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OMELIA per la MESSA CRISMALE 2013
Basilica Cattedrale di Faenza, 28 marzo 2013
28-03-2013

La santa convocazione del presbiterio per la Messa crismale del giovedì santo, oltre alla consueta finalità della consacrazione degli Olii, assume quest’anno una particolare nota dagli eventi ecclesiali vissuti recentemente.

Ogni anno ci troviamo insieme in questo giorno per ravvivare la grazia dell’Ordinazione presbiterale, rinnovare le promesse per il ministero al quale il Signore ci ha chiamati e testimoniare la comunione nella nostra Chiesa particolare, nella quale vogliamo vivere nella fede di Cristo.

Quest’anno abbiamo incontrato momenti che ci hanno fatto rivivere il nostro legame nella Chiesa universale, a cominciare dalla ‘Visita ad limina’ compiuta alle tombe degli Apostoli e con l’incontro con Papa Benedetto. In quell’occasione il Vescovo ha presentato una sintesi dell’attività pastorale della diocesi nei suoi aspetti principali, portata alla valutazione degli organismi centrali della Chiesa. Il Papa ci ha ringraziato perché portiamo con lui la fatica del Vangelo e ci ha confermato nella fede. Questa visita, che ogni vescovo è tenuto a compiere ogni cinque anni, è avvenuta pochi giorni prima dell’annuncio della rinuncia di Papa Benedetto, che ci ha accompagnato per otto anni con il suo magistero illuminato .

Il Vescovo ha concluso pochi giorni fa la Visita pastorale alla Diocesi, cominciata nel 2008. Dopo Pasqua verrà inviata una lettera di valutazione sintetica, con una riflessione sulle prospettive che ci attendono. Mi auguro che sia di aiuto e di incoraggiamento.

Anche la Visita pastorale è stata una occasione per rafforzare il vincolo di comunione tra il Vescovo e i presbiteri, tra i presbiteri e i fedeli, dilatando così la comunione con il Vescovo di Roma. Queste profonde realtà ci hanno fatto vivere con particolare partecipazione i recenti avvenimenti dell’elezione di Papa Francesco. Non si è trattato di fatti eclatanti per la loro rarità, ma di eventi che interessavano tutti noi e che abbiamo seguito nella fede con l’apporto della nostra preghiera. Accogliamo come una vera grazia l’inizio di questo pontificato, che ci aiuta a superare gli atteggiamenti ostili verso la Chiesa subiti in questi ultimi tempi.

Ci piace vivere oggi questa Celebrazione eucaristica, portando sull’altare della chiesa cattedrale la nostra gratitudine per il pontificato di Papa Benedetto XVI e la nostra gioia per il dono di Papa Francesco; porteremo poi questa sera, sugli altari delle nostre parrocchie nella Messa in Coena Domini, il segno forte della comunione frutto dell’Eucaristia e della nostra unità nella Chiesa particolare e universale.

Vogliamo cominciare a capire che l’invito alla misericordia, alla carità, alla bontà e alla condivisione rivoltoci dal Papa ha una radice sacramentale nell’Eucaristia e nella Chiesa Corpo mistico di Cristo, e vogliamo, noi sacerdoti, vivere con questo spirito il nostro servizio.

Se ci pensiamo bene la nostra gente percepisce la misericordia della Chiesa e quindi di Dio nell’incontro con il loro prete e con i gesti della sua bontà. È bello che veda nei gesti del Papa l’immagine del Dio buono e misericordioso, ma è ancora più bello che nel rapporto con i ministri del Vangelo lo veda vissuto e quindi predicato.

Nella riflessione sul nostro ministero presbiterale voglio inserire il ricordo dei giubilei sacerdotali che ogni anno accogliamo in questa nostra Eucaristia con particolare affetto. Prima di ricordarli tutti, voglio metterne in evidenza alcuni, cominciando dai 75 anni di ministero di don Giuseppe Minghetti. È un traguardo davvero ragguardevole, che ci dà la misura della fedeltà del presbitero, che ha speso tutta la vita per la sua gente, lasciando il ricordo di una presenza fedele e della preghiera generosa.

Voglio ricordare la Messa d’oro di Mons. Germano Pederzoli, che da qualche anno la sta offrendo nella malattia e nell’inabilità; i suoi giorni possono essere inattivi, ma non sono meno fruttuosi , se è vero che è la Croce lo strumento della nostra salvezza.

Infine voglio sottolineare i 25 anni di ministero di Mons. Pietro Scalini, la maggior parte dei quali passati a S. Pietroburgo, in una missione delicata e preziosa per la Chiesa cattolica di quella terra; lo ricordiamo come un testimone della sensibilità missionaria del nostro presbiterio.

Oggi ricordiamo e preghiamo anche per gli altri anniversari: i sessant’anni di Messa di Mons. Giuseppe Bassetti e del Can. Angelo Bosi; i cinquant’anni di don Antonio Bandini, di Mons. Giuseppe Mingazzini e del sottoscritto; il venticinquesimo di don Ruggero Benericetti e don Ugo Facchini. Le ricorrenze giubilari sono una buona occasione per ringraziare il Signore e per chiedere nuove vocazioni.

Alcuni nostri confratelli sono assenti a causa di malattia: vogliamo invece che siano quanto mai presenti nel nostro ricordo e nella nostra preghiera, uniti a noi nell’offerta del sacrificio eucaristico. Dobbiamo pure pregare per Mons. Silvano Montevecchi, che tutti conosciamo e amiamo, gravemente ammalato.

Vogliamo avere nel nostro cuore i missionari che sono nati nella nostra Diocesi, per i quali anche raccoglieremo l’offerta durante la Messa.

Nella luce della Pasqua che stiamo per celebrare facciamo memoria dei nostri confratelli che ci hanno lasciato nell’ultimo anno. I loro nomi sono riportati nell’immaginetta che viene distribuita perché il loro ricordo resti nelle nostre preghiere anche in futuro.

Prima di concludere voglio salutare i ministranti che sono presenti a questa celebrazione, anche per segnalare la loro importanza per il servizio liturgici. Mi auguro che questo sia sempre più compreso non solo per la dignità della liturgia ma anche come occasione per una riflessione vocazionale, una volta tanto non a parole ma mediante dei gesti precisi.

Cari ministranti abbiate a cuore il servizio liturgico come un modo privilegiato per avvicinarvi al Signore, curate la vostra formazione e siate fedeli al vostro impegno.

Carissimi presbiteri viviamo questi giorni santi nella gioia pasquale, riaccesa anche dal carisma del Papa Francesco; siamo lieti nel Signore, vincitore del peccato e della morte, che non abbandona la sua Chiesa, ma la conduce lungo la storia verso il Regno dei cieli.

OMELIA per l’ANNIVERSARIO della morte del S.d.D. Padre DANIELE BADIALI
17-03-2013

Il ricordo dell’anniversario della morte del Servo di Dio P. Daniele Badiali viene illuminato dalla liturgia della quinta domenica di Quaresima, che essendo assai vicina alla Pasqua ci richiama con forza la grazia di quel mistero.

Il testo di Isaia con l’immagine di un nuovo esodo, annunciato per coloro che sarebbero tornati da Babilonia, ma riferito a tutti coloro che camminano dal peccato alla grazia, ci ha descritto la prospettiva della vera conversione. ‘Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?’. S. Paolo dirà ‘Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove (2 Cor 5,17).

È importante riflettere sul significato della novità per il cristiano, che non significa inseguire le cosiddette novità del mondo, ma scoprire Cristo, l’uomo nuovo (cfr Ef 2,15). Il tempo della Quaresima ci accompagna in questo cammino che interesserà di fatto tutta la nostra vita.

Nella seconda lettura abbiamo sentito la chiarezza con cui viene tracciato questo percorso: ‘Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo(3,8).

Si tratta di una alternativa chiara, che richiede una lucidità coraggiosa sostenuta dalla fede, cioè dal buon guadagno che si vede nell’incontro con Cristo. Non si può stare a mezza via, nel comodo compromesso tra pratica religiosa e cedimento alla vita mondana. La radicalità evangelica nasce dalla consapevolezza che Cristo è capace di darci più di quanto siamo disposti a lasciare. Il Papa Benedetto XVI lo ha detto fin dall’inizio del suo pontificato con queste parole: ‘Cari giovani non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, dona tutto. Chi si dona a lui riceve il centuplo. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo e troverete la vera vita’.

Non è difficile trovare anche nelle lettere di P. Daniele affermazioni che vadano nella stessa direzione, di chi ha lasciato tutto per trovare Gesù: ‘Se non fosse per Gesù, non sarei qui. Questa scommessa di cercare Gesù vale più di qualsiasi altra cosa nella vita‘ (pag. 125). E ancora: ‘È una grande fatica restare uniti a Gesù, quando tutto intorno a te va per il senso contrario’ Bisogna dare via tutto, ascoltare la voce di Gesù e metterla in pratica’ (pag. 158).

Anche P. Daniele era convinto di essere stato conquistato da Cristo Gesù e quindi di potersi fidare della sua grazia nell’essere fedele. Non è spaventato dalle difficoltà, dai sacrifici; ha paura solo della propria debolezza e della poca fede. Scrive ancora: ‘Se mi lamento è perché non ho la fede per ringraziare Gesù nei momenti di prova. Solo dopo mi accorgo che è una grazia poter partecipare alle sofferenze di Gesù’ Agli amici più cari, per regalo, dà la sua croce” (pag.174).

San Paolo affronta anche il tema della partecipazione profonda alla vita e alla morte di Cristo, per partecipare alla sua giustizia, basata sulla fede, ‘perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti’ (3,10s).

Alla radice di questo incontro con Cristo che cambia la vita e ci trasforma in creature nuove c’è la fede, a noi donata nel battesimo e accolta nella vita, alimentata dalla parola di Dio e nutrita dall’Eucaristia; fede che esperimenta l’incontro con Cristo nell’accettare il suo perdono.

Tutti abbiamo bisogno del perdono di Cristo, perché tutti siamo peccatori. La nostra vera sciagura non è nemmeno il peccato, quanto il disperare del perdono del Signore o pensare di non averne bisogno.

La donna del vangelo di oggi, colta in flagrante adulterio e portata davanti a Gesù, può dire di aver incontrato Cristo in conseguenza del suo peccato. Anche qui si può dire: ‘O felix culpa!’. Anche lei ha fatto l’esperienza che il Figlio di Dio ‘non è venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo (cfr Gv 12,47). Gesù ha pure detto che è venuto non per i giusti, ma a chiamare i peccatori a convertirsi. ‘E di questi il primo sono io’, dobbiamo aggiungere tutti con San Paolo (1 Tim 1,15). Il problema quindi non è nemmeno il peccato, quanto il riconoscere di essere peccatori, di aver bisogno di perdono, chiederlo e accoglierlo.

Cos’è che ha cambiato la vita alla donna del Vangelo? Non gliel’avrebbe certo cambiata la lapidazione, se fosse stata applicata la legge di Mosè. Ciò che ha cambiato la vita a quella donna è stato l’incontro con Cristo: ‘Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più’.

Possiamo sicuramente pensare che se quella donna non è più caduta nel suo peccato non sarà stato per la paura della legge di Mosè, ma perché è rimasta sconvolta da questo Rabbì che non l’ha condannata e le ha detto di non peccare più. L’incontro con Cristo cambia la vita.

Cominciare ad incontrare Gesù nel perdono, poi continuare nell’accettare la croce, poi le opere di carità verso i piccoli e i poveri, per poterlo poi riconoscere nell’Eucaristia quando Egli viene incontro a noi. Le vie lungo le quali il Signore ci tende il suo agguato sono le più diverse, ma hanno come unico scopo di farci incontrare Lui.

L’esempio di P. Daniele, che la Chiesa si sta preparando ad offrire all’imitazione di tanti, deve farci coraggio: è possibile lasciare tutto per il Signore, è possibile incontrarlo nella fede, è possibile amarlo nei piccoli e nei poveri; anche per i giovani questo è possibile, come ci ha testimoniato la vita di P. Daniele.

Abbiamo raccolto nella liturgia di oggi il racconto della liberazione di un popolo dall’esilio, di una donna dalla solitudine del suo peccato; abbiamo sentito l’invito a liberarci dalle cose di questo mondo che sanno di vecchio, per correre con Cristo verso la perfezione: nessuno può dire di averla conquistata, fintanto che è in questa terra; ma continuiamo a ‘correre verso la meta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù’.

La Pasqua dell’Anno della fede, in questo tempo meraviglioso che la Chiesa sta vivendo con il dono di Papa Francesco, sia l’occasione per una vita veramente nuova, che Cristo ha fatto germogliare in noi.

OMELIA per la celebrazione delle CENERI 2013
Faenza - Basilica Cattedrale, 13 febbraio 2013
13-02-2013

‘Convertitevi e credete al Vangelo’ è l’invito che accompagna l’austero segno delle ceneri poste sul capo nella celebrazione di inizio Quaresima.

È il tempo favorevole per riprendere con più convinzione il nostro cammino di conformazione a Cristo, con l’aiuto di tutta la Chiesa, dalla liturgia alla preghiera dei Santi, dalla parola di Dio alle mortificazioni che vengono fatte in varie forme, oltre a quelle indicate dalla Chiesa, ridotte a gesti simbolici.

La Quaresima è un pellegrinaggio spirituale verso la Pasqua, per arrivare a riconoscere Gesù risorto con gli occhi purificati dai nostri peccati, con l’animo alleggerito dal peso di tutto ciò che si trattiene dall’elevarci a Dio nella preghiera e nell’amore verso i fratelli.

Il Papa nel messaggio per questa Quaresima ha messo a confronto le virtù teologali della fede e della carità, sia per ricordare l’Anno della fede, sia per non dimenticare che la penitenza più meritoria è sempre la carità.

Fede e carità, che in una considerazione superficiale possono essere considerate come la teoria e la prassi del vivere cristiano, vengono messe dal Papa in un rapporto di reciprocità, per cui si può dire che si richiamano a vicenda, al punto che una non può vivere senza l’altra; basti a questo riguardo ricordare che ‘l‘esistenza cristiana consiste in un continuo salire il monte dell’incontro con Dio per poi ridiscendere, portando l’amore e la forza che ne derivano, in modo da servire i nostri fratelli e sorelle con lo stesso amore di Dio’ (n.3).

Nell’approfondire questo rapporto il Papa fa alcune considerazioni:

‘La fede, dono e risposta, ci fa conoscere la verità di Cristo come Amore incarnato e crocifisso’: è una delle verità più consolanti, che si conoscono per fede e che cambiano il modo di vedere non solo la nostra vita ma anche il nostro rapporto con il prossimo; infatti, continua il Papa: ‘la fede radica nel cuore e nella mente la ferma convinzione che proprio questo Amore è l’unica realtà vittoriosa sul male e sulla morte’.

‘La fede ci invita a guardare al futuro con la virtù della speranza, nell’attesa fiduciosa che la vittoria dell’amore di Cristo giunga alla sua pienezza. Da parte sua, la carità ci fa entrare nell’amore di Dio manifestato in Cristo, ci fa aderire in modo personale ed esistenziale al donarsi totale e senza riserve di Gesù al Padre e ai fratelli’. Non si può amare solo a parole, ma in opere e verità, sia verso gli uomini sia rispondendo all’amore di Cristo, dal quale nulla ci può separare.

Per quest’anno le indicazioni da tenere presenti per un percorso concreto, ci vengono offerte dal Papa in questi termini:

La Quaresima ci invita proprio, con le tradizionali indicazioni per la vita cristiana, ad alimentare la fede attraverso un ascolto più attento e prolungato della Parola di Dio e la partecipazione ai Sacramenti, e, nello stesso tempo, a crescere nella carità, nell’amore verso Dio e verso il prossimo, anche attraverso le indicazioni concrete del digiuno, della penitenza e dell’elemosina’ (3).

Ma la Quaresima di quest’anno sarà caratterizzata da un evento che riguarda tutta la Chiesa, essendo collocato in questo tempo santo la celebrazione del Conclave per l’elezione del Sommo Pontefice. Non deve essere visto come una coincidenza, ma come una opportunità per dare il tono giusto a questo momento, che deve essere accompagnato  dalla preghiera e dalla penitenza, piuttosto che dai pettegolezzi. Esiste anche la fede nella Chiesa, che ricordiamo quando diciamo ‘Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica’; è la realtà di salvezza voluta da Cristo, e in questi momenti delicati la nostra fede e amore aiutano ad orientare lo sguardo verso  di essa con più rispetto. Non lasciamoci ingannare da chi guarda l’istituzione umana della Chiesa, separandola dalla sua anima divina, che è un modo astuto per arrivare a negare l’una e l’altra. Non possiamo essere noi a volere una chiesa spirituale senza l’istituzione visibile voluta da Cristo, il quale sapeva che sarebbe stata fatta da uomini con tutti i loro limiti. Amare la Chiesa  vuol dire anche avere una fede grande per vedere, sotto la realtà visibile fatta di uomini, di strutture e di storia con tutto ciò che questo comporta, la Sposa di Cristo che ci porta la Parola e la grazia di Dio, di cui abbiamo bisogno per raggiungere il suo Regno. Pregheremo per il Papa Benedetto, perché il Signore lo sostenga e lo ricompensi per le sue fatiche, e pregheremo per il nuovo Papa che lo Spirito Santo vorrà scegliere per la sua Chiesa, e lo accoglieremo con gratitudine, pronti a seguire il Pastore universale della Chiesa come un dono fatto al nostro tempo per tutto il mondo.

OMELIA per la solennità della EPIFANIA 2013
06-01-2013

La grazia della solennità dell’Epifania non è data dalla storicità dell’evento che oggi celebriamo, ma dal significato che quell’evento ha avuto nel racconto di Matteo. In altre parole l’evangelista Matteo ci presenta l’episodio dell’arrivo dei Magi dall’oriente come la primizia dei popoli pagani che vanno verso Cristo.

Siamo nel mistero della ‘manifestazione’ di Gesù al mondo; questo mistero viene celebrato nella liturgia in vari momenti, per sottolineare alcuni aspetti importanti del mistero, che non si esauriscono nella celebrazione liturgica, ma vengono offerti come un percorso spirituale a seconda delle situazioni personali di chi è in cammino verso Cristo.

Nel Natale Cristo è entrato in rapporto con tutta l’umanità. Leggiamo nella Gaudium et spes n. 22: ‘Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo’; con questo non si vuol dire che tutti gli uomini sono cristiani, ma che per ognuno è possibile incontrare Cristo, che ha già fatto il primo passo verso tutti.

Nell’Epifania, il mistero di oggi, S. Paolo ci ha ricordato che ‘le genti (cioè i pagani che non appartengono al popolo di Dio) sono chiamate in Cristo a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo (cioè la Chiesa) e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo.

Ci sarà poi la festa del Battesimo del Signore, quando Gesù si manifesta al suo popolo, nella voce del Padre che dice: ‘Tu sei il Figlio mio, l’amato, in te ho posto il mio compiacimento’.

Infine Gesù si manifesta ai suoi discepoli a Cana di Galilea, con l’inizio dei segni da lui compiuti: ‘egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui’ (Gv 2,11).

Il mistero dell’Epifania si presenta a noi con alcuni aspetti che mi piace mettere in evidenza, perché possono essere educativi anche per noi nell’imparare a lasciarci raggiungere dalla luce di Cristo che oggi si manifesta. Anche noi cristiani infatti non abbiamo la fede in modo pieno, ma siamo gente di poca fede e abbiamo ancora una percentuale di paganesimo, che deve essere convertita a Cristo.

a)      i Magi si muovono attratti da un segno posto nel creato, una stella. La creazione è stato il primo atto salvifico di Dio verso l’uomo. Scrive S. Paolo ai Colossesi: ‘Tutte le cose sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui (cioè di Cristo;1,16); e nella lettera ai Romani: ‘Le sue perfezioni invisibili vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da Lui compiute (1,20); e il Salmo 18 dice: ‘I cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento’.

b)      Ma la natura non basta: occorre l’aiuto della Parola di Dio.  È penosa la figura di coloro che pur conoscendo la profezia non si muovono. I Magi invece credono alla parola loro riferita dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, si muovono di conseguenza e trovano la conferma dal primo segno che tornano a vedere. Al vedere la stella provarono una gioia grandissima. È la gioia di sapere di essere sulla strada giusta; non è ancora la méta, ma la sicurezza che la méta non è lontana. Questo atteggiamento dell’animo si chiama fede. Per chi è in ricerca è già un grande conforto, dona speranza, ma non può bastare.

c)      Il terzo momento è l’incontro con il ‘re dei Giudei che è nato’; ‘entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre’. Queste poche parole ci dicono molto su ciò che i Magi hanno trovato. Anzitutto una casa, in cui sono accolti; dirà S. Paolo: ‘Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio’ (Ef 2,19). Ad accoglierli c’è la Madre, Maria; è Lei che rende familiare ogni incontro e presenta il suo Figlio: ‘videro il bambino, si prostrarono e lo adorarono’. La loro fede li porta a compiere un atto di amore, che li mette in comunione profonda con il signore Gesù. I doni che essi offrono sono l’espressione del vincolo nuovo che è nato in loro verso Gesù, e che li accompagnerà sempre, anche quando faranno ritorno al loro paese. Ormai essi hanno incontrato Colui che cercavano e sono stati confermati nella loro fede.

L’annuncio cristiano a coloro che ancora non conoscono Cristo continua anche oggi nell’opera della Chiesa che invia i missionari del Vangelo. Tra poco noi daremo il mandato missionario ad un laico volontario che si chiama Augusto; egli andrà in Tanzania, nella diocesi di Mwanza, con l’AMI per lavorare in una opera promossa da questa associazione della nostra Diocesi. Con la benedizione del Vescovo e la consegna del Crocifisso la nostra Chiesa si impegna ad accompagnarlo con la preghiera e con l’affetto, perché con il lavoro e la vita egli sappia rendere una testimonianza di fede e di carità, e così annunciare il Signore Gesù.

La solennità dell’Epifania infatti ci ricorda che sono ancora tanti gli uomini che non conoscono Cristo e che il dovere di annunciarlo ricade su di noi, non fosse altro diventando partecipi dell’impegno di coloro che a nome della Chiesa continuano a portare il Vangelo nel mondo. E insieme ad Augusto ricordiamo questa sera anche tutti i missionari della nostra Diocesi che sono sparsi nel mondo nel nome di Cristo.

OMELIA per la GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 2013
01-01-2013

Quando 45 anni fa Paolo VI propose di celebrare la Giornata mondiale della pace il primo giorno dell anno, certamente non si illudeva di raggiungere il risultato in poco tempo. Se propose questa giornata di preghiera e di riflessione sapeva che la pace è possibile, è un dono di Dio che va chiesto, ed è un dono affidato agli uomini; ma fintanto che celebreremo il primo giorno dell anno, dovremo anche pregare per la pace.

Lo sguardo alla realtà del mondo di oggi è semplicemente sconfortante; non sono diminuite le guerre, le rivoluzioni, le violenze, i soprusi, e spesso vi si è aggiunta una motivazione religiosa, che, è bene precisare, non è mai quella cristiana.

Afferma il Papa all inizio del suo messaggio: Allarmano i focolai di tensione e di contrapposizione causati da crescenti diseguaglianze fra ricchi e poveri, dal prevalere di una mentalità egoistica e individualista espressa anche da un capitalismo finanziario sregolato. Oltre a svariate forme di terrorismo e di criminalità internazionale, sono pericolosi per la pace quei fondamentalismi e quei fanatismi che stravolgono la vera natura della religione, chiamata a favorire la comunione e la riconciliazione tra gli uomini (n.1).

La solennità della Maternità divina di Maria ci chiede di fermare la nostra riflessione sul disegno divino di salvezza, di cui abbiamo celebrato l avverarsi nel mistero dell Incarnazione del Figlio di Dio. Come conseguenza di quel mistero siamo tutti figli di Dio, anche quelli che non ci credono o non lo sanno; per cui esiste una radice oggettiva della nostra fraternità e dell esigenza di una pace cercata e possibilmente realizzata da subito.

La realizzazione della pace dipende soprattutto dal riconoscimento di essere, in Dio, un unica famiglia umana La pace non è un sogno, non è un utopia: è possibile (n.3).

Se la pace è possibile, ben vengano coloro che ci credono e lavorano per essa: Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.

La promessa indicata da Gesù non deve essere intesa solo riferita all eternità, ma già adesso ha la sua attuazione: La beatitudine consiste nell adempimento di una promessa rivolta a tutti coloro che si lasciano guidare dalle esigenze della verità, della giustizia e dell amore (n.2).

È interessante cogliere l attualità del Beati gli operatori di pace , perché sono tanti coloro che ne parlano, la reclamano, la pretendono dagli altri, ma pochi sono coloro che fanno qualcosa di positivo per portare un mattone alla costruzione della pace, che invece avanza solo se c è chi la fa crescere.

L operatore di pace, secondo la beatitudine di Gesù, è colui che ricerca il bene dell altro, il bene pieno dell anima e del corpo, oggi e domani (n. 3).

Il Papa entra nel merito di varie operazioni che i costruttori di pace devono affrontare e che in modo sintetico provo ad elencare.

Come condizione preliminare per la pace, si deve smantellare la dittatura del relativismo e della pretesa di una morale autonoma e individuale, che prescinda dalla legge morale naturale;

la pace comporta la costruzione di una convivenza sociale fondata sulla verità, sulla libertà, sull amore e sulla giustizia, come scrisse già Papa Giovanni XXIII nella Pacem in terris 50 anni fa;

per diventare costruttori di pace bisogna pregare Dio per chiedere la redenzione conquistataci da Gesù suo Figlio;

i veri operatori di pace difendono e promuovono la vita umana in tutte le sue dimensioni, dal concepimento alla morte naturale;

anche la struttura naturale del matrimonio va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna; è un principio inscritto nella natura umana stessa, riconoscibile con la ragione, comune quindi a tutta l umanità, nonostante i tentativi di destabilizzarlo;

promuovere la libertà religiosa, insidiata soprattutto nei confronti del cristianesimo, perché si possa testimoniare la propria religione;

contrastare le ideologie del liberismo radicale e della tecnocrazia, che vorrebbero promuovere la crescita economica a scapito della funzione sociale dello Stato e della solidarietà, nonché dei diritti e dei doveri sociali tra cui principalmente quello del lavoro;

operare per un nuovo modello economico, a fronte di quello prevalso negli ultimi decenni che ricercava il massimo profitto in una visione individualistica ed egoistica, verso una prospettiva che rispetti la persona umana, valorizzi le capacità intellettuali e l intraprendenza, e operi per uno sviluppo economico vivibile e umano; si tratta di esercitare l attività economica per il bene comune, andando oltre il proprio interesse, a beneficio delle generazioni presenti e future;

infine gli operatori di pace devono considerare la crisi alimentare mondiale, che è ben più grave di quella finanziaria, e che richiede interventi di solidarietà a livello locale e internazionale.

Prima di concludere il Papa ricorda il ruolo primario dell educazione alla pace, in cui hanno un compito importante i genitori, ai quali deve essere riconosciuta la libertà di educazione. Ricorda pure il ruolo della scuola e dell università, nel promuovere una vera cultura della pace.

La forza della parola del Papa sta nella libertà con cui egli si rivolge a tutti gli uomini, auspicando che possano essere veri operatori e costruttori di pace. Questa infatti non è una prerogativa solo per qualcuno, e tutti possono aiutare la pace universale iniziando a costruirla nel proprio cuore, nella famiglia e con il prossimo; la pace infatti è un bene indivisibile da ricercare sempre e dovunque.

La Vergine santa, Madre di Dio e Madre nostra ci aiuti ad essere fedeli discepoli di suo Figlio, il principe della pace, al quale chiediamo di benedirci e custodirci in questo anno e per sempre. Amen.

OMELIA per il NATALE 2012 (sintesi)
Faenza - Basilica Cattedrale, 25 dicembre 2012
25-12-2012

La bellezza del Natale per i credenti sta nel sapere che non stiamo ricordando un evento passato, ma viviamo la presenza della nascita di Gesù, del Dio fatto uomo. Di qui si vede la fortuna di avere la fede, perché si possono conoscere anche le verità più impensabili. Non credo che si possa argomentare la verità storica di questo evento solo dal fatto che lo stiamo celebrando da tanti secoli, ma la verità storica ci è data dai Vangeli e da come ce lo hanno raccontato, nella semplicità della realtà.

Gesù è venuto in mezzo a noi, è vissuto come uno di noi, fino a quando non ha manifestato la sua gloria, per farci toccare con mano che Dio ama gli uomini, non ha paura della vita umana, e la condivide con noi per redimerla, cioè per liberarla dal peccato e da ogni male.

Una delle realtà più sconvolgenti dei nostri giorni è sapere che vi sono giovani e meno giovani che hanno perso il gusto di vivere, non trovano un senso alla vita e si distruggono volontariamente. Se Dio ha scelto di condividere la vita umana, vuol dire che questa un senso ce l’ha.

Quando succedono le stragi come quella prima di Natale in America, si cercano delle spiegazioni; ma il senso di quelle cose non può stare nelle eventuali spiegazioni delle cause immediate che le hanno provocate. La vita deve avere un senso sempre per ognuno.

Gesù è venuto perché abbiamo la vita, e l’abbiamo in abbondanza, cioè in pienezza. La pienezza di umanità è vivere nella dimensione divina, come figli di Dio. Anche per quei bambini uccisi, per i quali rimane il fatto esecrando della violenza subita, la vita, seppur breve e troncata così atrocemente ha avuto il senso di introdurli nella vita eterna. Per questo non diremo che allora tutto va bene, ma diremo che anche quei piccoli non sono stati privati del loro diritto alla vita vera.

Dio è venuto in mezzo a noi non certo per insegnarci qualche rito o qualche preghiera nuova; da quel giorno tutto è diverso, perché l’uomo è destinato ad essere partecipe della natura divina e a vivere da figlio di Dio. Questo è il senso della vita, dentro il quale ci stanno anche le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce che tutti incontriamo. Anch’esse hanno un senso, perché se il Figlio di Dio le ha prese su di sé vuol dire che un senso o ce l’hanno o glielo ha dato Lui.

Celebriamo quindi il Natale ricuperando questa luce di cui il mondo ha bisogno, e noi dobbiamo esserne un riflesso. Non possiamo fermarci a recriminare le cose che non vanno, ma rinnovando la nostra fede, viviamo facendo vedere che si può cambiare.

OMELIA per la Solennità dell’IMMACOLATA CONCEZIONE
Faenza, S. Francesco - 8 dicembre 2012
08-12-2012

La solennità dell’Immacolata Concezione è una delle due feste mariane,  insieme all’Assunta, che ha conservato provvidenzialmente la sua importanza anche esterna. Possiamo così celebrare con una vera festa l’inizio della vita e la glorificazione finale della Vergine Maria.

Maria concepita senza peccato originale è la realtà del mistero che oggi la liturgia celebra; può essere che mettendo noi facilmente l’accento sul privilegio avuto da Maria di essere Immacolata, sorvoliamo sul fatto dell’inizio della sua esistenza terrena, che invece viene curiosamente privilegiato nella tradizione di questa chiesa dove è conosciuta come la festa della ‘Concezione’.

L’origine di ogni vita umana è un prodigio sul quale dobbiamo riflettere, in un tempo in cui è facile purtroppo trascurare quel momento, considerando ‘il prodotto del concepimento’, come si dice in ossequio alla visione tecnologica della realtà, un oggetto sul quale poter intervenire.

Dobbiamo sapere che in ogni creatura umana, dal momento in cui è concepita, inizia una vita che non avrà mai fine. Anche coloro che non riescono a venire alla luce vivono sempre, amati da Dio in modo personale, perché se esistono è perché Lui li ha voluti. Abbiamo sentito nella seconda lettura che il Padre ci ha scelti in Cristo prima della creazione del mondo; cioè, nel suo progetto di amore, prima c’è Cristo suo Figlio che dà senso a tutto, poi c’è ognuno di noi e tutti coloro che sono stati e saranno concepiti fino alla fine del mondo; e il mondo è stato creato in funzione della presenza degli uomini e fra di essi di Gesù nostro salvatore.

Se Dio ci ha scelti in Cristo fin dal nostro concepimento, poi non ci abbandona più, anche se l’uomo o la donna pensano di poter distruggere l’opera di Dio: una volta concepita, la vita umana vive per l’eternità.

Celebrando oggi l’inizio della vita di Maria, accolta dall’affetto dei suoi genitori, noi abbiamo davanti un mistero grande, reso poi singolare dallo speciale intervento di Dio nel preservare Maria dal peccato che contamina da sempre ogni persona umana.

Nel prefazio della Messa della Natività di Maria nel rito ambrosiano, Ella viene chiamata ‘aurora della nostra salvezza’. Con lei si comincia a intravedere la luce che avanza, Cristo Signore; ma già la Madre è motivo di speranza.

Pensate: nessuno sapeva di questa novità straordinaria, forse nemmeno la stessa Vergine, che al saluto dell’angelo rimase turbata; eppure Dio stava già operando per il bene dell’umanità cominciando da ciò che era più necessario: preparare la Madre per suo Figlio che doveva nascere sulla terra. Nel fare questo Dio iniziava a liberare l’umanità dal peccato, la radice di ogni male nel mondo: in Lui ci ha scelti per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità.

L’aurora della nostra salvezza è una creatura piccola, debole e umile, che solo Dio conosce nella sua vera realtà: è senza peccato, quindi ama Dio e il prossimo; è unita a Dio nella preghiera; sa di spendere la sua vita per gli altri; è aperta alla volontà di Dio. Dirà davanti alla cugina Elisabetta: Dio ha guardato all’umiltà della sua serva. La salvezza di Dio ha già operato in Lei, preservata da ogni macchia di peccato in previsione della morte di Cristo, e prima ancora di essere la Madre di Gesù è stata per il mondo aurora di salvezza.

Sarebbe bello se ognuno di noi, a imitazione di Maria in questo primo stadio della sua vita, cercasse di essere aurora di salvezza nella situazione umana nella quale è chiamato a vivere. Senza avere la pretesa di essere un salvatore: c’è già chi ha salvato il mondo, anche se la salvezza non è stata accolta ancora da tutti; non avere la pretesa di essere la luce: venne nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo; senza la pretesa di cambiare il mondo, perché Dio ci chiede di cambiare il nostro cuore.

Essere l’aurora che annuncia il giorno vicino, lasciando al sole che sorge di rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte.

L’aurora non si impone con la luce che ferisce gli occhi, ma viene guardata con il desiderio della sentinella che attende la fine della notte.

Nel nostro mondo dove possiamo guardare per cercare l’aurora della nostra salvezza? Ci sono problemi materiali seri che dovranno essere affrontati con coraggio e nella solidarietà universale. Ma vi sono anche valori morali che comunque non possono essere trascurati, perché proprio l’averli dimenticati è all’origine dei nostri guai.

Allora mi viene da dire che possiamo vedere l’aurora in ogni bimbo che nasce, in ogni famiglia che vive unita nell’amore, che accoglie i figli e custodisce gli anziani, nella persona con qualche disabilità cresciuta tra i suoi cari e con l’aiuto di persone e gruppi, nei giovani che si preparano alla vita con impegno e sanno stare accanto a chi è povero di affetto, negli uomini e nelle donne che sanno educare la personalità dei piccoli, in coloro che si impegnano per la promozione del bene comune, nell’accoglienza di chi viene da lontano.

E possiamo vedere l’aurora nell’opera di Cristo, nel suo vangelo, nei santi dei nostri giorni, nella realtà della Chiesa e della sua presenza nel mondo. Se avessimo sempre ascoltato e vissuto il messaggio cristiano, dall’amore del prossimo (quando gli altri pagavano il nostro benessere) al non riporre troppa fiducia nel danaro, origine di tutti i mali, forse non ci troveremmo a questo punto.

La scusa che tutto va male, che tanto non ci si può fare niente, che fanno tutti così non diventi un alibi per evitare di fare la nostra parte. Se non si può cambiare tutto e subito (e forse dovremo diffidare da chi ce lo promette troppo facilmente) possiamo però fare molto, cominciando ognuno secondo l’opportunità, umilmente e con coraggio, ed essere motivo di speranza.

Abbiamo sentito nel Vangelo che a Maria, aurora della nostra salvezza, a un certo punto è stato chiesto di diventare la Madre del Figlio di Dio, il Salvatore del mondo. A noi certamente verrà chiesto molto meno, ma è importante che siamo disposti a fare la nostra parte come e quando ci verrà chiesta, se già non la stiamo facendo; senza escludere la preghiera per coloro che stanno facendo più fatica, per chi è nella prova, per chi è senza speranza e per coloro che possono influire sull’andamento delle cose del mondo.

Guardando e pregando la Vergine Immacolata, aurora della nostra salvezza possiamo essere anche noi nella fede e nella carità un riflesso di luce che annuncia un giorno nuovo.

OMELIA per la CANDIDATURA al diaconato e presbiterato di CLAUDIO PLATANI
Faenza - S.Agostino, 21 ottobre 2012
21-10-2012

La preghiera di benedizione con cui la Chiesa accoglie la disponibilità del candidato al ministero del diaconato e del presbiterato, mette nella giusta direzione il cammino di preparazione che ormai da vari anni anche Claudio ha iniziato. ‘Dio porti a compimento l’opera che ha iniziato in te’: non è solo un auspicio, ma è una affermazione di fede nell’intervento di Dio che chiama, illumina e forma colui che è pronto a servirlo nella Chiesa.

Il ministero ordinato, prima del diacono poi del presbitero, trova la sua dignità non nell’onore o nel prestigio, ma nel servizio del popolo di Dio per la vita cristiana della comunità e dei singoli. Non dobbiamo meravigliarci che oggi occorrano diversi anni di formazione nella comunità del Seminario teologico, se gli apostoli stessi, alla scuola di Gesù, hanno faticato a capire. Senza dimenticare che oggi le cose si sono fatte più complesse per le facili condizioni di diffusione degli errori e degli scandali e per le tante dottrine avverse.

Riascoltare oggi la catechesi fatta da Gesù a questo riguardo, è per noi di grande aiuto. I due figli di Zebedeo hanno avuto il coraggio di chiedere un privilegio, tra l’altro avendo frainteso il significato del regno che Gesù stava annunciando, ritenendo che si trattasse di un potere di questo mondo. Ma anche gli altri non erano da meno, vista l’invidia che subito era sorta tra loro.

Gesù, che in precedenza aveva già precisato che la sua opera passava attraverso la croce e la morte di un Messia sconfitto, ritorna a proporre la necessità di seguirlo nella sua passione, con l’immagine del calice e del battesimo che egli sta per ricevere.

Questa situazione dobbiamo ricordare che è per tutti i discepoli di Cristo che lo vogliono seguire nella via della salvezza: ‘Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua’ (Mc 8,34). Gesù ricordando agli apostoli anzitutto questo percorso mette in evidenza che per tutti, anche per coloro che saranno i suoi apostoli, è necessario essere prima discepoli disposti a seguirlo nella via della croce. Si potrebbe dire che è questa la condizione più alta, che fa risaltare la stessa dignità di figli di Dio per tutti i seguaci di Cristo, dignità che è data nel battesimo e si esprime nel poter partecipare all’Eucaristia.

Perché questo pensiero sia chiaro, Gesù precisa che non sa nemmeno lui che cosa verrà chiesto ai suoi apostoli come ministero specifico, tanto è poco importante il ruolo che li aspetta: fare una cosa o un’altra è per coloro per i quali è stato preparato, secondo le necessità della comunità. ‘Non sta a me concederlo’, perché a me, potremmo aggiungere, sta insegnarvi ad imitarmi fino in fondo.

Nell’imitazione di Gesù oltre a seguirlo fin sulla croce, c’è da imparare il servizio: ‘Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti’.

Deve essere chiaro che il servizio nel vangelo non è una categoria sociologica, ma teologale; in altre parole non è più coerente col servizio colui che esegue ciò che gli viene detto di fare, invece di colui che ha un ruolo di responsabilità per cui deve scegliere, decidere e farsi obbedire; svolge un servizio che imita il Signore Gesù colui che dà la propria vita per liberare molti dalla schiavitù del peccato.

Infatti Gesù ha servito dando la propria vita, finalizzata a liberare l’uomo dal peccato e da ogni male. Analogamente chi lo imita nel servire, deve spendere la propria esistenza, giorno per giorno, cercando di raggiungere lo stesso scopo di Cristo: riscattare molti dal peccato e renderli liberi per l’eternità. Servire come Cristo infatti non è tanto un modo di fare, quanto piuttosto una finalità da raggiungere insieme a Lui.

Ci ha detto San Giovanni nella sua prima lettera: ‘In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati’ (1Gv 4,10). Quindi Gesù servendo al Padre con il suo sacrificio in croce ha manifestato l’amore di Dio per noi. Come ha detto la lettera agli Ebrei, è un sommo sacerdote che ci conosce per aver preso parte alle nostre debolezze e sofferenze. Egli sa dunque apprezzare quello che con fatica anche noi possiamo fare per lui, per completare nella nostra carne quello che manca ai patimenti Suoi a favore della Chiesa.

‘Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia”, anche perché possiamo aggiungere con S. Paolo: ‘So in chi ho posto la mia fede e sono convinto che egli è capace di custodire fino a quel giorno ciò che mi è stato affidato’ (2Tim 1,12).

Carissimo Claudio la tua Chiesa continuerà a pregare anche per te, perché tu possa riconoscere sempre meglio la strada che il Signore ti ha fatto intravedere e possa crescere in essa come fedele discepolo del Signore Gesù. Noi tutti ringraziamo il Signore per la speranza che la tua disponibilità ha acceso nelle nostre comunità, che chiedono il dono del ministero diaconale e presbiterale e attraverso di essi la grazia dell’Eucaristia e del Vangelo nella nostra terra.

Ma prima ancora del tuo ministero, chiediamo che tu possa imitare il Signore Gesù nel donargli la tua vita per liberare il mondo dal peccato, mediante l’annuncio dell’amore di Dio e della sua salvezza.

 Chiediamo per te la fiducia nell’aiuto di Dio per portare a compimento la tua preparazione, sulla quale invochiamo la protezione della Beata Vergine Maria e dei Santi patroni della nostra Chiesa e della tua parrocchia.

Chiediamo infine la benedizione del Signore per i tuoi cari e per quanti ti vogliono bene, per coloro che ti accompagnano nel tuo cammino verso il diaconato e il presbiterato e per quanti potranno in futuro godere del tuo ministero.

OMELIA per l’APERTURA dell’ANNO DELLA FEDE
Faenza - Basilica Cattedrale, 12 ottobre 2012
12-10-2012

Il Papa stesso, nel messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale, ha messo insieme il significato dell’apertura dell’Anno della Fede e la Giornata missionaria. ‘La ricorrenza del 50° anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano II, l’apertura dell’Anno della fede e il Sinodo dei Vescovi sul tema della nuova evangelizzazione concorrono a riaffermare la volontà della Chiesa di impegnarsi con maggiore coraggio e ardore nella missio ad gentes perché il Vangelo giunga fino agli estremi confini della terra’.

Il tema della nostra fede diventa di una serietà unica se pensiamo alla responsabilità che abbiamo come cristiani davanti al mondo: ‘Non possiamo restarcene tranquilli, pensando ai milioni di nostri fratelli e sorelle, anch’essi redenti dal sangue di Cristo, che vivono ignari dell’amore di Dio’ (n. 86). Anch’io, nell’indire l’Anno della fede, ho scritto che Cristo ‘oggi come allora, ci invia per le strade del mondo per proclamare il suo Vangelo a tutti i popoli della terra’.

Dalla Chiesa di Faenza-Modigliana abbiamo sparsi nel mondo una decina di presbiteri e religiosi, altrettante suore e una trentina di laici: bastano per essere un segno significativo del nostro impegno missionario?

Uno degli ostacoli allo slancio dell’evangelizzazione è la crisi di fede, non solo del mondo occidentale, ma di gran parte dell’umanità, che pure ha fame e sete di Dio e deve essere invitata e condotta al pane di vita e all’acqua viva, come la Samaritana che si reca al pozzo di Giacobbe e dialoga con Cristo.

Quando ci si chiede che cosa fa la Chiesa per la pace, per il lavoro, per la droga, per la salute ecc. non si deve dimenticare che la Chiesa esiste per evangelizzare, e che la scommessa è salvare la verità che salva, e portarla alle genti di tutte le generazioni. Se saprà essere fedele a questa sua missione, tutte le altre cose verranno di conseguenza, come frutto della carità di Cristo.

L’incontro con Cristo, Persona viva che colma la sete del cuore, non può che portare al desiderio di condividere con altri la gioia di questa presenza e di farla conoscere, perché tutti la possano sperimentare. Occorre rinnovare l’entusiasmo di comunicare la fede per promuovere una nuova evangelizzazione delle comunità e dei Paesi di antica tradizione cristiana, che stanno perdendo il riferimento a Dio, in modo da riscoprire la gioia del credere.

Deve essere chiaro però che la ragione più bella per coltivare la fede, non è la nostra responsabilità di fronte agli altri, ma è la grazia di avere conosciuto il Padre di Gesù Cristo: ‘Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare’ (Mt 11,27); vivere in coerenza con questa fede ci rende contagiosi.

Voglio riflettere con voi sulla testimonianza e la sua ambiguità. La nostra fede non deve dipendere dalla testimonianza degli altri, e nemmeno essere insidiata dallo scandalo (Gesù ha detto che è inevitabile che avvengano scandali (Mt 18,7); la nostra fede deve essere legata all’incontro con Gesù vivo nella Chiesa.

È diverso invece quando dalla nostra testimonianza può dipendere la fede degli altri. Dice il Papa: ‘La fede, cresce quando è vissuta come esperienza di un amore ricevuto e quando viene comunicata come esperienza di grazia e di gioia. Essa rende fecondi, perché allarga il cuore nella speranza e consente di offrire una testimonianza capace di generare: apre, infatti, il cuore e la mente di quanti ascoltano, ad accogliere l’invito del Signore di aderire alla sua Parola per diventare suoi discepoli’ (PF, 7).

La testimonianza non possiamo pretenderla, né possiamo portarla come scusa, siamo però tenuti ad offrirla, perché da essa può dipendere la fede degli altri. Per esempio Gesù ha detto: ‘Tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato’ (Gv 17,21); la fede degli altri può essere il frutto della nostra unità ecclesiale.

Il Papa osserva che c’è un forte legame tra ciò che crediamo e la nostra adesione a Cristo: ‘Esiste, infatti, un’unità profonda tra l’atto con cui si crede e i contenuti a cui diamo il nostro assenso’ (PF, 10). Non è la stessa cosa conoscere una verità o non conoscerla; l’ignoranza colpevole (nel senso che dipende dalla nostra responsabilità) è spesso alla radice della nostra mancanza di fede, o della perdita della fede, oggi purtroppo sempre più facile, non perché siamo più liberi, ma perché siamo meno informati.

La nostra veglia terminerà con l’invito ad uscire, per portare fuori l’irradiazione di ciò che abbiamo incontrato, pur nella nostra miseria, perché, come ha detto Giovanni Paolo II nella Redemptoris missio: ‘La fede si rafforza donandola’. Proprio perché siamo deboli dobbiamo andare e metterci la faccia con i nostri gesti di fede: ci aiuterà ad essere più convinti, nell’umiltà e nella gioia di credere.

La Chiesa come ci è stata presentata dal Concilio è una Chiesa giovane, contemporanea, fatta anche per il nostro tempo. Il nostro è un tempo che corre veloce, ma lo Spirito Santo ha preceduto ogni cambiamento con la sua novità; siamo noi che rischiamo di rallentare tutto e arrivare dopo. Pensate come sarebbe oggi la Chiesa cattolica se non ci fosse stato il Concilio Vaticano II.

Avviene per il Concilio come per ogni azione salvifica che ci riguarda: il dono ci è dato, è già stato confezionato o per i meriti di Cristo o per opera della Chiesa: noi dobbiamo farlo nostro accogliendolo, aprendoci alla grazia sollecitati anche dai tempi che dobbiamo imparare a leggere. Solo accettandolo il dono diventa tale; il Concilio è un dono che in questo Anno della fede dobbiamo far diventare nostro sempre di più.

I modi possono essere vari: leggendo in tutto o in parte i documenti, soprattutto le quattro costituzioni; oppure utilizzando il Catechismo della Chiesa Cattolica, che è una sintesi della dottrina della Chiesa dopo il Concilio; oppure raccogliendo una briciola ogni giorno nella e-mail dell’Azione Cattolica.

Ma un modo più bello ancora è vivere la nostra fede con lo stile e la sensibilità che il Concilio ci insegna, senza strumentalizzare presunte scelte che allontanerebbero dalla Chiesa attuale. Anche di noi, come dei cristiani del primo Concilio di Gerusalemme si deve poter dire: ‘Quando ebbero letta la lettera del Concilio, si rallegrarono per l’incoraggiamento che infondeva’ (Atti 15,31).

OMELIA per l’ORDINAZIONE DIACONALE di STEFANO OSSANI
Faenza - Basilica Cattedrale, 6 ottobre 2012
06-10-2012

Ringraziamo il Signore che continua a chiamare al servizio diaconale nella nostra Chiesa e ringraziamo coloro che rispondono di sì alla chiamata, in particolare quando nella loro risposta sono coinvolti anche la moglie e i figli. Il cammino del diaconato è ancora faticoso da noi, ma nutriamo fiducia che la fiammella che ancora arde possa essere ravvivata da altre adesioni, per un rinnovamento della nostra Chiesa nei ministeri laicali e nella missione.

La celebrazione di questa sera ci presenta due realtà sacramentali che sono tutte a servizio della Chiesa e del mondo: il Matrimonio e l’Ordine sacro nel grado del diaconato. La parola di Dio ci ha ricordato ciò che Gesù ha insegnato sul matrimonio, per la felicità dei coniugi, per il bene della comunità e per la salvezza del mondo.

‘All’inizio della creazione Dio li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto’.

L’unione coniugale come è stata voluta nel progetto iniziale di Dio è stata presa da Gesù come segno del suo amore per la Chiesa. È quello che diciamo quando diciamo che il matrimonio è sacramento, cioè realtà che indica e realizza ciò che significa. Quando marito e moglie si vogliono bene nel nome del Signore, non solo fanno vedere che l’amore è possibile, ma fanno crescere la realtà della Chiesa, dove i figli di Dio fanno l’esperienza di essere amati da Dio, attraverso i loro genitori. Di questo amore gode anche la società degli uomini, con tutti i vantaggi che ha per la pace sociale e la serenità dei ragazzi che crescono capaci di rapportarsi con gli altri. Una famiglia cristiana, per il solo fatto di essere famiglia unita e fedele, è un dono per tutta la società. Ha detto il Concilio Vaticano II nella Gaudium et spes: ‘La Chiesa, con i singoli suoi membri e con tutta intera la sua comunità, crede di poter contribuire molto a rendere più umana la famiglia degli uomini e la sua storia’ (GS, 40). Quindi una famiglia unita, fedele, stabile e feconda come Dio l’ha voluta fin dall’inizio è un bene per tutti.

Il sacramento dell’Ordine nel grado del Diaconato, che cosa porta di proprio in questa situazione già così ricca di grazia? È questa una domanda che si pone facilmente e che purtroppo trova spesso come risposta l’incapacità di vedere la preziosità di un servizio nella Chiesa per il mondo, realizzato con la grazia propria del sacramento. Qualcuno si chiede: ‘Che cosa fa un diacono che non possa già fare un bravo cristiano e un buon coniuge?’.

La domanda vera non può essere quella del ‘che cosa fare’, ma del ‘come essere’ nel rapporto con Cristo per il bene della comunità. Il diaconato costituisce colui che è ordinato come segno e strumento del servizio nella Chiesa. L’ordine sacro porta con sé, come grazia, la carità sponsale perché tutta la vita sia donazione alla Chiesa-sposa. Il legame sponsale con Cristo è di tutti i battezzati, e viene precisato negli altri sacramenti (come il matrimonio e l’ordine sacro) secondo la personale vocazione nella Chiesa.

Il diacono che è anche padre di famiglia porta con sé un duplice significato in ciò che egli è: per un verso ha la concretezza dell’amore familiare con le sue tipiche modalità di impegno, i ritmi e le relazioni, e nello stesso tempo ha un particolare rapporto con la Chiesa che vive il mistero di Cristo nell’Eucaristia, nell’ascolto della Parola e nella carità. Questi due aspetti si sostengono a vicenda e possono essere una vera grazia per aprire anche alle altre famiglie il loro contributo perché la Chiesa viva come famiglia dei figli di Dio.

È vero che ci possono essere anche dei problemi in questo duplice stato di vita, quando il diacono deve dividersi tra i doveri del padre di famiglia e quelli del responsabile di un ministero. Ma in questo caso è buona regola dare la precedenza alle esigenze familiari, nel rispetto delle situazioni e dei diritti di natura, soprattutto quando in campo ci sono i figli o il bene della famiglia.

Guardando il matrimonio e il diaconato dal punto di vista della realtà sociale, il fatto di trovarli nella stessa persona può sembrare una inutile sovrapposizione; ma se teniamo fermo il Cristo Signore, come punto d’arrivo di ogni cristiano, possiamo anche vedere che se il matrimonio porta i coniugi a vivere il loro amore come donazione nella famiglia, chiesa domestica, il diaconato apre alla donazione e al servizio nella Chiesa universale, passando dalla Diocesi, dopo aver cominciato dalla propria parrocchia.

Anche noi, come il vangelo di oggi, vogliamo concludere con l’immagine dei bambini, che ci danno la misura per entrare nel Regno dei cieli, di cui sono i destinatari privilegiati. Non siamo di fronte ad una immagine edulcorata della vita.

L’invito di Gesù è quanto mai attuale anche per il nostro tempo, perché ci dice di accogliere i bambini nelle famiglie lasciandoli nascere, educando in loro l’uomo e la donna che Dio ha pensato per ognuno di loro; senza impedire che i bambini vadano a Gesù, ingannandoli con tanti surrogati che non li potranno mai soddisfare; guardando alle cose della vita con lo sguardo dei bambini, per riconoscere quelle che ci servono per entrare nel Regno.

Puer in latino significa bambino e servo. Sarebbe bello che nella Chiesa il diacono aiutasse tutti a ricordare che dobbiamo essere bambini, cioè servi, perché ‘a chi è come loro appartiene il Regno di Dio’.