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OMELIA per il II CENTENARIO della NASCITA della Serva di Dio MADRE TERESA LEGA
13-01-2012

‘Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,

che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo.

In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo

per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità,

predestinandoci a essere per lui figli adottivi

mediante Gesù Cristo,

secondo il disegno d’amore della sua volontà,

a lode dello splendore della sua grazia,

di cui ci ha gratificati nel Figlio amato’. (Ef 1,3-6).

A 200 anni dalla nascita di Madre Teresa Lega, in questa Eucaristia che celebriamo per rendere grazie al Signore per il dono fatto alla Congregazione, alla Chiesa e al mondo  con questa nascita, vogliamo riflettere su quell’evento alla luce della Parola di Dio.

La verità grande e bella è questa: il Padre ha scelto ognuno di noi in Cristo, prima della fondazione del mondo; noi siamo stati voluti da Dio da sempre. Lo dice il fatto che siamo stati chiamati alla vita. Una volta concepiti alla vita, viviamo per sempre. A che scopo? Per essere santi e immacolati di fronte a Lui nella carità: nati per essere santi.

La conclusione molto semplice è questa: che l’eccezione non sono i santi, ma coloro che non lo diventano. Ringraziamo quindi ancora una volta il Signore per la santità di Madre Teresa Lega, di cui la Chiesa ha riconosciuto l’eroicità delle virtù cristiane, per cui la sua nascita è stata un vero dono per tutti.

La Parola di Dio che la liturgia ci ha offerto in questa giornata, ci ha ricordato come sia difficile raggiungere la santità, a causa delle nostre scelte contrarie al progetto di Dio. ‘Ascolta la voce del popolo qualunque cosa di dicano, perché non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me, perché io non regni più su di loro’. È la tentazione di fare come gli altri: ‘Saremo anche noi come tutti i popoli’; sembra che gli altri abbiano di più. Perché non possiamo fare anche noi, come fanno tutti? Nonostante si debba poi riconoscere che la volontà di Dio era la cosa migliore per noi, il conformismo è una tentazione forte, che si estende al parlare politicamente corretto, al fare come fanno tutti, al seguire i modelli proposti e imposti.

La risposta di Dio a Samuele ci può anche stupire, perché sembra dire: ‘Lasciali fare, capiranno da soli il magro interesse che hanno fatto’. In effetti Dio rispetta la nostra libertà, ma non ci abbandona e continua a operare per il nostro bene, perché ritorniamo a Lui.

Gesù è venuto a guarire le nostre malattie, che sembravano incurabili, a cominciare dal nostro orgoglio, le nostre passioni, le nostre debolezze; Lui va alla radice dei nostri mali, cioè ai nostri peccati: ‘Figlio, ti sono perdonati i peccati’. È questa la Parola che ognuno di noi dovrebbe sentire, per avviarsi ad una vita nuova, bella e possibile.

Racconta Madre Lega che quando entrò in convento a Fognano a 12 anni, per la sua formazione di giovane fanciulla, una servente le diceva che sarebbe andata all’inferno, per farla cessare dalle continue impertinenze, soprattutto dalla collera. E questa cosa la faceva arrabbiare ancora di più: stare sempre, sempre in quelle pene e tormenti. Ma poi pensava anche alla eternità beata del Paradiso, e restare sempre nella felicità. Ma anche questo le dava angustia, perché pensava che non vi sarebbe arrivata. E si lamentava con il Signore: ‘Dunque, Signore, mi avete creata per essere infelice, disgraziata?’

La meditazione sulle cose ultime, i novissimi, è sempre stata una via della perfezione cristiana, e Madre Teresa ce lo ricorda con la sua vita orientata tutta verso Dio e nel fare il bene del suo prossimo. Aveva capito che la strada per fare la volontà di Dio e trovare la felicità per lei era la vita consacrata.

Nata il 13 gennaio 1812 e battezzata con il nome di Anna, dopo il periodo di formazione della sua fanciullezza e adolescenza presso il Collegio Emiliani di Fognano, a 21 anni, superata l’opposizione della famiglia, entra in Monastero a Fognano. Fatto il primo periodo di formazione, a 23 anni fa la professione religiosa con il nome di Suor Maria Teresa della Esaltazione della Croce e inizia la sua attività di educatrice.

Educazione e contemplazione sono la sua vita. Ma ben presto il suo orizzonte si amplia e proprio per l’esperienza feconda della sua attività le si aprono prospettive nuove.

Ha scritto nella sua autobiografia raccontando la sua infanzia e la scarsa educazione religiosa ricevuta, nonostante la sua famiglia fosse molto cristiana:

‘Ripensando al poco aiuto e indirizzo al bene dei primi anni, (dalla educazione dei quali dipende ordinariamente la buona o mala riuscita dei figli) dico tante volte: Oh! Santa educazione infantile! perché non è conosciuta la tua importanza da tanti padri e madri? e dal maggior numero dei cristiani? Quanti figli meno perversi angustierebbero il seno di nostra Santa Madre Chiesa! e da quanto maggior numero di Santi verrebbe essa consolata!’

Questo pensiero si deve essere consolidato in lei nell’esperienza diretta con le bambine. Per cui presto sente l’ispirazione del Signore per “la Fondazione di un Istituto per le povere bambine che sono nella strada, abbandonate a se stesse”. La prima sua intuizione viene fatta risalire al 1846, quando ha 32 anni di età e 11 di monastero. Prega, lotta, soffre a lungo, si consiglia per conoscere meglio la volontà di Dio, che la purifica attraverso una lunga storia di silenzi e contraddizioni. Dovrà attendere 25 anni prima di poter realizzare il progetto che la grazia di Dio le aveva messo nel cuore.

Nel 1871 il 6 giugno lascia il Monastero con la benedizione della Madre Rosa Brenti e si reca a Modigliana, per incominciare finalmente quanto aveva per tanti anni coltivato nella preghiera e nel cercare di conoscere la volontà di Dio. Ha ormai 59 anni, e ne vivrà ancora altri 19. Anche qui, come per Giacobbe, si potrebbe parlare del figlio avuto in vecchiaia.

Il prodigio della fecondità della famiglia religiosa che presto Madre Teresa ha raccolto attorno a sé, è stato frutto della sua fede.

La parola del Vangelo ci ha detto: ‘Gesù vedendo la loro fede’. Quando noi ci chiediamo: ‘Come mai non riusciamo a fare come i nostri padri e le nostre madri?’ Gesù potrebbe risponderci: ‘Per la vostra poca fede’, come disse agli apostoli che non erano riusciti a guarire l’epilettico ai piedi del monte Tabor.

Celebriamo il secondo centenario della nascita di Madre Teresa Lega, ringraziamo il Signore per averla donata alla nostra Chiesa e al nostro tempo e ringraziamo ancora per le sue figlie che ne continuano l’opera e la testimonianza. Chiediamo al Signore, se rientra nei suoi disegni, che la Chiesa possa riconoscere pubblicamente la santità di vita di Madre Teresa Lega, per poter additare in modo più ampio il suo esempio.

Chiediamo infine al Signore, per intercessione della Santa famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe., che ottenga anche a noi di poter realizzare lo scopo della nostra vita nella santità attraverso la carità, dovunque il Signore ci ha chiamati a seguirlo.

OMELIA per la SOLENNITA’ della EPIFANIA
Faenza, Basilica Cattedrale - 6 gennaio 2012
06-01-2012

Non è facile entrare nello spirito giusto dell’Epifania, sia perché da sempre prevale la Befana, cioè la festa dei doni per i bambini, sia perché l’Epifania tutte le feste porta via, sia perché quest’anno c’è poco da stare allegri. La fatica che istintivamente verrebbe da proporre, sarebbe proprio quella di superare o demolire queste difficoltà, probabilmente senza riuscirci.

Vediamo allora di lasciarci guidare dalla realtà semplice del mistero della liturgia, che nasce dal racconto del vangelo di Matteo; un racconto che nella sua struttura contiene alcune indicazioni preziose per accogliere il mistero della ‘rivelazione’ di Gesù per noi e per tutti gli uomini.

Anzitutto il segno della stella: ‘Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo’. Era diffusa l’idea che alla nascita di un grande personaggio spuntasse in cielo una nuova stella: lo dice lo storico Svetonio per la nascita di Cesare Augusto. In questa loro affermazione i Magi si presentano come studiosi secondo le scienze del tempo; stanno quindi usando la ragione nella loro ricerca; non sono infatti da confondere con gli astrologi del nostro tempo, costruttori di oroscopi per chi ci crede.

L’uso della ragione, soprattutto nella conoscenza del creato e delle sue leggi, nella contemplazione del mondo piccolissimo e grandissimo rende possibile raggiungere la conoscenza dell’esistenza di Dio. S. Paolo ai Romani scrive: ‘Le sue (di Dio) perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute’ (Rm 1,20).

Ma siccome, dice ancora lo stesso S. Paolo, gli uomini hanno adorato le creature invece del loro Creatore, Dio si è rivelato loro mediante le Scritture. È quanto hanno trovato anche i Magi, incontrando in Israele i custodi della Rivelazione, i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo. Per la verità non è che la profezia di Michea, riportata anche dal Vangelo di Matteo, sia così chiara. È solo la lettura che la comunità di Israele ne ha fatto, e la tradizione che ha custodito questa interpretazione che ha consentito di avere l’aiuto da parte di Dio nella Scrittura. La Parola di Dio deve essere letta nella Chiesa, perché sia al servizio della verità.

Come ci ricorda spesso il nostro Papa, noi abbiamo bisogno sia della ragione, sia della rivelazione divina. La ragione può svolgere una funzione correttiva per evitare il pericolo del fondamentalismo nella religione, e la religione può a sua volta illuminare e correggere la ragione, perché non corra il rischio, come è già successo, di passare dall’ideologia al totalitarismo. Tra ragione e religione non ci deve essere reciproca esclusione, ma rispetto, dialogo e collaborazione.

Ma ciò che ha portato i Magi a questo punto è stata la loro iniziativa di mettersi in cammino: ‘Udito il re essi partirono. Ed ecco la stella”. Il loro viaggio era iniziato molto prima, ma è evidente la loro volontà di fare la propria parte senza indugio. Il loro cammino dall’oriente ha ripercorso le strade che furono di Abramo, nostro padre nella fede. Anche Abramo ‘partì senza sapere dove andava’, dice la lettera agli Ebrei (11,8). E questo è il cammino di ogni sincero ricercatore di Dio.

Con la combinazione di ragione, rivelazione e fede i Magi arrivano a vedere Gesù: ‘Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre’. Al momento dell’incontro abbiamo scoperto un altro aiuto per quell’incontro: la presenza di Maria nostra madre. Quando c’è bisogno Lei c’è: a Cana di Galilea, sotto la Croce, nella Pentecoste. La prima, che ha creduto nel Cristo, è presente dovunque la fede in Cristo fiorisce. È Maria che ha dato Gesù al mondo, è ancora Maria che fa incontrare Gesù con coloro che lo cercano.

‘Si prostrarono e lo adorarono’. Epifania significa ‘rivelazione’ da parte di Dio, manifestazione della sua realtà di uomo-Dio salvatore a tutte le genti; Epifania significa anche manifestazione della nostra fede in Dio. I Magi adorano il Bambino e manifestano la loro fede nel Re d’Israele. Il loro desiderio è stato esaudito; la loro ricerca, premiata; la loro intuizione  ha avuto il riscontro che speravano.

Anche Erode aveva detto: ‘Quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo’. Ma evidentemente la sua non era l’attesa di un incontro libero con il Salvatore, ma era il potere che si sentiva insidiato, e non trovò la strada dell’incontro con Cristo.

 ‘Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra’. Attraverso i doni i Magi manifestarono la loro fede, come dicono i Padri della Chiesa: ‘con l’incenso riconoscono che Gesù è Dio, con l’oro lo accettano come re, con la mirra esprimono la loro fede in colui che doveva morire’.

Il mistero di salvezza che abbiamo celebrato nel Natale del Signore e che vivremo in modo pieno nella Pasqua di cui abbiamo sentito l’annuncio anche per questo anno, è stato consegnato a noi, uomini di questo tempo, non come un privilegio esclusivo, ma come una responsabilità di fronte a tutta l’umanità. L’impegno missionario, come servizio alla verità e risposta al bisogno profondo che ogni uomo ha, è la risposta più bella a quanto abbiamo anche noi visto, toccato ed esperimentato.

I popoli stanno arrivando nei nostri paesi cristiani: riescono a vedere in mezzo alla nebbia, come dice Isaia, la gloria del Signore e la sua luce? O la tenebra ricopre ancora tutta la terra?

Lasciamoci interrogare. Da una ricerca sincera può iniziare il cammino che ci porta al Salvatore, come è stato per i Magi.

OMELIA per la GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
01-01-2012

‘Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo’.

Gesù, ‘Dio che salva’. Un nome ormai a noi consueto, tanto da non ricordarci più nemmeno il suo significato e quindi nemmeno perché gli fu messo questo nome. Gesù è colui che ci ha salvato dal peccato, dalla menzogna, dall’ignoranza e dalla morte, conseguenze tutte del peccato originale.

La liturgia di questi giorni di Natale è costretta a mettere insieme la celebrazione di alcuni misteri, per ricordarli vicino all’evento principale della nascita del Salvatore. Così oggi ci troviamo a ricordare la circoncisione e l’imposizione del  nome di Gesù; la maternità divina di Maria, che avendo generato il Verbo di Dio secondo la natura umana, a ragione è diventata madre di Dio; infine la Giornata mondiale della pace.

Anche noi vogliamo ricordare la Vergine Madre di Dio, perché ha partecipato con la sua libera adesione al progetto di Dio, che ha così potuto nascere in mezzo a noi. Inoltre Maria può ancora ottenere ai nostri giorni quella pace che Cristo ha meritato per tutti con la sua morte in croce, quando ha fatto dei due, un solo popolo.

Ma soprattutto vogliamo riflettere sul dono della pace, sempre da invocare e da costruire. Abbiamo sentito nella prima lettura: ‘Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace. Così imporranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò’. In questo modo si mette insieme il dono della pace e la benedizione che viene dall’invocare il nome del Signore.

Ha scritto il Papa nel messaggio per la Giornata della pace di quest’anno: ‘La pace è anzitutto dono di Dio. Noi cristiani crediamo che Cristo è la nostra vera pace: in Lui, nella sua Croce, Dio ha riconciliato a Sé il mondo e ha distrutto le barriere che ci separavano gli uni dagli altri (cfr Ef 2,14-18); in Lui c’è un’unica famiglia riconciliata nell’amore’ (n.5).

Qui si vede l’importanza di quello che ha fatto la Madre di Dio: le radici della pace sono nel fatto che noi siamo tutti fratelli, figli tutti dell’unico Padre che è nei cieli: ‘Dio mandò il suo Figlio, nato da donna’ perché ricevessimo l’adozione a figli’. Di qui si vede come si ingannino coloro che ritengono che si debba eliminare la religione e costruire la pace sul nulla.

La Maternità divina di Maria quindi è la premessa necessaria per riconoscere il fondamento della nostra fraternità, su cui costruire la pace nel mondo, nella società, nelle famiglie e nel cuore degli uomini.

Il contributo del Papa alla riflessione sul cammino di costruzione della pace è l’educazione dei giovani alla giustizia e alla pace, non perché essi ne siano particolarmente responsabili, ma per costruire un futuro dove la pace sia frutto della giustizia.

Anzitutto credo che sia importante ascoltare i giovani nelle loro attese di giustizia e di pace. Essi potranno avere anche delle visioni utopistiche, ma certamente sono autentiche e sincere. Del resto non si può impedire ai giovani di sognare, soprattutto se questo dovesse condurli ad un impegno personale.

Ascoltare i giovani nella loro sensibilità vuol dire creare un rapporto per un processo educativo efficace.

Dice il Papa nel suo messaggio: ‘Educare ‘ dal latino educere ‘ significa condurre fuori da se stessi per introdurre alla realtà, verso una pienezza che fa crescere la persona. Tale processo si nutre dell’incontro di due libertà, quella dell’adulto e quella del giovane. Esso richiede la responsabilità del discepolo, che deve essere aperto a lasciarsi guidare alla conoscenza della realtà, e quella dell’educatore, che deve essere disposto a donare se stesso’ (n. 2).

Nel rapporto educativo sarà pure importante saper leggere nei giovani i desideri veri, a volte nascosti nelle manifestazioni più strane, che chiedono di essere decodificate. A volte certe reazioni sono legate più all’età che alla realtà e bisogna capire che cosa vogliono dire. E l’interpretazione è un compito degli adulti.

Il messaggio del Papa traccia un percorso che tiene conto dei valori fondamentali per la costruzione della pace, che richiede l’impegno di tutti, a cominciare dalla famiglia, dalla scuola e dalla Chiesa fino a tutte le componenti della società. Educare alla giustizia e alla pace infatti comporta la crescita di valori che sono fondamentali per la formazione della personalità umana in ogni ambito della vita. Verità, libertà, amore e giustizia sono le coordinate indispensabili per chiunque voglia vivere in pienezza.

Educare i giovani a ricercare la pace nella costruzione della giustizia, presenta il vantaggio della concretezza e della fattibilità. La pace infatti è frutto della giustizia, e per la giustizia ognuno può fare qualche cosa. ‘Invito in particolare i giovani, scrive il Papa, che hanno sempre viva la tensione verso gli ideali, ad avere la pazienza e la tenacia di ricercare la giustizia e la pace, di coltivare il gusto per ciò che è giusto e vero, anche quando ciò può comportare sacrificio e andare controcorrente’ (n. 5).

Nel compiere questo esercizio esigente e impegnativo, si scopre anche la necessità di integrare la giustizia con la carità e la solidarietà

‘Nel nostro mondo, leggiamo nel messaggio, in cui il valore della persona, della sua dignità e dei suoi diritti, al di là delle proclamazioni di intenti, è seriamente minacciato dalla diffusa tendenza a ricorrere esclusivamente ai criteri dell’utilità, del profitto e dell’avere, è importante non separare il concetto di giustizia dalle sue radici trascendenti. La giustizia, infatti, non è una semplice convenzione umana, poiché ciò che è giusto non è originariamente determinato dalla legge positiva, ma dall’identità profonda dell’essere umano’ (n. 4).

« La ‘città dell’uomo’ non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri, ma ancor più e ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione. La carità manifesta sempre anche nelle relazioni umane l’amore di Dio, essa dà valore teologale e salvifico a ogni impegno di giustizia nel mondo. « Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati » (Mt 5,6). Saranno saziati perché hanno fame e sete di relazioni rette con Dio, con se stessi, con i loro fratelli e sorelle, e con l’intero creato’ (n.4).

Cari giovani, conclude il Papa, voi siete un dono prezioso per la società. Non lasciatevi prendere dallo scoraggiamento ‘. Non abbiate paura di impegnarvi’Vivete con fiducia la vostra giovinezza’ Vivete intensamente questa stagione della vita così ricca e piena di entusiasmo. Siate coscienti di essere voi stessi di esempio e di stimolo per gli adulti’Siate consapevoli delle vostre potenzialità e non chiudetevi mai in voi stessi, ma sappiate lavorare per un futuro più luminoso per tutti. Non siete mai soli. La Chiesa ha fiducia in voi, vi segue, vi incoraggia e desidera offrirvi quanto ha di più prezioso: la possibilità di alzare gli occhi a Dio, di incontrare Gesù Cristo, Colui che è la giustizia e la pace’ (n.6).

E nel rivolgere lo sguardo al Principe della pace, lasciamoci guidare dalla Madre di Dio, la Regina della pace, che per prima ha creduto in suo figlio, lo ha seguito e ascoltato e ha meditato nel suo cuore le sue parole.

OMELIA della MESSA di NATALE 2011
Faenza, Basilica Cattedrale - 25 dicembre 2011
25-12-2011

Celebrare il Natale in tempo di emergenza non significa evadere dalla realtà, ma affrontarla con un realismo più vero. Non vogliamo infatti sottrarci dal tenere presenti le difficoltà delle famiglie soprattutto dove è venuto a mancare il lavoro, è diminuita la disponibilità finanziaria per i pensionati, per i giovani si allontana la prospettiva di una occupazione, e le categorie svantaggiate sono private di alcuni contributi vitali.

Non vogliamo nemmeno tacere di fronte alle potenti lobby finanziarie responsabili della crisi mondiale e ora incaricate di rimediarvi, che accusando in blocco la Chiesa ritengono di avere trovato il capro espiatorio e pensano in questo modo di averla delegittimata dall’offrire il suo messaggio di speranza.

Il Natale invece diventa l’occasione opportuna per riflettere seriamente sui fatti, cercando di leggerli  in profondità.

Ha detto Isaia nella prima lettura della Messa di mezzanotte: ‘Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse’.

Non si può certo negare che oggi ci troviamo nella confusione e nel buio e che abbiamo bisogno di luce, per non smarrirci nelle scelte importanti della vita. Questo significa ripartire dal Natale come un punto fermo, un’ancora di salvezza che ci viene offerta dall’alto.

Anzitutto vogliamo prendere atto di ciò che è avvenuto oltre duemila anni fa. Dio si è fatto uomo non per risolvere al nostro posto i nostri problemi, ma per darci alcune coordinate con le quali affrontare con l’uso della retta ragione nella nostra libera responsabilità, la vita delle persone, delle famiglie e della società.

Purtroppo non abbiamo sempre fatto tesoro della luce e degli insegnamenti di Cristo e ci siamo lasciati attrarre da quanti ci promettevano di raggiungere la felicità nel benessere, nei consumi e nella ricchezza, provocando grandi differenze tra i paesi del mondo.

Il Signore Gesù invece, dice S. Paolo, ‘ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza’. Questo non è il discorso moralista che volentieri qualcuno vorrebbe attribuire alla Chiesa, ma è un diverso modo di impostare i rapporti tra gli uomini, nella solidarietà, nella condivisione, nella comune partecipazione alle risorse della terra e al loro uso equilibrato.

Questo può sembrare un lavoro lungo e difficile soprattutto perché chiede ai popoli ricchi di fare qualche sacrificio; ma se lo si guarda dalla parte della giustizia da costruire nel mondo, si può vedere come questo sia il primo passo per mettere le fondamenta ad una convivenza pacifica.

Il Salvatore del mondo non è nato per insegnarci una devozione o una pia pratica di pietà, ma per farci scoprire la nostra natura di figli di Dio, cioè di fratelli, destinati alla vita eterna. Ed è in questo mondo che iniziamo a vivere la vita divina e a porre i germi del regno di Dio.

Questo insegnamento disturba certamente qualcuno, in particolare coloro che hanno interesse a farci credere che la felicità sta nel possedere le cose che essi hanno da vendere. Può essere che alcune di queste cose siano utili, ma il messaggio che il Natale oggi vuole darci è che si può vivere anche con meno, perché tutti abbiano il necessario.  

Il Natale ci fa pure capire che il problema economico, pur importante, non è l’unico e nemmeno il primo. La famiglia di Gesù in questo evento appare nella sua realtà più vera: pur in una grande povertà c’è l’amore, la pace e la gioia.

Del resto è proprio il mistero di Dio che ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio unigenito, a rivelarci la vera grandezza dell’uomo, che consiste nell’uscire da se stesso, dal proprio individualismo ed egoismo per costruire la vita sull’amore, dall’amore del prossimo all’amore di Dio.  ‘L’uomo non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé’ (G.S. 24). È questa scoperta che fa saltare tutti gli sfruttamenti dell’uomo sull’uomo, le oppressioni dei più deboli, le ingiustizie che minacciano la pace. Non saranno certo le rivoluzioni a mettere a posto il mondo, ma la forza dell’amore.

E perché questo non sembri un dovere da sostenere solo con la forza della volontà, il Figlio di Dio facendosi uomo, in certo qual modo si è unito ad ogni uomo. E a quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio, e nello Spirito Santo di chiamarlo Padre.

Il Natale infatti è anche la conferma che siamo amati da Dio, voluti nella nostra realtà umana, che non deve essere poi così disprezzabile se Dio stesso si è fatto uomo. A volte può essere difficile capirlo, ma si può accettare sulla fiducia, per i tanti segni del suo amore che Dio ci ha dato.

Se i giorni di Natale saranno riempiti di queste verità, ci saranno di aiuto anche nella fatica delle varie emergenze per la salute, per un lutto, per la crisi e per i nostri problemi. Nel Natale il Signore non nasconde le difficoltà, ma le affronta e dà loro un senso, quello stesso che hanno avuto per lui quando ha voluto mostrarci il suo amore facendosi uomo.

OMELIA per l’ORDINAZIONE PRESBITERALE di DON FRANCESCO CAVINA
Faenza, Cattedrale - 1 ottobre 2011
01-10-2011

‘Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna’ La vigna del Signore degli eserciti è la casa d’Israele’.

Anche noi questa sera eleviamo un cantico d’amore per la vigna del Signore, cioè per la nostra Chiesa diocesana, che è in festa per l’ordinazione presbiterale di don Francesco. È un canto di amore e di gratitudine per quello che il Signore ha fatto e continua a fare, nella sua bontà, per la nostra Chiesa.

In particolare vogliamo ricordare i presbiteri santi e colti che abbiamo avuto, e che hanno reso celebre il nostro clero, che ha messo a disposizione della Chiesa universale insigni personalità e ha arricchito l’albo dei Servi di Dio. La Parola di Dio di questa domenica induce a chiederci che cosa ne abbiamo fatto dei profeti che ci sono stati inviati nel tempo passato e se abbiamo accolto il loro insegnamento o li abbiamo ignorati.

Vignaioli infedeli possiamo essere anche noi oggi, quando in vari modi non ascoltiamo chi ci parla in nome di Dio nel magistero della Chiesa, nelle figure dei santi o negli eventi della storia. In tutti i tempi Dio si manifesta, e tutti siamo invitati ad accogliere i segni del suo amore per noi.

Il padrone della vigna che insiste nell’inviare nuovi servi, è segno della fedeltà di Dio al suo progetto di salvezza, che arriva fino a mandare il suo Figlio: ‘Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo unico Figlio, perché chi crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna’ (Gv 3,16). Dio non si arrende e il suo Figlio, pietra scartata dai costruttori, è diventata la pietra angolare sulla quale tutta la costruzione dell’opera di salvezza trova appoggio.

Di fronte all’infedeltà del suo popolo, Dio ha minacciato interventi punitivi per ricondurlo nell’ambito dell’alleanza. L’abolizione dei recinti e delle difese della vigna e la minaccia di passare la vigna ad altri lavoratori dovevano risvegliare il ricordo di quanto Dio aveva fatto e indurre al cambiamento di vita. Ma anche di fronte alla durezza del cuore Dio ha realizzato il suo progetto di misericordia.

Dio non ha attuato ciò che aveva minacciato di fare; proprio per questo il suo perdono è un motivo in più per vivere da servi fedeli.

Il versetto del Vangelo ci ha ricordato le parole di Gesù ai suoi discepoli: ‘Io ho scelto voi, perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga’ (Gv 15,16).

Caro Francesco anche tu avrai avuto l’impressione di essere dentro ad un grande mistero di amore, dove tutto coopera al bene di coloro che Dio ama. Anche tu sei stato amato da Dio prima della creazione del mondo, chiamato alla vita e alla fede nella tua famiglia e nella tua parrocchia. Poi hai capito che anche tu potevi fare qualcosa per il Signore, e hai cominciato ad aiutare i piccoli a crescere attorno alla Chiesa e a servirlo all’altare. Quando hai capito che potevi fare molto di più, ti sei reso disponibile a fare un cammino di verifica e di preparazione ad un ministero al quale oggi la Chiesa ti chiama.

Con l’Ordinazione presbiterale e il dono dello Spirito santo tu entri a far parte del nostro presbiterio, per diventare collaboratore del vescovo a servizio della nostra Chiesa, per diffondere il Vangelo e celebrare l’Eucaristia.

Nella realtà della Chiesa locale troverai la bellezza della tradizione diocesana, alla quale potrai dare il tuo contributo di giovanile generosità, secondo quanto la Chiesa  ci sta chiedendo in questo tempo.

Ci ha detto il Concilio, nel Decreto sulla vita e il ministero dei presbiteri: ‘Di ben poca utilità saranno le cerimonie più belle o le associazioni più fiorenti, se non sono volte ad educare gli uomini alla maturità cristiana’ E anche se sono tenuti a servire tutti, ai presbiteri sono affidati in modo speciale i poveri e i più deboli’ Anche i giovani vanno seguiti con cura particolare e così pure i coniugi e i genitori’ Ma la funzione di pastore non si limita alla cura dei singoli fedeli: essa va estesa alla formazione dell’autentica comunità cristiana. E per fomentare opportunamente lo spirito comunitario, bisogna che esso miri non solo alla Chiesa locale, ma anche alla Chiesa universale’ (P.O. n.6).

Queste parole traducono con molta efficacia gli insegnamenti e gli esempi degli apostoli, come ci ha ricordato anche San Paolo: ‘Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. E il Dio della pace sarà con voi’.

Forse qualcuno potrà chiedersi se è ancora attuale il messaggio del Vangelo e se vale ancora la pena spendere la vita per fare il prete. La storia ormai si sta incaricando di farci vedere la delusione di chi aveva riposto la sua speranza nei beni di questo mondo o nell’ebbrezza del piacere e del potere. Non ci vuole molto per vedere che ciò che dà una gioia vera è fare del bene a chi ha bisogno. E ciò che mostra l’utilità della vita è riuscire a far toccare con mano l’amore che Dio ha per tutti e per ciascuno, diventando strumento dell’amore di Cristo. Ogni cristiano è chiamato a questo, ma soprattutto chi ha lasciato padre, madre, figli e campi si troverà a contatto con chi sta cercando il volto di Dio.

Anche quando non lo dice o lo nega, in fondo l’uomo sta cercando Dio, il suo amore, la sua gioia, e se incontra qualcuno che lo può aiutare cercando insieme con lui, si potrà ravvivare la speranza.

Caro Francesco fare il prete oggi può essere difficile, soprattutto quando ti accorgi che nessuno sembra apprezzare ciò che tu porti in dono; ma può essere anche molto bello quando puoi offrire la parola che consola e dona speranza, quando puoi liberare dal peso del peccato, quando puoi accogliere e presentare a Dio nella Messa la fatica della gente e distribuire il Pane della vita.

Ringraziamo il Signore perché dietro di te altri giovani stanno cercando di vedere se il Signore li chiama, mettendo la nostra Chiesa in condizione di poter guardare con più serenità al suo futuro. Non venga mai meno la nostra preghiera per coloro che il Signore chiama e per coloro che hanno risposto, perché siano trovati fedeli, per il bene loro, della Chiesa e del mondo.

La Vergine Maria, madre di tutte le grazie, ti accompagni sempre e ti mantenga nell’amore del suo Figlio Gesù.

OMELIA per l’ORDINAZIONE DIACONALE di GIULIO DONATI
Faenza, Basilica Cattedrale - 4 settembre 2011
04-09-2011

Siamo molto lieti che nella nostra cattedrale, in attesa di svolgere tra un mese una Ordinazione presbiterale, questa sera possiamo compiere l’Ordinazione al diaconato permanente dell’accolito Giulio Donati, della comunità parrocchiale di Russi.

Il cammino del diaconato permanente nella nostra Chiesa sta avanzando lentamente, ma in modo significativo; non si tratta di una realtà già diffusa in tutta la Diocesi, ma in alcune parrocchie viene accolta come un dono per la comunità, al servizio della liturgia e della carità. Non è giusto considerare la presenza del diacono come una supplenza del presbitero, perché si tratta di un ministero con una propria grazia sacramentale, che arricchisce la presenza della Chiesa con il servizio nella vita del popolo di Dio e nella testimonianza missionaria.

Il diaconato inoltre non è un abbellimento della comunità cristiana, o una scelta pastorale legata al gusto personale di qualcuno. Il diaconato che nasce dal sacramento dell’Ordine fa parte della costituzione gerarchica della Chiesa. Per cui è corretto dire che dove non c’è il diacono, manca qualcosa, anche se nell’ambito del sacramento il grado superiore in qualche modo contiene anche il grado inferiore.

Ringraziamo quindi il Signore per il cammino fatto da Giulio Donati nella sua famiglia, nella sua comunità parrocchiale e nella preparazione di questi anni, che lo ha portato all’ordinazione diaconale di questa sera, a servizio della Chiesa di Faenza-Modigliana. La sua Ordinazione mantiene viva l’attenzione della nostra Chiesa alla diffusione del Diaconato, che continuiamo a chiedere come una grazia,  insieme al dono del presbiterato.

 

Le letture della domenica 23.ma del tempo ordinario ci aiutano a mettere in rilievo alcuni aspetti della vita e del ministero del diacono, con i quali intendiamo arricchire la nostra celebrazione.

Anzitutto le parole del Vangelo ci illuminano sulla vita della comunità ecclesiale, nella quale si possono verificare momenti difficili, che devono comunque essere ricondotti all’armonia e alla comunione, e momenti di particolare efficacia nel riprodurre la presenza misteriosa di Cristo dove sono due o tre riuniti nel suo nome.

Non ci fermeremo a considerare il meccanismo previsto per la correzione fraterna, mentre pare giusto rilevare come si tratti di una comunità ormai strutturata, dove l’assemblea ha una sua dignità, dove si può decidere in un senso o nell’altro, dove ci si riunisce per la preghiera nel nome del Signore. Tutto questo non può accadere senza il ministero riconosciuto di qualcuno che guidi e orienti. E siccome il diacono è colui che nella celebrazione liturgica invita a scambiarsi il segno della pace, può non essere lontano dalla verità pensare che questo compito di ricucire gli strappi e ricomporre la pace nella comunità possa essere frutto del suo ministero.

Essere uomo di pace non significa nascondere il male facendo conto di non vederlo, ma dovendolo denunciare si tratta di distinguere il peccato dal peccatore. ‘Fratelli, dice S. Paolo ai Galati, qualora uno venga sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con dolcezza’ (6,1); e agli Efesini: rivolge l’invito ad ‘agire secondo verità nella carità’ (4,15). Si può dire che il diacono, chiamato a proclamare il Vangelo nella celebrazione eucaristica, e a servire Cristo nei piccoli e nei poveri ha proprio la connotazione di fare la verità nella carità.

Nella seconda lettura della Messa abbiamo sentito con quale forza S. Paolo abbia saputo condensare tutta la legge nell’unico precetto dell’amore del prossimo. E aggiungiamo con S. Giovanni: ‘Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità’ (1Gv 3,18). Il realismo dell’amore cristiano non dà spazio a confusione, e per questo la Chiesa riconosce un ministero ordinato che primariamente abbia questo compito nelle comunità, affinché non venga meno ciò che deve essere al di sopra di tutto.

Fare la verità nella carità, significa ricordarsi tuttavia che l’uomo ha bisogno della verità come dono di amore. Qualche tempo fa i nostri Vescovi ci hanno ricordato che ‘all’uomo non basta essere amato, né amare. Ha bisogno di sapere e di capire: l’uomo ha bisogno di verità’ (Ev. e test. carità, 1990 n.10).

 

Giulio Donati è impegnato nella nostra Chiesa nell’ambito dell’informazione. La sua situazione personale ricorda che nella Chiesa il servizio della verità è uno dei mezzi di salvezza, che nasce dal battesimo come compito profetico. Questo il nostro Giulio lo ha vissuto fino ad oggi. Cosa cambia ora a questo riguardo?

Credo di poter dire che a questo riguardo d’ora in avanti cambia il coinvolgimento della Chiesa, in quanto sei un ministro ordinato; ma cambia anche la grazia del sacramento nel proclamare la Parola di Dio; cambia il modo di porsi all’interno della comunità per ascoltare la voce dei piccoli e dei poveri, e cambia il dono della comunicazione all’interno della Chiesa di quanto ascoltato nella comunità degli uomini.

Per tutto questo, caro Giulio, la nostra Chiesa ti è grata per il servizio che hai svolto con generosa professionalità, e d’ora in avanti sarà lieta di seguirti con la preghiera perché tu sappia sempre offrire la carità della verità.

In un mondo dove la confusione sembra farla da padrona, e in una comunità cristiana dove si insegue più la novità che la verità, l’umile servizio alla verità attraverso l’informazione può diventare un dono prezioso. Un grande bisognoso di oggi è colui che è povero di verità, a cominciare dai giovani per finire alle famiglie e a chi si impegna nella comunità civile.

Affidiamo alla protezione della Vergine Maria, Madre di tutte le Grazie il tuo ministero e chiediamo per la sua intercessione una particolare benedizione per te, per la tua sposa e i tuoi familiari, per la tua comunità parrocchiale e la nostra Chiesa, perché sappiamo vivere nel nostro tempo attenti ai doni che il Signore continua a fare, e sappiamo metterli a frutto per il bene nostro, della Chiesa e del mondo.

OMELIA per la SOLENNITA’ del CORPUS DOMINI
Faenza - Basilica Cattedrale, 23 giugno 2011
23-06-2011

Lo spirito scientista era già presente negli ascoltatori del Signore, quando annunciava il vantaggio di mangiare il pane vivo disceso dal cielo. Invece di raccogliere la buona notizia dell’utilità che ne sarebbe venuta per la vera vita di coloro che avrebbero mangiato e per la vita del mondo, i Giudei si misero a discutere su come la cosa poteva essere possibile. Non era bastato aver visto la moltiplicazione dei pani e dei pesci, a fronte della quale non risulta che nessuno abbia chiesto a Gesù: ‘Come è possibile moltiplicare pani e pesci?’

Il problema scientifico sul come poteva accadere un tale evento, ci poteva stare; ma non era tale curiosità a dover interessare. Infatti Gesù non risponde direttamente alla domanda, come a dire: ‘Voi, fate in modo di mangiare la carne del Figlio dell’uomo e di bere il suo sangue, se volete avere in voi la vita; come questo avvenga non è un problema vostro’.

L’errore dello scientismo è voler ridurre la conoscenza nell’unica via dell’esperienza dei sensi, senza ammettere che possano esistere realtà la cui conoscenza è tutta basata  sulla fiducia verso Colui che ne ha parlato. Gesù non si attarda a spiegare come sarebbe stato il suo Corpo glorioso e il suo Sangue vivo, perché non avrebbero capito, e perché Egli chiedeva un rapporto di fiducia con Lui. Ripete invece più volte che cosa nasce dalla relazione vitale del discepolo con la presenza misteriosa e reale di Cristo nell’Eucaristia. Del resto è stato molto più importante per noi sapere che avremmo potuto accogliere Gesù vivo e vero in noi, stare in sua compagnia, averlo come nostro nutrimento, piuttosto che sapere in che modo tutto questo diventava possibile.

L’annuncio del dono straordinario promesso da Gesù, aveva sconcertato molti suoi discepoli, al punto che alcuni cominciavano ad abbandonarlo. Ma Lui non cambiò discorso, e arrivò a dire ai Dodici: ‘Volete andarvene anche voi?’. Fu a quel punto che S. Pietro intervenne dicendo: ‘Signore, da chi andremo?’.

L’interrogativo è il messaggio che il Congresso eucaristico nazionale di Ancona ha rilanciato ai nostri giorni, per farci riflettere sulla nostra situazione.

Non possiamo negare che ci troviamo in un periodo di diffuso smarrimento a tutti i livelli, nel mondo e nella Chiesa. La confusione concettuale sui principi naturali fondamentali, ritenere bene il male e male il bene, considerare giusto un comportamento morale perché fanno tutti così, il moltiplicarsi di delitti, senza dire delle notizie che giungono dal mondo universo’ tutto questo può effettivamente dare una sensazione di sconcerto.

Si può comprendere il disagio diffuso della nostra gente, che a volte deve fare fronte a situazioni difficili senza i necessari sostegni, e senza vedere davanti a sé prospettive rassicuranti.

La risposta che nasce dall’Eucaristia non può essere solo di carattere consolatorio e nemmeno di fuga dalla realtà terrena. L’Eucaristia costruisce  un corpo ecclesiale che vive nel tempo, in cammino verso l’eternità, e deve, soprattutto nella sua componente laicale, impegnarsi per orientare le cose terrene secondo Dio.

La mediazione della comunità cristiana consente di farsi carico dei pesi gli uni degli altri, e nello stesso tempo rispetta ciò che è proprio del messaggio evangelico. Il breve passo della prima lettera di san Paolo ai Corinzi che abbiamo letto ci ha detto: ‘Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane’.

‘Signore, da chi andremo?’ No, i cristiani non se ne andranno lasciando che il paese vada alla deriva né nell’economia, né nella morale sociale, né nella realtà familiare, non perché siano in nostro potere capacità prodigiose di intervento, ma perché sappiamo che di fronte all’emergenza occorre l’impegno di tutti.

I cristiani vogliono fare la loro parte cominciando dal chiedere il rispetto della legge naturale, che è stata data per il bene di tutti. I cristiani possono avere qualche motivazione in più per conoscere e vivere tale legge, e per questa ragione non si possono escludere dal pubblico dibattito. Il bene per la comune utilità si deve accogliere da qualsiasi parte venga offerto, perfino dai cattolici.

L’Eucaristia, sacramento dell’amore di Dio, che ha voluto rimanere in mezzo a noi non per condannarci, ma per salvarci, ci apre il cuore alla speranza. Sapendo che Gesù è rimasto qui, ci dà serenità; se Gesù è presente con la sua Persona, con la sua parola di vita, nella comunità della Chiesa, non siamo più soli.

La solennità del Corpus Domini, che ci chiede di uscire in processione portando l’Eucaristia, non è una manifestazione di forza, ma una rappresentazione del cammino della Chiesa per le vie del mondo in compagnia con il suo Signore, per mostrare Chi è colui che dona ai credenti il motivo e il coraggio della loro testimonianza.

Per noi il Cristo nell’Eucaristia è anche il conforto e il sostegno nelle fatiche della vita, per tutti coloro che sono nella sofferenza. A costoro vogliamo che non venga mai a mancare il cibo della vita eterna, che li mantiene uniti alla loro comunità di salvezza che è la Chiesa.

I Ministri straordinari per la Comunione che tra poco benediremo perché possano portare anche ai fratelli ammalati o impediti il sacramento dell’Eucaristia, sono un segno della vicinanza materna della Chiesa per coloro che soffrono.

‘Signore, da chi andremo?’ Lontani da Te, non andremo lontano. Tienici sempre accanto a te, Signore, nella tua Chiesa, nella tua grazia, nel tuo amore, affinché ci nutriamo del pane vivo, che è la tua carne per la vita del mondo.

OMELIA per la FESTA del LAVORO
Faenza, parrocchia di San Giuseppe Artigiano - 1 maggio 2011
02-05-2011

(omissis) Mentre noi siamo qui a Roma, Papa Benedetto XVI sta dichiarando beato Giovanni Paolo II; di lui voglio ricordare l’enciclica sul lavoro, Laborem exercens, fatta a 90 anni dalla Rerum novarum. In questa enciclica di Giovanni Paolo II sono affermati tre primati, che sono interessanti.

Anzitutto il primato del lavoro sul capitale. Ricordiamo solo l’enunciato, ma sarebbe interessante approfondirne le implicazioni; siccome il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro, ha più importanza il lavoro umano che il capitale, tant’è vero che c’è tanto lavoro senza capitale, come i servizi.

Un altro primato è quello della persona sul lavoro: ‘Il primo fondamento del valore del lavoro è l’uomo stesso’. Il lavoro infatti completa la persona. Il guaio dei nostri giovani è l’essersi preparati ad un lavoro e non trovarlo. Voi vi chiederete: ‘Ma noi che cosa ci possiamo fare’? Intanto è importante esserne convinti, a cominciare dai giovani stessi. Dover dire che nessuno ha bisogno di me, è terribile. La dignità dell’uomo viene prima del lavoro. Perché la domenica è importante? Perché con la domenica si afferma che c’è qualcosa di più importante del lavoro. Lavorare o tenere i negozi aperti alla domenica, lede questo principio, e non dobbiamo tollerarlo; bisogna combattere per queste cose.

Il terzo principio di Giovanni Paolo II è la destinazione universale dei beni della terra, secondo il diritto naturale, cioè non perché uno lo afferma, cioè per diritto positivo, ma perché è nella natura stessa dei beni e delle risorse della terra essere per il bene di tutti. I tesori che sono nel mondo, sono di tutti gli uomini di oggi, e sono anche di tutti quelli delle future generazioni; non abbiamo il diritto di sciupare le risorse naturali, privandone le generazioni che verranno.

Su questi tre principi Giovanni Paolo II ha impegnato il suo ministero. Tra l’altro diceva anche: ‘Poiché l’uomo è la prima e fondamentale via della Chiesa, occorre ritornare incessantemente su questa via e proseguirla sempre di nuovo, secondo i vari aspetti’. Questi aspetti cambiano. Per esempio quando egli scriveva, non c’era la globalizzazione come la viviamo oggi. Ancora: ‘Il lavoro è uno di questi aspetti, perenne e fondamentale, sempre attuale e tale da esigere sempre una rinnovata attenzione’

Non spetta alla Chiesa analizzare scientificamente le possibili conseguenze di tali cambiamenti’; infatti spetta alle scienze umane, come l’economia, la finanza, la sociologia. ‘La Chiesa ha il compito di richiamare sempre la dignità e i diritti degli uomini del lavoro e di stigmatizzare le situazioni in cui essi vengono violati’.

La festa di S. Giuseppe artigiano ci dà l’occasione almeno una volta all’anno per richiamare questi e altri principi. Se salviamo la dignità del lavoro, salviamo la dignità dell’uomo e il rispetto per coloro che lavorano, per coloro che non lavorano ma ne hanno diritto, per coloro che non sono capaci di fare certi lavori, ma ne sanno fare solo alcuni, per coloro che vengono a cercare il lavoro da noi, che ne abbiamo bisogno. Dobbiamo trovare la soluzione per queste cose, e chi deve occuparsi di questo lo deve fare.

La Chiesa deve segnalare le cose giuste, i diritti, il rispetto delle persone: non possiamo buttare a mare nessuno. Ecco che la festa di S. Giuseppe assume un significato più ampio; la celebriamo nella vostra parrocchia dedicata a questo Santo, ma con attenzione ai problemi del lavoro, secondo la sensibilità che avevano i primi cristiani, che vivevano in pienezza la fede in Cristo risorto.                                                                                              + Claudio Stagni, vescovo

Sintesi dell’OMELIA di PASQUA 2011
Faenza, Basilica Cattedrale - 24 aprile 2011
24-04-2011

La Pasqua è un mistero. Se della risurrezione di Cristo possiamo avere tanti indizi, per cui esiste un fondamento ragionevole, accettare e riconoscere che Cristo è risorto e vivo è un dono di Dio che chiamiamo fede. E la fede diventa capace di rinnovare la nostra vita conforme a quella di Cristo, che abbiamo ricevuto nel Battesimo, sacramento nel quale noi siamo morti con Cristo per rinascere con Lui a vita nuova.

Queste cose le conosciamo da sempre, eppure ogni anno a Pasqua avvertiamo che questo evento è una cosa grande e bella, che risponde anche ad un desiderio del cuore, perché sentiamo che la vita non può finire nel nulla: questo sì sarebbe assurdo; e ciò che ci riempie di gioia non sono le cose materiali, che ci stancano subito, ma sono le soddisfazioni spirituali: fare il bene, perdonare chi ci ha offeso, aiutare chi è nel bisogno, sentire una parola che ci dà coraggio, sapere che i nostri morti vivono in Cristo’

La Pasqua è un mistero perché ci mette in contatto con Cristo risorto, che ha vinto il mondo, cioè il peccato e la morte, e ci ha donato lo Spirito santo; questo vuol dire che se rimaniamo uniti a Lui nell’amore, possiamo fare le cose che ha fatto lui, e così dare speranza al mondo, che sembra camminare rapidamente verso la catastrofe.

Il nostro pericolo non sono il terremoto, lo tsunami, le radiazioni atomiche o l’inquinamento atmosferico; ciò che dobbiamo temere è la cattiveria, la mancanza di amore, la violenza, la superbia, l’egoismo sfrenato, l’illusione del benessere. Da tutto questo Cristo ci ha liberato; e non diciamo che questo vale solo per coloro che ci credono, perché vale per tutti. Con una differenza: coloro che credono in Cristo sanno il perché e come si fa, e sanno di essere il sale della terra e la luce del mondo, perché Cristo è morto ed è risorto per tutti.

I cristiani nel mondo non sono presenti per essere i perenni scocciatori della quiete di quanti vorrebbero sistemarsi in questa vita, ma per indicare la strada della vita vera, quella che vale la pena di essere vissuta. Non possiamo fare l’abitudine al gesto di coloro che giunti ad un vicolo cieco ammazzano tutti e poi ammazzano se stessi: questo è l’esito di una cultura di morte, che non possiamo accettare né per noi né per gli altri.

I cristiani uniti nella Chiesa si pongono di fronte al mondo come una luce, che, per quanto tenue, può aiutare a indicare la via giusta. I cristiani sanno benissimo di essere inadeguati, perché dovrebbero essere più santi di quello che sono, e sanno benissimo che il mondo ha bisogno di esempi. Ma i cristiani sanno anche che non possono fare a meno di offrire ciò che hanno ricevuto in dono per il bene di tutta l’umanità.

Non possiamo fare a meno di offrire la nostra esperienza, per quando incompleta, ma sicuramente nella via giusta:

– l’esperienza di umanità vera, nel rispetto della persona umana e della sua dignità;

– l’esperienza del rispetto della vita umana sempre e in tutte le situazioni;

– l’amore ai piccoli, ai poveri, agli incapaci;

– la grazia del perdono accolto e donato, per offrire riconciliazione e pace;

– la fatica della solidarietà, del servizio volontario e dell’accoglienza;

– la gioia di consacrare tutta la vita per servire Dio e i fratelli;

– la bellezza della ricerca della verità, della libertà e della giustizia’

In tutto questo c’è il riflesso della vita del Figlio di Dio, che risorgendo l’ha partecipata anche a noi, perché il mondo tutto potesse vivere e sperare.

Il cuore dell’uomo è aperto al desiderio di infinito; non illudiamoci di accontentarlo con dei miseri surrogati. Cristo è la risposta, la Chiesa sta cercando di realizzarla per mostrare che è possibile; ogni credente deve offrirla al mondo con l’esempio di una vita veramente risorta.

OMELIA per la MESSA CRISMALE 2011
Faenza, Basilica Cattedrale - 21 aprile 2011
21-04-2011

‘O Padre, che hai consacrato il tuo unico Figlio con l’unzione dello Spirito Santo e lo hai costituito Messia e Signore, concedi a noi, partecipi della sua consacrazione”. Vogliamo considerare in particolare la partecipazione di noi presbiteri alla consacrazione del Cristo nello Spirito Santo, che ci inserisce in modo misterioso nel cuore di questa Messa crismale. Il Crisma che consacriamo oggi verrà usato, a Dio piacendo, per una ordinazione presbiterale nella nostra Chiesa; tutti i presbiteri sanno di essere diventati tali per l’efficacia del segno sacramentale del crisma, che li ha uniti a Cristo capo e pastore.

Durante la Messa crismale ogni anno i presbiteri sono invitati a rinnovare le promesse che al momento dell’ordinazione furono fatte davanti al vescovo e al popolo santo di Dio. Rinnovazione che non significa: ‘Stiamo ai patti, perché avete fatto delle promesse e ora siete tenuti a rispettarle’; non è necessario ricordare una volta all’anno ciò per cui ogni giorno si dona la vita. Le promesse sacerdotali non scadono ogni anno, perché sono definitive.

Ma ogni anno è bello rinnovare la grazia dell’alleanza che Dio ha stipulato con ciascuno di noi con il sacramento dell’Ordine, e che noi siamo lieti di ricordare come l’inizio della nostra vita a servizio di Cristo nella Chiesa.

Verrà chiesto tra poco a tutti noi qui presenti se vogliamo unirci intimamente al Signore Gesù confermando i sacri impegni che spinti dall’amore di Cristo abbiamo assunto liberamente verso la Chiesa. Sappiamo benissimo che ripetendo il nostro sì non aggiungiamo niente al nostro impegno. Piuttosto rinnoviamo la richiesta dell’aiuto di Dio per mantenere questo impegno; diciamo al Signore che siamo ancora disposti a donare le nostre energie, pur conoscendo per esperienza i nostri limiti, ma sapendo pure che lui è fedele e sa portare a compimento ciò che ha iniziato in noi.

Una seconda domanda ci verrà fatta e ci chiederà a che punto siamo nell’amore per i fratelli verso i quali la Chiesa ci ha mandato perché dispensiamo loro i misteri di Dio con i sacramenti e la parola di salvezza. Forse abbiamo perso lo stupore delle prime celebrazioni Eucaristiche, ma certamente siamo arricchiti dall’avere potuto tante volte presentare sull’altare i sacrifici nostri e della nostra gente, le attese, le pene e le speranze di un mondo tanto bisognoso di Dio, quanto più cerca di farne a meno. Per non dire della pace che il sacramento del perdono offre quando viene chiesta; anche se ci dispiace della sua rarefazione.

Infine verrà chiesto al nostro popolo di pregare per i suoi sacerdoti, perché siano fedeli ministri di Cristo. Credo che tocchi a noi preti educare i fedeli a pregare per i sacerdoti, per quelli presenti e per quelli che il Signore vorrà mandare. Siamo noi infatti alla guida delle comunità e siamo responsabili anche della preghiera della comunità. Creare occasioni di preghiera prolungata per la Chiesa, per le persone consacrate, per le vocazioni, per chi ha compiti educativi’ Pregare gli uni per gli altri è segno di un vero amore reciproco, aiuta a portare i pesi gli uni degli altri, previene le divisioni, e, nella consapevolezza della nostra povertà, ci sostiene nella fatica di ogni giorno.

Ogni anno nella Messa crismale vogliamo ricordare con particolare affetto i confratelli che celebrano una ricorrenza significativa della loro Ordinazione presbiterale. Intendiamo in questo modo unirci a loro nel ringraziare il Signore e condividere la loro festa.

In questa Messa crismale preghiamo per don Giacomo Guidi, che ricorda i 70 anni di Messa; per Mons. Guglielmo Patuelli, Mons. Luigi Fabbri, Mons. Bruno Maglioni che ricordano i 65 anni di Messa, insieme al Card. Achille Silvestrini, il quale manda il suo saluto a tutti i presbiteri e a quanti siete qui riuniti; per don Alfio Alpi, don Leonardo Poggiolini, don Giuseppe Dal Pozzo, Mons. Pietro Magnanini, che celebrano i 60 anni della loro Ordinazione presbiterale; per Mons. Mario Piazza e don Domenico Buldrini nel 50.mo anniversario. Infine vi ringrazio perché avete voluto ricordare anche il 20.mo della mia Ordinazione episcopale.

Come è facile notare, quest’anno mancano presbiteri con ricorrenze recenti, segno evidente del rarefarsi delle classi più giovani nel nostro presbiterio.

Una considerazione ovvia, alla quale non sempre si pensa, è che anche i presbiteri che ricordano quest’anno molti anni di Messa

sono stati anch’essi giovani, e nella loro giovinezza hanno detto di sì al Signore che li chiamava, rimanendo fedeli, per grazia di Dio, fino ad oggi.

Quando si vede un prete vecchio è difficile ricordarsi che quando si trattava di fare le scelte definitive per la vita egli ha puntato tutto su Cristo e la sua Chiesa. Si è trattato indubbiamente della risposta ad una chiamata, ma si è trattato anche di ascoltare, con l’aiuto di Dio, tale chiamata e di lasciare tutto il resto per seguirla.

La storia personale di ognuno potrebbe rendere ragione delle fatiche e delle soddisfazioni che la vita sacerdotale ha riservato in tanti anni, nelle più diverse situazioni. Parafrasando un celebre testo potremmo dire anche di loro: ‘Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei nostri preti, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore’.

Facciamo bene a pregare per i nostri presbiteri in occasione dei loro giubilei sacerdotali, ma non aspettiamo solo tali ricorrenze per pregare per loro.

Ricordiamo nel nostro affetto e nella preghiera i confratelli, che ci hanno lasciato, in particolare quelli di quest’anno: don Stelo Fenati, Mons. Renato Bruni, don Dante Lusa, Mons. Antonio Gamberini, don Giuseppe Rotondi, ai quali dobbiamo aggiungere il diacono Giovanni Tagliaferri.

Vogliamo che siano con noi in spirito i nostri missionari, per i quali daremo oggi la nostra offerta; sono le punte avanzate della nostra Chiesa che vogliamo sostenere con la preghiera e l’aiuto fraterno.

Infine tra gli assenti ci sono anche gli ammalati e gli inabili, che sono i più vicini alla croce di Cristo, e stanno mostrando la fedeltà alla loro missione con una preziosa partecipazione al mistero della redenzione; preghiamo il Signore perché, accogliendo il loro sacrificio, dia loro pazienza e conforto; infatti non deve essere facile giunti al termine della giornata dire: ‘Siamo servi inutili’ (cfr Lc 17,10).

Vedo sempre con favore la presenza dei Ministranti alla Messa Crismale, che rendendo evidente la giovinezza della Chiesa, possono guardare avanti e rendersi disponibili ad un servizio pieno nel popolo di Dio.

Per concludere mi piace ricordare l’ultima lettera che il Papa Giovanni Paolo II inviò per il giovedì santo del 2005. Riprendo i titoli dei capitoletti in cui era suddivisa, di per sé molto significativi. Commentando le parole dell’istituzione dell’Eucaristia, il Papa vi riconosceva una formula di vita presbiterale, e precisamente: un’esistenza profondamente grata; un’esistenza donata; un’esistenza salvata per salvare; un’esistenza memore; un’esistenza consacrata; un’esistenza protesa verso Cristo; un’esistenza eucaristica alla scuola di Maria.

Oltre a questo suo ultimo insegnamento, tra non molti giorni potremo invocare anche l’intercessione del prossimo Beato, perché la nostra vita di preti sia come lui ci ha insegnato e soprattutto secondo l’esempio che ci ha lasciato