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OMELIA per la GIORNATA della SALVAGUARDIA del CREATO
Felisio - 1 settembre 2015
01-09-2015

IN CRISTO UN UMANESIMO DELLA CUSTODIA DEL CREATO

Un umano rinnovato per abitare la terra

Nella decima Giornata per la custodia del creato siamo invitati a riflettere sull’urgenza di vivere Cristo, di vivere in Lui, per diventare protagonisti di un nuovo umanesimo con riferimento alla questione ecologica: per abitare e custodire la terra abbiamo bisogno di un umano rinnovato.

Il tema specifico della Giornata di quest’anno è stato scelto in vista del prossimo Convegno Ecclesiale Nazionale di Firenze (9-13 novembre 2015), che si concentrerà proprio sulla ricerca di un nuovo umanesimo a partire da un rinnovato incontro con Cristo.

Mi preme sottolineare che celebriamo – Arcidiocesi di Ravenna-Cervia e Diocesi di Faenza-Modigliana – la Giornata in uno spirito ecumenico, assieme ad altre Chiese, come quelle Ortodosse. Ricordo, a questo proposito, che papa Francesco, il 6 agosto scorso, imitando la Chiesa Ortodossa, ha istituito anche nella Chiesa Cattolica la “Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato”, che, a partire proprio da quest’anno corrente, sarà celebrata il 1° settembre.

Cari fedeli, care associazioni, è accettando Gesù Cristo, è innamorandoci di Lui che possiamo essere capaci di risolvere la crisi ecologica odierna, che è anzitutto crisi dell’uomo, del suo comportamento nei confronti di Dio e del creato. Papa Francesco, nella sua enciclica sociale Laudato sì’ (=LS), più volte ha ricordato che si può cambiare un rapporto di dominio e di rapina, di spreco dissennato delle risorse solo se ci saranno persone nuove nel pensiero, nel cuore, nell’azione. In sostanza, solo se ci sarà in loro una conversione spirituale. Ci dev’essere una profonda conversione ecologica, ossia relativa all’ambiente, che prevede prima la conversione a Dio. È possibile parlare di peccati ecologici perché, in ultima analisi, si riconosce di peccare contro Dio, contro il suo progetto sull’umanità e sul creato.

Cari fratelli e sorelle, possiamo disporre di persone nuove, che non distruggano la casa comune danneggiando anche i propri fratelli, proprio mediante la conversione a Dio, abbandonando visioni errate o riduttive sull’uomo e sui suoi compiti. Occorre, in particolare, superare quell’antropocentrismo deviato che abbiamo ereditato dalla cultura moderna, e secondo il quale l’uomo è creatore della realtà e, quindi, è misura della verità delle cose; è dotato di una libertà senza limiti, e la ragione tecnica è il bene più grande. Se l’uomo si considera Dio, proprietario assoluto del creato, giunge a coltivare, inevitabilmente, un’ideologia di dominio e di potere, e compie le sue scelte sulla base di un relativismo pratico, per il quale non vi sono verità oggettive né principi stabili, se non quelli posti da lui. Secondo un’antropologia prometeica, solo la tecnica, assieme al mercato, è capace di risolvere i problemi della fame e della miseria del mondo. E così è fatto prevalere su tutto, anche sull’economia, sulla finanza, sulla politica, sulla gestione dell’ambiente e della terra un paradigma tecnocratico.

Ma se non esiste una verità oggettiva né vi sono principi stabili non vi sono limiti all’aborto, alla tratta degli esseri umani, alla criminalità organizzata, al narcotraffico, al commercio di diamanti insanguinati (cf LS n. 133), allo sfruttamento indiscriminato delle risorse. Ci si comporta in maniera egoista, pensando solo a se stessi, mostrando indifferenza nei confronti dell’altro, approfittando di lui, trattandolo come una cosa.

Per quanto detto sin qui, se non si vuole dilapidare e inquinare il pianeta e, di conseguenza, danneggiare il nostro territorio e i più deboli, occorre reagire con forza ad una visione distorta sull’uomo, sulla sua libertà, sulla sua relazione con il creato e i propri fratelli. Occorre, con la conversione a Dio e ai giusti rapporti che egli desidera che abbiamo con il creato, abbandonare quanto prima quell’antropocentrismo individualistico ed utilitaristico di cui sono impregnate la nostra cultura e i nostri stili di vita, e che inducono ad essere predatori, schiavi di una mentalità consumistica e dello spreco. Papa Francesco indica sostanzialmente tre vie di uscita.

La prima via è rappresentata da un insieme di convinzioni di fede che con la loro prospettiva integrano quelle offerte da altri saperi, non esclusa la tecnoscienza, prodotto meraviglioso della creatività umana, che così viene ridimensionata, ricondotta alla sua giusta valenza, rispetto alla sua assolutizzazione. Lo sguardo della fede consente un approccio più completo alla complessità della crisi ecologica e, quindi, una conoscenza più esaustiva delle sue cause e delle terapie necessarie. Le soluzioni non possono derivare da un unico modo di interpretare e trasformare la realtà. Nessuna forma di saggezza può essere trascurata. La fede offre alcuni punti essenziali di riferimento che sono indispensabili per il nostro discernimento e sono raccolti nel capitolo della LS intitolato il «Vangelo della creazione». Eccoli:

La natura ci precede e ci è donata da Dio come ambiente di vita: un ambiente che porta scritta in sé una «grammatica» che l’uomo deve saper leggere, non stravolgere, bensì apprendere per un uso corretto delle risorse e per lo sviluppo della creazione;

Il creato, come la terra, appartiene a Dio (Dt 10,14), e sono state donate all’umanità non come una proprietà esclusiva, bensì come realtà destinate a tutte le generazioni. Il creato e l’ambiente sono un prestito che ogni generazione riceve e deve trasmettere alla generazione successiva. Detto diversamente, è inscritta nella creazione e nella terra una destinazione universale, che è una «regola d’oro» per l’uso dei beni (cf LS n. 93);

Dal fatto di essere creati ad immagine di Dio e dal mandato di soggiogare la terra non si può dedurre un dominio dispotico sulle altre creature (cf LS n. 67);

Ogni comunità può prendere dalla bontà della terra ciò di cui ha bisogno, ma ha anche il dovere di tutelarla e di garantire la continuità della sua fertilità per le generazioni future;

La libertà dell’essere umano non è senza limiti o indifferente nei confronti del bene, del vero e di Dio: è per la verità, il dono e per Dio;

Essendo stati creati dallo stesso Padre noi esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, una comunione: la desertificazione del suolo, ad esempio, è come una malattia per ciascuno;

Il traguardo del cammino dell’universo è nella pienezza di Dio, raggiunta da Cristo risorto, fulcro della maturazione universale. Lo scopo finale delle altre creature non siamo noi. Tutte avanzano verso Dio.

Da questi fulcri del «Vangelo della creazione» deriva una nuova visione dell’uomo, delle sue relazioni con il creato e con i propri fratelli. Detto altrimenti, deriva un nuovo umanesimo, che si rafforza vivendo in comunione con Gesù Cristo l’Uomo Nuovo per eccellenza. Detto diversamente, deriva un nuovo umanesimo:

Aperto alla realtà, al suo mistero: un umanesimo non chiuso in se stesso, totalmente autonomo rispetto a Dio e al creato, bensì segnato dalla dipendenza nei confronti di un principio primo originario e originante e, quindi, un umanesimo caratterizzato da una libertà che riconosce il proprio limite, la bellezza della verità, la grandezza dell’universo che è come un libro scritto da Dio, in cui ogni creatura ha un suo essere e una sua funzione che non sono strumentali all’uomo. Lo scopo finale delle altre creature non siamo noi. Tutte avanzano verso Dio;

Relazionale, che si realizza attraverso il riconoscimento della trascendenza, il dono di sé, vivendo in armonia e giustizia con i propri fratelli, con il creato, portandoli al loro compimento in Dio;

Integrale, tale cioè da integrare le molteplici dimensioni che lo costituiscono: soggettiva, etica, sociale, economica, politica, ambientale, culturale e religiosa. L’autentico umanesimo, come anche l’ecologia, non è a una sola dimensione.

La seconda via di uscita da un antropocentrismo deviato, come quello oggi dominante, secondo papa Francesco, è data dall’ideale storico e concreto dell’ecologia integrale.

Al fine di poter meglio conoscere la crisi ecologica nelle sue molteplici sfaccettature, di poter esprimere un giudizio teologico, antropologico ed etico su di essa, e di poter meglio individuare le cose da fare per salvaguardare l’ambiente, papa Francesco segnala ciò che possiamo anche chiamare il principio dell’ecologia integrale. La crisi ecologica si risolve affrontando e superando la crisi antropologica ed etica. Non è pensabile di curare i mali dell’ambiente senza curare i mali dell’uomo, della società e della cultura. Poiché la crisi ecologica è inestricabilmente connessa con la crisi dell’uomo, occorre pensare ad un’ecologia integrale, comprendente le dimensioni ambientali, umane e sociali. C’è bisogno di un umanesimo ecologico, capace di integrare storia, cultura, economia, architettura, vita quotidiana nelle città e nelle aree rurali, vita equilibrata degli ecosistemi. Se tutto è in relazione, anche lo stato di salute delle istituzioni di una società, compresa la famiglia, comporta conseguenze per l’ambiente. Ogni degrado della famiglia, della vita cittadina, degli spazi e delle aree pubbliche e private, delle leggi, della cultura, della scuola provoca danni ambientali. Occorre pertanto coltivare un’ecologia sociale, senza la quale non si perviene ad un’ecologia integrale.

La terza via di uscita da un antropocentrismo deviato come quello consumistico e materialista, neoutilitarista, è rappresentata dall’educazione e dalla spiritualità, considerate congiuntamente.

Gli esseri umani, capaci di degradarsi sino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi. Non esistono sistemi sociali e culturali che annullino completamente l’apertura innata al vero, al bene, alla bellezza. È possibile risalire la china, impiantare una nuova cultura, mobilitare le coscienze, formare movimenti di consumatori che smettano di acquistare certi prodotti e così diventino, mediante il loro portafoglio, capaci di influire sul comportamento di alcune imprese che puntano solo al profitto e non rispettano l’ambiente.

L’educazione ad un’ecologia integrale diventa possibile previa elaborazione di un nuovo umanesimo integrale, sociale, solidale, aperto alla trascendenza, che sollecita ad uscire da se stessi e ad infrangere l’autoreferenzialità. La suddetta educazione non deve limitarsi a dare informazioni scientifiche, a far prendere coscienza e a far prevenire rischi. Deve includere, per quanto già detto, una severa critica dei «miti» della modernità, basati su una ragione strumentale; deve aiutare a recuperare i diversi livelli dell’equilibrio ecologico, a fare quel salto verso il Mistero che solo consente di dare un fondamento certo all’etica ecologica. L’obiettivo principale è quello di formare ad una cittadinanza ecologica, a tutta quella serie di piccole azioni quotidiane che diffondono un bene nella società e restituiscono il senso della dignità, come: evitare l’uso di materiale plastico o di carta, ridurre il consumo di acqua, differenziare i rifiuti, cucinare solo quanto ragionevolmente si potrà mangiare, trattare con cura gli altri essi viventi, piantare alberi, spegnere le luci inutili, riutilizzare qualcosa invece di disfarsene.

Ambiti educativi alla cittadinanza ecologica sono: i mass media, la catechesi, la famiglia, i Seminari, i movimenti e le associazioni. All’educazione di una cittadinanza ecologica può offrire un validissimo contributo la spiritualità cristiana. Questa aiuta:

A vivere motivazioni ben radicate che, con idee chiare, aiutano a vivere una vera e propria passione per la cura del mondo;

A compiere quella conversione ecologica, personale e comunitaria, di cui si è già parlato. La conversione ha per oggetto non tanto e non solo un cambio di atteggiamenti nei confronti dell’ambiente, quanto piuttosto un cambiamento nei confronti della creazione di Dio e del suo progetto sul mondo e sull’umanità;

A comprendere l’insufficienza dell’essere «buoni» singolarmente. Per rispondere in maniera pertinente ed efficace ai problemi sociali ed ambientali è necessario costruire reti comunitarie;

A nutrire stili di vita improntati alla sobrietà, alla condivisione, alla semplicità, alla contemplazione, allo stupore;

A pregare, ringraziando Dio per i suoi doni, per la sua redenzione che fa nuovo l’uomo e lo stesso creato;

A celebrarla nei sacramenti, specie nell’Eucaristia, rinnovando la personale adesione alla propria vocazione di custodi del creato.

È senz’altro di grande significato la presenza congiunta del Corpo forestale e delle Associazioni dei coltivatori. In questo modo essi dichiarano il loro impegno nella custodia del creato, in una porzione stupenda del territorio che si trova qui in Romagna. Se noi possiamo godere dei frutti della terra, di un patrimonio ambientale ed agroalimentare così cospicuo e meraviglioso, lo dobbiamo, in particolare, anche a loro. Credo che per noi sia l’occasione di prendere coscienza dell’importanza e dell’indispensabilità di queste forze specializzate nella tutela e nella promozione del creato a vantaggio di tutti. Forse non sempre apprezziamo adeguatamente il loro lavoro sacrificato.

Celebrare la Giornata della Custodia del creato, in un modo non formale, è anche occasione per pensare al supporto che la società intera deve mostrare nei loro confronti. Quando venga meno la presenza degli agricoltori nelle zone collinose e montagnose subito, specie in coincidenza di calamità naturali, ci si accorge della loro indispensabilità per la tutela del territorio. Noi oggi abbiamo bisogno di una maggior stima nei confronti di coloro che con fatica e con redditi e mezzi molto scarsi si dedicano alla custodia e alla coltivazione della terra. Politiche che sostengano i redditi e aiutino la diversificazione produttiva consentono all’intelligenza umana di creare ed innovare, ed anche di proteggere l’ambiente e creare più opportunità di lavoro.

Al termine di queste riflessioni ringrazio i responsabili dell’Ufficio Pastorale Sociale e del Lavoro, Giustizia e Pace, Custodia del Creato dell’Archidiocesi Ravenna-Cervia e del Centro per la Pastorale Sociale della Diocesi di Faenza-Modigliana per l’organizzazione di questa celebrazione. Grazie anche a tutti voi qui presenti che vi renderete sicuramente protagonisti nella ricezione, nell’approfondimento, nella sperimentazione dell’enciclica LS di papa Francesco, a partire dalle vostre comunità parrocchiali, dalle vostre Associazioni.

OMELIA per le esequie di MONS. GIUSEPPE PIANCASTELLI
Brisighella - Collegiata, 28 agosto 2015
29-08-2015

  1. Morte lacerazione profonda ma non totale

La morte è esperienza tragica di rottura con questo mondo, con la nostra condizione terrena, con le nostre responsabilità, con la nostra comunità e famiglia. I nostri progetti finiscono repentinamente. Mentre ci ritenevamo fino a poco tempo prima indispensabili, con la nostra scomparsa  non lo siamo più. La storia prosegue nel suo cammino senza sosta e senza di noi. Lasciamo tutto. Non portiamo nulla con noi. Tutto finisce e non apparteniamo più a questa terra, a noi tanto cara, se non con i nostri resti mortali, e con una nuova presenza invisibile. La nostra morte recide i legami terreni, e tuttavia non ci separa del tutto dai nostri fratelli e da Dio. La vita non è tolta ma trasformata (cf 1 Cor 15, 51-57). Nulla ci separerà dall’amore di Cristo (cf Rm 8,35). Sant’Agostino, santo di cui oggi la Chiesa celebra la memoria così si esprimeva a proposito della morte: «La morte non è niente. Sono solamente passato dall’altra parte: è come fossi nascosto nella stanza accanto. Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora. La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza. Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo». Cara comunità di Brisighella ricordiamo Mons. Giuseppe, sempre così attento alle persone, specie ai poveri, come uno che sta nella stanza accanto alla nostra. Preghiamolo, sorridiamo come prima, pensiamolo.
 
 

  1. Morte liberazione dal contingente e apertura all’incorruttibilità, alla pienezza di Dio

La morte, per alcuni aspetti, è una liberazione dalle nostre ansie e dai limiti dovuti alla contingenza, al male. Con la morte, che è il massimo della nostra fragilità, siamo, specie quando avanza l’età e crescono le malattie, sollevati dal limite, dalla sofferenza, dal sentirci sproporzionati rispetto ai nostri compiti. Siamo portati verso la vivente Luce che è Dio, pienezza di vita. Se i pesi delle croci che portiamo con Cristo, per suo amore, uniti a Lui, possono essere fonte di redenzione, nondimeno schiacciano e fanno sentire la loro forza condizionatrice, distruttiva. Monsignor Giuseppe, in un incontro avuto con me, dopo il mio ingresso di qualche mese fa, dopo aver espresso alcune sue preoccupazione di fronte alla complessità di alcune situazioni della parrocchia, aveva confidato il desiderio di essere trasferito. Viveva quasi in punta di piedi, ha scritto un suo collaboratore. Non amava i clamori. Preferiva agire ed influire nel nascondimento, formando le coscienze, affinandole nel giudizio, non ignorando, anzi apprezzando e sapendo utilizzare al meglio quei mezzi di comunicazione sociale, che sono stati definiti il quarto potere, ma che per lui erano considerati soprattutto un megafono per dire dai tetti la Parola. La sua morte improvvisa ha provocato per noi, per lui e per questa comunità le condizioni di un passaggio radicale. Ora, tocca ad altri predisporre i nuovi piani pastorali, organizzare la carità, annunciare con gioia il Vangelo, piantare e coltivare, spezzare il pane della Parola e dell’Eucaristia. Quando ci avviamo al giorno senza tramonto, come già detto, non ci separiamo del tutto dai nostri fratelli, ma partecipiamo alla vita delle comunità qui in terra collocandoci in un’altra dimensione. Ci teniamo uniti mediante la comunione dei santi, mediante il ponte che è Cristo, Sommo Sacerdote, e che, come Dio-Uomo, tiene unite le due sponde, quella della mortalità e quella dell’immortalità. I sacerdoti, i religiosi, i fedeli laici che passano ad un’altra esistenza, rivestendosi di incorruttibilità, sono presenti in un altro modo, fanno il tifo per coloro che rimangono, sostenendoli spiritualmente e moralmente nel loro pellegrinaggio verso la meta finale, la città santa, la gioia della Gerusalemme celeste.
 

  1. L’incontro a cui aneliamo

Poco tempo fa, celebrando la solennità di santa Chiara nel convento delle Clarisse di Faenza abbiamo avuto modo di ricordare anche il momento del suo trapasso. La santa, nel momento del suo distacco dalla comunità che aveva fondato e dalla Chiesa – che, assieme a Francesco, aveva contribuito a riparare, specialmente dal punto di vista spirituale – fu consolata dalla visita di papa Innocenzo IV, di cardinali e di prelati. Don Giuseppe è partito dalla sua comunità senza avere nessuno accanto, senza che nessuno, come desiderò per sé il Cardinale Martini, gli tenesse la mano nel momento della partenza. Egli ha condiviso la sorte di tanti poveri e di tante persone sole. Con ogni probabilità, quando giungerà la nostra ora – dobbiamo essere sempre pronti a prendere in mano il bastone da viaggio e a calzare i sandali – non avremo al nostro capezzale chissà quali personaggi – sicuramente sarebbe auspicabile avere una presenza amica e fraterna -, ma sarà soprattutto consolante l’incontro con il Signore, il Pastore dagli occhi grandi che vede oltre il buio della morte e ci conduce a casa, dal Padre. Nelle vicende della nostra vita, affrontiamo la strada ad occhi aperti, lottiamo ed amiamo anche quando l’uomo esteriore si sta disfacendo, desiderando sempre e solo Lui, la pace della sua presenza, fissando lo sguardo sulle cose di lassù.
 

  1. Caro Monsignor Giuseppe, Dio ti accolga nel suo abbraccio

La dipartita di un figlio per il padre, di un sacerdote e di un confratello del presbiterio è una ferita profonda al cuore. Quello che non abbiamo fatto in tempo a darti, caro don Giuseppe, te lo doni il Padre, Colui che vede tutto e che tu hai amato sopra ogni cosa, donandolo a tutti quelli che hai incontrato con il tuo ministero pastorale e culturale. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna», ci ha assicurato Gesù (Gv 6, 51-58). Noi viviamo con questa fede e ti pensiamo nell’abbraccio di Dio.
 Peraltro, non si deve interrompere una maternità e una paternità nei confronti della comunità che ti ha avuto quale padre e maestro zelante e premuroso. Proprio per questo ieri stesso ho provveduto a nominare amministratore parrocchiale il sig. don Vecchi Stefano, Vicario foraneo della porzione di Chiesa che include la comunità di Brisighella. La Madonna del Monticino che veglia sulla città accolga l’arciprete Mons. Giuseppe Piancastelli e accompagni l’intera comunità nel suo cammino di fede e di crescita nell’amore di Dio.

OMELIA per la FESTA di SANTA CHIARA
Faenza, Monastero Santa Chiara - 11 agosto 2015
11-08-2015

SANTA CHIARA

Faenza, Convento di santa Chiara, 11 agosto 2015.

  1. La scelta di Cristo

Chiara, rinuncia a nobiltà e ricchezza, per vivere umile e povera, per essere tutta di Cristo. Questa sua scelta è frutto di molte concause. Essa, però, per essere ben compresa, va letta in particolare, come suggerisce nella prima Lettura il profeta Osèa, in termini nuziali. Proprio nella sua giovinezza, allorché si è chiamati a decidere o a confermare l’orientamento della vita, sente di essere irresistibilmente attratta dal suo Signore. Si verifica per Chiara ciò che è avvenuto e avviene per l’umanità, per la Chiesa: Dio in Gesù è innamorato di noi ed esercita, in mille modi, una forma di seduzione pervasiva ed avvolgente, finché non ci si innamora di Lui, non ci arrendiamo a Lui, come accadde per i profeti (cf ad es. Ger 20,7-9). E, così, si avvera per Chiara quanto è stato profetizzato da Osèa: «Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore» (2, 16b.17b.21-22).

Dio ci chiama ad essere suoi, vivendo della sua tenerezza, della sua fedeltà. Non siamo noi a sceglierlo per primi. Egli ci ha pensati, voluti, creati per l’amore con Lui, per essere e vivere nella giustizia e nel diritto, per rispondere al suo amore con amore, ed essere suoi sposi per sempre.

Dio pensa un’umanità in piena comunione con Lui, sostenuta ed alimentata dalla sua Vita di Amore e di Dono, perché possa godere della sua pienezza e della sua felicità.

A 18 anni, con un gesto audace, con la spregiudicatezza di chi è invaghito della vita ed è attratto dalla sua sorgente incontaminata e altissima, Chiara lascia la casa paterna. Raggiunge segretamente altri giovani, i frati minori di Francesco, presso la piccola chiesa della Porziuncola. Là, la domenica delle Palme del 1211, l’attendono fratelli innamorati di Dio, che per Lui avevano abbandonato tutto e si erano consacrati ad annunciare la bellezza del suo amore, vivendo la spogliazione di Cristo, fattosi umanità, tutto a tutti.

Francesco tagliò i capelli a Chiara che indossò un rozzo abito penitenziale. Era un gesto chiaramente simbolico: da quel momento Chiara era diventata la sposa di Cristo, umile e povero. Tutta per Cristo, solo per Lui e la sua Chiesa, per l’umanità, con cuore indiviso, con uno stile di vita segno dell’abbandono totale a Lui, alla sua Provvidenza.

  1. La fecondità del suo esempio

Nella Vita di santa Chiara, attribuita a Tommaso da Celano, si racconta del contagio provocato dall’esempio di Chiara, con la sua decisione, con il suo proposito di essere, assieme ad altre compagne di viaggio, comunità nuova sul monte, luce per il mondo: una comunità che viveva non nella separatezza, nella chiusura al mondo e alla Chiesa. Era, infatti, comunità che viveva nella Chiesa, per essere di, in e per Cristo in maniera emblematica ed eroica; era comunione di credenti, che viveva dei doni materiali e dell’affetto degli altri credenti: questi ne erano beneficati con lo splendore e l’attrazione di un’esistenza che si mostrava più conforme a quella di Cristo, traendone energia e capacità di dono nel proprio stato di vita.

L’esempio di Chiara, delle altre sorelle minori, come già accennato, provoca in Italia e in Europa una forte emulazione, che si spande a macchia d’olio, specie tra i giovani, coppie di sposi, nobili, regine ed eredi al trono. Molti di essi desiderano essere testimoni di una mistica sponsale e fare di Cristo il loro amore più grande. Ecco quanto si può leggere nella Vita di santa Chiara: «Sul suo esempio si affrettano le vergini a conservarsi come sono per Cristo; le donne sposate stabiliscono di vivere in modo più casto; le nobili e aristocratiche, disprezzati i grandi palazzi, si costruiscono stretti monasteri e considerano grande gloria vivere per Cristo in cenere e cilicio. Ed anche l’impeto dei giovani è sospinto verso battaglie immacolate ed è provocato al disprezzo dei piaceri della carne dai forti esempi del sesso debole. Molti coniugi, infine, scelgono di mutuo accordo la continenza: i mariti entrano in ordini religiosi, le mogli in monasteri. La madre invita la figlia e la figlia invita la madre a seguire Cristo, la sorella attrae le sorelle e la zia le nipoti. Tutte desiderano servire Cristo con lo stesso fervore» (cf MARCO BARTOLI, Chiara. Una donna tra silenzio e memoria, Edizioni san Paolo, Milano 2001, pp. 167-168).

  1. Il nostro impegno oggi

Leggendo la vita di santa Chiara e di san Francesco, si scorge che la loro vita di totale consacrazione a Cristo si traduce nell’impegno di rendere più giovane e bella la Chiesa, ricostruendola là ove è cadente. Non va dimenticato, infatti, che Francesco si convertì più convintamente all’amore di Cristo e al servizio della Chiesa di fronte al Crocifisso di san Damiano, una chiesetta diroccata. Mentre era in ginocchio davanti alla Croce una voce gli fece udire: «Francesco, va’ e ripara la mia casa che vedi tutta distrutta». Francesco, i suoi frati minori e le sorelle minori di Chiara, si sentivano impegnati non solo a ricostruire le chiese fatte di pietre materiali, ma specialmente la chiesa costruita con pietre spirituali.

Questi semplici cenni storici su Chiara e su Francesco d’Assisi, maestro di fede, amico spirituale della santa, ci fanno riflettere sulla novità di vita che portarono nella Chiesa del loro tempo. Abbiamo noi oggi altri san Francesco o altre santa Chiara che provocano nella Chiesa un movimento di rinascita e di consacrazione a Cristo? Riusciamo noi ad accompagnare i nostri giovani nel rispondere al fascino che Dio esercita su di loro, sino ad innamorarli di Lui?

In una società che tiene i giovani in panchina – molti né studiano né lavorano – oppure addirittura li scarta o li abbandona ad esperienze pericolose come quelle delle discoteche insicure; in una società in cui i giovani sono sollecitati a vivere né come padri né come madri, né come vergini, siamo noi figure carismatiche e profetiche come Chiara e Francesco, capaci di mostrare la bellezza dell’amore di Cristo e del donarsi a Lui totalmente? Impegniamo i giovani nel rinnovare o nel ricostruire la Chiesa? Riconosciamo che, anche noi, nella nostra Diocesi, senza ignorare il bene che si compie e i giovani che con entusiasmo si donano al Signore, abbiamo non solo l’urgenza di riparare i tetti delle chiese, di vendere proprietà per pagare i debiti, ma anche di ricostruire un tessuto comunitario e culturale che si sta sfilacciando e impoverendo: per scarsità di nascite, per calo di vocazioni sia religiose che laicali, per diminuzione di scuole e istituzioni cattoliche, per associazioni ed organizzazioni che perdono di vista la propria identità e funzione in linea con l’ispirazione cristiana, per mancanza di visione, di sguardo verso il futuro? Non abbiamo la necessità di convertirci pastoralmente, pedagogicamente, spiritualmente, come sollecita a fare papa Francesco? Per ritrovare la dolcezza e la pace incredibile dell’essere totalmente di Cristo, per ritrovare slancio missionario e desiderio di essere portatori della sua gioia, guardiamo a santa Chiara, ma anche a santa Umiltà, che le somiglia molto e che è co-patrona della nostra città. Sono i santi che ci aiutano a cambiare la Chiesa e il mondo in meglio, li trasformano in modo duraturo, immettendo le energie che solo l’amore ispirato dal Vangelo può suscitare. I santi sono i nostri grandi benefattori, le nostre guide nel forgiare progetti di rinnovamento spirituale e culturale! Essi sono per noi fonte di gioia e di speranza. Preghiamoli. Chiediamo che ci portino a Gesù!

Nella Solennità di S. Chiara rendiamo grazie al Signore per il dono delle Sorelle Clarisse che continuano la speciale missione dell’umile pianticella di S. Francesco  a favore dell’umanità intera. Siano esse fedeli a quello stile di vita che le contraddistingue quali «pellegrine e forestiere in questo mondo»: lo siano con tutte le creature del mondo, come sollecita a fare la lettera enciclica Laudato sì’ di papa Francesco.

                                                   + Mario Toso, vescovo

OMELIA per la Solennità dei Ss. PIETRO e PAOLO
Faenza - Basilica Cattedrale, 28 giugno 2015
28-06-2015

Cari fratelli e sorelle,

celebriamo oggi la solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, due giganti della Chiesa, fratelli nella fede, diversi per carattere e per approccio alla nascente esperienza cristiana, eppure uniti nello stesso amore a Cristo, creduto e donato a tutti, sino al martirio. Quando ci rechiamo a Roma, a visitare la Basilica di san Pietro, due imponenti statue ce li raffigurano uno con le chiavi, simbolo del potere di rimettere i peccati, e l’altro con la spada, lo strumento con cui fu ucciso. Entrambi hanno servito la Chiesa, ognuno a modo proprio, con un proprio ministero, vivendo per Cristo.

È quanto mai istruttivo seguire i testi della liturgia odierna per cogliere la coscienza di questi due sommi apostoli, entrambi perseguitati per il loro amore a Cristo. La loro consapevolezza di essere sempre aiutati dal Signore ci è di conforto tra le molteplici prove della vita.

Pietro viene imprigionato dal re Erode, per far piacere ai Giudei che lo odiavano e lo volevano morto. Ma, nella notte, prima di essere presentato al popolo, venne liberato da un angelo sfolgorante, mentre dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui. Tutto avviene nella fretta. Pietro era tra il sonno e uno stato di dormiveglia. Appena liberato, riavutosi, così si esprime: «Ora so veramente che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode e da tutto ciò che il popolo dei Giudei si attendeva» (At 12, 11).

Paolo, l’apostolo delle genti, invece, sta per essere decapitato. Ecco qual’è il suo stato d’animo: «[…] io sto per essere versato in offerta… Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede… Il Signore mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno…».

Sia Pietro sia Paolo attribuiscono a Dio la loro liberazione. Dio libera i suoi discepoli da ogni male, dalla persecuzione, dalla prigionia e dalla stessa morte che essi subiscono.

Ancora oggi la Chiesa è sottoposta a persecuzioni. In tante parti del mondo è Chiesa di martiri. Basta essere cristiani per diventare bersaglio di coloro che odiano Cristo e la sua Croce. Anche nei nostri Paesi occidentali, la Chiesa sembra debba prepararsi a sostenere attacchi tesi a ridurre la sua libertà di espressione. Basti pensare che in Italia giacciono in parlamento progetti di legge secondo i quali se qualcuno, pastore o credente, sostenesse pubblicamente che la famiglia vera è solo quella fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna – come peraltro è riconosciuto nella costituzione italiana – sarebbe dichiarato omofobo, intollerante e razzista, soggetto da perseguire penalmente. Evidentemente, i credenti hanno il compito di impegnarsi per influire affinché non vadano in porto simili progetti illiberali e intolleranti.

Per i credenti che lottano per il bene e per la giustizia, viene dai testi biblici, che abbiamo sentito proclamare, questa consolazione: Dio è vicino ai suoi fedeli servitori. Li libera da ogni male. Libera la Chiesa dalle potenze negative del male.

Se pensiamo ai due millenni di storia della Chiesa, occorre riconoscere che se non sono mai mancate le persecuzioni, non è neanche mai mancato l’aiuto del Signore. Egli non ha lasciato soccombere la sua stirpe. Però, come per tutti i beni, anche la libertà della Chiesa non è mai un dato scontato e definitivo. Essa va sempre ricercata e difesa. Il nostro non dev’essere il metodo della lotta contro le persone che la pensano diversamente da noi. È, piuttosto, il metodo della lotta per il bene e la giustizia, scendendo anche in piazza se occorre, come è avvenuto recentemente, a favore della famiglia. Altre opere di giustizia, di diversa portata, vanno realizzate là ove è pregiudicata la stessa esistenza fisica delle comunità cristiane, come in Medio Oriente, in Paesi arabi e in Africa. Purtroppo dobbiamo lamentare, da parte dei grandi della terra, indifferenza, lentezza. Spesso volgono lo sguardo altrove.

Ma le persecuzioni, malgrado le sofferenze che provocano, non costituiscono ancora il pericolo più grave per la Chiesa. Spesso i pericoli peggiori vengono dal di dentro. Il danno maggiore che la Chiesa subisce proviene da ciò che inquina la fede e la vita cristiana dei suoi membri e delle sue comunità, intaccando l’integrità del Corpo mistico, indebolendo la sua capacità di profezia e di testimonianza, deturpando la bellezza del suo volto. La seconda Lettera a Timoteo di cui abbiamo ascoltato un brano, parla di pericoli degli «ultimi tempi», identificandoli con atteggiamenti negativi che appartengono al mondo e che possono contagiare la comunità: egoismo, avarizia, vanità, orgoglio, idolatria del denaro, superbia, attaccamento ai piaceri più che a Dio (cf 3, 1-5). Venendo più vicini a noi, papa Francesco nella sua esortazione apostolica Evangelii gaudium non esita ad elencare una lunga serie di pericoli o tentazioni che assediano e aggrediscono i credenti, gli operatori pastorali. Ne elenchiamo alcuni: essere mummie da museo e non cristiani vivi e ricchi di missionarietà, vedere solo rovine e nessun germe di bene, lasciare progredire la desertificazione spirituale, pensare di vivere senza Cristo, rinchiudersi nella conservazione dell’esistente, amare un Gesù Cristo senza carne e senza impegno con l’altro, non credere realmente e fattivamente nella fraternità, lasciarsi rubare la comunità, il Vangelo; dominare lo spazio della Chiesa, nel senso di impadronirsi di Cristo attribuendolo solo a se stessi e al proprio gruppo, ostracizzando gli altri.

Comunque sia, i discepoli assediati, attaccati dall’esterno e dall’interno, non devono perdersi di animo. Le forze del male non prevarranno sulla Chiesa (cf Mt 16,18). Questa è la promessa di Gesù Cristo. Il Signore è sempre con i suoi discepoli per salvarli. Con il suo amore li rigenera e li trasfigura. La condizione perché tutto questo avvenga è una sola. Essere, come Pietro e Paolo, di Cristo, vivendolo, donandolo. Essergli, cioè, fedeli sino alla morte, per poter dire anche noi: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede». Lasciamoci costruire come suo Corpo, nell’unità e nella comunione. Nutriamoci alla sua mensa eucaristica, per avere la sua forza di amare.

OMELIA per la Celebrazione di San Josè Maria ESCRIVA’ de Balaguer
Faenza - Basilica Cattedrale, 25 giugno 2015
25-06-2015

Cari fratelli e sorelle, oggi celebriamo la festa di san Josemaría Escrivá, fondatore dell’Opus Dei. Egli si è particolarmente prodigato a promuovere, fra persone di ogni ceto sociale, la ricerca della santità e l’esercizio dell’apostolato, attraverso la santificazione del lavoro, in mezzo al mondo e senza cambiare stato di vita. Detto altrimenti, si è impegnato ad insegnare ad ognuno a farsi santo nel proprio lavoro, mediante il proprio lavoro. Tutti sono chiamati a farsi santi, ossia a vivere Cristo, ad amarlo sopra ogni cosa, a donarlo agli altri, affinché ognuno possa godere della comunione con Lui, della sua capacità di amare, di offrirsi al Padre con tutta la propria vita, divenendo gloria vivente di Dio. Tutti, ossia mamme e papà, operatori ecologici, notai, avvocati, amministratori della cosa pubblica, politici, sindacalisti, professori, metalmeccanici, elettricisti, operatori dei mass media, ingegneri elettronici, bancari, broker finanziari nella Borsa, broker assicurativi, infermieri, muratori, ferrovieri, coltivatori della terra, cooperatori ed imprenditori; tutti coloro che svolgono una professione tradizionale o nuova – a dire il vero anche i disoccupati, con una difficoltà in più perché senza lavoro – sono chiamati a essere santi, ossia a vivere immacolati al cospetto di Dio, come suoi figli e figlie amantissimi. Ebbene, san Josemaría Escrivá, visse la sollecitudine di insegnare a tutti i credenti, specie ai christifideles laici, di vivere nella santità, di essere santi, anche se non entro le mura di un convento o se non sono sacerdoti o religiosi o religiose. Santità è una parola caduta in disuso, forse anche perché, in una società sempre più secolaristica come la nostra, l’amore per Dio si è affievolito, come anche la percezione della sua presenza in noi, nella storia, nelle vicende di ogni giorno. A fronte del grande impegno apostolico di san Josemaría Escrivá viene subito da fare un esame di coscienza comunitario ed individuale. Ma oggi, nelle nostre comunità ecclesiali, nelle nostre associazioni ed organizzazioni, nonché nei movimenti, parliamo ancora di santità, siamo convinti che l’appello alla santità non è uguale per tutti e che ognuno dev’essere accompagnato a viverla secondo la sua professione, nella sua professione? Nel passato si curava di più la pastorale per le varie categorie di persone, anche per coloro che guidavano i bus e i tram, per le ostetriche. Oggi sembra essersi persa questa abitudine. Avviene per scarsità di operai nella messe del Signore? Sarà anche per questo. Pare, però, che ciò succeda, perché è diminuita la nostra fede, perché si crede meno alla nostra identità, perché è carente lo spirito missionario. Siamo giustamente preoccupati di portare Cristo nelle terre più lontane. Ma non sarebbe errato incominciare a preoccuparci di essere missionari anche qui, nelle nostre terre. Le nostre omelie, rimaste quasi, sia pure impropriamente, l’ultima spiaggia della formazione, sembrano pronunciate per tutti e per nessuno. Così, i nostri momenti educativi hanno perso una delle più belle peculiarità: preparare laici e laiche a vivere l’amore per Cristo e per il prossimo secondo la loro specifica professione. I nostri discorsi passano sopra le teste, non coinvolgono i singoli, perché non scendono nel quotidiano. Un primo insegnamento che possiamo trarre dalla considerazione della bella e nitida figura del fondatore dell’Opus Dei è senz’altro questo: impegnarsi di più a vivere la nostra missionarietà come un accompagnamento più personalizzato dei credenti nel cammino della santità.

Ma come educare alla santità, come la si ottiene? «Siate perfetti come è perfetto il Padre mio che è nei cieli», ci ha detto Gesù. Ciò vale per tutti i battezzati. La conversione è questione di un momento. Ma la santificazione dura tutta la vita, osservava san Josemaría Escrivá. Essa si ottiene dando una motivazione sovrannaturale alla propria occupazione professionale. Detto diversamente, diventiamo santi vivendo la nostra professione rimanendo uniti a Cristo, dimorando in Lui, assumendo i suoi stessi sentimenti, riconoscendolo presente e amandolo nelle persone che si incontrano.

Se l’impegno della santificazione è lo stesso per tutti i tempi e tutti i luoghi, esso si realizza in forme diverse e nuove, a seconda dei contesti geografici, storici e culturali. Un tempo non eravamo abituati a sentir parlare dei problemi ecologici, dell’ecologia ambientale e dell’ecologia umana. Oggi, a fronte della questione ecologica, sì. Qualche giorno fa, papa Francesco, mediante la sua enciclica sociale, che sin dal suo incipit si ispira a san Francesco d’Assisi, ha richiamato i credenti e tutti gli uomini di buona volontà, ma anche i non credenti, a costruire un grande movimento ecologico mondiale per dedicarsi seriamente ed urgentemente alla cura della casa comune. Non interessarsi della casa comune equivarrebbe a disinteressarsi del destino comune, significherebbe non amare Dio, le sue creature, l’umanità, le generazioni future. Sono peccati – ha scritto chiaro e tondo il pontefice, citando il patriarca Bartolomeo – contro la creazione. «Che gli esseri umani distruggano la diversità biologica nella creazione di Dio; che gli esseri umani compromettano l’integrità della terra e contribuiscano al cambiamento climatico, spogliando la terra delle sue foreste naturali o distruggendo le sue zone umide; che gli esseri umani inquinino le acque, il suolo, l’aria: tutti questi – scrive papa Francesco nella sua enciclica, costringendoci ad aggiornare i formulari per l’esame di coscienza allorché si va a confessarsi – sono peccati». Perché “un crimine contro la natura è un crimine contro noi stessi e un peccato contro Dio”» (Laudato sì n. 8).

Allargando quanto detto da papa Francesco, circa l’impegno per un’ecologia integrale, ossia comprensiva dell’ecologia ambientale ed umana, nella lista dei peccati andrebbero inseriti anche i peccati contro la vita, la famiglia, il matrimonio, la manipolazione del genoma, il capitale sociale. Fa parte, dunque, dell’impegno di una santificazione aggiornata, di crescita nella fede, la cura responsabile della casa comune, l’impegno per un’ecologia integrale, assunte e vissute per amore di Dio, del suo progetto, dell’umanità, del creato. In particolare, fa parte del cammino nella/della santità la «conversione ecologica» – che fa emergere tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni col mondo -, l’educazione ad una ecologia integrale, una catechesi attenta alla questione ecologica, interpretata anche come questione di ecologia umana, il perseguire uno sviluppo sostenibile, ossia uno sviluppo non contrassegnato dall’avidità, dal consumismo, bensì da uno sguardo contemplativo e dalla creatività, dalla convivialità tra le generazioni, dalla sobrietà, dall’umiltà, da una spiritualità della gioia e della pace, dalla creazione di nuove istituzioni internazionali proporzionate ai problemi ambientali globali.

Sicuramente san Josemaría Escrivá, amante della Chiesa e del papa e, soprattutto di Gesù Cristo, Signore dell’universo, non avrebbe esitato ad indicare come cammino di santificazione ciò che papa Francesco ha coraggiosamente proposto in questi giorni, chiamando le cose per loro nome, sollecitando a riformare quel sistema culturale che tutti ci domina e che è contrassegnato da materialismo consumistico, dal capitalismo finanziario che assolutizza il profitto a breve, dalla cultura dello scarto e dall’ideologia della tecnocrazia. Anche san Josemaría avrebbe attirato l’attenzione sulle radici etiche e spirituali dei problemi ambientali, sulla necessità di riconoscere i peccati contro la creazione, di costruire una città abitabile, di realizzare la giustizia tra i popoli e le generazioni.

Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana. La santificazione dei credenti comprende una cura generosa e piena di tenerezza per la casa comune. Implica gratitudine e gratuità, vale a dire il riconoscimento del mondo come un dono ricevuto dall’amore del Padre, che provoca come conseguenza disposizioni di rinuncia e gesti di condivisione con i propri fratelli. Si fonda sulla consapevolezza, rafforzata dallo Spirito (cf Seconda Lettura: Rm 8, 14-17)), di vivere come figli di Dio che partecipano, con e nel Figlio, ad una nuova creazione che trasfigura il mondo.

Ma per Josemaria, come peraltro suggerisce il brano del Vangelo odierno (cf Lc 5, 1-11), fa parte della propria santificazione quotidiana anche l’essere apostoli, pescatori d’uomini. Il cristiano non deve santificare solo il proprio lavoro professionale. Occorre predicare il Vangelo. Occorre prendere il largo e gettare le reti per la pesca. Occorre lavorare per portare le persone all’Amore (con la A maiuscola). Chiediamoci: ricerchiamo e viviamo realmente una santità così? Ricerchiamo persone, giovani per accompagnarle da Gesù, il Redentore? Solo Lui può dare risposta alle loro attese più profonde. Solo Lui può salvare. Le tappe del Cammino spirituale di cui parla Josemaría Escrivá – cerca Cristo, trova Cristo, ama Cristo – si completano in un’ultima tappa: dona Cristo! Da tempo le nostre comunità sono impegnate in una nuova evangelizzazione, affinché le persone, i giovani, coloro che sono alla ricerca, possano incontrarLo. L’incontro con Lui, l’innamorarsi di Lui fa la differenza. Rimanendo uniti a Lui, come i tralci alla vite, possiamo trasfigurare le nostre esistenze e portare frutti abbondanti di opere buone. A fronte della perdurante frattura fra fede e vita, la Chiesa è sempre impegnata ad insegnare che noi possiamo essere costruttori di un nuovo umanesimo vivendo Cristo. La nostra Chiesa, che è in Faenza e Modigliana, condivide con le altre Chiese d’Italia il cammino che conduce al prossimo Convegno di Firenze e che sollecita a riconoscere in Cristo Colui che ci consente di rigerarchizzare le nostre scale di valori. Nei prossimi mesi, prima di novembre, sarete invitati – mi riferisco in particolare a coloro che vivono in questa diocesi – dai vostri parroci e, prima ancora, dai vicari foranei, coadiuvati dai rappresentanti della nostra diocesi al Convegno nazionale di Firenze, a riflettere su quale tipo di umanità noi crediamo, su quale figura di persona noi incentriamo la nostra educazione, su quale modello di uomo noi costruiamo la nostra città. La nostra fede in Gesù Cristo non ci consente di accettare supinamente una visione economicistica ed immanentista della vita, un concetto di uomo chiuso in se stesso, inteso in senso individualistico, senza fraternità e solidarietà, senza apertura a Dio.

Partecipando all’Eucaristia, imitando san Josemaría Escrivá, celebriamo ed offriamo un’umanità in ascolto, ricca di interiorità e trascendenza, disponibile al dono totale di sé, come quella di Cristo, vittima e sacerdote insieme.

OMELIA per la Festa della COOPERAZIONE (SS. Trinità)
Faenza - Cooperativa Intesa,
04-06-2015

Oggi celebriamo la santissima Trinità, la nostra famiglia. Da essa proveniamo, ad essa siamo diretti. La famiglia di Dio – Padre, Figlio e Spirito santo – è punto di partenza e approdo ultimo della storia umana. Il nostro cammino su questa terra non è essere pellegrini verso un Assoluto indefinito, astratto, estraneo alla realtà e alla nostra vita. L’Assoluto, di cui noi, fra l’altro, abbiamo un bisogno estremo, per avere un punto di riferimento certo, in mezzo ad una realtà sempre cangiante, fluida, non è un’entità vaga, che ci sovrasta, togliendoci  la libertà. L’Assoluto, che è al termine di ogni ricerca, desiderosa di trovare fondamenta solide per la vita morale e sociale, è un «noi» di Persone divine, unite dall’amore reciproco, ove il dare e il ricevere contrassegna le relazioni, tramite una circolarità incessante di gratuità. Grazie a Gesù incarnato, che ha assunto le nostre esistenze, noi viviamo nella vita di comunione di Dio. Siamo e ci muoviamo in essa.
Creati ad immagine di un Dio trino ed unico, siamo strutturati secondo la comunione per eccellenza, siamo per la comunione. Siamo esseri strutturati a tu, che crescono mediante il dono, il mutuo potenziamento d’essere. La nostra vocazione è quella di vivere relazioni ricche di gratuità, di condivisione, di solidarietà fraterna. Per cui, se ci troviamo in un contesto socio-economico che non intesse relazioni d’incontro, di scambio, di mutuo aiuto e di solidarietà, non possiamo che vivere a disagio, ci sentiamo spaesati, fuori contesto. Abbiamo bisogno di costruire mondi ove ci sentiamo a casa e veniamo rispettati per quello che siamo, ossia come figli di Dio e fratelli che si accolgono e si aiutano.
L’essere icone della vita trinitaria ci abilita a costruire un mondo caratterizzato da relazioni in cui l’«altro» non è considerato uno «scarto», un essere inutile o un semplice mezzo, bensì un io-con, un io-per l’altro, sulla base di un amore oblativo. Possiamo dire che la Trinità è cifra interpretativa del nostro essere e del nostro destino. È paradigma del nostro vivere civile, economico e politico, che va conseguentemente finalizzato al bene e alla felicità altrui. Dio è con noi, sino alla fine dei giorni, così: come una comunione che fermenta dal di dentro l’umanità e la sospinge verso l’unità di una famiglia che accoglie tutti.
«La Trinità è il nostro programma sociale», scriveva san Sergio, monaco russo del secolo quattordicesimo. Detto altrimenti, la Trinità è fonte ispiratrice della costruzione di una comunità economica, civile e politica a misura d’uomo, essere relazionale e comunionale, avente un’altissima dignità, alla quale spetta l’Amore infinito di Dio. La vita trinitaria, partecipata in Cristo, diventa forza creatrice di nuove relazioni, di strutture ed ambienti di vita che la ricalcano sul piano umano, nella storia.
La cooperazione è, in un certo senso, coltivare nella quotidianità sociale, una vita improntata ad una relazionalità di comunione e di collaborazione. È innalzare imprese ispirate al principio della solidarietà, capaci di «creare socialità» che abbraccia e che aiuta, come è avvenuto in maniera esemplare anche in questa terra della diocesi di Faenza.
Ma domandiamoci: quale, in particolare, la relazione fra movimenti di cooperazione e la solennità odierna della Trinità? Più precisamente: che cosa può arrecare alla cooperazione la celebrazione del legame d’amore che è la famiglia di Dio? Il comando dell’«Andate e battezzate nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito», oltre a voler dire «Andate ad annunciare e a donare Cristo a tutti» può anche voler dire per i soci cooperatori «Andate e immergete il mondo economico nel mare dell’amore di Dio, amore di comunione e di unità»?
Cari fratelli e sorelle, che vivete ed animate il mondo della cooperazione in molteplici settori, la fede nella Trinità vi può rendere rivoluzionari rispetto a culture dominate da capitalismi finanziari senza limiti e da prospettive tecnocratiche e materialistiche che vorrebbero mercificare tutto.
Dimorando nella vita di comunione della Trinità – tramite partecipazione all’Eucaristia, tramite il sacramento della Riconciliazione – si può mantenere viva la forza profetica della cooperazione, ossia quella tensione che la sospinge a guardare in avanti, a perfezionare e ad aggiornare le buone e solide realtà che sono già state costruite; si possono generare nuove prospettive, nuove responsabilità, nuove forme di iniziative di imprese cooperative specie nelle frontiere del cambiamento, nelle nuove periferie esistenziali. Dall’innesto nella vita di comunione di Dio, che ci riempie di amore per gli altri, per il loro bene, per il bene comune, possono derivare: nuove imprese cooperative che creano possibilità di lavoro specie per i giovani disoccupati; un nuovo protagonismo nella realizzazione di nuove soluzioni di welfare; reti efficaci di assistenza e di solidarietà che mettono al centro la gente, i più bisognosi, e non il dio denaro; nuove generazioni di soci della cooperazione che crescono soprattutto come persone, socialmente e professionalmente, nella responsabilità, nel concretizzare la speranza, nel fare insieme, nel mettere insieme con determinazione i mezzi buoni per realizzare opere buone; un vero e proprio impegno di lotta nella difesa e nella promozione di forme di cooperazione vera, giusta, democratica, partecipativa, trasparente (cf Discorso di papa Francesco ai rappresentanti della Confederazione Cooperative Italiane, Aula Paolo VI, sabato 28 febbraio 2015).
Dalla comunione con Dio possono derivare non solo nuove figure di cooperazione ma anche di dirigenti, meno attaccati al posto, più disposti al servizio disinteressato, al cambiamento, ad un ricambio salutare delle dirigenze. In questa fase storica si sente proprio la necessità di poter contare su cooperatori e dirigenti competenti sì dal punto di vista tecnico ma soprattutto dal punto di vista umano e morale.
L’economia cooperativa, infatti, per essere autentica e capace di svolgere una funzione sociale forte, ha bisogno di quell’onestà e di quell’amore per il bene di tutti che solo Dio Padre può alimentare ed irrobustire.
La Chiesa italiana sta chiedendo in questo momento storico, in cui l’identità di diverse associazioni ed organizzazioni appare sbiadita e, quindi, ininfluente, di riscoprire le radici della propria fecondità sociale. Per questo sollecita, in particolare, a guardare a Cristo come alla sorgente di un nuovo umanesimo concreto. Il mondo della cooperazione potrà confermarsi come portatore di un umanesimo integrale, solidale, cooperativo, aperto alla Trascendenza se si terrà alla scuola della Trinità, ma soprattutto se saprà viverne la comunione e la gratuità, con una spiritualità ad alta tensione.
La partecipazione al sacrificio di Gesù ci aiuti ad investire convintamente nell’ispirazione cristiana e a far sì che la cooperazione cresca in creatività, in un’imprenditorialità capace di innovarsi e di servire, per contribuire ad offrire pane e lavoro per chi non ce li ha, collaborando con tutte le persone di buona volontà.
 

OMELIA per la SOLENNITA’ del CORPUS DOMINI
Faenza - S.Agostino, 4 giugno 2015
04-06-2015

Le letture che abbiamo ascoltato ci parlano dei sacrifici dell’antico ebraismo e di quello di Cristo, che instaura un nuovo culto, un nuovo modo di rapportarsi personalmente con Dio. Cristo è Colui che realizza in sé la Nuova Alleanza con Dio mediante il proprio sacrificio. Egli rende gradita, sacra, la propria vita, perché la dona sino a dare il suo corpo e a versare il suo sangue in quella terribile morte, che è la morte di croce. I sacrifici antichi, compiuti mediante l’uccisione di animali e l’aspersione del popolo con il loro sangue (cf Es 24, 3-8), e anche l’usanza del capro espiatorio abbandonato nel deserto, propiziavano in certo modo una comunione con il Signore, ma non comportavano la conversione interiore, la remissione definitiva dei peccati.

Con la sua morte, Gesù ristabilisce quell’unione, che era andata perduta con la colpa dei progenitori, annullando il peccato, ossia il rifiuto di Dio da parte degli uomini, e trasformando il loro cuore con il suo Spirito di amore. Egli è la Nuova Alleanza (cf Mc 14, 12-16.22-26). Ne è Sommo Sacerdote non mediante un rito sacrificale di animali, bensì come umanità che si offre totalmente al Padre, per compiere la sua volontà, per essere cioè Figlio obbediente, modello di risposta al suo amore, con un atto di totale abbandono.

L’Eucaristia, che celebriamo tutti i giorni nelle nostre chiese, da un lato commemora e rinnova il sacrificio di Gesù Cristo, dall’altro attua la comunione dei fedeli con il Redentore. Essa rende presente nel nostro quotidiano, nel reticolato delle nostre relazioni, il sacrificio di Gesù sulla croce. Partecipandovi, mangiando letteralmente il Corpo di Cristo e bevendo al calice del suo Sangue, siamo resi capaci di vivere costantemente quella unione con Dio, che Cristo stesso ha conquistato per noi.

Nella celebrazione eucaristica, facendo comunione con Cristo, diventiamo una cosa sola con il Nuovo Adamo, con Colui che si è posto come inizio di una nuova umanità, di una nuova storia, di un nuovo popolo. Siamo resi «nuovi», soprattutto perché inseriti nella vita del Padre, accolto e amato sopra ogni cosa.

Nutrendoci di Cristo, che è umanità che dà il primato a Dio, ci trasformiamo in persone capaci di rigerarchizzare quelle scale di beni-valori che oggi sono disinvoltamente capovolte e pongono in cima a tutto il successo, il potere, il denaro, il sesso, lasciando all’ultimo posto i beni spirituali, la cura dell’altro, la gratuità e la fraternità. Solo partecipando con sincerità e consapevolezza al mistero eucaristico, possiamo diventare protagonisti di un nuovo umanesimo aperto alla Trascendenza, relazionale, solidale, integrale. Possiamo allora essere rivoluzionari rispetto all’attuale cultura, che privilegia l’individualismo anarchico e libertario, il materialismo tecnocratico, incline a mercificare ogni cosa, anche i rapporti umani.

Nutrendoci del cibo dei forti non siamo noi a trasformare Cristo, bensì noi ad essere trasfigurati in Lui (cf Sant’Agostino, Confessioni, VII, 10,16).

Diventiamo Eucaristia! Al sacrificio del corpo e del sangue di Gesù che facciamo sull’altare, si accompagni l’offerta della nostra esistenza.

Uniti a Cristo-Eucaristia, noi, suoi discepoli, siamo sollecitati a eucaristizzarci, ossia a divenire come Lui vita donata, fermento di rinnovamento, pane «spezzato» per tutti, specie per coloro che versano in situazioni di disagio, di povertà e di sofferenza fisica e spirituale. L’Eucaristia, azione liturgica dell’amore di Cristo che si offre al Padre, si completa e diventa nel quotidiano: agape, educazione alla fede, Caritas, cura dell’altro, cooperazione, impegno civile e politico di servizio al bene comune, difesa e promozione dei doveri e dei diritti umani, della giustizia, della famiglia e della pace. Quando il nostro cuore è toccato dalla presenza di Gesù nell’Eucaristia, nella realtà nascosta del pane, allora riceviamo nuovi occhi, capaci di riconoscerlo nelle persone concrete. Non possiamo vivere gli uni senza gli altri, specie i più poveri.

L’Eucaristia è medicina di immortalità, il cibo del viandante. È il vero viatico, il sacramento del Dio che non ci lascia soli nel nostro pellegrinaggio verso la comunione d’amore che è la Trinità, la famiglia divina da cui proveniamo e verso la quale siamo diretti.

È questo il significato della processione di questa sera, che parte dalla parrocchia di sant’Agostino per raggiungere la Cattedrale: andare per le strade del mondo non da soli, bensì accompagnati, inabitati dall’Emmanuele, il Dio-con-noi, il Dio della misericordia e della tenerezza, camminando dietro Colui che è la Via: Gesù.

L’Eucaristia ci fa Chiesa, unifica i molti in un solo pane, in un solo corpo (cf 1 Cor 10,17), in una sola missione, che si concretizza in quell’«Andate e fate tutti i popoli discepoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28, 16-20). Il vero pane, che è Cristo, ci fa passare dall’essere moltitudine, mero coacervo di individui, all’essere comunità; dall’anonimato, al sentirci fratelli e sorelle; da una pluralità di culture e di esperienze diverse, a divenire «Suo» popolo; da un mondo corrotto dalla decadenza del peccato ad un mondo di risurrezione, un mondo di Dio; dall’indifferenza nei confronti degli altri ad essere capaci di dare da mangiare a chi ha fame, di garantire cibo per tutti.

Nella solennità di quest’anno, ripromettiamoci almeno di ravvivare il culto di onore e di adorazione al Santissimo Sacramento, che ha nella processione del Corpus Domini uno dei suoi momenti più espressivi. Chissà che, iniziando l’anno giubilare della Misericordia, non possiamo istituire anche nella nostra città un punto di adorazione permanente. Adorare il Dio di Gesù Cristo, fattosi pane spezzato per amore, è il rimedio più valido e radicale contro le idolatrie di ieri e di oggi. Inginocchiarsi davanti all’Eucaristia è professione di libertà: chi si inchina a Gesù non si prostrerà davanti a nessun potere terreno, per quanto forte e seducente. 
Aiutiamo le giovani generazioni a capire il significato profondo di una tradizione che, mediante un corteo di festa, intende rendere visibile quella comunione (comune-unione) che l’Eucaristia suscita e che si manifesta nel camminare insieme nelle nostre città, lungo i tornanti della storia, con la gioia di essere salvati, in compagnia dei nostri fratelli in Cristo. Quel Cristo che si dona nell’Eucaristia e che non ci lascia mai soli, ha promesso di rimanere con noi tutti i giorni, sino alla fine del mondo.

OMELIA per la celebrazione in ricordo della Ven. NILDE GUERRA
San Potito, 23 maggio 2014
23-05-2015

CELEBRARE LA PENTECOSTE CON LA VENERABILE NILDE GUERRA

San Potito, 23 maggio 2015

Credo che per la nostra comunità di Potito e per la nostra diocesi, la celebrazione della Pentecoste insieme al ricordo della venerabile Nilde Guerra sia una felice coincidenza. È l’occasione per comprendere meglio l’opera di trasfigurazione che lo Spirito santo compie nei credenti. Lo Spirito santo scendendo sugli apostoli e la Vergine, riuniti nel Cenacolo, li colma della sua vita, della sua capacità di amare e di lottare per il bene contro il male. Da tristi e disorientati li trasforma in apostoli coraggiosi. Non abbiamo bisogno anche noi di Dio, della comunione che è in Lui, del suo Spirito, per essere maggiormente uniti e intrepidi? Noi che spesso siamo morti dentro e sepolti nella tomba dell’egoismo, noi che diventiamo, come ci fa intuire il profeta Ezechiele, ossa inaridite e senza speranza, non abbiamo bisogno di rivivere, di ritrovare la forza della profezia?

Fonte inesauribile di giovinezza, lo Spirito rinnova continuamente la vita dei credenti, della Chiesa e del mondo.

La Pentecoste inonda la terra di vita nuova, la arricchisce di germogli, porta primavera nelle nostre famiglie e nelle nostre parrocchie. L’universo stesso, grazie all’effusione dello Spirito santo, geme e soffre le doglie del parto di una nuova creazione. Lo Spirito di Dio Padre e del Figlio unifica tutti i popoli in un’unica famiglia di fratelli: la Chiesa, principio e luogo di trasfigurazione dell’umanità. Mediante lo Spirito santo, i credenti vengono unificati nel corpo di Cristo, partecipano al suo sacrificio, al suo impegno di rinnovamento delle persone, delle relazioni e del cosmo, alla «ricapitolazione» che Egli ha realizzato; sono condotti alla pienezza di vita, verso la Gerusalemme celeste.

La venerabile Nilde Guerra, che noi oggi contempliamo come fiore di nuova umanità redenta e cristificata, sbocciato in questa comunità, ci insegna la partecipazione appassionata, indivisa al progetto di Dio, mossi dallo Spirito d’amore che il Padre e il Figlio ci donano. Innamorata di Cristo, sedotta dal Suo Cuore misericordioso, desiderava rispondere con tutta se stessa al suo Amore. Nonostante una salute fragile e l’opposizione del suo papà, aspirava a donarsi a Lui abbracciando il carisma delle Suore del Sacro Cuore di Gesù Agonizzante. Ardeva, cioè, dal desiderio di sperimentare e di comunicare l’amore di Gesù, non un amore platonico, astratto, ma sensibile, coinvolgente, che lega l’anima in un vincolo sponsale, vittimale. Per il bene della gente, specie dei suoi, che all’infuori della mamma, al tempo della seconda guerra mondiale, si erano allontanati tutti da Dio e dalla Chiesa, voleva essere martire col Martire. Chiedeva allo Spirito santo il dono di riversare in Lei la capacità di amare di Cristo sino a morire per il Padre e per l’umanità. Ecco come si esprimeva: «O Amore accetta l’olocausto della mia giovinezza per la conversione dei miei cari, in modo speciale di mio fratello, per la santificazione dei sacerdoti e la conversione dei poveri peccatori» (Dall’Offerta di Piccola Vittima).

Nilde Guerra non riuscirà a essere Suora del Sacro Cuore di Gesù Agonizzante. Ne indosserà solo l’abito, allorché fu composta nella sua bara. Ma il suo cuore era già tutto dello Sposo Gesù. Come una sposa non visse più per sé, ma per Colui che ella amava, divenendo modello luminoso nell’amicizia a Cristo Crocifisso. È così che è riuscita ad ottenere il ritorno alla fede del fratello Achille. Cresciuta tra le fila dell’Azione cattolica, coltivò un intenso impegno di evangelizzazione e di educazione alla fede. Volendo immedesimarsi all’amore di Cristo, che muore per salvare, è per noi modello della vita trasfigurata che produce la Pentecoste. Chi evangelizza desidera per le persone il bene più grande, ossia il loro incontro con Gesù Cristo, l’unico che salva. Questo desiderava Nilde Guerra consacrandosi al Signore: essere portatrice di salvezza, non la sua, ma quella di Cristo.

Anche oggi abbiamo bisogno di evangelizzatori come Nilde. È donando agli altri Gesù Cristo, il suo Spirito, che saremo capaci di favorire la primavera e la speranza che la Pentecoste porta nel mondo. È solo offrendo Gesù Cristo, desiderandoLo con tutto il cuore per gli altri, che contribuiremo a far rivivere le ossa inaridite, e riempiremo i cuori di speranza e di gioia, portando la pace.

Lo Spirito santo ci divinizzi, ossia ci doni la capacità di amare di Dio; ci renda conformi a Gesù Cristo, Colui che per noi si è fatto Vittima. Con Nilde Guerra preghiamo, proprio oggi, in cui siamo invitati dalla C.E.I. a pregare per i tanti fratelli martiri contemporanei: «O Gesù […] ti chiedo un amore senza limiti e senza misura. Gesù, fa che io muoia martire per Te; dammi il martirio del cuore e quello del corpo; meglio, dammeli tutti e due».

Vivere la Pentecoste è anche essere capaci di un amore sovrumano, quello eroico e fedele dei martiri. Come ho ricordato ieri sera durante la Veglia di preghiera per la Pentecoste i nostri fratelli martiri non si preoccupano tanto di essere uccisi. Non sono adirati con Dio, ma si abbandonano completamente nelle Sue mani. Temono, tuttavia, di esser dimenticati dai loro fratelli, per i quali stanno morendo. In definitiva, sono consapevoli di andare incontro alla morte non solo per se stessi, ma anche per noi. Testimoniano, così, un amore totale a Cristo, affinché non venga meno il nostro amore a Colui che è Signore della vita.

Analogamente, non dimentichiamo la testimonianza della venerabile Nilde Guerra, gloria di questa terra e di questa comunità. Il suo slancio missionario, il suo dono vittimale per la salvezza dei fratelli, sull’esempio di Cristo, siano anche il nostro impegno. Lo Spirito santo guidi alla verità tutta intera, invada nell’intimo i nostri cuori, accenda in essi il fuoco del suo amore.

OMELIA per la VEGLIA DI PENTECOSTE
Faenza - S.Giuseppe artigiano, 22maggio 2015
22-05-2015

Cari fratelli e sorelle,

la partecipazione a questa Veglia ci aiuti a divenire sempre più consapevoli della nostra appartenenza alla Comunità dell’Amore, generativa di vita, che è la Santissima Trinità. Lo Spirito d’amore di Dio Padre e del Figlio, pertanto, dev’essere il nostro Spirito: Spirito di ricezione della vita divina e di dono; Spirito di comunione e di dialogo; Spirito dei figli che riamano il Padre offrendo tutto il proprio essere, come l’offrì il Figlio Unigenito; Spirito di verità, di intelletto, di scienza, di sapienza, di fortezza, di consiglio, di pietà, di timor di Dio.

Solo se la potenza dello Spirito santo, Spirito creatore e redentore, inonderà, nostro tramite, la terra, sarà possibile una nuova umanità e una nuova storia, un grande popolo che riunisca tutte le genti del globo in un’unica famiglia, la famiglia di Dio. Lo Spirito di Dio non ha confini. Non trova altro ostacolo al suo soffio se non la libertà dell’uomo, quando si chiude egoisticamente in se stesso.

Solo chi si lascia pervadere, strutturare e scolpire da Dio, che è Spirito d’amore e di verità, Spirito di vita, si costituisce nella famiglia, nella scuola, nel lavoro, nelle opere di cooperazione e di solidarietà, nella comunità civile, come soggetto di innovazione, che trasfigura persone, istituzioni, strutture, ambienti di vita in termini relazionali, comunionali e comunitari.

Oggi, a casa nostra e nel mondo, si avverte l’urgenza di testimoni dello Spirito Santo, capaci di agire per umanizzare e liberare. Trasfigurati dall’amore di Dio, siamo chiamati a vivere una vita strutturata a «tu», una rete di relazioni e di comunicazioni senza barriere, ove le persone non sono considerate un mezzo o una cosa da utilizzare a nostro vantaggio, bensì un tu da amare non solo in se stesso, ma in Dio, per quanto possibile con lo stesso amore con cui è da Lui amato. In particolare, siamo sollecitati a crescere, instaurando legami di solidarietà, di aiuto e potenziamento reciproco. L’esperienza della vita, ma soprattutto la fede, ci dicono che non possiamo raggiungere il nostro compimento umano sulla tomba della comunità, distruggendo i legami sociali. Al contrario, solo l’incessante offerta di noi stessi consente di essere ad immagine di quel Dio amore, sul cui fondamento siamo e ci muoviamo. Possiamo rendere reale il sogno di un’unica famiglia umana, diffondendo l’amore filiale di Cristo per il Padre e riconoscendoci in Lui come fratelli.

Quando in tutti alberga uno stesso Spirito, lo Spirito dei figli nel Figlio, la Pentecoste diviene l’alba di una nuova storia.

Oggi, festa di santa Umiltà, co-patrona della città di Faenza, viene spontaneo pensare a Lei come testimone luminosa di quello Spirito che ricrea l’umanità, le relazioni con l’ambiente, paradossalmente anche mediante una vita eremitica. Santa Umiltà non è partita missionaria in terre lontane. È rimasta nella sua piccola cella presso la chiesa di sant’Apollinare, appena fuori Faenza. Da lì, irradiava novità di vita, mediante il digiuno, la contemplazione, l’accompagnamento spirituale. Lei, che per ben due volte era stata sfortunata come madre, divenne generatrice di innumerevoli figlie e figli spirituali. La sua vita di reclusa non era solitaria. La sua cella era arredata unicamente da un tavolaccio che usava come giaciglio ed aveva due finestrelle: una aperta verso la chiesa, per partecipare alla celebrazione dei Sacramenti, e l’altra verso la strada, per ricevere qualche elemosina ed ascoltare chiunque venisse, come aveva stabilito l’abate di Crespino, alla cui autorità si era sottomessa. Lì accorrevano persone di ogni rango: contadini, mamme, giovani e vecchi, sacerdoti, lo stesso vescovo della città, ed anche suo marito, che aveva abbandonato ogni cosa per farsi monaco e l’aveva scelta come guida spirituale, chiamandola «madre». Le faceva compagnia una donnola, arrivata inopinatamente. Umiltà la considerava un dono inviatole da Dio. Quando pregava, la bestiola si accovacciava ai suoi piedi. Rifiutava persino i bocconi di carne, che le offrivano quanti venivano a parlare con Umiltà. Sembrava voler partecipare alla vita di colei che l’ospitava. L’amore di Umiltà per Dio, il suo Tutto, coinvolgeva anche le creature del suo Signore. Si potrebbe dire che Umiltà sia stata un’ecologista ante litteram, come Francesco d’Assisi.

Anche noi, nel nostro oggi, possiamo essere propiziatori di un’alba di Pentecoste, di nuove relazioni, quando partiamo missionari, come testimoni itineranti di vita nuova, Ce lo confermano i nostri giovani, che questa sera riceveranno il mandato e andranno in varie parti del mondo ad affiancare sacerdoti e volontari nelle loro opere di evangelizzazione e di umanizzazione.

Colmi dello Spirito del Padre e del Figlio, porteranno una nuova umanità, parleranno col linguaggio dell’amore, per riadunare i dispersi, ricucire le divisioni, aprire la via a dialoghi fecondi nella comune ricerca del vero, del bene e di Dio.

Per chi rimane e per chi parte un faro di luce è rappresentato dalla schiera dei martiri contemporanei, nel nostro tempo più numerosi che nei primi secoli del cristianesimo. Non possiamo dimenticarli e rimanere indifferenti, voltando la testa dall’altra parte, come spesso vediamo fare dalle grandi Nazioni.

La C.E.I. ha proposto di dedicare questa Veglia di Pentecoste a tutti i martiri di oggi. Essi ci appartengono, perché sono corpo di Cristo al pari di noi. Le persecuzioni, gli assassinii di questi fratelli colpiscono anche noi. Sono il Cristo nuovamente martirizzato e assassinato. Come ha scritto recentemente padre Douglas Bazi, parroco a Bagdad, i nostri fratelli martiri non si preoccupano tanto di essere uccisi. Non sono adirati con Dio, ma si abbandonano completamente nelle Sue mani. Temono, tuttavia, di esser dimenticati dai loro fratelli, per i quali stanno morendo. In definitiva, sono consapevoli di andare incontro alla morte non solo per se stessi, ma anche per noi. Testimoniano, così, un amore totale a Cristo, affinché non venga meno il nostro amore a Colui che è Signore della vita.

Cari fratelli e sorelle, questa sera preghiamo i nostri fratelli martiri, al fine di essere degni di Cristo, e di non tradirlo qui, nel nostro Paese, nelle nostre famiglie. Dobbiamo avere il coraggio di testimoniare una vita nuova, accogliendo lo Spirito Santo, principio di ogni vera rivoluzione religiosa e sociale. E saremo Suoi testimoni, diventando costruttori di un mondo migliore, ove la vita trinitaria sia incarnata nelle leggi, nelle strutture e in tutti gli ambienti della società civile. Occorre prevenire le guerre del fanatismo religioso, le torture, le esecuzioni, perché ogni persona è un essere umano come noi, non importa se di etnia, colore della pelle, credo religioso o provenienza differente.

Alla preghiera solidale, aggiungiamo dunque un proporzionato impegno nella vita politica, nelle legislazioni, nelle relazioni internazionali, per concorrere a creare condizioni che permettano a tutti indistintamente di godere della libertà di esprimersi e, in particolare, della libertà religiosa.

Lo Spirito di Dio rinnovi la terra e l’umanità che la abita.

OMELIA per il PELLEGRINAGGIO DIOCESANO A TORINO (Maria Ausiliatrice e Sindone)
Torino - Santuario di Maria Ausiliatrice
11-05-2015

Carissimi,

siamo finalmente giunti nella grande Basilica che don Bosco ha innalzato alla Madonna, da lui considerata la fondatrice della Congregazione salesiana. Veniamo dalle nostre diocesi per onorare e pregare il Santo che, con le sue opere – specie scuole ed oratori –, ha contribuito alla formazione cristiana e culturale di intere generazioni di italiani, ed anche di ravennati, riminesi, forlivesi e faentini. Lodiamo il Signore per le meraviglie che ha compiuto mediante l’infaticabile dedizione di don Bosco che si prolunga nell’oggi tramite i suoi «figli» e le sue «figlie». Lo facciamo con riconoscenza tanto più profonda quanto più percepiamo le gravi carenze valoriali delle nuove generazioni nelle città ove i salesiani ed altri istituti religiosi non sono più attivi. È questa la ragione per cui molti giovani non sono più aiutati nella ricerca di un senso alla loro vita, e rimangono demotivati, perché senza Dio.

Essi hanno bisogno della presenza amorevole di genitori, di nonni, di educatori che li accompagnino, li aiutino ad acquisire fiducia in se stessi, sperimentando l’appartenenza ad una famiglia accogliente, di cui Dio è il Padre pieno di tenerezza, che desidera riversare il suo amore su tutti, indistintamente. Spesso vivono in un mondo virtuale, quello di Internet, che, pur offrendo mille informazioni e infinite possibilità di comunicazione, in realtà è asetticamente impersonale, non elargisce vero affetto, tenerezza, il contatto caldo di un abbraccio, come avviene nelle famiglie normali. Non sperimentando in molti casi, l’appoggio e la comprensione dell’amore materno e paterno, i nostri giovani si sentono orfani, sempre alla ricerca di una compensazione purchessia.

Ai piedi di Maria Ausiliatrice, di san Giovanni Bosco e di san Domenico Savio, capolavoro del metodo pedagogico salesiano, rinnoviamo il nostro impegno di essere protagonisti di una nuova educazione dei giovani. Raggiungeremo questo obiettivo, se saremo capaci di far loro incontrare o re-incontrare Gesù Cristo, il Salvatore, in un rapporto personale e pertanto unico.

Impariamo, allora, da don Bosco.

Don Bosco è Chiesa «in uscita da sé», che va incontro ai giovani ovunque si trovino: agli incroci delle strade, nelle piazze, e li raduna e li invita «a casa». Noi, spesso, lasciamo che vivano nel loro mondo, senza preoccuparci di intavolare un dialogo franco ed utile sui problemi che li preoccupano, sulle visioni di vita che assorbono dai mass-media, proiettati, come sono, in un mondo per molti versi artificiale che avvolge e penetra.

Don Bosco è Chiesa che «si coinvolge». Come Gesù vive con i suoi discepoli, così don Bosco vive con i suoi giovani, prodigandosi senza risparmio di fatiche: gioca con loro nei cortili, li affianca, trova sempre le parole adatte, sa essere fratello e, soprattutto, sa essere «padre». Lo udivano spesso affermare: «Io per voi studio, per voi lavoro, per voi sono disposto anche a dare la vita». Dobbiamo, allora, essere convinti che stare con i giovani non è tempo sprecato, ma è un momento privilegiato per dimostrare il nostro affetto, la nostra simpatia e la nostra disponibilità ad ascoltarli facendoci partecipi dei loro problemi.

Don Bosco è Chiesa «samaritana», una Chiesa che non sta lontana, ma si abbassa, si mette in ginocchio per lavare i piedi affaticati, impolverati, quando non infangati. Accorcia le distanze, si prende cura di questi figli di Dio, della loro umanità, «carne» sofferente di Cristo.

Don Bosco, per usare le parole di papa Francesco, va verso le «periferie» dei giovani della società della prima rivoluzione industriale, che scendevano dalle valli verso Torino in cerca di lavoro e spesso erano vittime dello sfruttamento da parte di padroni senza scrupoli. Costruisce per loro oratori, laboratori, scuole, collegi. Per proteggerli, redige un contratto di lavoro. Riforma la pastorale e l’azione apostolica della Chiesa del suo tempo: a fronte di chierici e sacerdoti che si tenevano a distanza dai giovani, perché ritenevano sconveniente stare in mezzo a loro, in cuor suo si propone di comportarsi esattamente nel modo opposto.

A tal fine, crea un imponente movimento di educazione e di emancipazione, ridonando alla Chiesa quel contatto con le masse che era venuta perdendo, e del quale parla il gentiliano, laicista, pedagogista catanese, Giuseppe Lombardo Radice. San Giovanni Bosco intese formare «buoni cristiani» ed «onesti cittadini»: pertanto riteneva che il loro impegno nei compiti ecclesiali non dovesse avvenire a scapito della testimonianza dei valori cristiani nel sociale e nelle istituzioni pubbliche. Oltre che dal punto di vista religioso, li preparò intellettualmente e professionalmente, affinché potessero accedere a un lavoro che consentisse il proprio mantenimento e la formazione di una famiglia, mettendoli così in grado di dare un apporto efficace al bene comune. Come già detto, si impegnò a stipulare i primi contratti di lavoro, facendo in certo modo le veci di un «sindacato», preoccupandosi di verificare non solo il comportamento dei dipendenti, ma anche quello dei datori di lavoro, e incoraggiò la costituzione di Casse di Mutuo Soccorso.

Don Bosco, in definitiva, è Chiesa che accompagna i giovani lungo i faticosi processi di crescita integrale, di umanizzazione e di divinizzazione a un tempo. Ma non solo. Giunge a farne evangelizzatori, ossia a formare una chiesa di giovani, capaci a loro volta di essere «in uscita da sé», disposti a dare la vita, sino al dono totale.

Domenico Savio, autentico emblema del metodo educativo e preventivo donboschiano, fu apostolo tra i suoi compagni, specie i più piccoli, ed ebbe l’occasione di vivere concretamente l’amore di Cristo assistendo qui a Torino le vittime del colera.

Don Bosco è stato Chiesa sempre attenta ai frutti di vita nuova: con i suoi giovani celebrava e festeggiava ogni piccola vittoria sul male, mediante una liturgia gioiosa, che offre e rilancia l’impegno di progredire nel bene mediante una più intima comunione con Dio.

Guardò in profondità la realtà umana, cogliendola con gli occhi della fede come la grande famiglia di Dio Padre, ove tutti sono fratelli e sorelle, e nessuno può essere una «vita da scarto», un essere inutile. Tutti debbono avere la possibilità di una crescita in pienezza, crescita in Dio. La vita delle sue case, lo stesso metodo educativo erano contrassegnati da uno stile di esistenza familiare, dove si sperimentava la paternità di Dio e quella fraternità mistica, che papa Francesco descrive come un vivere insieme, un mescolarsi, un incontrarsi, un prendersi in braccio, un appoggiarsi, un partecipare ad una carovana solidale, a un santo pellegrinaggio (cf Evangelii gaudium n. 87).

Don Bosco ha generato nella Chiesa un popolo di giovani fraterni, gioiosi, perché la sua vita era colma di Dio. Riempiva il loro cuore di Gesù, di quel Gesù che libera dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Ne fa fede una commovente pagina che il Santo don Orione scrive ai suoi chierici nel 1934, l’anno della canonizzazione di don Bosco: «Ora vi dirò la ragione, il motivo, la causa per cui don Bosco si è fatto santo. Don Bosco si è fatto santo perché nutrì la sua vita di Dio. Alla sua scuola imparai che quel santo non ci riempiva la testa di sciocchezze, o di altro, ma ci nutriva di Dio, e nutriva se stesso di Dio, dello Spirito di Dio. Come la madre nutre se stessa per poi nutrire il proprio figliolo, così don Bosco nutrì se stesso di Dio per nutrire di Dio anche noi» (Strenna 2014, pp. 12-13).

Oggi, Congregazione e Famiglia salesiane, e tutti coloro che a Forlì, a Ravenna, a Rimini e a Faenza sentono il fascino di don Bosco, a fronte di una cultura chiusa alla Trascendenza la quale, in forza dell’assolutizzazione del profitto a breve termine, svaluta ed emargina il lavoro e l’economia reale, hanno due compiti: sono chiamati a favorire l’incontro dei giovani con Gesù Cristo, mediante una nuova tappa evangelizzatrice; e a promuovere case-famiglia, scuole e centri di formazione professionale, nonostante le difficoltà di finanziamento da parte delle istituzioni pubbliche. L’obiettivo di ogni Paese civile dev’essere quello di una economia inclusiva, dove c’è spazio anche per coloro che cadono e rimangono feriti a causa di eventi estranei alla loro volontà, come la crisi economico-finanziaria, in cui purtroppo siamo ancora immersi. Mentre persiste il dramma lacerante della droga, sulla quale si intende lucrare in spregio a leggi morali e civili sino a volerla liberalizzare, a danno specialmente delle nuove generazioni, dobbiamo credere nella formazione di persone aperte e scommettere sulle potenzialità positive dei giovani.

In un momento in cui gli Stati sembrano offrire diritto di cittadinanza persino all’omologazione dell’arbitrio, don Bosco sollecita oggi a investire su un amore di tenerezza, sull’amicizia con Dio, su una retta ragione.

Come don Bosco, non lasciamoci defraudare dello slancio missionario, non abbandoniamo i giovani a se stessi. Facciamo sì che, unendo le forze, le nostre comunità si impegnino ad evangelizzarli e ad educarli. Impariamo a comunicare con loro nel linguaggio che essi comprendono. Crediamo in loro, lottiamo per loro. Non rinunciamo a proporre un cammino di speciale consacrazione. Offriamo a loro ciò che di più prezioso abbiamo: Gesù Cristo, la sua pienezza di vita