farne completamente a meno. Ritiene di essere misura di ogni verità, di non avere limiti ai suoi diritti. E così pensa di godere di una libertà senza confini. Gli interessa solo se stesso. Gli altri sono considerati antagonisti, avversari, mezzi o strumenti per la propria affermazione incondizionata.

L’indifferenza, dai rapporti interpersonali si estende alla sfera sociale e pubblica, investe le istituzioni internazionali, le relazioni tra gli Stati. Si traduce in progetti economici e politici che anziché esprimere collaborazione e giustizia nei rapporti, nascondono intenzioni di dominio sull’altro, di sfruttamento.

Orbene, suggerisce papa Francesco, se si vuole conquistare la pace, occorre vincere l’indifferenza. Questa può essere battuta solo convertendosi alla fraternità e, quindi, in ultima a analisi, a Dio, a Gesù Cristo, che è la misericordia fatta carne ed anche causa della nostra fraternità.

Solo accogliendo l’amore di Dio e riconoscendoci membri dell’unica grande famiglia dei suoi figli noi siamo in grado di sconfiggere l’estraneità, l’inimicizia tra noi e tra i popoli della terra. Possiamo coltivare meglio l’unità, la dignità altrui, i diritti dei nostri fratelli e delle nostre sorelle. Gesù ci insegna ad essere misericordiosi come il Padre, ovvero ad usare nei confronti dei nostri fratelli e sorelle la giustizia più grande, ossia quella giustizia che dà a ciascuno il «suo», non solo in conformità alla dignità umana ma anche a quella divina. Agli uomini, figli di Dio, spetta una giustizia più che umana.

La pace vera di cui ha bisogno il mondo è, dunque, frutto della misericordia di Dio, che presuppone e comprende la giustizia. Non la esclude. Tutt’altro. La rende più cogente. Senza giustizia nei confronti degli altri – persone, popoli, creato – non c’è misericordia, non c’è amore e cura per il loro bene. L’indifferenza, che può tramutarsi facilmente in odio e violenza, può essere vinta solo con una cultura della misericordia, della fraternità, della solidarietà e della trascendenza.

La pace è un dono dall’alto ma richiede anche la nostra collaborazione. Per noi che tendiamo a rinchiuderci in noi stessi, a non aprirci al bisogno dell’altro, Dio misericordioso rimane, specie all’inizio di un nuovo anno dedicato alla sua Misericordia, un punto di riferimento imprescindibile, come causa esemplare. Occorre guardare a Lui, vivere di Lui, venendone trasfigurati! Occorre guardare a Maria, Madre di Dio. Ella concepisce il Figlio di Dio prima nella sua mente e, poi, nel suo grembo, per donarlo al mondo. Maria, non a caso, è invocata come Madre del Principe della pace e Regina della pace. Noi saremo grandi protagonisti della pace se diventeremo testimoni credibili di un Dio Misericordioso, che non vuole la distruzione dei propri figli, bensì la loro conversione.

I vari educatori e operatori pastorali e culturali delle nostre comunità sono chiamati a ricordare che Dio non è indifferente e tantomeno un Dio violento. A Lui importa dell’umanità. Si interessa della sorte dell’uomo. Noi, figli e figlie di un Dio Misericordioso, non possiamo essere da meno. I credenti, per imparare a vivere la misericordia e a vincere l’indifferenza debbono vivere in comunione con lo Spirito del Padre e del suo Figlio incarnato, quello Spirito d’Amore che grida: «Abbà! Padre!» (cf Gal 4,4-7). Come narra l’Antico Testamento, quando i figli di Israele si trovano schiavi in Egitto, Dio interviene. Osserva, ode il grido del suo popolo, scende e libera. È attento ed opera. In maniera analoga si comporta il Figlio Gesù. Egli è Dio che scende tra gli uomini, si incarna, si mostra solidale con l’umanità, in ogni cosa, eccetto il peccato. Non si accontenta di insegnare alle folle, ma si preoccupa di loro, specialmente quando le vede affamate (cf Mc 6, 34-44) o disoccupate (cf Mt 20,3). «Il suo sguardo – si legge nel Messaggio per la pace 2016 – non era rivolto soltanto agli uomini, ma anche ai pesci del mare, agli uccelli del cielo, alle piante e agli alberi, piccoli e grandi; abbracciava l’intero creato. Egli vede, certamente, ma non si limita a questo, perché tocca le persone, parla con loro, agisce in loro favore e fa del bene a chi è nel bisogno. Non solo, ma si lascia commuovere e piange (cfr Gv 11,33-44). E agisce per porre fine alla sofferenza, alla tristezza, alla miseria e alla morte».2

Maria, Madre di Dio, ci insegni ad accogliere Gesù. Solo se abbiamo Dio nel cuore, siamo in grado di cogliere nel volto dell’altro un fratello in umanità, non un mezzo ma un fine, non un rivale o un nemico, ma un altro me stesso, una parte dell’infinito mistero dell’essere umano. Senza Dio nel cuore è molto difficile che possiamo essere costruttori di pace, vittoriosi sull’indifferenza.

1 FRANCESCO, Messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace 2016, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2015.

2 FRANCESCO, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1° gennaio 2016, n. 5.

OMELIA per la S.MESSA a conclusione dell’anno e TE DEUM in RINGRAZIAMENTO dell’ANNO
31-12-2015

Raccolti nella nostra bella cattedrale concludiamo l’anno 2015 celebrando la Messa vespertina della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio. Alla contemplazione del mistero della divina maternità si unisce, pertanto, il cantico della nostra gratitudine per il 2015 che tramonta e il 2016 che già intravvediamo. Il primo sentimento che si affaccia è quello della riconoscenza. Ringraziamo il Signore per i molti benefici che ci ha elargito, colmando tutte le nostre componenti ecclesiali, comunità e Centri pastorali di tanta tenerezza. Penso al vescovo emerito, S. Ecc. Mons. Claudio Stagni, al sottoscritto, ai presbiteri, ai diaconi, alle persone consacrate, ai tanti fedeli laici qui convenuti, ma anche alle molteplici associazioni, aggregazioni e movimenti.

Alla fine di quest’anno, il ringraziamento va anche a tutti coloro che hanno collaborato, in vario modo, all’annuncio della fede e alla testimonianza della carità, specie ai più poveri. Quanto bene è stato compiuto nella nostra Diocesi, grazie all’aiuto del Signore e della Beata Vergine delle Grazie, dei nostri santi copatroni e dei beati! Un ringraziamento speciale va alla Madre di Dio, che è anche madre nostra. Donandoci il Figlio del Padre consente a noi di partecipare al suo essere filiale, di diventare figli nel Figlio. E ciò ci consente di vivere con la sua capacità di amare, di divenire protagonisti nel mondo della giustizia più grande.

Il nostro grazie riconoscente va anche al Sommo pontefice, papa Francesco, per lo slancio missionario che sta imprimendo alla Chiesa intera, sollecitandola a vivere intensamente il Giubileo straordinario della Misericordia. Il prossimo 2016 dovrebbe vederci, assieme in particolare alle altre Diocesi italiane, impegnati nel rileggere, approfondire, tradurre nei vari ambiti pastorali, la sua lettera apostolica Evangelii gaudium. Con il suo discorso tenuto a Firenze, il 10 novembre nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore, davanti a tutti i vescovi e i rappresentanti del V Convegno Nazionale della Chiesa italiana, ha nuovamente sollecitato le comunità parrocchiali, i Centri pastorali, associazioni, movimenti ed aggregazioni ad uscire, annunciare, dimorare, educare, trasfigurare le relatà nelle quali viviamo ed operiamo quotidianamente.

Come insegna l’Anno straordinario del Giubileo, e come cerca anche di spiegare la Lettera pastorale Misericordiosi come il Padre,1 la trasfigurazione della nostra esistenza e del mondo avviene annunciando e testimoniando che Gesù Cristo è la Misericordia di Dio. La nostra umanità per divenire più se stessa necessità di sperimentare l’Amore misericordioso del Padre. Detto altrimenti, per essere più umana ha bisogno di Dio, di essere divinizzata, ossia di essere resa più capace di vero, di bene e di Dio, grazie ad una più intensa comunione con Colui che è l’Uomo Nuovo, il Nuovo Adamo.

Questa è, allora, la nostra preghiera questa sera: soccorri, Signore, con la tua misericordia la nostra Diocesi. Aiutala ad andare incontro a coloro che hanno bisogno di Te, non solo a coloro che necessitano di cose materiali, di un lavoro, di ospitalità, ma specialmente a coloro che non ti conoscono o che hanno abbandonato le nostre comunità per la nostra controtestinianza e la nostra incapacità di rispondere alle loro domande più profonde. Aiuta la nostra Diocesi a guardare avanti, ad avere una visione di futuro, a non adagiarsi, ad offrire speranza soprattutto alle nuove generazioni di credenti. Sia capace di rinnovarsi nelle sue prassi pastorali e nelle sue istituzioni.

Abbiamo tanti altri motivi di ringraziamento. Basta che pensiamo al folto gruppo di fedeli laici e di giovani che animano la vita comunitaria e si dedicano alla catechesi. E, tuttavia, nelle nostre comunità non possiamo dire che l’«emergenza educativa» sia alle spalle. In alcune parrocchie, purtroppo, mancano catechisti. Ma anche non ci sono sufficienti guide per l’accompagnamento delle nuove generazioni nell’inserimento nel mondo del lavoro e nella società, come anche nella vita parrocchiale ed associativa.

Chiediamo al Signore di benedire le iniziative missionarie della nostra Diocesi, nonché i giovani che, grazie a Dio, intendono consacrarsi al sacerdozio. Sono una dozzina. Per noi rappresentano un fondato motivo di fiducia nel futuro.

Ringraziamo, inoltre, tutti coloro che ci hanno aiutati a realizzare quei «segni» giubilari della misericordia, che sono stati individuati come emblematici per la nostra Diocesi, ossia: la Scuola di formazione all’impegno sociale e politico; l’inaugurazione del nuovo Centro di ascolto e della nuova Casa per il clero.

Cantando il Te Deum pregheremo: «Salvum fac populum tuum, Domine, et benedic Hereditati tuae- Salva il tuo popolo, Signore, guarda e proteggi i tuoi figli che sono la tua eredità».

Con tenacia e paziente fiducia lavoriamo per la difesa della vita, per la famiglia, chiesa domestica e semenzaio della società.

È senz’altro confortante constatare che il lavoro intrapreso dalle parrocchie, dai movimenti e dalle associazioni, dal Centro Diocesano per la pastorale famigliare, nelle sue molteplici articolazioni, continua a svilupparsi e a portare risultati importanti.

Cari fratelli e sorelle della Chiesa che è in Faenza-Modigliana, chiediamo al Signore che faccia di ciascuno di noi un autentico fermento di speranza nei vari ambienti di vita, perché ci possa essere un futuro migliore. È questo l’augurio per tutti. Maria, Madre della Misericordia, interceda per noi.

1 Cf M. TOSO, Misericordiosi come il Padre, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2015.

OMELIA per la MESSA DELLA NOTTE di NATALE 2015
Faenza - Basilica Cattedrale, 25 dicembre 2015
25-12-2015

Cari fratelli e sorelle,

in questa notte beata, attraverso la Parola di Dio, ci è comunicata una notizia unica, sensazionale, destinata a rivoluzionare il mondo, a portare pace e speranza a tutti.

Ecco la notizia più consolante di tutti i tempi, per tutte le generazioni: «Oggi – scrive san Luca – nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2, 11).

Il «cuore» dell’annuncio sta in questo: «per noi è nato il Salvatore». Una simile notizia non può lasciarci indifferenti. Infatti, se viene a noi il Salvatore tutto cambia, tutto può essere diverso. Non abbiamo, forse, bisogno di chi, oggi, ci salvi, dal momento che viviamo in un mondo di odio, violenza, guerre, terrorismo, ingiustizie, povertà, e gli sforzi delle persone di buona volontà appaiono fortemente impari rispetto alle necessità, a tirarci fuori dall’iniquità e dalle tenebre del male? Non dobbiamo anche noi, già logori e stanchi a causa di tante angustie ed oscurità, riconoscere, come gli antichi greci, che oramai solo un Dio ci può salvare? Non aveva ragione il grande filosofo Martin Heiddeger quando affermava che nulla, né la filosofia né alcuna altra intrapresa umana, può produrre un significativo cambiamento del mondo se non Dio?1

Il Signore, che si rende presente nella storia, e diventa «Dio con noi», non è più il Dio distante. Entrando nel mondo è il Vicino, che rimane con noi sino alla fine del mondo (cf Mt 28,20). Egli viene a salvarci, nel senso che non ci lascia soli a combattere contro il male, l’illegalità, la corruzione, e tutte quelle idolatrie che rendono l’uomo schiavo di se stesso. Dio si schiera dalla nostra parte. È per noi, come ci ricorda l’anno giubilare inziato lo scorso 8 dicembre, la Misericordia di Dio. Con Lui presente, in noi e negli altri, tutto è possibile. È possibile sconfiggere l’egoismo, il peccato, il fratricidio, l’odio alle religioni, gli attacchi alla vita, alla dignità umana, alla pace, alla casa comune che è il creato; la tratta degli esseri umani, le emigrazioni forzate, lo sfruttamento del lavoro, l’emarginazione dei più deboli. È possibile perdonare.

Siamo come quei pastori che vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge, e all’annuncio dell’angelo «si affrettarono» – dice letteralmente il testo greco – per andare sino a Betlemme a vedere il grande evento. Anche noi, ai quali non rimane che presidiare il bene rimasto – nel cuore, nella famiglia, nella città, nella politica, nella finanza, nella cultura – muoviamoci per vedere meglio, e capire sempre più profondamente, il mistero dell’incarnazione che congiunge cielo e terra. Afferriamo il suo significato per la nostra vita e la storia umana. Svegliamoci. Usciamo dalle nostre visioni corte ed anguste. Entriamo, ancora una volta, nella realtà del Natale. Comprendiamone la verità intera. Cogliamo le conseguenze di quel mirabile scambio che, come spiega sant’Agostino, avviene tra Dio e l’umanità, dal momento che il Verbo si è fatto carne: et Verbum caro factum est! Cerchiamo di capire perché il Bambino posto nella mangiatoia e non in una culla regale, dissolve le tenebre ed è luce per noi (cf Is 9, 1-6).

Nella Notte Santa, Dio viene a noi come uomo, affinché noi diventiamo veramente umani. Accogliendo l’Uomo Nuovo che è Cristo, ci umanizziamo, ricevendo la sua capacità divina di vincere il male, di perdonare, di amare. Diventiamo più umani perché il Figlio di Dio ci divinizza. Il Creatore del genere umano ci conferisce, assumendo un corpo, la sua divinità.

Nel Natale Dio, il «Cielo», si fa uomo, diventa «terra», perché l’uomo, la «terra», diventi Dio, «Cielo». Grazie all’admirabile commercium che avviene tra Dio e l’umanità non possiamo più ragionare alla maniera di Thomas Hobbes, teorizzatore di un umanesimo pessimista: homo homini lupus. L’uomo è per l’altro uomo un lupo, una bestia feroce. Dovremmo, piuttosto, pensare e dire con le parole di un altro filosofo, Baruch Spinoza: homo homini Deus. L’uomo è per l’altro uomo un «Dio». Ne derivano conseguenze importanti per le relazioni interpersonali, diverse da quelle comandate da una visione belluina dell’uomo: ossia relazioni di misericordia, di fraternità, relazioni familiari, solidali. L’uomo non dev’essere considerato un nemico, tantomeno uno «scarto», ossia un essere inutile ed inservibile, ma neppure uno strumento e una cosa da usare. La persona umana, ha spiegato bene Immanuel Kant, dev’essere sempre per l’altro un fine, mai un mezzo.

L’altro da me, l’altro «io», giacché in lui, come in me, abita Cristo, dev’essere considerato un simile, un mio pari nella dignità: non solo sul piano meramente umano, ma anche su quello divino.

Come ha scritto santa Edith Stein, ebrea convertita al cristianesimo, allieva e poi assistente del filosofo Edmund Husserl, morta nel lager di Auschwitz, «Dio è diventato un figlio degli uomini, affinché gli uomini potessero diventare figli di Dio».2 Mediante l’incarnazione e il dono del suo Spirito, il suo amore vive in noi. Agiamo come Lui, amiamo in maniera non semplicemente umana. «L’amore naturale tende ad avere per sé la persona amata e a possederla nella maniera più indivisa possibile. Cristo è venuto per riportare al Padre l’umanità perduta; e chi ama con il suo amore vuole gli uomini per Dio e non per sé. Questa è naturalmente nello stesso tempo la via più sicura per possederli eternamente; quando infatti abbiamo posto in salvo una persona in Dio, siamo con lei in Dio una cosa sola, mentre il desiderio di conquistarla conduce spesso – anzi prima o poi sempre – alla sua perdita. Ciò vale per l’altrui anima come per la propria e per ogni bene esteriore: chi si dedica alle cose esteriori per conquistarle e conservarle, le perde. Chi ne fa dono a Dio, le guadagna».3

Cristo, a noi che spesso abbiamo un cuore di pietra, indifferente all’altro, desidera donare un cuore di carne. Come già detto, Dio nella Notte Santa viene a noi perché diventiamo più umani. Ascoltiamo Origene: «In effetti, a che gioverebbe a te che Cristo una volta sia venuto nella carne, se Egli non giunge fin nella tua anima? Preghiamo che venga quotidianamente a noi e che possiamo dire: vivo, però non vivo più io, ma Cristo vive in me (Gal 2,20)» (in Lc 22,3).

Sì, per questo desideriamo pregare in questa Notte Santa con le stesse parole di Benedetto XVI: «Signore Gesù Cristo, tu che sei nato a Betlemme, vieni a noi! Entra in me, nella mia anima. Trasformami. Rinnovami. Fa che io e tutti noi da pietra e legno diventiamo persone viventi, nelle quali il tuo amore si rende presente e il mondo viene trasformato. Amen».4

1 Cf M. HEIDEGGER, Ormai solo un Dio ci può salvare, Guanda, Parma 1987, p. 136.

2 EDITH STEIN, Il mistero del Natale, Queriniana, Brescia 201511, pp. 29-30.

3 Ib., p. 33.

4 BENEDETTO XVI, Omelia del 24 dicembre 2009.

OMELIA per la presa di possesso delle parrocchie di FOGNANO, POGGIALE e CASALE PISTRINO di don MIRKO SANTANDREA
19-12-2015

In questa IV domenica di Avvento e ad anno straordinario del Giubileo della Misericordia iniziato, caro don Mirko Santandrea, prendi possesso della parrocchia di san Pietro in Fognano, ma anche delle comunità di Santa Maria in Poggiale, di santo Stefano in Casale, di san Cassiano e san Giovanni Battista in Ottavo. Giungi a questa tappa della tua vita sacerdotale dopo esserti dedicato, come vicerettore del Seminario regionale in Bologna, alla formazione di nuovi presbiteri. La Diocesi di Faenza-Modigliana ha così contribuito fattivamente ad un’istituzione indispensabile per preparare gli annunciatori del Vangelo nella Romagna, ove scarseggiano in maniera preoccupante.

Quanto tu ora farai sarà esattamente quello di continuare ad edificare, con l’aiuto del Signore, la porzione di Chiesa che vive ed opera in un ampio territorio ove i presbiteri si sono significativamente ridotti e da dove molti giovani, in cerca di condizioni più favorevoli di lavoro, se ne sono andati. L’emoraggia di forze giovani è congiunta alla carenza di adulti che si facciano carico di loro, accompagnandoli nel loro graduale inserimento nell’economia e nella società.

E così, una tardiva o mancata cooptazione, l’assenza di guide, assieme ad un ambiente culturale generale improntato al materialismo e al consumismo, avaro di prospettive di trascendenza, rendono i giovani particolarmente esposti alla deresponsabilizzazione, al non senso, all’edonismo, ed anche, purtroppo, alla droga.

La nostra società, l’economia e le comunità ecclesiali non possono permettersi il lusso di perdere i giovani, di lasciarli a se stessi, senza reali opportunità di impegno e di crescita in umanità e nella fede. Sarebbe resa vana la salvezza di Cristo. Ma verrebbe anche pregiudicato il futuro delle nostre parrocchie, delle associazioni e dei movimenti. I giovani, se responsabilizzati ed educati sanno rispondere con generosità ed entusiasmo. Occorre avere fiducia in loro. Solo così essi potranno dare il meglio di sé ed essere, come soleva ripetere Giorgio la Pira, il sindaco «santo» della città di Firenze, le rondini che annunciano una nuova primavera.

Caro don Mirko, la Chiesa ha bisogno, oltre che di nuovi santi presbiteri, anche di fedeli laici che sappiano essere nella comunità cristiana i protagonisti della sua costruzione in senso comunitario e missionario, secondo l’insegnamento del Concilio Vaticano II del quale stiamo celebrando il cinquantesimo anniversario con il Giubileo straordinario. Ma non basta. Come dice papa Francesco nell’ Evangelii Gaudium (=EG) , in un contesto di marcata sfiducia nei confronti del messaggio della Chiesa e un certo disincanto, occorre aiutare i vari operatori pastorali a vincere quella sorta di inferiorità che li conduce a relativizzare o ad occultare la loro identità cristiana e le loro convinzioni. Ed, inoltre, va contrastata la più grande minaccia che è il grigio pragmatismo della vita quotidiana della Chiesa, nel quale tutto apparentemente procede nella normalità, mentre in realtà la fede si va logorando e degenerando nella meschinità. Si sviluppa la psicologia della tomba, che a poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo (cf EG n. 83).

Altri rischi, che vanno contrastati con determinazione ed intelligenza, sono quelli della mondanità spirituale e della estraneazione dalla vita sociale e politica. La mondanità spirituale consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana ed il benessere personale. Può toccare tutti i credenti, compresi i presbiteri. Si tratta di un modo sottile di cercare i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo. Tra le espressioni della mondanità spirituale, presso alcuni fedeli laici impegnati nella comunità, può esserci la pretesa di «dominare lo spazio della Chiesa» (cf EG n. 95).

Detto diversamente, può emergere la voglia di farsi gruppo a sé stante, di pochi intimi, con l’obiettivo di imporre la propria esperienza spirituale e il proprio iter formativo a tutti gli altri, sganciandosi anche dal costante riferimento ai responsabili delle comunità parrocchiali e al vescovo.

Per quanto concerne l’estraneazione rispetto al sociale e alla politica, ecco quanto scrive papa Francesco: «Anche se si nota una maggior partecipazione di molti ai ministeri laicali, questo impegno non si riflette nella penetrazione dei valori cristiani nel mondo sociale, politico ed economico. Si limita molte volte a compiti intraecclesiali senza un reale impegno per l’applicazione del Vangelo alla trasformazione della società. La formazione dei laici e l’evangelizzazione delle categorie professionali e intellettuali rappresentano un’importante sfida pastorale» (EG n. 102).

Sono molte le esigenze delle nostre comunità, che si edificano sul fondamento della Parola di Dio, sull’Eucaristia e sugli altri sacramenti. Sono diverse le categorie di persone alle quali un parroco deve andare e far sentire la sua vicinanza di pastore, maestro e guida: bambini, ragazzi, giovani, professionisti, lavoratori, industriali, persone della cooperazione, amministratori della cosa pubblica, maestri, anziani, ammalati, divorziati. Il lavoro pastorale non ti mancherà. Non sarai certamente disoccupato. Ci può essere, piuttosto, il rischio dello stress. Ma quando gli impegni sono assunti con passione l’usura del proprio cuore e della propria mente è minore.

Consapevole delle molteplici comunità e categorie di persone che accompagnerai e guiderai, non desisto, tuttavia, dall’affidarti, in solido con gli altri confratelli parroci e presbiteri del territorio, l’incarico di coltivare e di accompagnare i giovani verso la montagna che è Gesù Cristo, per renderli capaci di annuncio e di testimonianza credibile anche presso i loro coetanei. È noto che molti giovani si allontanano dalle loro comunità ecclesiali perché non trovano risposte alle loro inquietudini o alle loro richieste. Occorre parlare con loro nel linguaggio che essi comprendono. Si deve riconoscere che, nell’attuale contesto di crisi dell’impegno e dei legami comunitari, sono molti i giovani che offrono il loro aiuto solidale di fronte ai mali del mondo e intraprendono varie forme di militanza e di volontariato. Alcuni partecipano, in vario modo, alla vita della Chiesa, ma sono troppo pochi. Devono, poi, essere di più quelli che donano al Signore se stessi nel sacerdozio o nella vita consacrata. È specialmente preso i giovani che devono trovare maggior ospitalità la forza e lo slancio missionario. Tu, come il parroco don Stefano Vecchi che ti ha preceduto e che ringraziamo per il suo prezioso servizio pastorale, non ne sei sprovvisto. Non perderli. Maria, Madre della Misericordia, ti assista e ti accompagni nel far vivere a tutti, piccini e grandi, la grazia speciale del Giubileo che abbiamo appena iniziato.