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OMELIA per la SOLENNITA’ della MADONNA DELLE GRAZIE
Faenza, Basilica Cattedrale - 8 maggio 2010
09-05-2010

È sempre molto significativa questa celebrazione davanti all’immagine della B. Vergine delle Grazie, perché con un gesto di particolare rilevanza si riconosce la Patrona della nostra Città con l’offerta simbolica di alcuni ceri, presentati dai rappresentanti dei Rioni, per indicare la partecipazione di tutta la Città a questo omaggio.

È una tradizione che ci piace mantenere, anche se sappiamo bene che non si può pensare ad una totalità di adesione da parte dei Faentini, in un gesto di fede e di amore. Eppure è bello che siano tutti qui ricordati e presentati, sia coloro che partecipano e sono contenti di  condividere il gesto di devozione, sia coloro che sono ugualmente amati, seguiti e ben voluti dalla Madre di tutti. Noi pensiamo in questo modo di non fare torto a nessuno se compiamo un gesto senza la pretesa di una adesione totale, ma con la convinzione di essere comunque di aiuto per tutti.

Oggi è sempre più difficile per una comunità civile che vi sia una adesione compatta nella fede. Ciò non toglie però che per quanti hanno il dono della fede e vivono il loro impegno pubblico come una testimonianza coerente, questo sia un dono, una grazia e una opportunità  a beneficio di tutti. Non è quindi soltanto un modo di fare o un gesto folcloristico, come a qualcuno potrebbe sembrare, ma è un modo esterno e pubblico di dire la nostra devozione alla Vergine e di chiedere la protezione per l’impegno di quanti nella fede trovano motivo di servire il proprio paese.

La coscienza della Chiesa di essere guidata dallo Spirito Santo, come abbiamo sentito nella prima lettura, aiuta a vedere l’importanza del bene comune nella comunità. Abbiamo sentito come fu risolto il problema del dissidio tra coloro che volevano sottomettere alla legge di Mosè i nuovi credenti in Cristo e gli Apostoli che invece riuscirono, nel primo concilio di Gerusalemme, a trovare una soluzione. Questo problema allora era rimasto all’interno della Chiesa.

Però questo gesto ci aiuta a capire come si possono affrontare le cose per il bene di tutti. Gli Apostoli hanno scritto: ‘Abbiamo deciso lo Spirito santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie’. Si trattava di richieste molto semplici, legate alla storia, tant’è vero che oggi non ne parla più nessuno. L’importanza dell’intervento degli Apostoli non sta tanto nella soluzione trovata in quel momento storico, quanto piuttosto nell’avere messo in evidenza la dinamica che nella Chiesa si può instaurare quando c’è la coscienza che lo Spirito santo indichi qualche cosa per il bene di tutti.

Questo credo che si possa applicare, fatte le dovute proporzioni, anche all’impegno che i cattolici ritengono di poter avere nella comunità civile, quando sostengono delle scelte per il bene di tutti non in base alla loro fede, ma con gli argomenti di ragione che si rifanno alla legge morale naturale. Poi che loro abbiano un motivo in più per sostenere questo, perché lo trovano coerente all’insegnamento del Vangelo e della Chiesa è un fatto che può essere loro di conforto, ma non deve diventare né argomento per proporre queste cose agli altri, né motivo per gli altri per non poterle accettare perché coloro che le propongono sono i cattolici. Cose che stanno avvenendo, di cui non ci stupiamo più di tanto nel nostro paese; però mi pare che in questo modo non favoriamo una collaborazione che sia per il vero bene della nostra comunità civile.

La lettura dell’Apocalisse ci ha presentato la descrizione della Chiesa gloriosa nel cielo con l’immagine di una città, la nuova Gerusalemme, la Chiesa celeste verso la quale siamo incamminati. Non siamo fatti per stare sempre quaggiù. La città dell’uomo nella sua realtà deve anticipare in qualche modo quella del cielo, nel senso che, se noi siamo fatti per arrivare in questa città perfetta che l’Apocalisse ci ha descritto, vuol dire che siamo fatti per vivere anche qui in una città se non perfetta, almeno vicina a quella perfezione.

Per esempio vengono indicate nelle mura della città delle porte aperte in tutte le direzioni sia per entrare sia per uscire, segno della libertà che ci deve essere in questa convivenza. Certo in Paradiso su questo non ci saranno discussioni; ma da questo particolare si può comprendere come sia prezioso anche per noi questo valore umano per la nostra vita associata. Se l’uomo è destinato a queste condizioni nell’eternità, quanto più anche su questa terra la vita si avvicina a quelle condizioni, tanto più sarà felice perché conforme alla natura dell’uomo. Per esempio riconoscere che siamo tutti uguali per natura, riconoscere a tutti gli stessi diritti fondamentali come quello della vita, della libertà, del lavoro, ecc; in modo che tutto sia costruito anche nella città terrena tenendo presente il bene di tutti.

Infine la pagina del vangelo, che contiene molti spunti di riflessione secondo la fede. Ma in questa occasione mi piace fermarmi sull’accenno che Gesù fa alla pace: ‘Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo io la do a voi’. Come dà il mondo la pace? Costruendo un equilibrio di forze, fondato sulla paura, perché non ci si fida di nessuno. Comprendiamo certo che è benedetta anche la pace costruita così; però capiamo anche come sia disumano questo modo di muoversi. Gesù invece fonda la pace su fondamenti più consistenti: la giustizia, la verità, la libertà e l’amore. Sono questi i pilastri sui quali si può costruire una pace duratura, sostenibili con argomenti umani e secondo ragione che si possono condividere da parte di tutti. Questo non toglie che vi sia una marcia in più da parte di chi sa che dietro questi fondamenti c’è anche la grazia di Dio.

Pensiamo cosa vuol dire per la pace sociale nel nostro paese salvare la verità per esempio nelle conoscenze storiche, circa gli eventi che ci hanno messi insieme; pensiamo come sarà importante ricercare la verità autentica sull’origine dello Stato unitario che ci apprestiamo a celebrare. Questo perché la pace è un bene che preme a tutti, e non vogliamo che sia costruita sul tacere e non dire alcune cose, ma nel ricuperare la verità, la libertà, la giustizia e l’amore.

Ringrazio e saluto i Rioni per la loro partecipazione; saluto il Sig. Sindaco che è presente in questa bella circostanza. Chiediamo alla Vergine l’aiuto per la serenità delle famiglie della nostra città e diocesi, per quelle soprattutto che sono provate dalla malattia, dal dolore, dalla perdita del lavoro che cominciano ad esserci anche tra noi con problemi seri. Preghiamo perché anche in queste situazioni la nostra carità sia un segno di vicinanza e di conforto, e diventi lo strumento attraverso il quale la Vergine santa mostra di avere ascoltato le nostre preghiere.

                                                                                                             

OMELIA per la FESTA DEL LAVORO
Faenza, S.Giuseppe Artigiano - 1 maggio 2010
01-05-2010

La festa di S. Giuseppe, patrono dei lavoratori, ci aiuta ad avere presenti molti aspetti della nostra vita, legati al disegno che Dio ha per ogni uomo.

Nella prima lettura il racconto della creazione si ha ricordato che Dio ha posto l’uomo come la creatura più alta nel mondo. ‘Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo’. Questo linguaggio dice la preminenza dell’uomo nel creato e ci rivela che al di sopra dell’uomo c’è soltanto Dio.

Più precisamente Dio ha voluto nel progetto della creazione la presenza di suo Figlio fatto uomo; per cui l’uomo attinge dignità anche da questa ulteriore finalità che Dio ha avuto nella creazione: ‘Per mezzo di lui e in vista di lui tutto è stato fatto’.

Al di là di queste considerazioni molto belle, che ci dicono la grandezza che Dio ha posto nell’uomo, vogliamo vedere che cosa ancora oggi a noi dice il disegno di Dio, perché dopo l’inizio così bello voluto da Dio ci fu il peccato. Il peccato non cambiò il progetto di Dio, ma cambiò il rapporto dell’uomo verso il creato, oltre che verso Dio. L’uomo cominciò a guardare il creato con atteggiamento egoistico pensando di sfruttarlo. Vediamo anche oggi, con i disastri di questi giorni, cosa sta producendo una visione errata del rapporto tra l’uomo e il creato. L’uomo con una certa ingordigia sta sfruttando le risorse e le energie del creato. Dio invece aveva voluto che l’uomo collaborasse con Lui a perfezionare la creazione, come ha detto anche la preghiera all’inizio della Messa. Dio non ha voluto fare tutto, ma ha lasciato qualche cosa anche a noi, perché completassimo e perfezionassimo il creato, e non soltanto ne capissimo le dinamiche per approfittarne.

Il testo della Genesi poi ci ha detto che Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò. È il giorno del riposo, il giorno che Dio si riserva dopo avere compiuto l’opera della creazione. Questo ci dice che il tempo è di Dio, il tempo ci è donato, è una opportunità. E come tutti i doni  vanno valorizzati, accolti e investiti. Il tempo Dio ce lo dà gratuitamente, ma poi ce ne chiede conto. Il tempo della festa è prezioso perché è quello che dà senso a tutto il resto.

Quando diciamo che il lavoro è per l’uomo, forse non comprendiamo subito cosa significa e come si fa a metterlo in pratica. Pensiamo allora cosa vuol dire salvare il valore della famiglia nel lavoro; come viviamo il riposo, senza scambiarlo con il tempo libero impegnato in ulteriori stress, come qualcuno fa, soprattutto tra i più giovani, che invece di riposare alla notte cercano lo sballo. Il riposo è importante per distendersi, ricuperare le energie, avere del tempo per se stessi e per la famiglia. Pensiamo l’importanza di mantenere e coltivare le amicizie, le opere di carità; l’avere un tempo per la cultura, per la preghiera. Non c’è solo il lavoro. Il lavoro se non è arricchito da tutti questi altri aspetti della vita, rischia di perdere la sua vera dignità.

S. Paolo ci ha detto: ‘Al di sopra di tutto vi sia la carità’. Il Papa nella sua ultima enciclica di carattere sociale Caritas in veritate, ci ha dato un suggerimento al riguardo. Ha detto: ‘La dottrina sociale della Chiesa ritiene che possono essere vissuti rapporti autenticamente umani di amicizia e di socialità, di solidarietà e di reciprocità, anche all’interno dell’attività economica e non soltanto fuori di essa o dopo di essa’ (n.36).

Il Papa vuol dire che noi sappiamo che la carità, l’aiuto, la solidarietà si possono fare in tante occasioni. Noi però diciamo: intanto pensiamo a lavorare, poi faremo anche questo. No, dice il Papa, anche all’interno dell’attività economica, quindi dell’impresa, della produzione del reddito, anche lì dobbiamo trovare il modo di non dimenticarci che al di sopra di tutto ci deve essere la carità.

Nell’impresa non c’è solo il perseguimento del massimo profitto, ma va tenuto presente anche il bene comune, per esempio nel rapporto con i paesi in via di sviluppo, se si vuole guardare al mondo in modo più ampio; si deve tenere conto del capitale umano di esperienza, di cultura, di interesse per tutti; così pure si devono tenere presenti le situazioni particolari dei singoli lavoratori e delle loro famiglie. Ci sono quindi degli aspetti che ci possono suggerire come tenere presente la carità dappertutto. Questo per dire che c’è ancora qualcosa da fare per umanizzare il lavoro.

Nel vangelo si è parlato del Signore Gesù, e anche di Giuseppe in modo indiretto, quando la gente diceva: ‘Non è egli il figlio del carpentiere?’. Lo conoscevano e sapevano che era figlio di un lavoratore e lavoratore lui stesso. Noi sappiamo che in cielo il Signore Gesù, oltre alle piaghe della sua passione, porta nelle sue mani il segno dei calli di lavoratore. Poi come siano le cose in cielo non ci è stato ancora rivelato, ma la sua umanità è stata segnata anche dalla fatica del lavoro. Benedici Signore l’opera delle nostre mani, abbiamo ripetuto nel ritornello del salmo responsoriale, perché anche sulla fatica delle nostre attività vogliamo ottenere la protezione e l’aiuto del Signore.

Il lavoro è un completamento della persona, nel rispetto della dignità umana e come mezzo di partecipazione allo sviluppo del mondo. Capiamo allora come sia un diritto di tutti avere un lavoro adeguato. Ricordarcelo non vuol dire soltanto pensare a quello che devono fare i governi o i datori di lavoro. Vuol dire anche riflettere su quello che noi possiamo fare. In tempi di difficoltà è più grave avere un secondo lavoro, quando c’è qualcuno che non ha nemmeno il primo; così bisogna riflettere molto sul ritardare la pensione, quando questo può impedire il subentro dei giovani nell’attività lavorativa. Questi temi ci riguardano tutti, e noi cristiani dobbiamo trovare il modo di riflettervi in modo costruttivo.

La gente che ascoltava Gesù si chiedeva: ‘Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli?’ Certo rimaneva stupita di fronte a quello che Gesù compiva, ma ammirava anche la sua sapienza. Questo ci dice come sia importante anche per noi partecipare alla conoscenza dell’insegnamento del Signore, approfondendo quello che Lui ha voluto insegnarci con la sua parola.

Anche per chi lavora è necessaria la formazione. Oltre alla formazione tecnica, è necessaria la conoscenza della Dottrina sociale della Chiesa, sui temi del lavoro, della famiglia, della vita sociale, nazionale e mondiale. Sono tutti aspetti sui quali non possiamo accontentarci che ci sia solo qualcuno che sa qualche cosa. Renderci conto, approfondire, conoscere certi problemi fa parte del rispetto della dignità dell’uomo che lavora.

In particolare il lavoratore cristiano ha un ruolo importante per animare con la fede le realtà temporali, senza subire in modo passivo l’influsso delle ideologie dominanti. Noi abbiamo una grande risorsa nell’insegnamento della Chiesa. Ho citato l’ultima enciclica del Papa. Se oltre a leggerla la approfondiamo insieme nei nostri gruppi, ci accorgiamo che ci sono delle indicazioni che possono fare bene non solo a noi ma anche a coloro, con i quali poi ci troviamo insieme nel lavoro e nella vita sociale, verso i quali abbiamo il dovere di dare il nostro contributo qualificato.

In questa giornata ci ricordiamo che per tutti il lavoro è un diritto, per il mantenimento proprio e della famiglia, per il perfezionamento della propria personalità, per fare la propria parte nella società. Per questo vogliamo pregare perché le difficoltà di questi giorni si possano presto superare. Inoltre cogliamo l’occasione per chiederci che cosa possiamo fare  per arricchirci con una conoscenza migliore, con una formazione più completa, che faccia tesoro di ciò che la Chiesa nella sua sapienza ci sta offrendo.

OMELIA per il 65 ANNIVERSARIO della LIBERAZIONE
25-04-2010

Nell’anniversario della liberazione, celebriamo questa Messa per ricordare coloro che persero la vita nella difesa della nostra libertà, per ringraziare il Signore per il dono della libertà riconquistata e per comprendere la grazia del lungo periodo di pace che ne è seguito nel nostro paese e in Europa.

La ricorrenza annuale di un evento così importante per la nostra storia deve anzitutto farci ricordare il dovere della gratitudine, che per i credenti deve concretizzarsi nella preghiera, in particolare per i defunti, e per tutti coloro che con il loro impegno civile e politico hanno aiutato la ricostruzione materiale e morale del paese. Per tutti c’è l’impegno di valorizzare questa grande opportunità, per il bene non solo della nostra nazione, ma anche della comunità dei popoli.

Fare memoria oggi vuol dire guardare avanti, nella difesa attiva dei valori che i nostri padri seppero ricuperare dalle radici della nostra civiltà, inserendosi nel cammino con gli altri paesi liberati. L’avere raggiunto il traguardo della liberazione con l’aiuto di altre nazioni, ci ha unito in un percorso di ampie dimensioni, che oggi dovrebbe aiutarci a lavorare insieme per il progresso umano di tutti i popoli, con i quali in qualche modo siamo in contatto.

Libertà, democrazia, pace, sviluppo economico e sociale sono conquiste che si raggiungono e si difendono insieme, o si perdono insieme. Non possiamo pensare di poter progredire da soli in un mondo in cui qualcuno debba rimanere indietro.

Forse è questa la sfida più difficile che il nostro tempo potrebbe riservarci, e faremmo un torto a coloro che oggi ricordiamo se il nostro impegno non fosse rivolto ugualmente a tutti.

Nella domenica del Buon Pastore, mentre preghiamo per i pastori che Cristo ha voluto per la sua Chiesa, perché non vengano mai meno e siano trovati fedeli, preghiamo anche per coloro che hanno la responsabilità politica della pace, della libertà e dello sviluppo dei popoli, perché sappiano difendere e far progredire questi beni essenziali per la vita di tutta la famiglia umana.

OMELIA per la PASQUA 2010 (sintesi)
04-04-2010

Finalmente la Pasqua, una notizia bella, che ci fa bene, di cui abbiamo bisogno, tanto più, quanto più è stata buia la notte dell’attesa.

Ogni anno è così, sembra quasi che la Pasqua sia messa apposta in quella data, per aprirci alla speranza, per dirci che non è vero che non c’è più nulla da fare, per offrirci un riferimento sicuro, che è vero sempre, che ha già superato tante sventure, tante cattiverie, tanti ostacoli che sembravano insormontabili. La vittoria pasquale di Cristo viene presentata ogni anno, perché ogni anno ne abbiamo bisogno.

Il racconto della scoperta di Cristo risorto è quanto di più sorprendente possiamo incontrare. Le donne vanno al mattino presto alla tomba e si sentono dire: ‘Perché cercate tra i morti colui che è vivo? È risorto, non è qui’.

Sapere che Gesù è vivo, che è apparso oltre che alle donne anche  a Simone e agli altri apostoli, è la buona notizia che ha cambiato la storia del mondo; e ancora oggi la può cambiare, se quell’evento entra nella nostra vita di credenti.

Il mistero della Pasqua è tutto qui: Gesù è vivo, e ognuno di noi lo può incontrare nella Chiesa, nella sua Parola, nei sacramenti mediante la fede, ed essere una creatura nuova.

Quanto più il male dilaga, tanto più si rende necessaria una risposta forte e vincente; non se ne esce con un compromesso, con lo scendere a patti, con il cambiare le regole. Se Dio è sceso dal cielo ed è morto per mostrarci il suo amore, ed è risorto per comunicarci la sua vita, è segno che noi da soli non ce la potevamo fare a liberarci dal male, dal peccato, dall’ignoranza, dall’insignificanza e dalla morte. Cristo invece con la sua morte e risurrezione e donandoci lo Spirito santo ha fatto tutto questo. Chi nella fede riesce ad accogliere questo dono, che gli è trasmesso nel battesimo, è una fortuna per se stesso e per tutti. C’è sempre bisogno di persone così, che sappiano vivere con questa fede, che sappiano infondere questa speranza e sappiano praticare questa carità.

Ma quando il male lo troviamo anche negli uomini di Chiesa? Certo il turbamento può essere grande e procurare disappunto e dolore. Non vogliamo però anche in questo caso, pensare che tutto sia perso; non vogliamo assecondare coloro che combattono la Chiesa e amplificano i fatti pensando di farla crollare, come una qualsiasi istituzione umana. Se la Chiesa continua nel tempo non è certo merito dei suoi uomini, ma solo dello Spirito santo che la anima, e del Cristo suo capo che la guida. Ecco perché anche in questi casi dobbiamo amare sempre di più la Chiesa, stare vicino con affetto al S. Padre e pregare per tutti i suoi figli peccatori. Non per niente Cristo ha detto che le porte degli inferi non prevarranno contro di essa, compresi coloro che in modo più o meno consapevole agiscono dall’interno.

Il Papa al termine della Via crucis al Colosseo ha detto: ‘Viviamo nell’attesa dell’alba del terzo giorno, l’alba della vittoria dell’amore di Dio, l’alba della luce che permette agli occhi del cuore di vedere in modo nuovo la vita, le difficoltà, la sofferenza. I nostri insuccessi, le nostre delusioni, le nostre amarezze che sembrano segnare il crollo di tutto sono illuminate dalla speranza. L’atto di amore della croce viene confermato dal Padre e la luce sfolgorante della Risurrezione tutto avvolge e trasforma. Dal tradimento può nascere l’amicizia, dal rinnegamento il perdono, dall’odio l’amore. Donaci Signore di portare con amore la nostra croce, le nostre croci quotidiane, nella certezza che esse sono illuminate dal fulgore della tua Pasqua’.

Non meravigliatevi se il vostro vescovo coglie l’occasione della Messa di Pasqua per aiutarvi a vedere alla luce della fede una situazione che merita tutta la nostra partecipazione, sia nell’essere vicini alle vittime degli abusi e delle violenze, sia nel cercare, per quanto dipende da noi, di eliminare il male, sia nel non lasciarci turbare dagli eventi.

Ricordiamo quanto ha detto Gesù: ‘Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!’ (Mt 18,7).

La Pasqua è vita, è grazia, è santità, è speranza, è amore, è gioia. Se lasciamo agire in noi la forza di Cristo risorto, anche da questo male Dio saprà ricavare un bene, anzitutto per coloro che in queste vicende hanno più sofferto, ma anche per tutti. ‘Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù’ pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra’.

OMELIA per la MESSA CRISMALE 2010
Faenza, Basilica Cattedrale - 1 aprile 2010
01-04-2010

Nell’anno sacerdotale la celebrazione della Messa crismale è il momento culminante di tutto l’anno, sia per il ricordo della istituzione del sacerdozio ministeriale, sia per la santa convocazione che testimonia la comunione di tutto il presbiterio.

Il sacerdozio di Cristo, partecipato a tutti i fedeli nel battesimo e nella cresima, ad alcuni fratelli scelti con affetto di predilezione, mediante l’imposizione delle mani viene partecipato per il ministero di salvezza, come diremo tra poco nel prefazio della Messa.

In questa celebrazione i presbiteri sono invitati a rinnovare le promesse che al momento dell’ordinazione furono fatte davanti al Vescovo, mettendo quindi in evidenza una loro particolare partecipazione a questa Eucaristia. È in questo giorno infatti che la Chiesa ricorda il dono che Gesù ha fatto insieme sia dell’Eucaristia sia del Sacerdozio.

Il Papa, facendo alla Chiesa il dono di questo anno particolare, lo ha legato alla figura del Santo Curato d’Ars, per ricordare il 150.mo anniversario della sua nascita al Cielo, per dare un patrono a tutti presbiteri con l’esempio della sua vita di pastore santo. Vogliamo allora lasciarci edificare da alcune parole, da lui usate nelle catechesi che faceva ai suoi fedeli, per riflettere sulla grazia del sacerdozio ministeriale.

‘Il prete non lo capiremo bene che in cielo. Se lo capissimo sulla terra, moriremmo non di spavento ma di amore. Tutti gli altri benefici di Dio non ci gioverebbero per nulla senza il prete. A che servirebbe una casa colma d’oro se non aveste alcuno che ve ne possa aprire la porta? Il prete possiede la chiave dei tesori celesti e ne disserra la porta; è l’economo del buon Dio, l’amministratore dei suoi beni. Senza di lui la morte e la passione di Nostro Signore non servirebbero a nulla’ Il prete non è prete per se stesso: egli non può darsi l’assoluzione né amministrarsi i sacramenti. Egli non esiste per sé, ma per tutti voi’.

Con un linguaggio molto vicino ai suoi ascoltatori il Santo Curato mette in evidenza quello che il prefazio ci dirà ancora: ‘Tu o Padre vuoi che nel nome di Cristo rinnovino il sacrificio redentore, preparino i tuoi figli alla mensa pasquale, e, servi premurosi del tuo popolo, lo nutrano con la tua parola e lo santifichino con i sacramenti’. È questo l’aspetto del ministero che attinge direttamente al mistero del presbitero che rappresenta in modo sacramentale Cristo pastore e guida del suo popolo. Lo viviamo anche noi con stupore e gratitudine, sapendo che nelle nostre comunità i sacramenti donano la grazia per la potenza divina. Considerando questa efficacia, il Santo Curato definisce il sacerdozio ‘l’amore del Cuore di Gesù’.

Ma tenendo conto del ministero, con una espressione che quasi ci stupisce, il Curato d’Ars usa alcune parole che sono certamente frutto anche della sua esperienza di confessore e di parroco: ‘Il sacerdozio è un incarico così pesante che se il prete non avesse la consolazione e la felicità di celebrare la Santa Messa, non potrebbe sopportarlo. No. Non c’è nessuno al mondo più disgraziato di un prete! Come trascorre la sua vita? A vedere il Buon Dio offeso. Il prete non vede che questo’.

In questi giorni possiamo aggiungere anche la sofferenza per le tristi notizie sul comportamento peccaminoso di alcuni sacerdoti, strumentalizzate dai mezzi di comunicazione, ma non per questo meno dolorose. La reazione giusta da parte nostra non può essere che la preghiera perché il Signore difenda i suoi ministri dal male, e un impegno maggiore nella santità. La Chiesa santa e sempre bisognosa di conversione, ha la forza dal suo Signore di superare i momenti anche più difficili.

È ovvio che al prete faccia dispiacere vedere offeso Dio e la sua Chiesa, e si senta in qualche modo coinvolto. Si potrebbe però ricordare a questo riguardo ciò che Dio disse a Samuele, dispiaciuto perché il popolo chiedeva un re: ‘Non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me’ (1Sam 8,7).

Il prete resta necessario nell’economia della mediazione salvifica. Diceva il Santo Curato: ‘Lasciate una parrocchia vent’anni senza sacerdote, e si metteranno ad adorare le bestie’. Forse il nostro tempo è riuscito a peggiorare la situazione, perché ormai si adorano gli animali anche se c’è il prete.

Nelle sue catechesi ci sono indicazioni preziose perché il prete non si lasci soffocare né dagli insuccessi né dai suoi limiti personali: ‘Ciò che impedisce a noi preti di essere santi è la mancanza di riflessione. Non si rientra in  se stessi; non si sa ciò che si fa. La riflessione, la preghiera, l’unione con Dio sono le cose di cui abbiamo bisogno!’. Chiediamo al Santo Curato che ci aiuti a fare tesoro nella nostra vita di questi suggerimenti, per la nostra serenità e per il bene della nostra gente, che più che indaffarati vuole vederci ad attendere alle cose del Padre, come Gesù.

Come ogni anno vogliamo ricordare in questa Eucaristia i confratelli che il Signore ha chiamato a Sé da questa vita per il premio eterno: Mons. Arnaldo Caroli, don Giacomo Ragazzini, Can. Antonio Poletti, Mons. Nello Castellari e in questi ultimi giorni il Vescovo Mons. Franco Gualdrini. Li ricordiamo in questo giorno pensando a quanti fanno già festa in Cielo, e sono uniti a noi nel mistero della Comunione dei Santi. Il nostro ricordo affettuoso sia arricchito dalla nostra preghiera.

Ricordiamo anche i nostri confratelli ammalati o impediti, che stanno unendo le loro personali sofferenze al sacrificio di Cristo, a favore del suo Corpo che è la Chiesa. Il Signore dia loro il suo conforto  e la convinzione di non essere meno utili alla Chiesa ora di quando erano nell’attività pastorale.

Poi vogliamo stringerci fraternamente con coloro che in questo anno celebrano una ricorrenza significativa della loro ordinazione presbiterale: il venticinquesimo di don Anteo Cappelli, di don Maurizio Tagliaferri, di fra Franco Acanfora, di P. Vittorio Bosello, e il sessantacinquesimo di don Stelo Fenati, don Mario Monti, Mons. Giuseppe Piazza. Il Signore benedica le loro fatiche apostoliche e li conservi ancora alla nostra Chiesa e alla nostra amicizia.

Ricordiamo i presbiteri missionari originari della nostra Chiesa, per i quali è pure tradizione destinare la colletta all’offertorio della Messa. Questa estate, a Dio piacendo, farò visita a P. Giuliano Gorini nella sua missione, per testimoniare a lui la vicinanza della nostra Chiesa, che lo aiuta concretamente con la generosità di tanti confratelli e dell’associazione dei suoi amici. Questa visita vuole essere anche un segno di condivisione dell’impegno di tutti i nostri missionari.

Sabato scorso la nostra Chiesa diocesana ha vissuto un momento particolarmente intenso della sua storia, con l’apertura del processo per la causa di beatificazione e canonizzazione di P. Daniele Badiali, prete diocesano ucciso mentre era in missione in Perù nell’ambito dell’Operazione Mato Grosso. Conoscere meglio la sua breve vita, approfondire la sua spiritualità missionaria, cogliere l’esempio generoso del suo ministero potrà essere di incoraggiamento per tanti giovani e per i presbiteri del nostro tempo. Chiediamo al Signore che ce lo voglia ridonare con la grazia del riconoscimento della Chiesa sull’eroicità delle sue virtù.

Viviamo questa Eucaristia con la presenza festosa dei ministranti delle nostre parrocchie, che invitiamo a servire da vicino Gesù non solo attorno all’altare ma anche nelle scelte della vita, pronti a dire di sì ad ogni sua chiamata sull’esempio di P. Daniele, per il servizio e la gioia della nostra Chiesa.

OMELIA per l’APERTURA della fase diocesana del processo di BEATIFICAZIONE e CANONIZZAZIONE del SERVO DI DIO DANIELE BADIALI
Faenza, Basilica Cattedrale, 20 marzo 2010
20-03-2010

La Chiesa di Faenza-Modigliana conserva con particolare affetto la memoria di P. Daniele Badiali, presbitero diocesano fidei donum ucciso tredici anni fa nella prelatura di Huari in Perù, in una circostanza di carità pastorale eroica, da lui vissuta nell’attività missionaria dell’Operazione Mato Grosso.

La liturgia della V domenica di quaresima che stiamo celebrando ci ha ricordato nelle parole del profeta Isaia che Dio sta facendo una cosa nuova: ‘Proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?’. La novità vera che Dio vuole compiere è la conversione del nostro cuore, perché accogliamo l’invito che Gesù fa a tutti noi peccatori: ‘Va’ e d’ora in poi non peccare più’. L’onnipotenza di Dio si manifesta soprattutto nella misericordia e nel perdono, più ancora che nel prodigio della creazione. Direbbe P. Daniele: ‘Ogni giorno siamo sempre all’inizio della conversione ed è una grazia che riceviamo dal Signore poter ricominciare da capo’.

 

Anche quanto S. Paolo ha detto nel brano della lettera ai Filippesi illumina il nostro ricordo di P. Daniele: ‘Ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui’.

 

Dio ci sta proponendo dei modelli di santità, per stimolarci a diventare nuove creature per la grazia della sua misericordia, nell’incontro con Gesù e nell’imitazione della sua vita.

 

In P. Daniele non è solo la sua vita che ci mostra una scelta definitiva per Cristo, ma anche le sue riflessioni, che arrivano a costituire un vero e proprio insegnamento, trasmesso nelle tante sue lettere, con una lucidità e una forza che stupiscono in un prete vissuto solo 35 anni.

 

Nell’occasione dell’apertura del processo diocesano per la causa di beatificazione, vogliamo cogliere alcuni spunti tra i più significativi del suo epistolario, che suggeriscono un messaggio quanto mai utile per il nostro tempo, in particolare per i giovani.

 

1 – La preoccupazione prevalente per P. Daniele è l’accorgersi ‘che l’uomo desidera vivere senza Dio e cerca di farsi una propria legge morale’ Si cerca di eliminare Dio’ in maniera a volte sottile e a volte palese, ma il risultato non cambia.

 

Porto dentro di me il dolore di tanti giovani d’oggi che hanno perso Dio, e vivono già su questa terra l’inferno’ Oggi come si dipingerebbe l’inferno? Un gran vuoto, un gran buio, il non senso’ Così in tanti ragazzi e soprattutto in me, il vuoto di Dio, la sua mancanza mi spinge a cercarlo con tutto il cuore attraverso i passi del Vangelo, la gratuità”.

 

La sua dolorosa constatazione non è un’accusa o una condanna, ma è una profonda sofferenza, che lo coinvolge a cominciare per primo a non emarginare mai Dio nella propria vita. Questo pensiero lo accompagna sempre nella sua missione tra i poveri, che sono la strada attraverso la quale Dio arriva a lui.

 

‘Il mondo vuole sostituirsi a Dio’ E si costruisce i suoi idoli’ i poveri non sono diversi dai ricchi, cambiano le situazioni, ma il nocciolo rimane identico: o metti Dio al primo posto della tua vita o lo rifiuti’. Con quanta pena scrive: ‘Gesù non interessa a nessuno’. Questo è per lui un cruccio che emerge in continuazione, e alimenta i vari percorsi che possono riportare Dio al centro della vita.

 

2 – Il primo di questi percorsi è la croce di Cristo. ‘Riconoscere i segni del Signore, è molto difficile, io non sono capace. Però m’accorgo se ciò che vivo va verso la croce o meno. Da questo capisco che Gesù mi chiede di fare sacrifici e di prendere un cammino in salita. Se non c’è la croce di mezzo dubito che sia il cammino di Gesù! E la croce non la scelgo io, sono gli altri che te la danno. È successo a Gesù e succede a chiunque procede verso il cammino del Vangelo. La scommessa è credere che Gesù alle persone più care, possa dare come regalo la croce. Ai martiri succede così!!!’

 

Una constatazione che lo fa molto soffrire è vedere il disimpegno dei preti, la proposta di una pastorale comoda e di un cristianesimo facile, l’accogliere questo mondo, che non è poi così malvagio, mentre lui sa che la via della salvezza passa per la croce, che ‘solo la croce sconfigge il mondo, e solo la croce sconfigge il diavolo che mi porto dentro’.

 

3 ‘ Un secondo percorso per incontrare Dio è dato dai poveri. È stato anche il suo primo percorso in ordine di tempo, quando rimase colpito dall’esperienza fatta con gli amici dell’Operazione Mato Grosso sia nei campi di lavoro, sia soprattutto nell’incontro con loro nella missione in Perù, accanto a P. Ugo.

 

‘Vi supplico di lasciarvi sempre commuovere dai poveri! È Gesù che tenta di aprire una breccia nel vostro cuore ormai divenuto di pietra’ la povertà distrugge la facile presunzione di aver messo la coscienza a posto.

 

Dio arriva al cuore dell’uomo solo attraverso l’amore, il dare tutto ciò che hai, il prenderti a cuore la vita intera di una persona’ Mi pare che nel mondo attuale la breccia aperta sia quella della Carità, del dare via ciò che si ha, demolendo così l’egoismo di questo mondo che sta in piedi solo per se stesso e non di certo per illuminare Dio. I nostri ragazzi ai quali chiediamo di fare la Carità, prima o poi arrivano al problema di Dio; non c’è nulla di umano che spieghi il perché della Carità. Oggi più che mai sento che la vita si gioca o a favore di Dio o contro di Lui. E siamo noi cristiani con la nostra vita che dobbiamo saper morire per ‘salvare Dio’ ‘.

 

4 ‘ La terza via per la quale secondo P. Daniele si arriva a Dio è il pensiero della morte. ‘L’uomo ha eliminato Dio, non gli serve per la sua vita oramai superprogrammata. Cerca di tappare tutte le strade attraverso le quali Dio può parlargli. Solo la morte non riesce a tapparla, e la morte è l’ora di Dio che supera tutte le altre’

 

Ciò che dovete constatare è la vita vuota di ognuno di noi, il mondo pieno di tutto, e sempre più vuoto di Dio’ Questo è il mondo che ci siamo creati, un mondo per vivere sempre qui, e lo riempiamo di anestetici per dimenticarci che dobbiamo morire’ Sto male al vedere distrazione di fronte all’unico dramma della vita dell’uomo; che viviamo senza preoccuparci di Dio e della salvezza della nostra anima’.

 

‘Ai ragazzi vorrei urlare: Non perdete tempo, il padrone arriva come un ladro di notte, non andate dietro a cose vane, imparate a guardare in faccia alla morte, solo così capirete quale direzione dare alla vostra vita’.

 

5 ‘ Oltre ai percorsi per arrivare ad accettare Dio nella propria vita, vi sono altre attenzioni nella vita di P. Daniele, tra le quali metteremo in evidenza le seguenti.

 

Anzitutto i giovani. Anche da parroco, saranno i bambini, i ragazzi e i giovani la sua maggiore premura, pur senza dimenticare gli anziani e le famiglie. Il carisma salesiano, arrivato attraverso il P. Ugo, trova ampio spazio nel suo ministero.  ‘Scopro che devo solo voler bene, i ragazzi mi ascolteranno solo se gli ho voluto bene, se si sono sentiti accolti e ascoltati da me’. Il suo anelito più profondo è fare incontrare Gesù ai bambini e ai ragazzi che prepara ai sacramenti, che accoglie a Messa, che sfama con un piatto di minestra. ‘Solo se voglio bene’ posso far entrare nell’anima dei ragazzi questa sete di Dio’.

 

‘Tocco con mano come i miei ragazzi si lascino vincere dal mondo facile e dal progresso’ chiamarli ad un cammino distinto, dove al primo posto ci sia Dio, è un affare che ti costa parecchio’.

 

Scrive il giorno prima di essere sequestrato: ‘Mi dispiace che in Italia non si guardi alla cosa più importante, la devozione, il timor di Dio. Senza questo è tutto ridicolo, una pagliacciata’.

 

6 ‘ L’amore alla Chiesa lo si trova affermato in continuazione, anche quando rileva la sua pena nel constatare il poco impegno per la nuova evangelizzazione promossa dal Papa. 

 

Scriveva al vescovo Mons. Bertozzi, il padre del suo sacerdozio che ha tanto amato: ‘So che non sono solo, e soprattutto in questi anni sto scoprendo la gioia di avere una Chiesa per madre che ti accompagna’. E qualche mese dopo: ‘Desidero e voglio, con l’aiuto del Signore, mettere tutta la mia vita a servizio della Chiesa di Faenza-Modigliana con piena obbedienza al vescovo che ora la guida e ai suoi successori e di conseguenza andare dove Lei e i suoi successori riterranno opportuno’.

 

Il suo pensiero è di essere sempre con la Chiesa, di servire la Chiesa e di portare tutti al Signore attraverso la mediazione della Chiesa.

 

7 ‘ Assai significativo è il suo affetto per la Madonna, nel nome della quale conclude molte delle sue lettere, e che ama di un amore tenerissimo. Colpisce il racconto della Messa che celebra, appena rientrato in Perù dopo l’ordinazione presbiterale, nella chiesa di Chacas dedicata alla Madonna Assunta: ‘Entrai in chiesa, mi inginocchiai davanti alla Madonna’ Ricordo bene la commozione, non riuscivo a trattenere le lacrime’ Ho pianto per tutta la Messa‘.

 

8 ‘ Un ultimo pensiero lo riserviamo ai suoi canti, che per lui erano un modo per pregare e far pregare. Ad un gruppo di ragazzi che avevano fatto un recital per far conoscere la sua missione scrive: ‘Vorrei venirvi accanto, ad ognuno, per suonare e cantare con voi questa musica affinché possa giungere al cuore di ogni uomo e farlo sciogliere, farlo piangere e commuovere’ Coraggio ragazzi, vi accompagno con la chitarra assieme a tutti i miei ragazzi oratoriani, suonate e cantate con la vostra vita questa dolce musica i cui echi riecheggiano in Paradiso’.

 

9 ‘ Da oggi sentiremo parlare del Servo di Dio Daniele Badiali, anche se per noi sarà sempre P. Daniele. ‘La gente mi chiama padre, questo nome tante volte mi fa paura, solo Dio sa essere padre’ la gente ti fa padre e sono obbligato ad accettare questa parte’. Potremo rivolgerci a lui nella preghiera personale e invocare la sua intercessione.

 

10 ‘ Iniziando la causa per la beatificazione e canonizzazione di P. Daniele noi chiediamo alla Chiesa di riconoscere l’eroicità delle virtù e la santità della sua vita. Se il Signore nei suoi disegni vorrà concedere la glorificazione qui in terra del suo servo, egli potrà diventare un esempio di vita santa e il suo messaggio un forte richiamo a mettere Dio come primo scopo della nostra vita, perché Lui sia la nostra gioia qui in terra e la beatitudine eterna nel Cielo

OMELIA per la GIORNATA della VITA CONSACRATA e APERTURA del CENTENARIO di S.UMILTA’
Faenza, Basilica Cattedrale 2 febbraio 2010
02-02-2010

‘C’era anche una profetessa, Anna’ Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni’.

Può sembrare una figura di contorno, la profetessa Anna, nella vicenda della presentazione al tempio di Gesù, accolto dal vecchio Simeone che domina la scena. Eppure anche Anna, giunta per ultima, svolge la sua parte: ‘si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme’. Il vangelo di Luca ci dice anche che questa anziana vedova era una donna consacrata al Signore: ‘Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere’.

Mi è sembrato che la profetessa Anna potesse diventare per noi l’icona che unisce le tre diverse attenzioni che siamo chiamati a vivere in questa celebrazione: la presentazione di Gesù al tempio; la Giornata della vita consacrata; il settimo centenario della morte di S. Umiltà da Faenza.

A quaranta giorni dal Natale la luce di Cristo è già stata manifestata al mondo, al popolo di Dio e ai discepoli attraverso alcuni gesti significativi di Cristo ricordati dalla liturgia. Nella celebrazione di oggi la luce viene posta nelle nostre mani perché tutti ne siamo illuminati e la facciamo brillare per rivelare Gesù alle genti.

Gesù entra nel tempio, la casa di suo Padre, per essere offerto al Signore nel rispetto della legge di Mosè. Questa volta viene riscattato, ma quando arriverà la sua ora, l’offerta di Gesù diventerà l’unico e perfetto sacrificio della nuova ed eterna alleanza. È il motivo per cui Gesù è entrato nel mondo; è la speranza che viene accesa in coloro che lo seguono; è la vittoria che si prospetta davanti a Lui: ‘Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire?’. È la lotta contro il maligno che Gesù affronta per noi, per liberarci dal male e dalla morte. ‘Infatti, proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova’. Tutti abbiamo bisogno della sua salvezza, tutti siamo associati nella sua redenzione.

Il mistero del Signore, che entra nel tempio per anticipare l’offerta del mistero pasquale, trova la presenza di due personaggi che vengono premiati nella loro fede e nella speranza manifestata nell’attesa di Lui. La figura di Anna in modo particolare sembra anticipare profeticamente la condizione della vita consacrata. Questa infatti è anzitutto attesa del Signore che viene; attesa per un incontro esclusivo e definitivo in un vincolo sponsale. Il Signore è cercato, desiderato, servito, pregato e adorato, secondo la vocazione e il carisma di ciascuno.

I vescovi italiani nel messaggio di quest’anno mettono in risalto un aspetto comune fra tutti i consacrati chiedendosi: ‘La vita consacrata, non è forse una chiamata a essere testimoni dell’essenziale?’ Nel mondo frantumato e disperso di oggi, che insegue tanti miraggi incapaci di soddisfare la sete di infinito che è nel cuore dell’uomo, il richiamo sulla necessità di testimoniare l’essenziale fa riscoprire anche la valenza missionaria della vita consacrata. Non si tratta infatti di fuggire dal mondo per difenderci delle sue insidie, ma si tratta di mettersi in mezzo ai fratelli e alle sorelle di tutta l’umanità per indicare con dei segni convincenti il cammino da percorrere nella luce di Cristo per la vera felicità dell’uomo.

Sono i Santi che ci insegnano la via di questa testimonianza. I vescovi ancora esprimono l’invito a conoscere e approfondire la storia della santità, fonte di grande illuminazione e conforto. Il Papa ha indicato il santo Curato d’Ars come modello di vita per i presbiteri, insieme ad altre figure che sta illustrando nelle sue catechesi. Questa sera abbiamo davanti a noi anche la figura di S. Umiltà, una delle grandi mistiche del duecento,  per ringraziare il Signore per le grandi cose che ha operato in lei, e per gli esempi di santità che ci ha lasciato nelle varie situazioni della sua vita.

Ella era desiderosa di ‘intagliare la propria vita sull’essenziale’, e pensava ad una vita tutta dedicata al Signore. Fu invece indotta ad avviarsi nella vita matrimoniale, di cui ha provato le gioie della sposa e della madre, ma in seguito anche le sofferenze per la morte dei due figli e per la successiva malattia e morte del suo sposo. Trovatasi libera di seguire il suo ideale di consacrarsi al Signore totalmente, ha provato le difficoltà per la ricerca della sua via. Fondatrice di due monasteri, ha percorso più volte i cento kilometri tra Faenza e Firenze per seguire gli sviluppi delle sue fondazioni. Di lei abbiamo i testi dei Sermoni, che sono gli insegnamenti rivolti alle sue monache, i quali ci rivelano pure le sue esperienze mistiche.

La figura della profetessa Anna, che rimasta vedova ha servito Dio notte e giorno con digiuni e preghiere, si ritrova in Rosanese Negusanti, che in religione assumerà il nome di Umiltà. Il passaggio dalla vita matrimoniale alla vita consacrata si ritrova ancora in altri casi. Basti pensare alla Beata Angela da Foligno, un’altra grande mistica del duecento, anch’ella sposa poi vedova e consacrata, morta un anno prima di S. Umiltà.

La vita singolare di queste Sante ci insegna in quale direzione dobbiamo cercare l’essenziale per la nostra vita. Il percorso può essere molto vario, ma se siamo chiaramente orientati il Signore trova il modo per farci arrivare sul cammino giusto.

Essere testimoni dell’essenziale è possibile a tutti, sia che la consacrazione abbia le caratteristiche della vita attiva, sia che abbia quelle della contemplazione. Si tratta di scegliere la parte migliore, di cercare prima il Regno di Dio e la sua santità, di sapere che senza Gesù non possiamo fare nulla. Questi sono richiami del Signore che valgono per tutti e possono essere raggiunti in modi diversi secondo il proprio stato di vita. I santi ce lo dimostrano concretamente.

Per concludere raccogliamo da uno dei sermoni di S. Umiltà una riflessione che ci mostra l’essenziale da lei cercato e indicato anche a noi: ‘Non c’è notte per chi ama: il cuore di coloro che amano Cristo, sole di giustizia, sempre si rifugia là dove l’umana incarnazione di Cristo si pone oltre ogni altro amore. Il mio regale maestro, che ama sempre guadagnare, ha fatto innanzi tutto una strada dove ha posto per noi ogni sicurezza. Così noi possiamo camminare sicuri, non c’è modo di peccare. Capite bene queste parole!’ (dal Sermone VII,31).

Non c’è notte per chi ama: per chi ama il Signore, per chi si rifugia nel cuore del Verbo incarnato, per chi cammina nella strada resa sicura dalla sua presenza, per chi quindi sta lontano dal peccato. Questo è davvero l’essenziale che ci deve premere e che chiediamo di raggiungere anche per intercessione di S. Umiltà. E questo auguriamo nella preghiera a tutti i consacrati e le consacrate che adesso rinnovano i loro voti, in particolare a quanti ricordano ricorrenze giubilari della propria professione religiosa.

OMELIA per il I ANNIVERSARIO della morte di Mons. MARIO BABINI
Faenza, Basilica Cattedrale 15 ottobre 2009
16-10-2009

Ricordare don Mario ad un anno dalla morte resta per noi un impegno di suffragio per la sua anima, che adempiamo con l’Eucaristia che stiamo celebrando, in questa chiesa cattedrale che fu il luogo principale del suo ministero, fintanto che la salute glielo ha consentito. Qui celebrava la Messa e predicava, qui confessava e guidava le anime nella vita spirituale, anche se il suo ministero per la verità si è svolto anche in altri luoghi, compresa casa sua.

Insieme alla preghiera di suffragio riconoscente e doverosa, dobbiamo impegnarci a fare tesoro di quanto il Signore attraverso di lui ha detto alla nostra Chiesa, con la sua testimonianza viva e anche con gli scritti che ha lasciato.

Ci si può fare un’idea della preziosità del suo messaggio dagli scritti riportati nel cartoncino che la famiglia ha preparato per questo anniversario. La forma della preghiera rivolta direttamente a Dio, dice la confidenza con cui egli sapeva esprimere nella fede i sentimenti più delicati e le riflessioni più profonde sulla vita e sulla morte, sulla vocazione e il suo ministero, sui familiari e su coloro che ha incontrato nella sua vita.

Don Mario non ha lasciato un testamento spirituale. Lo afferma lui stesso in calce ad un breve appunto in data 11 febbraio 2004: ‘Queste righe sono per quelli che mi hanno chiesto con insistenza un testamento spirituale. Non mi è ancora venuta l’ispirazione: lascio perciò queste poche parole’.

Per supplire a questa lacuna, si è pensato di pubblicare alcuni testi, che rendono con molta efficacia il suo mettersi di fronte alla morte, con grande fiducia nella misericordia del Padre, e con uno sguardo pieno di gratitudine sulla propria vita.

Il testo più efficace è indubbiamente il primo: ‘Ecco, io vengo’. Ma preferisco fare ora una breve riflessione sull’ultimo, proprio per il carattere di testamento che di fatto assume.

In questo scritto colpisce subito il riferimento esplicito alla SS.ma Trinità. Non è infatti consueto nelle nostre preghiere rivolgersi al Dio Trino della rivelazione cristiana. In questo testo si avverte il modo spontaneo di don Mario di tenere presente uno dei misteri principali della nostra fede. Il testo si conclude con una dossologia perfetta: ‘Gloria al Padre, per mezzo del Figlio, nella grazia dello Spirito Santo, con Maria e in Maria. Amen’. Le tre Persone della SS.ma Trinità non sono soltanto accostate alla pari, come normalmente si fa, ma vengono ricordate nella relazione che intercorre tra di loro e nella missione dell’opera salvifica.

Tutto ritorna al Padre: la proclamazione della gloria, il cammino della vita, l’essere accolto sulla soglia della casa del Cielo. Questo viene manifestato con una tenerezza filiale che si esprime con immediatezza: ‘Fin da giovane, o Signore, ho riposto in te la mia speranza, per il dono della fede accolto dal cuore di Mamma e Babbo’. Il cuore di Mamma e Babbo, (entrambe le parole sono scritte con la lettera maiuscola quasi a riconoscere l’origine divina del ruolo da essi svolto), richiama direttamente il cuore di Dio: ‘Oh Dio Amore, Trinità santa, che adoro, che amo, in cui mi immergo, possa per sempre inebriarmi in Te nella Città dei Santi’.

Don Mario si è messo alla presenza di Dio, e a Lui si rivolge esprimendo ciò che il pensiero della vita che volge al termine gli suggerisce. Non emerge nessuna paura, nessun rammarico per il passato, nessun rimpianto per ciò che dovrà essere abbandonato. Ciò che fiorisce in questa breve riflessione è solo amore, fiducia, serenità, speranza. ‘Ora sono avanti negli anni e il vigore si avvia al declino: non lasciarmi da solo, o Signore, ma continua a tenermi per mano’. Come non riconoscere in questa breve invocazione l’eco di quella dei discepoli di Emmaus rivolta a Gesù che aveva camminato con loro: ‘Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto’ (Lc 24,29)?

La fiducia con cui viene chiesta questa vicinanza nel momento ultimo è fondata sull’esperienza di tutta la vita: ‘Tu per mano, mi hai preso e mi hai guidato: spero dalla tua bontà di essere accolto insieme ai fratelli e alle sorelle, che mi hai fatto dono di incontrare nella mia lunga vita su questa terra e a tutti gli uomini tuoi figli’.

Si manifesta qui un’altra delle caratteristiche di don Mario: non dimenticare mai nessuno, né coloro che ha conosciuto, né coloro che solo Dio conosce. Pensa agli altri istintivamente e li affida alla bontà del Padre, tutti indistintamente. Direbbe S. Paolo: ‘Forse Dio è Dio soltanto dei Giudei? Non lo è anche delle genti? Certo, anche delle genti! Perché unico è Dio’.

‘Oh Padre, tu sei l’orizzonte ultimo del mio pellegrinaggio verso la Casa, dove Tu sulla soglia mi attendi’. Anche qui una risonanza evangelica evidente, della parabola del Padre misericordioso che attende il figlio prodigo, che ritorna a casa.

Tutto il cammino della vita e del perdono verso il Padre che è nei cieli ha un protagonista che l’ha ottenuto con la sua vita morte e risurrezione. ‘È Gesù, il Figlio tuo fatto uomo, che col dono dello Spirito mi porta a Te, dopo averci dato, in un gesto infinito di amore, la Mamma sua, come Mamma di tutti noi peccatori’. ‘Mi porta a Te, dopo averci dato’: una sgrammaticatura che salva però la verità della salvezza personale, nella comunione della Chiesa, di cui la Vergine Maria è Madre.

Lo Spirito Santo, dopo essere stato ricordato nella sua opera santificatrice, è invocato anche come Dio Amore, nell’intimità della Trinità santa.

Infine il ricordo di Maria, la Mamma affidata a noi da Cristo sulla croce, che svolge la sua intercessione materna insieme alla mediazione del Signore Gesù. ‘Con Maria e in Maria’: il ricordo della Madre secondo l’ordine della grazia è fatto con sobria precisione teologica, e ugualmente con grande affetto.

‘Non mi è venuta ancora l’ispirazione’. Possiamo davvero riconoscere la modestia con cui don Mario ci ha lasciato questi spunti. In essi la vita nel tempo e nell’eternità è presentata come un dono che nasce, cresce e cammina nell’amore per riposare nel grembo della SS.ma Trinità, con Maria nella Città dei Santi.

Il brano è firmato: ‘Mario Babini, prete diocesano’. Può essere una cosa ovvia, ma l’averlo scritto è segno che non lo è, nel senso che don Mario ha voluto mettere in evidenza il suo rapporto con la Chiesa diocesana in quanto presbitero. Chiesa che ha amato e servito nella sua ricchezza e nella sua povertà, ma sempre con affetto perché è nostra madre.

È bello inoltre notare che il giorno precedente la sua morte si celebrava la festa dell’anniversario della dedicazione della Chiesa cattedrale, cioè la festa della Chiesa diocesana.

Nel brano del Vangelo di Luca Gesù ha rimproverato coloro che uccidono i profeti e coloro che non li ascoltano: ‘Avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito’. Il Signore in tutti i tempi diffonde i messaggeri del suo amore. Tocca a noi accoglierli e ascoltarli, e lasciarli parlare per tutti coloro che desiderano entrare in rapporto con Dio. Anche noi possiamo ripetere con don Mario: ‘Aumenta la nostra sete di conoscerti; acuisci il desiderio di incontrarti’.

OMELIA per l’ORDINAZIONE DIACONALE di FRA’ MARCO FREDDI
Alfonsine, CHiesa di S.Maria - 5 settembre 2009
07-09-2009

Gesù si trova all’estero, fuori del territorio di Israele, dove ha guarito la figlia di una donna pagana, e rimane in terra pagana, nella Decapoli, mentre si dirige verso il lago di Genezaret. Probabilmente anche il sordomuto che gli conducono da guarire è pagano. Anche questo è un piccolo segno che Gesù è venuto per salvare tutti, andando oltre i confini che riducevano il popolo eletto al solo popolo ebraico.

Gesù, che altre volte ha guarito con un semplice atto della sua volontà e un gesto compiuto anche da lontano, questa volta compie un rito, cioè pone dei gesti uniti a parole: effatà, apriti. Vuole quindi dare una particolare importanza a quello che sta facendo, per indicare forse che si stavano realizzando i tempi nuovi che Isaia profeta aveva preannunziato: ‘Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi’. Sono i segni della nuova creazione, di fronte alla quale si potrebbe ripetere come nella prima creazione: ‘Dio vide che era cosa buona’. In modo analogo anche la gente diceva di Gesù: ‘Ha fatto bene ogni cosa’.

Mi pare che possa essere questa la prima considerazione da fare in questa ordinazione diaconale di Fr. Marco: anche quanto sta avvenendo ora in questa chiesa parrocchiale di S. Maria di Alfonsine appartiene al piano della salvezza, ed è un segno di quanto Dio sta operando nel mondo per raddrizzare le cose, servendosi della povera collaborazione degli uomini. Alla fine diremo anche noi: ‘Gesù ha fatto bene ogni cosa: ha chiamato Fr. Marco a servirlo nella sua Chiesa, per testimoniare l’amore verso i piccoli, i poveri e i sofferenti’.

Anche tu appartieni a un progetto di Dio, iniziato con la nascita nella tua famiglia che ti ha accolto e ti ha educato. Questo progetto poi si è sviluppato nella comunità cristiana di Alfonsine che ti ha fatto crescere nella fede, e si è precisato in incontri e percorsi che ti hanno portato a trovare nella famiglia francescana il modo concreto di vivere la tua vocazione. Di tutto questo hai voluto rendere grazie qui, questa sera, vivendo in mezzo ai tuoi parenti, amici e fratelli di fede l’Ordinazione diaconale, per dire a tutti la gioia di sentirti strumento nelle mani di Dio in mezzo ai tuoi fratelli.

Anche le parole del salmo ci hanno ricordato che il Signore continua ad agire per mezzo di noi: ‘Il Signore ridona la vista ai ciechi, il Signore rialza chi è caduto, il Signore ama i giusti, il Signore protegge i forestieri’, e tutto questo lo fa attraverso l’amore che ci ha donato, l’unica vera novità che può cambiare il mondo.

Quello che adesso nel sacramento dell’Ordine viene chiesto a Fr. Marco, è stato chiesto a tutti nel battesimo. Di fronte al racconto evangelico della guarigione del sordomuto, è bello ricordare che anche nel nostro battesimo fu ripetuto il gesto di Gesù. Il celebrante come ultimo gesto che rivelava quanto nel sacramento era avvenuto, toccando le orecchie e le labbra del battezzato disse: ‘Il Signore Gesù, che fece udire i sordi e parlare i muti, ti conceda di ascoltare presto la sua parola e di professare la tua fede, a lode e gloria di Dio Padre’.

La fede nasce dall’ascolto, dirà S. Paolo. E questa è la seconda cosa importante nell’ordinazione del diacono. Tra poco il Vescovo consegnandoti il Vangelo dirà: ‘Ricevi il vangelo di Cristo del quale sei divenuto l’annunziatore: credi sempre a ciò che proclami, insegna ciò che credi, vivi ciò che insegni’. La fede e la vita sono a sostegno dell’annuncio della parola di Dio, che non può essere proclamata come un cembalo che squilla, perché se non c’è la carità, anche la parola di Dio è vuota.

Come vedi, il diacono scelto dagli Apostoli per il servizio delle mense, riceve il mandato di annunciare il Vangelo, con le parole e con la vita. Non ci può essere nella Chiesa un servizio vero che non nasca dall’Eucaristia e che non porti in dono la Parola di Dio. Poi ogni ministero avrà una sua connotazione particolare per la vita della comunità, ma ognuno nasce da quella sorgente e porta a quella conoscenza.

Come religioso francescano tu sei discepolo del grande diacono Francesco d’Assisi, il quale rimase diacono probabilmente per umiltà, non sentendosi degno di diventare presbitero, ma forse anche per ricordare alla Chiesa che esiste il ministero del servizio ai poveri, che assume un valore particolare se vissuto come frutto dell’amore di Cristo. Il Figlio dell’uomo che è venuto per servire e non per essere servito, ha voluto nella sua Chiesa un ministero che realizzasse come segno sacramentale questo dono. A me piace pensare che anche S. Francesco rimanendo diacono, abbia voluto dare risalto nella Chiesa al servizio a Cristo Signore nei piccoli e nei poveri.

E qui viene l’ultima considerazione suggeritaci da S. Francesco povero e umile, e dal passo della lettera di S. Giacomo: ‘Dio, non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano?’ Il diacono, in questo caso aiutato dalla spiritualità francescana, mantiene nella comunità cristiana l’attenzione ai poveri, perché non succedano discriminazioni, ma anzi si conservi la via maestra di Cristo, il quale da ricco che era si è fatto povero per noi.

L’attenzione ai poveri non è solo una esigenza per una emergenza sociale mondiale; questo, caso mai, rende più urgente mettere in opera tutte le risorse e collaborare con tutti coloro che sono responsabili della pace.

La scelta dei poveri, ai quali portare anzitutto la carità della verità di Cristo salvatore, nei quali vedere la via della Chiesa per la nuova evangelizzazione è soprattutto in questo nostro tempo necessaria per dare speranza a chi soffre, a chi è solo, è chi è privato della dignità umana a causa della miseria, della fame e della guerra.

Vogliamo chiedere per Fr. Marco la grazia di saper servire sempre Cristo nei poveri, di custodire il dono del diaconato anche quando sarà presbitero e di vivere la povertà nell’umiltà della vita francescana.

La Vergine Maria, Serva del Signore che si è messa a disposizione di Dio e lo ha riconosciuto come colui che disperde i superbi e innalza gli umili, ti accompagni con il suo amore materno e ti benedica da questa chiesa a Lei dedicata, oggi e sempre.

OMELIA per l’APERTURA dell’ANNO SACERDOTALE
Faenza, Basilica Cattedrale, 19 giugno 2009
20-06-2009

L’insistenza con cui S. Giovanni ci ha presentato il cuore trafitto di Cristo sta a indicare l’importanza che egli ha dato a questo fatto: è diventato il punto focale nel mistero di morte e di risurrezione del Signore, che ci rivela l’amore salvifico di Cristo per il Padre, amore con il quale Gesù ha meritato la nostra salvezza. Il cuore dal quale escono sangue e acqua, è stato visto dai Padri della Chiesa come l’amore di Cristo che dona al mondo la Chiesa, e in particolare i sacramenti dell’Eucaristia e del Battesimo.

È chiaro che vengono messi in risalto aspetti simbolici, per significare che dal Mistero pasquale è sorta la Chiesa, comunità di salvezza.

E ancora: ‘Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto’. Ancora si mette in risalto la trafittura del cuore, verso il quale si chiede un atto di fede. Così era stato nel deserto quando lo sguardo di fede verso il serpente che Mosè aveva posto in alto, otteneva la salvezza.

Cristo che dalla croce apre il suo cuore è al centro pure della celebrazione della solennità del sacratissimo Cuore di Gesù in questo anno particolare, che il Papa ha voluto donarci. Infatti i doni che il Signore ha fatto alla Chiesa e attraverso la Chiesa a tutti gli uomini mediante il sacerdozio ministeriale, sono al centro della nostra attenzione fin da questa giornata. S.Paolo ci ha detto di essere stato mandato per ‘annunciare alle genti le impenetrabili ricchezze di Cristo’. Troviamo quindi l’importanza dell’annuncio della parola di Dio, soprattutto perché manifesta l’amore che il Padre ha mostrato in Cristo per tutti gli uomini, cosicché possiamo ‘conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza’.

Si tratta quindi di riconoscere l’azione di Cristo che ci salva con un atto infinito di amore. Il cuore visto come sede ideale dell’amore umano e divino di Cristo, diventa il simbolo di questo amore che continua nei sacramenti della Chiesa, che vediamo realizzati soprattutto  per il carisma presbiterale. Non vogliamo per questo trascurare tutto quello che c’è nella Chiesa, ma, data la circostanza, mi pare che sia bello mettere in risalto come attraverso l’opera del sacerdote arriva a noi l’amore concreto, reale e personalizzato del Signore Gesù.

È così fin dal sacramento del Battesimo, con il quale siamo chiamati nella Chiesa (anche se il Battesimo può essere dato da chiunque); pensiamo poi al sacramento del perdono, che il Papa nella sua lettera mette in risalto in modo particolare; pensiamo all’Eucaristia, che è il sacramento dell’amore del Signore Gesù; e così tutta la grazia che viene attraverso il ministero del presbitero.

Questo anno il Papa ce lo dona perché noi poniamo attenzione alla preghiera per la santificazione dei sacerdoti. Ricorda il Papa che il ministero è efficace per la grazia di Cristo; però è anche vero che c’è una efficacia soggettiva legata alla santità personale: come dire che siamo interessati tutti in prima persona ad avere dei sacerdoti santi. Ecco allora l’importanza della preghiera per la santificazione dei nostri sacerdoti.

Un anno questo per conoscere la preziosità del servizio dei saacerdoti; un servizio che è sempre meno considerato dal mondo, che viene screditato, che non sempre è capito; i valori sui quali si fonda non sempre sono condivisi. Ricuperare, almeno da parte del popolo cristiano, la preziosità della presenza del sacerdote in una comunità, per il suo ministero, per il servizio all’unità della comunità stessa, per farla vivere nella carità verso Dio e verso il prossimo, per dare valore ad una vita spesa nella Chiesa per il bene degli uomini.

Un anno sacerdotale per saper discernere i ruoli diversi che ci sono nella Chiesa e trovare la collaborazione. Possiamo ricordare la collaborazione tra presbiteri, diaconi, laici battezzati e cresimati, perché la comunità nella sua varietà sia arricchita di tutti i doni.

Infine un anno per mostrare la gratitudine ai nostri sacerdoti per aver donato la vita al Signore, per poter servire il popolo santo di Dio.

Nelle notizie che vengono date alla gente in questi giorni, non manca l’attenzione alle mancanze, alle miserie che ci sono anche in questi uomini che hanno donato la vita al Signore. Anche nella sua lettera il Papa vi fa un accenno garbatissimo, delicato, che del resto era difficile tacere, ma per dire: ringraziamo allora tutti quelli, e sono la stragrandissima maggioranza, che sono fedeli, che si spendono per il proprio popolo in modo pieno e generoso. Ma siamo anche addolorati e preoccupati per le infedeltà, non per dire che alla fine dei conti anche i preti sono uguali agli altri, conclusione alla quale vuole arrivare il nostro mondo, ma per dire: preghiamo per la loro fedeltà, perché non vengano meno lungo il cammino. Facciamoci carico anche della fatica che si può trovare in un mondo che rema contro.

È un anno da spendere con la grazia del Signore, perché ci sia una ricarica, una ripresa, un accrescimento nel considerare importante la santità dei nostri sacerdoti, senza dei quali non ci sarebbe la Chiesa; ci mancherebbero i sacramenti, la parola di Dio e l’opera della salvezza.

L’amore che veneriamo e adoriamo nel Sacro Cuore di Gesù quest’oggi, ci dia la grazia per vivere un anno intero, affinché l’amore di Cristo trovi dei servitori, che lo portino, con il suo aiuto, a tutti gli uomini.