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OMELIA per la FESTA DI S. CHIARA
Faenza - Monastero Santa Chiara, 11 agosto 2012
11-08-2012

‘Rimanete in me’ rimanete nel mio amore’: è l’invito che abbiamo raccolto con più insistenza nel vangelo di oggi. È compito di ogni discepolo di Cristo la fedeltà al suo amore. Ma c’è anche il rischio frequente di lasciarci attrarre dalle tante alternative mondane. La Chiesa, sua sposa, non può risultare infedele. Ecco allora che per manifestare la fedeltà della Sposa al suo Sposo ed essere segno di questa bella realtà alcune persone si consacrano in modo esclusivo al Signore.

Sia ben chiaro che il vincolo sponsale tra Cristo e la Chiesa è nella realtà del mistero del Corpo mistico e del popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito santo. Tuttavia, come dice il Concilio all’inizio del decreto Perfectae caritatis: ‘Per disegno divino si sviluppò una meravigliosa varietà di comunità religiose, che molto ha contribuito a far sì che la Chiesa non solo sia ben attrezzata per ogni opera buona e preparata al suo ministero per l’edificazione del Corpo di Cristo, ma attraverso la varietà dei doni dei suoi figli, appaia altresì come una sposa adornata per il suo sposo…’.

In questo mistero di fedeltà risplende nella Chiesa la verginità consacrata, e in essa in particolare quella che nella clausura trova un segno ancora più esclusivo dell’appartenenza a Cristo.

Celebrare quest’anno la solennità di S. Chiara significa ricordare l’ottavo centenario della sua ‘conversione e consacrazione’. Per questa occasione il Santo Padre ha indirizzato una lettera al vescovo di Assisi e attraverso di lui ai francescani e alle clarisse del mondo, che riprendiamo nella nostra riflessione. ‘Tale evento, dice il Papa, completava, per così dire, ‘al femminile’ la grazia che aveva raggiunto pochi anni prima la comunità di Assisi con la conversione del figlio di Pietro di Bernardone’.

Già questo aspetto è molto significativo per rilevare l’importanza della donna nella vita della Chiesa, vista nella realtà del suo mistero più profondo, al di là dell’aspetto sociale, che pure è importante.

La lettera del Papa mette in evidenza alcuni aspetti di quella ‘conversione’, come Chiara chiama la sua consacrazione, che ancora molto hanno da dire ai cristiani di oggi.

Il Papa riprende il racconto dalla biografia di S. Chiara: «Era prossimo il giorno solenne delle Palme, quando la giovane si recò dall’uomo di Dio per chiedergli della sua conversione, quando e in che modo dovesse agire. Il padre Francesco ordina che nel giorno della festa, elegante e ornata, si rechi alle Palme in mezzo alla folla del popolo, e poi la notte seguente, uscendo fuori dalla città, converta la gioia mondana nel lutto della domenica di Passione. Giunto dunque il giorno di domenica, in mezzo alle altre dame, la giovane, splendente di luce festiva, entra con le altre in chiesa. Qui, con degno presagio, avvenne che, mentre gli altri correvano a ricevere le palme, Chiara, per verecondia, rimase immobile e allora il Vescovo, scendendo i gradini, giunse fino a lei e pose la palma nelle sue mani».

La conversione di Francesco aveva sconcertato la città di Assisi, e anche la giovane Chiara fu toccata da quella testimonianza. «Il padre Francesco la esortava al disprezzo del mondo, dimostrandole, con una parola viva, che la speranza in questo mondo è arida e porta delusione, e le instillava alle orecchie il dolce connubio di Cristo».

La scelta di Chiara fu segnata da molte difficoltà, come spesso avviene ancora oggi per chi intende consacrarsi al Signore. ‘Se alcuni familiari non tardarono a comprenderla, e addirittura la madre Ortolana e due sorelle la seguirono nella sua scelta di vita, altri reagirono violentemente. La sua fuga da casa, nella notte tra la Domenica delle Palme e il Lunedì santo, ebbe dell’avventuroso. Nei giorni seguenti fu inseguita nei luoghi in cui Francesco le aveva preparato un rifugio e invano si tentò, anche con la forza, di farla recedere dal suo proposito’.

Il Papa sottolinea alcune caratteristiche del carisma di Francesco e di Chiara , che tornano anche nell’esperienza di oggi come dono e profezia, per la fecondità del carisma francescano e clariano.

Anzitutto ‘la vicenda di Chiara, come quella di Francesco, mostra un particolare tratto ecclesiale. In essa si incontrano un Pastore illuminato e due figli della Chiesa che si affidano al suo discernimento. Istituzione e carisma interagiscono stupendamente. L’amore e l’obbedienza alla Chiesa, tanto rimarcati nella spiritualità francescano-clariana, affondano le radici in questa bella esperienza della comunità cristiana di Assisi, che non solo generò alla fede Francesco e la sua «pianticella», ma anche li accompagnò per mano sulla via della santità’.

Una scelta vitale così decisiva prende luce e forza dalla liturgia che trasforma la vita. Afferma il Papa: ‘Tutta la vita cristiana, e dunque anche la vita di speciale consacrazione, sono un frutto del Mistero pasquale e una partecipazione alla morte e alla risurrezione di Cristo. Nella liturgia della Domenica delle Palme dolore e gloria si intrecciano, come un tema che si andrà poi sviluppando nei giorni successivi attraverso il buio della Passione fino alla luce della Pasqua. Chiara, con la sua scelta, rivive questo mistero’. Da notare che questa integrazione della liturgia nella vita fu intenzionale nelle indicazioni di Francesco.

Poi il Papa illustra come la conversione di Chiara, nel suo significato profondo, sia una conversione all’amore, di Dio e del prossimo, mettendo in risalto tre aspetti.

‘La scuola di Gesù Eucaristia contemplato con affetto sponsale’ sarà il paradigma per la vita monacale nel piccolo spazio del monastero di S. Damiano.

La vita quotidiana sarà caratterizzata da ‘una fraternità regolata dall’amore a Dio e dalla preghiera, dalla premura e dal servizio’.

Infine, ‘è in questo contesto di fede profonda e di grande umanità’ che Chiara implora e ottiene il ‘privilegio della povertà’.

Nella parte finale della lettera il Papa afferma l’attualità dell’ideale clariano.

‘Come non proporre Chiara, al pari di Francesco, all’attenzione dei giovani d’oggi? Il tempo che ci separa dalla vicenda di questi due Santi non ha sminuito il loro fascino. Al contrario, se ne può vedere l’attualità al confronto con le illusioni e le delusioni che spesso segnano l’odierna condizione giovanile.

Mai un tempo ha fatto sognare tanto i giovani, con le mille attrattive di una vita in cui tutto sembra possibile e lecito. Eppure, quanta insoddisfazione è presente, quante volte la ricerca di felicità, di realizzazione finisce per imboccare strade che portano a paradisi artificiali, come quelli della droga e della sensualità sfrenata! Anche la situazione attuale con la difficoltà di trovare un lavoro dignitoso e di formare una famiglia unita e felice, aggiunge nubi all’orizzonte.

Non mancano però giovani che, anche ai nostri giorni, raccolgono l’invito ad affidarsi a Cristo e ad affrontare con coraggio, responsabilità e speranza il cammino della vita, anche operando la scelta di lasciare tutto per seguirlo nel totale servizio a Lui e ai fratelli. La storia di Chiara, insieme a quella di Francesco, è un invito a riflettere sul senso dell’esistenza e a cercare in Dio il segreto della vera gioia. E’ una prova concreta che chi compie la volontà del Signore e confida in Lui non solo non perde nulla, ma trova il vero tesoro capace di dare senso a tutto’.

‘Rimanete nel mio amore’. Con l’esempio di S. Chiara e la sua intercessione possiamo rispondere con gioia all’invito di Gesù.

OMELIA per la LITURGIA di COMMIATO a mons. PIERLUIGI MAZZONI
Dovadola, 14 luglio 2012
14-07-2012

La lontananza del Vescovo S. E. Mons. Lino Pizzi dalla Diocesi, ha indotto Mons. Vicario Generale a chiedere al sottoscritto di presiedere la liturgia di commiato del compianto arcivescovo Mons. Pierluigi Mazzoni, qui nella sua Dovadola, dove riposeranno le sue spoglie mortali in attesa della risurrezione. Non ho avuto una particolare conoscenza dell’arcivescovo Mazzoni, anche se alcune cose possiamo ricordarle insieme.

 

Anzitutto è un vescovo della santa Chiesa di Dio, che ha speso la sua vita prima nel servizio degli organismi centrali della Chiesa, dalla Congregazione dei vescovi, alla Nunziatura apostolica in Italia, poi come vescovo di Ascoli Piceno e arcivescovo di Gaeta.

Il Signore Gesù così ha pregato il Padre: ‘Voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato’. La preghiera di questa Eucaristia si accompagna alla preghiera del Signore per il nostro confratello il vescovo Pierluigi, per il quale, in forza della preghiera di Gesù e del sacrificio eucaristico chiediamo che possa presto contemplare la gloria di Cristo.

Sempre nel vangelo di Giovanni il Signore Gesù poco prima ha detto: ‘Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola’. L’annuncio del vangelo di salvezza è il ministero principale del vescovo nella sua Chiesa. Rendiamo grazie al Padre per il ministero episcopale del vescovo Pierluigi nelle Chiese locali e nella Chiesa universale, perché coloro che hanno creduto in Cristo mediante la sua parola e la sua testimonianza possano accompagnarlo nel Regno dei cieli.

Si era preparato con impegno e generosità al ministero che lo attendeva, coltivando la vita spirituale fin dalla famiglia e dalla parrocchia, poi nel seminario di Modigliana, respirando la tradizione e il clima della sua Chiesa d’origine.

Trasferito a Roma per approfondire gli studi, raggiunse rilevanti gradi accademici in diritto canonico, filosofia e teologia. Questa competenza, unita alla finezza della sua umanità e al grande senso di responsabilità, ha impreziosito il suo servizio ecclesiale, di cui ha lasciato il ricordo nella Chiesa di Ascoli Piceno e soprattutto nell’Arcidiocesi di Gaeta, che ha guidato per una decina d’anni.

Per tutto questo e per quanto rimarrà noto soltanto a Dio anche noi diciamo: ‘Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In Lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci ad essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo’.

Nel momento in cui accompagniamo presso la misericordia di Dio il nostro fratello e vescovo Pierluigi, non possiamo fare a meno di ringraziare Dio per averlo donato all’affetto dei suoi cari e di questa terra, e al bene della Chiesa. Amato da Dio, come tutti, prima della creazione del mondo, chiamato alla vita e alla grazia per un progetto di santità nella carità, reso figlio di Dio nel Battesimo ricevuto in questa parrocchia: per tutto questo benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo.

Mi ha particolarmente colpito la scelta di ritornare alla terra d’origine, che può rivelare alcuni aspetti assai significativi. Anzitutto un ritorno alle proprie radici sia familiari, sia cristiane, mai dimenticate anche quando la vita lo ha portato a stare lontano. Anzi: proprio ciò che in lui era cresciuto nella famiglia e nella parrocchia,  nei valori semplici e robusti di queste valli, nelle amicizie sincere e forti della terra di Romagna costituiva un patrimonio, che impreziosito dalla fede e dai vincoli ecclesiali avrebbe portato i suoi frutti.

Nel battesimo il nostro fratello è rinato come figlio di Dio, nel battesimo è morto e risorto con Cristo, e ora, in questa stessa patria attende il ritorno del Signore.

Sia benedetto Dio anche per sorella nostra morte corporale, perché se siamo figli, siamo anche eredi. Abbiamo ascoltato ancora S. Paolo dirci: ‘In lui siamo stati fatti anche eredi, predestinati a essere a lode della sua gloria, noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo’. Non è poco aver acquisito il diritto al paradiso dal battesimo, ed avere pure, mediante il sigillo dello Spirito Santo, la caparra della nostra eredità. Ma è pur vero che rimane la nostra libertà di risposta e la misura della nostra adesione al disegno di Dio; e chi ha avuto particolari responsabilità può aver maggiore bisogno dell’aiuto solidale dei fratelli di fede nella preghiera e nelle opere di carità, per presentarsi al giudizio di Dio.

‘In lui, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia’. Mons. Pierluigi proprio perché rimane qui tra voi, chiede anche il vostro ricordo e la vostra preghiera di suffragio.

Vergine santa, Madre della misericordia, accompagna l’anima eletta dell’arcivescovo Pierluigi presso il Padre, e mostra anche a lui, dopo questo esilio, Gesù, il frutto benedetto del tuo seno, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria.

OMELIA per la SOLENNITA’ del CORPUS DOMINI
Faenza - Cappuccini, 7 giugno 2012
07-06-2012

La celebrazione della solennità del Corpo e del Sangue del Signore ci offre l’occasione per prolungare l’Eucaristia con la processione, segno del nostro essere Chiesa in cammino nella città degli uomini. Chiesa che condivide le gioie e le speranze, le sofferenze e le fatiche dei poveri, dei malati, di chi ha perso la casa, il lavoro, la speranza, la pace’

La nostra Eucaristia non deve chiuderci di fronte al mondo in cui siamo immersi, ma deve accendere una luce, che illumini anzitutto noi, gente di poca fede, e poi sia promessa di futuro per la nostra gente, per i giovani soprattutto, per le famiglie e per quanti sono in difficoltà.

L’Eucaristia è Dio che è rimasto qui, visibile mistero, perché sapeva che ci saremmo smarriti nella nostra pretesa di fare da soli; è rimasto per salvare la nostra vita personale e comunitaria, ma soprattutto è rimasto per aprirci la strada del Regno.

La nostra storia viene da lontano. Abbiamo ascoltato che Dio, mediante Mosè, ha fatto con il popolo un’alleanza, sigillata nel sangue del sacrificio e fondata nell’ascolto della sua Parola; era una iniziativa di Dio per guidare il popolo sulla via della pace. Ma solo quando l’alleanza è stata fatta nuova in Cristo, l’uomo ha conosciuto la salvezza.

Cristo infatti, come abbiamo ascoltato, non con il sangue di animali, ma con il proprio sangue ha ottenuto una redenzione eterna, entrando una volta per sempre nel santuario di Dio, così da rendere possibile anche per noi giungere presso il Padre. In Cristo infatti siamo stati scelti prima della creazione del mondo, per vivere da figli di Dio; e se figli, anche eredi. La vita divina, partecipata a noi nel Battesimo, viene alimentata dal Pane della vita, che ci sostiene nel cammino.

Il Vangelo di Marco ci ha anche ricordato il mistero del Sangue del Signore, il quale ‘prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio’.

In forza del Pane eucaristico camminiamo fino al monte di Dio; il frutto della vite, il vino che rallegra il cuore dell’uomo, il sangue di Cristo ci raccoglie al banchetto del Regno per la Pasqua eterna, nel giorno senza tramonto.

Il segno del vino racchiude in sé per un verso la sostanza del Sangue, e rende presente in modo sacramentale il sacrificio di Cristo; per altro verso il segno del vino richiama l’ebbrezza dello Spirito che agisce in coloro che sono uniti a Cristo.

Comprendiamo così che fare festa nel Signore è conseguenza dell’amore che Dio ha messo in noi, perché lo possiamo riversare nei nostri fratelli, e fare l’esperienza della gioia del dare.

Mentre noi siamo riuniti in questa santa assemblea, non possiamo non pensare a tutti coloro che in queste settimane sono stati colpiti dal terremoto in un territorio a noi vicino, e hanno perduto persone care, la casa, il lavoro e le loro chiese. Questo insieme di cose deve farci riflettere sulla preziosità dei doni di cui noi ancora disponiamo, e dobbiamo chiederci se li stiamo valorizzando pienamente. Anzitutto il dono della vita, che proprio perché può cessare con tanta rapidità non può essere sprecata, ma deve trovare tutto il suo significato nel fare il bene e nel prepararci all’eternità che ci è stata promessa.

Pensiamo alla realtà della casa per la vita e l’intimità della famiglia; luogo nel quale si impara a vivere, ad accettare gli altri, a servire, ad amare e a perdonare; spazio per la nostra creatività, per il silenzio e la preghiera, per condividere con i fratelli, i parenti, gli amici e i poveri. Ha detto un anziano che ha dovuto abbandonare la sua casa: abbiamo dovuto lasciare tutto quello che tra poco dovremo lasciare per sempre. Una lettura di fede, che mostra la capacità di imparare anche  in una situazione difficile.

Anche il lavoro si capisce nella sua importanza quando lo si perde. Oltre al significato misterioso di collaborazione con Dio nel custodire il creato, il lavoro porta dignità e libertà alla persona, che può sostenere la famiglia, servire nella società ed essere responsabile nel costruire il futuro. Tuttavia il lavoro non deve essere sacrificato all’avidità del denaro, che sta alla radice di tutti i mali (cfr. 1 Tim 6,10), compresa la vanificazione della domenica.

Come diventeranno le domeniche in quelle comunità che hanno perduto la chiesa, nella quale vivevano l’Eucaristia domenicale, condividevano le feste dell’anno liturgico, celebravano i sacramenti e per molti rappresentavano la storia di intere generazioni? Tutti abbiamo bisogno della festa, vissuta nella famiglia e condivisa con quanti vivono la stessa fede. Facciamo abbastanza per difenderne il significato e la sopravvivenza, contro il dilagare della distruzione della domenica? Potremo vivere senza festa, senza Eucaristia domenicale, senza ciò che dà senso e illumina la vita?

La benedizione dei Ministri straordinari della comunione che tra poco faremo, a servizio della comunità cristiana di questa parrocchia, ci ricorda come dall’Eucaristia nascano le opere di carità, di vicinanza e di condivisione.

Pensando a coloro che soffrono, vogliamo pregare per loro, e ricordare che ‘in Cristo Gesù ciò che conta è la fede che opera per mezzo della carità’ (Gal 5, 6).

OMELIA per la MESSA della DONAZIONE dei CERI 2012
Faenza - Basilica Cattedrale, 12 maggio 2012
12-05-2012

Saluto e ringrazio il Signor Sindaco per la partecipazione a questa Eucaristia, e saluto anche le rappresentanze dei Rioni cittadini.

Ogni anno la celebrazione di questa Messa che compendia in sé la liturgia della sesta domenica di Pasqua e la festa della Beata vergine delle grazie, è un momento molto bello di partecipazione cittadina, evidenziata dalla presenza dei Rioni e dall’omaggio che essi offrono alla Madonna con il dono di un cero. È un segno di unità che fa certamente bene alla nostra comunità e consolida quella comunione di intenti che in passato ha portato a eleggere come patrona della città di Faenza la Madonna delle grazie

Quest’anno devo esprimere agli organizzatori un particolare apprezzamento per aver voluto ricordare nel drappo del Palio il VI centenario della Madonna delle grazie, rievocandone l’immagine.

La festa del centenario avviene in un momento difficile per la nostra comunità, per il nostro paese e per il mondo intero. Vogliamo ricordare anche in questa Messa le famiglie provate dalla mancanza di lavoro e i giovani che non riescono a trovarlo, e pregare anche per coloro che hanno in mano le sorti della nostra gente.

Seicento anni fa anche la devozione alla Madonna delle grazie ebbe la sua origine in un tempo di sciagure e di sofferenze. Allora però più facilmente di oggi si era disposti a riconoscere i limiti della natura umana e a chiedere l’aiuto del Cielo.

Non sembri fuori luogo nel nostro tempo fare tesoro degli aiuti che ci vengono offerti dalla fede, non solo per resistere nelle prove, ma anche per sapere come affrontarle alla luce degli insegnamenti del Vangelo, che anche se non ci danno le soluzioni immediate, tuttavia ci possono ricordare i valori fondamentali.

Abbiamo sentito nella prima lettura San Pietro affermare: ‘In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga’. Avere il santo timor di Dio e praticare la giustizia, significa prendere Dio sul serio cominciando dal rispetto delle leggi morali naturali, leggi che appartengono quindi ad ogni popolo. Se fossimo più solidali a questo riguardo non solo potremmo rimediare a qualche errore passato, ma potremmo anche prevenire future deviazioni.

La seconda lettura e il vangelo li consideriamo insieme nel raccogliere l’insegnamento del Signore sull’amore. È un insegnamento sempre nuovo di cui abbiamo bisogno, perché ci trova spesso inadempienti. La tentazione dell’egoismo, degli interessi, del difendere le proprie posizioni è troppo forte. Non possiamo mai dare per scontato di essere a posto e di avere fatto abbastanza.

Gesù invita a rimanere nel suo amore, segno che siamo già immersi in questo amore, che ci precede ‘perché in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati’. Già questo fatto è per noi di grande conforto. Il cristianesimo è la rivelazione di Dio che ci ama, perché anche noi impariamo ad amare e possiamo esperimentare la gioia del donare.

 ‘Amiamoci gli uni gli altri perché l’amore è da Dio; chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore’. Proviamo a considerare la forza di queste parole e la presunzione di chi per mettere le mani avanti dice: io non sono credente. Si potrebbe dirgli: Ma tu non ami nessuno? Non hai mai fatto un gesto di bontà? Allora non dire: non credo, perché chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Mentre si può dire: Signore credo, ma aumenta la mia poca fede.

Abbiamo incontrato queste parole nella festa della Madonna delle grazie, e prendiamo anch’esse come un dono e una grazia di Maria. Abbiamo bisogno di verificarci sul comandamento dell’amore a tutti i livelli, in famiglia, sul lavoro, nelle comunità civili ed ecclesiali, con i nostri concittadini e con coloro che vengono da altri paesi.

Il precetto dell’amore non va osservato perché ci conviene, ma perché viene da Dio e costituisce il fondamento per i nostri rapporti con gli altri e con Dio stesso, che ci ha chiamato amici.

Si tratta di comprendere bene quello che Gesù chiede, per non ridurre questa novità ad una osservanza formale. Quando Gesù dice: ‘Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi’,  aggiunge anche: l’amore più grande è dare la vita per i propri amici, proprio come ha fatto Lui.

I veri benefattori dell’umanità sono persone che hanno fatto così, o almeno ci hanno provato, a cominciare dai genitori che si sacrificano per i figli, fino a coloro che rischiano la vita per salvare altri o coloro che abbandonano tutto per andare ad aiutare altri popoli, come fanno i missionari.

Con questo si vuole dire che è possibile amare come ci insegna il Signore, e deve diventare sempre più un modo diffuso di relazione con gli altri, per formare quella che Paolo VI chiamava la civiltà dell’amore. Si tratta di crederci, di chiedere l’aiuto necessario e di essere convinti che il vero guaio del mondo è l’egoismo. Anche il nostro, perché facilmente vediamo solo quello degli altri.

La risposta ai nostri problemi e alle sofferenze di tanti che ci viene data nella festa della Madonna delle grazie è questa parola di Gesù: amatevi gli uni gli altri. Se questo comando di Gesù lo tenessimo presente anche nella nostra vita sociale e politica e nei rapporti economici, ovviamente con le dovute mediazioni, avremmo acceso una luce per una vera speranza.

È questa una grazia che vogliamo chiedere tra le altre a Maria, madre di tutte le grazie.

OMELIA della messa di PASQUA 2012 (sintesi)
Faenza - Basilica Cattedrale, 8 aprile 2012
08-04-2012

Viviamo la Pasqua contro la disperazione, perché la Pasqua è la festa della vita che ha vinto la morte. Cristo è l’unico uomo che sia risorto da morte; nessun fondatore di religione ha mai avanzato questa pretesa, perché sarebbe stato facilmente contestato da coloro che lo conoscevano.

Cristo è risorto non per stupire il mondo, ma perché l’ultima nemica dell’uomo ad essere vinta è la morte. Infatti la vita risorta non muore più.

Di fronte a questa realtà esaltante sta l’attuale cultura di morte, che spesso non riesce ad affrontare qualche seria difficoltà contro il benessere dell’uomo, se non con il lugubre rimedio della morte.

Il benessere materiale e personale è diventato sinonimo di felicità, e ogni insidia contro di esso deve essere eliminata, non importa come. Pensiamo alle varie pillole omicide o alle azioni dirette contro il bambino indesiderato, all’eutanasia del malato inguaribile o al suicidio disperato.

Tutto questo aggravato dalla mistificazione che a volte viene fatta non chiamando le cose con il loro nome, rendendo così difficile il riconoscimento dell’errore.

L’uomo aveva la pretesa di poter fare senza Dio, anzi contro Dio, addirittura meglio di Lui, e si è ridotto a seguire risposte che distruggono l’uomo.

Cosa può dire la Pasqua di Cristo nella situazione comunque difficile di questo tempo? Non possiamo chiedere alla fede le risposte ai problemi economici, ma possiamo chiedere di essere aiutati a vedere le cose nella loro vera dimensione, sia per affrontare la situazione, sia per capire dove abbiamo sbagliato.

Perché possiamo ancora correre il rischio di ripetere gli stessi errori, soprattutto non tenendo conto di ciò che è fondamentale per l’uomo, sia nel rispetto delle leggi morali naturali, sia nel riconoscere la condizione di figli di Dio in cui Cristo ci ha collocati.

Tutto ciò ha delle conseguenze anche in questa vita, che diventa l’occasione per amare Dio e amare il prossimo. Sono tanti i surrogati che ci vengono offerti come essenziali per la nostra felicità, salvo poi pagarne le scotto a caro prezzo, come l’ubriacatura del sesso, del piacere, dell’avere; il consumo di tutto comprese le relazioni affettive; il cercare emozioni sempre più forti nella droga, nel gioco d’azzardo, nella velocità.

La vita è un dono di cui essere grati. La sua bellezza si scopre nell’amore puro, nella gioia degli affetti familiari stabili, nella costruzione della pace in famiglia e nella società, nel vivere la propria fede, riconoscendo di essere amati da Dio.

Un paradosso del nostro tempo è quello di aver dato all’uomo altre occasioni di morte, oltre a quella naturale, e di aver paura perfino di nominarla.

È vero: solo chi conosce il significato della morte può parlarne. La fede cristiana ci dice che la morte è il passaggio alla vita vera, dopo essersi preparati vivendo fin da ora tutto ciò che è conforme alla dignità dei figli di Dio.

E non si dica che questo non è possibile, perché ci sono anche oggi i santi che vivono in questa prospettiva con fede e carità, con l’aiuto di Dio, nella fedeltà al loro battesimo. Si tratta di vederli e di accettarli come promessa di una speranza vera per tutti.

Ogni anno la Pasqua ci ricorda Chi c’è all’origine di questo dono: c’è un Dio fatto uomo, morto e risorto, perché anche la morte diventi speranza di vita.

OMELIA per la MESSA CRISMALE 2012
Faenza - Basilica Cattedrale, 5 aprile 2012
05-04-2012

Prima di entrare nel Triduo sacro per la celebrazione del Mistero pasquale, la liturgia ci convoca per la Messa crismale, durante la quale verranno benedetti il Crisma e gli oli dei catecumeni e degli infermi.

Questa celebrazione nei tempi recenti ha assunto un significato molto più ampio della preparazione degli oli che sarebbero serviti per il sacramento del battesimo nella veglia di Pasqua; è diventata il segno della comunione ecclesiale rappresentata dal Presbiterio unito attorno al Vescovo, e nello stesso tempo la celebrazione del sacerdozio ministeriale al servizio dell’intero popolo sacerdotale.

Doveva essere chiaro che il Mistero pasquale avrebbe avuto una continuità sia nella liturgia, sia nell’opera di santificazione da parte dei ministri ordinati, affinché il popolo sacerdotale prolungasse nel tempo e in tutto il mondo la missione salvifica di Cristo. Siamo perciò invitati a prepararci a vivere il Triduo sacro lasciando operare in noi l’efficacia dei misteri che celebriamo, i quali, a loro volta, faranno rivivere in noi la grazia sacramentale ricevuta per l’imposizione delle mani. Passione, morte e risurrezione di Cristo continueranno ad agire nell’Eucaristia finché ci sarà un presbitero a presiederla e a offrirla come sacrificio gradito a Dio.

Da qualche tempo i presbiteri nella Messa crismale vengono coinvolti direttamente nel rinnovare le promesse che furono fatte davanti al vescovo al momento dell’ordinazione, secondo l’impegno che anche il prefatio della Messa ricorda: ‘Tu proponi loro come modello il Cristo, perché, donando la vita per te e per i fratelli, si sforzino di conformarsi all’immagine del tuo Figlio, e rendano testimonianza di fedeltà e di amore generoso’.

Per favorire la nostra conformazione all’immagine di Cristo abbiamo bisogno di essere aiutati; e quale aiuto migliore di quello di sua Madre, che dalla frequentazione del Figlio più di ogni altro gli è diventata simile, rimanendogli fedele fin sotto la croce? Desideriamo cogliere come un dono la ricorrenza del VI centenario della B.V. delle Grazie anche in questa occasione.

La mediazione materna di Maria, alla quale ricorriamo spesso nella nostra preghiera, oggi la chiediamo anche per la grazia del suo esempio e della santità della sua persona.

Ha detto la Lumen gentium (n. 65): ‘Maria per la sua intima partecipazione alla storia della salvezza, in sé compendia e irraggia (quodammodo unit et riverberat) le principali verità di fede’. In altre parole possiamo dire: Maria intercede per noi non solo per quello che fa, ma anche per quello che è.

Per comprendere questo basterà ricordare i quattro dogmi mariani: l’Immacolata concezione, la Verginità perpetua, la Maternità divina e l’Assunzione al cielo, e vedere come attorno a queste quattro verità fondamentali si raccoglie l’essenza del mistero cristiano.

Maria Immacolata, redenta in previsione dei meriti della morte e risurrezione di Cristo richiama il mistero della salvezza universale e la collaborazione della libertà umana con la grazia divina.

Maria sempre vergine ci ricorda che Dio opera la salvezza senza l’intervento dell’uomo, al quale chiede solo di accogliere la sua volontà. Per noi sacerdoti la verginità di Maria è anche il modello di una vita affidata interamente alla Chiesa, la quale, come Maria, genera in modo verginale i figli di Dio mediante la grazia della parola e dei sacramenti.

La Madre di Dio generando al mondo il Salvatore mette subito in chiaro che il cristianesimo non è un sistema di idee o di riti religiosi, ma è una Persona divina che ha preso un corpo per poterlo offrire al Padre sulla croce. A questo punto è possibile diventare partecipi della natura divina, se il Cristo risorto viene accolto nella fede e nella grazia battesimale.

Infine Maria, che ci ha dato l’autore della vita, non ha conosciuto la corruzione del sepolcro; assunta in Cielo si è riunita al Figlio risorto nell’integrità della sua persona, anima e corpo. Ella è la prima creatura umana perfettamente riuscita secondo il disegno di Dio, primizia e speranza per ciascuno di noi.

L’immagine della B.V. delle Grazie che il nostro popolo venera ormai da sei secoli, oltre a collegarci con la Madre del Signore ci lega alla storia della nostra Chiesa e ne diventa il simbolo più stabile. La cappella della Madonna delle Grazie, dichiarata santuario diocesano dal vescovo mons. Bertozzi è il cuore della Diocesi.

Oggi siamo particolarmente lieti di sentire presente a questa celebrazione la Madre del nostro sacerdozio, la patrona della nostra Chiesa diocesana e la protettrice delle nostre attività apostoliche.

Vogliamo affidare a Lei in modo particolare i confratelli del nostro presbiterio che in questo anno ricordano il 50. mo anniversario della loro Ordinazione presbiterale, a cominciare dal vescovo Mons. Silvano Montevecchi, vescovo di Ascoli Piceno; P. Giuliano Gorini, missionario della Consolata in Kenia, nato a Faenza e ancora molto legato a questa Chiesa; don Pietro Sangiorgi, don Domenico Monti e il Can. Antonio Bonoli, che sta vivendo il suo sacrificio sul letto della sofferenza.

Ricordiamo pure due confratelli che ricordano il 60.mo anniversario della loro Ordinazione: Mons. Umberto Argnani e don Cesare Cattani. Li ricordiamo tutti con il nostro affetto e la nostra preghiera.

Come pure ricordiamo i nostri missionari, per i quali ogni anno in questa giornata compiamo il gesto di una colletta che vuole assicurare la partecipazione alla loro missione, talvolta vissuta in modo eroico.

Infine ricordiamo i nostri sacerdoti  che ci hanno lasciato in questo anno: il Signore doni loro la beatitudine, la luce e la pace.

Carissimi confratelli, dopo Pasqua mi recherò con alcuni presbiteri a visitare Mons. Pietro Scalini, Rettore del Seminario di San Pietroburgo, per portare il segno dell’amicizia e della solidarietà del nostro presbiterio e della nostra Chiesa.

Dovremo interrogarci, per capire se il Signore ci ha voluto dirci qualche cosa chiamando dalla nostra Chiesa sia l’Arcivescovo Mons. Paolo Pezzi, sia il Rettore del seminario. Intanto porterò a lui il vostro saluto e l’assicurazione della vostra preghiera.

Porgo un saluto e un augurio a voi ministranti presenti a questa celebrazione e vi incoraggio a curare con diligenza e passione il vostro servizio nella casa di Dio. È un impegno sul quale non mancherà la benedizione del Signore, soprattutto se saprete mantenervi fedeli nel tempo, senza vergognarvi anche quando crescerete in età e statura.

La Vergine santa che abbiamo voluto presente nella nostra riflessione ci accompagni nei giorni di Pasqua, che vivremo con il nostro popolo per trasmettere a tutti la speranza che ci viene dalla fede nel Signore risorto.

A lui sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

OMELIA nell’anniversario della morte del Servo di Dio DANIELE BADIALI
Faenza, Basilica Cattedrale - 18 marzo 2012
19-03-2012

L’annuale ricordo dell’uccisione di P. Daniele, di cui ricorre il quindicesimo anniversario, quest’anno ci porta a ricordare anche il 50.mo anniversario della sua nascita, avvenuta il 3 marzo 1962. Queste ricorrenze non aggiungono nulla alle motivazioni che ci hanno portato qui questa sera, se non il fatto che la vita di P. Daniele, ormai circoscritta nel tempo, ‘è nascosta con Cristo in Dio’ (Col 3,3). La domenica ‘laetare’ quest’anno per noi ha una motivazione in più nel sostenere la nostra gioia: il Servo di Dio Daniele Badiali, presbitero della nostra Chiesa, fratello e amico, dono fatto a questo nostro tempo per i giovani, per i presbiteri, per i missionari del Vangelo.

‘Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna’. Come si vede è una storia lunga quella dell’uomo che cerca la vita, e trova sempre qualcuno che gliela promette nel modo sbagliato. Ma abbiamo anche qualcuno che si prende cura di noi, e con un semplice atto di fede in lui ci offre la vita vera: ‘Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui’. Era questo il cruccio più grande di P. Daniele: vedere che Gesù non interessava a nessuno e che Dio veniva allontanato dalla vita dei ragazzi e dei giovani soprattutto, per fare posto a tanti surrogati inutili e dannosi.

La gioia e il valore di vivere può venire solo dall’amore, dal donare qualcosa di nostro e noi stessi per gli altri, e in definitiva per il Signore: avevo fame e mi avete dato da mangiare’

La raccolta di viveri che in questi giorni i nostri giovani hanno fatto in Città è stato un gesto concreto per dire a se stessi che qualcosa è possibile fare, per dare senso alla vita propria e a quella degli altri, e per imparare a non chiudere il proprio cuore di fronte al fratello. In definitiva siamo noi che dobbiamo cambiare, sapendo che non si tratta di abolire la croce ma di abbracciarla, come ha fatto Gesù e di coglierne il valore. Se la povertà di cibo e di medicine si può affrontare raccogliendo l’uno e le altre, la povertà di fede e di amore ha bisogno della vicinanza di chi crede e ama. Dio ci ha dato suo Figlio, cioè ha donato se stesso; anche noi dobbiamo imparare a donare noi stessi (poco o tutto) agli altri. P. Daniele pensava di donare la propria vita in un certo modo e Dio gliela ha chiesta in un altro modo tutta e presto.

Nella sua vicenda umana e cristiana P. Daniele ha avuto la percezione viva di una presenza affettuosa che lo accompagna e lo conforta. È la Madre di Gesù, che a Chacas, nella parrocchia di P. Ugo, viene venerata come Mama Ashu, la Madonna assunta.

Nel VI centenario della devozione alla Madonna delle Grazie è bello vedere come Maria sia stata presente nella vita di questo suo figlio e lo abbia aiutato ad essere accanto al figlio Gesù.

Scrive P. Daniele: ‘La devozione a Maria è nei cuori di ogni persona, e così anche per noi che veniamo da lontano, che lasciamo le nostre famiglie, la nostra mamma, è una grande grazia arrivare qua e incontrare una mamma che ti abbraccia e ti accoglie nella sua casa.

Così stando qua ho sentito tanto il desiderio di voler bene a Maria, di confidarle la mia vita, di esserle devoto, di pregare per lei ogni giorno e chiederle la salvezza della mia anima e di tutte le persone care.

Ma insieme a questo desiderio si è fatta sempre più chiara ed evidente la mia poca fede, soprattutto guardando alla gente, ai bambini. La loro devozione mi colpì sin dal primo giorno che arrivai qua, guardavo le mamme che in ginocchio piangevano davanti a Mama Ashu” (pag.81).

Quando poi si dice di imparare dai poveri’ Gesù direbbe: ‘Ti rendo lode o Padre’ perché hai rivelate queste cose ai piccoli’ (cfr Mt 11,25). Quando si va per dare, si finisce per ricevere, per imparare, per essere aiutati. E in quel momento si capisce che non siamo noi a salvare il mondo, ma che anche noi abbiamo bisogno di essere salvati.

C’è un episodio raccontato da P. Daniele, che dice l’intensità del suo amore e della sua fiducia in Maria. Dopo essere stato ordinato prete in questa Cattedrale, va in Perù e per qualche tempo si ferma nella parrocchia di p. Ugo a Chacas, prima di andare nella parrocchia di S. Luis alla quale era stato destinato.

Scrive P. Daniele: ‘Ugo mi accompagnò con tutti i ragazzi e la gente fino alla chiesa di Chacas dove mi attendeva Mama Ashu dall’alto della sua casina’ Entrai in chiesa, mi inginocchiai davanti alla Madonna’ Ricordo bene la commozione, non riuscivo a trattenere le lacrime’ Così iniziai subito la Messa, 600 oratoriani mi stavano attorno cantando a voce alta’ Ho pianto tutta la Messa‘ Così è iniziata la nuova avventura di questo giovane parroco delle Ande” (pag. 145).

E quella nuova avventura andò avanti poco e finì come sappiamo, chissà con quante grazie ottenute per intercessione della Madre di tutte le grazie.

La nostra Chiesa tra le grazie ricevute in questi sei secoli di storia, per le quali deve essere riconoscente deve ricordare certamente i suoi santi, nati in questa terra, cresciuti nella fede delle nostre famiglie, aiutati dai nostri preti, impastati della semplicità della nostra gente. La devozione a Maria, legata a volte a un santuario o all’immagine venerata in parrocchia e alimentata dal Rosario è quasi sempre l’esperienza più diffusa del soprannaturale, potendo rivolgersi alla Madonna come ad una persona viva, presente, che ci ascolta e ci aiuta.

Dice il Concilio: ‘Maria’ per la sua intima partecipazione alla storia della salvezza, in sé compendia e irraggia le principali verità di fede” (L.G., 65). Questa affermazione si può vedere in tutta la sua bellezza, ricordando i quattro dogmi della fede che riguardano Maria: l’Immacolata concezione; la Madre di Dio; Maria sempre Vergine; Maria Assunta in anima e corpo cielo, modello del discepolo di Cristo pienamente riuscito.

L’anno scorso come oggi ero anch’io a celebrare la Messa ad Acorma, il luogo dove fu trovato il corpo esanime di P. Daniele il 18 marzo 1997, vicino al fiume, segnato ora da una croce bianca. Posso immaginare quanti anche oggi si sono trovati in quel luogo, sacerdoti, giovani e parrocchiani.

Noi ricordiamo in questa Cattedrale con la mamma, i suoi cari, i ragazzi dell’O.M.G. e la nostra Chiesa diocesana, sotto lo sguardo materno della Madonna delle Grazie, alla quale chiediamo ancora un altro regalo. Se Dio vorrà chiediamo che P. Daniele possa essere riconosciuto quanto prima dalla Chiesa nell’eroicità delle sue virtù, per essere presentato soprattutto ai giovani del nostro tempo come esempio di vita cristiana e sacerdotale. A gloria di Dio. Amen.

OMELIA per la DEDICAZIONE della chiesa parrocchiale di TRAVERSARA
Traversara - 18 marzo 2012
18-03-2012

Perché si fa la dedicazione di una chiesa, se da sempre viene usata per la celebrazione della Messa e dei sacramenti e per il culto divino? Un tempo il rito era molto complesso, per cui era comprensibile che fosse rinviato. Ma oggi non può essere solo il rito più semplice a motivare questa solenne cerimonia.

‘In quanto costruzione visibile, la chiesa-edificio è segno della Chiesa pellegrina sulla terra e immagine della Chiesa già beata nel cielo. È giusto quindi che questo edificio, destinato in modo esclusivo e permanente a riunire i fedeli e alla celebrazione dei santi misteri, venga dedicato a Dio con rito solenne secondo l’antichissima consuetudine della chiesa’ (Rito, n. 28).

Con la dedicazione la vostra chiesa diventa un simbolo; questo ci ricorda la presenza di Dio tra gli uomini e che la meta della nostra vita è la patria del Cielo.

Il rito comprende la consacrazione dell’altare e delle pareti della chiesa, sulle croci appositamente collocate, con il sacro Crisma. Il Crisma è segno di Cristo Signore, con il quale vengono consacrati, cioè riservati esclusivamente a Dio i luoghi e il loro uso, le persone e la loro vita.

Il rito della dedicazione esprimerà in modo eloquente il significato di quanto stiamo celebrando, mentre la Parola di Dio che abbiamo ascoltato ci aiuta ad entrare nella realtà di questo mistero.

Il mistero si presenta ogni volta che Dio entra in rapporto con l’umanità, e trova il suo culmine nell’incarnazione del Verbo. Dal momento che il Figlio di Dio ha assunto la natura umana nel grembo della Vergine Maria, la possibilità di incontrare Dio qui in terra è diventata concreta per ogni uomo. Questa possibilità non è stata riservata solo alla gente di Palestina al tempo di Gesù, ma agli uomini e alle donne di tutti i tempi e di tutti i luoghi. I sacramenti, a cominciare dall’Eucarestia ne sono l’occasione.

La chiesa-edificio che ci raccoglie nella celebrazione dei santi misteri, in qualche modo partecipa della grazia del segno sacramentale e diventa essa stessa strumento di avvicinamento a Dio, soprattutto quando conserva la presenza dell’Eucaristia, e quando, mediante le immagini sacre, illustra le verità eterne.

Ciò che trasforma un edificio in una chiesa è l’assemblea riunita dalla Parola di Dio per celebrare i divini misteri. In altre parole noi diventiamo cristiani mediante la fede suscitata in noi dalla Parola di Dio e successivamente quando siamo segnati dalla grazia del sacramento del battesimo.

Abbiamo sentito il racconto della lettura dei libri della legge trovati durante la ricostruzione del tempio dopo il ritorno dall’esilio. Con quanta commozione ascoltavano quelle parole, che erano alla radice della loro identità di popolo di Dio. Sarebbe bello se  da oggi in avanti l’ascolto delle letture e del vangelo in questa chiesa suscitasse una commozione simile e trasmettesse la gioia del Signore che ci dà forza nella vita.

Il Signore è presente in questa chiesa per avere un incontro personale con ciascuno di noi. Gesù si è invitato a casa di  Zaccheo, perché Zaccheo lo desiderava ma non aveva il coraggio di dirlo. Gesù vuol venire anche a casa nostra; non gli basta la visita veloce che facciamo a volte in chiesa: ‘Oggi devo fermarmi a casa tua’. Gesù desidera stare con noi, per portare anche a noi la salvezza: ‘Oggi per questa casa è venuta la salvezza’.

E dall’incontro fedele con Lui, noi diventiamo come Lui, cioè pietre vive per costruire il Regno di Dio: ‘Avvicinandovi al Signore, pietra viva’ quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale’. Tutti, attorno a Cristo cresciamo come una nuova struttura viva, appoggiata su di Lui, ma proiettata in tutto il mondo. È la costruzione della Chiesa popolo di Dio, nazione santa, sacerdozio regale, stirpe eletta, per proclamare le opere ammirevoli di Lui.

Dio è allontanato dal mondo, dalla vita, dal lavoro; tutte le scuse sono buone per eliminare tutto ciò che ce lo farebbe ricordare: immagini, feste, eventi, persone. Eppure ormai abbiamo visto che dove scompare Dio entrano tanti padroni, più intransigenti e prepotenti, che invece di esaltare la nostra libertà di figli, ci assoggettano alle loro pretese di ricchezza, di potere, di dominio, mettendoci gli uni contro gli altri, speculando sulle differenze di razza, di religione, di condizione sociale.

Nella chiesa-edificio, convocati dalla parola di Dio, noi vogliamo crescere come Chiesa-famiglia dei figli di Dio, per essere segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano, a cominciare dalla parrocchia e continuando nel luogo dove siamo chiamati a vivere.

Capite allora l’importanza che assume la vostra chiesa dalla dedicazione, per cui da ora in poi merita rispetto, come luogo consacrato, come simbolo di grandi misteri, come spazio che custodisce la storia della nostra comunità e la memoria delle tappe più significative della nostra vita di cristiani, dal battesimo e agli altri sacramenti, fino all’ultima Eucaristia che ci accompagnerà davanti a Dio. In chiesa si viene per il Signore; per parlare tra di noi abbiamo lo spazio davanti alla chiesa: educhiamo così i nostri bambini dando per primi il buon esempio.

La grazia di questo giorno verrà poi ricordata ogni anno, celebrando l’anniversario della dedicazione della chiesa come festa solenne, festa della comunità cristiana, nella quale ricorderemo la nostra comunione con la Vergine Maria Assunta in cielo, patrona di questa parrocchia. Quando i nostri padri scelsero la Vergine Assunta come titolare della chiesa, vollero dare una indicazione precisa: la nostra chiesa deve servire per farci andare tutti in paradiso, insieme alla Madonna.

Affidiamo a Lei gli impegni e i propositi di questa giornata, insieme alla protezione di tutta la parrocchia di Traversara, dei suoi pastori vivi e defunti, di coloro che partecipano più da vicino alla croce di Cristo, dei bambini che in questa chiesa imparano a conoscere e ad amare Gesù, e dove tutti lo incontriamo per portarlo ai fratelli.

OMELIA per il MERCOLEDI’ delle CENERI
22-02-2012

‘O Dio nostro Padre, concedi al popolo cristiano di iniziare con questo digiuno un cammino di vera conversione”.  Un’altra occasione per fare ancora un passo verso il Signore. Gli aiuti saranno numerosi e forti: la Parola di Dio, i sacramenti e l’aiuto dei fratelli di fede. Il messaggio del Papa per la Quaresima di quest’anno mette in evidenza la condizione privilegiata di quanti sono nella comunione della Chiesa, che hanno un dovere in più verso i fratelli, ma possono godere anche dell’aiuto spirituale degli altri..

‘Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone’. È questo il testo della lettera agli Ebrei che il Papa commenta per ricavare lo stimolo di una reciproca emulazione nel fare il bene. Subito nel versetto successivo leggiamo: ‘Non disertiamo le nostre riunioni, come alcuni hanno l’abitudine di fare’ (Ebr 10, 24s). Mi pare evidente che qui sia indicato da dove si deve cominciare, cioè dalla Messa, il luogo dove la nostra solidarietà è vera, radicata nella presenza del Signore Gesù.

Il primo modo per interessarci degli altri nella Chiesa è vivere in pienezza la Messa festiva, dove incontriamo i fratelli di fede, preghiamo gli uni per gli altri e ci sosteniamo a vicenda con il buon esempio. È il primo modo per prestare attenzione agli altri, per essere informati sulla vita della comunità e conoscere situazioni di bisogno o iniziative di intervento.

Prestare attenzione: è il verbo usato da Gesù per invitarci a ‘osservare gli uccelli del cielo’ (Lc 12,24). È quindi un’attenzione che ci spinge a vedere anche le cose buone, edificanti. Il Signore chiede anche una premura per la vita e la salvezza eterna del fratello. Quando Dio chiede a Caino: dov’è Abele tuo fratello? Caino risponde: ‘Sono forse io il custode di mio fratello?’ Aveva capito bene la domanda di Dio, che gli chiedeva proprio questo, di essere il custode di suo fratello.

Nel nostro tempo siamo più sensibili al tema del rispetto delle risorse naturali, destinate a tutti gli uomini, anche quelli che verranno dopo di noi. Abbiamo meno premura per l’inquinamento morale e spirituale delle nostre comunità. Paolo VI nella Populorum progressio ha detto: ‘Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini’ (n.66).

Il Papa ci ricorda una opera di misericordia spirituale oggi poco considerata: ammonire i peccatori. Credo sia stato sempre difficile praticare questa correzione fraterna, come l’ha raccomandata Gesù.

Non bisogna tacere di fronte al male, perché non diventi una giustificazione del comportamento sbagliato di qualcuno. Si ha purtroppo l’impressione che il bisogno di scoprire il male nella Comunità cristiana sia finalizzato piuttosto a scusare se stessi. Quando qualcuno chiese a Madre Teresa che cosa ritenesse fosse urgente cambiare nella Chiesa, ella rispose: ‘Io e lei’. Come dire: ‘Non stiamo a guardare le cose che non vanno: ce ne saranno sempre. Cominciamo piuttosto a cambiare noi’. La nostra conversione può prendere motivo anche dal male che si vede, se abbiamo chiaro l’obiettivo della chiamata alla santità, che ci viene proposto dal Signore fin dal nostro battesimo.

Come il peccato ha anche una dimensione sociale, nel senso che indebolisce tutto il corpo ecclesiale, così le pratiche che sostengono la conversione, come la preghiera, l’elemosina e il digiuno hanno anch’esse una rilevanza positiva nella realtà della Chiesa. È vero che il vangelo invita a svolgere queste pratiche nel segreto, per non vanificare il merito davanti a Dio con una esibizione pubblica. Tuttavia l’efficacia di queste opere non raggiunge solo chi le pratica, ma anche  coloro che sono in comunione con Cristo nella Chiesa. La nostra conversione eleva tutta la comunità, così come tutta la comunità è ferita dal nostro peccato.

Il comune impegno di tutta la Chiesa nel tempo quaresimale, dona una particolare grazia ai quaranta giorni che ci portano alla Pasqua. La liturgia chiama la Quaresima ‘segno sacramentale della nostra conversione’, per indicare l’aiuto efficace che ci viene da questo tempo santo e nello stesso tempo per ricordare che c’è una rilevanza positiva nella comunità.

Anche l’austero gesto dell’imposizione delle ceneri che noi celebriamo, ricorda a tutti quanto sia fragile la nostra esistenza e come sia urgente la nostra conversione a Cristo. Siamo invitati quindi a iniziare con slancio il cammino verso la Pasqua, sapendo che di questo rinnovamento abbiamo bisogno noi e tutto il mondo. Non ci devono fermare i nostri peccati e nemmeno i tempi cattivi, perché è adesso il momento favorevole e il giorno della salvezza. Ci accompagni in questo cammino il Signore con la sua misericordia.

OMELIA per la messa a XX della morte del Servo di Dio DOMENICO GALLUZZI
13-01-2012

A venti anni dalla morte del P. Domenico, abbiamo la possibilità di parlare di lui come Servo di Dio; la Chiesa ha cominciato ufficialmente a indagare sull’eroicità della sua vita cristiana e religiosa, come discepolo di Cristo e suo ministro.

La breve riflessione che faremo insieme in questa liturgia eucaristica, in onore della B. Vergine Maria, fonte della salvezza, vuole riallacciarsi all’Anno mariano che stiamo celebrando per il VI centenario del culto alla Madonna delle Grazie, e dare ragione del ruolo determinante della Vergine nella santificazione della vita del presbitero.

Non ho certo la pretesa di mostrare la devozione mariana di P. Domenico, anche se in lui domenicano questa deve essere stata profonda, teologicamente sostenuta, spiritualmente viva.

Tuttavia mi piace avviarmi con una sua osservazione: ‘Come i corpi illuminati dal sole finiscono col riscaldarsi, così il sacerdote continuando a vivere alla presenza di Maria, ne subisce il benefico effetto: un aumento di amore filiale, una profonda interiorità di vita’.

Questo rapporto vivo tra il sacerdote e la Vergine, rimanda al rapporto tra la Vergine e suo Figlio Gesù. Maria è la donna vestita di sole, che risplende di luce riflessa come la luna. Voler separare Maria da Gesù e come voler separare la luce dal sole, che ne è la sorgente. Lasciarsi illuminare dalla luce di Maria, in fondo è risplendere della luce di Cristo.

‘Quanti motivi ha il sacerdote, continua P. Domenico, per dire: ‘Non vedo chiaro, l’aridità mi penetra fino al midollo’. Ha però un motivo capace di neutralizzare gli effetti deleteri del gelo spirituale’: il focolare materno, perennemente acceso, di Maria SS.ma’.

Se l’immagine del sole ci aiuta a comprendere l’efficacia della grazia che viene dal rimanere in Maria e quindi in Cristo, l’immagine dell’acqua ci parla sul dono della vita. Soprattutto nell’ambiente arido dell’oriente si comprende come l’acqua sia fonte di vita.

Il profeta Ezechiele ci ha rivelato da dove nasce l’acqua della vita: dal tempio santo di Dio; e questa acqua dona la vita dovunque arriva. Ma qual è il principio vitale, fuori dell’immagine, ce lo rivela il Vangelo di Giovanni quando parla dei fiumi di acqua viva che sgorgano da chi crede in Gesù: ‘Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui’.

Maria è fonte della salvezza perché ci ha donato il Salvatore e continua ad essere mediatrice materna presso suo Figlio per noi, perché custodiamo la vita divina che ci è stata data nello Spirito santo mediante il battesimo, l’acqua che dà la vita, e l’alimentiamo con il cibo eucaristico.

Il rapporto sacramentale con Cristo è fondamentale; ma anche il rapporto spirituale con Maria, in una intimità assidua e nella condivisione di vita è necessario per non inaridirsi.

La realtà grande della Vergine nei confronti dei sacerdoti e dei cristiani è data dai quattro dogmi che ne definiscono l’immagine: la concezione immacolata, la maternità divina, la verginità perpetua e l’assunzione in cielo. Invece di collocare la Vergine lontano da noi in una posizione irraggiungibile, questi quattro misteri ce l’avvicinano fino a renderla per noi madre nell’ordine della grazia.

Maria concepita senza peccato ha accolto in pienezza l’opera del Redentore, che ha redento anche sua madre non liberandola da un peccato da cui era stata contagiata, ma impedendo che lo fosse. Santa Teresa di Gesù, riflettendo un giorno sull’episodio del vangelo dove Gesù perdona alla peccatrice, dicendo: ‘Molto le è perdonato perché ha molto amato’ dice: ‘Se è segno di amore il perdono, è segno di maggior amore impedire il bisogno di perdono. Se è amore quello di un padre che solleva il figlio caduto, è maggior amore quello di un padre che toglie l’inciampo perché il figlio non cada’.

Maria Immacolata ci fa comprendere l’amore del Salvatore, che vuole riconciliarci con Lui. Dirà S. Paolo: ‘Vi scongiuro in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio’.

Maria, madre di Dio, ha generato secondo la natura umana il Verbo incarnato. Nascendo da donna, Gesù ha messo in rapporto Dio e l’uomo in modo così efficace, che come Dio è diventato uomo, così l’uomo può diventare Dio. Radicalmente siamo già ‘partecipi della natura divina’ (2 Pt 1,4) mediante il battesimo; dobbiamo imparare a vivere da figli di Dio, per opera dello Spirito santo.

Maria sempre vergine. Verità di fede, proprio perché umanamente incomprensibile. Ma quanto è coerente con la realtà del mistero dell’incarnazione. Nel concepire il Figlio di Dio non c’è stata l’opera dell’uomo, ma è intervenuto lo Spirito Santo. Così nella nascita, anch’essa opera di Dio, non c’è stato ciò che solitamente è conseguenza della fecondazione umana. Vergine prima, vergine nel parto, vergine dopo il parto. Del resto che cosa poteva ancora generare la Madre di Dio, dopo aver generato il Figlio di Dio? che cosa poteva aggiungere, che non fosse già compreso nell’Unigenito del Padre? E come poteva generare secondo la carne, Lei che sarebbe stata Madre di tutti gli uomini nell’ordine della grazia?

Il sacerdote trova in Maria il sostegno alla sua verginità, quando, facendo esperienza del limite dei mezzi umani, ricorre all’intervento di Dio nei sacramenti e nella preghiera. È lì che si rende conto che ha bisogno di un rapporto verginale con Dio, per fidarsi fino in fondo dell’intervento dello Spirito Santo, credendoci davvero che è Dio che salva l’uomo, e non le nostre opere. Il prete è vergine, prima ancora che per avere tempo di fare tutto, per poter lasciare entrare totalmente Dio nel suo ministero, lasciandolo agire soprattutto dove l’uomo non può arrivare. Essere tutto di Dio, perché Dio sia tutto nella sua vita.

Maria è assunta in cielo, in anima e corpo, ha voluto precisare il Papa Pio XII nel definire il dogma.

Era sommamente conveniente che colei che ci ha dato l’autore della vita non conoscesse la corruzione del sepolcro, e soprattutto ci ricordasse qual è il nostro destino. La nostra vita infatti non può essere racchiusa in questo mondo, essendo diventati figli di Dio per essere sempre con il Padre del cielo. Nel cammino della vita, la Madre che ci ha preceduto non dimentica il suoi figli ma li segue e li sostiene fino a che non siano arrivati tutti nel Regno di suo Figlio.

Inoltre Maria, condividendo la gloria di Gesù risorto, ne condivide anche le prerogative che rendono possibile una presenza misteriosa e reale. Maria ci è accanto quindi non come gli altri Santi, ma con una vicinanza vera, simile a quella del suo Figlio; e a volte, come particolare dono, si manifesta pure a delle anime prescelte. Ma tutti la possiamo pregare vicina e presente.

‘Un augurio per tutti, ci dice il P. Domenico: vivete sempre per Maria, con Maria e in Maria e Maria vivrà per voi, con voi e in voi, madre e maestra delle vostre anime, dei vostri corpi e della vostra vita missionaria’. Questo vale per i presbiteri, per i fedeli laici e per le persone consacrate nella verginità. Il mistero della sua persona e l’opera della sua intercessione ci mantengono in un rapporto vivo con Cristo, nella Chiesa, per la salvezza del mondo. Maria è fatta così e non può essere diversamente.