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OMELIA per la SOLENNITA’ del CORPUS DOMINI
Faenza, Chiesa di S.Maria Maddalena 11 giugno 2009
12-06-2009

È sempre con grande emozione che all’inizio dell’estate la nostra Chiesa si accinge a celebrare la solennità del Corpo e Sangue di Cristo, dopo aver concluso le grandi celebrazioni liturgiche pasquali nella solennità della Pentecoste. Sembra quasi che la Chiesa voglia dirci: ‘Ora andate avanti con la domenica, pasqua settimanale, e stringetevi attorno all’Eucaristia per camminare in compagnia del Dio che è rimasto con voi nel Sacrificio dell’altare e nei tabernacoli delle vostre chiese’. Il nostro peregrinare di anno in anno ci ha portato in questa parrocchia per la celebrazione del Corpus Domini cittadino, con la Messa portata in mezzo alle nostre case, a indicare quanto Cristo si è fatto vicino alle nostre famiglie, ai luoghi di lavoro, a quanti faticano e soffrono, ai nostri giovani che lo cercano nel loro desiderio di felicità.

 

La processione eucaristica che prolungherà la celebrazione di questa Messa vuole essere il segno visibile di Dio che cammina con noi lungo le nostre strade e passando benedice, incoraggia, diffonde speranza e fiducia nella vita vera.

 

Nel vangelo di Marco abbiamo sentito il racconto dell’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli. ‘Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: ‘Prendete, questo è il mio corpo’. Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: ‘Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti’. 

 

Quando queste parole vengono narrate dal sacerdote durante la Messa, ridonano a noi il mistero del sacrificio eucaristico e rendono presente a noi il Signore Gesù morto e risorto.

 

Alla vigilia ormai dell’anno sacerdotale indetto dal Papa, che si aprirà il 19 giugno prossimo, solennità del Sacro Cuore di Gesù, vogliamo riflettere brevemente sul sacerdote e l’Eucaristia.

 

Il sacerdote ha la sua ragion d’essere nell’Eucaristia, che non potrebbe esserci senza il suo misterioso intervento ‘in persona Christi‘. Mentre narra con le parole di Gesù i fatti dell’ultima cena, il sacerdote è sacramento di Cristo stesso e ne continua l’efficacia. Per opera dello Spirito santo quelle parole hanno la stessa forza che ebbero sulle labbra di Gesù, quella cioè di trasformare il pane e il vino nel corpo e nel sangue di Cristo. Questo mistero tradizionalmente viene indicato con la parola transustanziazione: il pane e il vino diventano il corpo e il sangue di Cristo.

 

Anche detto così resta un mistero per la nostra mente. Non serve allora cercare di capire, mentre è importante accettare quanto Gesù ha fatto e ha detto, sapendo che a Lui niente è impossibile.

 

Noi sappiamo per fede che Cristo risorto è vivo, che il suo corpo glorioso non è limitato né dal tempo né dallo spazio, e il suo modo di essere per noi è del tutto misterioso. Tutto questo non impedisce che il Cristo glorioso in questo suo stato sia realmente presente nel pane consacrato nella nostra Messa come in tutte le Messe del mondo, e sia vivente nella gloria del cielo. Per darci un segno di amore infinito e rimanere con noi rispettando il nostro bisogno di concretezza, Gesù è realmente nell’Eucaristia, così che noi possiamo dire che Gesù è davvero qui su questo altare.

 

Il dono dell’Eucaristia che Gesù ha lasciato alla sua Chiesa ha unito indissolubilmente l’offerta del suo sacrificio al ministero del sacerdote. Il sacerdote ogni volta che celebra sa di avere tra le mani Cristo realmente presente, e lo riconosce nella sua opera di mediatore tra il Padre e gli uomini, sia mentre offre la sua vita per la nostra salvezza, sia quando ottiene per noi il dono della vita divina.  È durante la Messa che il sacerdote può affidare alla misericordia di Cristo ciò che ha vissuto, le gioie e i dolori del suo ministero. E anche coloro che partecipano alla Messa possono offrire al Padre la loro vita, le preghiere, le gioie e le pene quotidiane, insieme all’unico sacrificio di Cristo per la salvezza del mondo.

 

Quando il sacerdote tiene tra le mani il calice del Sangue di Cristo, sa di avere presente tutta la sofferenza umana che è unita a quella di Cristo nel mistero della croce. E nello stesso tempo in quel calice c’è il sangue che ha lavato tutta la miseria del peccato dell’uomo. Nel sangue della nuova Alleanza il mistero della croce è unito al mistero della misericordia divina.

 

La lettera agli Ebrei ci ha ricordato che Cristo una volta per sempre, con il proprio sangue ha offerto se stesso a Dio per purificare la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente.

 

La grazie dell’Eucaristia celebrata accompagna il sacerdote nel suo ministero, che deve diventare Eucaristia vissuta. La comunità cristiana, attraverso il ministero del sacerdote cresce come Corpo di Cristo. Il presbitero infatti è ministro dell’unità nella comunità cristiana, per continuare con la sua opera in modo visibile quello che l’Eucaristia ha operato in profondità nel cuore dei fedeli. Se la comunione eucaristica vissuta nella Messa è vera, si deve vedere nella vita e nelle opere dei fedeli e delle comunità.

 

Il presbitero è un fratello scelto tra i fratelli mediante l’imposizione delle mani e reso partecipe del ministero di salvezza di Cristo. La sua missione è quella di rinnovare il sacrificio eucaristico e far crescere il popolo cristiano con la parola di Dio e i sacramenti perché viva nell’unità affinché il mondo creda.

 

Di conseguenza, il sacerdote donando la vita per Cristo e per i fratelli, deve sforzarsi di conformarsi all’immagine del Signore Gesù, nella fedeltà alla sua Chiesa. È a questo scopo che il Papa ha proposto un anno nel quale tutti siamo invitati a pregare per i sacerdoti, perché la santità della loro vita renda più fecondo il ministero. Questo dovrà essere un obiettivo per tutti i cristiani, sia per mostrare la riconoscenza per quello che i presbiteri fanno per tutti e per ciascuno, sia perché non venga mai meno in loro la generosità della carità pastorale.

 

Lasciate che ricordi in questa parrocchia di S. Maria Maddalena la figura di don Veraldo Fiorini. Pensando a lui sapete cosa ha voluto dire il sacerdote per i giovani e le famiglie, per i poveri e per gli anziani. Il suo ricordo e il suo esempio ci devono sostenere nel chiedere al Signore santi sacerdoti, che siano modelli per il gregge loro affidato, mentre lo nutrono con la Parola e il Pane della vita.

 

Chiediamo infine al Signore che non ci faccia mai mancare il ministero di santi sacerdoti, perché non venga mai meno il dono dell’Eucaristia, mistero di amore per la vita del mondo

OMELIA per il X ANNIVERSARIO della morte del sindaco ENRICO DE GIOVANNI
Faenza, Basilica Cattedrale, 4 maggio 2009
04-05-2009

Il ricordo di Enrico De Giovanni giustamente ha questo momento di preghiera nell’Eucaristia che celebriamo per lui, perché il Signore lo accolga nella sua pace eterna. È una gratitudine che tutta la città di Faenza gli deve. Con questo vogliamo essere vicino ai familiari che lo ricordano e a quanti con lui hanno lavorato per il bene di questa Città.

La liturgia di questa giornata ci dà qualche suggerimento per la nostra riflessione, così che anche noi possiamo essere aiutati a crescere nel bene nostro e degli altri, sia con la grazia della parola che abbiamo sentito, sia con l’esempio che questa figura di cristiano, amministratore e politico ci ha lasciato.

Abbiamo sentito nella prima lettura il racconto di un episodio nel quale S. Pietro non ha tanto voluto scusarsi di fronte a coloro che lo criticavano per il suo atteggiamento, quanto ha voluto dare una motivazione di ciò che sarebbe stato poi l’impegno prevalente di S. Paolo, cioè l’annuncio della fede cristiana ai gentili.

Potrebbe oggi sembrare una questione secondaria, ma per allora era importante. Poteva sembrare ovvio che il Signore Gesù fosse il compimento dell’attesa e della speranza del popolo di Israele, e quindi fosse lo sbocco evidente di quella fede. Gli Ebrei con l’osservanza della legge e la loro ritualità potevano essere arricchiti dalla fede cristiana. Ma che questa potesse arrivare al di fuori del popolo eletto, non era così,intuitivo. L’avere accettato, capito e vissuto questo è stata la vera novità che ha consentito l’evangelizzazione in tutto il mondo.

Dice S. Pietro: ‘Chi ero io per porre impedimento a Dio?’ Egli aveva manifestato chiaramente la volontà di santificare anche i pagani che fossero ben disposti. Non porre impedimento a Dio, lasciarlo agire, lasciarlo aprire vie nuove, essere pronti ad accogliere le sue sorprese, che non cessano mai di arrivare, a volte servendosi di eventi, altre volte di persone, ma aprendoci sempre strade vere e provvidenziali: questo è l’atteggiamento chiesto a tutti. ‘Anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita’ e l’abbiano in abbondanza, dirà il vangelo.

È questo il motivo per cui il Signore è venuto, perché la nostra vita non fosse una lotta a occhi chiusi, senza motivi, senza via d’uscita, ma fosse una realtà che meritava di essere vissuta nella sua fatica, ma anche nella sua bellezza e ricchezza, con la gratificazione di poter fare del bene, amare gli altri, e scoprire che siamo stati fatti per conoscere, amare e servire Dio e i nostri fratelli.

Gesù ha usato delle similitudini per arrivare a dire: ‘Io sono la porta: se uno entra attraverso di me sarà salvo; entrerà, uscirà e troverà pascolo’ Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza’. Gesù ha dato la libertà vera: chi entrerà, troverà sicurezza; chi uscirà troverà alimento per la vita. Gesù ci apre a tutto ciò che sappiamo cogliere nella sua vera realtà. Gesù salvatore di tutti e di tutto non è uno schema, una chiusura, un limite che restringe le possibilità; anzi ci apre a tutte le possibilità buone, ci apre alla fantasia dello Spirito che aiuta a scoprire modi impensati, frutto della generosità e della carità di chi si mette a disposizione dell’intervento di Dio.

De Giovanni ha vissuto la sua fede cristiana alimentata in particolare nel movimento dei Focolari, dove trae la sua ispirazione per l’impegno nella politica, come prima nell’impegno sociale.

Le radici che caratterizzano il Movimento lui le ricorda con questi termini: ‘Vedere Gesù in tutti. Amare tutti. Amare per primi. Amare facendosi uno con la persona amata: soffrire con chi soffre, godere con chi gode, portare i pesi altrui’.

Sono indicazioni che valgono sempre e dappertutto in qualsiasi situazione; non è che uno possa arrivare a vivere così in una situazione precisa come l’amministrazione di una città se non l’ha vissuto prima in casa, con gli amici, nella realtà di Chiesa dove era inserito, nell’impegno sociale, nel lavoro, perché è un modo di investire tutta la propria esistenza, di realizzare l’amore che Gesù dona e alimenta.

E per l’impegno politico ispirato dal movimento diceva: ‘Le sue idee-forza sono: il dialogo con gli avversari per i necessari impegni da prendere insieme per il bene comune; la pace, quale unica risorsa per i rapporti internazionali; la giustizia sociale come garanzia per la dignità della persona e animazione morale della vita pubblica e dell’attività economica’ (da ‘Il Piccolo’ 17/10/1997).

Questi ideali sono stati realizzati o almeno qualcuno ci ha provato, li ha avuto davanti come possibilità vere. E la gente ha capito che andava sostenuto e aiutato in questi suoi ideali.

Poi, siccome le cose di questo mondo sono tutte limitate, anche lui avrà fatto quello che è riuscito, non solo per il poco tempo che ha avuto, ma anche per il limite naturale delle cose. Quelli degli uomini sono sempre progetti imperfetti; ma tra lasciare andare le cose alla deriva o perseguire l’interesse dell’uno o dell’altro e orientare le realtà umane verso il Regno di Dio ci passa l’impegno del laico cristiano.

A me piace questa sera ricordare così Enrico De Giovanni. Questo ricordo diventa una speranza e un incoraggiamento per chi vuole servire il proprio paese nella politica, spendendosi in cose che sembrano passeggere e ristrette a questo mondo, ma che appartengono alla vita delle persone. È per il bene di tutti e di ciascuno che nella politica l’uomo è chiamato a impegnarsi. Noi ringraziamo il Signore che suscita persone che sanno realizzare la propria fede in modo concreto, fino a spendersi per il bene dei propri fratelli.

OMELIA per la MESSA CRISMALE 2009
Faenza, Basilica Cattedrale, 09 aprile 2009
09-04-2009

L’Eucaristia che stiamo celebrando prende nome da ciò che faremo tra poco, la benedizione cioè degli oli santi e in particolare del crisma. Con il sacro crisma vengono consacrati i presbiteri, dai quali viene poi celebrata l’Eucaristia, il mistero centrale di questa giornata che con la Messa ‘in coena Domini’ apre il triduo sacro.

Il sacerdozio ministeriale nasce insieme all’Eucaristia dall’amore di Cristo, che amò i suoi sino alla fine; frutto dell’amore, il nostro ministero è segno dell’amore del Padre che si è manifestato in Cristo e continua ad essere testimoniato nella Chiesa per il bene di tutti gli uomini.

Per ricordarci questa nostra missione, oggi la liturgia ci chiederà di rinnovare le promesse fatte al momento dell’ordinazione presbiterale, non tanto per fare appello alle nostre forze, quanto per affidarci nuovamente alla fedeltà e all’amore di Cristo che ci ha scelti.

Vogliamo farci aiutare nella nostra riflessione dall’apostolo Paolo, incominciando da quello che egli scrisse ad discepolo Timoteo: ‘Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza’ (2Tim 1,6s). Il dono di Dio, ricevuto una volta per sempre nel sacramento, deve essere ravvivato per quanto riguarda la parte che spetta a noi, che non dobbiamo lasciarci vincere né dalla paura né dall’abitudine, ma dobbiamo esprimere la forza della carità, insieme alla prudenza che il ministero richiede.

S. Paolo poi ricorda anche alcune virtù necessarie a chi è chiamato al sacro ministero, tenendo presente che quanto sentiremo dire del vescovo si deve intendere riferito anche al presbitero, non essendoci ancora in quel tempo una chiara distinzione tra i due termini.

‘Bisogna che il vescovo sia irreprensibile, non sposato che una sola volta, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. Sappia dirigere bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi con ogni dignità, perché se uno non sa dirigere la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio? Inoltre non sia un neofita, perché non gli accada di montare in superbia e di cadere nella stessa condanna del diavolo. È necessario che egli goda buona reputazione presso quelli di fuori, per non cadere in discredito e in qualche laccio del diavolo’ (1Tim 3,1-7).

Come si vede sono tutte virtù umane che hanno grande considerazione anche oggi sia presso i fedeli sia presso ‘quelli di fuori’ della comunità. È bene pure notare che quando del presbitero si dice: ‘non sia sposato che una sola volta’ e che ‘sappia dirigere bene la propria famiglia’, non si esclude il celibato dei presbiteri. Infatti  San Paolo stesso non era sposato. E quando dice: ‘Fatevi miei imitatori come io lo sono di Cristo’ (1Cor 11,1), forse non escludeva un riferimento anche a questa sua condizione.

Tra i molti insegnamenti che si potrebbero ricavare dagli scritti di S. Paolo, voglio ricordarne ancora due: ‘Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo, ha affidato a noi il ministero della riconciliazione’. Un compito delicato e prezioso, che ci è chiesto di esercitare con tanta misericordia, sapendo che l’uomo di oggi, quanto più si presenta esteriormente spavaldo e sicuro di sé, tanto più interiormente è insicuro e fragile, bisognoso di sentirsi capito, amato e perdonato da Dio.

L’ultimo riferimento mi piace prenderlo dal saluto che Paolo fa agli anziani di Efeso: ‘Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio’ (Atti 20,28). È un coinvolgimento solidale di noi tutti con il nostro popolo, difendendo e santificando il quale difendiamo e santifichiamo noi stessi. Siamo destinati a condividere le sorti della nostra gente, con una viva partecipazione soprattutto nei momenti difficili come sono quelli odierni, sia per la confusione dottrinale in campo etico, sia per le difficoltà economiche di varie nostre famiglie. Siamo chiamati ad essere accanto per aiutare, illuminare e condividere, perché nessuno deve sentirsi abbandonato.

Abbiamo bisogno di essere sempre più all’altezza della nostra missione, per cui ringraziamo il Santo Padre per averci donato l’ ‘Anno sacerdotale’ in occasione dei 150 anni dalla morte del Santo Curato d’Ars, ‘per favorire la tensione dei sacerdoti verso la perfezione spirituale dalla quale soprattutto dipende l’efficacia del loro ministero’ (16/03/09).

In questa Eucaristia, che assume i connotati di una santa convocazione del presbiterio diocesano, vogliamo ricordare tutti i nostri confratelli, cominciando dai missionari, inviati ad annunciare il vangelo in condizioni difficili. La colletta che faremo per loro sia il segno della nostra solidale fraternità.

Ricordiamo i nostri sacerdoti anziani e ammalati, che stanno offrendo il sacrificio di Cristo partecipandovi personalmente con la loro sofferenza, e così adempiono in modo prezioso e misterioso al loro ministero.

Vogliamo pregare per i sacerdoti della nostra Diocesi che in questo anno il Signore ha chiamato a Sé per il premio eterno: Mons. Veraldo Fiorini, Don Luigi Orsoni, Mons. Mario Babini, il Card. Pio Laghi, Don Carlo Marangoni, Mons. Giuseppe Ferretti. Fra tutti, lasciate che ricordi in modo particolare don Mario Babini, la cui scomparsa ha lasciato tanti orfani della sua paternità spirituale. Siamo grati al Signore per averlo donato alla nostra Chiesa, alla quale ha insegnato uno stile di vita e di ministero presbiterale, continuando la tradizione di santi sacerdoti faentini. Infine ricordo il Card. Pio Laghi, le cui spoglie mortali riposano in questa cattedrale. Siamo grati a lui che lasciando questo mondo ha voluto affidarsi alla nostra memoria e alla nostra preghiera.

Oggi poi vogliamo gioire con i confratelli che in questo anno ricordano date significative della loro ordinazione presbiterale: Mons. Angelo Melandri 70 anni, don Oreste Molignoni 65 anni, don Carlo Matulli e P. Albino Varotti 60 anni, Mons. Ivo Guerra e Mons. Romano Ricci 50 anni. Li ringraziamo per la donazione generosa e fedele alla nostra Chiesa e preghiamo il Signore perché li benedica sempre.

Rivolgo un saluto cordiale anche ai ministranti che sono presenti a questa Eucaristia, e li esorto a rendere decorosa la santa liturgia con il loro servizio e una crescente conoscenza dei misteri ai quali partecipano.

Il pensiero rivolto ai giovani mi porta a concludere la mia riflessione con alcune parole di don Primo Mazzolari, a 50 anni dalla morte, di cui il Papa ha additato ‘il profilo sacerdotale limpido e di alta umanità e filiale fedeltà al messaggio cristiano e alla Chiesa’. Ha scritto don Primo ad un seminarista: ‘Un giovane è sempre una promessa e un impegno per un domani che sappiamo durissimo per tutti, ma particolarmente per chi avrà la grazia e la fede di una vocazione come la nostra. Non ci sarà più posto per i ‘piccoli’ cristiani e per i ‘sacerdoti funzionari’. Questo ti rianimi e dia le ali (ali serie, non retoriche) alla tua preparazione. Si avvicina l’ora in cui ci sarà ancora gusto a fare il prete. Il Signore saldi sulla sua Croce il tuo slancio’.

Infine è doveroso un ricordo nella preghiera per i nostri confratelli della terra d’Abruzzo con le loro comunità, uniti in modo così drammatico alla passione del Signore. Insieme alla preghiera esprimeremo nei prossimi giorni la nostra fraterna solidarietà. La fede che li ha sostenuti nella prova li confermi anche nella speranza della risurrezione del loro popolo.

OMELIA nel XII anniversario della MORTE di p.DANIELE BADIALI
Faenza, Basilica Cattedrael - 18 marzo 2009
18-03-2009

‘Ascolta Israele le leggi e le norme che io vi insegno perché le mettiate in pratica perché viviate ed entriate in possesso del paese che il Signore Dio dei vostri padri sta per darvi’.

È un avvio molto solenne quello della lettura che abbiamo sentito. Un invito anzitutto all’ascolto: ascolta Israele. È l’inizio dello ‘shema Israel’, la frase che il pio israelita ripeteva spesso per ricordarsi del comandamento fondamentale della legge, l’amore di Dio.

1 – L’atteggiamento dell’ascolto è del discepolo, di chi sa che ha bisogno di apprendere, che è consapevole della sua piccolezza e desidera che il maestro lo aiuti, lo guidi. Diceva P. Daniele: ‘Fatevi guidare da qualcuno che abbia fatto un po’ più strada di voi’.

Ascolta la parola rivelata di fronte alla quale bisogna aprire gli orecchi e il cuore, perché è una parola che va direttamente all’interno di ciascuno di noi; è una parola fatta per tutti e per ciascuno.

Ascolta gli eventi della storia: storia personale, comunitaria e del mondo; bisogna sapere ascoltare, sapere leggere e decifrare gli eventi.

Ascoltare il bisogno vero che è nel cuore dell’uomo, il vuoto di anima che vediamo anche attorno a noi, il bisogno di Dio; saper ascoltare i segni attraverso i quali il Signore ci raggiunge.

Saper ascoltare il grido dei poveri, la condizione di denuncia e di accusa. Se sapessimo ascoltare, perché Dio parla e siamo noi che facciamo conto di non sentire e siamo frastornati da altri suoni, altri richiami che ci impediscono di ascoltare quelli giusti.

2 – ‘Ascolta le leggi e le norme che io vi insegno perché le mettiate in pratica’. Mettere in pratica; non è quindi soltanto un imparare per sapere ma per vivere, per fare ciò che ha senso, seguendo l’esempio di Cristo e dei santi.

Ci sono tante cose da fare, che vanno scelte oppure vanno rinunciate, per seguire la propria vocazione, che ognuno scopre giorno per giorno seguendo le indicazioni che sente nel vangelo, o ascolta da chi lo guida, ma anche perché corrisponde alla sua propensione che realizza in modo concreto. Mettere in pratica vivendo con amore le occasioni che ogni giorno ci vengono date; è questa la novità portata da Cristo: vivere i comandamenti di Dio con amore. ‘Amare Dio e amare il prossimo’, dirà Gesù, sta tutta qui la legge. E San Paolo sarà ancora più sintetico, perché la ridurrà all’amore del prossimo.

Mettere in pratica e vivere nella Chiesa. Quindi non solo in modo personale, ma nella comunità che è Cristo che continua a vivere nella storia. Se vogliamo quindi che le nostre scelte o le nostre rinunce abbiano senso, è questo il contesto in cui collocarle.

3 – ‘Perché viviate’. Un verbo interessante: vivere, soprattutto quando si è giovani e si cerca la vita, la vita piena. E per vivere si fanno tante cose: si provano tutte. C’è una vita che merita di essere vissuta, ed è quella che è riempita del dono sincero di sé. È questo che ci dà gusto di vivere e dà senso alla nostra esistenza. Poterci donare, trovare qualcuno che ha bisogno di noi, di fronte al quale possiamo fare qualche cosa. La vita ha senso, è importante e ci accorgiamo che ci è stata donata in modo serio, perché ci accorgiamo che può servire. Ciò che delude è la vita che non serve a niente, che si spreca giorno per giorno, la si sciupa.

‘Perché viviate ed entriate in possesso del paese che il Signore, Dio dei nostri padri, sta per darvi’. Nella storia è la terra promessa, ma nella pienezza del Regno è l’eternità. È quella la vita vera che non finisce, nella quale non c’è né morte, né lutto, né sofferenza. E l’eternità si prepara adesso.

Credo che abbia impressionato tutti vedere quante volte P. Daniele insiste e mette in evidenza la realtà della morte, non tanto per vivere con l’incubo di questo evento, ma per prendere da questo lo stimolo per affrontarla  nel modo giusto, cosicché la morte sia il passaggio alla vita e poterla affrontare senza paura.

‘Ai ragazzi vorrei gridare: non perdete tempo, il padrone arriva come un ladro di notte, non andate dietro a cose vane, imparate a guardare il faccia alla morte, solo così capirete quale direzione dare alla vostra vita’. E a cose avvenute, possiamo davvero ritenere che questo suo pensiero l’abbia preparato tantissimo a quell’appuntamento. Se non fosse azzardato potremmo dire che forse l’aver tenuto presente sempre questa eventualità lo ha fatto vivere in modo più intenso, così da arrivare alla misura dell’età piena di Cristo prima di quanto noi avremmo immaginato e desiderato.

Il vangelo ci ha detto che di fronte a quello che la legge ci insegna, c’è un dovere di educazione e trasmissione: ‘Chi li osserverà e li insegnerà agli uomini sarà considerato grande nel regno dei cieli. E questo è un aspetto compreso nel senso della vita, perché la vita è piena e matura quando riesce a trasmettersi; è così nel regno vegetale, nel regno animale e soprattutto nel Regno di Dio, che affida a una generazione un dono perché non lo tenga per sé, ma lo trasmetta e diffonda dovunque e lo passi alle generazioni che verranno.

4 – All’inizio dell’elenco dei dieci comandamenti c’è un’affermazione, che merita di essere ricordata: ‘Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio fuori che me’. Ecco perché può permettersi di dirci qualche cosa, di indicarci la strada, dirci ciò che è bene e ciò che è male, perché è il Signore Dio nostro e non c’è altro Dio fuori che Lui.

È un altro dei pensieri fissi di P. Daniele, pensiero che è ancora attuale. Lo troviamo anche nelle parole di Papa Benedetto XVI: ‘Nel nostro tempo in cui vaste zone della terra la fede è in pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità (e parlava delle priorità del suo pontificato) che sta al di sopra di tutte è rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio’ (Lettera ai vescovi 12/03/09).

P. Daniele scriveva nel 1994 da S. Luis: ‘Io mi sento ancora più drastico. L’uomo ha eliminato Dio, non gli serve per la sua vita ormai superprogrammata. Cerca di tappare tutte le strade attraverso le quali Dio può parlargli. Solo la morte non riesce a tapparla e la morte è l’ora di Dio che supera tutte le altre”. L’assenza di Dio, il nasconderlo, bloccarlo, eliminarlo dalla nostra vita, è davvero la sciagura più grave che incombe sulla nostra generazione. P. Daniele lo ha avvertito in modo molto sentito, come si vede spessissimo nelle sue lettere, cogliendo in modo efficace il punto più debole della nostra società.

 

La grazia che chiediamo al Signore in questa Messa, pregando insieme a P. Daniele, è questa: vivere alla presenza di Dio, perché ne abbiamo bisogno noi e anche perché riusciamo a testimoniare chi è all’origine della nostra gioia, del nostro amore per gli altri, della nostra umiltà nel portare la croce, un altro dei segni che marca la sequela dei discepoli di Gesù. Avere sempre presente Dio, il Padre che ci vuole bene, che ci guida, che ci dà forza, che ci aspetta e che intanto ci sta indicando la strada con la sua parola, nella Chiesa, mediante i suoi santi.

OMELIA per la GIORNATA MONDIALE della PACE
Basilica Cattedrale di Faenza, 1 gennaio 2009
01-01-2009

Sono sempre tante le motivazioni che ci riuniscono nell’Eucaristia del primo giorno dell’anno civile, anche se fra tutte vogliamo dare rilevanza alla giornata della pace. Ma proprio perché la pace stessa è il risultato di alcuni fondamenti che la precedono, che secondo la Pacem in terris  sono la verità, la giustizia, l’amore e la libertà, anche la celebrazione della giornata della pace può essere vista come il motivo culminante delle altre motivazioni che ci riuniscono in questa Eucaristia.

La liturgia ricorda oggi il mistero della Maternità divina di Maria, che generando nel tempo il Figlio di Dio è diventata a pieno titolo madre di Dio, e come tale è diventata anche madre nostra secondo l’ordine della grazia. Già questa prerogativa di Maria mette in evidenza il progetto divino di ricostituire la famiglia dei figli di Dio, che era stata disgregata a causa del peccato, e apre il nostro cuore alla speranza che questo progetto se anche non si potrà compiere nel tempo, tuttavia è possibile farlo avanzare con la grazia di Dio e la buona volontà degli uomini.

Diventare una sola famiglia è un progetto che dobbiamo cercare di realizzare anche nel nostro tempo. Il primo giorno dell’anno ci scandisce il fluire rapido del tempo, ma anche ci ricorda che ci è data un’altra possibilità. Quello che non è stato fatto finora può essere fatto nel nuovo anno. È più che una speranza; è una nuova opportunità per costruire positivamente qualcosa.

Noi viviamo nella pienezza del tempo, riempito dalla presenza del Signore Gesù, il salvatore del mondo. Il vangelo ci ricorda che nel giorno ottavo dalla nascita ‘gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima di essere concepito nel grembo della madre’.  Gesù, il Dio che salva.

Queste riflessioni suggerite dalla liturgia  arricchiscono la celebrazione della giornata della pace, che noi vogliamo vedere come l’insieme dei beni messianici  per il nuovo popolo di Dio, segno e strumento dell’unità degli uomini con Dio e di tutto il genere umano.

Una tentazione a cui è spesso soggetto il tema della pace è quella di essere verbalmente affermata, più che concretamente costruita; pretesa senza sacrifici, più che pagata di persona; invocata dagli altri, più che donata da noi stessi.

Per aiutarci a superare le tentazioni di retorica e di astrattezza, ogni anno il Papa ci fa dono di un messaggio, che ha il merito di indicarci ogni volta un percorso realistico per fare avanzare di un passo la pace, dono di Dio affidato agli uomini.

Quest’anno papa Benedetto XVI ci dice: ‘Combattere la povertà, costruire la pace’.  Di fatto, precisa, la povertà risulta sovente tra i fattori che favoriscono o aggravano i conflitti, anche armati’ (n. 1). E aggiunge: ‘Le distorsioni di sistemi ingiusti prima o poi presentano il conto a tutti’ (n. 14).

La situazione mondiale viene vissuta ormai di fatto in una globalizzazione a tutti i livelli, non solo per l’informazione che ci porta in casa il mondo intero, ma attraverso l’interdipendenza per quanto riguarda l’economia, la sicurezza dal terrorismo, l’incontro delle culture più diverse. Se non bastassero gli argomenti di carità a indurci a migliorare le condizioni degli altri, dovremmo almeno riflettere che in un modo o nell’altro i disastri mondiali potrebbero riversarsi anche su di noi.

Nel suo messaggio il Papa considera le varie forme di povertà, da quella materiale a quella morale, da quella legata alle malattie alla povertà dei bambini, da quella provocata dalla corsa agli armamenti a quella legata alla crisi alimentare. E ricorda che la realtà dei fatti ha smentito che la povertà sia legata alla sovrapopolazione, quando proprio alcuni paesi molto densamente popolati hanno migliorato le loro condizioni economiche. ‘In altri termini, la popolazione sta confermandosi come una ricchezza e non come un fattore di povertà‘ (n. 4).

Per affrontare la lotta alla povertà nell’ambito dei rapporti tra i paesi ricchi e i paesi poveri, il Papa invoca una forte solidarietà globale, che si fondi su un ‘codice etico comune’ ‘le cui norme non abbiano solo un carattere convenzionale, ma siano radicate nella legge naturale inscritta dal Creatore nella coscienza di ogni essere umano’ (n. 8).

È ovvio che il Papa nel suo messaggio abbia presenti anche le istituzioni nazionali, quando afferma: ‘La globalizzazione va vista come un’occasione propizia per realizzare qualcosa di importante nella lotta alla povertà e per mettere a disposizione della giustizia e della pace risorse finora impensabili‘ (n. 14). Bisogna infatti ‘superare lo scandalo della sproporzione esistente tra i problemi della povertà e le misure che gli uomini predispongono per affrontarli’.

Qui sì che si deve dire che anche il nostro paese potrebbe fare di più, quando non mantiene nemmeno gli impegni presi in sede internazionale per l’aiuto pubblico allo sviluppo.

Ma perché tutto ancora una volta non si risolva a pretendere che gli altri facciano, il Papa al termine del messaggio si rivolge direttamente ai cristiani con queste parole: ‘Fedele all’invito del Signore, la comunità cristiana non mancherà pertanto di assicurare all’intera famiglia umana il proprio sostegno negli slanci di solidarietà creativa non solo per elargire il superfluo (qui si tratta dell’elemosina), ma soprattutto per cambiare gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo (e questi sono cambiamenti sociali più radicali che vanno condivisi), le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società (e qui siamo all’impegno politico).

Ad ogni discepolo di Cristo, come anche ad ogni persona di buona volontà, rivolgo pertanto all’inizio di un nuovo anno il caldo invito ad allargare il cuore verso le necessità dei poveri e a fare quanto è concretamente possibile per venire in loro soccorso’ (n. 15).

La Vergine Maria, madre di Dio e madre di tutti gli uomini, ci aiuti a ricordarci che siamo tutti fratelli e a fare quanto è in nostro potere per togliere lo scandalo della povertà, che offende la dignità della persona umana e insidia le fondamenta della pace.

OMELIA della MESSA del GIORNO di NATALE
Basilica Cattedrale di Faenza, 25 dicembre 2008
25-12-2008

‘Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi’. È questa la realtà bella e grande che la festa del Natale ci mette davanti. È una realtà che ci dà speranza perché Dio è in mezzo a noi. Questo vuol dire che l’uomo era capace di accogliere Dio nella sua natura umana. Questo ci dice la grandezza dell’uomo, anche se non sempre egli accolse Dio: ‘Venne tra i suoi e i suoi non lo accolsero’, quando si trattava di una adesione libera e personale. Ma quanti lo hanno accolto e credono nel suo nome li ha fatti diventare figli di Dio.

Ecco la ragione per cui il Figlio di Dio si è fatto uomo, per far sì che anche noi potessimo avere la natura dei figli di Dio, che Cristo morto e risorto ci ha partecipato, e potessimo vivere da figli di Dio. Gesù non è venuto nel mondo per fondare una nuova religione: bastavano quelle che c’erano, né per fare proseliti, ma per darci la vita di figli, per farci scoprire che siamo fratelli e vivere così da poter tornare un giorno presso il Padre, avendo meritato di stare nella sua famiglia vivendo da fratelli, i quali soprattutto nei momenti difficili sanno riconoscersi e aiutarsi.

Ci ha detto la lettera agli Ebrei che Dio ci aveva già parlato per mezzo dei profeti, e anche per mezzo di Mosè. Il vangelo di Giovanni ci ha detto che ‘la legge fu data per mezzo di Mosè‘; ma non bastava sapere che cosa si doveva fare e conoscere le regole del comportamento, anche se questo era già un grande dono fatto da Dio all’uomo. ‘La grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo’.

Era cioè giusto per noi sapere la verità, il senso delle cose, il perché della legge, a che cosa ci portava il rispettare quello che Dio ci aveva rivelato; ma occorreva anche la grazia, cioè la forza per vivere quanto ci era stato rivelato, quanto ci era stato fatto conoscere da parte di Dio per mezzo dei profeti e per mezzo di Gesù. E Cristo ci ha fatto anche questo dono: non solo ci ha detto che cos’è la verità, ma ci ha dato anche la forza e la grazia per poterla raggiungere e vivere.

Il Natale di questo anno arriva in un momento particolarmente delicato della nostra storia recente. Non vogliamo sfuggire dagli interrogativi che ci vengono dall’attualità, perché se è vero che la verità è perenne, cioè andava bene ai tempi di Cristo, deve andare bene anche oggi e deve rispondere ai nuovi problemi.

Io credo che, senza pretendere di cercare nel Vangelo soluzioni ai nostri problemi finanziari o economici, possiamo guardare alle vicende della vita dell’uomo e rivederle nella luce di Dio.

Innanzitutto mi pare che viene da questi fatti un richiamo all’importanza dell’etica, al rispetto delle leggi di natura e della legge morale che l’uomo trova in sé, e che Cristo ha illuminato. Avremmo dovuto scoprirla da soli, ma non ce l’abbiamo fatta e avevamo confuso le creature con il Creatore. Cristo ci ha aiutato a decifrare queste leggi, che regolano la morale naturale per gli uomini e per la società. Già questo è un richiamo forte: se avessimo sempre rispettato i comandamenti di Dio (la legge venuta da Mosè nel senso che Mosè ce l’ha chiarita) probabilmente avremmo avuto meno da piangere.

Il Natale del Signore ci insegna anche a vivere nella sobrietà, con l’essenziale, soprattutto senza spreco. È un insulto alla Provvidenza il fatto che il 20% degli uomini nel mondo consumi l’80% delle risorse, quando l’80% degli uomini vive con il 20%, come lo sanno poi loro; oppure, lo sappiamo anche noi, ma facciamo conto di non saperlo.

Gesù nella sua nascita povera e semplice nella famiglia di Nazareth ci ha insegnato che la nostra vita non deve essere riempita di cose, ma di amore e di affetti; e se Dio provvede agli uccelli del cielo e ai gigli del campo, quanto più a noi, gente di poca fede. Il Natale ci dà anche questo messaggio; credo che in questi giorni dovremmo meditare se ci è necessario tutto ciò che cerchiamo di avere.

Nella sobrietà nasce la solidarietà; appunto perché ci basta di meno dobbiamo essere attenti che chi rischia di non avere nulla o neanche il sufficiente. Soprattutto essere attenti ai più deboli, ai più fragili, che sono i primi a sentire l’effetto per esempio della mancanza di lavoro, o della disponibilità che fino ad oggi poteva dare un aiuto piccolo ma essenziale ai paesi del terzo mondo.

Qualche segnale positivo lo stiamo intravedendo e speriamo che possa essere concretizzato, come per esempio quello di lavorare meno e lavorare tutti. Ma no possiamo aspettarci solo dagli altri la soluzione ai nostri problemi; bisogna essere pronti a fare ognuno la propria parte, privandoci forse anche di qualche cosa, di qualche comodità, di qualche dono di cui eravamo già abituati, perchè nessuno abbia ad abbandonarsi alla disperazione di fronte alle difficoltà della vita.

Questa solidarietà si deve estendere anche ai paesi più poveri, in una solidarietà universale, o aiutandoli a casa loro, o accogliendoli a casa nostra. Non si può pensare che i poveri abbiano pazienza all’infinito. Se è vero che noi siamo contro la guerra, dobbiamo anche essere contro le cause che la provocano o la rendono purtroppo possibile; e queste cause sono le sofferenze dei poveri e l’ingordigia dei ricchi.

Credo che dal Natale queste verità ci possano essere consegnate senza forzare troppo la realtà di questo mistero, che se per un verso ci dice che Dio si è fatto uomo, per altro verso ci dice anche che gli uomini devono imparare a vivere da figli di Dio. E siccome sono tutti figli di Dio è difficile acconsentire che ci siano quelli che lo riconoscono e quelli che non ricevono nemmeno il rispetto della loro dignità di uomini.

L’annuncio della fede resta un impegno per noi cristiani, di diffondere, testimoniare e far conoscere come sia bello sapere chi è il nostro salvatore; ma intanto è bello ricordare che è soprattutto attraverso la vita che diventiamo convincenti. Dobbiamo togliere lo scandalo che siano proprio le popolazioni cristiane quelle che consumano di più, trascurando troppo le popolazioni povere.

Ecco allora che il Natale è sì un mistero bello e grande da celebrare, ma diventa anche un richiamo forte da vivere.

OMELIA per l’ANNIVERSARIO della morte di don BENZI
Faenza, Basilica Cattedrale, 31 ottobre 2008
01-11-2008

Entriamo anche noi nel contesto della solennità di tutti i Santi, non tanto per ricordare delle persone, delle figure, delle storie, quanto piuttosto per ricordarci che c’è una situazione gloriosa, di beatitudine, c’è una eternità nella quale tutti siamo chiamati a entrare per i meriti del Signore Gesù morto e risorto.

Abbiamo davanti a noi il paradiso in questa festa; quindi più che preoccuparci di pensare ai nomi di questi santi che vengono ricordati durante l’anno, pensiamo alla moltitudine immensa che S. Giovanni ha visto nell’Apocalisse, che abbiamo sentito come prima lettura. Fra l’altro anche questo aspetto ci mette nel contesto del mistero pasquale, perché l’Apocalisse viene letta nel tempo di Pasqua nella liturgia.

Oggi la festa dei Santi è davvero una festa pasquale di vita, di risurrezione, di vittoria sulla morte e sul male, e ci mettiamo quindi anche noi in questo clima di festa e di gioia, guardando avanti, guardando oltre, guardando al dopo della nostra vita.

Ci aiuta in questa riflessione la figura di don Oreste, una figura che abbiamo conosciuto, di cui ringraziamo il Signore per avercelo donato in questo tempo così particolare, ma anche capace di accogliere e di accorgersi dei testimoni e di coloro che hanno qualche cosa da dire e da dare.

Lo ringraziamo il Signore per questo dono, anche se siamo qui a un anno dalla sua morte per ricordarlo e pregare per lui, perché possa pienamente entrare nella gioia del suo Signore. Dobbiamo ricordarci di pregare per i nostri morti; dobbiamo ricordarci di offrire sacrifici e opere buone per loro, nella comunione dei santi, in questo mistero grande e bello che fa sì che noi avvertiamo che non sono morti del tutto, ma che sono ancora vivi, in modo diverso. ‘Come saremo non è stato ancora rivelato’, ci ha detto S. Giovanni nella seconda lettura; ‘ma noi che siamo figli di Dio fin d’ora, sappiamo che lo vedremo così come egli è’.

A me piace ripassare con voi le beatitudini del Vangelo in trasparenza con la vita e l’opera di don Oreste. Non è che lo vogliamo beatificare, compito che spetta alla Chiesa che lo farà se e quando lo riterrà opportuno; ma per il nostro esempio e la nostra edificazione è bello ricordarlo nella filigrana di queste affermazioni che Gesù ha posto davanti ai suoi discepoli come strade per il Cielo.

Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli. Tutti ricordiamo la veste lisa di don Oreste, il suo colbacco, sempre quello; segni di un distacco dalle cose, di una libertà, di una povertà vissuta. Pur avendo da gestire tante opere e avendo da aiutare in tanti modi, credo che non si sia attaccato niente a quelle mani.

Beati quelli che sono nel pianto perché saranno consolati. Qui possiamo dire che è stato anche lui strumento di consolazione per quelli che piangevano. Perché è così: quando il Signore ci viene incontro con i suoi doni, si serve di qualche altro.

Beati i miti. Possiamo metterli insieme agli operatori di pace, coloro che sanno che in questa vita non si ottiene nulla con la violenza, ma che si deve costruire tutto nell’amore. Gli operatori di pace: coloro che per testimoniare e aiutare a fare la pace nei luoghi dove c’è la guerra guerreggiata venivano inviati da don Oreste come segni, le colombe della pace, con un messaggio, per dire che è possibile’ provateci’ lasciate perdere questi strumenti di morte.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia. La battaglia di don Oreste per ridare dignità alle donne ridotte in schiavitù dalla concupiscenza degli uomini e riconoscerne i diritti.

Beati i misericordiosi. Non guardare allo sbaglio fatto, al peccato, ma affidarsi tutti e sempre alla misericordia di Dio, per accogliere chiunque. ‘Ma questo l’ha voluto lui, perché si è messo lui per quella strada, ha assunto sostanze”. Non si guarda a queste cose quando c’è qualcuno da salvare, da liberare, da redimere, da rimettere sulla strada giusta. La misericordia: uno degli impegni più grandi che l’uomo possa realizzare; eppure è dimostrato che è possibile essere misericordiosi come il Padre, per conto del Padre, inviati dal Padre per usare misericordia.

Beati i puri di cuore perché vedranno Dio. E lo vedranno nei piccoli, nei sofferenti, negli abbandonati, nelle persone sole. I puri di cuore: coloro che non si costruiscono dei diaframmi, ma hanno la semplicità che Dio ha dato ai piccoli, e si rendono capaci di vedere Dio dovunque si manifesta; certamente nella sua Parola, che don Oreste sapeva commentare con tanta efficacia; spezzava il pane della Parola per i suoi piccoli, coloro che lo seguivano, che si aspettavano da lui non soltanto la carità materiale, ma anche la carità della verità.

Beati i perseguitati per la giustizia perché di essi è il Regno dei cieli. Non sempre è stato facile anche per lui quello che ha fatto: le incomprensioni, le fatiche, le difficoltà, le obiezioni da parte di tanti; ma quando si intuisce che è il Signore che chiede, nulla può fermare un’anima che sa che non lo fa per sé ma lo fa per il Signore, il quale gli mette davanti le situazioni e chiede di affrontarle e di risolverle. È in questo modo che ha coinvolto tanti a seguirlo. E credo che questa sia l’eredità più bella, insieme all’esempio della sua vita, che don Oreste ci ha lasciato: qualcuno che è capace non solo di continuare, ma di dilatare l’opera di carità che lui ha avviato nel nome del Signore, sapendo che un giorno anche lui sarebbe andato a riposare nell’eternità.

E non è una coincidenza il fatto che sia morto il due di novembre, quando la Chiesa ricorda tutti i nostri morti, per dirci che entriamo nella vita con quel passaggio. La nostra esistenza è sempre iscritta in una liturgia; è liturgia essa stessa, segnata dai sacramenti nella tappe fondamentali, dall’inizio, al passaggio della crescita; pensiamo al sacramento dell’ordine per don Oreste, sacerdote di Cristo. Anche la sua fine è stata iscritta in una liturgia, perché dalla liturgia noi dobbiamo non soltanto imparare un esempio, ma attingere la forza e la grazia, attraverso la preghiera, i sacramenti, la parola di Dio.

Così la liturgia eterna del cielo che ci attende sia la pienezza, la sublimazione della liturgia che in anticipo come caparra celebriamo su questa terra.

OMELIA per le ESEQUIE di mons. MARIO BABINI
Faenza, Basilica Cattedrale, 18 ottobre 2008
18-10-2008

Lo sapevamo che il male che aveva colpito don Mario non lasciava via di scampo; ma ora che don Mario ha concluso la sua vita terrena, avvertiamo un senso di vuoto, con la percezione che qualcosa di grande è finito. Sono tanti oggi a sentirsi un po’ orfani.

Per non lasciarci prendere da considerazioni troppo umane, che pure sarebbero legittime da parte dei familiari e di quanti gli hanno voluto bene, penso in particolare alla sorella Domenica, che ha condiviso con lui una vita intera, vogliamo farci guidare dalla parola di Dio, perché è questa che ci rivela la pienezza della nostra umanità ed è capace di farci entrare anche nel mistero della morte.

‘Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: ‘Abbà, Padre”. Riconoscere la paternità di Dio è indubbiamente un dono dello Spirito Santo, ma abbiamo anche bisogno di avvertirne la presenza, di riconoscerlo nella quotidianità, di esperimentarne la tenerezza. La vita a volte è dura e difficile, e incontrare qualcuno che dia un aiuto vero, che sia capace di soffrire con chi soffre e gioire con chi gioisce, che condivida sinceramente le situazioni, che sappia portare i pesi degli altri, che stia accanto anche in silenzio o con una parola vera: quando questo accade è segno che abbiamo incontrato uno che sa trasmettere l’amore del Padre. Quanti in questi giorni mi hanno detto: in un momento difficile della mia vita, don Mario mi è stato vicino e mi è stato di grande aiuto.

Il sacerdote è sacramento di Cristo capo e pastore in mezzo agli uomini: don Mario è stato soprattutto segno e strumento della misericordia di Dio, attraverso la confessione e la direzione spirituale. In questo ministero ha rivelato una grande sapienza, raggiunta soprattutto attraverso la conoscenza dei santi nella loro vita e nei loro insegnamenti; ha trasmesso la sua profonda spiritualità, maturata nella preghiera e nella sofferenza; ha comunicato la dolcezza del suo animo e insieme la forza, quando il vero bene delle anime lo richiedeva. Nessuno tornava da un incontro con lui senza la percezione di avere trovato un uomo di Dio che aveva preso a cuore la sua situazione.

Nella storia della nostra Chiesa sono tante le realtà ecclesiali che lo hanno visto sostenitore, animatore e anche assistente spirituale, sempre con l’intento di suscitare vocazioni laicali, e di aiutare a camminare verso Cristo, senza legare a sé nessuno. Un sacerdote mi ha scritto: ‘Aveva il dono di ‘scrutare’ le anime, che poi lasciava consolate, fortificate, mai, assolutamente mai plagiate’.

Ha amato la sua Chiesa, questa Chiesa di Faenza-Modigliana, con i suoi doni e le sue povertà; l’ha amata fino al punto di sentire il bisogno di dirlo; è la Chiesa per la quale ha speso tutta la vita, ha dato tutto il suo tempo, ha donato tutte le sue energie, anche quando non ne aveva quasi più e non potendo uscire a causa del freddo per venire in Duomo riceveva nella sua casa. 

Perché un grande contributo alla vita della nostra Chiesa don Mario lo ha dato attraverso la sofferenza, dovuta ad una salute malferma fin dall’inizio della sua vita presbiterale. ‘Se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria’. È attraverso la sofferenza che accompagna il ministero che il prete partecipa alla vittoria di Cristo sul male, quando assolve i peccati, quando conduce sulla via del bene, quando innamora alla Parola di Dio, quando riconduce alla Chiesa le pecore smarrite. È difficile separare il ministero presbiterale di don Mario dalla sofferenza o dalla poca salute; eppure quale efficacia ha avuto ciò che egli ha fatto in tanti ambiti della vita della nostra Chiesa, tra i giovani, gli sposi, le persone consacrate, i sacerdoti, e quanti incontrava per la confessione.

Anche la malattia finale, accettata con piena disponibilità alla volontà di Dio e con edificazione di quanti lo hanno visto sempre con il sorriso, è stata un’offerta quotidiana sull’altare della croce, in attesa del Signore che viene.

Se si vuole trovare un aspetto prevalente nella vita sacerdotale di don Mario Babini, penso che si possa vedere nella sua sensibilità missionaria. ‘Andate’e fate discepoli tutti i popoli’ Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo’. Il segno più evidente di questo lo possiamo vedere nella promozione dell’Associazione Missionaria Internazionale, per la quale ha aiutato la formazione di laici generosi che poi sono andate in varie parti del mondo; ma lo vediamo anche nell’importanza che egli ha sempre dato all’evangelizzazione nell’impegno dei presbiteri e dei laici. Siamo alla vigilia della Giornata missionaria mondiale, e la vita di don Mario ci insegna come si può essere veramente missionari sempre e dovunque, con la fiducia nel Signore, che ha promesso di essere con noi tutti i giorni.

Ora che la tribolata vicenda terrena di don Maro si è conclusa, siamo convinti ancora di più di ciò che S. Paolo ci ha ricordato: ‘Io ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi’. 

Accompagniamo con questa Eucaristia insieme a Cristo morto e risorto la vita e la morte di don Mario davanti al Padre delle misericordie, per accolga nella sua pace questo suo sacerdote fedele, e gli dia il premio delle sue fatiche apostoliche. Quanti abbiamo un dovere di riconoscenza verso don Mario Babini, non facciamogli mancare la nostra preghiera e il nostro sacrificio di suffragio, perché il Signore perdoni le sue colpe e lo accolga con tutti i Santi in Paradiso.

Beata Vergine delle Grazie, che tante volte don Mario ti ha pregato per l’ora della sua morte, mostra anche a lui dopo questo esilio Gesù, il frutto benedetto del tuo seno, o clemente, o pia, o dolce vergine Maria.

OMELIA per la festa della THEOTOKOS presso la BASILICA DEL CONCILIO di EFESO
Efeso, 12 ottobre 2008
12-10-2008

Desidero anzitutto ringraziare di cuore l’Arcivescovo Mons. Ruggero Franceschini per l’invito che mi ha rivolto, di venire a condividere con voi la gioia della Solennità della Maternità divina di Maria, e sono lieto di porgere a tutti voi il mio saluto in Cristo, a nome anche della Chiesa di Faenza-Modigliana qui rappresentata da una piccola delegazione.

Lasciate che esprima la mia commozione di poter celebrare l’Eucaristia nel luogo stesso in cui i padri del Concilio ecumenico del 431 proclamarono la maternità divina della Vergine Maria.

Mentre ne facciamo memoria ci domandiamo: ‘La verità che è stata definita come fede cattolica da credersi da tutti e sempre, è un’affermazione che riguarda solo la teologia, oppure ha qualche riflesso nella vita dei cristiani?’.

La dottrina della divina maternità di Maria fu trasmessa con queste parole:

I padri conciliari non dubitarono di chiamare Madre di Dio la santa Vergine, non certo perchè la natura del Verbo o la sua divinità avesse avuto origine dalla santa Vergine; ma, poichè nacque da lei il santo corpo dotato di anima razionale, a cui il Verbo è unito sostanzialmente, si dice che il Verbo è nato secondo la carne‘ (DS 251).

L’apostolo Paolo nel brano della lettera ai Galati che abbiamo ascoltato mette in evidenza il ruolo che Maria ha avuto come madre di Gesù e ci rivela il perchè di questo mistero: Dio mandò suo Figlio nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perchè ricevessimo l’adozione a figli’.

Volendo mettere in evidenza ciò che vuol dire S. Paolo in questo passo, scopriamo che si affermano due cose: la schiavitù dalla legge antica è stata tolta da Cristo nato sotto la legge; l’adozione a figli di Dio è stata resa possibile da Cristo nato da donna. In altre parole nascendo nel tempo Cristo ha dovuto subire due condizioni: è nato sotto la legge di Mosè, e per questo ci ha liberati dalla legge; è nato da una donna, e per questo abbiamo potuto diventare figli di Dio, partecipi della natura divina, mediante il dono del suo Spirito.

La maternità divina di Maria è un mistero che ci rivela la grandezza della Vergine Santa, voluta da Dio come Madre di Suo Figlio. Maria è la prima creatura che entra in rapporto con la divinità, e l’accoglie nel suo grembo. Proprio in quanto Madre del Figlio di Dio Maria è madre di tutti coloro che diventano ‘figli nel Figlio’, di coloro cioè ai quali Cristo con il suo mistero pasquale di morte e di risurrezione ha dato il potere di diventare figli di Dio.

Maria quindi, proprio perchè Madre di Dio, è madre anche di ciascuno di noi nell’ordine della grazia. Sotto la croce Maria ha ascoltato da Gesù stesso la rivelazione di questa sua prerogativa, quando egli ha detto all’apostolo Giovanni: ‘Ecco tua madre‘.

S. Paolo ci ha fatto conoscere la radice del mistero per il quale Maria è madre di Dio e per questo anche madre nostra, mentre l’evangelista Giovanni ci ha insegnato ad accogliere questa madre nella nostra vita. I due apostoli insieme ci hanno detto che il mistero della maternità divina di Maria interessa la vita di ogni cristiano.

La città di Efeso si trova al centro di questa bella realtà per due ragioni, perchè è stato il luogo della solenne definizione da parte del Concilio della Maternità divina di Maria, e perchè custodisce la tomba dell’apostolo Giovanni che per primo fu affidato da Cristo alla Madre celeste.

Anche noi come Elisabetta possiamo esclamare: ‘A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?’ A che cosa dobbiamo noi tutti, di poterci affidare alla Vergine Maria come nostra Madre, sapendo di essere accolti da lei come suoi figli? A che cosa, se non al grande amore con il quale Dio ha voluto redimere tutta l’umanità?

Maria, nel momento in cui apprende dall’Angelo la notizia di essere madre, si mette in viaggio per andare dalla cugina Elisabetta. In questo modo ci fa conoscere che la presenza di Dio nel suo grembo la rende missionaria, annunciatrice di salvezza e di speranza.

Elisabetta proclama la sua fede; nel suo grembo il figlio Giovanni esulta di gioia; Maria stessa magnifica il Signore e lo riconosce suo Salvatore. Siamo proprio nella pienezza dei tempi, cioè nel tempo riempito dalla presenza di Dio che è finalmente venuto per rinnovare il mondo, e realizzare quanto aveva già previsto il profeta Isaia.

Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce‘. E’ quello che è accaduto. A noi oggi sembra di essere ancora quel popolo che cammina nelle tenebre, perchè sono tante le tenebre che avvolgono i nostri giorni. Ma siamo anche il popolo che vede una grande luce che ci riempie di gioia, perchè un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio, il cui nome è: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace.

Davvero non siamo più soli; la maternità di Maria ha portato Dio in mezzo a noi, e ha cambiato anche il rapporto tra di noi; non siamo più gli uni contro gli altri armati, ma siamo fratelli, figli tutti dell’unico Padre.

Come nelle nostre famiglie è la madre che le tiene unite e ricupera gli eventuali contrasti, così Maria ci presenta Suo Figlio per ricordarci che lui è venuto per fare di noi una sola famiglia, nella quale si possa vivere nel rispetto e nell’amore reciproco, fondamento della vera pace.

Il modo più bello di celebrare la festa della maternità divina di Maria è fare di tutto perchè si realizzi la pace fra gli uomini, nelle famiglie, fra le nazioni, nel mondo intero. Questo dono anzitutto va chiesto a Dio, perchè lo conceda agli uomini di buona volontà. Ma dobbiamo anche costruire la pace tra noi, nel rispetto reciproco, nel perdono, nell’accoglienza e nell’amore.

Per raggiungere questo scopo possiamo favorire nel nostro paese un modo di pensare che rispetti la dignità di ogni persona, senza distinzione nè per la condizione economica e sociale, nè per le differenze di nazionalità e di religione. Se il mondo è riuscito a capire che non si possono regolare i rapporti tra gli uomini con la guerra, può arrivare anche a capire che con l’aiuto di Dio e la buona volontà di tutti si può arrivare a costruire la pace.

Questo ci conceda il Signore per l’intercessione di Maria Vergine, Madre di Dio e madre nostra.

 

OMELIA per la ESALTAZIONE DELLA CROCE e CANDIDATURA al DIACONATO PERMANENTE
Russi, 13 settembre 2008
15-09-2008

Abbiamo incontrato la solennità dell’Esaltazione della croce in questa domenica che stiamo già vivendo nella celebrazione prefestiva, durante la quale accoglieremo la candidatura di un vostro fratello e amico Giulio Donati al diaconato permanente. È una coincidenza che illumina e arricchisce il breve rito che faremo, perché vedremo come il servizio al quale il diacono è destinato comporti seguire il Signore fino sulla croce.

Questa solennità introdotta verosimilmente per la dedicazione di una o di entrambe le basiliche costruite sui luoghi della passione,  vuole celebrare la croce come strumento di salvezza, che ha portato Gesù il Salvatore del mondo. Quindi non stiamo celebrando il mistero della passione, morte e risurrezione del signore Gesù, ma solo lo strumento della passione.

Tanto per farmi capire, una volta uno mi disse: ‘Nel nostro ufficio hanno messo soltanto la figura di Gesù senza la croce’, come usa adesso da parte degli artisti, e mi diceva: ‘E’ più importante la croce’. E io dicevo: ‘Hai ragione’, perché è quello il segno della nostra salvezza. Tanto è vero che nei primi secoli cristiani veniva rappresentata la croce, pensate a S. Apollinare a Ravenna, gloriosa, gemmata, luminosa perché il Cristo era risorto, non era più in croce.

E quando nell’epoca romanica hanno cominciato a raffigurarlo, lo raffiguravano vivo, con la corona in testa, i paramenti sacerdotali, gli occhi aperti, perché Cristo è vivo.

Nelle epoche successive hanno poi preso a rappresentare il Cristo nel momento della morte, o appena morto, ecc. Per dire che la celebrazione di oggi è questa: l’esaltazione della croce, cioè l’importanza di questo strumento, e anche il significato che questa parola ha preso nel nostro linguaggio.

Gesù ha detto: ‘Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo’, ricuperando quel episodio, che abbiamo sentito nella prima lettura, di Mosè che mette un serpente di rame sopra un’asta, anche questo come strumento di salvezza per il popolo che veniva aggredito dai serpenti. Cioè, il serpente che era strumento di morte diventa strumento di vita, così come la croce, che normalmente è uno strumento di morte. Anche per Cristo è stata strumento di morte, ma è diventata strumento che dà la vita.

Anche l’innalzare da terra, il sollevare, il guardare in alto, ci ricorda la gloria di Cristo. Anche questo significato lo possiamo trovare nelle parole del Signore Gesù, il quale dice nel Vangelo di Giovanni: ‘Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me‘ (12,32). C’è quindi il pensiero della gloria che sta al culmine della vicenda della crocifissione del Signore.

‘Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito; Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di Lui’. Ecco come la croce diventa strumento di salvezza, per l’amore col quale Dio ci ha amato e ci ha mostrato questo suo amore nel suo Figlio fino a donarlo, sacrificarlo per la nostra salvezza.

Noi non siamo cristiani perché amiamo Dio, ma perché crediamo che Dio ci ama. Questa è una delle tante differenze del cristianesimo; è una delle rivelazioni che fa la differenza del cristianesimo. Anche quando ci proviamo e vogliamo dimostrare giustamente di amare il Signore, non è questo l’essere cristiani, ma il sapere di essere amati, il sapere di essere stati oggetto di un amore così grande, per il quale Cristo è morto in croce. Ecco la croce come segno dell’amore di Dio per noi.

Quando nella tradizione cristiana si è cominciato a mettere la croce o anche il crocifisso dappertutto, non era per spaventare i bambini con un ‘cadaverino’ sulla croce, ma era per ricordare l’amore col quale Dio ci ha amato, fino a quel punto ci ha amato. E abbiamo bisogno di ricordare che Dio ci ama.

La gente che non vuole più vedere il crocifisso si dispera perché non crede più nell’amore di Dio. Anzi pensa proprio che Dio non gli vuole bene, perché non ci manda la pioggia quando aspettiamo la pioggia, non ci manda il sole quando aspettiamo il sole, perché non ci guarisce quando siamo ammalati e così via, e non sa che il segno dell’amore di Dio è la croce di Cristo.

Nella seconda lettura abbiamo sentito da S. Paolo il tracciato che ha fatto il Figlio di Dio quando è venuto per mostrarci l’amore del Padre. Da Dio che era si è fatto servo (in greco: doulos, cioè schiavo), ha preso la figura di uomo, è morto, è morto in croce, ma Dio gli ha dato un nome, che è il Signore (Kyrios).Quindi possiamo dire che c’è una parabola che Cristo ha fatto per mostrarci il suo amore, e così facendo ha ricuperato un nuovo titolo di gloria, che è la signoria sul mondo.

È questa signoria che la Chiesa riconosce nel tempo e vuol servire nei fratelli, che sono un segno di Cristo. Quindi possiamo dire che il servizio, che anche il diacono ricorda nella Chiesa, nasce principalmente da Cristo Signore, alla cui signoria tutti devono servire nella Chiesa, la quale serve la signoria di Cristo nei fratelli. Quindi non è tanto per imitare il servizio che Cristo ha fatto dando la vita per noi, ma proprio per servire la sua signoria. È molto bello questo passo di S. Paolo che ci fa collocare al posto giusto il servizio che il diacono ci ricorda.

 

Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io là sarà anche il mio servo‘ (Gv 12,26). Per svolgere il servizio non si tratta di inventare delle cose da fare: primo bisogna seguire Cristo. Poi Gesù dice in Matteo: ‘Se qualcuno vuol venire dietro a me, quindi mi vuole seguire, rinneghi se stresso, prenda la sua croce e mi segua’ (Mt 16,24). Anche qui c’è un concatenamento di atteggiamenti posti dal Signore: il seguire, il servire, la croce.

Sono atteggiamenti spirituali, ma sono atteggiamenti che troviamo nella Chiesa svolti da qualcuno, perché questi atteggiamenti siano vivi e presenti e siano realizzati.

Per i discepoli di Cristo ci sono alcune parole chiavi: koinonia, che è la comunione dono dello Spirito santo; liturgia, perché tutto nasce e tutto finisce nell’Eucaristia, nella liturgia, nel culto, nel riconoscere il nostro Dio, nel lodarlo anche con la preghiera liturgica; diakonia, che è il servizio della carità; martyria, la testimonianza della vita fino al sacrificio. Queste parole ci dicono la vita della Chiesa in alcuni aspetti fondamentali. Nella Chiesa per mantenere viva questa realtà, ci sono i ministri: i ministri della liturgia sono i presbiteri, i ministri della diakonia sono i diaconi, che vengono ordinati per il servizio.

Concludiamo questa riflessione che è partita dalla croce posta alla nostra attenzione quest’oggi. Vogliamo accogliere la disponibilità di Giulio a fare il percorso di preparazione al diaconato, perché prima di chiedersi che cosa deve fare, ci si deve chiedere chi deve essere il diacono. Abbiamo sentito che deve essere uno che è dentro la Chiesa-comunione, e sa che deve collaborare con i doni dello Spirito per creare unità, comunione, pace nella Chiesa; è uno che sa che deve pregare, e quindi collabora al culto, alla liturgia col presbitero; sarà accanto all’altare,una volta che sarà ordinato, perché anche lui prende di lì la forza e la ragione del suo servizio; dovrà esercitare la diaconia senza esaurirla, ma animandola, provocandola.

Qualcuno ricorda che anche i preti e il Vescovo diventando preti e vescovo rimangono diaconi. Il diacono ha questo dono preciso di ricordare che la comunità la Chiesa, tutti siamo a servizio. E tutti dobbiamo dare la nostra testimonianza di vita, compreso il sacrificio, che può essere anche il martirio. In questi giorni sentiamo l’esempio dell’India perché oggi fa notizia quella, ma continuano i martiri in Cina, in Africa, in America latina e in tutto il mondo dove c’è aggressione ai cristiani. Viene chiesto sacrificio e testimonianza anche qui dove viviamo noi, dove il cristiano magari è soltanto preso in giro.

Noi sappiamo che servire Dio è regnare, e siamo lieti di poter servire Cristo Signore che ci ha amato fino a questo punto, nella libertà dei figli di Dio, nella comunione della Chiesa.

Ecco come la liturgia ci ha aiutato a vedere questo rito che adesso compiamo, accogliendo la candidatura per la preparazione al diaconato permanente di Giulio Donati, ringraziando il Signore e lui per questo dono.