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OMELIA per la CHIUSURA dell’ANNO DELLA FEDE
24-11-2013

‘La porta della fede che introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa è sempre aperta per noi’. Con queste parole il papa Benedetto XVI iniziava la lettera apostolica con la quale apriva l’anno della fede, che questa sera anche noi chiudiamo, in sintonia con quanto il Papa Francesco ha fatto oggi a Roma.

La nostra celebrazione si svolge alla presenza del Crocifisso venerato in questa Cattedrale, nel giorno della sua festa tradizionale. È una coincidenza questa che rende più significativa questa Eucaristia.

L’immagine della fede come ‘porta’ è presa dagli Atti degli apostoli, quando al termine del primo viaggio apostolico, Paolo e gli altri tornarono ad Antiochia, da dove erano partiti, e, racconta il testo, ‘riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede’ (Atti 14,27).

La fede dunque è una porta mediante la quale possiamo entrare nella Chiesa, essere in comunione con Dio e vivere da fratelli nella Chiesa e nel mondo. La fede quindi è un modo di essere che ci identifica come figli di Dio, mediante le vie della verità e dell’amore.

Conosciamo le circostanze che hanno suggerito la proposta di questo anno: i 50 anni dell’apertura del Concilio ecumenico Vaticano II; i 20 anni della pubblicazione del Catechismo della Chiesa cattolica, sintesi dottrinale della nostra fede; la celebrazione del Sinodo sulla nuova evangelizzazione.

E che cosa si aspettava il Papa da questo anno? Ecco come risponde: ‘Riscoprire i contenuti della fede professata, celebrata, vissuta e pregata, e riflettere sullo stesso atto con cui si crede, è un impegno che ogni credente deve fare proprio, soprattutto in questo Anno’ (n. 9).

Intanto ci viene detto che il nostro impegno non si deve concludere questa sera, ma deve continuare sia riguardo alla conoscenza del contenuto della fede, sia riguardo alla nostra adesione a Cristo. ‘Esiste infatti un’unità profonda, dice il Papa, tra l’atto con cui si crede e i contenuti a cui diamo il nostro assenso’ (n.10).

Durante questa Eucaristia faremo la nostra professione di fede come ogni domenica, ma rispondendo ogni volta ad una domanda del vescovo che sollecita la nostra fede. Facendo questo davanti all’immagine del Crocifisso, vogliamo ricordare che la nostra fede si riassume in due misteri principali: Unità e Trinità di Dio, Incarnazione, passione, morte e risurrezione del nostro Signore Gesù Cristo; l’uno e l’altro indicati nel segno della croce.

Il mistero della Ss.ma Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, ci rivela che Dio in se stesso è amore; lui stesso non vive in una assoluta solitudine, ma vive in relazione di amore tra il Padre e il Figlio, relazione che sussiste nello Spirito Santo. Qualcuno ha osservato che in Dio le Persone divine non si sommano, facendo uno, più uno, più uno uguale a tre; ma sono l’una per l’altra: uno, per uno, per uno uguale a uno. Ma al di là del tentativo di comprendere questo mistero, per noi è già tanto conoscerlo, perché in questo modo ci viene rivelata anche la qualità del nostro essere. Infatti Dio che comunica alle creature l’esistenza, le costituisce radicalmente nell’amore.

Ho già ricordato in altra occasione una osservazione di Papa Benedetto XVI: ‘ (Che Dio è amore) lo possiamo in qualche misura intuire osservando sia il macro-universo: la nostra terra, i pianeti, le stelle, le galassie; sia il micro-universo: le cellule, gli atomi, le particelle elementari. In tutto ciò che esiste è in un certo senso impresso il ‘nome’ della Santissima Trinità, perché tutto l’essere, fino alle ultime particelle, è essere in relazione, e così traspare il Dio-relazione, traspare ultimamente l’Amore creatore. Tutto proviene dall’amore, tende all’amore, e si muove spinto dall’amore, naturalmente con gradi diversi di consapevolezza e di libertà’ (7/06/2009).

San Paolo ci ha anche detto che ‘tutte le cose sono state create per mezzo di Lui (Cristo) e in vista di Lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in Lui sussistono’.

Sia ben chiaro che con questo non abbiamo spiegato il mistero della Trinità, ma ci rendiamo conto che davvero ‘in Lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo’ (Atti 17,28).

Come frutto pieno di questo mistero d’amore, entra nella nostra storia l’incarnazione del Figlio di Dio: Dio ci vuole tanto bene che si fa come noi, uno di noi, perché impariamo a vivere come Lui.

Ha scritto S. Giovanni: ‘ In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati’ (1Gv 4,9s) . Entrambi i misteri principali della nostra fede sono dunque misteri di amore. Sulla croce Cristo fu tenuto inchiodato dal suo amore per il Padre e per noi. A quanti gli gridavano: ‘Ha salvato altri! Salvi se stesso, se lui è il Cristo di Dio, l’eletto’, ha risposto perdendo se stesso per salvare tutti.

Come piccolo/grande frutto di questo anno della fede potremmo impegnarsi a fare sempre con raccoglimento il Segno della Croce. Mentre con la mano destra tracciamo su di noi il segno della nostra salvezza, pronunciamo il nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo: una sintesi dottrinale, affettuosa, piena di speranza.

Una volta che la nostra vita è radicata in Cristo mediante la fede, vi è una conseguenza preziosa, che arricchisce la nostra testimonianza nel mondo. Dio infatti non ha voluto raggiungere solo alcuni pochi fortunati, ma attraverso di essi e con la loro collaborazione vuole far conoscere a tutti i suoi figli il suo amore di Padre.

Nell’enciclica Lumen fidei Papa Francesco afferma: ‘La fede non solo guarda Gesù, ma guarda dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una partecipazione al suo modo di vedere’ (n.18). Questo significa cambiare poco alla volta noi stessi e la nostra vita, per conformarci sempre di più a Lui. Questo cambiamento è frutto di vari elementi, dalla Parola di Dio ai Sacramenti e alla comunione ecclesiale, per arrivare a guardare con gli occhi di Gesù e con il suo amore gli altri, la storia e il mondo.

La conseguenza sociale della fede sta proprio nella mediazione che i cristiani possono fare con la loro vita, mostrando l’unità tra di loro, frutto della comunione con Dio; è possibile in questo mondo volersi bene, perché per questo c’è anche l’aiuto di Dio. Gesù ha detto: ‘Come tu Padre sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato’ (Gv 17,21).

‘Sì, la fede è un bene per tutti, è un bene comune, la sua luce non illumina solo l’interno della Chiesa, né serve unicamente a costruire una città eterna nell’aldilà; essa ci aiuta a edificare le nostre società, in modo che camminino verso un futuro di speranza’ (Lumen fidei, n.51).

Con questa domenica della solennità di Cristo Re dell’Universo, mentre concludiamo l’anno liturgico e l’Anno della fede, continuiamo ad attendere il Regno di Dio che viene.

OMELIA per la PROFESSIONE SOLENNE di SUOR IRENE
Faenza - Monastero Ara Crucis, 6 ottobre 2013
06-10-2013

La conclusione del Vangelo: ‘Siamo servi inutili, abbiamo fatto quanto dovevamo fare’, ci dà una prima indicazione per comprendere il valore della vita contemplativa. Infatti la gente si chiede: ‘A che cosa serve?’. Appunto, è inutile, come i servi del Vangelo, a confronto con le utilità a cui siamo abituati. Ma proprio per questo ha un valore grande, perché ci fa scoprire una dimensione nuova nella vita, quando viene spesa non per un interesse o un vantaggio, ma per donare noi stessi a Qualcuno, cioè a Dio, che amiamo perché sappiamo di essere da Lui amati.

Carissima Suor Irene, in questi anni vissuti all’Ara Crucis hai già scoperto l’amore del Signore e hai dato prova della tua fedeltà alla vita consacrata in questa Comunità. Con il gesto di oggi esprimi la tua volontà decisa di rimanere fedele al Signore, sapendo che la serenità in questo passo viene dalla convinzione che sarà Lui ad essere fedele a te.

Anche tu avrai chiesto al Signore, come gli apostoli: ‘Accresci in me la fede’; e Lui ti avrà fatto sentire che non era tanto importante la quantità della fede, quanto un rapporto confidente con Lui.  In altre parole dobbiamo cercare di accendere un rapporto vero di ascolto, di fiducia e di amore con Gesù, pronti a donare tempo per la sua Parola, a stare alla sua presenza davanti all’Eucaristia, a mostrare la nostra attenzione ai fratelli e alle sorelle. L’esempio paradossale di spostare un gelso con un pizzico di fede è solo per dire che non c’è confine a ciò che possiamo ottenere con la fede, sapendo che senza di Lui non possiamo fare nulla.

È vero: la vita contemplativa è inutile, come è inutile l’amore, la bellezza e la gioia. Ma senza tutto questo la vita non ha senso, come non ha senso quando ci si accorge che tutto questo è effimero o per i nostri limiti o per un errore di impostazione.

Il dono veramente grande è la scoperta dell’amore vero, che non viene mai meno perché è quello di Dio, si scopre la bellezza che non passa perché è fatta di virtù e di armonia, e si sperimenta la gioia di aver donato qualcosa di sé per amore.

In un mondo dove si crede di poter comprare tutto con i soldi, dove tutto deve essere pagato, la dimostrazione che invece esiste la realtà della fede e del gratuito è una speranza per tutti. Con Dio questo succede.

L’enciclica Lumen fidei  di Papa Francesco ci ricorda Abramo nostro padre nella fede, perché a lui Dio si manifestò come il Dio di una persona, ‘capace di entrare in contatto con l’uomo e di stabilire con lui un’alleanza. La fede è una risposta a una Persona che interpella personalmente, a un Tu che ci chiama per nome’ (n. 8).

Anche tu, Suor Irene, fosti chiamata da Dio per nome fin dal Battesimo e ancora sei chiamata per nome oggi nella tua donazione totale a Lui; come Abramo anche tu sei stata chiamata ad uscire dalla tua terra, ma soprattutto sei chiamata ad uscire da te stessa, per essere creatura nuova.

‘La fede, afferma ancora Lumen fidei, non solo guarda Gesù, ma guarda dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una partecipazione al suo modo di vedere’ (n. 18). San Paolo ci ha ricordato che questo non è facile, ma con l’aiuto di Dio è possibile: ‘Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto’.

Già nel battesimo tutti noi siamo diventati nuove creature, chiamati a diventare santi secondo una misura alta della vita cristiana; con l’adesione volontaria ad una vita di speciale consacrazione il cristiano sceglie di seguire totalmente Cristo sposo nella via della povertà, castità e obbedienza. Viene da Lui la grazia per vivere nella fedeltà la nostra risposta, tramite la mediazione della Chiesa, di cui l’Ordine domenicano è una realizzazione.

San Paolo ha esortato, ‘per la misericordia di Dio, a offrire i nostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il nostro culto spirituale’. È l’invito ad offrire tutto noi stessi, compreso il nostro corpo, con il quale entriamo in relazione con gli altri ed è lo strumento per fare il bene o fare il male. Tutto di noi deve essere offerto come un sacrificio vivo e santo, gradito a Dio, senza difetti e senza macchia.

L’offerta in sacrificio a Dio gradito rimanda direttamente all’Eucaristia e all’esercizio del sacerdozio dei fedeli, i quali, come afferma il Concilio, ‘ concorrono all’offerta dell’Eucaristia e esercitano (il sacerdozio) col ricevere i sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, coll’abnegazione e l’operosa carità’ (LG,10).

Con la professione solenne nella famiglia domenicana dell’Ara Crucis la Monaca si offre totalmente a Dio in particolare per la santificazione dei sacerdoti; questa intenzione unisce in modo ancora più stretto il sacrificio della propria vita ai ministri dell’Eucaristia e alla celebrazione che essi compiono del sacrificio di Cristo. Tutto viene giocato sull’amore: di Cristo che si offre al Padre; del presbitero che segue Cristo per perpetuare l’Eucaristia in sua memoria; della Monaca che offre la sua vita e la sua preghiera per i ministri dell’Altare, unendosi a loro nell’esercizio della propria maternità spirituale.

Oggi tutta la Chiesa che è in Faenza-Modigliana insieme alla Chiesa gloriosa del Cielo con i Santi della nostra Chiesa e in particolare i santi presbiteri, a cominciare da P. Domenico, che ci hanno preceduto nella Casa del Padre è qui con noi, in mistero ma in modo vero,  vicina a questa famiglia religiosa in un momento bello della sua vita, ed è accanto a te, Sr. Irene, per implorare la Dio la grazia del dono e della fedeltà nella consacrazione verginale.

Ti accompagni con la sua protezione la Vergine Maria, Madre di tutte le grazie, Regina del santo Rosario e Regina delle vergini.

OMELIA per l’ORDINAZIONE di DUE DIACONI PERMANENTI
Faenza - Basilica Cattedrale, 5 ottobre 2013
05-10-2013

È sempre con vera gioia che la nostra Chiesa accoglie nel suo grembo coloro che con disponibilità rispondono alla chiamata del Signore per un servizio fondato sul sacramento dell’Ordine come il Diaconato permanente. È un dono per la nostra Chiesa diocesana, oltre che una grazia per i due giovani che vengono ordinati al servizio della Chiesa nelle rispettive comunità parrocchiali: Cristian per la parrocchia di Marzeno, Danilo per la parrocchia di S. Savino alla Madonna del Paradiso.

La parola di Dio di questa domenica ci porta ad arricchire il nostro spirito con la fede e il servizio, quasi a preparare l’accoglienza della grazia della diaconia/servizio, da vivere in un rapporto vivo di fede con Gesù il Signore.

Il profeta Abacuc fa una considerazione alla quale anche noi siamo facilmente portati: ‘Perché Dio permette tanta violenza e cattiveria da parte dei malvagi?’ E la sua risposta è abbastanza semplice: ‘E’ vero, ma la fortuna del malvagi finirà, mentre il giusto per la sua fedeltà a Dio vivrà’.

Il Vangelo di Luca non si accontenta di questa risposta, e agli apostoli che hanno capito che la loro poca fede non è sufficiente per sopportare il male del mondo Gesù risponde: ‘Non è la quantità di fede, ma la qualità; cioè dipende in Chi è riposta la vostra fede’.

Credere nel Signore Gesù significa stabilire un contatto con Lui, mettersi in un rapporto di ascolto, di amore e di fedeltà, sapendo che senza di Lui non possiamo fare nulla; la pretesa di avere molta fede potrebbe portarci a pensare che alla fine siamo ancora noi a fare le cose giuste; Gesù invece vuole farci capire che la nostra fede è quella di chi fa quello che può, perché sa che tutto dipende da Dio. Quando nel vangelo di Giovanni al cap. 6, la gente chiede a Gesù: ‘Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?’, Gesù risponde: ‘Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato’ (Gv 6,28s). L’opera da fare quindi è credere in Lui.

La fede è anzitutto ascolto di Dio; ascolto della sua Parola che ci fa entrare nella vita dei figli di Dio; ascolto anche delle vicende della vita, attraverso le quali Dio ci conduce  nella sua alleanza; ascolto che ci porta ad una conversione continua, che ci allontana dal nostro io per orientarci sulla strada di Dio; ascolto che ci fa avvertire la chiamata del Signore a servirlo, come in questo caso, in modo fedele con la sua benedizione nella Chiesa.

Ma la fede è anche attesa, speranza, costanza. Si attende l’adempimento della promessa, che per il popolo di Israele poteva essere la terra dove scorrono latte e miele, mentre per il nuovo popolo di Dio è l’attesa della sua venuta. Siccome però il Regno di Dio è già presente in germe, l’attesa si nutre anche della scoperta dei segni dei tempi, cioè i segni del Regno di Dio già presente in mistero. Si tratta di saperli vedere alla luce della fede e dell’esperienza dell’amore di Dio; si manifestano nella storia del mondo, nella vita della Chiesa e nella storia di ciascuno.

Infine ‘la fede si rende operosa per mezzo della carità’ (Gal 5,6). Chi agisce nella fede sa che le opere non sono sue, ma del Signore. Il ministero del diacono pertanto è servire a Cristo Gesù, che è Signore a gloria di Dio Padre.

Allora il diacono non deve fare nulla? Anzi, dovrà proprio realizzare nella Chiesa il servizio alla comunione attraverso le opere mirabili della carità, comprese l’organizzazione e le strutture. Il diacono stesso, mentre con il suo servizio consente agli apostoli di poter dedicarsi alla preghiera e alla predicazione, si dovrà alimentare alla parola di Dio nella preghiera, perché non venga meno la sua fede.

Infatti anche per voi verrà il momento della prova quando, arrivati a sera ‘avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato’ e dovrete dire: ‘Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare’. E l’aspetto bello di questa considerazione non è l’inutilità di quello che avrete fatto, ma il non dovere attendere né un risultato né una ricompensa, perché questi verranno da altra parte. In questo modo sarete certi di salvare la fedeltà al mandato senza il pericolo di inseguire la vostra soddisfazione.

La preziosità del ministero del diacono, oltre a servire molti aspetti della vita di una comunità cristiana, che sarà sempre più necessario in un futuro non troppo lontano, sarà anche quello di mantenere vivo nella Chiesa lo spirito del servizio secondo il modello di Cristo servo, ‘che è venuto non per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti’ (Mt 20,28).

Anche il dono del diaconato, effuso mediante il primo grado del sacramento dell’ordine, ha bisogno di due attenzioni, ricordate da San Paolo a Timoteo nella seconda lettura.

‘Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani’. Non si tratta direttamente del diaconato, ma la riflessione vale ugualmente. Anche il sacramento deve essere ravvivato, sia esercitandolo e quindi mantenendolo vivo, sia alimentandolo con gli strumenti della grazia, che sono appunto la preghiera, la parola di Dio e l’Eucaristia.

Infine San Paolo dice: ‘Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato’. La custodia di questo tesoro non sarà una fatica, ma una gioia nello Spirito Santo; basterà assecondarlo nelle sue ispirazioni, nella comunione ecclesiale e custodendo il servizio vero, superando la tentazione di trasformarlo in privilegio e potere.  San Paolo potrebbe aggiungere: ‘Sono persuaso che colui che ha iniziato in voi questa opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù’.

Questo è anche l’augurio e la preghiera che facciamo questa sera per voi, per le vostre  famiglie e per le vostre comunità. La grazia infatti del sacramento, direttamente influisce sulla persona e si estende alle vostre famiglie e alle vostre comunità, che potranno così condividere con voi un aumento di grazia e dello spirito di servizio.

La Vergine Maria, che disse di sé di essere la serva del Signore, vi accompagni con il suo materno affetto.

OMELIA per le ESEQUIE di S. Ecc.za mons. SILVANO MONTEVECCHI, vescovo di Ascoli Piceno
Faenza - Basilica Cattedrale, 1 ottobre 2013
01-10-2013

‘Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me’. Il brano del Vangelo che abbiamo ascoltato appartiene ai discorsi di Gesù nell’ultima cena. Il pensiero di non vedere più Gesù aveva turbato gli apostoli al punto che Gesù vuole fare loro coraggio, e lo fa rassicurandoli sul destino che è loro riservato: ‘Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi’.

Questa promessa Gesù la mantiene con ognuno dei suoi amici che lo raggiungono in Cielo. Niente avviene per caso, ma tutto appartiene ad un disegno di amore; ‘Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno  (Rom 8,28).

Anche la vita di Mons. Silvano porta il segno evidente dell’amore che Dio ha avuto per lui, e dell’amore che Mons Silvano ha voluto al suo Dio, che gli ha donato la vita e lo ha chiamato alla vita cristiana fin dalla sua famiglia per farne un discepolo fedele di Cristo.

Stiamo celebrando il saluto cristiano dal nostro fratello di fede il vescovo Silvano, che umanamente avremmo desiderato che ancora potesse restare in mezzo ai suoi cari, alla sua gente e in questa comunità faentina che egli tanto ha amato. Eppure dobbiamo prendere atto che il nostro disegno non corrispondeva al disegno che Dio aveva per lui. Non ci resta allora che pregare per lui, perché sia accolto tra le braccia misericordiose del Padre; celebriamo per lui e con lui il Sacrificio eucaristico per offrire insieme alla vita e alla morte di Cristo la vita e la morte di don Silvano: il Signore l’accolga come sacrificio a Lui gradito.

La consolazione che ci viene da Dio non è fatta di buone parole,  ma di alcuni segni molto concreti del suo amore. San Paolo ci ha ricordato che Dio Padre, ‘che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme con lui?’. ‘Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né presente né avvenire potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore’.  La croce di Cristo è il segno che Dio ci ama anche quando siamo noi a salire sulla croce. Forse non sempre ci è dato di comprendere, ma chiediamo che ci sia dato di accettare e di continuare a credere nell’amore del Padre.

Diciamo grazie al Signore per i segni del suo amore che ha manifestato nella vita di don Silvano e che per molti di noi rimangono anche come ricordo del suo ministero e del suo affetto.

Ordinato presbitero nel 1962 per le mani del vescovo Mons. Battaglia, ha messo subito il suo entusiasmo a servizio dei giovani del seminario e dell’Azione cattolica. Conseguita la licenza in teologia, ha valorizzato le sue doti di intelligenza e di cuore per la formazione dei laici; come parroco a Russi e qui in Cattedrale ha lasciato un ricordo profondo per le sue iniziative pastorali per la capacità di coltivare i legami personali, sempre cordiali anche quando potevano sembrare ruvidi; le successive responsabilità di Vicario generale e di Amministratore diocesano lo prepararono al ministero di vescovo nella diocesi di Ascoli Piceno.

Ricevette la consacrazione episcopale in questa Cattedrale nel 1997 per il ministero del Card. Achille Silvestrini, assistito dal Card. Pio Laghi e dal Vescovo diocesano Mons. Italo Castellani. Incominciava per lui l’ultima parte della sua vita laboriosa e intensa, alla guida della Chiesa di Ascoli Piceno, dove ha riversato con generosità il suo zelo di pastore e di padre.

Il ricordo della sua vita non può mettere in evidenza quello che l’opera del sacerdote prima e del vescovo poi ha compiuto nel cuore delle persone e nelle varie comunità da lui servite, con l’annuncio convinto della Parola di Dio, con i sacramenti della grazia, con l’incontro con le famiglie, i piccoli, gli anziani, i malati e tutti i sofferenti, con l’azione di governo e con il suo amore per l’arte. Tutto questo e molto altro ancora è conosciuto solo a Dio, al quale affidiamo tutta la vita di don Silvano, i suoi meriti, le sue fatiche, le sue mancanze e le sue sofferenze, la sua malattia e la sua morte perché nell’amore misericordioso di Dio trovi il perdono e la pace.

Cristo, via, verità e vita, che ha chiamato don Silvano a seguirlo nella via dell’amore, e gli ha affidato in vari modi la cura del suo gregge  perché lo guidasse verso il Regno dei cieli, sia ora per lui la corona di giustizia riservata per coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione.

La Beata Vergine delle grazie, mentre prendiamo commiato dal nostro don Silvano sotto il suo sguardo materno, si mostri ancora una volta madre di misericordia. Di Lei diceva Mons. Silvano lo scorso anno quando venne a ringraziarla nel 50° anniversario della sua Ordinazione presbiterale: ‘Ella è la stella del mattino che guida gli uomini verso la pienezza del giorno che non tramonta, verso la pienezza del mistero pasquale del Signore risorto’. Preghiamo perché don Silvano possa ora incontrarla così la Vergine Madre, per l’ultima, vera e decisiva grazia.

OMELIA per le ESEQUIE di Mons. ROMANO RICCI
Faenza - Basilica Cattedrale, 23 settembre 2013
23-09-2013

‘Venite, Santi di Dio, accorrete Angeli del Signore, accogliete la mia anima e presentatela al trono di Dio.

Mi accolga Cristo che mi ha chiamato alla vita cristiana e al sacerdozio.

Mi accolga Maria nel Paradiso, S. Savino e San Francesco’.

Così ha iniziato il suo testamento spirituale don Romano, al quale stiamo dando il saluto cristiano con questa Eucaristia.

La parola di Dio ci aiuta a vedere nella fede la vicenda umana di don Romano e la sua conclusione troppo rapida, che ha lasciato sgomenti tutti coloro che lo conoscono, a cominciare dai suoi familiari e da tutta la nostra Chiesa.

Questo non è il momento degli elogi, ma della preghiera, perché, come lui ci ha suggerito, gli Angeli e i Santi lo accolgano e lo presentino al Padre della misericordia, insieme a Maria nel Paradiso.

‘Sia che viviamo, sia che moriamo siamo del Signore’. Don Romano ha voluto ricordare le due chiamate avute dal Signore: alla vita cristiana e al sacerdozio. Possiamo dire che si tratta di una appartenenza a Cristo fin dall’inizio della sua vita terrena (fu battezzato il giorno stesso della nascita), consolidata dalla consacrazione al ministero presbiterale. È in questo servizio, svolto in varie parrocchie della Diocesi che don Romano si è fatto conoscere e amare, in particolare come parroco a Sarna, a S. Savino e a S. Andrea, e negli ultimi dieci anni come confessore in Duomo.

‘Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi’. Noi avremmo voluto che don Romano potesse vivere ancora, nonostante l’infermità che da tempo lo affliggeva: la nostra Chiesa aveva ancora bisogno di lui. E il Signore ha voluto dargli la vita che più non muore, liberandolo dalla fatica che stava avvertendo sempre più pesante.

‘Se noi viviamo, viviamo per il Signore’. Don Romano è vissuto per il Signore, per la sua Chiesa e per le anime che il Signore gli ha affidato attraverso il sacramento della penitenza. Saranno tante le persone che si sono sentite spiritualmente orfane in questi giorni con la scomparsa di questo sacerdote mite e generoso, sempre pronto ad ascoltare e a distribuire il perdono nel nome di Dio.

Don Romano ha amato questa Chiesa nei suoi sacerdoti, che andava a visitare quando erano ammalati o anziani; l’ha amata nei giovani seminaristi: quanto ha pregato per le vocazioni al presbiterato;  l’ha amata nella sua storia di cui era un conoscitore affezionato; l’ha amata nei suoi tesori d’arte, di cui si può dire che sapeva tutto. Partecipava volentieri alle liturgie nella Cattedrale, cuore e segno della Chiesa diocesana; ha curato la devozione alla Madonna delle Grazie, anche come Cappellano dell’Arciconfraternita.

‘Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato’. Questa preghiera del Signore ci dà coraggio nel pregare per la pace eterna di don Romano. Gesù stesso ha pregato per lui; e noi con questa Eucaristia ci uniamo alla preghiera del Signore e gli chiediamo che prenda con sé questo suo servo umile e buono, che lo ha seguito fin sulla croce, per seguirlo poi nella gloria. Nell’Eucaristia presentiamo la vita e la morte di don Romano, le gioie e i dolori, il suo ministero presbiterale, il suo amore per l’arte e per tutto ciò che è bello; offriamo anche il dolore per la sua scomparsa da parte dei suoi cari, dei sacerdoti, di coloro che a lui si rivolgevano per il conforto e per il perdono di Dio.

Ha chiesto di essere ricordato nella preghiera e ha concluso il testamento spirituale con queste parole: ‘Vi saluto tutti, grazie, arrivederci in Paradiso’.

OMELIA per la S.MESSA in onore di S. JOSE’ MARIA ESCRIVA’ de BALAGUER
15-06-2013

Le letture della Messa ci aiutano a riflettere su alcuni aspetti del carisma di San J.M. Escriva e della sua vita. Anzitutto il carisma, che in modo sintetico possiamo ricordare così: ‘Il cristiano si santifica anche attraverso la sua attività di lavoro e familiare’.

 

‘Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse’.

Nel disegno del Creatore le realtà create, buone in se stesse, esistono in funzione dell’uomo; il lavoro appartiene alla condizione originaria dell’uomo e precede la sua caduta; non è perciò né punizione né maledizione; a causa del peccato di Adamo ed Eva diventa fatica e pena, quindi strumento di santificazione.

 

La tentazione di ritirarsi dal mondo non è solo dei monaci che lasciano le cose di questo mondo, ma può essere anche dei laici cristiani che non si fanno carico delle realtà temporali per migliorarle secondo le proprie possibilità.

 

Scrive Escrivà de Balaguer: “Con l’ansia di apostolato in mezzo al mondo, in mezzo alla strada, all’aria, al sole, sotto la pioggia, non solo vi pervaderà il desiderio di non allontanarvi dalle realtà terrene, ma vi coglierà l’ansia apostolica di penetrare arditamente in tutte le strutture secolari per sviscerare le esigenze divine che contengono, per insegnare che la fraternità dei figli di Dio è la grande soluzione che viene offerta ai problemi del mondo”; “se lasci che la tentazione ti faccia dire: chi me lo fa fare?, dovrei risponderti “te lo comanda, te lo chiede Cristo stesso“.

 

Sulla universale chiamata dei cristiani alla santità si pronuncerà il Concilio vaticano II, con espressioni molto esplicite, che rendono attale il messaggio di San José Maria, e in qualche modo rivolto a tutti coloro che intendono realizzare la propria vocazione di santità.

 

Nella Lumen gentium, il cap. V tratta dellUniversale vocazione alla santità nella Chiesa.

‘È dunque evidente per tutti, che tutti coloro che credono nel Cristo di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità [124] e che tale santità promuove nella stessa società terrena un tenore di vita più umano’ (n.40).

 

Questo ultimo accenno al tenore più umano nella stessa società terrena, apre la prospettiva allimpegno più propriamente laicale dei cristiani, nelle forme personali o associate che essi riterranno opportune, per trattare le cose temporali e orientarle secondo Dio, perché, come dice la Gaudium et spes, La Chiesa, perseguendo il suo proprio fine di salvezza, non solo comunica alluomo la vita divina, ma anche diffonde la sua luce con ripercussione, in qualche modo, su tutto il mondo Così la Chiesa, con i singoli suoi membri e con tutta intera la sua comunità, crede di poter contribuire molto a rendere più umana la famiglia degli uomini e la sua storia (G.S. n.40).

 

Nella lettera ai Romani S. Paolo ci ricorda che siamo figli di Dio per mezzo dello Spirito Santo che abbiamo ricevuto nel Battesimo. Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo Abbà, Padre.

 

‘Tutti quelli che credono in Cristo saranno quindi ogni giorno più santificati nelle condizioni, nei doveri o circostanze che sono quelle della loro vita, e per mezzo di tutte queste cose, se le ricevono con fede dalla mano del Padre celeste e cooperano con la volontà divina, manifestando a tutti, nello stesso servizio temporale, la carità con la quale Dio ha amato il mondo’ (n. 41).

Ho cercato di illustrare il carisma di San José Maria Escrivà con le parole del Concilio non tanto per far vedere che lui aveva già intravisto quello che poi il Concilio ha presentato come possibile per tutti, ma perché l’esperienza fatta da San José Maria con i laici e le famiglie è servita alla teologia per esporre con più chiarezza questo insegnamento. Nella Chiesa avviene sempre così: prima si comincia a vivere un aspetto singolare del cristianesimo, poi la riflessione successiva porta a precisare anche sul piano dottrinale le verità di fede che sono coinvolte.

Nel Vangelo mi piace vedere un riferimento all’attività apostolica di San José Maria e al suo ministero presbiterale di ‘pescatore di uomini’.

 

La Chiesa ciclicamente deve affrontare le notti in cui non pesca nulla, anzi sembra quasi perdere anche parte del pescato; ma poi arriva la forza dello Spirito che rinnova la faccia della terra. È la forza dei Santi, che il Signore manda per incoraggiare la nostra fatica e mostrare le strade del Regno.

 

 Guardando alle fondazioni del nostro Santo e a quanti sono coloro che sono stati da lui aiutati a intraprendere una via decisiva per la loro santità bisogna dire che è stato un grande pescatore di uomini, da portare a Cristo. ‘Sulla tua parola getterò le reti’: la fede ha sostenuto Pietro quel giorno di fronte a Gesù, la fede ha sostenuto sempre San José Maria Escrivà nella sua vita, per cominciare e ricominciare.

 

In questo anno della fede voluto dal Santo Padre Benedetto XVI, c’è un impegno che il Papa ci chiede: ‘Riscoprire i contenuti della fede professata, celebrata, vissuta e pregata e riflettere sullo stesso atto con cui si crede’ (PF, 9); ‘esiste infatti un’unità profonda tra l’atto con cui si crede e i contenuti a cui diamo il nostro assenso’ (PF, 10). Non si tratta infatti di credere a qualsiasi cosa, ma alle verità che ci fanno sentire l’amore del Padre. Valga a conferma di questo quanto è successo all’inizio della sua vocazione, una volta percepita l’intima convinzione della chiamata di Dio, come raccontò molto più tardi: ‘Vagai per le strade di Madrid: dovettero prendermi per pazzo’. Per un’ora, un’ora e mezza si trovò a ripetere a gran voce: Abba, Pater’ Abba, Pater’

 

Chiediamo fin da ora quello che la liturgia ci farà chiedere alla fine: di essere rafforzati nello spirito di figli adottivi, perché possiamo camminare con gioia nella via della santità, sull’esempio e per l’intercessione anche di San José Maria Escrivà del Balaguer.

OMELIA per la solennità del CORPUS DOMINI 2013
Faenza - S.Domenico, 30 maggio 2013
30-05-2013

‘Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso’. La solennità del Corpo e del Sangue di Cristo è una perfetta esperienza di Chiesa, nella fedeltà a quanto Cristo ha consegnato ai suoi apostoli perché fosse perpetuato nei secoli in sua memoria. Anche questo fa parte della realtà dell’Eucaristia, mistero dell’amore di Cristo e della sua presenza, cuore e fonte della vita della comunità dei fedeli sino alla fine del mondo. La Chiesa è comunione con tutti i credenti in Cristo ora nel mondo, ed è anche comunione con tutti coloro che da Cristo fino ad oggi hanno creduto in Lui.

Anche noi questa sera stiamo celebrando quello che abbiamo ricevuto dal Signore attraverso la consegna da Lui fatta agli apostoli, perché lo celebrassimo in sua memoria: memoria del sacrificio al Padre per la nuova ed eterna alleanza.

Mediante l’Eucaristia per noi è possibile entrare in comunione con il Padre celeste, attraverso il contatto che stabiliamo con la realtà misteriosa di Cristo nel sacramento. Per noi poteva essere già molto sapere che Dio ci amava, sapere che il suo Figlio era morto e risorto per noi perché potessimo vivere da figli di Dio; ma per Lui tutto questo non è bastato: ha voluto servirsi del nostro modo di conoscere attraverso i sensi, affinché potessimo vedere e gustare quanto è buono il Signore. Con gli occhi ci è dato di vedere il segno del Pane e del Vino consacrati, che sono il Corpo e il Sangue di Cristo, e con il gusto ci è dato di assaporare quella presenza dentro noi stessi. È vero che non vediamo ancora Gesù come lo vedremo un giorno quando saremo nella gloria del suo Regno, ma sappiamo che nel Pane e nel Vino dell’Eucaristia la sua presenza è reale e la sua vicinanza con noi è la più stretta possibile su questa terra.

La celebrazione della solennità del Corpus Domini ci invita anche a mostrare pubblicamente la nostra fede nel Cristo risorto e vivo, con il segno della processione eucaristica lungo le vie della nostra città. È un modo concreto per dire a noi, più che alla gente di fuori, che la Messa ci è data per uscire rinnovati per rinnovare il mondo. È un gesto che contiene una realtà più ampia di quella che si vede, in quanto ci ricorda che nell’Eucaristia trova il fondamento tutta la vita della Chiesa.

Per riflettere un momento sull’ampiezza dell’efficacia della Messa, mi piace ricordare alcune delle parole che cinquant’anni fa il Card. Giacomo Lercaro pronunciò nell’omelia della Messa per la mia Ordinazione presbiterale nella Metropolitana di Bologna.

‘Come dovete essere riconoscenti al Signore, figlioli miei, che vi ha posto nelle mani questo tesoro! E non per voi soli, che pur potrete goderne senza misura e non ne godrete mai abbastanza e non darete mai a fondo a questo tesoro!

Ma ve l’ha posto nelle mani anche per i vostri fratelli, per la Chiesa santa di Dio, per quella del Paradiso, perché sia glorificata, per Lui stesso, per Dio stesso, perché sia degnamente glorificato; per la Chiesa dei nostri morti, vivi in Dio, perché raggiungano la Casa del Padre; per la Chiesa che deve dilatarsi perché troppe, troppe anime ancora non hanno udito la Parola dell’Evangelo che è la sola parola di vita eterna, che è la sola parola che salva; per la Chiesa dei poveri che hanno bisogno di questa ricchezza divina, di questo pane che sazia per la vita eterna; per le anime che vi saranno affidate; per questo popolo di Dio che è anche popolo nostro, che ci è più vicino, al quale siamo dati immediatamente per la salvezza sua’.

Nel Vangelo abbiamo sentito che la folla andava da Gesù per essere guarita, e Gesù risponde dando un pane che sazia una fame più profonda di quella del pane terreno, alla quale pure egli intende rimediare. È evidente infatti il significato eucaristico del gesto compiuto: ‘Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero alla folla’.

Quella volontà di Cristo raggiunge pure noi sia nel donarci il Pane eucaristico, sia nell’invito: ‘Voi stessi date loro da mangiare’. Un invito che riguarda sia il dovere di rimediare alla fame causata dalla carestia e dalla cattiva distribuzione delle risorse, sia alla fame di Dio, esigenza a volte inespressa, che tuttavia non deve mai restare delusa.

Anche in questa celebrazione verranno istituiti alcuni Ministri straordinari per la distribuzione della Comunione, i quali, oltre ad essere di aiuto nelle proprie comunità in particolare per portare l’Eucaristia ai fratelli ammalati, sapranno testimoniare la carità della comunità verso i fratelli sofferenti, come frutto vivo dell’Eucaristia celebrata.

L’Eucaristia dunque è davvero la carne di Cristo per la vita del mondo, messa nelle nostre mani. Preghiamo anche noi, in questa chiesa dedicata a S. Domenico, con le parole di S. Tommaso: ‘Tu che tutto sai e puoi, che ci nutri sulla terra, conduci i tuoi fratelli alla tavola del Cielo nella gioia dei tuoi santi. Amen’.

OMELIA per la S.MESSA in occasione del 50° di ORDINAZIONE SACERDOTALE
Basilica Cattedrale di Faenza, 11 maggio 2013
11-05-2013

Ho sempre ritenuto che fosse giusto per i presbiteri accettare la festa per le varie ricorrenze giubilari dell’Ordinazione presbiterale, perché è una occasione propizia per ringraziare il Signore e per consentire alla gente di considerare la preziosità del ministero ordinato. Non c’è infatti nessun merito nell’arrivare a questi traguardi, basta aspettare un po’. È invece importante prendere atto del dono grande del sacerdozio ministeriale.

Mi trovo ora io in questa situazione ed è molto bello che il ringraziamento per i 50 anni  dalla ordinazione presbiterale avvenga nella Festa della Madonna delle Grazie, nostra patrona. Maria infatti non solo ci ottiene le grazie dal suo Figlio, ma ci aiuta anche a ringraziare.

‘L’anima mia magnifica il Signore’: tutte le sere la liturgia del vespro ci suggerisce queste parole, che vengono proclamate a nome dell’intera Chiesa per ringraziare Dio dei doni di natura e di grazia concessi nella giornata a noi e a tutti. Vi sono delle occasioni nelle quali le nostre povere parole sono inadeguate per  rivolgerci a Dio; possono venirci in soccorso allora le parole usate da Maria, quando volle riconoscere il dono della sua maternità divina. In fondo anche il presbitero deve ringraziare Dio perché gli è stato concesso di portare Cristo agli uomini con il Vangelo e i sacramenti, continuando nel tempo il mistero dell’Incarnazione.

S. Ambrogio scrive: ‘In ognuno viva lo spirito di Maria per glorificare il Signore, il cuore di Maria per gioire in Dio’ (Esp. Vang. S. Luca). Le due cose sono collegate, perché non c’è gioia più grande di quella di accorgersi di ciò che Dio ha fatto in noi. E in 50 anni di ministero motivi per stupirsi ce ne sono tanti, a cominciare dalla miseria personale di cui Dio ha voluto servirsi.

Se la Vergine stessa, la piena di grazia, ha riconosciuto che ‘Dio ha guardato l’umiltà della sua serva’, cosa deve dire ciascuno di noi di fronte alla misericordia di Dio, che oltre a darci la vita, a renderci suoi figli nella Chiesa, ci sceglie per un ministero di fronte al quale saremo sempre inadeguati?

Oggi per ringraziare il Signore posso avere l’aiuto della Beata Vergine delle Grazie e della nostra Chiesa diocesana, rappresentata dai presbiteri, dalle persone consacrate e dai fedeli laici qui convenuti per l’occasione: a tutti esprimo la mia gratitudine più sincera, come pure ringrazio i parenti e gli amici qui presenti.

Se penso dove Dio ha guardato per scegliere anche me, devo ricordare anzitutto con gratitudine la mia famiglia nella quale ho ricevuto la prima formazione cristiana; poi penso alla parrocchia di Ganzanigo nella quale sono cresciuto fino all’ingresso in seminario, con il parroco don Vittore Lolli, originario di Fusignano.

Ho pensato molto in questi giorni al percorso che la Chiesa universale ha fatto in questi 50 anni; al cammino delle Chiese particolari di Bologna e di Faenza-Modigliana; ai vari ministeri che ho svolto in questo tempo, ma ritengo che sia bene risparmiarvi riferimenti e ricordi personali.

La mia ordinazione presbiterale avvenne il 25 luglio del 1963 per le mani del Card. Giacomo Lercaro nella Cattedrale di S. Pietro a Bologna. Un mese prima era stato eletto Papa Paolo VI, dopo la santa morte di Papa Giovanni XXIII. Eravamo nel pieno della celebrazione del Concilio Vaticano II, con il grande fermento di novità e di speranza che si percepiva ovunque.  Dopo il breve sorriso di Giovanni Paolo I, c’è stato il lungo pontificato di Giovanni Paolo II e il suo influsso nella storia del mondo; poi il tormentato pontificato di Benedetto XVI e in questi giorni la novità di Papa Francesco, che ha riacceso in tutti una grande speranza.

Lasciatemi dire che essere figli di una Chiesa che sulla scena della storia può presentare figure di pontefici come quelli ricordati dà una grande forza, perché c’è il segno palese dell’opera di Dio. E se a volte dico che dopo tutto restiamo i migliori, non è per dimenticare le nostre miserie, ma per dire che nonostante queste Dio sa fare grandi cose. E il suo nome è santo.

Ringrazio quindi il Signore perché mi ha chiamato ad essere prete, mi ha scelto per fare il vescovo e mi ha fatto vivere in questo tempo storico bello, anche se difficile.

Nella festa liturgica della Beata Vergine delle grazie chiediamo la protezione della Vergine Maria, che il Concilio ci ha insegnato a vedere nel mistero di Cristo e della Chiesa: Maria è Madre della Chiesa perché Madre di Cristo; per ciascuno di noi quindi  Ella è Madre nell’ordine della grazia.

Nella preghiera della Messa abbiamo ricordato che Cristo ‘ha associato Maria al mistero dell’umana redenzione’ e questo è avvenuto non solo nel meraviglioso disegno del Padre, ma anche nella realtà dei singoli privilegi della Vergine.

Fin dalla sua Immacolata Concezione, Maria è stata raggiunta dalla redenzione di Cristo; nel concepire il suo Figlio Gesù e nel darlo alla luce per opera dello Spirito Santo, la verginità di Maria è stata consacrata per sempre; la sua assunzione nella gloria è stata una singolare partecipazione alla risurrezione del suo Figlio.

Questi privilegi non hanno allontanato Maria dalla sua mediazione materna verso di noi, ma l’hanno resa ancora più efficace. Anche oggi, come a Cana, Maria è attenta alle necessità dei suoi figli e ‘si pone tra suo Figlio e gli uomini nella realtà delle loro privazioni, indigenze e sofferenze’ (R.M., 21).

Maria ha avanzato nel cammino della fede e ha perseverato nella sua unione col Figlio fino alla croce, accanto alla quale sta in piedi, unendosi con piena consapevolezza al sacrificio di Lui.

Nel cantico del Magnificat Maria ha iniziato la preghiera che, continuata nel Cenacolo con la Chiesa nascente, verrà poi da questa perpetuata nei secoli.

La Madre di Cristo, sommo ed eterno sacerdote, è la madre anche dei presbiteri che sono ‘nella Chiesa e per la Chiesa, una ripresentazione sacramentale di Gesù Cristo Capo e Pastore’. 

Ringraziamo la bontà del Padre per il dono del ministero presbiterale; facciamo tesoro della grazia dei sacramenti offerti a noi attraverso il servizio dei presbiteri; preghiamo perché non manchino mai coloro che annunciano il Vangelo e offrono l’Eucaristia; chiediamo per i nostri preti la grazia di servire sempre la nostra santa Chiesa nella gioia.

OMELIA per la DONAZIONE DEI CERI 2013
Basilica Cattedrale di Faenza, 11 maggio 2013
11-05-2013

La celebrazione di questa S. Messa si pone come cerniera tra la festa liturgica della B.V. delle Grazie di questa mattina e le celebrazio-ni di domani, solennità dell’ascensione del Signore, ma che popolarmente è vissuta come la festa della Madonna. In questa duplice prospettiva dunque viviamo questa Eucaristia.

Il mistero dell’ascensione del Signore è ancora nel cuore delle celebrazioni pasquali, appartiene cioè al mistero della gloria che Cristo ha meritato dopo la sua passione e morte, secondo quanto afferma S. Paolo nella lettera ai Filippesi: ‘Cristo non ritenne un privilegio l’essere come Dio,’ ma umiliò se stesso… fino alla morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché’ ogni lingua proclami : Gesù Cristo è Signore, a gloria di Dio Padre’.

La glorificazione di  Cristo presso il Padre non riguarda solo Lui, ma interessa anche tutti noi, perché ci ha preceduto in Paradiso e ha detto: ‘Vado a prepararvi un posto’ (Gv 14,2). Questo ci fa capire la dignità che noi abbiamo davanti a Dio come figli suoi e come sia infelice invece considerare la vita racchiusa in un breve spazio di tempo senza prospettiva dell’eternità

Abbiamo sentito nella prima lettura che ci ha raccontato come gli apostoli hanno vissuto il momento dell’ascensione del Signore, che Gesù ha detto: ‘Riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra’. L’impegno della missione quindi più che una fatica diventa il bisogno di far conoscere ciò che noi abbiamo saputo, anzitutto la nostra realtà di figli di Dio e la nostra destinazione eterna: se noi siamo destinati a questo, dobbiamo vivere di conseguenza. 

Capiamo subito allora come siano in contrasto con questo progetto divino tutte le cattiverie e i soprusi frutto della malvagità umana, che riempiono l’universo, difronte ai quali occorre proprio la forza dello Spirito Santo sia per vincere il male nel cuore dell’uomo, sia per unire gli uomini nella lotta contro le ingiustizie, le violenze, la fame e tutto ciò che degrada la dignità umana.  Con quale coraggio diversamente ci presenteremo davanti a Dio, quando ci chiederà conto di che cosa abbiamo fatto di nostro fratello? Cristo è morto ed è risorto per sradicare il peccato dal cuore dell’uomo e aiutarci a vivere da fratelli.

Attraverso l’Eucaristia noi veniamo in contatto in modo misterioso, ma reale, con il Cristo glorioso, al quale affidiamo le nostre speranze e le nostre difficoltà. Tutto questo supera la nostra ragione, ma non è in contrasto con essa, dal momento che Dio stesso ha voluto rimanere con noi in questo modo. L’unico sacrificio di Cristo, offerto una volta per sempre, viene da noi incontrato nell’offerta del suo Corpo e del suo Sangue, alla quale uniamo  l’offerta della nostra vita, delle gioie e dei dolori di ogni giorno. Sapere che nulla va perduto di ciò che accettiamo dalla volontà di Dio e offriamo a Lui, ci dona la forza di continuare a lottare contro il male in noi e attorno a noi; non ci riusciremo mai in pienezza, ma almeno facciamo capire da che parte stiamo, che cosa ci sta a cuore e per che cosa doniamo la nostra vita.

In questa impresa non siamo soli: oltre alla forza dello Spirito Santo abbiamo l’esempio e la protezione della Vergine Maria. La sua mediazione materna è da noi sentita più vicina alle nostre necessità e ci consente di accostarci alla grazia di Dio più facilmente.

Tra i vari aspetti della devozione alla Madonna, quello che è prevalso nei secoli nella nostra Città e Diocesi è la protezione dal male; le frecce spezzate in mano alla Vergine stanno ad indicare l’intervento a proteggere i suoi figli dalle insidie del diavolo, dalle tentazioni al peccato e dalle sciagure di ogni genere. La Chiesa prega: dal fulmine e dalla tempesta, dal flagello del terremoto, dalla peste, dalla fame e dalla guerra, liberaci Signore. Il male ci può aggredire da tutte le direzioni, e può essere un male morale e materiale. Può essere qualcosa che ci mette contro Dio o ci allontana da Lui, che ci fa perdere la fede e la speranza, che ci ostacola nella carità: da tutto questo liberaci, o Signore.

A questo scopo chiediamo l’intercessione della Vergine Madre, sapendo che Lei è stata preservata da ogni macchia di peccato, che è stata fedele a suo Figlio fin sotto la croce, che anche ora, assunta in Cielo nella gloria non abbandona i suoi figli ancora sulla terra.

Nei tempi passati la nostra gente è ricorsa costantemente alla protezione della Beata Vergine delle Grazie e si è affidata a Lei nei momenti difficili, manifestando la sua devozione con vari gesti anche pubblici, fino ad eleggerla a patrona della Città e della Diocesi.

Siamo quindi molto lieti che per manifestare questa fedeltà la Città di Faenza anche quest’anno compia un omaggio alla propria Patrona con il dono dei ceri da parte dei Rioni della Città; un gesto simbolico che rivela affetto e devozione. Anche in questo modo intendiamo affidarci all’aiuto della Madonna delle Grazie per la nostra comunità e per tutte le famiglie, nelle difficoltà del nostro tempo, sicuri della sua protezione materna.

OMELIA di PASQUA (sintesi)
Basilica Cattedrale di Faenza, 31 marzo 2013
31-03-2013

Celebrare la Pasqua del Signore vuol dire anzitutto ravvivare la nostra fede, vivendo insieme ai nostri fratelli credenti la Liturgia di questi giorni santi. Molti di noi sono attratti dalle tradizioni di questi giorni; altri sono consapevoli di ciò che la Chiesa ricorda in questo mistero; altri forse sono curiosi della risonanza di queste giornate particolari.

Ma il cristiano  sa che il signore Gesù è morto e risorto per tutti e che tutti hanno bisogno della speranza che da questo evento viene a tutto il mondo. È importante per tutti che vi siano alcuni che mantengono acceso questo fuoco, per quanti oggi e in futuro vorranno lasciarsi illuminare e riscaldare. Se venissero meno i testimoni della Risurrezione di Cristo sarebbe un impoverimento per tutti e rimarrebbe spazio solo per la disperazione; la vita e soprattutto la morte non avrebbe più nessun senso, anche se rimane sempre la possibilità per qualcuno di consolarsi in qualche modo.

Il coraggio della Chiesa, proprio quando tutti sono angustiati e preoccupati per tante ragioni, è quello di continuare ad annunciare la speranza, non con parole vuote o consolatorie, ma rifacendosi ad un fatto: Cristo dopo tre giorni dalla sua morte è risorto; e risorgendo ha offerto nuove prospettive per noi, aprendoci alla vita con Lui nell’eternità. Se questo è il nostro destino, allora tutto il resto passa in secondo ordine e riceve nuovo significato; non solo, ma ci vengono offerte nuove vie per affrontare anche le realtà del nostro tempo nella giustizia e nella verità.

Stiamo vivendo in queste settimane momenti straordinari nella Chiesa, che ci fanno toccare con mano la forza del Cristo risorto che l’accompagna. Il messaggio vivo e immediato che Papa Francesco sta offrendo alla Chiesa e al mondo è quello di sempre, annunciato con una freschezza e una testimonianza personale che colpisce tutti. Anche questo è un segno che il Vangelo di Cristo, che dobbiamo portare a tutte le nazioni, non ha perso la sua forza, e risponde ancora alle attese vere dell’umanità.

La festa di Pasqua è una gioia e un impegno, che comincia dal rinnovare la nostra fede e continua nel renderla operosa nella carità. Ognuno saprà trovare i modi concreti per vivere questo secondo le condizioni del suo stato, le necessità che incontra e la grazia che avrà ottenuto dal Signore