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SIAMO CHIAMATI A PRENDERE POSIZIONE
Faenza - Basilica Cattedrale, 29 marzo 2015
29-03-2015

Cari fratelli e sorelle, abbiamo sentito proclamare la Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo l’evangelista Marco. Che emozione di fronte all’intensità del dono di un Dio. La sua passione d’amore  suscita «estasi», decentramento da sé, coinvolgimento. Il mistero dell’amore che non esita  a consegnarsi inerme nelle mani delle sue stesse creature, dei suoi stessi figli, da cui sarà rifiutato, processato ed ucciso, ci obbliga ad abbandonare le nostre meschinità e piccolezze. Il Dio-uomo, che benefica l’umanità sacrificando la propria vita, donando la sua capacità di amare e di lottare contro il male, non è riconosciuto come Colui che incondizionatamente e disinteressatamente libera e fa vivere in pienezza. Quel Dio che accetta di farsi nostro vicino e consanguineo per salvarci, è  insultato e immolato nel più ignobile dei supplizi. La sua Passione è l’apice di un dramma universale: la sua lotta contro il male che si è impossessato dell’uomo e della storia per un momento sembrò concludersi con una sconfitta. Ma alla misericordia di Dio sono sufficienti pochi «sì» per dare inizio a un nuovo popolo, il sì di Gesù, il Figlio, quello di Giuseppe, l’uomo giusto, quello di Maria, la Madre, quello del Battista il precursore e di Giovanni, il discepolo che stava sotto la croce, assieme a tutti i «sì» di coloro che lo tradiscono, l’abbandonano, ma poi ritornano a Lui con il pentimento.
 Noi, come battezzati e cresimati, come tralci uniti alla vite; noi, come persone libere che hanno scelto di vivere Cristo e quindi di appartenergli, non possiamo non sentirci interpellati e coinvolti dalla sua volontà di salvarci, dandoci un cuore nuovo, ponendo dentro di noi il suo Spirito d’amore, per trasfigurare la nostra esistenza e renderci popolo di Dio.
Di fronte a Cristo che, con l’incarnazione e l’effusione del suo Spirito dall’alto della croce, vive in noi e con noi; che potenzia in noi l’anelito al vero, al bene e a Dio; che accresce una profonda inquietudine per la globalizzazione dell’ingiustizia, dell’illegalità, della corruzione, dell’indifferenza, dell’esclusione, della tragica violenza dei conflitti, non possiamo sentirci distanti e separati da Lui.
Il succedersi incalzante degli eventi della sua passione cruenta, perversamente istigata dal Maligno che pensava di riuscire ad annientarLo, è stato l’occasione, per il popolo e per i discepoli, di schierarsi con il Maestro.
Nell’Ora di Gesù, quell’ora suprema del suo «sì» al Padre in cui l’uomo è riconciliato con Dio e, mediante una lotta drammatica ed eroica contro il male e il peccato dà l’avvio ad una nuova storia di alleanza; in quell’Ora, sempre attuale, anche oggi a casa mia, nel mio quartiere, nella mia città, nella mia Nazione, in Europa e nel mondo intero, dove mi pongo? Decido per Gesù o mi dissocio da Lui? Lo tradisco, fuggendo? Me ne lavo le mani come Pilato? Mi unisco, in certo qual modo, a chi lo schiaffeggia, lo umilia, lo crocifigge? Sono domande che debbono porsi anche i nostri giovani che hanno fatto recentemente la professione di fede e che intendono prepararsi a partecipare alla prossima  Giornata Mondiale della Gioventù che si terrà a Cracovia nel 2016. Sicuramente debbono domandarsi se è proprio in Gesù Cristo che  essi ricercano la loro felicità.
Le domande che ci dobbiamo porre possono essere anche più circostanziate. Siamo tra coloro che, per indolenza e grettezza, vogliono bloccare quei processi di rinnovamento e di trasfigurazione, che Cristo, con la sua presenza e il suo Spirito, semina e attiva nei cuori, nelle comunità, nelle culture, nelle istituzioni, nelle legislazioni, nella politica, nelle nostre stesse associazioni ed organizzazioni cattoliche o di ispirazione cristiana? O, peggio, siamo tra coloro che prendono volontariamente la via del male, rubando la speranza agli altri, alla società, praticando magari gli affari facili, sfruttando coloro che non possono rifiutare una paga da fame? Annunciamo il Vangelo della gioia e della fraternità? Testimoniamo credibilmente la bellezza di essere e di dirci cristiani non solo coltivando utopie, ma soprattutto lavorando per la costruzione di una nuova società, di una nuova economia, di una nuova finanza, di una nuova politica? Siamo impegnati a educare alla vita buona, a combattere l’analfabetismo religioso, a vivere consapevolmente nell’Amore pieno di Verità, che è Cristo? Prendiamo posizione, come uomini e come cristiani,  di fronte a scelte politiche ed economiche che non intaccano le cause strutturali dei mali sociali e rendono i poveri più poveri, relegandoli, assieme a tanti giovani, ai margini della società e del mondo del lavoro? Ci opponiamo a quelle organizzazioni che lucrano schiavizzando le persone, approfittando del loro bisogno e della loro fragilità? Dissentiamo fermamente e non solo verbalmente, mobilitandoci e formando rete, nei confronti di coloro che si fanno portatori di menzogne e di falsi diritti, destrutturando la famiglia, teorizzando l’assassinio del nascituro indifeso, l’eutanasia, la libertà senza limiti? Ci dissociamo coraggiosamente dai fenomeni di corruzione, che non toccano solo i rappresentanti della cosa pubblica, ma che trovano connivenze e complicità nella società civile, tra gli stessi cittadini, ledendo i diritti altrui e il bene comune?
Perché le nostre società devono ancora assistere alla vergogna di chi vende Cristo per trenta denari in quei ragazzi e in quelle ragazze che sono sequestrati per essere reclutati nel lavoro nero, e nei circuiti della prostituzione?  Per non parlare di quelli che, in molte parti del mondo vengono addestrati come soldati al servizio di bande armate, e spesso avviati direttamente alla morte, imbottiti di esplosivo o destinati al commercio di organi? Siamo coscienti di venir meno alle nostre responsabilità singole e comunitarie verso il «corpo di Cristo», quando gli anziani sono pressoché abbandonati nei ricoveri, ove sono spesso considerati numeri; quando i media ci informano che comunità intere di fratelli perseguitati, sono costretti a lasciare le case e ogni loro avere, e «agonizzano» in campi profughi senza adeguati soccorsi? Quanti mali, quante sofferenze, quanta morte ci circondano nella nostra città e nel mondo intero! Ma proprio là ove constatiamo la nostra pochezza e fragilità umana, come ci dice san Paolo sovrabbonda la grazia di Cristo, la sua Passione d’amore per noi, con cui ci riscatta e ci fa rinascere. Dobbiamo prendere posizione per Gesù. Insieme a lui dobbiamo lottare contro il male, optando per la via del bene e della giustizia, per la cultura della vita e non del dio denaro.
Se nel riconoscimento delle nostre colpe abbiamo il dovere di essere severi, non dobbiamo, però, lasciarci trascinare nel gorgo di quella disperazione  che ci chiude in noi stessi e non ci permette di vedere chi ci tende la mano per aiutarci. Guardiamo al Crocifisso. Confidiamo in Lui. La sua fedeltà e la sua misericordia nei nostri confronti sono doni inestimabili, che ci incoraggiano a proseguire decisi sulle sue orme, nonostante le difficoltà quotidiane, le nostre cadute, i nostri errori, e anche i nostri tradimenti. Accingiamoci a partecipare, in questa Settimana Santa, alla passione del Signore Gesù, purificandoci, accostandoci al sacramento della Riconciliazione, per sperimentare la tenerezza di Dio e riattivare il nostro desiderio di verità, di bene, per vivere di Dio, per essere luce e speranza come Lui, e offrire possibilità di riscatto.
 

CELEBRAZIONE della PROFESSIONE DI FEDE dei DICIOTTENNI
Faenza, 28 marzo 2015
28-03-2015

Benvenuti. E grazie a tutti coloro che hanno pensato ed organizzato questo momento che vede la presenza di molti giovani.
Cosa faremo questo sera? Percorreremo un itinerario molto semplice. Prenderemo le mosse dal Messaggio di Papa Francesco per la XXX Giornata mondiale della gioventù 2015 e sui suoi contenuti innesteremo la nostra riflessione sulla professione di fede che faranno i nostri giovani diciottenni.
Siamo fatti per la felicità, per una vita in pienezza, ci ricorda Papa Francesco. Dove troviamo una vita piena? In Cristo, umanità compiuta, perché Egli è ad un tempo Uomo-Dio. La divinità di Cristo fa sì che l’umanità da Lui assunta sviluppi le sue potenzialità al massimo.
Ma come possiamo arrivare a Cristo, che è uomo perfetto? Papa Francesco ci suggerisce che noi possiamo arrivare a Cristo e vederlo così com’è, ossia come umanità in pienezza, se possediamo un cuore puro. Il tema della Giornata mondiale della gioventù – «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» – ci insegna che possiamo giungere a Gesù Cristo, quasi sino a toccarlo, se abbiamo un cuore puro. Non possiamo vedere Dio e Cristo, il Figlio, se non mediante un cuore pulito, limpido, libero da sostanze contaminanti.
Ma come possiamo disporre di un cuore che «vede» Dio e Gesù Cristo? Passando attraverso due tappe. La prima tappa consiste in un lavoro di pulizia, di eliminazione della spazzatura. Si tratta di un’operazione di «demolizione», di «decostruzione», di liberazione: togliere dal nostro cuore tutto ciò che lo inquina, ossia gli impedisce di vedere e di raggiungere Colui per cui è stato fatto: Dio. Noi siamo stati fatti per Dio. Il nostro cuore è inquieto – dice sant’Agostino – finché non riposa in Lui. Noi possiamo essere impediti di vedere Dio, ma anche Gesù Cristo, quando il nostro cuore si riempie di propositi di male, quando non ricerca più il bene proprio e quello altrui, e diviene un cuore idolatra, ossia si prostituisce, si vende a falsi idoli, assolutizzando piccoli beni e mettendoli al posto di Dio: come, ad es., avviene nel culto della propria immagine, nella cura esasperata della propria corporeità, della propria salute, nel privilegiare le cose materiali rispetto a quelle spirituali, nell’adorazione del denaro, nella credenza del potere taumaturgico della tecnica, nell’attaccamento morboso e consumistico alla sessualità, nell’assunzione di atteggiamenti di autosufficienza, per cui Gesù Cristo è considerato «superfluo».
La seconda tappa consiste in un’opera di costruzione, positiva, ossia nel centrarci e nel radicarci nella vita di Cristo. Noi entriamo in possesso di un cuore puro e limpido se trapiantiamo al posto del nostro cuore, impuro e cieco, il cuore stesso di Cristo, mediante la fede in Lui. Noi possiamo avere un cuore nuovo, libero da ciò che annebbia, se vediamo e amiamo come Gesù Cristo, ossia riconoscendo e amando Dio come lo ama Gesù. Cristo riconosce nel Padre il Sommo Vero, il Sommo Bene, la Somma Bellezza, il suo Tutto, Colui per il quale vale la pena di dare se stessi, trovando in tale dono la felicità.
Dicevo che noi possiamo vedere Dio, essere felici in Dio se abitiamo in Gesù Cristo mediante la fede. Permettetemi, allora, che mi fermi qualche istante a riflettere con voi sulla fede, nel giorno in cui un folto gruppo tra voi rinnova la sua professione.
Cos’è la fede? Per professarla e confessarla debbo conoscerla bene.
Essa non è accoglienza di una teoria o di una dottrina, non è possedere una scienza. Non è nemmeno semplicemente conoscere Gesù Cristo e il catechismo, cosa peraltro fondamentale per incominciare a credere. È molto di più. È più del conoscere l’esistenza di Dio e di Gesù Cristo. Anche il Diavolo conosce e sa chi è Gesù Cristo, ma non crede in Lui.
La fede è incontrare Gesù, accoglierlo. È, come dice san Paolo, VIVERE Lui, dimorare in Lui. È partecipare alla sua vita e alla sua opera di salvezza integrale e universale, come persona innamorata ed appassionata, accesa dal suo Amore.
La fede autentica non è un rimanere passivamente, quasi abusivamente, in Gesù, nel suo «corpo», che è La Chiesa, vivendo di rendita, consumisticamente, senza essere protagonisti attivi di quella nuova creazione che Egli è venuto a compiere mediante la sua incarnazione, morte e risurrezione.
Se si è persone che vivono realmente e appassionatamente in Cristo e di Lui – che ricapitola in sé tutte le cose, e crea cieli nuovi e terra nuova, trasfigurando tutta l’umanità, ciascuno di noi, dandoci il suo cuore, il suo Spirito, ossia la sua capacità di amare, di opporsi al male costi quel che costi -, si forma, inevitabilmente un popolo di rivoluzionari, come ci ricorda papa Francesco al termine del suo Messaggio.
Grazie alla fede veniamo dotati di occhi particolari, che vedono al di là delle apparenze e dei fenomeni, e ci offrono una visione diversa della realtà e della vita.
Gli occhi della fede – che non sono i nostri occhi biologici e fisici – ci consentono di Vedere Gesù in chi mi è accanto, nei miei stessi genitori, nei più poveri, in chi è senza casa, lavoro, vestiti, cibo; in chi è carcerato, emigrato, anziano ed ammalato, solo, scartato.
 A partire da questo sguardo di fede, chi rinnova la professione di fede a diciotto anni, si impegna a guardare in profondità, riconoscendo in ogni persona, ricca o povera che sia, la dignità di un figlio o di una figlia di Dio. Si impegna ad amare come Cristo: con un amore più che umano e in Dio. Grazie alla fede, cari giovani, vedrete nei vostri amici e negli altri, dei fratelli. In tal modo, tutto cambia nelle relazioni, specie se ricordiamo quanto Gesù ci ha detto e cioè che alla fine della nostra vita saremo principalmente giudicati non sul fatto se saremo diventati presidenti della repubblica o sindaci o professionisti con tre lauree – cose tutte buone, sicuramente – ma sul fatto se saremo riusciti a riconoscerLo e ad amarLo, per l’appunto, nel povero, nel carcerato, nel profugo, nell’emarginato, nell’emigrato, nei senza dimora, nei nonni soli, nei nostri genitori, nei fratelli e nelle sorelle, negli amici. «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).
La nostra fede, l’avrete capito, non ci estrania dalla realtà, dalla vita quotidiana, dalla società, rinchiudendoci in un mondo artificiale, come avviene spesso con internet, con face book, con i media moderni. La nostra fede ci obbliga ad essere realisti e concreti, a «uscire» da noi e andare verso il fratello, a riconoscere il realismo dell’incarnazione di Cristo nell’umanità.  Essa ci insegna che nel fratello si trova il permanente prolungamento dell’Incarnazione per ognuno di noi. Ci sollecita a concepire la realizzazione della nostra vita come un essere per, un essere per la fraternità, per Dio, per la comunione, la convivialità.
La fede vede in Cristo, Uomo-Dio, l’attuazione dell’uomo perfetto, al massimo grado, l’umanità in piena comunione con Dio, totalmente aperta a Dio. Mediante la fede, noi siamo chiamati a raggiungere la misura della pienezza umana di Cristo (cf Ef 4, 11-13).
L’uomo che vuole pensare solo a sé è uomo vecchio, del passato, va lasciato alle spalle per andare oltre, per superare il limite del nostro essere isolati e divisi.
In definitiva, cari giovani, con la vostra fede siete chiamati a coltivare visioni ampie, inusuali, universali: tutti siamo fratelli e sorelle in Gesù Cristo, il Figlio di Dio. Volete sognare un mondo ove la barbarie, la fame, la povertà, l’odio sono sconfitti e vincono l’amicizia, la fraternità, la libertà fondata sulla verità? Vivete sinceramente e confessate fermamente la vostra fede! Desiderate battere la menzogna sulla vita, sulla famiglia, sull’amore; volete esautorare i ladri dei vostri sogni più belli; volete smascherare i falsi profeti che si presentano con vesti di pecore, ma dentro sono lupi rapaci (cf Mt 7,15-16)? Non perdete la vostra fede!
Piuttosto, alimentatela, rendetela più forte! Guardate alla fede dei santi di cui, mediante la «caccia al tesoro», oggi pomeriggio, avete visitato i monasteri e le istituzioni che hanno innalzato qui a Faenza. La loro non è stata una fede senza opere. Al contrario. Grazie alla loro fede ricca di carità noi stessi possiamo beneficiare del loro insegnamento e del loro carisma. Imparate dai santi a vivere la fede come cittadini del cielo e pellegrini in terra; a coltivarla, come suggerisce papa Francesco, attraverso il Sacramento della Riconciliazione (con se stessi, con gli altri, con Dio e il creato), la preghiera, leggendo frequentemente la Sacra Scrittura. Mi permetto di aggiungere a queste un’altra via: sceglietevi una guida spirituale, perché vi accompagni paternamente e fraternamente, quasi come un vostro fratello ed amico,  nella scalata della montagna che è Cristo. Grazie alla vostra guida potrete crescere nella fede e compiere meglio la scelta della vostra vocazione  a formare una famiglia, alla vita consacrata, al sacerdozio.
Buona professione di fede e Buona Pasqua!

Incontro con i sacerdoti e i diaconi
Faenza - Sala don Bosco del Seminario diocesano, 18 marzo 2015
18-03-2015

 
Eccellenza e cari Sacerdoti,
desidero, anzitutto, ringraziare ancora una volta tutti coloro che, con generosità, hanno pregato per me e quanti si sono prodigati per accogliermi, perché la presa di possesso canonico della Diocesi avvenisse all’insegna della festa e dell’ospitalità fraterna.
Sono veramente lieto di essere qui con voi.
La mia venuta nella Chiesa che è in Faenza-Modigliana – comunità-comunione viva, operosa nella missione e nella testimonianza –, forse vi avrà un po’ sorpresi. Lo stesso dicasi di me, quando mi è stata comunicata la nomina da parte di papa Francesco. In concomitanza con l’attuale processo di riforma della Curia, a Lui avevo fatto conoscere la mia disponibilità a lasciare il lavoro di Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, per servire Cristo in mezzo al suo popolo, fuori da un Dicastero, peraltro avviato a fondersi con altri, per formare una nuova ed importante Congregazione, che con ogni probabilità sarà denominata Iustitia et Pax o Caritas, Iustitia et Pax.
Non avrei mai immaginato di essere nominato vescovo di questa diletta porzione del popolo di Dio che, anche considerando soltanto gli ultimi due secoli, ha annoverato tra i suoi figli insigni figure della vita cattolica. Tra di essi desidero ricordare il conte Carlo Zucchini, presidente dell’Opera dei Congressi; gli storici Giuseppe Rossini e Giandomenico Gordini; i fratelli, cardinali Gaetano e Amleto Giovanni Cicognani, quest’ultimo Segretario di Stato di Giovanni XXIII e di Paolo VI; il cardinale Pio Laghi, Prefetto per l’Educazione Cattolica ed ex-allievo salesiano, ora sepolto nella nostra cattedrale; e soprattutto le numerose e gloriose testimonianze di santità – si pensi a quella della beata Suor Maria Raffaela Cimatti –, di diversi venerabili, tra i quali mons. Vincenzo Cimatti, salesiano e fratello della beata, ed anche di vari servi di Dio.
Naturalmente ho espresso per iscritto il mio pieno assenso alla nomina, consegnatami dalle mani del Cardinale Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i Vescovi. Nella lettera a papa Francesco, col ringraziamento per la fiducia che Egli ha riposto nella mia povera persona, ho chiesto una speciale benedizione per questa Diocesi,  confidando nell’aiuto di Dio, Padre misericordioso, di Gesù Cristo, pietra angolare della Chiesa, di Maria Ausiliatrice e di san Giovanni Bosco, mio Fondatore.
E pertanto, eccomi qui con voi.
Mi unisco, allora, al vostro cammino di fede e di intenso lavoro apostolico, come  sacerdote e pastore, che porta nel cuore un desiderio: con l’aiuto dello Spirito santo, Spirito del Padre e Spirito del Figlio, di essere sempre padre, fratello e, se lo vorrete, amico.
Avviando insieme a voi un percorso di comunione in questa mia missione, che vuol’essere contrassegnato dall’amore, dalla fraternità e dalla fiducia reciproca, vengo anzitutto con il bagaglio della mia vita salesiana. Da giovane ho scelto di servire Cristo tra i giovani. Sono vissuto in varie comunità educatrici del Piemonte, dapprima come semplice chierico, e poi come insegnante di storia e filosofia nel Liceo scientifico di Novara. In seguito, dopo la laurea in filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e previo un congruo periodo di impegno educativo, i Superiori mi hanno destinato all’Università Pontificia Salesiana di Roma, come docente nella Facoltà di filosofia. Qui, gradualmente, sono divenuto ordinario di Filosofia sociale e politica, e poi Decano o Preside della medesima Facoltà. Dopo qualche anno sono stato eletto Rettor magnifico. Li ricordo come anni intensi, soprattutto sul piano della verifica della qualità, della riforma, del ricambio dei docenti, della stesura del Progetto educativo, dell’accompagnamento dei numerosi Centri affiliati ed aggregati, sparsi in varie parti del mondo, e di fund raising.
Nei primi anni ho lavorato contemporaneamente nella pastorale universitaria, senza mai perdere di vista il ministero sacerdotale nelle parrocchie durante i fine settimana: dapprima, per una decina d’anni, nella comunità di Casali di Mentana, organizzando e animando l’Oratorio e seguendo i nuovi movimenti che subentravano a quelli più tradizionali; e in seguito, per una quindicina d’anni, in Sardegna, sia sostituendo parroci durante le loro ferie, sia nei periodi intensi delle settimane pasquali e nei mesi estivi, in ambienti prevalentemente agropastorali. Durante i  ventinove anni di docenza presso l’Università Salesiana, ho avuto l’opportunità di essere consultore della CEI e del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, di insegnare Dottrina sociale della Chiesa in diversi Istituti di Scienze Religiose e nell’Università Pontificia Lateranense, di predicare tridui, novene, ritiri ed esercizi spirituali a diversi gruppi di sacerdoti, di suore e di giovani, di collaborare con l’UNITALSI, di programmare Corsi di formazione all’impegno sociale e politico in varie Regioni d’Italia, di lavorare nell’orientamento vocazionale come responsabile di campi scuola.
Appena terminato il sessennio come Rettor magnifico dell’Università Salesiana, nel 2009, sono stato nominato vescovo titolare di Bisarcio (Ozieri) e Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, che tra i suoi principali compiti ha lo studio e l’aggiornamento del Magistero sociale della Chiesa, al fine di promuovere la sua divulgazione e traduzione nella pratica presso i singoli e le comunità, specialmente per quanto concerne il diritto umanitario, i diritti e i doveri umani, la giustizia, la pace, la politica, il mondo del lavoro, l’ambiente, il disarmo, la società internazionale, i sistemi economici, l’impegno dei cattolici in campo sociale e politico.
Come Segretario e rappresentante della Santa Sede, oltre ad essere al servizio del Santo Padre per predisporre bozze di testi, relative a discorsi, ad encicliche e messaggi per le giornate mondiali della pace, ho avuto l’occasione di visitare Chiese locali e di essere presente presso Organismi Internazionali, quali l’ONU e l’OSCE.
Come motto episcopale, per ragioni di congenialità ed affettività, ho scelto l’incipit dell’enciclica sociale di papa Benedetto XVI, Caritas in veritate. Un tale motto mi è parso particolarmente pregnante ed emblematico del modo di essere vescovo nell’odierno contesto socio-culturale, caratterizzato da un forte secolarismo, dall’emarginazione di Dio dalla vita dei singoli e dalla vita pubblica, da un individualismo libertario ed utilitarista, dalla carenza di pensiero, dalla dittatura del relativismo e da quella colonizzazione ideologica del gender che vuole cambiare l’alfabeto antropologico. In vista di una nuova evangelizzazione, nonché di un nuovo Umanesimo e di una nuova cultura aperta alla Trascendenza capace di ricucire i legami sociali, è fondamentale vivere l’Agápe di Cristo, sperimentare un Amore pieno di Verità, simboleggiato nel mio stemma episcopale con onde rosse e oro che quasi si intersecano: il rosso rappresenta, per l’appunto, l’Amore di Cristo, mentre l’oro vuol riflettere lo splendore della Verità (Lógos). Per capire meglio come muoversi nella comunità ecclesiale e nella società odierna, più che partire da visioni astratte di Chiesa e della comunione interpersonale, da analisi sociologiche pur indispensabili, occorre anzitutto essere di Cristo, lasciarsi raggiungere dalla sua salvezza che umanizza mentre divinizza, ossia occorre partire dalla presenza reale del Verbo di Dio incarnato nella storia, nel creato e in ogni essere umano. Benedetto XVI e papa Francesco ci hanno ricordato che la nostra fede – che non è solo affidarsi ma anche leggere in profondità – non può essere disgiunta dal realismo della redenzione. Gesù Cristo trascende la storia e l’umanità, ma nello stesso tempo le possiede, vi inabita. Uscendo dal Padre è diventato uno di noi, ci ha raggiunto e vive con noi, rendendoci partecipi della vita di comunione esemplare della circolazione trinitaria. Pertanto, Egli ci appartiene, appartiene a tutti gli uomini, a tutti i popoli. La nostra fede non è un atto volontaristico verso un essere che ci è estraneo, estrinseco. È riconoscere ed accogliere chi si è fatto dono a noi e ci ha preceduto venendoci incontro. Egli è inseminato nei nostri cuori e nelle nostre coscienze (semina Verbi). Sono convinto che proprio l’esperienza o, meglio, l’inabitazione permanente nell’Amore pieno di Verità che è Cristo, può vivificare le nostre comunità, renderle sempre più capaci di testimonianza credibile. L’Amore pieno di Verità rafforza la nostra libertà, edifica i sacerdoti, il vescovo, il popolo di Dio, li aiuta a camminare sempre nella Luce di Cristo, a confessarLo, ad uscire per annunciarLo ed incontrarLo nell’altro, specie nel più povero. Cristo, che si è fatto come noi e si è posto in noi, ci attrae verso la pienezza del suo essere. E, così, il nostro pellegrinaggio non è un vagabondare senza meta. Ha una direzione precisa che, pur nelle ombre della vita, colma il nostro spirito di certezze e di speranza.
Dopo quanto detto, cari Sacerdoti e Collaboratori, non posso esimermi dal pormi una domanda. Chi sono io davanti a Dio e davanti a voi? Me lo chiedo proprio ora, riflettendo ad alta voce, per essere maggiormente consapevole di quello che ho cercato di fare nella mia vita e di quanto sono sproporzionato rispetto al ministero episcopale in questa diocesi, così ricca di fede e di opere. Sono un pastore della Chiesa che ha vissuto da principio come religioso, sacerdote, educatore, docente nella Congregazione salesiana e, poi, nel Dicastero del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Qui ho cercato di capire, approfondire e di contribuire all’aggiornamento dell’evangelizzazione del sociale e dell’insegnamento sociale della Chiesa non per me stesso, ma per la Chiesa universale, per le sue Conferenze episcopali, le Commissioni di giustizia e pace, gli Uffici per i problemi sociali e del lavoro, la Santa Sede e il pontefice. Come vescovo di Curia, ho cercato dunque di essere e camminare in mezzo al popolo di Dio nella sua dimensione universale, che abbraccia tante realtà particolari, sparse nelle varie nazioni e Chiese locali. È chiaro dunque che, come pastore sono vissuto in una condizione peculiare, inusuale, tuttavia molto reale e, penso, utile alla Chiesa.
Ora mi attende un ministero diverso, su un altro piano, ma non avulso dal precedente. Vivere e camminare con il popolo di Dio che è in Faenza-Modigliana non è, evidentemente, la stessa cosa che vivere a Roma, in quello che talvolta viene definito centro della cristianità. Proprio per questo, debbo riconoscere quanto io sia impari a tale compito. Pertanto, cari Sacerdoti, vengo a voi in umiltà, manifestando la mia disponibilità ad apprendere da voi come essere vescovo, padre, fratello ed amico, con un cammino e un discernimento fatti insieme. Mi insegnerete ad essere vescovo non per me, ma per la Chiesa, per l’unità dei cristiani, per la gente, per gli altri, per i lontani, soprattutto per quelli che, secondo un certo mondo, sarebbero da scartare. Mi aiuterete ad essere servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo, una speranza che nasce dalla Croce. Vi domando di pregare per me, affinché io possa essere uomo di Dio in cammino col suo popolo, uomo di comunione e di missionarietà, guida sicura che indica la meta del compimento umano in Cristo, e principio visibile di unità nella comune edificazione dei credenti e nella diffusione del Vangelo.
Sono insieme a voi nella barca che è questa Chiesa particolare. Il Signore ci darà giorni di sole e di brezza leggera, giorni in cui la pesca sarà abbondante. Vi saranno – non c’è da illudersi – anche momenti di acque agitate e di vento contrario, momenti in cui il Signore sembrerà dormire. Dovremo, però, proseguire, certi che Lui è al timone della barca, che non è nostra, ma sua. Il Signore non ci lascerà affondare. Lui la conduce, anche mediante quegli uomini che ha scelto e che spesso appaiono sproporzionati a fronteggiare le sfide e le tempeste. Questa certezza  deve renderci misericordiosi e solidali gli uni verso gli altri. Preghiamo sempre l’uno per l’altro. Camminiamo insieme in fraternità, aiutandoci reciprocamente a portare i pesi, guardando sempre al buon Pastore che non umilia nessuno.
Cari Fratelli nel sacerdozio, forse in questo momento vi attenderete da me alcune prospettive pastorali particolari. Penso, però, che sarebbe un po’ temerario da parte mia, dal momento che ancora non conosco bene la realtà. Mi sembra pertanto opportuno e logico rimandare all’ultima Lettera pastorale a firma di Sua Eccellenza Mons. Claudio Stagni dove si trovano validi orientamenti ancora attuali.
Vorrei chiarire sin d’ora – e, se necessario, rassicurare – che intendo confermare donec aliter provideatur, ossia fino a nuove disposizioni, il Vicario generale, i Vicari episcopali e tutti gli altri incarichi diocesani. Nei prossimi mesi cercherò di conoscere meglio la realtà della nostra Chiesa soprattutto con l’ascolto. Non è quindi questo il momento per me di procedere a cambiamenti, che ora sarebbero azzardati.
Credo che, dal punto di vista degli obiettivi pastorali, più immediatamente individuabili, tra altri che qui non elenco, siano da considerare:
 

  • realizzare la conversione pastorale – nel senso della comunitarietà e della missionarietà – a cui papa Francesco invita con la sua Esortazione pastorale Evangelii gaudium (=EG);
  • proseguire l’impegno nella pastorale vocazionale, con riferimento al ministero ordinato, alla vita religiosa – non dimentichiamo che stiamo celebrando l’Anno della Vita Consacrata – e ai christifideles laici;
  • curare i ministeri laicali, nel senso della scelta e della formazione dei fedeli laici, affinché si mettano a disposizione della Chiesa locale e delle parrocchie;
  • promuovere la crescita della pastorale integrata tra parrocchie, specie a partire dalle Unità pastorali;
  • individuare le periferie esistenziali presenti nella nostra diocesi e attivare un debito discernimento comunitario riguardante i disoccupati, gli emigranti, i poveri, i lontani, gli emarginati;
  • affrontare con decisione la questione antropologica e le sue implicazioni, specie con riferimento alla società domestica, prima cellula di ogni altra società, testimoniandone la centralità e la bellezza. I mutamenti in atto disegnano una cultura, che non solo non preserva la famiglia quale «baricentro esistenziale», ma la snatura, equiparandola a qualunque nucleo affettivo, a prescindere dal matrimonio e dai due generi;
  • contribuire alla formazione di nuove generazioni di credenti impegnati nel sociale e nella politica, a livello nazionale ed europeo. La prossima Settimana sociale dei cattolici, che si terrà a Cagliari nel 2017, sarà sicuramente un’occasione per riflettervi, seguendo l’iter della sua preparazione, la celebrazione e accogliendone le Conclusioni;
  • offrire un valido sostegno al Movimento sociale cattolico, in vista di un suo contributo più incisivo e significativo alla realizzazione del bene comune, almeno sul piano regionale. I vescovi dell’ultimo Consiglio permanente della CEI hanno sottolineato come la Chiesa italiana sia ricca di una storia sociale e culturale, che oggi, in base alle mutate circostanze del Paese, chiede di essere assunta in maniera nuova e diversa.

 
Come Chiesa locale, siamo chiamati a perseguire tali obiettivi, tenendo conto:
 

  1. del prossimo Sinodo sulla famiglia (ottobre 2015);
  2. degli Orientamenti pastorali dell’episcopato italiano per il decennio, dal titolo Educare alla vita buona del Vangelo;
  3. del Convegno della Chiesa italiana, che si terrà a Firenze dal 9 al 13 novembre 2015, sul tema: In Gesù Cristo il nuovo umanesimo. Vi potranno partecipare 6 rappresentanti della nostra Diocesi più il vescovo. A proposito di questo Convegno, il recente Consiglio permanente della CEI ha condiviso l’opportunità di promuovere a livello diocesano iniziative finalizzate a favorire la conoscenza della Traccia, reperibile sul sito web www.firenze2015.it. La stampa diocesana è sollecitata a favorire la conoscenza di esperienze locali che offrano una testimonianza concreta di come annunciare e vivere il nuovo umanesimo in Gesù Cristo negli ambiti della carità, della famiglia, dell’iniziazione cristiana, della comunicazione, della cultura, del lavoro, dell’economia, della finanza, della politica, della società civile, della salvaguardia dell’ambiente senza dimenticare il 50.mo della Gaudium et spes, l’EXPO di Milano e la futura enciclica sull’ambiente;
  4. del Documento dell’Assemblea della CEI Incontriamo Gesù. Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia;
  5. della Nota pastorale La scuola cattolica risorsa educativa della Chiesa locale per la società;
  6. della prossima Assemblea generale della CEI, prevista per il prossimo mese di maggio. Essa affronterà la verifica della ricezione della Evangelii gaudium, con speciale attenzione allo sviluppo di percorsi da proporre alle Chiese che sono in Italia;
  7. del prossimo anno santo della Misericordia (8 dicembre 2015-30 novembre 2016). Siamo in attesa della bolla del papa Francesco in modo da individuare i segni particolare da sottolineare e proporre.

Come impegno personale, mi propongo di conoscervi personalmente al più presto, visitando le comunità affidate alla vostra guida pastorale. È importante per me vedervi nella vostra realtà quotidiana, che so fatta di dedizione, a volte persino eroica, a servizio della nuova evangelizzazione in un contesto sempre più secolarizzato. Vorrei incontrarvi nelle Messe domenicali, ma anche in momenti fatti di dialogo e di scambio fraterno, ipotizzando per esempio una mattinata nell’unità pastorale, con la recita dell’Ora Media, una riflessione, un dibattito, per poi concludere con il pranzo insieme. È questo un piccolo segno della mia ferma volontà di essere per tutti voi padre, fratello e amico.
Conto anche – avvisando per tempo –  di scalettare alcuni incontri con i responsabili degli Uffici diocesani e dei Centri per la Pastorale, con i responsabili della sezione Amministrazione, dei Centri e delle Opere diocesane (secondo la Guida della Diocesi di Faenza-Modigliana, che pure va aggiornata).
L’agenda del vescovo è già definita sino al mese di luglio. Per eventuali richieste sino a luglio e dopo, è bene contattare il segretario del vescovo don Ernesto Grignani (coadiuvato da don Alberto Luccaroni). L’indirizzo email è il seguente: segretario@faenza.chiesacattolica.it Il numero di telefono è quello del vescovado e cioè: 0546 28774.
 

OMELIA per la DEDICAZIONE dell’ALTARE DEL SEMINARIO
Faenza - Seminario Diocesano, 11 febbraio 2015
11-02-2015

Dopo la grazia della dedicazione del nuovo altare della Cattedrale, sono molto lieto di poter dedicare anche il nuovo altare della Cappella del Seminario. Vedo tra questi due eventi un rapporto ideale, che unisce la Cattedrale, segno dell’unità della Chiesa locale, al Seminario dove idealmente si preparano i ministri dell’Eucaristia. Dico idealmente, perché di fatto la formazione avviene altrove, anche se qui si trova il luogo del primo discernimento vocazionale.
Dedicare un altare a Dio è un gesto che eleva il centro del tempio ad un significato preciso. Si afferma qui il primo comandamento: “Non avrai altro Dio fuori che me”; si afferma pure che esiste sulla terra un luogo che accoglie Dio; questo luogo è l’uomo Cristo Gesù, di cui l’altare  è il segno.
Eppure aveva detto Gesù alla donna samaritana che “Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità”. Questo vuol dire che gli adoratori in spirito devono arrivare a Dio nella verità di Cristo morto, risorto e presente nel mistero dell’Eucaristia. È Cristo risorto che ha voluto lasciare un segno in cui incontrarlo, un segno che noi possiamo toccare, mangiare e così nutrire la vita divina che è nata in noi dal Battesimo. Afferma Tertulliano: “Caro salutis cardo”: fondamento della salvezza è la carne di Cristo e tutto ciò che egli ha preso su di sé come uomo, eccetto il peccato. Questo è contro ogni spiritualismo.
Cristo ha voluto rimanere in mezzo a noi nella realtà del pane e del vino offerti in sacrificio, perché nutrendoci di essi noi diventassimo il suo Corpo misterioso che è la Chiesa. Questo è il realismo degli adoratori in spirito e verità.
Nel dedicare a Dio un altare di pietra, non intendiamo costituire nulla di diverso da quello che Dio stesso ha già costituito come altare, vittima e sacerdote, cioè Cristo Gesù. La lettera agli Ebrei con una allusione ai sacrifici del tempio di Gerusalemme ci presenta il sacrificio di Cristo offerto una volta per sempre, nella continuità di Cristo che è lo stesso ieri, oggi e per sempre. Questo è possibile perché egli è già nell’eternità e il suo rapporto con noi, che siamo nel tempo, risulta vincitore: noi cambiamo, ma Lui resta per sempre, in una perenne contemporaneità.
Il nostro altare, continua la lettera agli Ebrei, è diverso da quello del tempio antico. È vero che Cristo fu immolato fuori della porta della città, dove si bruciavano i corpi degli animali offerti in olocausto; ma all’infuori di questa piccola analogia, noi offriamo a Dio un sacrificio perenne di lode.
La prima Chiesa aveva capito che la vita nuova nasce dallo spezzare il pane: lì c’è l’insegnamento degli apostoli, ci sono le preghiere e la comunione dei beni, perché anche la vita sociale cambia per chi vive nella fede del Signore Gesù.
Il cammino di chi si prepara a offrire il sacrificio eucaristico trova la radice della propria formazione spirituale in ciò che avviene sull’altare: la Croce, la Parola, la Comunione.
Anzitutto qui c’è il sacrificio della Croce, che non si esaurisce sull’altare, ma entra nella vita: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 16,24s).
L’altare consacrato è riservato all’offerta dell’Eucaristia; così colui che consacra a Dio la propria vita la spende tutta per Lui e per il suo popolo. Prendere la propria croce vuol dire anche portare sull’altare tutte le croci che incontriamo nella giornata, le nostre e quelle della nostra gente. Le consegniamo al Signore Gesù che ha trasformato il senso della croce, perché in Lui trovino valore.
Accanto alla mensa dell’Eucaristia c’è la mensa della Parola. “E’ lui che parla, quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura” (SC,7). La Parola di Dio nell’Eucaristica  ci rende presenti al mistero che si celebra, e con la grazia dello Spirito santo ci rende partecipi della vita eterna. Nel cammino formativo ci si avvicina ai misteri della fede non tanto per curiosità, ma per lasciarsi trasformare dalla loro grazia.
Infine “anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo” (Rm 12,5). La comunità cristiana viene costruita dal sacramento dell’unico pane spezzato.
Nella realtà della vita il presbitero vivrà questo mistero in due modi, che corrispondono alle sue due famiglie: la famiglia del presbiterio della Diocesi, che nasce dalla stessa ordinazione e dalla stessa missione, e la famiglia della comunità dove è inviato, nell’ambito della Chiesa diocesana, avendo tuttavia la sollecitudine per tutte le Chiese (P.O. n. 10).
Come l’altare anche il presbitero viene consacrato con il Crisma, segno dell’unzione dello Spirito Santo nel quale è stato unto lo stesso Cristo Gesù.
La Vergine Immacolata, che stava presso la Croce del Figlio partecipando al suo Sacrificio, ci accompagni in questo rito e accompagni quanti si preparano al ministero presbiterale. Maria sostenga con la sua intercessione la nostra fragilità. La Bianca Immacolata Madre del Signore ci sia accanto sempre all’altare e nella vita.
 

OMELIA per la MESSA dell’EPIFANIA 2015
Faenza, Basilica Cattedrale - 6 gennaio 2015
06-01-2015

Quando le feste sono tante e vicine, si rischia di non cogliere la grazia propria di ognuna, impoverendo quindi le occasioni che ci sono date. L’Epifania arriva alla fine delle feste natalizie, dove è il Natale a dominare almeno per l’importanza che gli viene data dal popolo di Dio. A prescindere da ogni confronto, possiamo vedere nel tempo di Natale la grazia di un unico mistero, quello di Dio che si manifesta per farsi conoscere e accogliere. Le celebrazioni liturgiche ci presentano aspetti diversi e complementari, per farci cogliere la bellezza e la grandezza di ciò che è avvenuto.
San Paolo lo ha detto nel brano della lettera agli Efesini: “Questo mistero non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo”.
C’è stato un momento preciso, che la Scrittura chiama “pienezza dei tempi”, scelto da Dio per entrare nella storia. Perché il Figlio di Dio non sia venuto prima o dopo non sta a noi giudicarlo; l’importante è che questo sia avvenuto e che questa notizia sia stata affidata a noi per farla giungere a tutti i popoli.
Nel Natale noi abbiamo giustamente ammirato la piccolezza del Dio Bambino, che per farsi accogliere ha scelto il modo più umile e povero, che diventa anche una indicazione precisa per coloro che lo vogliono seguire.
Oggi nel racconto dei Magi che vengono dall’oriente per conoscerlo, ci viene rivelata l’importanza della collaborazione dell’uomo nell’andare incontro a Cristo, a qualsiasi popolo appartenga, perché Dio non fa preferenze di persone. Però anche a costoro chiede almeno una cosa: la curiosità, la ricerca e il mettersi in cammino. I Magi hanno risposto ad una sollecitazione dall’alto, la stella che avevano visto spuntare: “E siamo venuti ad adorarlo”. Nelle cose di Dio la parte principale è sempre opera di Dio, il quale però chiede alla libertà dell’uomo una collaborazione, non fosse altro l’accettazione del dono o il desiderio e la ricerca dello stesso.
Mi spiego con una storiella, di cui chiedo scusa. Si racconta che un devoto di San Gennaro chiedesse con insistenza al Santo di vincere alla Lotteria nazionale; e il Santo gli avrebbe fatto sapere: “Almeno compra il biglietto…”. Questo rende l’idea di che cosa significa la collaborazione tra la grazia di Dio e la libertà dell’uomo.
E vero che i Magi hanno avuto l’aiuto della Sacra scrittura custodita dal Popolo di Dio; ma questa essi l’hanno incontrata dopo un lungo cammino e vi hanno dato una pronta obbedienza.
Entrando nel mondo Dio non ha mortificato la libertà dell’uomo, ma l’ha esaltata, rispettandola e lasciandole tutta l’importanza che deve avere per il compimento del suo dono. Dio non costringe nessuno; al massimo offre la luce, si colloca sulla nostra strada, fa sorgere la domanda, ma poi aspetta che facciamo la nostra parte.
Il mistero dell’Epifania ci offre una motivazione nuova per accogliere la rivelazione di Dio; questa è data non solo per noi, ma perché noi la annunciamo anche agli altri popoli, perché anch’essi “sono chiamati in Cristo Gesù a condividere la stessa eredità e a formare lo stesso Corpo” dei figli di Dio.
Sorge qui il compito della missione e dell’evangelizzazione, una volta che sia avvenuto l’incontro con Cristo. I Magi sono andati portando dei doni preziosi, pensando di aver fatto già la loro parte. Nella realtà l’incontro che hanno fatto li ha cambiati, al punto che torneranno al loro paese per una strada nuova. Chissà se sono diventati i primi evangelizzatori dei loro paesi che videro tuttavia, dopo la risurrezione di Cristo, gli Apostoli a portare il lieto annuncio del Risorto?
Comunque il mistero che nell’Epifania ci viene rivelato, comprende anche il farsi carico del comunicare ad altri ciò che abbiamo incontrato. La visione di Isaia profeta, insieme alla “tenebra che ricopre la terra e alla nebbia fitta che avvolge i popoli”, vede una luce, allo splendore della quale cammineranno i popoli. Quella speranza non è un auspicio vuoto lasciato alla fortuna degli eventi, ma è una promessa affidata a un popolo: il popolo dei credenti.
Noi facilmente rileviamo la presenza della tenebra e della nebbia, ma non sempre ci rendiamo conto che abbiamo la consegna di portare la luce, che ci è stata affidata in Cristo Gesù.
L’impegno di evangelizzatori che ci è chiesto è fatto di lavoro e preghiera. Ci insegna Papa Francesco che “la Chiesa non può fare a meno del polmone della preghiera” e “nello stesso tempo si deve respingere la tentazione di una spiritualità intimistica e individualistica, che mal si comporrebbe con le esigenze della carità, oltre che con la logica dell’Incarnazione. C’è il rischio che alcuni momenti di preghiera diventino una scusa per evitare di donare la vita nella missione” (EG, cfr n. 262).
Ognuno deve trovare la propria vocazione, ma non possiamo aspettare che siano gli altri a mettere a posto le cose senza fare ognuno la propria parte. Forse in questo impegno comune, più ancora che il risultato delle singole nostre azioni, sarà preziosa la testimonianza di comunione e di amore fraterno che si potrà dare, mostrando come anche questo miracolo è frutto del mistero dell’Incarnazione del figlio di Dio, che ci ha resi tutti fratelli, figli dell’unico Padre che è nei cieli. Non è certo con le guerre o con le sanzioni che si insegna la convivenza e la pace tra i popoli, ma vivendo l’amore e la concordia che Cristo ha insegnato con la sua vita

OMELIA per il XXV dell’AMI
Faenza, Basilica Cattedrale - 4 gennaio 2015
04-01-2015

Nella domenica che precede l’Epifania la liturgia ci ripropone il mistero del Natale con il vangelo di Giovanni e con l’inizio della lettera agli Efesini; il prologo del vangelo di Giovanni ci richiama la vita del Verbo nel mistero della Ss.ma Trinità, mentre S. Paolo riflette sul nostro rapporto con lo stesso Verbo incarnato. Il fatto centrale di queste letture è la presenza di Dio tra noi, ricordata anche nel brano del Siracide: Il Creatore ha posto la sua tenda in Giacobbe.
S. Giovanni contempla la realtà di Dio nella prospettiva dell’incarnazione del Verbo: “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. Non si doveva dubitare sulla vera realtà del Figlio di Dio fatto uomo, come qualche eresia cominciava ad affermare. L’infinità di Dio è capace di introdursi nella nostra finitezza senza perdere nulla della sua grandezza. Il disegno di amore di Dio non chiede di rinunciare a nulla né al Figlio di Dio che viene tra noi, né a noi che Lo dobbiamo accogliere. Il mondo, che è stato fatto per mezzo di Lui, era già capace di accoglierlo, anche se la libertà dell’uomo ha sempre la possibilità di non accettarlo. È la triste considerazione del vangelo di Giovanni: “Venne tra i suoi e i suoi non lo hanno accolto”. Gesù è venuto per tutti, anche se non tutti lo hanno conosciuto. Ma questo non deve far pensare ad un fallimento del progetto di Dio, perché invece introduce il tema della necessità dell’evangelizzazione e della missione.
 Il brano di S. Paolo agli Efesini avvia la sua riflessione dalla fortuna di coloro che hanno conosciuto Cristo: “Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale dei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità”. Ormai il prodigio dell’incarnazione del Verbo è avvenuto e ci rivela il grande progetto di amore che Dio da sempre ha avuto; anche la creazione del mondo appartiene a questo disegno, di preparare l’accoglienza del Figlio di Dio e di tutti gli uomini figli nel Figlio. San Paolo però aggiunge le conseguenze operative che riguardano tutti coloro che accolgono Cristo: essere santi e immacolati nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi. E in questa affermazione dei figli adottivi, si collega al vangelo di Giovanni che dice: “A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio”. A coloro poi che sono diventati figli di Dio, incombe l’impegno di far conoscere tale progetto a tutti gli uomini che ancora non lo conoscono: è l’impegno missionario.
In questa domenica, che precede di poco la solennità dell’Epifania,  la nostra Chiesa diocesana ringrazia il Signore per la realtà dell’AMI, l’Associazione missionaria internazionale che ha raggiunto i 25 anni di vita. Nell’Epifania di 25 anni fa ci fu il primo gesto significativo nel quale si riconosce l’inizio di un cammino.
L’Ami è una presenza significativa non solo nella nostra diocesi, ma anche in altre diocesi italiane e soprattutto in India, in Eritrea e in Tanzania. Questa celebrazione avviene a poco meno di due mesi dalla scomparsa di Maria Pia Reggi, che è all’origine di questa associazione insieme a Mons. Mario Babini. Maria Pia è considerata la fondatrice, che ha accompagnato l’inizio e lo sviluppo dell’Ami, seguendo la formazione delle persone e delle varie comunità. Oltre a tutta la sua vita ella ha donato la sofferenza degli ultimi anni consapevole dell’avanzare del male e abbandonandosi al Padre celeste.
 La presenza dell’Ami è una grazia per la nostra comunità ecclesiale, sia per l’apertura missionaria diffusa nella nostra Chiesa, sia per l’impegno di santificazione dei laici dove il Signore li ha chiamati a vivere e operare. La presenza di membri provenienti da diverse nazioni ha portato la ricchezza della collaborazione internazionale.
 L’accoglienza è la prima caratteristica che qualifica la vita dell’associazione. “E’ un mistero di reciprocità. Accolti dal Padre si diventa capaci di essere accoglienti per i fratelli. Accogliendo i fratelli, si diventa per loro provvidenza, tenerezza e misericordia. L’accoglienza diventa abituale disposizione all’ospitalità e all’attenzione preferenziale per i poveri.
 Un’altra connotazione è la missione, per testimoniare il vangelo ai più poveri sia nelle società sviluppate, sia in quelle in via di sviluppo. C’è l’impegno ad essere innanzitutto testimoni ed educatori della fede nella famiglia e nell’ambiente in cui si vive. Ma è la dimensione missionaria che dona alla vita dell’associazione il suo tono e il suo stile, e specifica un compito particolare nella Chiesa.
Infine l’Ami è nata internazionale, con i primi membri provenienti da tre continenti. La testimonianza di vita fraterna nella diversità di popoli, lingue, culture è un segno forte nei paesi che sono lacerati da contrapposizioni di etnia o di casta, di religione o di confessione. L’internazionalità è una scuola esigente e quotidiana di dialogo e accoglienza, per arrivare a costruire insieme una famiglia in cui le diversità formino un progetto in cui tutti si possano riconoscere.
La storia e l’opera delle missionarie consacrate, delle famiglie impegnate nell’apostolato, dei giovani che si formano allo spirito missionario ci fanno dire, con S. Paolo: “rendiamo grazie per voi, ricordandovi nelle preghiere,  affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui”. Celebrando una tappa importante come quella dei 25 anni di vita, è giusto pensare di avere ancora da lavorare con il Signore e per il Signore, facendo tesoro della sapienza e dell’esperienza del percorso fatto, e aprendosi ad una profonda conoscenza dei disegni che Dio ha su tutti e su ciascuno.
Ognuno si renda conto di quanto ha ricevuto attraverso l’Ami e le persone che l’hanno fatta crescere, per dire in modo consapevole un grazie al Signore, perché, diremo con S. Giovanni: “Dalla sua pienezza abbiamo ricevuto grazia su grazia”.
Questa Eucaristia sia per tutti lo strumento adeguato per ringraziare il Padre del cielo, per affidare alla sua misericordia coloro che ha già chiamato a sé e per invocare la protezione di Dio sull’Ami, e sulle Chiese dove è presente. Accompagni la preghiera e i propositi Maria di Nazareth, Madre della speranza

OMELIA per la GIORNATA MONDIALE della PACE (1 GENNAIO 2015)
Faenza, Basilica Cattedrale - 1 gennaio 2015
01-01-2015

Nell’ottava di Natale la liturgia celebra il mistero della Maternità divina di Maria, come conseguenza dell’incarnazione del Figlio di Dio. Maria fu elevata alla dignità divina per una grazia personale dei meriti della redenzione Gesù Cristo. Se Maria è Madre di Dio, anche l’uomo può essere elevato alla dignità di figlio di Dio; figli tutti dell’unico Padre che è nei cieli, quindi tutti fratelli. È qui la radice della pace e dell’uguaglianza di tutte le persone umane, che hanno la stessa dignità.
 
La preghiera per la pace quindi ben si addice al mistero di oggi, e anche al tema che il Papa ha dato al suo messaggio: Non più schiavi, ma fratelli.
Abbiamo sentito nella prima lettura le parole con le quali si invocava la benedizione sui figli di Israele, ponendo il nome di Dio su di loro. Porre il nome di Dio invocandolo  stava ad indicare che il popolo era protetto da Dio stesso. Ma S. Paolo ci fa notare che dopo la nascita di Cristo, se accogliamo lo Spirito di Dio siamo figli di Dio: “Quindi non sei più schiavo, ma figlio”.
 
Questo cambiamento nella natura umana nel suo rapporto con Dio ha una conseguenza nella relazione tra gli uomini, che S. Paolo ha richiamato nella lettera a Filemone, ricordata dal Papa. Filemone era un cristiano che aveva uno schiavo. Questi era scappato e si era rifugiato da Paolo. Paolo, dopo averlo guidato alla fede, lo rimanda dal suo padrone con questo avvertimento:  (Te lo rimando) “non più come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo”.
 
Deve essere chiaro che l’uguale dignità di tutti gli uomini è radicata nella natura umana nella quale tutti nasciamo; ma con il peccato l’uomo subito ha introdotto la violenza tra i fratelli, cominciata tra Caino e Abele e mai del tutto fermata.
 
Scrive il Papa: “Il Figlio di Dio è venuto per rivelare l’amore del Padre per l’umanità. Chiunque ascolta il Vangelo e risponde all’appello alla conversione diventa per Gesù fratello, sorella e madre, e pertanto figlio adottivo di suo Padre”. Questo però non avviene in modo automatico, ma con l’adesione dell’uomo a Cristo nella libertà personale.
 
Ma prima di accogliere nei rapporti sociali la piena dignità di ogni uomo, a lungo è stata accettata la schiavitù  preso tutti i popoli. Questa del resto aveva una funzione sociale come sostegno all’economia generale, e per questo era regolata dal diritto.
 
Oggi invece non ha più ragion d’essere, ed è stata formalmente abolita. Eppure, nonostante questo, scrive ancora il  Papa “ancora oggi milioni di persone – bambini, uomini e donne di ogni età – vengono private della libertà e costrette a vivere in condizioni assimilabili a quelle della schiavitù”.
 
E di seguito fa un elenco di queste situazioni: lavoratori e lavoratrici, anche minori, asserviti nei diversi settori del lavoro; molti migranti; persone costrette a prostituirsi, compresi i minori; traffico e mercato per l’espianto di organi; bambini soldato; rapiti e prigionieri dei gruppi terroristici.
 
Quali sono le cause di queste forme di schiavitù?
Alla radice c’è una concezione della persona umana, che viene considerata come oggetto e trattata come mezzo e non come fine. Poi ci sono della cause oggettive come la povertà, il sottosviluppo, la mancanza di lavoro, la corruzione, i conflitti armati…
 
Come si può reagire a tutto questo?
Occorre un impegno comune, per sconfiggere una indifferenza generale. Sono certamente encomiabili le famiglie religiose che soccorrono le schiave del sesso e cercano di riabilitarle in vista di un reinserimento nella società. Ma occorre anche l’impegno delle istituzioni contro lo sfruttamento delle persone.
 
Il Papa poi mette in evidenza una possibile responsabilità personale dei consumatori, ricordando che “acquistare è sempre un atto morale, oltre che economico”. E precisa ulteriormente: “Chiediamoci come noi ci sentiamo interpellati quando dobbiamo scegliere se acquistare prodotti che potrebbero ragionevolmente essere stati realizzati attraverso lo sfruttamento di altre persone”. E conclude il suo messaggio con un appello: “Dobbiamo riconoscere che siamo di fronte ad un fenomeno mondiale che supera le competenze di una sola comunità o nazione. Per sconfiggerlo occorre una mobilitazione di dimensioni comparabili a quelle del fenomeno stesso. Per questo motivo lancio un pressante appello a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, e a tutti coloro che, da vicino o da lontano, anche ai più alti livelli delle istituzioni, sono testimoni della piaga della schiavitù contemporanea, di non rendersi complici di questo male, di non voltare lo sguardo di fronte alle sofferenze dei loro fratelli e sorelle in umanità, privati della libertà e della dignità, ma di avere il coraggio di toccare la carne sofferente di Cristo, che si rende visibile attraverso i volti innumerevoli di coloro che Egli stesso chiama ‘questi miei fratelli più piccoli’ “.
 
Questo appello che il Papa rivolge a tutti gli uomini di buona volontà deve essere accolto con particolare convinzione dai discepoli del Signore. Tutta la storia della redenzione cristiana è una storia di liberazione, che parte dall’essere sciolti dalle catene del peccato personale, ma deve arrivare anche alle conseguenze nella vita della comunità degli uomini. Non si tratta solo di coerenza, ma di diffusione del messaggio del Vangelo a cominciare dall’annuncio natalizio della pace.
 
Otto giorni dopo la nascita, nel rito della circoncisione, al bambino di Maria fu messo nome Gesù: il Salvatore. È lui che sostiene la speranza del mondo, insieme al nostro piccolo impegno nel superare l’indifferenza e l’egoismo, per far crescere nel mondo la fraternità e la pace. Ci accompagni in questo Maria, Regina della pace.

OMELIA per la MESSA di NATALE 2014
25-12-2014

Nel prologo del Vangelo di Giovanni è scritto: “La Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo”. Il Natale del Signore ci dà l’occasione per renderci conto ancora una volta di quello che ha significato per il mondo l’incarnazione del Figlio di Dio. Uno degli aspetti belli di questo evento è l’aver superato il significato della legge, con il dono della grazia e della verità. In altre parole, se prima la religione si poteva ridurre ad una serie di osservanze secondo la legge, dopo la venuta di Gesù l’uomo religioso è colui che si apre al dono della verità, per adeguarvi la propria vita con l’aiuto di Dio.
Nel nostro tempo abbiamo tanti motivi per apprezzare la verità, che non è quella di chi dice più forte, o che è ripetuta dalla maggioranza, perché una menzogna detta da tanti rimane una menzogna. È questo un argomento delicato, ma non per questo poco importante, perché dalla verità dipendono le nostre scelte e alla fine dipende la nostra vita e quella degli altri. La verità più semplice è quella di riconoscere la realtà delle cose. Un uomo che dice la verità dice pane al pane e vino al vino; oppure uomo all’uomo e donna alla donna. Questo ultimo esempio non è detto a caso, perché sapete come ci sia una ideologia che vuole convincerci che le cose non sono così, ma sono come uno vuole.
La verità che ci salva è quella fondata sulla realtà, compresa la realtà del Figlio di Dio che è nato, è morto ed è risorto, e ci ha rivelato quali sono le verità fondamentali per la nostra vita, come quella di essere tutti fratelli, figli dell’unico Padre che è nei cieli, destinati alla vita eterna.
Il Signore sapeva che la verità è insidiata dall’errore, dalla menzogna e dal fascino delle apparenze, e per questo non ci lascia soli, ma  ci dona anche la forza per abbracciare la verità e per vivere coerentemente con essa. Per questo ci ha donato la sua Parola, nella storia di un popolo da Lui eletto per salvarlo e mandarlo ad annunciare l’amore di Dio in tutto il mondo; ci ha donato i segni della salvezza, i sacramenti, strumenti efficaci della grazia; ci ha donato la Chiesa, la famiglia dei figli di Dio nella quale, insieme a tanti difetti, troviamo però l’insegnamento giusto e l’esempio di tutta la comunità.
Vedete, il Papa da un po’ di tempo mette in evidenza le malattie che ci sono anche nella Chiesa, non certo per dirci che anch’essa è corrotta al punto che non c’è più niente da fare, ma per dirci che la Chiesa è santa al punto che non ha paura di scovare il peccato perché sa di avere la forza per vincerlo. È molto diverso l’atteggiamento di chi accoglie le denunce del Papa per dire: “Vedete, anche loro sono come tutti gli altri”, per cercare così giustificazione nelle deviazioni che non c’è nessuna intenzione di correggere.
Ad una lettura lucida della storia del mondo dopo Cristo, non dovrebbe essere difficile vedere che i principi che hanno la loro origine nella rivelazione cristiana sono quelli che hanno influenzato in modo positivo le culture e le civiltà, non solo nella vita delle persone, ma anche nella pacifica convivenza della società e dei popoli. Si tratta forse di un cammino lungo e lento, ma l’importante è che sia nella direzione giusta.
Qualcuno si stupisce perché nonostante vi siano le leggi che proibiscono e sanzionano i delitti, questi continuano ad aumentare. Non bastano le leggi, senza l’educazione delle coscienze secondo principi e valori radicati nella realtà della creazione e della redenzio-ne; a seguire Cristo non c’è nulla da perdere, mentre tanto si può perdere senza di Lui o contro di Lui.
Celebriamo dunque il Natale per ritrovare il fondamento della speranza, quella vera che Gesù è venuto a portare con il dono della verità e della grazia, quando ci ha fatti tutti suoi fratelli nell’amore del Padre e nella comunione della Chiesa

OMELIA per le ESEQUIE di PIA REGGI
Faenza, Basilica Cattedrale - 15 novembre 2014
17-11-2014

La nostra Chiesa cattedrale ci vede riuniti oggi per dare il saluto cristiano alla nostra sorella Pia Reggi, che il Signore ha chiamato a Sé da questa vita, al termine di una esistenza spesa tutta per il Signore e per i suoi fratelli. Il nostro convenire a questa Eucaristia vuole avere il significato di un commiato, che nella fede e nella speranza della vita vera noi prendiamo da chi ci ha lasciato, e nello stesso tempo vuole celebrare l’offerta della vita e dell’opera di Pia al Padre, insieme all’offerta della vita e del sacrificio di Cristo. Non vogliamo né fare la storia né descrivere i meriti, che solo Dio conosce, ma fare memoria di quanto ci può aiutare a rendere grazie.

Grazie, Signore, per aver donato alla sua famiglia, alla nostra Chiesa, all’Associazione missionaria internazionale e a tante altre Chiese la nostra sorella Pia: ti preghiamo di accoglierla nella tua misericordia, nella luce e nella pace.

Ti ringraziamo, Signore, per avere suggerito a Pia fin dalla sua giovinezza la passione per la missione e per averla chiamata a consacrare se stessa a servirti nei poveri, per annunciare loro il vangelo della salvezza.

Noi in Pia abbiamo ammirato la forte determinazione a valorizzare la spiritualità laicale, radicata nel battesimo, alimentata dalla Parola di Dio e dalla Liturgia, secondo quanto aveva appreso dall’Azione cattolica prima e poi dagli insegnamenti del Concilio vaticano II. “Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio” (L.G., 31). In questo trovò anche l’aiuto di Mons. Mario Babini, che accompagnò gli inizi della famiglia spirituale che Pia insieme ad alcune amiche avrebbe poi fatto sorgere, per la santificazione personale e l’impegno missionario. L’Associazione missionaria internazionale raccolse dunque persone consacrate alla missione e persone e famiglie che vivevano la missione secondo la loro vocazione battesimale e matrimoniale.

Nella sua opera, Pia ha mostrato un convinto e sincero amore ad ogni Chiesa diocesana, a cominciare dalla nostra quando fu accolta dal Vescovo Mons. Tarcisio Bertozzi, che proprio 25 anni fa benediceva la nascita dell’associazione. Ma l’amore alla Chiesa fu sincero in tutte le Diocesi in Italia, in India e in Africa dove poi l’associazione si è diffusa.

L’apertura alla dimensione internazionale è stata un dono che ha impreziosito l’impegno dell’Ami, aiutando anche la nostra Chiesa ad aprirsi alle ricchezze di altri popoli.

Per tutti questi doni, o Signore, e per tutti quelli che solo tu conosci noi ti diciamo grazie, e ti chiediamo di saper raccogliere l’eredità spirituale che Pia lascia alle sorelle della sua famiglia laicale e alla nostra Chiesa.

La via che ella ha cercato di seguire è quella delle Beatitudini che ancora una volta abbiamo ascoltato, come un invito e una promessa. I poveri che Gesù ha dichiarato beati, sono quelli che le missionarie hanno conosciuto nelle terre dove sono andate, condividendo con loro privazioni e fatiche. I poveri sono i nostri maestri, che ci insegnano ad essere distaccati dalle cose di questo mondo, per essere leggeri e disponibili per cercare le cose del cielo.

I poveri sono coloro che sono privi di amore. Se noi abbiamo conosciuto l’amore di Dio e abbiamo saputo fino a che punto Egli ci ha amati nel suo Figlio Gesù, anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. E quando incontriamo delle persone che in modo concreto spendono il loro tempo, le energie, gli affetti e tutta la vita per coloro che così arrivano a scoprire che Dio li ama, chiediamo di essere anche noi pronti a dare la vita per i fratelli.

Un ultimo segreto vogliamo ricordare tra quelli che ci fanno conoscere la vita di Pia ed è il suo amore per Gesù, vissuto in modo immediato nella preghiera e nell’ascolto della sua Parola e nel fare sempre e dovunque la volontà di Dio.

Si è vista la conferma di questo soprattutto negli ultimi anni della vita segnata dalla malattia e dalla sofferenza, quando tutto diventava più faticoso, ma non veniva rinviato, anche i lunghi viaggi per andare a trovare le sue figlie spirituali ed essere vicina e coloro che erano nella prova. Fino a quando ha potuto ha lavorato per leggere e scrivere tutto quello che pensava potesse essere di aiuto al futuro dell’Ami, per consegnare alle sue figlie fino all’ultimo il suo pensiero e le sue indicazioni.

La Chiesa di Faenza-Modigliana mentre ringrazia il Signore per la vita e l’opera di Pia Reggi, partecipa nella preghiera al dolore dei suoi familiari, che l’hanno accompagnata in tutta la sua vita.

Inoltre è vicina alle sue figlie spirituali, che ora ne piangono la scomparsa come di una madre.

Infine a tutti raccomanda di ricordarla nella preghiera, come debito di riconoscenza e per accompagnarla davanti al Signore.

Vergine Santa, siamo ancora una volta qui, sotto il tuo sguardo, nel giorno a te dedicato, ad accompagnare una figlia della nostra terra nelle braccia paterne di Dio: ti preghiamo, Madre di misericordia, mostra anche a lei, dopo questo esilio terreno il tuo Figlio Gesù, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria.