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OMELIA per il PELLEGRINAGGIO degli ANZIANI e MALATI alla MADONNA DELLE GRAZIE
Faenza - Basilica Cattedrale, 10 maggio 2015
10-05-2015

Cari fratelli e sorelle,

nell’occasione della Festa della nostra Patrona, la Parola di Dio ci consola e ci sostiene nel nostro cammino di fede. Sia che siamo giovani o anziani, sia che siamo in salute o ammalati, Gesù ci invita a rimanere in Lui, nel suo amore, per portare frutto. Se viviamo in Lui, la nostra vita, le nostre sofferenze, l’impegno di cura dei nostri fratelli e sorelle, l’annuncio e la testimonianza, l’animazione cristiana delle realtà temporali, la grande opera dell’educazione acquisiscono una valenza trascendente.

Se entriamo nell’amore di Cristo e vi dimoriamo, c’è gioia, gioia piena: nel servire i nostri fratelli e sorelle bisognosi, nel seguire la nostra vocazione, nel vivere la nostra attuale situazione.

L’unica condizione per vivere costantemente nella gioia è amare come Lui, che ci ha dato il comandamento nuovo: amatevi gli uni e gli altri come io vi ho amati (cf Gv 15, 9-17).

Chi ama in Gesù, come Lui, porta molto frutto, in qualsiasi condizione si trovi ad operare: da sano, da ammalato, da mamma o da papà, da fedele laico o da sacerdote, da religioso o da diacono, da responsabile della cosa pubblica o da semplice cittadino, da imprenditore o da lavoratore.

In questa santa Messa, che vede in particolare la presenza degli anziani e degli ammalati, siamo invitati a riflettere sui frutti che l’amore di Cristo consente a loro di portare nella famiglia, nella società e nella Chiesa.

Gli anziani, che hanno fede e continuano a riempire il loro cuore dell’amore di Gesù Cristo, sono come alberi che continuano a portare frutti. La vecchiaia, come ogni stagione dell’esistenza, è tempo di grazia, in cui il Signore rinnova quotidianamente la sua chiamata. Egli chiama i nonni a custodire e a trasmettere la fede ai bambini che sovente sono a loro affidati dai genitori, impegnati nel lavoro da mattina a sera. In alcuni Paesi ove si subisce la persecuzione religiosa, come ci informano anche i giornali, sono i nonni che portano i bambini ad essere battezzati di nascosto, a dare loro la fede. «Ai nonni, che hanno ricevuto la benedizione di vedere i figli dei figli (cf Sal 128,6) – ha detto papa Francesco nel suo discorso del 28 settembre 2014, pronunciato in occasione del suo incontro con gli anziani – è affidato un compito grande: trasmettere l’esperienza della vita, la storia di una famiglia, di una comunità, di un popolo; condividere con semplicità una saggezza, e la stessa fede: l’eredità più preziosa! Beate quelle famiglie che hanno i nonni vicini! Il nonno è padre due volte e la nonna è madre due volte».

Ma anche gli ammalati sono chiamati a portare frutti copiosi nelle loro famiglie, nella comunità ecclesiale, negli ambienti in cui vivono.

Gli ammalati, come ci ha insegnato Cristo stesso, sono persone in cui riconoscere la sua presenza, sicché se non li aiutiamo ed amiamo non accogliamo, non amiamo Lui. Chi assiste gli ammalati, specie quelli gravi o in fase terminale, diventa i loro occhi, i loro piedi (cf Giobbe 29,15). Le persone che assistono gli ammalati bisognosi di un’assistenza continua per lavarsi, vestirsi e nutrirsi, si santificano accogliendo tra le loro mani la vita dei propri fratelli e sorelle, ossia la carne sofferente di Cristo. Gli ammalati, che sono affidati o si affidano a loro, diventano come i loro figli, i loro bimbi da accudire e da amare con tanti gesti di tenerezza e di servizio. I medici, gli infermieri, i volontari sono chiamati ad essere, in un certo senso, «madri» e «padri» nei confronti di coloro che si sono o sono consegnati a loro come esseri bisognosi di cura e di tutto. I nostri ammalati sono una vita affidata a noi, ai medici, alla società, la quale mostra il suo grado di civiltà proprio da come li tratta.

Ma gli ammalati non sono solo destinatari d’amore e di cure. Essi sono persone che vivono la loro esistenza trepidando ed amando insieme.

Gesù li vuole attivi, ricchi di amore, non passivi e rassegnati. Sopportare le sofferenze in maniera stoica non è cristiano. Gesù desidera che il dolore non sia vissuto invano, negativamente, e cioè come una triste occasione di sconforto e di disperazione.

Il dolore, se è vissuto con l’amore di Gesù Cristo, ossia come Egli ha vissuto la sua passione, con fiducia e speranza in Dio, acquista un altro senso. Se si immette nella malattia lo Spirito d’amore di Cristo essa si trasforma in un’esperienza di bene e di valore per gli altri. Le malattie, le sofferenze possono divenire un’occasione di apostolato e di dono. Il beato Mons. Luigi Novarese, sacerdote di origine piemontese, fondatore del Centro Volontari della Sofferenza e dei Silenziosi Operai della Croce, che ha saputo rinnovare la pastorale dei malati, rendendoli soggetti attivi nella Chiesa, era pienamente convinto di questo. Egli soleva ripetere che gli ammalati, i disabili possono diventare sostegno e luce per altri fratelli, trasformando l’ambiente in cui vivono. Sentite cosa ha detto papa Francesco quasi due anni fa incontrando l’U.N.I.T.A.L.S.I. e gli ammalati che essi accompagnavano: «Cari fratelli e sorelle ammalati, non consideratevi solo oggetto di solidarietà e di carità, ma sentitevi inseriti a pieno titolo nella vita e nella missione della Chiesa. Voi avete un vostro posto, un ruolo specifico nella parrocchia e in ogni ambito ecclesiale. La vostra presenza, silenziosa ma più eloquente di tante parole, la vostra preghiera, l’offerta quotidiana delle vostre sofferenze in unione a quelle di Gesù crocifisso per la salvezza del mondo, l’accettazione paziente e anche gioiosa della vostra condizione, sono una risorsa spirituale, un patrimonio per ogni comunità cristiana. Non vergognatevi di essere un tesoro prezioso della Chiesa!» (Discorso ai partecipanti dell’incontro con l’U.N.I.T.A.L.S.I. 9 novembre 2013).

Maria, B. V. delle Grazie, Patrona di questa città e di questa Diocesi, e Madre dell’Amore, aiuti tutti i credenti, compresi gli anziani e gli ammalati, a portare frutti abbondanti, accogliendo soprattutto Gesù Cristo, il suo Figlio, e unendo il nostro sacrificio al Suo.

OMELIA per la MESSA della Offerta dei CERI alla MADONNA DELLE GRAZIE
Faenza - Basilica Cattedrale, 9 maggio 2015
09-05-2015

Cari fratelli e sorelle,

diamo anzitutto il nostro benvenuto ai rappresentanti della città tedesca Schwäbisch Gmünd gemellata con la città di Faenza. Herzlich willkommen!

In questa VI domenica del tempo di Pasqua troviamo finalmente risposta ad una delle domande che ci siamo posti fin da giovani: come conoscere Dio? Nasciamo con questo anelito insito in noi. Tutti gli uomini, di qualsiasi razza, nazione e colore, cercano Dio, perché siamo tutti pellegrini della verità e del bene. Anche chi conclude la sua ricerca, affermando che Dio non esiste e si professa ateo, reca inevitabilmente in sé l’inclinazione ad incontrare Dio. Si nega l’esistenza di Dio movendo, in ogni caso, da una qualche idea di Lui, che il Creatore stesso ha inscritto nel pensiero e nella volontà degli uomini.

Un grande pensatore francese del Novecento, Etienne Gilson, che con i suoi studi ha contribuito a sfatare quel pregiudizio che definiva il Medio Evo epoca dei secoli bui, ci ha lasciato un volumetto dal titolo: L’ateismo difficile. La tesi che egli sosteneva era la seguente. Nonostante che molti si dichiarino atei convinti, e che esistano numerosi testi sulle varie forme di ateismo, bisogna dire che è difficile, se non praticamente impossibile, sostenere questa posizione, perché nel nostro spirito è impressa, che lo si voglia o no, l’idea di Dio. E nessuno, neanche chi lo nega, la può cancellare.

Potremmo dire che la nozione di Dio fa parte del «patrimonio genetico», che ogni persona porta sempre con sé. In Paolo leggiamo che «Dio ha mandato lo Spirito del Figlio suo nei nostri cuori, che grida: “Abbà, Padre”». (Gal 4, 6).

Per conoscere Dio, pertanto, come insegna san Bonaventura da Bagnoregio nella sua opera intitolata Itinerario della mente in Dio, basta scrutare in se stessi, dentro la propria intelligenza e la propria volontà. Proprio qui è possibile scorgere riflessa la Sua immagine e così giungere ad una conoscenza sia pure indiretta, che ovviamente non sarà una visione faccia a faccia.

San Giovanni apostolo, nella sua Prima lettera, ‘ che vi esorto a meditare ‘, afferma che possiamo approfondire la nostra conoscenza di Dio attraverso l’esperienza dell’amore fraterno. Chi ama il proprio fratello conosce Dio. Chi non ama il fratello non può dire di amare e di conoscere Dio intimamente, perché Dio è amore (cf 1 Gv 4,7-10).

Non solo possiamo conoscere Dio in maniera astratta, concettuale o mediante la cosiddetta via negativa. Possiamo addirittura inabitare in Lui, fare esperienza del suo Essere, a condizione di amarci come Lui ci ha amati per primo: «Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore», ci assicura il Signore Gesù (Gv 15, 9-17). Sono davvero parole consolanti ed incoraggianti.

Per conoscere Dio, quindi, non è necessario studiare moltissimi libri, fare profonde ricerche scientifiche, viaggiare per venire a contatto con le molteplici religioni della terra. È sufficiente amare il proprio fratello, amarlo con lo stesso amore di Gesù Cristo, perché «l’amore autentico di sua natura tende all’infinito e all’eternità».

Tra le persone che hanno maggiormente amato l’umanità e i propri simili emerge sovrana la figura di Maria santissima, nostra Patrona. Proprio per questo suo amore per noi, per la nostra salvezza, ha potuto conoscere e amare Dio nella maniera più completa.

Se viviamo la sua apertura all’accoglienza di Dio ‘ che in Lei si è verificata prima nella mente e poi nel grembo ‘, anche noi potremo davvero conoscere il Padre, sperimentare la sua trascendenza, quasi sino a «toccarla» e a comunicarla. La Figlia di Sion ha «conosciuto» e sperimentato Dio come Madre, poiché, attraverso la sua maternità, ha intessuto la carne, l’umanità del Figlio di Dio, ospitandoLo in sé, sotto il proprio cuore.

Maria è madre delle Grazie, perché ha generato Colui che è la Grazia, Gesù Cristo. Non dobbiamo dimenticare mai che la Vergine è strada privilegiata che ci porta a Dio. Vogliamo conoscere ed amare di più Dio? Impariamo da Maria, la Madre, che ha accolto e generato Colui che è Verità, Vita e Via. Non sbaglieremo, allora, dicendo che possiamo conoscere più intimamente Dio attraverso l’amore della Madonna per il Figlio Gesù.

In questa Eucaristia la città di Faenza ha la bella consuetudine di offrire alla Patrona della città e della diocesi tanti ceri quanti sono i Rioni, quale gesto che coinvolge tutta la cittadinanza nell’amore a Maria.

L’omaggio dei ceri da parte dei Rioni della Città non sta a significare soltanto una manifestazione d’affetto verso Colei che, come ogni madre, protegge i suoi figli, ma anche un ringraziamento, perché suo tramite possiamo conoscere e ad amare meglio Gesù Cristo, l’Uomo-Dio.

Egli ci salva e redime con il dono della sua stessa Vita, rinnovato ogni giorno nell’Eucaristia, come quella che stiamo celebrando.

OMELIA per la Festa di SAN GIUSEPPE LAVORATORE
Faenza - Chiesa di San Giuseppe Artigiano, 1 maggio 2015
01-05-2015

Festeggiare san Giuseppe artigiano ci consente di riflettere sul lavoro umano in un contesto in cui scarseggia e se ne perde sempre più il senso e la valenza. Il lavoro, apprendiamo dalla prima lettura tratta dal Libro della Genesi, fa parte della condizione originaria dell’uomo, precede la sua caduta, e non è una punizione o una maledizione. Ben al contrario, è attività che assimila l’uomo a Dio, che durante sei giorni ha “lavorato” per l’opera della creazione ed ha riposato il settimo (cf Gn 2,2). L’uomo, creato ad immagine di Dio, è chiamato ad imitarlo. La Genesi pone per ultimo la creazione dell’uomo e della donna, ai quali Dio comanda: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra» (Gn 1,28).

«Soggiogare» e «dominare» sono due verbi che si prestano a fraintendimenti. Potrebbero giustificare un dominio dispotico e sfrenato, che, anziché curarsi della terra e dei suoi frutti, ne faccia scempio. In realtà, è la stessa Genesi a spiegare come vada svolto questo compito: «Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gn 2,15). Adamo ed Eva, l’uomo e la donna – cioè l’umanità nell’unità e nella complementarità delle sue componenti –, sono così chiamati a «dominare» la creazione custodendola, coltivandola, sviluppandone le potenzialità in maniera sostenibile.

Mediante il lavoro, l’uomo governa il mondo con Dio, assurgendo al ruolo di suo stretto collaboratore, e compie, secondo le proprie capacità, cose buone per sé e per gli altri. La specificità della creazione è di essere e rimanere un dono per tutti i popoli, per tutte le generazioni. Il primo comando di Dio, per conseguenza, impone di conservare e di coltivare la terra, nel rispetto della sua natura di dono e benedizione, affinché serva e resti a disposizione di ogni uomo. In un tempo in cui si inaugura a Milano l’EXPO e gli stessi vertici della FAO sottolineano il pericolo di neocolonialismi alimentari, di espansione di neolatifondi ottenuti soprattutto tramite land grabbing a spese delle popolazioni più povere, emerge chiaro dalla parola di Dio che la terra non può e non deve essere trasformata in proprietà per pochi, in strumento di potere o in motivo di divisione e di angoscia. Il diritto-dovere della persona umana di «dominare» la terra deriva dal suo essere a somiglianza di Dio. Purtroppo, il peccato originale, da cui nessuno di noi è immune, ferisce la terra e la fa soffrire, «condizionando» il piano di Dio, impedendogli di realizzarsi.

Il profeta Osea descriveva nel suo tempo una situazione che sembra appartenere ai nostri giorni: «Si spergiura, si dice il falso, si uccide, si ruba, si commette adulterio, tutto questo dilaga e si versa sangue su sangue. Per questo è in lutto il Paese e chiunque vi abita langue, insieme con gli animali selvatici e con gli uccelli del cielo; persino i pesci del mare periscono» (Osea 4, 2-3).

La terra e il lavoro umano hanno urgente bisogno di redenzione per riacquistare il loro senso originario, il loro valore. Il nostro pianeta dev’essere «casa per tutti», che accoglie e nutre i suoi abitanti. Il lavoro non può ridursi a mero strumento di sfruttamento indiscriminato delle risorse del globo e tantomeno ad attività che dilapidano e sperperano un patrimonio che non appartiene solamente alla presente generazione. Non va dimenticato, inoltre, che oggi, più di ogni altro lavoro viene esaltata una speculazione sfrenata, sempre più staccata dalla responsabilità sociale e dalla sicurezza alimentare dei popoli.

Non di rado, il lavoro manuale e produttivo è disprezzato rispetto alle molteplici attività speculative. È ritenuto una variabile dipendente dei meccanismi finanziari e monetari, e un mezzo marginale rispetto alla produzione della ricchezza delle Nazioni.

San Giuseppe artigiano, che con la sua attività lavorativa contribuisce alla crescita del Figlio di Dio a lui affidato, e Gesù stesso «carpentiere», come ci informa il Vangelo odierno di Marco, ci aiutano a rivalorizzare lo spessore antropologico ed etico del lavoro. Gesù giunge addirittura a descrivere la sua missione come un lavoro. «Il Padre mio opera sino ad ora, ed anch’io opero» (Gv 5,17). Il lavoro, in definitiva, ha anche un senso religioso, una valenza salvifica. Non vale solo per quanto produce per se stessi e la società, ma soprattutto perché, suo mediante, si collabora con l’opera creatrice e redentrice di Dio.

Care lavoratrici, cari lavoratori, è questo il lavoro che dobbiamo realizzare e festeggiare, specie diventando protagonisti di una nuova evangelizzazione del sociale, di un nuovo umanesimo del lavoro.

È mediate il lavoro che ci si dignifica, ci si personalizza, ci si socializza, si concorre alla realizzazione della pace e del bene comune. Il lavoro consente di formare una famiglia. È antidoto alla povertà. È titolo di partecipazione. Nessuno deve essere escluso dal lavoro. Dobbiamo dire chiaramente che il lavoro, oltre che un dovere, è un diritto di tutti.

San Paolo ‘ che aveva affermato: «Chi non lavora neppure mangi» ‘ annuncia la speranza della terra di essere redenta da Cristo. E questo può avvenire soltanto mediante un lavoro umano vissuto nel Verbo di Dio, il Logos. Ciascun lavoratore, afferma sant’Ambrogio, è la mano di Cristo che continua a creare (cf Ambrogio, De obitu Valentiniani consolatio, 62; PG 7, 1210), e a redimere, trasfigurando, portando a compimento la «nuova creazione». Nel suo sforzo lavorativo l’uomo, che in Cristo partecipa dell’arte e della saggezza divine, rende più bello il creato, il kósmos, già ordinato dal Padre (cf Ireneo, Adversus Haereses, 5,32,2: PG 7, 1210), che lo destina a tutti, facendo sì che ogni figlio di Dio possa accedere ai beni necessari e sufficienti per vivere secondo dignità e libertà.

Specie di fronte a chi è povero e senza lavoro, il credente non può essere sordo. Deve sentirsi convocato ad operare, memore dell’insegnamento di Cristo: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mc 6,37); «Ebbi fame e mi avete dato da mangiare» (Mt 25,42). Ciò implica l’impegno, sia a livello di collaborazione per risolvere lo sviluppo integrale della parte più disagiata della società, sia i gesti più semplici e quotidiani di solidarietà di fronte alle miserie molto concrete che incontriamo ogni giorno.

Il cristiano, come va ripetendo papa Francesco, non deve limitarsi a dar da mangiare a chi ha fame mediante un’azione caritativa o piani assistenziali. Deve lavorare, assieme ad altri cristiani e uomini di buona volontà, per creare opportunità di lavoro, per liberare il lavoro schiavo, perché la classe dirigente assuma le sue responsabilità di soggetto di politiche attive del lavoro per tutti.

Cari fratelli e sorelle, dobbiamo essere degni fratelli di quei cattolici che, qui a Faenza, all’inizio del secolo scorso, decisero di mettere in campo tutte le loro energie spirituali, culturali e pedagogiche per sconfiggere una concezione del lavoro ridotto a merce, e per favorire la promozione sociale dei lavoratori, avviando nuove iniziative volte al superamento delle opere caritative di Patronato. Il loro intento era di passare a un coinvolgimento organizzativo e istituzionale dei più poveri, delle classi che si aiutavano (cf P. Baccarini, I sindaci di Faenza. Antonio Zucchini fra religiosità e politica 1891-1971, Edit. Faenza, Faenza 2015, p. 27).

È quanto, sia pure in circostanze diverse, ci viene richiesto oggi, al fine di includere nel mercato e nella democrazia coloro che una cultura, idolatra delle cose, sospinge o mantiene ai margini della società.

A Giuseppe di Nazaret, che insegnò a Gesù il mestiere di carpentiere, affidiamo il nostro impegno di testimoni credibili del «Vangelo del lavoro».

OMELIA per la festa di SAN GIORGIO, patrono degli Scout
25-04-2015

Cari Scout di Faenza,

oggi festeggiamo san Giorgio, patrono in particolare degli Esploratori.

Baden-Powel sollecitava gli scout a guardare a san Giorgio come punto di riferimento per il proprio cammino formativo. E invitava anche a concentrarsi, più che sulla figura del cavaliere antico, sul significato della sua lotta contro il drago. Il drago simboleggia il male che uccide. San Giorgio combatte contro Satana, che mira a distruggere le persone, soprattutto i cristiani. Ma, potremmo domandarci, come è possibile che avvenga questa devastazione? Basti pensare alla persona di Giuda. Come leggiamo nei Vangeli, Satana, il nemico, l’avversario, l’accusatore, si impossessò di lui e lo indusse, prima, a tradire Gesù, e poi, a disperare del perdono che il Signore gli avrebbe certamente concesso, fino a suicidarsi.

Sappiamo che san Giorgio è chiamato dagli orientali «il grande martire» ed è festeggiato nei riti siro e bizantino. Aveva intrapreso la carriera militare ai tempi di Diocleziano, ma, a causa della fede venne perseguitato e torturato. Essendosi rifiutato di abiurare (sapete che cosa significa abiurare?), verso l’anno 303fu decapitato a Lidda l’odierna Lod, in Palestina. Con il suo martirio offre anche oggi a tutti noi un esempio di fortezza e di perseveranza nella fede in Cristo, in ogni circostanza della vita.

Guardando a san Giorgio, un esploratore e una guida sanno di poter vivere anch’essi la grande avventura di figli di Dio, fedeli e pronti nel compiere il bene, anche a costo di dover superare prove difficili. La lotta vittoriosa di san Giorgio contro il drago di Selem è simbolo della lotta del bene contro il male, la lotta che deve sostenere ogni credente che voglia seguire Gesù. Il cristiano che, come Gesù, si impegna a vincere il male operando il bene e donandosi totalmente al Padre, incontra sulla sua strada il sacrificio e talora la morte. È a causa della sua determinazione a seguire Gesù in tutto e per tutto, che san Giorgio è andato volontariamente incontro alla morte. Non si è mostrato cristiano solo a parole, ma ha dato la prova di esserlo, annunciando Gesù Cristo con la sua stessa vita.

In sostanza, nel suo tempo san Giorgio non ha esitato a dire a tutti che per lui Gesù Cristo era la persona più importante, per cui considerava essenziale suo dovere annunciarlo, comunicarlo e testimoniarlo. È stato ucciso per la sua fedeltà a Cristo. Ma quanti altri sono stati uccisi per amore a Gesù! Nel passato, la Chiesa è stata Chiesa di martiri, ma lo è anche oggi. Tra i martiri contemporanei papa Francesco indica quei nostri fratelli sgozzati sulla spiaggia della Libia; quel ragazzino bruciato vivo dai compagni, soltanto perché cristiano; quei migranti che sono stati buttati in mare, perché nel pericolo invocavano il Signore Gesù; quegli etiopi e quegli studenti kenioti assassinati, soltanto perché cristiani.

Chi ci dà la capacità di annunciare Gesù Cristo, di testimoniare che lo amiamo più della nostra vita? Cristo stesso! Egli è il pane della vita che, alimentandoci, ci dà la forza e la capacità di annunciarlo, come Filippo lo annunciò a quell’eunuco, funzionario di Candàce, regina di Etiopia di cui ci parlano gli Atti degli apostoli (cf At 8, 26-40). Se letteralmente lo mangiamo e facciamo comunione con Lui, diventeremo capaci di essere, come Lui ‘ il martire e il testimone per eccellenza ‘, pane che si dona, che nutre e che sostiene. Non solo riusciremo a dar da mangiare il pane materiale agli affamati ‘ «Date voi stessi da mangiare» ha ordinato Gesù ai suoi discepoli ‘, ma soprattutto riusciremo a donare Lui, il pane vivo disceso dal cielo, quel pane che fa vivere in pienezza e che sazia la nostra fame di eternità (cf Gv 6,44-51).

Il vostro, cari scout, è un grande metodo educativo, che insegna con l’agire e che tiene conto del volume totale delle dimensioni della persona, e quindi anche di quella religiosa. Cristiani non si nasce. Cristiani si diventa a poco a poco, ogni giorno. E lo si diventa vivendo appunto da cristiani, annunciando Cristo e testimoniandolo nel proprio gruppo oltre che nel proprio ambiente. Ma ricordate che senza Cristo, vero pane della vita, non sarà possibile tener fede neanche alla Promessa scout che insieme reciteremo fra breve.

OMELIA per la MESSA VESPERTINA DI PASQUA
Faenza - Basilica Cattedrale, 5 aprile 2015
05-04-2015

Il brano di Vangelo (cf Lc 24, 13-35), che abbiamo appena udito proclamare, è davvero importante per comprendere la trasformazione che opera la Pasqua nei discepoli di Cristo, ma anche per capire la centralità dell’Eucaristia per la vita della Chiesa. È l’Eucaristia che fa la Chiesa e i credenti, come peraltro sono loro che celebrano  e fanno l’Eucaristia.
La vita dei credenti può essere ben rappresentata dai due discepoli di Emmaus. Mentre si allontanavano da Gerusalemme ed è già incominciato – grazie alla morte e risurrezione di Cristo – un mondo nuovo, essi sono ancora rinchiusi nel mondo vecchio.
È davvero paradossale. Discepolo vuol dire seguace, colui che si sforza di mettere i piedi sulle orme del maestro. I piedi, invece, dei due discepoli, diretti a Emmaus, sono lontani anni luce dal Risorto. Stanno percorrendo la strada come persone tristi, come chi è morto dentro ed è nella disperazione. L’avventura di seguire Gesù di Nazareth come discepoli era terminata tragicamente e bruscamente.
Sebbene Gesù si avvicina a loro non lo riconoscono. I due viandanti hanno la sorgente della luce accanto, ma nemmeno se ne accorgono. «Essi non lo riconobbero, perché i loro occhi erano come accecati».
Che cosa li accecava e li rendeva incapaci di leggere il presente, di capire con chi si accompagnavano? Che cosa impediva a loro di comprendere che tutto era cambiato e che una nuova storia, per loro e il loro popolo, era iniziata? Erano chiusi ermeticamente nei loro pensieri e progetti. «…Noi – risponde Cleofa a Cristo che li interrogava  a riguardo dei ragionamenti che stavano facendo sull’uccisione e sulla crocifissione di Gesù – speravamo che fosse lui a liberare il popolo di Israele».
I due discepoli di Emmaus vivevano nel passato ed erano vittime del messianismo dei dotti, dei farisei, degli scribi e dello stesso popolino, i quali attendevano un liberatore potente, con apparati di controllo e di governo, capace di riscattare l’umiliazione del popolo ebreo dominato dai romani. Essi aspettavano un Messia forte, nazionalista, miracolista, proiezione dei loro desideri umani e terreni.
A fronte di quanto era avvenuto a Gerusalemme erano rimasti profondamente delusi. Gesù aveva scelto un altro tipo di messianismo, quello del rifiuto del potere – proposto da Satana che l’aveva tentato nel deserto -, ossia quello dell’accettazione dell’amore, proposto dal Padre. Gesù scelse un messianismo che comportava essenzialmente il sacrificio, il sangue, l’ignominia della croce. È proprio questo che i due discepoli non potevano capire e mandare giù, tanto più che si era ormai al terzo giorno, per cui non c’era più nulla da sperare.
I due discepoli erano così incupiti e rabbuiati nel loro spirito che non erano in grado di decifrare e capire ciò che alcune donne del loro gruppo avevano riferito, e cioè che andando al sepolcro di Gesù l’avevano trovato vuoto e avevano udito angeli che dicevano che il Maestro era vivo.
Chi è riuscito a liberare i due discepoli dalla loro cecità? Gesù stesso: spiegando le Scritture, ricostruendo nella loro testa, tratto dopo tratto, la figura del vero Messia. E così i due si ricredono, sino a credere la risurrezione di Gesù. Dobbiamo constatare che a questo punto i discepoli credono sì in Gesù risorto, ma non sono ancora arrivati a riconoscerlo nel loro compagno di viaggio. Ci vuole un’esperienza più profonda per percepirlo presente. Intanto, nel loro cuore, mentre Gesù, lungo la via, parlava e spiegava le Scritture, cresceva un fuoco che li illuminava, li purificava e li riscaldava, e nello stesso tempo li predisponeva ad accogliere e ad ospitare il loro compagno di viaggio ancora misterioso.
Ed è dopo che Gesù fece finta di voler continuare il viaggio per accrescere in loro il desiderio di trattenerlo – «Resta con noi perché si fa sera» – e dopo che si mise a tavola con loro, prese il pane e pronunciò la preghiera di benedizione, lo spezzò e cominciò a distribuirlo, che finalmente lo riconobbero. È solo allora che ai due ciechi spirituali si aprirono gli occhi. Il processo di riconoscimento di Gesù presuppone più cose: la familiarizzazione con la Parola e, poi, il rinnovo della Cena eucaristica, preceduto dal gesto dell’ospitalità, del servizio del povero. Per riconoscere pienamente Gesù occorre sempre mettersi sulla strada della Parola, dell’accoglienza del bisognoso e dell’Eucaristia.
Allo «spezzare del pane» si aprirono, dunque, i loro occhi. Ma appena lo riconobbero, il Cristo scomparve. La sparizione del Risorto non fa, però, piombare i due nella tristezza  e nella delusione. Piuttosto, li mobilita. Cleofa e l’amico si alzarono e ritornarono subito a Gerusalemme. Il fuoco non lascia in pace. Essi intendono portare la buona notizia agli apostoli, raccolti nel Cenacolo, terrorizzati «per timore dei giudei» e, poi, sconvolti dalle parole delle donne. A loro riferiscono di averlo riconosciuto «allo spezzare del pane»! Annunciano e testimoniano.
E, così, è la prima volta che la comunità nascente prende coscienza che l’Eucaristia è il luogo privilegiato dell’esperienza vitale del suo Signore. Non solo. L’Eucaristia, oltre a compattare i discepoli in una comunità, rendendoli Chiesa, li fa annunciatori e testimoni. È l’esperienza dell’Eucaristia che rende evangelizzatori e testimoni sino agli estremi confini della terra. Detto altrimenti, è impossibile essere comunità cristiana, essere cristiani, senza l’Eucaristia. Una simile coscienza era ben presente nei cristiani di Abitene. Essi hanno affrontato coraggiosamente la morte, pur di non rinnegare la loro fede nel Cristo risorto e non venir meno all’incontro con Lui nella celebrazione eucaristica domenicale. Uno di loro, il lettore Emerito, che li ospitò in casa sua, al proconsole che gli chiedeva perché li avesse accolti, contravvenendo alle disposizioni dell’imperatore Diocleziano, rispose: « Sine dominico non possumus»: non possiamo cioè, né essere né tanto meno vivere da cristiani senza riunirci la domenica per celebrare l’Eucaristia. Per i martiri di Abitene l’Eucaristia, celebrata nella domenica, era un elemento costitutivo della loro identità di credenti che annunciano e testimoniano Cristo. Il cristiano vive della celebrazione dell’Eucaristia, e questa richiede la presenza dei cristiani. Essi non possono sussistere l’uno senza l’altra, e viceversa.
Domandiamoci: noi cristiani del terzo millennio pensiamo di essere cristiani perché frequentiamo e celebriamo l’Eucaristia o pensiamo di poterlo essere anche senza l’Eucaristia domenicale? Oramai le percentuali dei credenti che osservano il precetto domenicale ci informano che il loro numero è progressivamente in calo e che molte delle nostre chiese sono prossime ad essere chiuse o a diventare al massimo dei musei. Noi e i nostri giovani viviamo il convincimento dei martiri di Abitene, e cioè che l’Eucaristia ci struttura come annunciatori e testimoni? Educhiamo i credenti ad identificarsi con la loro missione evangelizzatrice? Le nostre chiese si svuotano progressivamente, perché il precetto si è trasferito ai supermercati o alle stazioni sciistiche? Forse, anche in vista della presenza dei credenti all’Eucaristia, dobbiamo riconoscere di dover promuovere una nuova evangelizzazione e una nuova catechesi! Che i nostri santi patroni e i santi, che hanno reso la nostra città ricca di fede e di opere, ci aiutino!

OMELIA per la MESSA del GIORNO di PASQUA
Modigliana - Concattedrale, 5 aprile 2015
05-04-2015

Come si narra negli Atti degli apostoli, i componenti della prima comunità dichiarano di essere stati testimoni della presenza di Cristo in mezzo a loro come Colui che ha beneficato e risanato tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con Lui. Essi anche affermano di essere stati testimoni della sua crocifissione e che Dio lo ha risuscitato il terzo giorno.
Dopo averlo incontrato da Risorto, dopo aver mangiato e bevuto con Lui – prova che non era un’allucinazione, bensì l’esperienza reale della sua Persona – esprimono la coscienza di essere stati trasformati e costituiti come gruppo prescelto per testimoniarlo come Colui che toglie il peccato del mondo e crea una nuova umanità.
Domandiamoci: noi che siamo stati battezzati in Cristo, che abbiamo ricevuto il suo Spirito d’Amore mediante il sacramento della confermazione, che mangiamo e ci nutriamo del pane eucaristico alla mensa che Lui imbandisce, viviamo la chiara consapevolezza di essere persone redente e salvate, riunite in una comunione-comunità progettata ed attuata per essere l’esperienza della forza trasfigurante della risurrezione nella storia? Abbiamo forza e coraggio sufficienti per annunciarlo come Luce e speranza del mondo, in un contesto in cui il Crocifisso è dileggiato con volgarità bestemmiatrice? Siamo convinti che è rimanendo uniti a Lui che noi riusciremo a sconfiggere Satana che fa di tutto per occuparci, per toglierci Cristo, la fede in Lui, la pace del cuore, la gioia di vivere insieme e di operare per il bene di tutti?
Se constatiamo che noi e le nostre comunità siamo un po’ spenti, stanchi, senza forti convinzioni e capacità di esprimere la vita nuova donata da Cristo, se non riusciamo a consegnarlo alle nuove generazioni come il tesoro più grande, sia benvenuta, anche quest’anno, la Pasqua del Signore Gesù!
Riviviamola non come un semplice rito di stagione. Lasciamoci coinvolgere nel suo mistero che abbraccia l’umanità intera – con tutte le generazioni -, ma anche il cosmo.
Con l’incarnazione di Gesù il cielo, Dio, si è fatto terra, umanità: il Verbo si è fatto carne, uno di noi, Dio con noi, in noi, per cui cammina con noi e non siamo soli quaggiù a lottare contro il male. Ma Cristo non si è incarnato solo nell’umanità per divinizzarla, è disceso anche nella materia del pane e del vino quando ha istituito l’Eucaristia; è disceso nella stessa morte, negli Inferi. Con la risurrezione la terra, l’umanità, diventa cielo, Dio. La morte è sconfitta, e viene aperto per noi un passaggio verso la vita eterna.
Da esseri corruttibili, così come siamo posti nelle tombe, diventiamo esseri rivestiti di immortalità, per cui possiamo dire che, quando moriamo, la vita non ci è tolta ma trasformata. Anche il creato reca in sé un principio di vita nuova, sicché come afferma san Paolo, esso geme nelle doglie del parto di una nuova creazione.  Come i raggi del sole, a primavera, fanno spuntare e schiudere le gemme sui rami degli alberi, così la Risurrezione di Cristo fa germogliare nel mondo una nuova umanità, la Chiesa. Ugualmente produce un nuovo cosmo che risplende e gioisce perché coinvolto nella primavera dell’umanità. Se le persone sono redente da Cristo esse sono in grado di vivere nuovi rapporti con il creato. Se con la Pasqua è possibile un’umanità nuova è possibile anche un’ecologia umana, e così diventa accessibile uno sviluppo sostenibile per tutti, che non saccheggia l’ambiente, ma considera la terra una casa comune per tutte le generazioni, presenti e future.
Ecco perché nella risurrezione di Cristo non gioisce solo l’uomo, ma gioiscono anche i cieli e la terra! Del loro inno di lode muta se ne deve fare interprete l’umanità. L’alleluia pasquale, che risuona nella Chiesa pellegrina nel mondo, deve esprimere l’esultanza silenziosa dell’universo, e soprattutto l’anelito di ogni anima sinceramente aperta a Dio.
 
Al processo di incarnazione, di discesa e di svuotamento, mediante la risurrezione viene fatto corrispondere un movimento di ascesa, di risalita. Cristo è innalzato e ritorna al Padre, siede con la sua umanità gloriosa alla sua destra. E così, la nostra umanità, assunta da Cristo, giunge in paradiso.
 In Cristo che siede glorioso nei cieli è preparato per l’umanità un approdo definitivo, di stabilizzazione nel bene e nella vita piena. Noi siamo attesi lassù. La nostra vita, cari fratelli e sorelle, non è destinata a finire in una tomba, in un pugno di cenere. La nostra vita non è per il nulla, come insegnava, il filosofo francese Jean Paul Sarte. Siamo, invece, esseri per la vita, incamminati verso un futuro di pienezza. I credenti sanno che con-morti, con-sepolti, con-risorti in Cristo non vanno incontro ad un’esistenza diminuita ed indebolita, come quella delle ombre umane che vivono nell’Ade degli antichi, ma vanno verso una vita potenziata, nella quale le loro facoltà di conoscenza e di amore sono accresciute dalla comunione con Dio.
Proprio perché siamo pellegrini verso una dimora definitiva, la città di Dio, san Paolo sollecita la comunità cristiana e tutti noi a guardare non alle cose passeggere, caduche, contingenti, bensì a quelle definitive, e quindi a volgere lo sguardo verso il futuro: «Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3,1-4).
Se, dunque, grazie alla risurrezione, siamo destinati alla pienezza umana che abita in Cristo glorioso, e che consolida il bene da noi compiuto su questa terra, cari fratelli  e sorelle, vale la spesa soffrire per il bene, vale la pena lottare perché sia vinto il male, non è inutile combattere contro la corruzione che ammorba la vita sociale, vale la spesa impegnarsi affinché la politica sia un servire il bene comune e non il proprio interesse particolare. Ogni fatica per sconfiggere le cause strutturali della povertà viene premiata. Ogni sacrificio è compensato. Nulla andrà perduto del bene conquistato. Tutto ciò che di positivo è stato fatto sarà recuperato.  E possiamo sempre sperare nonostante tutto. La vittoria di Cristo sul male mi dà la certezza che io posso sempre ancora sperare, anche se per la mia vita o per il momento storico che sto vivendo apparentemente non ho più niente da sperare. Solo la grande speranza-certezza che, nonostante tutti i fallimenti, la mia vita personale e la storia nel suo insieme sono custodite nel potere indistruttibile dell’Amore di Cristo risorto  – e, grazie ad esso, hanno per esso un senso e un’importanza -, solo una tale speranza può dare ancora il coraggio di operare e di proseguire sulla strada del dono, anche quando si è in fin di vita.
Poiché Cristo ha vinto il male e la morte è possibile il bene, una nuova umanità più fraterna, giusta e pacifica. Dobbiamo, allora, non essere tristi, senza speranza. Dobbiamo essere nella gioia. La risurrezione di Cristo è il punto archimedico su cui far leva per riprendere fiducia in noi stessi e rimetterci in marcia per costruire un mondo migliore, a misura della dignità trascendente di ogni persona, specie dei più deboli.
Ricordiamo il monito di san Paolo: «Se Cristo non è risorto, vana è la nostra predicazione e vuota la nostra fede» (1Cor 15,14).
La risurrezione ha trasformato gli apostoli, facendoli passare dalla paura al coraggio, dal desiderio di nascondersi alla determinazione di esporsi, dall’atteggiamento della rinuncia a quello della proposta. Un simile cambiamento avvenga nelle nostre comunità, nelle nostre famiglie. Dobbiamo, allora, augurare una Buona Pasqua alle nostre comunità cristiane: ritrovino la freschezza e la gioia del primo annuncio della comunità primitiva, quando questa era appena un seme! Così, le nostre famiglie non abbiano la paura di testimoniare la ricchezza e la bellezza della loro vita di relazione affettiva e di condivisione, arricchite dall’amore totale e fedele di Cristo.
Buona Pasqua ai nostri giovani, perché sappiano scorgere in Cristo l’umanità in pienezza, la sorgente della loro felicità.
Buona Pasqua alla finanza, perché sappia ritornare a svolger più pienamente la sua funzione di offrire il credito alle famiglie, alle imprese, ai giovani e alle donne che intendono aprire una nuova attività imprenditoriale.
Buona Pasqua all’economia: sia amica delle persone, sia un’economia onesta e non dell’ingiustizia, dello sfruttamento delle persone. Sappia vincere la tentazione di scivolare verso gli affari facili, verso la delinquenza, verso i reati.
Buona Pasqua alla politica, perché sia fedele al compito di servire il bene comune e sia capace di aiutare la gente a riappropriarsi della democrazia, varando soprattutto politiche attive del lavoro, antidoto alla povertà e titolo di partecipazione.
Buona Pasqua al mondo del volontariato, della cooperazione:  trovino nuove forme di iniziativa per combattere, come ha chiesto papa Francesco, la «cultura dello scarto», per portare la cooperazione sulle nuove frontiere del cambiamento.
Buona Pasqua alla cultura e all’educazione: siano in grado di smantellare quell’individualismo libertario ed anarchico che distrugge lo Stato di diritto e pone le premesse per svuotare la libertà, riducendola a libertà che non si prende cura dell’altro, ossia a libertà di fare tutto ciò che si crede purché non si leda il diritto altrui: troppo poco per costituire la base di una nuova Europa fondata sulla solidarietà.
Buona Pasqua al mondo, a quelle Nazioni in cui essere cristiani è motivo sufficiente per essere uccisi o cacciati dalla propria casa. Cristo risorto apra la via della libertà, della giustizia e della pace. La sua luce vinca le tenebre dell’odio e della violenza.
Cari fratelli e sorelle, Cristo risorto, presente nell’Eucaristia, cammina davanti a noi verso i nuovi cieli e la terra nuova. Nel nostro cuore c’è gioia e dolore, perché pur consapevoli della vittoria finale, viviamo in un mondo ferito. L’Eucaristia è per noi viatico, pane che ci sostiene nella lotta per un mondo migliore. Partecipiamo al sacrificio di Gesù per seminare nel mondo fiducia e fraternità.

OMELIA per la VEGLIA PASQUALE
Faenza - Basilica Cattedrale, 4 aprile 2015
04-04-2015

Carissimi fratelli e sorelle!
La veglia pasquale, che per la prima volta celebriamo insieme, ci ricorda il grande mistero della risurrezione di Cristo, soprattutto attraverso tre grandi simboli: la luce, l’acqua e il canto nuovo dell’alleluia.
È mediante il mistero della morte e risurrezione di Cristo che si realizza per il mondo una nuova creazione. Tutto viene assunto e trasfigurato da Cristo. Le tenebre, in cui aveva accettato di immergersi, sono finalmente sconfitte; il bene diventa vittorioso sul male; la terra (l’umanità) si ricongiunge al cielo (Dio); l’umanità è riappacificata con Dio mediante il suo amore. Grazie a Cristo risorto,  non cammina più verso il nulla ‘ la nostra vita non è un essere per il nulla ‘, bensì verso un futuro di pienezza, un approdo di immortalità. Chi si associa a Cristo, perdonando i nemici, lottando contro il male con le armi del bene, contribuisce a far nascere una nuova storia tra le vecchie macerie, trasforma in convivenze pacifiche e giuste le società in preda a conflitti, rende le «periferie» non più luoghi di isolamento, ma luoghi dove le persone crescono nella convivialità, in dignità e in amore.
Con la risurrezione, il giorno di Dio entra nelle notti del nostro dolore, porta la vita nuova che supera gli egoismi, l’indifferenza, le emarginazioni, le diseguaglianze, le cause strutturali della povertà. Cristo che risorge è per la Chiesa, vale a dire per tutti noi, popolo di Dio, la grande Luce. In Lui l’umanità diviene pienamente trasparente alla vita vera. Cristo è la Luce, perché si fa dono sino a consegnare tutto se stesso nella lotta contro il peccato, per riconciliare l’uomo con il Padre e renderci tutti fratelli. Come credenti, siamo chiamati a vivere la luce che è Cristo e a diffonderlo per irradiazione. Nella Veglia pasquale, Cristo è rappresentato nel cero, che – come afferma san Pier Damiani -, arde e si consuma davanti a tutti per la gioia dell’assemblea: croce e risurrezione sono inseparabili. Il cero illumina e dà la possibilità di vedere le cose, la loro figura e la loro identità perché arde e alimenta la fiamma con la cera bruciata. Cristo, iniziando in sé una nuova umanità in piena comunione con Dio fornisce a noi punti di riferimento per conoscere la verità del nostro essere e dover essere, per individuare nuove scale di beni-valori.
Dalla croce, dall’autodonazione del Figlio nasce dunque la luce. Al cero pasquale noi tutti abbiamo acceso le nostre candele, a significare che anche noi possiamo essere luce per il mondo se viviamo di Cristo, con Lui e per Lui. È grazie al sacramento dell’illuminazione, così è stato anche chiamato il Battesimo, che noi partecipiamo della sua vita, siamo introdotti entro la sua luce. Mediante il Battesimo riconosciamo di essere cristoconformi, fatti a immagine del Figlio di Dio, destinati a vivere Cristo, a rivestirci di Lui. Soltanto dimorando in Gesù Cristo, vivendo i suoi stessi sentimenti, siamo messi in grado di discernere il grano dal loglio e diventiamo più capaci di vero, di bene e di Dio. E così rigenerati, siamo veramente un popolo nuovo. In mezzo alle odierne catastrofi e destrutturazioni antropologiche, a fronte delle idolatrie che enfatizzano il successo, la tecnica, il consumo, il denaro e il potere, risplenderemo come una generazione che pone Dio in cima a tutto e, con ciò stesso, ama l’altro, chiunque esso sia, e si impegna a custodire il creato, riconoscendolo come casa comune per tutte le generazioni.
Il secondo simbolo della veglia pasquale è l’acqua. Essa ci ricorda che è proprio scendendo con Cristo nel mare del male e riemergendo con Lui, che noi nasciamo ad una vita nuova. Con-morti, con-sepolti e con-risorti in Cristo, siamo coinvolti nella nuova creazione da Lui posta in essere e resi partecipi di quel torrente d’acqua viva che deriva dalla sua umanità, di cui ci fa dono totale, lottando strenuamente contro il male. Battezzati in Gesù Cristo, diventiamo noi stessi sorgenti di acqua limpida, che fa fruttificare i numerosi deserti dell’esistenza umana: la schiavizzazione delle persone nel lavoro “nero” e nelle fabbriche clandestine, oltre che nella prostituzione; l’abbandono degli anziani; la disoccupazione; le situazioni di esclusione di cui soffrono soprattutto le donne; i bambini nascituri che vengono spietatamente eliminati.
Nel Battesimo, il Signore fa di noi non solo persone di luce, ma anche fonti di acqua viva. Noi tutti conosciamo persone, il cui contatto ci lascia in qualche modo rinfrescati e rinnovati; persone che sono come una fonte di fresca acqua sorgiva. Non dobbiamo necessariamente pensare soltanto ai grandi santi, come Sant’Agostino, San Francesco d’Assisi, Santa Umiltà, San Pier Damiani, Santa Teresa d’Avila, San Giovanni Bosco, Madre Teresa di Calcutta, per citare solo alcuni nomi di uomini e donne, che hanno letteralmente inondato la storia con fiumi di acqua rigenerante. Grazie a Dio, troviamo continuamente anche nel nostro quotidiano persone che sono sorgente di vita. Basti pensare ai nostri nonni, ai genitori che ci hanno educato alla fede, ai nostri volontari che operano nel Centro di ascolto, alle maestre ed insegnanti, ai religiosi e alle religiose. Certo, conosciamo anche il contrario: persone dalle quali promana un’atmosfera di acqua stagnante o addirittura avvelenata. Ma questo ci deve sospingere a chiedere al Signore, che ci ha donato la grazia del Battesimo, di poter essere sempre sorgenti fresche, zampillanti dalla fonte della sua verità e del suo amore (cf Benedetto XVI, Omelia sabato 11 aprile 2009).
Il terzo grande simbolo della Veglia Pasquale è il canto. Chi sperimenta una grande gioia non riesce a trattenerla tutta per sé. Deve trasmetterla, comunicarla, gridarla sui tetti. Lo stesso avviene ai credenti, coinvolti nella luce della risurrezione e raggiunti dalla Vita stessa di Cristo, dalla sua Verità e dal suo Amore. E allora, parlare non basta. Occorre cantare la gioia di essere stati liberati dalla schiavitù del peccato, la gioia della rinascita, della libertà riconquistata, del senso ritrovato, del ripristino della direzione del cammino. Ecco perché nelle nostre celebrazioni amiamo cantare.  Non perché siamo dei vanesi. Il canto, specie se partecipato da tutti, dà la percezione di essere popolo, un noi di persone che è mosso dall’Amore e si pone in marcia, si mobilita per il bene, la libertà, la dignità trascendente. È soprattutto attraverso il canto dell’alleluia, che si esprime il ringraziamento di essere salvati e redenti!
La Chiesa, cantando, si sente popolo non più abbandonato, ma riamato, pronto per le traversate dei secoli, capace di affrontare tutti gli esodi a cui chiama l’Amore di Cristo, nostro Pastore e nostro Maestro. Cantando l’alleluia, noi ci aggrappiamo alla mano di Colui che ci salva dalle acque limacciose del male impedendoci di ricadervi. Noi sappiamo che siamo sottratti alla forza di gravità della morte e del male – una forza che altrimenti non permetterebbe via di scampo – e nello stesso tempo siamo attirati dalla forza di gravità di Dio, che è la forza della Verità e dell’Amore. Da quando Cristo è risorto, l’attrazione dell’amore è più forte di quella dell’odio; la vita è più forte della morte. Anche se a volte abbiamo l’impressione di affondare, dobbiamo credere fermamente di essere già salvati. E la fede in questa salvezza, donataci gratuitamente,  ci colma di gioia e di speranza, perché, come dice san Paolo, siamo «come moribondi, e invece viviamo» (2 Cor 6,9).
La mano salvifica del Signore ci sorregge. Per questo possiamo intonare insieme il canto nuovo dei risorti: Alleluia! Amen!

OMELIA nella CELEBRAZIONE DEL VENERDI’ SANTO
Faenza - Basilica Cattedrale, 3 aprile 2015
03-04-2015

  1. È stato annoverato con gli empi

Gesù muore «extra muros», «fuori della porta della città» come leggiamo nella Lettera agli Ebrei (13,12s.). Perché rifiutato dalla comunità di Israele, viene escluso dal luogo santo della presenza di Jahvé. La croce di Gesù è innalzata dove vengono suppliziati i peccatori, i maledetti da Dio. Cristo viene crocifisso in quel luogo, perché accusato di empietà, di opporsi al volere di Dio. Non poteva finire altrimenti: aveva scandalizzato i benpensanti, mangiato con i peccatori, infranto le regole di purità e affermato addirittura di essere il Messia.
Il destino del Signore appare tragico ed assurdo a un tempo. Il popolo eletto, a cui era stato inviato per redimerlo e liberarlo, lo rifiuta, lo mette a morte con il supplizio infamante riservato a coloro che sono respinti da Dio. Gesù Cristo è crocifisso fuori dalla città, affinché sia chiaro che la casta sacerdotale e la popolazione non hanno nulla da spartire con Lui, perché non credono in un Messia venuto a cambiare il mondo con una missione di passione e di amore.
Oggi, a differenza di coloro che l’hanno respinto, noi siamo qui in ginocchio ai piedi della croce, per confessare la nostra fede nella potenza trasfiguratrice e rivoluzionaria del suo immenso amore.  Per noi, la croce di Cristo è l’albero della vita piena, della vittoria sul male e sulla morte. È la via che conduce alla felicità. Là ove c’è il dono di sé, c’è anche la gioia, come riscontro naturale di un’esistenza dinamica e ricca.
Fissando il volto sfigurato del Cristo crocifisso, non vediamo una sconfitta, bensì la vittoria finale sul male, ottenuta mediante il sacrificio estremo. Cristo sulla croce è lo spettacolo più consolante per tutti gli uomini, perché rappresenta il dono allo stato puro. Dall’alto di quel terribile patibolo, paradossalmente diviene polo perenne di attrazione, come egli stesso aveva predetto: «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Rifiutare la croce di Cristo significa rifiutare la sua redenzione, la sua azione trasfiguratrice dell’umanità, mediante una vita che si dona in pienezza, senza residui. Dopo l’incarnazione, l’ascensione al calvario è anche l’ascensione dell’umanità verso una vita di dono che non esclude la croce. Chi si dona in pienezza, camminando dietro a Gesù, non può non incontrare sulla sua strada la croce, come avvenne per tanti missionari eroici, partiti anche dalle nostre comunità e che sono stati uccisi. Basti pensare a padre Daniele Badiali, che abbiamo ricordato recentemente a Modigliana, in una chiesa gremita di giovani. Il credente non abbraccia la croce per la croce. Abbraccia, ama sopra di tutto Cristo. Condividendo la sua vita è naturale condividere la sua croce, segno di un amore senza misure. Noi saremo redenti solo se rimarremo uniti a Cristo crocifisso, che ci rende capaci di amare come Lui ci ama, facendo della nostra esistenza un dono totale agli altri, in docile obbedienza alla volontà di Dio, con un atteggiamento di libertà interiore e di distacco dalle cose mondane.
Per noi cristiani, la Croce è la tappa finale dell’itinerario di ritorno a Dio dell’umanità. È il luogo della nostra trasfigurazione e divinizzazione. In essa troviamo finalmente l’approdo del nostro anelito più intimo, di non essere mai separati dall’amore di Dio. In noi, carissimi fratelli e sorelle, è insito un insopprimibile bisogno di un amore assoluto, senza fine, che non può essere annientato dalla morte. Con la sua vittoria finale,  Cristo crocifisso ce ne fa partecipi e così diventa la nostra speranza, perché anche noi possiamo vivere il suo amore indistruttibile, unendoci alla sua offerta sacerdotale, alla sua lotta contro il male con le armi del bene e del perdono.
 

  1. La croce  non è la fine dell’esistenza, bensì l’apertura di un varco verso la pienezza, che è la vita eterna.

Con l’incarnazione, il Signore Gesù accetta di discendere anche nelle tenebre della morte, che alla fine ne usciranno sconfitte. Egli scende sino a visitare quelli che risiedono negli inferi, per scuoterne il regno e liberare quelli che, come Adamo ed Eva, vi sono prigionieri. Dio non ha creato l’umanità perché rimanesse intrappolata nell’inferno. Ci vuole risorti dai morti. Cristo, incarnato nella morte e disceso negli inferi, risorto dal Padre, diventa per tutti il Pastore dagli occhi grandi che conduce le sue pecore oltre le tenebre della morte e degli inferi. Cristo ci conduce e conosce tutte le nostre vie anche quella che passa per la valle della morte. Egli è Colui che, anche sulla strada dell’ultima solitudine nella quale nessuno può accompagnarmi, ci viene incontro, cammina accanto e ci guida, avendola già percorsa lui stesso. Dopo la sua vittoria, ritorna per accompagnarci e darci la certezza che, insieme a Lui, troveremo il passaggio verso la vita vera, nella quale saremo stabilizzati (cf Benedetto XVI, Spe salvi, n. 36). Proprio per questo dobbiamo pensare alla nostra  morte non come un cadere nel nulla. Noi siamo esseri per la risurrezione, per la vita incorruttibile.
 

  1. La passione di Cristo è la nostra passione.

Dopo il suo abbassamento nel miracolo dell’incarnazione, in cui è divenuto uno di noi e in tutto simile a noi tranne che nel peccato, la sua passione è anche la nostra e, viceversa, la nostra passione è anche la sua. La sua passione non è racchiusa nel passato, ma abbraccia tutti i tempi, tutte le persone, tutte le generazioni. Cristo soffre nell’umanità: in noi, con noi e per noi. Soffre con ogni persona di oggi e di domani. Ci cammina accanto. Ci aiuta a portare il peso della nostra croce. Le nostre malattie, le nostre lacrime, le nostre pene e i nostri affanni, quando sono vissuti uniti a Lui, acquistano un senso diverso. Diventano occasione di crescita spirituale, di purificazione, di una donazione più grande di noi stessi, di una speranza più forte. Peraltro, sappiamo che tutto ciò che, nel bene o nel male, è fatto ad ogni persona, è fatto a Cristo stesso. La Parola di Dio ci conferma che nel fratello si trova per ognuno di noi il permanente prolungamento dell’Incarnazione: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Ecco perché dobbiamo guardare alla passione di Gesù come ad una realtà che non è estranea alla nostra esistenza, alla nostra storia. Cristo patisce, soffre, lotta nei nostri fratelli, nella nostra città, nei nostri quartieri. Spesso non ci accorgiamo delle condizioni di coloro che pur ci vivono accanto:  i poveri, gli emarginati, le persone sole e abbandonate, i forestieri, i cosiddetti “invisibili”. La passione di Cristo, che oggi celebriamo qui in chiesa, non è una realtà separata dalla vita che si trova appena fuori dalla porta della nostra cattedrale. La memoria della sua passione deve sollecitarci  a vederlo e ad incontrarlo nel nostro prossimo, in coloro che ci passano accanto, nei diseredati, nei rifugiati, negli immigrati. Essi sono nell’oggi l’incarnazione di Cristo, che ci visita e ci chiede ospitalità.
Celebrare la passione di Cristo, dunque, è viverne con realismo tutto il suo spessore storico, la sua immanenza. È guardare la realtà quotidiana con occhi più penetranti. È scorgere un’umanità che, con Cristo e in Cristo, muove i suoi passi sulla Via crucis, fatta di sofferenze, di sconfitte, di violenze, ma anche sulla Via lucis, nella quale si lotta contro il male con le armi del bene, si ama pienamente, si diviene popolo nuovo, famiglia di Dio. E in tal modo siamo veramente umanità trasfigurata, che è luce per chi ci incontra e per chi ci sta accanto.
 

  1. Grazie alla croce è possibile guarire il mondo

La sofferenza appartiene alla nostra vita. Deriva, da una parte, dalla nostra finitezza e, dall’altra, dalla massa di colpa che, lungo la storia, si è accumulata e ora ci condiziona.
Prodighiamoci, dunque, per diminuire la sofferenza degli innocenti, dei calunniati, di coloro che subiscono oltraggi ed ingiustizie. Purtroppo, dobbiamo riconoscere che ci è impossibile eliminare del tutto la sofferenza che ci circonda, semplicemente perché non possiamo liberarci della nostra finitezza e nessuno di noi è in grado di annullare totalmente il potere del male. Solo Dio, grazie alla sua entrata nella storia e alla sua totale accettazione di quel terribile sacrificio, può togliere il peccato dal mondo (Gv 1,29). Ma è la nostra fede nell’esistenza di questo potere, che fa emergere la speranza della guarigione dell’umanità. Si tratta, appunto, di speranza e non ancora di compimento. Possiamo limitare la sofferenza, pur nella consapevolezza che non sarà mai possibile eliminarla del tutto.
Per questo, vivendo in un mondo ferito dalle guerre e dalle persecuzioni, camminiamo con speranza dietro a Gesù, ma non senza lacrime.
Signore, aiutaci a non vergognarci di esse. Ci ricordano quelle di tua Madre che ti accolse martoriato tra le sue braccia; quelle delle madri che, in tanti Paesi dell’Oriente e dell’Africa, piangono i loro figli e le loro figlie uccisi solo perché cristiani. Madre di Dio, Madre dei dolori, guarda a noi che camminiamo in questa valle di lacrime. Non stancarti di donarci Gesù! Egli rende i nostri passi meno incerti e paurosi. Noi siamo uniti definitivamente con il Vivente che nessuno potrà più uccidere!
 

OMELIA per la MESSA ‘IN COENA DOMINI’
Faenza - Basilica Cattedrale, 2 aprile 2015
02-04-2015

Cari Fratelli nel sacerdozio,
Cari Fratelli e Sorelle,
 

  1. «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1).

Ecco quanto testimonia l’evangelista Giovanni. Gesù ama i suoi discepoli sino all’estremo sacrificio. E, in questo suo percorso di dedizione totale, non esita a farsi servo per lavare i loro piedi. Depone le vesti della gloria divina per compiere il servizio dello schiavo, in modo da renderli degni di assidersi alla sua tavola. L’evangelista prediletto ci dice che Gesù, che è Dio, si abbassa per compiere un atto di umiltà. Ma è proprio mentre lava i piedi dei discepoli che mostra chi Egli veramente è: ossia un Dio che ama e che si svuota completamente nel dono di sé. Per un certo verso, si potrebbe dire che, in quel gesto, il Signore non dismette le sue vesti gloriose. Essendo Amore, la verità della sua incarnazione risplende nel servizio dello schiavo, che Egli non disdegna di prestare.
È questa kénosis d’amore che rende visibile il vero significato di incarnazione e redenzione!
Mentre lava i piedi certamente polverosi dei suoi discepoli, Gesù lava i piedi di ognuno di noi, al fine di purificarci e renderci degni di Lui. Solo così potremo essere ammessi a quella mensa su cui Egli si offre nella sua donazione totale al Padre e all’uomo, fino ad accettare la morte e una morte di croce. Con il suo gesto, Gesù intende invitare i discepoli a partecipare al suo stesso sacrificio; elevarli all’altezza del suo amore divino senza misura, per sconfiggere il peccato, vincendo il male con il bene, perdonando i nemici.
 Il Signore Gesù è continuamente in ginocchio ai nostri piedi per renderci il servizio della purificazione – specie nei sacramenti del battesimo e della riconciliazione – e farci partecipare pienamente al Sacramento eucaristico da Lui istituito nell’Ultima Cena, Sacramento del dono totale del suo Corpo e del suo Sangue sino al suo ritorno. Togliendo il nostro peccato, ci consente di compiere il nostro sacrificio nel Suo, di tornare a Dio in Lui, Sommo Sacerdote: Colui che, donandola, rende gradita e «sacra» la propria vita agli occhi di Dio Padre, sostituendo finalmente l’agnello pasquale e tutti i sacrifici dell’Antica Alleanza.
Lavando i nostri piedi, Cristo ci chiede di imitare questo suo gesto d’amore, per renderci capaci di Dio, della sua vita di dono e di misericordia.
 

  1. «Voi siete mondi, ma non tutti».

A fronte del dono totale di Cristo al Padre e all’umanità intera, esiste purtroppo la drammatica realtà del rifiuto da parte dell’uomo. Giuda testimonia questo oscuro mistero. L’amore di Dio, offerto da Cristo, non ha confini, ma l’uomo può contrastarlo, negandosi alla sua accoglienza. Le persone, infatti, sono libere di chiudersi all’amore donato. Rinunciando ad amare, non solo divengono incapaci di cibarsi dell’amore divino, ma non possono neppure raggiungere quella pienezza umana e cristiana, che solo la partecipazione al sacrificio e al sacerdozio di Cristo può proporzionare.
La tragedia di Giuda si consuma appunto nel rifiuto, nel non voler amare come Cristo ama. Per l’apostolo traditore, l’amore di Cristo al Padre e all’umanità è incomprensibile. Aspettava un Messia terreno, essendo interessato al potere e al successo mondano. Per la sua avidità – «era un ladro», ci dice Giovanni – il denaro è è più importante della comunione con Gesù, più prezioso di Dio e del suo amore. Giuda ritiene di poter cambiare il mondo da solo, senza l’aiuto di Dio, senza vivere l’amore di Cristo, l’Uomo nuovo. E così, tradisce l’Amico che aveva riposto in lui la sua fiducia, rompe con la verità e di conseguenza perde il senso del Bene supremo che è Dio. Alla fine,  accecato dalla disperazione, perché incapace di credere in questo amore fatto essenzialmente di perdono, piomba nel baratro del suicidio.
Cari fratelli e sorelle, non lasciamoci rubare l’amore di Cristo, la sua comunione con Dio, sommo Vero e sommo Bene. Non chiudiamo la porta del nostro cuore ai sentimenti di Cristo, perché dal  suo amore dipende la pienezza della nostra vita. Solo se dimoriamo in Lui, solo se Lo viviamo, riusciremo a ridare una gerarchia alla nostra scala di beni-valori. Vi riusciremo, togliendo il primo posto al dio denaro, al successo, alla tecnica, ai consumi e ricollocando al vertice Dio Padre, alfa ed omega di tutta la vita.
In questo periodo, la Chiesa italiana sollecita ogni uomo e donna di buona volontà a divenire protagonisti di un nuovo umanesimo in Gesù Cristo. Un umanesimo plenario, comunitario, solidale, aperto alla Trascendenza, potrà germogliare nelle nostre esistenze, nei nostri ambienti, nelle nostre case e comunità, nei nostri centri di accoglienza e di ascolto, negli ambiti della cooperazione e della politica, nelle istituzioni e nelle leggi, se sapremo accogliere l’amore incondizionato di Cristo. Non possiamo umanizzarci ed umanizzare la società senza ricorrere alla forza innovatrice e trasfiguratrice dello Spirito d’amore del Padre e del Figlio. Ci è richiesto di non valutare la nostra ed altrui esistenza, i beni collettivi e il bene comune alla stregua di una merce, avendo come riferimento soltanto la categoria del profitto. Evitiamo di cadere nella superbia di chi pensa di non aver bisogno di purificare le proprie intenzioni e di convertirsi, di chi confida unicamente nelle proprie forze, di chi coltiva un amore illimitato di sé, sino a credersi quasi un dio. La chiusura all’amore paterno e misericordioso del Padre comporta inevitabilmente la chiusura ai fratelli, specie ai più deboli. Se li intercettiamo, essi al massimo divengono per noi solo strumenti per affermarci, ma mai fratelli da incontrare, da amare incondizionatamente e da accogliere come un «tu» con pari dignità. Se non crediamo all’amore misericordioso di Dio, le nostre vite rischiano di diventare un inferno insopportabile, come quella di Giuda, il cui cuore indurito gli ha impedito di ritornare a Gesù, per essere perdonato e restituito alla gioia del dono di sé.
 
 

  1. «Vi ho dato l’esempio…». «Anche voi dovete lavarvi i piedi…»

Fermiamoci ancora per qualche istante su due versetti della pericope evangelica di Giovanni: «Vi ho dato l’esempio…» (Gv 13,15); «Anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri» (Gv 13,14).
Che cosa significa in concreto il «lavarci i piedi gli uni gli altri»? Sicuramente può indicare ogni atto disinteressato. Farsi «prossimo» di chi ha bisogno. Essere samaritani e non passare oltre. Essere, in definitiva, una «Chiesa che serve», estroversa, non autoreferenziale e ripiegata su se stessa, bensì una «Chiesa del grembiule», come soleva ripetere don Tonino Bello, rimpianto vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi , che molti conoscono.
Eppure, come insegnava don Tonino, c’è una dimensione ancora più profonda in questo essere imitatori di Cristo che lava i piedi.
Significa soprattutto perdonarci gli uni gli altri senza stancarci mai, per ricominciare insieme sempre di nuovo. Significa purificarsi, sopportandoci a vicenda, e accettando di essere sopportati dagli altri. Significa vivere nella comunione, servendola. Più che essere efficienti dal punto di vista organizzativo, permettetemi di ribadire che è pregiudiziale per noi che vogliamo dirci cristiani, esistere nella comunione. Le nostre comunità, prima di essere istituzioni, debbono essere comunità di comunione intensa con Cristo, vivendo in Lui e per Lui. Solo così potremo essere certi di dar vita a istituzioni vive, positive, dotate di spirito di servizio, e non semplicemente luoghi ove ognuno cerca di ritagliarsi uno spazio, per contare ed influire di più. Dobbiamo   essere imitatori di Cristo non solo divenendo capaci di dare da mangiare agli affamati, di visitare i carcerati, di vestire chi è senza indumenti, praticando cioè una carità assistenziale, ma donando Dio stesso, il Bene più grande, mediante una nuova evangelizzazione, «nuova», perché sottoposta ad una costante conversione spirituale e pastorale. Occorre che sappiamo «regalare» Gesù Cristo, di modo che tutti lo possano incontrare, perché solo Lui – e non tanto noi – può salvare e redimere! Dobbiamo servire ogni persona di ogni età, credo, etnia facendo percepire la fragranza dell’amore che Cristo stesso ha riversato in noi con il suo Spirito. Come Cristo, diventeremo allora pane che si spezza per la gioia e la speranza degli uomini e delle donne del nostro tempo. Proponiamoci allora di servire le persone non come dei burocrati, bensì come testimoni credibili dell’amore sconfinato di Colui che è, sì, vero Dio, ma al tempo stesso vero uomo, e come tale strettamente partecipe delle nostre gioie e sofferenze. E proveremo allora la gioia di introdurre i fratelli nel Sacramento dell’eterno banchetto nuziale, affinché possano celebrare una vita che diviene gloria di Dio. Siamo sacerdoti nel Sommo Sacerdote! Preghiamo per esserlo. E preghiamo, perché vi siano santi ministri di Cristo. Come insegnava Padre Andrea Gasparino, fondatore del Movimento contemplativo, preghiamo Dio perché i nostri sacerdoti siano preti «a tempo pieno», non «occasionali» ma autentici, che ci trasmettono Cristo senza mezzi termini, senza paure. Sacerdoti stracolmi di Dio, come il santo curato d’Ars, impastati di preghiera, dalle ginocchia robuste, per adorare, impetrare, espiare. Quando i preti pregano, il popolo è sicuro.
Che san Pier Damiani, secondo patrono di questa nostra bella città, ci aiuti con il suo insegnamento e con il suo esempio!

OMELIA per la MESSA CRISMALE 2015
Faenza - Basilica Cattedrale, 2 maggio 2015
02-04-2015

Cari fratelli e sorelle,
con gioia celebro la prima Messa crismale come vescovo di questa diocesi. Saluto tutti con affetto, in particolare voi, cari sacerdoti che oggi, come me, ricordate il giorno dell’Ordinazione. Ma saluto anche i diaconi, i religiosi e le religiose, i seminaristi, le organizzazioni ecclesiali e i laici che lavorano nella Caritas e nel volontariato, nella comunicazione, nella scuola, nel sociale. Un saluto del tutto speciale rivolgo al diletto confratello nell’episcopato, S. Ecc. Mons. Claudio Stagni che, come vescovo emerito, continua ad essere indissolubilmente legato alla nostra Chiesa e a far parte del nostro presbiterio. Non posso dimenticare i sacerdoti anziani e gli ammalati che, pur desiderandolo, non possono essere presenti con noi in questo momento di gioia comunitaria.
Oggi facciamo memoria del nostro essere tutti sacerdoti in Cristo. Ricordiamo in particolare i giubilei sacerdotali di settantesimo di Mons. Piazza Giuseppe, di sessantesimo di don Anselmo Fabbri, di don Malavolti Bruno, di Mons. Vasco Graziani, del can. Dalle Fabbriche Tommaso, di don Paolo Suardi, del can. don Attilio Venieri, di venticinquesimo di don Claudio Bolognesi, don Davide Ferrini, don Stefano Rava, S. Ecc. Mons. Paolo Pezzi. Una profonda unità ed un’incancellabile fraternità ci legano a Lui Sommo ed Eterno Sacerdote, che ci fa un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre (cf Ap. 1,5-8). Gesù Cristo, come ci dice il Vangelo odierno di Luca, vive la coscienza di essere inviato dal Padre per costruire un nuovo popolo, una nuova storia, attraverso il suo sacrificio, comunicando il suo sacerdozio, ossia la sua vita resa gradita, sacra, a Dio Padre, mediante il dono totale di sé, sino alla morte di croce.
Il popolo di Dio partecipa all’unico sacerdozio di Cristo secondo modalità differenti: il sacerdozio ministeriale o gerarchico e il sacerdozio regale o comune. Essi sono ordinati l’uno all’altro. Come spiega la costituzione dogmatica Lumen gentium (=LG) «Il sacerdozio ministeriale, con la potestà sacra con cui è investito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico in persona Christi e l’offre a Dio a nome di tutto il popolo; i fedeli, in virtù del regale loro sacerdozio, concorrono all’oblazione dell’Eucaristia e lo esercitano con il ricevere i sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l’abnegazione e l’operosa carità»  (LG n. 10).
Tutti i membri del popolo di Dio, che Cristo ha dotato di doni gerarchici e carismatici, sono costituiti in una comunione di vita, di carità e di verità, e sono insigniti della dignità sacerdotale (cf Ap 1,6; 5, 13-16). Tutti, presbiteri, diaconi, christifideles laici, religiosi e religiose, sono stati da Lui consacrati mediante il Battesimo perché offrano sacrifici spirituali mediante tutte le loro attività. Sono inviati come luce del mondo e sale della terra (cf Mt 5,13-16), per annunciare Gesù Cristo come Messia, salvatore e redentore di tutti, ossia come Colui che porta la misericordia e la liberazione di Dio, specie ai più poveri, agli affamati, agli afflitti, ai prigionieri. Il popolo di Dio viene compattato ed edificato da Cristo come comunione missionaria. È posto tra gli altri popoli della terra o, meglio, è seminato in essi, per il compimento in Dio e la gioia piena. È, dunque, in stato di permanente missione, per consentire ad ogni persona l’incontro con Colui che toglie i peccati del mondo con il suo sangue e dona un cuore nuovo, palpitante d’amore per Dio e l’umanità.
Consentitimi qui di fermare l’attenzione sul «mistero» e sulla «grazia» della comunione di tutto il presbiterio con il proprio vescovo, per rinnovare insieme una totale dedizione a Cristo e alla costruzione del suo Corpo, che è la Chiesa. Tutti noi, vescovo, sacerdoti, diaconi, secondo un ordine e un grado diversi, siamo costituiti come esseri ministeriali, esseri-per, a servizio dell’edificazione dell’unico corpo di Cristo, per un sacerdozio santo e regale. Noi, unico presbiterio, abbiamo un’unica missione: servire i nostri fratelli e sorelle perché vivano in piena comunione con Cristo e tra di loro; perché siano Chiesa, un popolo vivo, compatto, numeroso, ben articolato in comunità  locali, parrocchiali, religiose, domestiche o famiglie, tutte animate dalla passione per Gesù Cristo,  mosse dal desiderio incontenibile di indicarlo e comunicarlo mediante una nuova evangelizzazione –  come ci sollecita a fare l’esortazione apostolica Evangelii gaudium di papa Francesco  su cui la Chiesa italiana sta sollecitando ad una verifica sulla sua ricezione da parte del popolo di Dio – caratterizzata da una permanente conversione spirituale, pastorale e pedagogica. Su questi aspetti come diocesi di Faenza-Modigliana avremo modo di ritornare per mettere in atto anche noi la nostra verifica.
Proprio anche in vista di una comunione missionaria e di una pastorale in conversione, il vescovo e i presbiteri sono chiamati a vivere un rapporto paterno-filiale: «I presbiteri – troviamo scritto nella LG del Concilio Vaticano II – riconoscono nel vescovo il loro padre e gli obbediscono con rispetto. E il Vescovo consideri i sacerdoti suoi cooperatori quali figli ed amici, come Cristo chiamava i suoi discepoli non già servi ma amici (cf Gv 15,15)» (n. 28).
Di fronte a simili parole c’è da rimanere stupiti e, insieme, ricolmi di riconoscenza. Rispetto al nostro essere strutturati secondo un rapporto di paternità e di figliolanza non abbiamo, infatti, nulla da rimproverarci: sia perché ci conosciamo appena, sia perché il nostro rapporto così caratterizzato è un puro dono. Esso non è né dalla carne né dal sangue. Esso nasce dall’Ordinazione presbiterale, in forza della preghiera e dell’imposizione delle mani del vescovo sul capo di ogni ordinando, plasmato come sacerdote della nuova ed eterna alleanza. Il Signore pone il vescovo in uno stato di paternità che lo soverchia e lo rende trepidante, perché il suo piccolo cuore di uomo come gli altri è chiamato ad accogliere tutti i sentimenti di affetto, di bontà, di speranza che deve avere di fronte a tanti figli. Il vescovo deve promettere davanti al Signore e al suo presbiterio: devo essere così  sensibile, così grande di cuore, così spazioso di anima da dire: io avrò tutti questi sacerdoti per figli miei! Cari fratelli di questo presbiterio, aiutatemi, allora, anzitutto con la vostra preghiera. Il fatto che per voi, tutto sommato, è più facile amare un padre solo, e cioè il vostro vescovo, non dev’essere motivo per esimervi dal donargli almeno un po’ del vostro affetto. Ve lo domando non tanto per me stesso – sì, anche per me, certamente – ma soprattutto per quell’unione empatica che dobbiamo coltivare per meglio edificare la Chiesa, il Corpo di Cristo, l’edificio spirituale  di cui Gesù è il Capo.
Non vi nascondo che uno dei propositi che ho preso venendo in questa stupenda porzione del popolo di Dio in Faenza-Modigliana, è stato quello di riservare a tutti voi, che mi siete fratelli e figli nell’unico sacerdozio di Cristo, specie se anziani ed ammalati, una vicinanza di affetto e di amicizia privilegiata. Più in concreto mi riprometto di destinare i primi mesi del mio ministero episcopale ad incontrare voi e le vostre comunità, raggiungendo ogni singola persona ed unità pastorale della Diocesi, nei tempi e nelle modalità più opportuni e comunque concordati. Dovremo sentirci molto compatti perché siamo ministri di una stessa grande opera, ministri che non possono agire isolatamente. Nessuno di noi salva da solo i propri fratelli. È Cristo che li salva, mediante un’azione evangelizzatrice comunitaria. Avremo bisogno, allora, di una spiritualità e di una disciplina comunitarie. Perché costituiti in un’unica famiglia di paternità e di fraternità universali, dovremo vigilare per togliere tutto ciò che può indebolire la nostra comunione con Cristo e tra di noi. Proprio perché lavoriamo all’edificazione dell’unico Corpo di Cristo dobbiamo essere solidali tra noi, gareggiando nello stimarci a vicenda, pronti all’aiuto reciproco, con un linguaggio schietto e rispettoso insieme, con un’amicizia franca e profonda. Sopra ogni cosa è importante che ci adoperiamo a «volerci bene nel Signore», che poi è la via più popolare ed efficace per dire al mondo «la lieta notizia» di Gesù Salvatore.
In questa messa crismale in cui ricordiamo l’istituzione del nostro ministero sacerdotale mi preme aggiungere un’ultima riflessione: non possiamo non fare nostra la sollecitudine per le vocazioni sacerdotali. L’amore a Cristo, al nostro presbiterio, non può non interpellare ciascuno di noi sul problema del nostro futuro, attivando anzitutto una vera e propria pedagogia vocazionale, che passa attraverso la nostra stessa testimonianza di vita. Se noi sacerdoti ci mostriamo pieni di gioia di essere stati chiamati, fieri di essere consacrati, fedeli per amore del nostro Tutto che è Cristo, non tarderanno a fiorire le vocazioni. Dobbiamo anche pensare che esse potranno sbocciare là ove non si smette mai di educare e di stimolare i battezzati a discernere e a vivere la loro variegata ministerialità nella Chiesa e per la Chiesa. Bisogna riconoscere che questa diocesi si è messa per tempo su questa strada, come lo testimonia anche l’ultima lettera pastorale. Dobbiamo proseguire con convinzione
Che la Beata Vergine delle Grazie, nostra patrona, ci aiuti a rinnovare il nostro amore all’Eucaristia: nuovo sarà il nostro amore fraterno, più numerose saranno le vocazioni sacerdotali. La rinnovazione delle promesse sacerdotali che ci accingiamo a fare  porti tanta umiltà nel nostro ministero con la consapevolezza che dobbiamo conformarci al Buon Pastore, Gesù Cristo, nostro fratello e Signore.