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OMELIA per la TRIGESIMA di don ORESTE BENZI
Faenza, Basilica Cattedrale 2 dicembre 2007
02-12-2007

Nella prima domenica di Avvento, che stiamo celebrando, quest’anno abbiamo la ricorrenza della trigesima della morte di don Oreste Benzi. La nostra Chiesa diocesana ha un debito di riconoscenza verso questo sacerdote, per i segni della sua opera che ha lasciato in mezzo a noi, sia con le famiglie della Comunità Papa Giovanni, sia con il dono della sua testimonianza le varie volte che ha tenuto incontri nelle nostre parrocchie.

Le due circostanze si arricchiscono a vicenda, e ci consentono per un verso di celebrare l’inizio dell’Avvento con il realismo del ricordo di un nostro fratello che ha incontrato il Signore vegliando e lavorando per Lui, e per altro verso possiamo collocare il ricordo della morte di don Oreste nella luce dell’attesa del Signore che viene.

‘Andiamo con gioia incontro al Signore’ è stato il ritornello del salmo responsoriale, e può essere anche la sintesi di questa liturgia. Andiamo con gioia, perchè il Signore ci è venuto incontro e ha facilitato il percorso; andiamo con gioia perché siamo attesi nella casa del Padre; andiamo con gioia perché la notte è avanzata e il giorno è vicino.

Ha scritto don Oreste nel commento preparato per le letture del 2 novembre, il giorno poi in cui è avvenuta la sua morte: ‘Nel momento in cui chiuderò gli occhi a questa terra, la gente che sarà vicino dirà: è morto. In realtà è una bugia. Sono morto per chi mi vede, per chi sta lì. Le mie mani saranno fredde, il mio occhio non potrà più vedere, ma in realtà la morte non esiste perché appena chiudo gli occhi a questa terra mi apro all’infinito di Dio. Noi lo vedremo, come dice Paolo, faccia a faccia, così come egli è’ La morte è il momento dell’abbraccio col Padre, atteso intensamente nel cuore di ogni uomo, nel cuore di ogni creatura’.

Se questo è l’incontro definitivo con Dio nell’eternità, mentre siamo nel tempo dobbiamo vivere sapendo che il Signore viene, ed essere vigilanti.

La parola di Dio ci aiuta a vedere in modo nuovo la realtà, e ci dà la speranza di poterla in qualche modo cambiare. Così il profeta Isaia, che considera la situazione dei popoli, vede la possibilità che questi trovino in Gerusalemme la via della salvezza. Guardando la storia umana verrebbe da disperare; e anche la situazione dei nostri giorni non lascia prevedere nulla di buono. Eppure Isaia annuncia: ‘Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo’. Se non altro questo sta diventando un desiderio sincero di ogni generazione; sono sempre più coloro che vedono nella pace l’unica possibilità di convivenza tra le genti. Non è una conquista da poco, se pensiamo quale era la mentalità a questo riguardo anche da noi solo pochi decenni fa. E l’impegno di don Oreste Benzi per educare alla pace i giovani, non era la scelta di un illuso, ma di uno che vedeva con gli occhi del credente e che leggeva la storia secondo il progetto di Dio.

Ma tutta la vita dell’uomo viene illuminata in modo nuovo dalla venuta di Dio sulla terra.

‘E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina’ Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente come in pieno giorno’. Sotto gli occhi di Dio, alla scuola di Gesù Cristo nostro fratello, non possiamo che comportarci da figli di Dio. Purtroppo la tentazione degli uomini è quella di vivere come se Dio non esistesse; come al tempo di Noè, così è stato in tutti i tempi, così è anche adesso e sarà così anche quando verrà il giorno del Signore. L’uomo preso dalle cose di questo mondo non alza gli occhi al cielo, e non vede la realtà nella nuova prospettiva portata da Cristo.

Tutta l’attività di don Oreste invece è stata all’insegna della convinzione che la nostra vita non può rassegnarsi ad essere smarrita e perduta nei bassi interessi della terra, ma deve muoversi cominciando dal riconoscere in ogni persona umana la stessa dignità di Dio.  

Le scelte di campo in ambito culturale, gli impegni di carità e di promozione sociale, le campagne presso gli uomini politici a sostegno dei diritti dei più piccoli e abbandonati, non si spiegano in don Oreste se non si tiene presente la sua visione dell’uomo alla luce di Dio. E’ l’uomo contemplativo, che ha fatto l’esperienza dell’amore di Dio per sé e per gli altri ad avere la forza per conseguire ciò che vede giusto. E’ stato così anche per don Oreste; diceva: per stare in piedi bisogna stare in ginocchio. E ha voluto in ogni famiglia della sua Comunità la presenza di Gesù Eucaristia, perché senza di Lui non è possibile amare con il cuore di Dio.

Dalla certezza che Dio ama tutti e non vuole che nessuno si perda viene la forza per alcune delle scelte più coraggiose nell’impegno di carità di don Oreste, come quella di formare, nell’Associazione Papa Giovanni XXIII, una Comunità di consacrati, che per grazia di Dio dedicano la propria vita agli altri, per dare una famiglia a chi non ce l’ha, per accogliere chi è stato rifiutato dalla società, per ridare speranza a chi l’aveva riposta illusoriamente nelle sostanze devastanti della droga, per riconoscere la dignità e i diritti alle minoranze mal tollerate, per liberare dalla schiavitù del mercato del proprio corpo soprattutto le donne qui venute con ben altre aspirazioni, per cercare e dare un po’ di amore agli ‘invisibili’ delle nostre città.

Si può dire che dovunque c’era un uomo sofferente, lì don Oreste voleva fare qualcosa. E quando non si poteva fare niente altro, si poteva almeno pregare, come ha fatto di fronte alla cliniche dove si pratica l’aborto, con la recita del Rosario per i bambini uccisi e per le loro mamme.

Don Oreste Benzi è stato per il nostro tempo un dono del Signore. Egli ci ha mostrato che l’attesa del Regno di Dio non è una fantasia, ma può essere tradotta in passi reali verso un mondo nuovo, reso possibile dalla presenza di Cristo nel mondo e di quanti lo vogliono seguire ascoltando la sua parola e mettendola in pratica.

‘Vegliate dunque’ ci ha detto il Signore; ‘aprite gli occhi’, ci potrebbe dire don Oreste: non fatevi ingannare; è possibile fare come Gesù ci ha insegnato, certo non da soli, ma nella fedeltà alla Chiesa, nella comunione con i fratelli di fede, con il sostegno della preghiera.

Anche noi vogliamo pregare anzitutto per la pace eterna di don Oreste, perché il Signore l’accolga accanto a Sé in mezzo ai suoi Santi.

Poi chiediamo al Signore che il seme gettato da don Oreste anche nella nostra Chiesa diocesana con le alcune famiglie della sua Comunità, e diffuso in ogni parte del mondo possa crescere e portare ancora frutto.

Questi sono segni del Regno che possono alimentare in noi la speranza nella venuta del Signore. Egli, che è già venuto nel Natale di Cristo, verrà alla fine dei tempi a giudicare i vivi e i morti, e viene ogni giorno mediante la diffusione del suo Regno in mezzo a noi.

L’eroicità di Nilde Guerra
Faenza, Basilica Cattedrale 25 novembre 2007
25-11-2007

Con la solennità di Gesù Cristo Re dell’universo si conclude l’anno della Chiesa. Come abbiamo sentito dalle letture, viene messa alla nostra attenzione un aspetto centrale del mistero cristiano, quello stesso che troviamo all’inizio dell’anno liturgico con il tempo dell’Avvento, cioè il nostro destino eterno presso Dio. Giustamente si finisce l’anno così come lo si era cominciato, per dire che tutto segue il progetto di Dio su di noi, dall’inizio alla fine.

Cristo è all’origine di tutto, ‘poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili’; e Cristo è anche il senso di tutto: ‘tutte le cose sono state create in vista di lui’. Per questa ragione Cristo è il re dell’universo, perché tutto viene da lui e tutto converge verso di lui.

Tutto questo appartiene al progetto del Padre, di cui il Cristo è l’immagine visibile. Ma Cristo ha anche meritato il Regno che gli viene offerto dal Padre, mediante il sacrificio della Croce.

Abbiamo sentito nel racconto del vangelo di Luca in che modo Cristo ha meritato di essere il re eterno e universale: ‘Se sei il re dei Giudei, se sei il Cristo salva te stesso”. Ma non era questo il modo voluto da Cristo per mostrare la sua potenza divina; egli stesso aveva detto: ‘Chi vuol salvare la propria vita la perderà’ (Lc 9, 24). Il modo di salvare seguito da Gesù non è conforme alle attese degli uomini, ma è la sorpresa dell’amore divino; non è salvando se stesso che Gesù dimostra di essere il Salvatore, ma sacrificando se stesso per amore del Padre e per amore nostro.

Gesù aveva anche detto: ‘Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua’ (Lc 9, 23). In questo modo Gesù ha aperto per i suoi discepoli la possibilità di seguirlo fino a partecipare liberamente insieme a Lui al mistero della umana redenzione. La prima discepola a seguire Gesù sotto la croce è stata sua Madre, che ha dato così la sua collaborazione materna alla nostra redenzione; ma per tutti è possibile fare qualcosa, mediante le proprie sofferenze, completando, come dice S. Paolo, quello che manca ai patimenti di Cristo (cfr Col 1,24).

In coincidenza con la festa di Cristo Re, in questa chiesa cattedrale oggi si venera in modo particolare il Crocifisso, che sintetizza in questa venerata immagine sia il mistero della regalità di Cristo dall’alto della croce (regnavit a ligno Deus), sia l’offerta delle nostre croci quotidiane come partecipazione amorosa alla redenzione del mondo.

In questa giornata così densa di significati per la Chiesa universale e per la nostra Chiesa particolare abbiamo voluto mettere un gesto di ringraziamento al Signore per l’importante passo che ha fatto nei mesi scorsi la causa di beatificazione di Nilde Guerra, con il decreto che ha riconosciuto l’eroicità delle sue virtù. Con questo atto la Chiesa ha concluso un lungo percorso compiuto con tutta la diligenza e l’attenzione necessaria. E’ stata una approfondita ricerca su tutto ciò che riguarda la vita, gli scritti, le testimonianze della Serva di Dio, mediante il processo svolto in Diocesi. In seguito presso la Congregazione per le cause dei santi sono stati esaminati gli atti da persone esperte e responsabili, che hanno riconosciuto la ‘misura alta della vita cristiana’ di questa fedele laica. Il Decreto del 1° giugno 2007, approvato dal S. Padre, ha concluso il percorso della causa sulla eroicità delle virtù della Serva di Dio Nilde Guerra. La via ora è aperta per la beatificazione, che diventa possibile qualora un miracolo attribuito alla sua intercessione portasse quasi una conferma soprannaturale alla decisione della Chiesa. Per questo ora viene chiamata ‘venerabile’, perché può essere venerata e pregata, seppure solo in ambito privato e non con culto pubblico.

Ma in che cosa consiste l’eroicità delle virtù di Nilde Guerra, che la Chiesa ha riconosciuto? Dalle relazioni dei Consultori teologi  che hanno espresso il proprio voto, si può trovare qualche utile indicazione.

Anzitutto essi dicono che il ‘centro della vita spirituale della serva di Dio è l’identificazione con Cristo sofferente’ (voto 2). La croce è al centro della sua spiritualità; questo lo si è visto nella decisa volontà di entrare nella congregazione delle Ancelle del Sacro Cuore di Gesù Agonizzante, ma soprattutto nel voto di vittima fatto l’8 dicembre 1947, e nel vedere frequentemente l’opportunità di unirsi alla croce di Cristo sia nella sua malattia, sia per la conversione dei peccatori, sia nelle difficoltà dell’apostolato. In questa centralità della croce nella vita spirituale di Nilde risalta la spontanea scelta di uniformarsi alla volontà di Cristo. Scrive in occasione del voto di vittima: ‘Eccomi o mio Gesù, ti offro tutta la mia vita, tutta me stessa perché tu compia in me tutti i tuoi disegni. Fa che mai metta ostacolo alla Tua santa volontà in qualunque modo si manifesti’.

Ma se la croce è il centro, non meno prezioso è tutto ciò che nella vita si è manifestato, a cominciare dalle virtù teologali della fede, speranza e carità verso Dio e verso il prossimo, e dalle virtù cardinali della prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, con tutte le virtù connesse. Le varie testimonianze raccolte durante il processo canonico hanno proprio messo in evidenza l’esemplarità della vita cristiana di Nilde, alimentata dalla costante preghiera e da un forte impegno nell’apostolato realizzato nell’Azione cattolica.

A questo riguardo è opportuno fare qualche ulteriore riflessione, mettendo in risalto alcune sottolineature, che meglio fanno capire la singolarità dell’apostolato di Nilde.

Vi è anzitutto  un apostolato che si può chiamare di offerta di tutte le sue sofferenze, finalizzate a sostenere scopi precisi a seconda delle circostanze (per i peccati propri, per quelli dei suoi familiari, per la parrocchia, per i sacerdoti e per la conversione dei peccatori); vi è poi l’apostolato della testimonianza espresso sia nell’ambito dell’Azione cattolica e della parrocchia, sia nel contesto strettamente familiare e degli incontri occasionali con parenti, amici e conoscenti, attraverso anche le numerose lettere. Diceva alle sue beniamine di Azione cattolica: ‘Dobbiamo essere orgogliose di appartenere a questa grande famiglia che lavora, lotta e soffre a fianco del papa per il trionfo di Cristo nel mondo’.

Ma a questo punto dobbiamo chiederci se l’esempio e il messaggio di Nilde Guerra è ancora adatto per il nostro tempo. Sono convinto infatti che il Signore manda i suoi santi in tutti i periodi della storia, per farci capire che la via della santità è possibile in ogni situazione e in ogni tempo. La figura di Nilde Guerra, ha certamente qualcosa di particolare da dire alla nostra Chiesa, ai giovani (la sua vita si è chiusa a 27 anni) e a tutti i cristiani.

Anzitutto anche Nilde è un esempio che mostra la chiamata universale dei cristiani alla santità; le vie per raggiungerla possono essere le più imprevedibili, ma certamente sono quelle che corrispondono alla volontà di Dio. E’ curioso infatti notare che per Nilde è diventata impossibile la vita consacrata in una comunità religiosa, e la via della sua santità è passata attraverso l’impegno dell’apostolato nella vita secolare.

C’è poi un aspetto più misterioso, ma ugualmente prezioso anche per il nostro tempo, che è la partecipazione alle sofferenze di Cristo, mediante le prove accettate liberamente per la salvezza propria e degli altri, mettendo a frutto il valore della sofferenza. E’ il mistero del dolore, che nonostante i grandi progressi dell’umanità rimane una esperienza diffusa, il cui valore non deve andare disperso, ma deve trovare un senso soprattutto mediante la fede di quanti conoscono Cristo. La mancanza di salute, l’impossibilità di realizzare i propri progetti, le sofferenze morali per le situazioni tristi della vita non sono ragioni per disperdere tutto nell’insignificanza, ma possono diventare occasioni per partecipare alla redenzione del mondo operata da Cristo.

Un altro messaggio infine viene dalla vita di Nilde, in ordine al senso della vita, che non è legato al successo esterno ed effimero di una carriera umana, ma piuttosto al bene che in ogni caso si riesce a diffondere. E’ infatti impressionante vedere come in una condizione di salute tanto precaria, Nilde abbia potuto sviluppare una attività formativa e di responsabilità nell’Azione cattolica, non solo parrocchiale, sia con la propria opera, sia mediante una notevole corrispondenza, lei che aveva avuto una preparazione scolastica appena di livello elementare.

Nella convinzione che la Ven. Nilde Guerra è un dono per il nostro tempo, la nostra Chiesa diocesana vuole impegnarsi per fare conoscere sempre meglio la vita e l’insegnamento di questa sua figlia, perché sia accolta come una proposta di speranza di fronte alle difficoltà che oggi incontrano in particolare i giovani e le donne.

Affinché il suo esempio sia più efficace, noi chiediamo al Signore anche la glorificazione di Nilde davanti alla Chiesa mediante la sua beatificazione; e a questo scopo sarà nostra cura cogliere le occasioni opportune per chiedere, mediante la sua intercessione, il segno del miracolo.

Nel maggio del 2009 si compiranno 60 anni dalla morte di Nilde Guerra; vogliamo fin d’ora prepararci a quell’appuntamento attraverso la diffusione della sua conoscenza, e facendo tesoro del dono che mediante la Ven. Nilde il Signore ha fatto alla sua Chiesa.

In questo modo anche noi lavoreremo per la diffusione del Regno di Cristo, che è regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace.

OMELIA per i ragazzi accolti in occasione dell’AGORA’ dei GIOVANI
Faenza, Basilica Cattedrale - 31 agosto 2007
31-08-2007

L’Eucaristia a conclusione del breve incontro di voi giovani con la nostra Chiesa, è il punto di convergenza nel quale sempre ci potremo incontrare, anche quando saremo tornati alle nostre famiglie. Quando si condivide la stessa umanità, e soprattutto quando si condivide la stessa fede in Cristo è facile incontrarsi. L’incontro di questi giorni è stato un momento di scambio e di apertura in cammino verso Loreto, dove siamo convocati dal Papa, nella casa di Maria nostra Madre. Lasciate che dica grazie a voi tutti, ai vostri vescovi, ai vostri preti e animatori che vi hanno accompagnato. Grazie per la vostra presenza, per l’impegno con cui avete vissuto questi giorni; grazie perché avete testimoniato che è bello essere discepoli di Gesù. Nella nostra Chiesa avete trovato un evento particolare: la celebrazione giubilare di S. Pier Damiani a 1.000 anni dalla sua nascita. Davvero davanti a Dio mille anni sono come un giorno solo, perché il messaggio di S. Pier Damiani è ancora valido oggi. S. Pier Damiani nella sua gioventù ha fatto una scelta decisiva per il Signore, per una vita cristiana non mediocre, ma scegliendo la misura alta della santità; e in questo modo ha potuto servire la Chiesa e l’Europa del suo tempo. Il Vangelo ci ha detto che il Regno dei cieli è un incontro sponsale, atteso e preparato: ecco lo Sposo, andategli incontro! È necessario essere svegli ed essere pronti quando il Signore arriva. Questo non tanto pensando alla fine della vita quando il Signore verrà per le nozze eterne, ma anche ora che ci chiama alla Vita vera, una vita che merita di essere vissuta. Per essere pronti all’incontro è necessario fare rifornimento di olio; cioè accumulare i doni dello Spirito santo mediante la preghiera, l’ascolto della parola di Dio e la carità. Bisogna essere riforniti, perché non sappiamo quanto olio ci occorrerà nella vita; per rifornirci è necessario pagare di persona, senza pensare di sfruttare l’impegno degli altri. Il progetto di Dio su di noi infatti è la nostra santificazione. Essere santi significa essere liberi dalle passioni che ci impediscono di muoverci; sono i sette vizi capitali’ Il mondo è vigliacco perché colpisce il punto più debole per tenerci sotto, e indurci a cedere di fronte alle sue proposte sempre più allettanti, inventando bisogni ai quali rispondere con un consumismo sempre crescente. S. Paolo ci avverte di rispettare il nostro corpo e quello degli altri perché sono tempio dello Spirito santo. La sessualità è una caratteristica della persona che ci è data anzitutto per relazionarci con gli altri, per aprirci all’amore del prossimo, e non per perseguire una soddisfazione egoistica che può portare alla distruzione di ciò che di più bello abbiamo avuto in dono. Questa non è tanto una riflessione moralistica sul nostro comportamento; la parola di Dio ci illumina sul nostro essere uomini e donne secondo il disegno di Dio, il quale non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione. In altre parole Dio non ci ha dato la vita perchè trovassimo il maggior benessere possibile per noi stessi, e gli altri che si arrangino; ci ha dato la vita perché ci potessimo realizzare nel dono sincero di noi stessi. E tutti abbiamo fatto l’esperienza di come sia bello fare dei gesti di generosità. Ognuno saprà realizzare questo progetto secondo la sua vocazione personale, portando il suo contributo alla crescita della Chiesa o del mondo con un servizio preciso; e per tutti il modello sarà Gesù, per avere una vita vera, piena e senza rimpianti. Mi piace finire con un brano del discorso di Giovanni Paolo II a Tor Vergata per la Giornata mondiale della gioventù: ‘In realtà, è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare. E’ Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande, la volontà di seguire un ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con umiltà e perseveranza per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna’. In altre parole tutto questo significa essere santi.

OMELIA per le esequie del PILOTA della Protezione Civile ANDREA GOLFERA
Aeroporto 'F.Baracca' di Villa S.Martino-Lugo, 28 luglio 2007
28-07-2007

La morte è sempre un evento doloroso per coloro che ne sono in qualche modo coinvolti; ma quando la morte arriva in circostanze che mettono in evidenza un gesto generoso e altruistico come quello del pilota Andrea Golfera, allora tutti restiamo colpiti dall’evento, e desideriamo in qualche modo esprimere la nostra partecipazione. Le Chiese di Imola e di Faenza, in questa celebrazione di suffragio che viene celebrata in un luogo che in modo emblematico le unisce, si accompagnano allo sgomento di tutta la comunità di Lugo e non solo, e sono vicine al dolore dei familiari del pilota Andrea. Abbiamo già ascoltato in questa liturgia funebre la parola di Dio. E’ una parola che vuole aprire alla speranza e allo stesso tempo richiamarci ad un impegno. Anzitutto vogliamo pregare perché il Signore conceda la pace eterna a questo suo figlio morto tragicamente nell’adempimento di un dovere di servizio per il bene del suo prossimo. Poi vogliamo chiedere conforto per coloro che legati da vincoli di affetto soffrono per questa morte, in particolare per l’anziano genitore. Infine ci chiediamo se questa morte non ci interpelli tutti, dalle istituzioni ai singoli cittadini, nella difesa del bene comune di tutta la nazione. ‘Io lo so che il mio Redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la carne, vedrò Dio’. Andrea si è presentato al giudizio di Dio, al quale anche noi lo affidiamo, pregando che Dio si ricordi della sua misericordia e dell’amore che ha avuto per questa sua creatura fin da quando nel battesimo lo ha voluto tra i suoi figli. Il nome che lo ha identificato per tutta la vita è quello che gli fu posto dai suoi genitori nel giorno del battesimo, ed è il nome con il quale anche il Padre che è nei cieli lo ha riconosciuto. La preghiera della Chiesa in questa Eucaristia di commiato si affida all’amore che Dio ha mostrato in Cristo Gesù morto e risorto, e prega per la pace eterna di Andrea, accolto nella casa del Padre a ricevere il premio del bene che ha compiuto, in particolare del gesto eroico che lo ha portato alla morte. ‘Nessuno ha un amore più grande, ha detto Gesù, di chi dà la vita per i propri amici’. L’epilogo tragico di quel ultimo intervento per spegnere un incendio che minacciava cose e persone, ha rivelato quanto rischioso fosse il servizio che il pilota Andrea Golfera compiva nella Protezione civile nazionale, e nonostante questo come egli abbia continuato a svolgerlo con generosità e competenza per tanti anni. In ogni caso però la morte lascia un grande vuoto soprattutto nelle persone più care, in coloro che vivevano insieme e ne condividevano gli affetti e le premure. Per tutti costoro noi preghiamo, perché siano aiutati se non a capire, almeno ad accettare questo dolore. Ci può essere un senso anche nelle cose più difficili, ed è possibile vedere in esse un valore che renda preziosa anche un’esperienza dolorosa, e possa essere di conforto. Anzitutto la parola di Gesù ci ha detto che il Signore quando ritornerà nell’ora che non pensiamo, se ci trova pronti a compiere del bene, ci accoglierà nella sua casa, ci farà sedere alla sua mensa e si metterà lui stesso a servirci. L’unico modo per essere pronti nel momento della morte è di lavorare sempre per il bene. Se questo pensiero non può togliere il dolore, può tuttavia lasciare intravedere una luce, e dare un po’ di consolazione. A fronte di alcune vite spese male, sciupate e concluse malamente, è giusto riconoscere la validità di una vita offerta per il bene degli altri. E la testimonianza di solidarietà che anche in questo caso tanti hanno manifestato, sia il segno di un conforto profondo che noi nella preghiera invochiamo da Dio per tutti i familiari ed amici colpiti da questa sciagura. Infine credo che dobbiamo anche chiederci se la morte del pilota Andrea Golfera non debba ricordarci quanto il bene comune della nazione debba stare a cuore a tutti. Credo che da parte delle istituzioni sia giusto predisporre le leggi necessarie a questo scopo, e far osservare quelle che già esistono; ma credo che ci sia anche un impegno di tutti i cittadini nella formazione di una coscienza positiva al riguardo. In fondo il pilota Golfera stava difendendo dal fuoco beni e cose che non erano suoi, ma di altre persone e famiglie, e di tutta la collettività. I beni che sono di tutti sono affidati alla cura di ciascuno. Ma è proprio questa sensibilità che si rischia di perdere se non viene costantemente formata. E’ necessario un impegno educativo da parte delle famiglie, della scuola e della Chiesa; ed è necessario un impegno della politica che nella cura bene comune ha la sua ragion d’essere. Dispiace che debbano essere eventi come quello che stiamo celebrando a ricordarci che ci sono dei beni, come può essere un bosco, che sono di tutti, e che nessuno per interessi personali dovrebbe nemmeno pensare di poter distruggere. E qui comprendiamo che non bastano le leggi a contrastare questi fenomeni, se non esiste una coscienza morale educata a questi valori, con insegnamenti condivisi ed esempi diffusi. Se diciamo queste cose è solo perché vorremmo che anche il sacrificio di un uomo che ha dato la vita per questo possa portare ancora frutto, e far capire che è possibile sperare ancora in un mondo più giusto, se ognuno saprà fare la propria parte. In questa eucaristia di suffragio vogliamo pregare per tutti coloro che sono morti nel compiere un servizio per il bene comune, e che manifestano come sia possibile vivere per gli altri, mettendo in pratica, forse senza saperlo, l’unico precetto dell’amore

OMELIA per la PROFESSIONE SOLENNE di suor MARIA ELISA VISANI
Faenza, Monastero di Clausura dell'Ara Crucis, 9 giugno 2007
09-06-2007

E’ toccato a S. Paolo quest’anno, narrarci l’istituzione dell’Eucaristia nella solennità del Corpo e del Sangue del Signore: ‘Ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso”. Il richiamo alla grande tradizione della Chiesa, che inizia con la fedeltà degli Apostoli al mandato di Cristo, ci è particolarmente caro questa sera, per il momento che stiamo vivendo in questa Eucaristia. Celebriamo infatti nella liturgia e abbiamo nel cuore alcuni eventi che si riescono a cogliere pienamente, pur nella loro successione temporale, solo nella comunione della Chiesa cattolica. Viviamo con la Chiesa la celebrazione liturgica del Corpus Domini, che vuole porre alla venerazione pubblica il SS.mo Sacramento mediante la processione per le nostre strade; partecipiamo al Giubileo della grande famiglia domenicana nel ricordare gli 800 anni della prima comunità contemplativa; ricordiamo pure i 50 anni di Adorazione eucaristica quotidiana qui all’Ara Crucis; infine verrà accolta la professione solenne di Sr. Maria Elisa. Tutto trova unità nell’Eucaristia, nel Corpo dato e nel Sangue versato, che da sempre alimenta la vita della Chiesa, è al centro di ogni sua opera, e attrae quanti si lasciano affascinare da Cristo. Il papa Benedetto XVI nell’esortazione apostolica ‘Sacramentum caritatis’ ci ha parlato dell’Eucaristia , mistero da vivere. Il pane vivo disceso dal cielo è dato per la nostra vita di figli di Dio, iniziata nel Battesimo, e che fiorirà pienamente nell’eternità. Questo cibo di volta in volta ci assimila al Signore Gesù, ai suoi sentimenti, alle sue virtù, e chiede progressivamente una offerta di noi stessi a Lui. Il papa ricorda le parole di S. Paolo: ‘Vi esorto fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale’ (Rm 12,1). E aggiunge: ‘In questa esortazione emerge l’immagine del nuovo culto come offerta totale della propria persona in comunione con tutta la Chiesa’(n.70). Mi pare che si possa vedere nella realtà del culto spirituale ogni atto di offerta a Dio, dall’adorazione eucaristica alla consacrazione di tutta la vita, offerta gradita a Dio insieme a quella che Cristo continua a presentare nel sacrificio eucaristico. Questo culto spirituale continua l’offerta che il Verbo di Dio fece di sé entrando nel mondo: ‘Tu non hai voluto né sacrificio né offerta; un corpo invece mi hai preparato: ecco io vengo per fare, o Dio, la tua volontà’. E a questa offerta si unì subito quella della Madre, la Vergine Maria: ‘Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto’. La consacrazione totale e definitiva di una persona al Signore, da un punto di vista umano è difficilmente comprensibile. Trova la sua ragione nel mistero dell’offerta della Chiesa al Padre insieme al sacrificio di Cristo, per mezzo dello Spirito Santo. Fin dai primi tempi la Chiesa, dopo l’era dei martiri, considerò la vita consacrata come un martirio quotidiano. La vita verginale, povera e obbediente è testimonianza della donazione totale a Cristo. Una vita così fatta manifesta in modo evidente la fede in Gesù vivo e presente, capace di rispondere a tutte le attese del cuore umano. L’Ara crucis, l’altare su cui il sommo Sacerdote Cristo Gesù ha offerto sé stesso al Padre per noi, diventa uno stile di vita, diventa dono, amore a Dio e al prossimo. La persona consacrata può dire con Gesù: ‘Per questo il Padre mi ama, perché offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo’, nel centuplo promesso dal Signore e nella vita eterna. Continua il Papa nell’esortazione citata: ‘In quanto coinvolge la realtà umana del credente nella sua concretezza quotidiana, l’Eucaristia rende possibile, giorno dopo giorno, la progressiva trasfigurazione dell’uomo chiamato per grazia ad essere ad immagine del Figlio di Dio. Non c’è nulla di autenticamente umano ‘ pensieri ed affetti, parole ed opere ‘ che non trovi nel sacramento dell’Eucaristia la forma adeguata per essere vissuto in pienezza’ (n.71). L’adorazione eucaristica quotidiana vuole facilitare questa possibilità, con il sostegno della comunità monastica che assicura la fedeltà della proposta e l’apre a coloro che nella nostra Chiesa desiderano esperimentarla. A proposito poi del rapporto tra Eucaristia e vita consacrata il Papa aggiunge: ‘Il Mistero eucaristico manifesta un intrinseco rapporto con la verginità consacrata, in quanto questa è espressione della dedizione esclusiva della Chiesa a Cristo, che essa accoglie come suo Sposo con fedeltà radicale e feconda. Nell’Eucaristia la verginità consacrata trova ispirazione ed alimento per la sua dedizione totale a Cristo. Dall’Eucaristia inoltre essa trae conforto e spinta per essere, anche nel nostro tempo, segno dell’amore gratuito e fecondo che Dio ha verso l’umanità. Infine la vita consacrata è segno e anticipazione delle nozze dell’Agnello’ (n.81). Noi cristiani abbiamo bisogno di essere continuamente richiamati su queste verità vitali: nel seguire Cristo non ci devono essere compromessi, ma chiarezza e coraggio nonostante le difficoltà; di fronte agli uomini i cristiani devono essere segno dell’amore del Padre verso tutti, perché la gente non crede più nell’amore di Dio, ma lo pensa lontano e assente. Allora è bello che ci sia qualcuno che con la vita ci ricorda che ‘la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina’ (G.S. 22). Posso immaginare che qualcuno, conoscendo il servizio di carità che faceva Elisa nel centro di ascolto della Caritas, prima di farsi suora, abbia pensato che la sua vita era più utile prima di adesso. Non è raro il passaggio da un forte impegno nel sociale ad una consacrazione totale a Dio. A me verrebbe da pensare che di fronte a problemi il più delle volte insolubili, si arrivi a capire che ‘se il Signore non costruisce la casa, invano faticano i costruttori’. Per cui è possibile intravedere un modo ancora più efficace per essere di aiuto ai poveri: non tanto l’arrabattarsi nelle faccende di ogni giorno, quanto l’affidarsi alla potenza di Dio, che può sfamare cinquemila persone con cinque pani e due pesci, se trova il gesto generoso di chi provoca il suo amore. ‘I poveri li sento vicini’, dice Sr. Elisa. Essi infatti sono nella sua preghiera, nella sua offerta quotidiana, nella preghiera a Dio perché raggiunga il cuore degli uomini, e faccia fiorire la carità, la giustizia, il rispetto della vita dei più piccoli. Non è una fuga dal mondo, ma entrare in profondità nelle vicende degli uomini, viste nella luce di Dio e collocate là dove trovano il loro vero senso, sia nella situazione di sofferenza di chi è provato dalla vita, sia nell’attenzione di carità di chi viene mosso dallo Spirito santo. Anche coloro che hanno l’impressione di perdere una persona cara, come può accadere ai genitori, ai parenti e agli amici, il Signore gliela farà ritrovare in modo più vero ed efficace, perché con la sua preghiera potrà essere sempre accanto a loro, e fare sentire un modo di essere amati che solo Dio può donare. Ringraziamo il Signore che oggi consacra a Sé in modo definitivo questa figlia della nostra Chiesa, nella comunità dell’Ara Crucis, e preghiamo perché il sì che ella ha detto a Gesù nel suo ardore giovanile resti fedele per tutta la vita.

OMELIA per la SOLENNITA’ del CORPUS DOMINI
Faenza, Parrocchia di San Pier Damiani 7 giugno 2007
07-06-2007

La celebrazione della solennità del Corpo e sangue del Signore che anticipiamo rispetto a quanto la liturgia ci proporrà domenica prossima, intende essere un segno della nostra Chiesa di ciò che è l’Eucaristia non solo per il popolo dei credenti, ma per tutta la nostra gente. Il gesto della processione infatti intende manifestare all’esterno della chiesa quale è la fonte della fede e della speranza del popolo cristiano, e la forza della sua carità. Nel vangelo abbiamo ascoltato il racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci, figura di ciò che sarà il dono dell’Eucaristia. La liturgia lo propone alla nostra meditazione perché anche ciò che Cristo ha detto in vista del sacramento eucaristico è prezioso per noi. La scena del vangelo è ancora attuale, in una lettura profonda della nostra realtà. Gesù è sempre all’opera per guarire quanti hanno bisogno di cure nel loro animo ferito dal male, dalla sofferenza, dalla fatica. E’ ancora Lui che può saziare la fame vera, quella che forse è adombrata anche dalla povertà che fa letteralmente morire di fame milioni di persone anche oggi. Questa situazione mondiale, che alimenta tanta retorica sui bambini che muoiono di fame, non si risolve solo con nuove leggi commerciali, se non si arriva a cambiare il cuore dell’uomo nel suo egoismo e nelle strutture di peccato. ‘Congeda la folla perché si arrangi”; ‘No, dice Gesù, date voi stessi loro da mangiare’; ‘Ma ci vorrebbero tanti soldi’. Gesù ha un’altra strada: prende le nostre povere cose, le trasforma in un segno di amore e con questo risponde alla fame vera dell’uomo, che è il vuoto di amore verso Dio e verso il prossimo. ‘E tutti mangiarono e si saziarono’ perché ai cinque pani e ai due pesci Gesù aveva aggiunto la sua benedizione. La via lunga dell’Eucaristia per salvare il mondo, passa attraverso la formazione della Chiesa, mondo rinnovato, che ha il compito non di trovare le soluzioni tecniche ai guai del nostro tempo, ma di conservare la speranza che questi possono essere affrontati se ci sarà qualcuno che saprà amare gli uomini con l’amore di Cristo. L’Eucaristia celebrata non deve essere un rito che fa stare bene insieme tutti coloro che la pensano allo stesso modo: l’Eucaristia è il sacramento che unisce a Cristo tutti noi, che siamo venuti con la nostra miseria, le nostre discordie, i nostri peccati, per attingere alla misericordia che Cristo ci ha mostrato nella sua morte e risurrezione, e che l’Eucaristia annuncia fino a quando Egli verrà. Dice il Papa nell’esortazione ‘Sacramentum caritatis’: ‘L’Eucaristia è Cristo che si dona a noi, edificandoci continuamente come suo corpo’ (n.14). L’Eucaristia edifica la Chiesa e la mantiene in vita perché porti nel mondo l’amore di Dio. Passando per le nostre strade con il Santissimo Sacramento dell’Altare noi intendiamo dire a tutti: Dio vi ama; Dio è morto in croce per amore di tutti; Dio è rimasto in mezzo a noi per essere incontrato da tutti coloro che lo cercano. Dio sa che abbiamo fame e sete di lui, ed è rimasto qui per farsi mangiare, e per saziare il nostro desiderio di infinito. Infinito nell’amore, che sia per sempre; infinito nella pace, che sia per tutto il mondo; infinito nella gioia, per tutti. Non sono utopie illusorie; sono percorsi che si devono iniziare per il verso giusto, non contro Cristo, ma insieme con lui, che vive oggi nella sua Chiesa. La festa cittadina del Corpus Domini viene celebrata quest’anno nella parrocchia di S. Pier Damiani, in coincidenza con il giubileo millenario della nascita del nostro patrono, che da questo luogo entrò nell’eternità di Dio. Vogliamo farci dire da lui come ogni cristiano può incarnare la realtà della Chiesa, anche se è da solo dove egli è chiamato a vivere, e può essere strumento di salvezza come quel ragazzo del vangelo che donò cinque pani e due pesci. ‘La Chiesa di Cristo, scrive S. Pier Damiani, è unita da un così stretto vincolo di carità, che è una nella pluralità dei suoi membri e, nel mistero, tutta intera in ciascuno di essi. Per questo la Chiesa universale giustamente è presentata come l’unica Sposa di Cristo e ogni anima è, per il mistero del sacramento, la Chiesa nella sua pienezza’ (Dominus vobiscum, cap. v). Questa verità mette in grado ogni credente di non sentirsi smarrito di fronte alla enormità dei problemi, perché ha sempre con sé tutta la Chiesa con la grazia di Cristo, e gli consente di versare il suo piccolo contributo nella missione grande della Chiesa nel mondo. L’importante è che nessuno cerchi di esimersi dal fare la sua parte, chiedendo di congedare la folla e di rimandare sempre a qualche altro il compito di rispondere a chi ha soprattutto fame di verità, di bellezza, di santità e di giustizia; e ognuno sia contento di dare il suo poco, in termini di preghiera, di sacrificio, di adempimento del proprio dovere, perché con il nostro poco Dio sa fare molto. Melchisedek, re di Salem, sacerdote del Dio altissimo, offrì pane e vino e benedisse Abramo, che gli diede la decima di tutto. Un episodio singolare, nel quale la tradizione della Chiesa ha visto un riferimento all’Eucaristia nell’offerta del pane e del vino, frutto della terra e del lavoro dell’uomo. Anche nei più grandi misteri della Redenzione Dio è vicino alla nostra realtà quotidiana, e si inserisce in essa per trasformarla e insegnarci a farne strumento per l’eternità. L’Eucaristia è il pane della vita perché alimenta in noi la vita divina nata dal Battesimo; ma è anche il pane della vita perché ci rende capaci di amare con l’amore di Cristo il nostro prossimo; e quando avremo messo in pratica questo comandamento ultimo di Cristo, sapremo moltiplicare anche i pani per la fame del mondo: non sono le risorse che ci mancano; ci manca l’amore necessario per distribuirle. Il cristiano che vive dell’Eucaristia sa di poter alimentare anche questa speranza, perché sa che ad ogni buon conto Dio sta preparando in Cielo un banchetto per tutte le nazioni dove potranno sedersi tutti coloro che nella vita hanno saputo amare e offrire.

OMELIA per la Messa di Suffragio del VESCOVO mons. TARCISIO BERTOZZI
Faenza, Basilica Cattedrale 19 maggio 2007
19-05-2007

Siamo ormai alla vigilia della solennità dell’Ascensione del Signore, e le letture risentono della prossimità di questo mistero. Gesù è andato in Cielo a prepararci un posto, e noi siamo ancora qui a pregarlo perché il posto che ha preparato per il Vescovo Tarcisio gli sia concesso subito, per la misericordia di Dio e in premio alle sue fatiche apostoliche. Non sembri troppo il tempo di undici anni dalla morte, per trovarci ancora a pregare in suffragio del vescovo Tarcisio, perché la differenza del tempo è per noi; nell’altra vita non sappiamo come sia. A noi compete un dovere di carità e di gratitudine, e l’anniversario della morte è una occasione per continuare a sdebitarci, come Chiesa diocesana che ha goduto del servizio episcopale e del sacrificio della vita di Mons. Bertozzi. Nel ricordo di questo nostro carissimo fratello nel Signore ci lasciamo guidare dalla parola di Dio che la liturgia ci ha donato. Anzitutto il Vangelo, nel quale Gesù ci incoraggia a pregare il Padre nel suo nome, con l’assicurazione che è il Padre stesso che ci ama, e quindi ha a cuore il nostro vero bene più di noi stessi. ‘Verrà l’ora in cui apertamente vi parlerò del Padre’. Non è forse l’ora in cui ognuno di noi si troverà davanti a Dio, per essere accolto tra le sue braccia? Non è forse quello il momento in cui ognuno desidererà sentirsi dire: ‘Vieni benedetto dal Padre mio?’ A quel punto noi passeremo dalle ombre di questo mondo alla realtà luminosa del Regno. E’ questo che ora chiediamo nell’Eucaristia di suffragio per il vescovo Tarcisio. Nel raccomandarci di pregare nel suo nome Gesù ha precisato: ‘Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena’. Quando noi abbiamo l’impressione di non aver ottenuto ciò che chiediamo, dobbiamo domandarci se abbiamo pregato ‘nel nome del Signore’, cioè se ci siamo affidati alla sua potenza, inserendoci nel progetto della sua volontà, aprendoci al dono del suo Spirito, che prega in noi, perché noi non sappiamo nemmeno che cosa sia conveniente chiedere. Uno degli effetti belli della preghiera, è quello di metterci comunque nelle mani del Signore, di affidarci al suo amore, e di aspettarsi tutto da Lui: è questo che ci dà gioia, quella vera, comunque vadano le cose. La serenità nella malattia che accompagnò fino alla morte il Vescovo Tarcisio non poteva non derivare da un profondo abbandono alla volontà del Padre, in una abitudine a stare nel Signore nella preghiera, e nello spendersi totalmente nel ministero episcopale fino alla fine. La pagina degli Atti degli Apostoli ci ha riportato ad un momento vivo della missione della prima comunità cristiana, quando entra in scena un giudeo chiamato Apollo, che, pur essendo versato nelle scritture e già catechizzato, viene prese in carico dalla comunità, prima di andare in missione, e perfezionato nella sua preparazione da due laici, Priscilla e Aquila. La missione della Chiesa e il ruolo dei laici furono certamente due aspetti della ecclesiologia del Vaticano II che erano molto cari a Mons. Bertozzi, tanto che nei testi del Sinodo non è difficile trovarne ampia traccia. Mi pare bello riascoltare ancora qualche sua parola. Nel momento di annunciare la celebrazione del Sinodo diocesano ebbe a dire: ‘Sarà come un anno di missione permanente per tutta la Diocesi alla scoperta della Chiesa-comunione e degli itinerari pastorali per edificare la Chiesa-comunità in missione nel nostro tempo’ (pag.311). La visione della Chiesa voluta dal Concilio è molto chiara. Il fondamento è la comunione dono dello Spirito, frutto della parola di Dio e dell’Eucaristia, che porta alla costruzione di una comunità che vive in un tempo e in un territorio precisi, con lo scopo di diffondere il vangelo, cioè vivere la missione. Se anche in un semplice passaggio come quello citato, si può trovare una precisione teologica di tale intensità, vuol dire che questi erano concetti abituali, continuamente pensati e vissuti, in modo da diventare spontanei nel suo magistero. Volle il Sinodo per mettere tutta la Chiesa diocesana in atteggiamento missionario, e questo non tanto per adeguarsi alle indicazioni del Concilio, ma per rispondere alle nuove istanze che venivano dalla società. Leggiamo infatti in un altro discorso: ‘Si tratta di confrontarsi con i problemi particolarmente urgenti in modo da essere atti per rispondere alle sfide della nostra epoca: quale evangelizzazione in una cultura secolarista? Come vivere da persone, da famiglie e da comunità cristiane nell’epoca del benessere? Come e cosa fare per incidere sui comportamenti individuali e pubblici?’ E come avveniva ai tempi degli apostoli, in questa avventura egli voleva coinvolgere tutte le forze valide, dai presbiteri, ai religiosi e ai laici. Una Chiesa che più che guardarsi dentro, si guarda attorno per portare il messaggio di salvezza tenendo conto dei cambiamenti in atto, senza paure e senza arretramenti; una Chiesa che partendo dalla necessaria formazione delle coscienze sa di dover incidere anche nella società, per il bene di tutti. Siamo ormai al culmine della celebrazione pasquale, che sfocerà nella Pentecoste con l’effusione dello Spirito Santo. Nel mistero dell’Ascensione viviamo il ritorno del Signore risorto nella gloria del Padre, e nello stesso tempo l’invio della Chiesa nel mondo ad annunciare il Vangelo ad ogni creatura. Il cammino della Chiesa nel tempo passa attraverso la vita di persone precise che si spendono per questa missione, e realizzano quella affermazione di Gesù: ‘Farete le cose che io ho fatto e ne farete di più grandi, perché vado al Padre’. Nel ricordo soprattutto dei nostri pastori e dei santi che hanno segnato la storia di una Chiesa, vediamo il cammino che ha portato fino a noi la fede cristiana. A noi il compito di raccogliere il testimone per passarlo alle generazioni future. E’ vero che cambiano le condizioni, ma la missione resta sempre la stessa. Ogni anno, mentre avvertiamo il bisogno di pregare per il dono della pace eterna per chi ci ha preceduto, sentiamo anche la necessità di ringraziare il Signore per il dono evidente che è stato fatto alla nostra Chiesa nel vescovo Tarcisio. Dono che lo si ritrova nella impostazione generale della vita della Diocesi ancora valida, e lo si ritrova anche nei ricordi personali di presbiteri, religiosi e laici che hanno avuto modo di fare tesoro di una parola, di un esempio, o di apprezzare comunque qualche aspetto della sua vita e in particolare della sua sofferenza. Per questo la nostra Eucaristia è un’offerta a Dio gradita per il riposo eterno del vescovo Tarcisio che in questa Cattedrale è in attesa della Pasqua eterna; e insieme è un ringraziamento a Dio che lo ha donato alla nostra Chiesa.

OMELIA per la MESSA CRISMALE 2007
Faenza, Basilica Cattedrale, 5 aprile 2007
05-04-2007

La concelebrazione della Messa Crismale è presentata dalla liturgia come il segno più alto della comunione del presbiterio diocesano con il Vescovo. Collocata al termine della quaresima e in prossimità del Triduo santo, si trova ad essere come un anello che collega il percorso penitenziale appena concluso al Mistero pasquale. E’ la Chiesa che cammina nel tempo, che trova qui la sua identità più vera, per portare il popolo di Dio, al quale tutti apparteniamo, dentro il mistero della Pasqua di morte e di risurrezione. Come presbiteri siamo consapevoli di avere la responsabilità della gestione dei sacramenti della salvezza, e quindi di avere un grande potere spirituale; sappiamo pure che il ministero che ci è affidato coinvolge anche la santità della nostra vita, che si svolge immersa nelle vicende gioiose e faticose delle nostre comunità. I giorni che stiamo vivendo sono resi difficili, oltre che dal progressivo allontanamento della nostra gente dalla vita cristiana, anche da una aggressione crescente contro la Chiesa, orchestrata in modo non casuale tra i poteri forti e le lobby dell’informazione. In queste settimane ho pensato spesso al disagio in cui i parroci potevano trovarsi, passando per la benedizione alle famiglie, nell’ascoltare le rimostranze o il rammarico della loro gente. Avrei voluto esservi vicino per sostenervi non solo con la parola dell’apostolo Giovanni: ‘Non meravigliatevi se il mondo vi odia’ (1Gv 3,13), ma anche per dirvi che è proprio quando c’è grande confusione in ordine ai valori vitali, che la Chiesa deve esporsi per il bene dell’uomo. In fondo se il mondo cerca di tirare la Chiesa dalla sua parte, è segno che le riconosce una grande autorità morale. Questo ci rende ancora più responsabili di un messaggio che non è nostro, e che dobbiamo custodire e offrire per il bene della nostra gente e delle generazioni future. Nell’udienza che il Papa concesse alle Chiese della Romagna il 7 ottobre dello scorso anno ci disse: ‘Cristo, il perennemente giovane, sia vostro sostegno e guida oggi, domani, sempre. Testimoniare la gioia di essere cristiani: sia questo il vostro corale impegno’. Gioia di essere cristiani, e a maggior ragione, gioia di essere preti. Non lasciatevi ingannare dall’accusa ormai noiosa dell’ingerenza della Chiesa nella politica. Se ingerenza c’è, è ingerenza umanitaria, in difesa del bene di tutti, facendo supplenza al posto di chi non fa la parte del suo dovere. Pensate che è rimasta solo la Chiesa a difendere il valore del matrimonio civile! E in ogni caso la Chiesa ha il diritto e il dovere di rivolgersi sempre ai suoi figli non solo per le rubriche liturgiche, ma anche per la salvezza di tutto l’uomo. Non vi pare un po’ paradossale che proprio coloro che sono pronti ad accusare la Chiesa di essere disincarnata, le rivolgano il rimprovero di incarnarsi nelle questioni cruciali del nostro tempo? Perché alla Chiesa sta a cuore non solo la pace, la giustizia e l’ecologia, ma anche la vita umana, la dignità della persona e la famiglia. Cari sacerdoti, non lasciatevi intimidire; non abbiate timore di stare con la Chiesa, madre e maestra; se vogliamo stare accanto alla nostra gente, scegliamo di aiutare i semplici, coloro che sono frastornati dalla confusione che viene introdotta ad arte su concetti fondamentali, come la morale naturale, la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Ormai le vere novità di oggi, sono le verità di sempre, e ci troviamo a dover dimostrare delle verità evidenti. La nostra Chiesa ricorda in questo anno la figura di S. Pier Damiani a mille anni dalla sua nascita. Vissuto in tempi non meno facili degli attuali, ha saputo fare le scelte giuste, contro le consuetudini che compromettevano la vita della Chiesa, la sua libertà dal potere politico, la santità della vita del clero. In comunione con il papa, pagando di persona, si è speso con forza, intelligenza e sacrificio. Allora come adesso vi erano i punti di vista che non sempre convergevano nelle varie questioni. E S. Pier Damiani ha saputo trovare la sua linea sempre in intesa con il Papa, sapendo aspettare il momento opportuno per il suo intervento, senza rompere la comunione, affidandosi alla preghiera e alla penitenza. Abbiamo voluto ricordare il nostro Santo patrono, non solo per non dimenticare la nostra storia, ma per ascoltare ciò che i santi hanno da dirci per i nostri giorni. Anche oggi abbiamo bisogno di rimanere liberi dai poteri forti, che non saranno più né il sacro romano impero, né i signorotti delle nostre terre, ma i potentati economici, politici e dell’informazione. Anche oggi il rinnovamento della Chiesa passa attraverso la santità del clero. Giustamente ci preoccupiamo del numero dei sacerdoti: in proporzione analoga preoccupiamoci della santità della loro vita, incominciando noi preti a tenere fisso lo sguardo su Gesù, e chiedendo ai fedeli che si ricordino di pregare sempre per i loro sacerdoti. Non dobbiamo poi dimenticare il dono grande che ha la nostra Chiesa a questo riguardo, con la presenza ormai da cinquant’anni del monastero dell’Ara crucis, e delle monache che pregano per la santità dei sacerdoti e che anche in questo giovedì santo ci hanno assicurato la loro preghiera. Le ricordiamo con gratitudine, in questo anno dell’ottavo centenario della fondazione domenicana. San Pier Damiani poi ha voluto la riforma della vita eremitica per indicare la praticabilità della misura alta della vita cristiana, che trova nell’eremo il suo apice, ma suggerisce anche a coloro che vivono nel mondo una fede esigente, che mette la croce del Salvatore al centro della vita. Ci siamo lasciati guidare in questa liturgia da un momento bello della nostra Chiesa, che nel ricordo di San Pier Damiani ci riporta alla Pasqua vittoriosa di Cristo, che anche quest’anno vogliamo vivere con speranza autentica, fondata non sulle nostre forze, ma sull’amore di Dio e la protezione dei Santi. Poco prima di questa Pasqua abbiamo avuto il dono dell’esortazione apostolica ‘Sacramentum caritatis’, che vogliamo meditare nella preghiera. L’Eucaristia è un mistero da credere, celebrare, vivere, in una progressione intrinsecamente collegata. La celebrazione liturgica è il punto di arrivo della fede e il punto di partenza della vita, e tutto si sostiene a vicenda in momenti distinti ma in una unica realtà frutto dello Spirito Santo. Noi abbiamo in mano l’Eucaristia per la vita del popolo cristiano; siamo i figli e i servi dell’Eucaristia, nati come presbiteri nello stesso momento nel Cenacolo dall’amore perenne di Cristo. Facciamo tesoro delle numerose opportunità che in questi anni ci vengono offerte dalla Chiesa per accostarci a questo mistero con rinnovate motivazioni. E nell’amore all’Eucaristia coinvolgiamo quanti ci sono accanto durante la celebrazione, in particolare i ministranti. Il loro servizio può rendere più dignitoso il rito, più vero il segno e più ricca la partecipazione dei fedeli. Infine vogliamo fare un ricordo affettuoso per i nostri sacerdoti che quest’anno ringraziano il Signore per 50, 60 e 70 anni di Messa. Ci siamo intrattenuti durante questa Eucaristia in una conversazione dai toni familiari; siamo tuttavia consapevoli del momento solenne della benedizione e consacrazione degli oli santi per i sacramenti della Chiesa. Viviamo ora questo momento singolare con la gratitudine al Signore che ci ha chiamato, rinnovando la fedeltà ai nostri impegni sacerdotali, per essere segni di speranza nella Chiesa, per il popolo a noi affidato.

OMELIA nel X ANNIVERSARIO della uccisione di PADRE DANIELE BADIALI
Faenza, Basilica Cattedrale 18 marzo 2007
18-03-2007

Siamo stati convocati in questa Eucaristia oggi, nella ricorrenza del decimo anniversario del sacrificio di P. Daniele Badiali, sacerdote fidei donum della nostra Diocesi, missionario dell’Operazione Mato Grosso in Perù. La liturgia della IV domenica di quaresima ci ha fatto incontrare la parabola del padre misericordioso, che accoglie e perdona il figlio che si era allontanato da casa per vivere a modo suo, liberamente, spendendo i soldi del padre, godendosi la vita. Ma anche il figlio maggiore, rimasto sempre nella casa del padre, ha avuto bisogno di cambiare il suo atteggiamento in famiglia, verso il padre e verso il fratello. Per entrambi i figli infatti il padre ha dovuto mettersi in movimento: per il primo, il Vangelo dice: gli corse incontro; ma anche per il secondo il padre uscì a pregarlo. In entrambi i casi è l’amore, è la bontà d’animo che fa muovere il padre verso i suoi figli, che tra loro non si riconoscono come fratelli, non capiscono l’uno i problemi dell’altro, e vivono isolati nella stessa casa. Il figlio minore è stato il primo a capire, al termine della sua drammatica esperienza, chi era veramente suo padre. La sua libera scelta l’aveva portato su una strada senza uscita. L’aggettivo che è stato tradotto in italiano con ‘dissoluto’, in greco è: asotos, cioè, senza salvezza, senza speranza. Quando il figlio minore si rese conto che la sua condizione era peggiore di quella di un servo, cominciò la lunga faticosa strada del ritorno che lo portò nelle braccia del padre, facendogli ritrovare la dignità di figlio. Dopo avere avuto la prova dell’amore e del perdono, il figlio disse: ‘Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te’. E’ dalla certezza del perdono che nasce il pentimento. ‘Lasciatevi riconciliare con Dio’, ci ha supplicato San Paolo. E’ il faticoso passaggio dal peccato alla grazia, dalla morte alla vita che Cristo ha operato per tutti noi nel mistero della sua Pasqua. E’ un ricupero, un tornare indietro, anche se nella realtà è un andare avanti nella via giusta indicata da Dio, che il linguaggio cristiano chiama conversione. Anche il giovane Daniele Badiali ebbe il suo momento di conversione quando, incontrando l’esperienza dei giovani dell’OMG capì che la sua vita doveva essere spesa per gli altri. ‘Io ero un ragazzo, è una sua testimonianza, che fino a 12-13 anni viveva tranquillamente in parrocchia’, con altri ragazzi, però vivevo una vita normale, tranquilla. Un bel giorno ho incontrato alcuni ragazzi che lavoravano per i più poveri, mi hanno fatto conoscere delle realtà che io non avevo mai immaginato fino ad allora, non pensavo che al mondo ci potesse essere gente che moriva di fame, io che non ero mai stato abituato a soffrire della mancanza di niente’; questi ragazzi mi hanno fatto vedere che c’era gente che stava male e allora ho cominciato a chiedermi che cosa sono io, perché io devo stare così bene e tanti altri invece stanno male’. Ecco: la conversione incomincia ponendosi le domande giuste, alle quali dare le risposte vere. E non si deve pensare che la conversione sia una faccenda che riguarda i grandi peccatori, che sono sempre gli altri; riguarda tutti noi, soprattutto se abbiamo la convinzione di essere già a posto, di fare già la nostra parte, di non avere mai abbandonato la casa del padre. Non per niente nella parabola, chi alla fine ha bisogno ancora di conversione è proprio il figlio maggiore, che pur rimanendo sempre in casa non ha amato suo padre, ma lo ha servito, e così non ha nemmeno capito il suo fratello. Conversione vuol dire scoprire il posto che ha il Padre nella mia vita, e quindi come considero i miei fratelli. L’amore verso il prossimo è il riscontro che non ci stiamo sbagliando nel seguire la volontà di Dio, che non stiamo seguendo il nostro ‘io’ trasformato in idolo, che può essere anche la sottile tentazione della soddisfazione personale di avere fatto qualcosa di importante. P: Daniele aveva capito anche questo rischio. Scrive in una lettera: ‘Dovessi ridurre a poche parole ciò che sto vivendo qui in Perù, sulle Ande, dico ‘Solo Dio deve contare’, tutta la nostra vita deve puntare a Lui, obbedire a lui. Vedo perfettamente il fallimento di un’azione basata sulla promozione umana, la tocco con mano ogni giorno. Ogni cosa deve essere fatta solo per Dio. E per me stare qui è obbedire a Dio’, mettere in pratica la sua legge, cioè la carità, il dare tutto gratuito’ E la preoccupazione più grande (verso i poveri) è la salvezza dell’anima. Dargli il pane quotidiano è la cosa ancora più facile; farli diventare cristiani liberi che scelgano la croce di Gesù è una scommessa ben più ardua di fronte alla quale sia poveri che ricchi si ritrovano allo stesso livello”. Il sacrificio della vita di P. Daniele, a soli 35 anni, dopo nemmeno sei anni di ministero, apre la domanda sul mistero di una vita donata al Signore, e stroncata mentre stava portando tanti frutti di bene. Eppure la sua morte è stata coerente con la sua vita, nel senso che la croce non era affatto una novità, ma la realtà quotidiana. Ascoltiamo ancora qualche sua parola, da lui scritta ad un amico sacerdote: ‘Riconoscere i segni del Signore è molto difficile, io non sono capace. Però m’accorgo se ciò che vivo va verso la croce o meno. Da questo capisco che Gesù mi chiede di fare sacrifici e di prendere un cammino in salita. Se non c’è la croce di mezzo dubito che sia il cammino di Gesù! E la croce non la scelgo io, sono gli altri che te la danno. E’ successo a Gesù e succede a chiunque procede verso il cammino del Vangelo. La scommessa è credere che Gesù, alle persone più care, possa dare come regalo la croce’ Ai martiri succede così!!! Io non sono a questo punto, stai tranquillo.’ Invece a quel punto ci arriverà presto, andando incontro al pericolo della morte volontariamente, quando di fronte a coloro che volevano un ostaggio italiano per chiedere un riscatto dice: ‘Vado io’. In questa scelta ha portato a compimento la sua quotidiana offerta per gli altri. E’ morto come era vissuto. La sua morte ha messo in luce la sua vita, l’ha fatta conoscere a tanti, ha fatto di lui un segno, un riferimento luminoso. Quello che impressiona di più al di là della morte, è la sua capacità di vedere con limpida essenzialità la verità delle cose, e di dirla con forza. Le sue lettere (tante, in così poco tempo) sono un tesoro che dovrà essere ancora esplorato soprattutto dai giovani e da quanti intendono fare tesoro del dono che Dio ci ha fatto in questo tempo con la vita e la morte di P. Daniele. Vorrei concludere ancora con una parola di P. Daniele: ‘Ai ragazzi vorrei urlare: non perdete tempo, il padrone arriva come un ladro di notte, non andate dietro a cose vane, imparate a guardare in faccia alla morte, solo così capirete quale direzione dare alla vostra vita’. Guardiamo in faccia alla morte, alla morte di P. Daniele, alla morte di Cristo che celebreremo tra qualche settimana nella Pasqua. Non per vivere di paura, ma della ricchezza di vita che anche P. Daniele ha testimoniato. Abbiamo sentito nella lettera di S. Paolo: ‘Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove’. Ci conceda il Signore di abbandonare tutto ciò che in noi sa di vecchio, a cominciare dalle nostre meschinità, dal nostro egoismo, dal fare le cose senza cercarne il senso, per arrivare invece a vivere la giovinezza dell’amore, della donazione, del servizio, in una vita che meriti di essere vissuta. Questa sia la grazia che chiediamo oggi al Signore, pregandolo insieme a P. Daniele.

OMELIA per la GIORNATA della VITA CONSACRATA
Faenza, Chiesa di San Domenico, 2 febbraio 2007
02-02-2007

Nella giornata della vita consacrata desideriamo anzitutto ricordare le sorelle che celebrano ricorrenze giubilari della loro professione religiosa, per unirci a loro nel rendere grazie a Dio che ha accettato la loro consacrazione, ed è stato ancora una volta il Dio fedele, che ha reso fedeli anche le sue serve. E insieme chiediamo al Signore che continui a ricolmarle della sua grazia. C’è una parola, tra quelle che il vangelo ci ha fatto sentire nel racconto della presentazione del Signore al tempio, rivolta alla Vergine Madre, che colpisce per la sua crudezza: ‘E anche a te una spada trafiggerà l’anima’. Non sappiamo che cosa abbia capito la Vergine santa del contenuto di questa profezia che la riguardava. Certamente l’avrà custodita nel cuore, come sapeva fare di fronte ai misteri che mano a mano si presentavano nella vita di suo Figlio, e quando si è trovata sotto la croce la profezia le si sarà manifestata in tutta la sua verità. Del resto sarà proprio Gesù a dire che chi vuol essere suo discepolo deve prendere ogni giorno la propria croce e seguirlo. E’ quello che Maria ha fatto, come modello di chi ha consacrato tutta la vita a Dio. Ha scritto papa Giovanni Paolo II in Vita Consecrata: ‘Nella contemplazione di Cristo crocifisso trovano ispirazione tutte le vocazioni; da essa traggono origine, con il dono fondamentale dello Spirito, tutti i doni e in particolare il dono della vita consacrata’ (n.23). Il papa poi prosegue ricordando che dopo Maria il primo a consacrare la sua vita totalmente a Gesù è stato l’apostolo Giovanni, anch’egli ai piedi della croce con Maria. Tutti coloro che, imitando Maria, si donano a Gesù, ne manifestano la singolare bellezza, che li ha affascinati e conquistati in modo definitivo. Il papa Giovanni Paolo II riporta poi un brano di S. Agostino, molto efficace: ‘Bello è Dio, Verbo presso Dio’ E’ bello in cielo, bello in terra; bello nel seno, bello nella braccia dei genitori, bello nei miracoli, bello nei supplizi; bello nell’invitare alla vita e bello nel non curarsi della morte; bello nell’abbandonare la vita e bello nel riprenderla; bello nella croce, bello nel sepolcro, bello nel cielo” (n.24). Chi vive la sua consacrazione rispecchia la bellezza severa del Figlio di Dio che non scende dalla croce, ma vi rimane fedele per potere poi risorgere. Si tratta ovviamente non di una bellezza estetica, ma dell’armonia che corrisponde al desiderio dell’anima e trova nel Signore Gesù, interamente accolto, la risposta appagante. La sofferenza raggiunge tutti gli uomini di questo mondo. E’ dono di Dio riconoscere in essa qualcosa che avvicina al Salvatore. E chi sa accettare nella sua vita le prove e le sofferenze, completa nella propria carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa. I Santi non hanno cercato di fuggire di fronte alla croce; caso mai hanno cercato degli aiuti che ne potessero alleviare il peso, rifugiandosi nella preghiera e cercando anche la solidarietà della preghiera degli altri. In questo modo anche le prove della vita spingono verso una profonda comunione, piuttosto che separare dalla comunità e dal mondo. Celebriamo questa Giornata della vita consacrata nella chiesa di S. Domenico, per condividere con la famiglia domenicana la gioia della ricorrenza dell’ottavo centenario della prima fondazione domenicana a la Prouille, nella Francia del sud. Fu infatti una comunità di donne convertite dall’eresia catara a dedicarsi alla vita contemplativa, per sostenere con la preghiera i frati predicatori che S. Domenico inviava per combattere quella eresia. E’ un esempio bello di comunione e di unità tra vita contemplativa e vita attiva, che si integrano e si sostengono a vicenda. La vita consacrata, che trova la fecondità della sua donazione dalla croce portata insieme a quella del Signore, diventa preziosa nel mettersi accanto alle fatiche di coloro che non riuscirebbero ad affrontare le prove della vita. Le persone consacrate che sono al cuore della comunità ecclesiale, non sono fuori dal mondo, ma sanno essere vicine a tutti i sofferenti. La loro condizione di consacrati che hanno eletto Cristo come loro sposo fedele, può essere di singolare aiuto alle famiglie in difficoltà. Mi pare giusto avere un pensiero a questo riguardo, in un momento in cui la famiglia è sotto tiro. E più che addentrarci nelle questioni della politica, cerchiamo di fare la nostra parte in aiuto a coloro che cercano di vivere secondo il disegno di Dio, anche se con qualche difficoltà, che per fortuna sono ancora la maggior parte. Abbiamo visto la famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe andare al tempio per la prescrizione della legge, e poi, quando ebbero tutto compiuto, fecero ritorno a Nazaret. Gesù si prepara nel nascondimento di Nazaret alla sua missione, facendo della famiglia il luogo dove si impara la volontà di Dio. E’ grande l’aiuto che la famiglia può ricevere dalla vita consacrata, sia sul piano dell’aiuto assistenziale, educativo e di fede, sia dall’accompagnamento nelle situazioni di emergenza. Conosciamo la validità delle scuole per l’infanzia, l’importanza dell’assistenza agli anziani e ai malati, la preziosità della presenza pastorale in parrocchia. Ma c’è anche la grandezza della testimonianza di una vita spesa gratuitamente per il Signore e per il prossimo, in un mondo che capisce solo il prezzo e il guadagno; c’è l’importanza della preghiera che la gente chiede quando ci sono problemi in famiglia, e si rivolge alle suore di clausura e a tutti i religiosi per chiedere di pregare. Come sarebbe opaca e senza colore la vita cristiana priva di persone consacrate che con la sola presenza sono segno di un altro mondo, senza del quale anche questo ha meno senso. Se è vero che è meglio impostare la vita come se Dio esistesse, come suggerisce Benedetto XVI, la presenza di coloro che con il solo loro abito richiamano Dio diventa salutare per tutti. Per questo ringraziamo il Signore e facciamo festa insieme, e preghiamo che il popolo cristiano consideri sempre il valore della vita consacrata, come risorsa per le nostre famiglie e per tutta la società. Può darsi che vi sia ancora qualcuno che ci considera parassiti o nel migliore dei casi gente inutile, ma è solo perché non sa che alla società costa di più la trasgressione dei comandamenti di Dio che la loro osservanza. Non per niente Gesù ha detto: ‘Chi li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli’ (Mt 5,19). La Santa famiglia che dopo l’offerta del Bambino Gesù al tempio è vissuta nella volontà di Dio a Nazaret, ci aiuti a fare senza pentimenti la nostra offerta e ad esservi fedeli sempre, facendo sì che le nostre comunità riproducano la santità della famiglia di Nazaret, per incoraggiare e sostenere tutte le famiglie