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OMELIA per le ESEQUIE di mons. VERALDO FIORINI
Faenza, Chiesa di S.Maria Maddalena, 9 settembre 2008
09-09-2008

È davvero con tanta serenità che stiamo dando il saluto cristiano a don Veraldo, perché facciamo fatica a non pensarlo vicino al Signore, che lo ha chiamato all’eternità all’inizio di domenica scorsa, per la domenica senza tramonto.

Domenica era la vigilia della festa della natività di Maria. Questo ci fa notare quali siano stati i due grandi amori di don Veraldo: il Signore, la domenica con la famiglia parrocchiale riunita nell’Eucaristia, e la Vergine santa.

Noi ci troviamo con l’Eucaristia a offrire la sua vita e la sua morte insieme a quella di Gesù. Il prete è il ministro dell’Eucaristia alla quale è stato deputato con un sacramento, per poterla donare al popolo santo di Dio.

Oggi nell’Eucaristia don Veraldo è anche offerta; è presentato al Signore dal ministero dei suoi confratelli e del vescovo. È una Messa nella quale offriamo con il nostro cuore, con il nostro pensiero la vita di questo nostro sacerdote;  e quanti lo hanno conosciuto certamente hanno qualche cosa da presentare anch’essi al Signore, ricordando una parola buona, un aiuto, un gesto di amicizia, qualche cosa che egli come prete ha fatto per tanta gente.

L’Eucaristia è il momento più vero del servizio del presbitero, che agisce ‘nella persona stessa di Cristo’: questo è un mistero grande.  Ma il sacerdote rappresenta Cristo anche in tutte le attività che compie per il bene del suo popolo, come ha fatto don Veraldo, come è stato ricordato, per 12 anni a Zattaglia e per quasi 30 anni qui a S. Maria Maddalena. E dappertutto dove è stato ha lasciato un ricordo indelebile.

Abbiamo sentito nel Vangelo una preghiera di Gesù: ‘Padre voglio che quelli che mi hai dato siano con me dove sono io‘. Con questa Messa vogliamo dare forza a questa preghiera; vogliamo ricordare a Gesù che tra quelli che il Padre gli ha dato c’è anche don Veraldo; e questa preghiera: ‘voglio che sia dove sono io‘, Gli chiediamo che diventi vera. Certo il Signore sa bene portare a compimento le cose senza che noi glielo diciamo, ma vogliamo che sappia che anche noi desideriamo questo, e preghiamo perchè questo nostro sacerdote sia quanto prima accanto a Lui, perché Lo possa contemplare nella sua gloria.

‘Questi sanno che tu mi hai mandato’ ha detto ancora il Signore Gesù; e sanno anche che il Padre ha mandato me e io mando voi. Il sacerdote sa di essere inserito in questa missione che nasce dal Padre che vuole salvare il mondo attraverso Cristo suo figlio e quanti lo vorranno servire nella missione di salvezza.

Di questo certamente era consapevole don Veraldo nella sua missione di sacerdote, di formatore di mature vocazioni laicali, attraverso l’Azione cattolica e attraverso tutte le opportunità che ha avuto di crescere e di formare giovani, famiglie, adulti.

L’Eucaristia per noi è anche un segno di gratitudine per dire grazie al Signore che ce lo ha donato, per dire grazie a lui per quello che ha fatto; noi lo presentiamo portandolo nel cuore in questa occasione in cui salutiamo don Veraldo, che ritorna alla terra della sua origine. ‘Noi siamo polvere e polvere ritorneremo’. Ritornare alla terra di origine esprime anche il desiderio di ritornare al Signore che ci ha dato la vita.

Abbiamo sentito che la malattia lo fece ritirare dalla parrocchia nel 1991, perché la parrocchia non avesse a patire a causa della sua inabilità. Anche questo è certamente un gesto grande che un sacerdote riesce a fare, potete immaginare con quale sacrificio. La malattia progredendo gli rese impossibile anche quel po’ di ministero che aveva continuato a fare.

‘Chi ci separerà dall’amore di Dio? La malattia, la morte? In tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù nostro Signore’. Questo abbiamo sentito ricordarci da S. Paolo. Lo possiamo dire in pienezza di verità anche per don Veraldo.

 

La malattia e la sofferenza non l’hanno separato dall’amore di Dio, che si è manifestato concretamente anche nell’accoglienza ricevuta all’Istituto S. Teresa, dalla cura premurosa delle Suore e della signora Anna, segno che Dio non lo aveva abbandonato.

Nella sofferenza ha continuato a pregare e a cantare, quando poteva e quando qualcuno lo aiutava a cantare le canzoni alla Madonna. Sono convinto che si rendesse conto e percepisse, se non altro, che pregava, che faceva qualche cosa che era stato bello quando aveva potuto farlo con la sua voce e con la sua gente, quando cantava insieme a lui gli inni alla Madonna.

Voglio concludere questa riflessione che don Veraldo ci ha portato compiere in questa occasione, ancora ascoltando alcune delle sue parole che ha voluto scrivere pensando al giorno della sua morte. ‘Non è una poesia, dice lui presentando questi suoi scritti; ma l’ho scritto solo per la gioia di partecipare ad altri i miei sentimenti: la gioia, le amarezze, le speranze, le attese, la fede, l’amore a Dio e al prossimo; il resto ha poca importanza’. Con questo spirito anche noi ascoltiamo questa breve poesia, che ha scritto il 15 febbraio del 2000.

Ecco il giorno della morte.

Sono pronto alla mia sorte.

Sarà un giorno come tanti’

Io saluto tutti quanti’

Qui finisce la mia strada.

Ed è ben che me ne vada!

Il Signor bussa alla porta:

è per me l’ultima volta!

Poi mi stringe al Suo Cuor.

È il segno del Suo Amor!

Lascio il corpo alla sua sorte;

tutte aperte son le porte

per entrare in Paradiso

veder Dio ‘Viso a viso’.

M’inginocchio al mio Dio

perché figlio sono anch’io!

Lo adoro, Lo ringrazio:

del suo Amor mi rende sazio.

Ho bisogno di perdono:

peccator anch’io sono.

Star con te, o buon Signore

È gran festa: è l’Amore!

Tutti i Santi incontrerò;

la Madonna bacerò!

E sarà felicità

che in eterno durerà!

Griderò: Viva la vita’

e sarà gioia infinita’

Amen.

OMELIA per la Solennità del CORPUS DOMINI
Faenza, Chiesa di San Francesco, 22 maggio 2008
23-05-2008

Nella nostra vita di cristiani incontriamo tanti segni,, alcuni dei quali hanno bisogno di essere decifrati, altri invece ci parlano direttamente. Siamo, ad esempio, invitati a decifrare i segni dei tempi, cioè le vicende di questo mondo che contengono i germi del Regno di Dio, mentre abbiamo il dono di poter disporre con evidenza di alcuni segni della presenza di Cristo, mediante i quali possiamo essere raggiunti da Lui e arricchiti dalla sua grazia; pensiamo al segno della Chiesa e della Parola di Dio, all’Eucaristia e a tutti i sacramenti.

L’Eucaristia che stiamo celebrando è già un segno efficace della grazia per quanti vi partecipano; ma questa sera essa viene prolungata per essere un segno dell’amore di Dio per tutto il mondo.  Passeremo in mezzo alle case della nostra città in modo simbolico per dire che Dio è vicino a tutti, che cammina in mezzo al suo popolo, che nessuno ha da temere nulla da Chi è morto per tutti. Lo diremo con la nostra presenza di Chiesa che prega e adora, che canta e ringrazia, che mostra la sua unità e le sue miserie. Del resto ogni segno sacramentale non vale tanto per la bellezza di ciò che si vede, ma per la ricchezza di ciò che in modo misterioso è operato da Dio. E’ con questo spirito che celebriamo l’Eucaristia e cammineremo in processione fino alla chiesa cattedrale.

La Parola di Dio ci ha aiutato a metterci in sintonia con l’amore che Gesù ci ha dimostrato amandoci sino alla fine e rimanendo con noi nei segni eucaristici. Egli sapeva che ne avevamo bisogno per vivere, e perché la nostra vita fosse sempre più simile alla sua. E a questo scopo ci ha lasciato in nutrimento se stesso: ‘Come il Padre che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me’.

Di fronte a questa verità, viene chiesto un piccolo sforzo di fantasia alla nostra fede. Non dobbiamo lasciarci ingannare dalla difficoltà che ebbero anche i Giudei: ‘Come può costui darci la sua carne da mangiare?’, perché l’Eucaristia è Gesù risorto, con il suo corpo glorioso. Noi mangiamo Gesù vivo e vero come è nella gloria presso il Padre. La liturgia ha questa capacità di metterci in rapporto con l’eternità, di penetrare il cielo e contattare misteriosamente e realmente Gesù nella sua gloria. Gesù ha scelto il segno del pane per rimanere sensibilmente con noi; e il pane chiede di essere mangiato. Ma sia chiaro che ci nutriamo di Gesù per vivere la vita di figli di Dio. Anzi nella realtà è Lui che ci assimila a sé, e ogni volta che ci accostiamo a Lui, gli diamo un’altra opportunità per trasformarci in Lui.

Quando Gesù dice: ‘Chi mangia me vivrà per me’, non intende solo il cibo eucaristico, ma anche la sua parola viva e il rimanere nel suo amore. Tutto questo è compreso nell’Eucaristia, che comincia con l’ascolto della Parola di Dio, continua con la condivisione spirituale dell’offerta della nostra vita insieme a quella di Cristo al Padre in sacrificio a Lui gradito, e culmina con l’incontro sacramentale nella comunione, con una presenza veramente divina.

Il primo effetto della condivisione del pane eucaristico e quello di esprimere e costruire la comunione con tutti coloro che si nutrono di Cristo; in altre parole l’Eucaristia ci fa Chiesa. Il Corpo di Cristo misteriosamente presente nel pane eucaristico ci fa diventare il Corpo mistico di Cristo che è la Chiesa.

Questa sera la nostra Chiesa diocesana è riconoscibile anche visibilmente nella sua varietà di ministeri e di carismi, dal Vescovo ai presbiteri, dai diaconi ai ministri istituiti e ai ministri di fatto, compresi i ministri straordinari della comunione che tra un po’ verranno istituiti. La nostra Chiesa è presente con i carismi dei religiosi e delle persone consacrate, delle associazioni e dei movimenti laicali; è una Chiesa varia ma unita nell’Eucaristia: ‘Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo’.

La Chiesa che è qui presente, vuole camminare per le vie del mondo, perché la speranza che ravviva la nostra vita di cristiani nel tempo verso l’eternità diventi una proposta per tutti gli uomini.

Nella prima lettura abbiamo sentito Mosè ricordare al suo popolo la prova del deserto, quando Dio gli ha fatto provare la fame ma poi lo ha sfamato con la manna, ‘per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore’.

E’ quello che devono capire anche gli uomini di oggi, cominciando da noi cristiani. La vita dell’uomo non dipende dai suoi beni; la felicità non consiste nel possedere tutto ciò che si desidera; l’avidità di chi accumula ingiustamente mette a rischio la convivenza pacifica dei popoli; non accumulate tesori in terra dove i ladri rubano e la tignola consuma; c’è più gioia nel dare che nel ricevere. Questi insegnamenti del Vangelo sono una filosofia di vita, che ha il suo modello nella comunità fraterna fondata sulla mensa eucaristica, ma che è valida per tutti gli uomini. E basterebbe riflettere seriamente sulle sciagure naturali che dilaniamo interi paesi, o sulle sofferenze immani dei popoli in guerra per capire che non è possibile assistervi passivamente; l’istinto di portare aiuto a chi è nel bisogno e di esprimere solidarietà è già nella linea di quella civiltà dell’amore che nell’Eucaristia trova il suo progetto e la sua forza.

‘E il pane che io darò è la mi carne per la vita del mondo’. Davvero, l’Eucaristia nella misura in cui assimila ogni cristiano a Cristo, e fa della comunità cristiana un corpo dato e una vita offerta per il bene degli altri, può cambiare il mondo. E non è detto che il mondo non sia già cambiato da quando il Padre ha mandato il suo Figlio per salvare il mondo, e attraverso la Chiesa e la testimonianza di singoli cristiani ha diffuso nel mondo la verità e i valori che ci fanno capire se stiamo operando per il bene dell’umanità. Poi facciamo bene a lamentarci perché le cose vanno male; ma non sappiamo come sarebbero andate se non avessimo avuto con noi l’unico vero Salvatore del mondo. Se con gli occhi della fede riuscissimo a leggere i segni della salvezza che Gesù ha seminato nel mondo, potremmo alimentare con più convinzione la speranza nostra e degli uomini di oggi.

Dio che ha saputo guidare il suo popolo nel deserto, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare l’acqua dalla roccia durissima, che nel deserto lo ha nutrito della manna, saprà guidare ancora il suo popolo nelle vicende della storia nutrendolo con il pane del cielo per la vita del mondo.

OMELIA per la TRIGESIMA della morte di CHIARA LUBICH
Faenza, Basilica Cattedrale, 14 aprile 2008
14-04-2008

Ad un mese dalla morte di Chiara Lubich, fondatrice del movimento dei focolari, per iniziativa del gruppo di Faenza è stata voluta questa Messa in suffragio e in ricordo di questa singolare figura di donna, protagonista nella vita cattolica non solo italiana, e segno profetico di un modo nuovo di vivere nell’amore di Dio e dei fratelli.

Nel racconto dei primi passi della Chiesa dopo la risurrezione del Signore, siamo ancora nella parte del libro degli Atti degli apostoli che parla di San Pietro. Qui San Pietro viene aiutato ad aprirsi all’accoglienza dei pagani; l’abbiamo sentito discolparsi dall’accusa di ‘essere entrato in casa di uomini non circoncisi e di aver mangiato con loro’.

Non deve sembrare una cosa di poco conto il passaggio dall’annuncio del vangelo agli ebrei, fratelli di fede in Abramo, all’annuncio del vangelo ai pagani. La percezione che avevano gli stessi apostoli è che la realtà di Cristo fosse innestata naturalmente nella fede dei padri, fosse il compimento delle sacre scritture, che ancora venivano lette nelle assemblee dei cristiani, fosse un di più che non poteva fare a meno della legge di Mosè.

Al termine del suo racconto, dopo aver constatato l’opera dello Spirito santo che si è manifestato apertamente, San Pietro conclude: ‘Se dunque Dio ha dato loro lo stesso dono che a noi per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?’

Questa considerazione calma l’animo degli obiettori, e apre ad una accoglienza attenta delle realtà dello Spirito. Resta sempre tuttavia il discernimento dell’Apostolo che deve valutare i segni veri della manifestazione dello Spirito, come ha raccomandato anche San Paolo: ‘Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono’ (1Ts 5,19).

Oggi nel ricordare Chiara Lubich diamo testimonianza allo Spirito santo che si è manifestato nella sua opera, perché la Chiesa ne ha riconosciuto la validità. Non deve stupire che le cose nuove all’inizio siano guardate con attenzione, vengano messe alla prova; fu così ai primi tempi della Chiesa, sarà così sempre; l’importante è non spegnere lo Spirito che continua a guidare la Chiesa di Cristo con la fantasia dei suoi carismi.

Ha scritto Chiara: ‘Quando Dio prende in mano una creatura per far sorgere nella Chiesa qualche sua opera, la persona scelta non sa quello che dovrà fare. E’ uno strumento. E questo, penso, può essere il caso mio’.

La sua storia inizia durante la guerra mondiale. Prima c’era stata la sua consacrazione personale a Dio; ma fu nel 1943 durante i bombardamenti che Chiara, insieme ad alcune sue amiche che volevano condividere la sua stessa strada, si chiede: ‘Ma ci sarà un ideale che non muore, che nessuna bomba può far crollare e a cui dare tutte noi stesse? Sì, Dio. Decidemmo di far di lui l’ideale della nostra vita’.

Provate a immaginare in quegli anni un gruppo di giovani donne, che intraprendono proposte del tutto utopistiche, che hanno chiaro l’ideale dell’unità di tutti gli uomini, senza differenze di razza, di politica, di religione: non era meraviglia se trovavano prudenza e obiezioni. Oggi non facciamo fatica a vedere nella frase di San Pietro: ‘Lo Spirito mi disse di andare con loro senza esitare’, la scelta che anche Chiara Lubich ha fatto, andando incontro a tutti davvero senza esitare, se alla sua morte si contano a milioni gli aderenti al suo movimento spirituale.

Il tema dell’unità, che si può dire centrale nel suo progetto apostolico, risponde anche all’anelito espresso da Gesù nel vangelo di oggi: ‘E ho altre pecore che non sono di questo ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore’.

Sappiamo quanto sia stato importante per il cammino dell’ecumenismo, il contatto tra le varie confessioni cristiane realizzato in modo concreto nelle iniziative del movimento, non certo per il desiderio di non tener conto delle differenze che esistono e vanno considerate, seppure con rispetto, ma per rispondere al desiderio di incontro e di unità che tutti hanno, e che si può mettere in pratica nel pregare, lavorare e vivere insieme. Se si condivide lo stesso amore, prima o poi si potrà arrivare a condividere la stessa fede.

C’è ancora una frase del vangelo di oggi che ci aiuta a considerare un momento importante per la vita di Chiara Lubich e del suo movimento. ‘Per questo il Padre mi ama, dice Gesù, perché io offro la mia vita’ Questo comando ho ricevuto dal Padre mio’. La volontà di Gesù è libera perché coincide con la volontà del Padre, e per questo Gesù è amato dal Padre. L’approvazione del movimento dei focolari non è stata facile. Le novità provocavano delle perplessità; c’è stato un tempo in cui era proibito ai sacerdoti partecipare agli incontri dei focolarini. L’approvazione della Chiesa arrivò il 23 marzo 1962. Alcuni anni più tardi Chiara commenterà così quel periodo: ‘Lo studio durò a lungo. Nella sua esperienza e sapienza di secoli la Chiesa studiò paternamente la nuova realtà ecclesiale da poco nata’. ‘Mai Chiara ripiegò di un millimetro dalla sua assoluta fiducia nella Chiesa e più volte arrivò a confidare ai più intimi che, se si fosse arrivati a uno scioglimento del movimento, avrebbero tutti obbedito alla decisione’.

Ha scritto ancora Chiara: ‘Noi lo sappiamo: la vita si paga; la vita, che attraverso di noi arriva a tante anime, si produce con la morte. Solo passando per il gelo si arriva all’incendio’. E’ la partecipazione al mistero pasquale di Cristo, che dalla morte in croce ci ottiene la vita eterna.

La nostra preghiera di suffragio per il riposo eterno di Chiara Lubich, si unisce al ringraziamento al Signore per il dono che ha fatto alla sua Chiesa con il suo carisma, ricchezza preziosa per tutte le comunità cristiane, che vengono incoraggiate a vivere la via dell’amore perché, secondo la preghiera di Cristo, tutti siano uno; uno in Lui e con Lui. L’Eucaristia ci inserisce in questo mistero e ci dice che questo non solo è possibile, ma è già attuato nella speranza.

OMELIA della MESSA VESPERTINA di PASQUA
Faenza, Basilica Cattedrale 23 marzo 2008
23-03-2008

La sera di Pasqua. Era più o meno a quest’ora quando i due discepoli invitarono uno sconosciuto pellegrino a fermarsi a casa loro. In quelle regioni in mezz’ora si fa buio, e non è prudente farsi sorprendere per la strada.

Avevano già camminato insieme e quella compagnia era stata interessante; si poteva continuare la conversazione in casa. Ma a Gesù non interessava tanto scrutare le scritture, quanto portare alla fede i due viandanti sconsolati e delusi. Era l’incontro con Lui risorto e vivo, che li avrebbe trasformati, come poi avvenne.

Ogni anno la Chiesa ci fa rivivere nella liturgia la narrazione della morte e risurrezione di Cristo; ogni domenica facciamo memoria di Cristo risorto. Perché questo grande investimento di energie per un racconto, un annuncio e una esortazione intorno a Cristo risorto e vivo?

In un mondo dove sembra vincere solo la cattiveria e la morte, la violenza e l’interesse, si può avere l’impressione che anche i più lodevoli tentativi di opporsi a tutto questo siano inutili. Gli antichi avevano tradotto nel mito di Sisifo l’impossibilità di riuscire a concludere in modo positivo ogni impresa di bene; ogni volta che il masso spinto verso l’alto con immane fatica sembrava essere arrivato alla cima, irrimediabilmente rotolava di nuovo alla base della montagna.

Ma la nostra ricerca di bene non ha questo destino. Se abbiamo l’impressione che dalla risurrezione di Cristo ad oggi le cose non siano molto cambiate, bisogna tenere presenti due considerazioni. La prima: pensiamo così, ma non abbiamo la possibilità del riscontro, di come cioè sarebbe il mondo se il Figlio di Dio non si fosse fatto uomo, non avesse predicato il Regno, non avesse mandato la Chiesa ad evangelizzare, non avesse inviato il suo Spirito. Perché ormai non esistono civiltà e culture che in qualche modo non siano venute in contatto con il cristianesimo e non ne abbiamo assimilato qualche aspetto. La seconda ragione di questa impressione, è che facilmente noi ci aspettiamo ciò che Cristo non ha mai promesso; in altre parole noi pensiamo che spetti al Signore mettere a posto le cose in questo mondo, togliendo le malattie, le guerre, la fame, l’infelicità.

Il Signore invece ha voluto salvare gli uomini servendosi anche della loro collaborazione. Anzi, proprio questa è segno della grande dignità dell’uomo, già chiamato da Dio a collaborare alla creazione attraverso il lavoro delle sue mani e nel trasmettere la vita umana, e ora chiamato a collaborare alla redenzione orientando le cose del mondo secondo Dio.

Il prodigio della risurrezione di Cristo, che primariamente ci ha ridato la possibilità di vivere da figli di Dio, ha cambiato anche la vita degli uomini nel tempo, attraverso le opere dei santi e di quanti vivono secondo la legge dell’amore. ‘Lo riconobbero nello spezzare il pane‘ ci riporta indubbiamente ad un gesto eucaristico compiuto da Gesù, ma ci dice anche che i due discepoli avevano aperto il loro cuore con l’accoglienza e la condivisione, diventando capaci di riconoscerlo.

Non ci dobbiamo meravigliare che nel mondo ci sia il male e la sofferenza; fa parte del nostro limite. Ci dobbiamo stupire invece che ci sia, seppure in modo parziale e imperfetto, la ricerca del bene, la donazione generosa per aiutare chi è in difficoltà anche a rischio della propria vita, la capacità di perdonare, il mettere la propria vita a servizio dei piccoli e dei sofferenti. E con questo non sto dicendo che tutto questo è solo merito della Chiesa, perché lo Spirito santo, che Cristo ha meritato con la sua morte e risurrezione, può agire come e dove vuole; e dovunque c’è un gesto di amore è per sua ispirazione.

Alcuni giorni fa è venuta alla ribalta la figura di Chiara Lubich, la fondatrice del movimento dei focolarini che è morta. E’ indubbiamente un dono che Dio ha fatto al nostro tempo, per diffondere l’ideale dell’unità tra tutti i popoli, sorto alla fine della seconda guerra mondiale.

Allora si deve dire che va tutto bene? Evidentemente no; si deve però credere che il mondo non è allo sbando; che Cristo non è morto e risorto invano; che tutto quello che noi facciamo nella direzione nella quale ci ha insegnato Gesù non va perduto, anche se non sempre ci è dato di vederlo con chiarezza.

E se siamo convinti che Cristo è vivo e presente, si  deve vedere nella nostra vita. Ci ha detto S. Paolo: ‘Se siete risorti con Cristo. Cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra’. E se questo è il nostro modo di fare e di pensare, anche noi, come ha detto S. Pietro, diventiamo testimoni, ‘noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti’.

Come si vede l’anello debole della catena siamo noi; ma siamo anche l’unico anello al quale Cristo ha attaccato la diffusione della fede cristiana nel mondo. Per cui non c’è alternativa; non si tratta di cercare altri che ci pensino, si tratta solo di illuminare la nostra fede mediante la Parola di Dio, come ha fatto Gesù con i discepoli di Emmaus, e di sostenerla con l’Eucaristia.

Ogni anno la Pasqua ci interpella. Noi che siamo pronti a lamentarci per le cose che non vanno, da che parte stiamo? Siamo dalla parte di Cristo a resistere al male, a fare il bene, senza pretese, ma in modo costruttivo; oppure anche noi facciamo come fanno tutti, perché poi in fondo, che male c’è? Con quello che succede nel mondo, questo cosa vuoi che sia? Cerca pure il tuo interesse, divertiti  e gli altri che si arrangino; trovando sempre nuove giustificazioni per dispensarci dalle opere buone.

La Pasqua è una proposta esigente, perché ci chiede di morire al peccato, ma è anche quella che ci dà una vera speranza perché ci inserisce nell’avventura della nuova vita comunicata dal Risorto. Il canto dell’Alleluia non lo facciamo chiudendo gli occhi alla realtà, ma aprendoli alla luce di Cristo.

Ringraziamo il Signore perché mediante la Chiesa siamo uniti a Lui nella continuità della comunione attraverso i secoli e in tutta la terra. Anche questo ci dice che la vittoria di Cristo è vera, che non ci stiamo illudendo e non stiamo scommettendo su un possibile perdente, ma sull’unico che per ora ha vinto la morte.

Il Signore è risorto, è veramente risorto ed è apparso a Simone, ed è con noi fino alla fine del mondo

OMELIA per la MESSA CRISMALE 2008
Basilica Cattedrale di Faenza, 20 marzo 2008
20-03-2008

Carissimi sacerdoti, desidero rivolgermi anzitutto a voi in questo giorno in cui Gesù amò i suoi sino alla fine con il dono dell’Eucaristia, e così facendo istituì il sacerdozio ministeriale. Viviamo questa giornata con sincera trepidazione, perché ci rendiamo conto di quanto siamo piccoli di fronte al grande dono che ci è stato fatto, davvero un tesoro portato in vasi di creta.

Ma sappiamo pure che attorno al sacerdozio cattolico c’è tanta attesa, se volete espressa anche nella pretesa della sua integrità di vita nei casi penosi che la comunicazione di massa si premura di enfatizzare, ma soprattutto manifestata dalla sincera aspettativa del popolo cristiano.

Dobbiamo tuttavia riconoscere che la reale dignità della nostra missione viene dall’essere stati scelti dal Signore, e mandati a suo nome per la santificazione del suo popolo. Per tutto questo vogliamo essere sempre riconoscenti a Dio che ci ha chiamati soprattutto con la fedeltà della nostra vita, che desideriamo sempre più conforme al modello del Cristo buon pastore.

In questa celebrazione vogliamo pregare per alcuni nostri confratelli che ricordano ricorrenze significative del loro sacerdozio: i settant’anni di ordinazione presbiterale di don Giulio Donati e di don Giuseppe Minghetti, ancora entrambi nel ministero; i sessantacinque anni di ordinazione di don Domenico Perfetti, ospite della casa di riposo di Tredozio. Vogliamo pure ricordare il venticinquesimo dell’ordinazione episcopale di Mons. Franco Gualdrini, ancora tanto legato al nostro presbiterio.

Oggi faremo memoria anche dei confratelli che ci hanno preceduto nella casa del Padre nell’anno passato: Mons. Fiore Scarzani, sacerdote già del clero di Modigliana che ha svolto il suo ministero per tanti anni a Roma, e Mons. Pietro Rotondi passato alla vita eterna dopo una intensa vita sacerdotale nella nostra Chiesa. Quando ci saremo ripresi dallo sconcerto della sua improvvisa scomparsa, dovremo fare tesoro della sua generosa testimonianza.

Avremo poi un pensiero anche per i nostri missionari, cioè tutti coloro che sono inviati ad annunciare il Vangelo, laici e persone consacrate, e in particolare i religiosi originari della nostra Diocesi.

Oggi i nostri sacerdoti li vogliamo tutti presenti nella preghiera attorno a questo altare, anche coloro che per la sofferenza della malattia o della vecchiaia sono più vicini alla croce di Cristo.

Nell’Eucaristia viviamo un legame profondo e misterioso con il sacramento dell’Ordine sacro perché il prete è colui che dice Messa. Sappiamo bene che non è solo questo, ma ciò manifesta la radice profonda del rapporto in cui si trovano i due sacramenti. Di conseguenza il presbitero diventa servo e segno di Cristo.

Scrive il Papa nella Sacramentum caritatis: ‘Il sacerdote è più che mai servo e deve impegnarsi continuamente ad essere segno che, come strumento docile nelle mani di Cristo, rimanda a Lui. Ciò si esprime particolarmente nell’umiltà con la quale il sacerdote guida l’azione liturgica, in obbedienza al rito, corrispondendovi con il cuore e la mente, evitando tutto ciò che possa dare la sensazione di un proprio inopportuno protagonismo‘.

Servo, per essere segno; ma non in proprio, bensì nelle mani di Cristo, che rende efficace i segni, i ‘santi segni’. Non sembri piccola cosa poter disporre, attraverso i riti e le preghiere della Chiesa, di una forza che agisce direttamente nei cuori e nei punti nevralgici della vita del mondo. Là dove l’uomo non ha più risorse, può arrivare la forza della grazia.

Nella celebrazione eucaristica vi sono dei momenti in cui è chiesto al presbitero di esprimersi in modo personale; ma c’è anche il rispetto per ciò che la Chiesa ritiene essere proprio, da non doversi modificare in modo arbitrario pensando di poter fare meglio della Chiesa stessa.

Tutti coloro che concorrono alla celebrazione eucaristica sono anch’essi partecipi in questa fedeltà.

Saluto e ringrazio i ministranti che sono qui presenti, che con il loro servizio rendono più viva e dignitosa la celebrazione eucaristica; sono il segno di una comunità che crede nell’educazione dei ragazzi e dei giovani attraverso il contatto consapevole con l’Eucaristia celebrata e vissuta.

L’obbedienza a Cristo non è solo nelle preghiere e nei riti; l’Eucaristia è per la vita del mondo, e bisogna essere fedeli a Cristo anche in questa sua volontà. Sarebbero molto contenti i nostri laicisti se ci limitassimo a trattare le cose di Dio, senza interessarci dell’uomo, al quale essi vorrebbero pensare a modo loro. Certo ci sono modalità proprie di ambiti laicali che vanno rispettate; ma guai se ci dimenticassimo dei valori fondamentali da promuovere e difendere nell’uomo, dal momento che Dio si è incarnato per elevare la dignità di ogni uomo e farlo diventare veramente figlio di Dio.

Una volta si accusavano i preti di fare politica se parlavano in difesa dei poveri e degli sfruttati; oggi li si accusa di ingerenza se difendono la famiglia fondata sul matrimonio, la vita umana, la libertà di educazione. Il tentativo di impedire alla Chiesa di interessarsi dell’uomo è lo stesso.

Scrive a questo riguardo il Papa nella Sacramentum caritatis: ‘Il cibo della verità (cioè l’Eucaristia) ci spinge a denunciare le situazioni indegne dell’uomo, in cui si muore per mancanza di cibo a causa dell’ingiustizia e dello sfruttamento, e ci dona nuova forza e coraggio per lavorare senza sosta all’edificazione della civiltà dell’amore‘ (n. 90).

La Messa crismale mette in evidenza il legame dell’Eucaristia con tutti i sacramenti, reso più forte dalla significativa presenza a questo rito della Chiesa diocesana nella sua unità visibile.

La benedizione degli Oli santi e la consacrazione del Crisma ci richiamano in particolare alcuni sacramenti, che raggiungono gli uomini in momenti importanti della loro vita. E’ il caso delle famiglie che accolgono i figli e li portano al battesimo per introdurli nella Chiesa; sono i ragazzi e i giovani che stanno crescendo con il dono dello Spirito santo ricevuto nella Confermazione; sono coloro che saranno consacrati presbiteri per la vita cristiana della nostra gente; sono gli ammalati bisognosi del conforto del sacramento dell’Unzione.

Carissimi fedeli tutti, nel rivolgermi ai sacerdoti in questo giorno anniversario della istituzione del sacramento dell’Ordine, ho di fatto coinvolto anche voi, per i quali il ministero e la vita dei presbiteri vengono spesi. I sacerdoti non hanno altro interesse che il vostro bene spirituale. Sappiate accoglierli sempre e collaborare con loro in una vera corresponsabilità, per il bene delle nostre comunità cristiane. Ce lo chiede il Signore Gesù, e ce lo chiede anche il nostro mondo, che nella sua confusione mostra quanto mai di avere bisogno della vera luce e dell’amore di Cristo.

OMELIA per l’ANNIVERSARIO della UCCISIONE di padre DANIELE BADIALI
19-03-2008

La celebrazione annuale della morte di P. Daniele quest’anno cade dentro la settimana santa; è una combinazione forte, che sovrappone il sacrificio di P. Daniele al sacrificio di Gesù. La liturgia del mercoledì santo ci avvicina al misterium iniquitatis, il tradimento di Giuda, simbolo di ogni nostro tradimento verso Dio.

Nella celebrazione della Pasqua il tradimento è l’aspetto più inquietante, perché poco o tanto ci fa percepire che in qualche modo dietro a quel gesto ci siamo anche noi.

Quando diciamo che Cristo è morto per noi, non è un modo di dire; ci siamo anche noi tra i responsabili della sua morte, e quindi ci siamo anche noi tra coloro che hanno bisogno del perdono che Egli ha chiesto al Padre sulla croce: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno.

Prendere coscienza del nostro bisogno di perdono è l’inizio della nostra salvezza: sappiamo che c’è uno che ce lo può donare, e sappiamo che è possibile essere riconciliati, tornare nella pace vera con Dio e con gli uomini.

‘Quanto mi volete dare, perché io ve lo consegni?’ chiede Giuda. E noi diciamo: ‘Che cosa ci guadagno, se lascio perdere Cristo per i miei comodi, i miei interessi, le mie soddisfazioni?’ Lo scambio, il baratto; cosa mi conviene’

C’è molta letteratura oggi intorno alla figura di Giuda; si cerca di giustificare il suo gesto, di motivare quello che ha fatto, con lo scopo nascosto forse di volere giustificare anche i nostri tradimenti, come se ci potesse essere una scusa che può giustificarci di fronte a Cristo.

Quando Gesù dice: uno di voi mi tradirà, tra gli apostoli si diffonde il panico; nessuno è sicuro di se stesso: sono forse io? Tutti sanno di essere deboli, e questo pensiero li addolora. E lo stesso Giuda chiede: sono forse io? non avendo la percezione di essere sul punto di tradirlo, ma di fare in qualche modo una cosa giusta, almeno secondo il suo punto di vista in quel momento; dopo capirà di avere sbagliato. E’ questo il guaio, che quando facciamo il male, lo riteniamo un bene secondo noi, ma non lo è secondo Dio.

E’ abbastanza naturale non essere sicuri di se stessi. Per questo dobbiamo rimanere uniti al Signore nel momento della prova. La sicurezza in questo caso potrebbe diventare presunzione, fiducia nelle nostre forze. Mentre ci può essere una serenità vera, se uno ripone la sua fiducia in Dio. Le prove non sono segno che Dio ci ha abbandonato. Tutti sono provati, in vario modo. Anche il Servo di JHVH è perseguitato, ma può dire: ‘Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto confuso, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare deluso‘.

Abbiamo sentito nella lettera di P. Daniele scritta da S. Luis, come la croce sia addirittura segno di autenticità della volontà di Dio. ‘Se non c’è la croce di mezzo dubito che sia il cammino di Gesù! E la croce non la scelgo io, sono gli altri che te la danno. E’ successo a Gesù e succede a chiunque procede verso il cammino del Vangelo’.

Stupisce la lucidità con cui P. Daniele scrive queste cose, vedendo nella croce non una difficoltà di cui poter rimproverare il Signore, ma il segno di riconoscimento che il percorso sul quale c’è la prova è proprio il percorso che Dio ha preparato per te.

Abbiamo sentito anche il seguito della lettera: ‘La scommessa è credere che Gesù alle persone più care, possa dare come regalo la croce’ Ai martiri succede così!!!  Io non sono a questo punto, stai tranquillo. Ciò che vivo è molto piccolo‘. Fa sempre una certa impressione leggere queste parole, sapendo cosa successe a P. Daniele nel marzo 1997. La consapevolezza di non essere a misura di martire non poteva essere che sincera, anche perché, pur sapendo dei pericoli che potevano esistere, era impensabile ipotizzare ciò che poi avvenne.

Insieme al sacrificio di P. Daniele, nella vicinanza del 24 marzo, giornata in cui si ricordano i missionari uccisi a causa del Vangelo, vogliamo ricordare in particolare quelli dello scorso anno, che sono stati 21, di cui 15 sacerdoti, e di questi uno era italiano. Ricordiamo anche l’arcivescovo Caldeo di Mosul morto martire una settimana fa in Iraq.

P. Daniele dunque ci dice che la croce Gesù la dà ai suoi amici. E’ una croce di passione e di risurrezione. Nella lettera scritta da Ruris racconta della sua Messa celebrata nella festa dell’esaltazione della S. Croce in un paese che da quattro anni non vedeva un sacerdote. Si volta verso la croce e la vede tutta fiorita: ‘Intuisco che è un gran regalo che Gesù ci ha fatto e che vuole darla ad ognuno di noi’ Anch’io P. Daniele devo prendere la mia croce per seguire Gesù’ Gesù me la dà già fiorita perché è già risorto, ma io devo prendere la croce’.

Abbiamo bisogno di vivere la Pasqua nella pienezza della sua verità, sia come mistero di passione, sia nella gloria della risurrezione. Non è possibile dividere questa realtà; ogni tentativo è una illusione. Inseguire la felicità pensando di evitare la sofferenza che purifica, è l’inganno che viene contrabbandato con abbondanza dai falsi profeti di questo mondo. Più che evitare la croce, si tratta di trovarne il senso,  almeno quello di scoprire il dono grande che è poter seguire Gesù portando anche noi la nostra croce.

La Via crucis che dopo la Messa celebreremo nel cuore della nostra città, è il gesto che intende tradurre in modo simbolico questa realtà.

E’ questa la grazia che chiediamo per noi, per tutti quelli che portano una croce, per coloro che soffrono per la diffusione del Vangelo, perché la Pasqua sia un vero passaggio dalla morte alla vita con Cristo

OMELIA per la CHIUSURA del MILLENARIO di SAN PIER DAMIANI
Faenza, Basilica Cattedrale, 21 febbraio 2008
22-02-2008

Con questa celebrazione eucaristica nella festa di S. Pier Damiani oltre a venerare il nostro santo nella sua ricorrenza liturgica, vogliamo segnare la conclusione dell’Anno giubilare concesso dalla S. Sede per il millenario della sua nascita. Anzitutto è giusto ringraziare il Signore per questo anno particolare, per i doni che in esso sono stati fatti alla nostra Chiesa, alla nostra gente, a quanti hanno venerato il nostro Santo nei luoghi dove è passato quando era in vita e qui nella Cattedrale dove sono custodite le sue spoglie mortali.

Ringraziamo il Signore per il dono dell’indulgenza plenaria concessa ai pellegrini, che si sono mossi sia in gruppo (famiglie, parrocchie) sia singolarmente. Al di là dei numeri, è stato una cosa significativa che in questa ricorrenza millenaria mediante l’indulgenza sia stata messa in evidenza la realtà spirituale della penitenza e della riconciliazione unite alla  figura di un grande penitente come S. Pier Damiani.

L’anno millenario si riproponeva soprattutto l’aumento della conoscenza di questo nostro Santo, che pure a così grande distanza conserva una autentica attualità di dottrina, per la quale fu proclamato dottore della Chiesa, costituisce ancora un profondo esempio di vita ascetica e offre anche per oggi una luminosa intuizione di impegno ecclesiale.

Le iniziative proposte in questo tempo hanno illustrato in vario modo la sua vita di eremita, la sua attività nella Chiesa e i suoi numerosi scritti. Le iniziative editoriali, le mostre, il concorso nelle scuole e soprattutto il convegno scientifico sono stati momenti importanti per ricordare e conoscere sempre meglio San Pier Damiani e la sua opera.

Il Papa un anno fa per questa ricorrenza scrisse una lettera, nella quale ricordava S. Pier Damiani come uno dei protagonisti della storia ecclesiastica medievale, che ha mostrato una felice sintesi tra vita eremitica e attività pastorale, ultimo teorizzatore della vita eremitica nella Chiesa latina. Eminente uomo di Chiesa, in quanto vescovo e cardinale di Ostia, S. Pier Damiani fu l’anima di quella che sarà la riforma gregoriana, per una più grande libertà della Chiesa. Con la penna e la parola si rivolgeva a tutti: agli eremiti chiedeva una donazione radicale a Cristo; al Papa, ai Vescovi e a tutti gli ecclesiastici chiedeva un evangelico distacco dagli onori e dai privilegi; ai sacerdoti ricordava l’ideale altissimo della loro missione, da esercitare nella purezza dei costumi e in una reale povertà personale.

Come Diocesi di Faenza-Modigliana quello che abbiamo fatto, lo abbiamo fatto con gratitudine alla divina Provvidenza per avere disposto che la salma di S. Pier Damiani rimanesse custodita nella nostra città fin dal momento della sua morte, e infine in questa chiesa cattedrale. Oltre ad essere una grazia, questa per noi è una responsabilità. Anche dopo questo anno millenario, dobbiamo continuare a chiederci come veneriamo e valorizziamo questa singolare presenza.

La sua vita e il suo insegnamento ci sono preziosi anche oggi, in tempi certo diversi, ma non meno difficili per i cristiani che vogliono vivere nella fedeltà al vangelo nonostante le avverse posizioni del mondo. S. Pier Damiani ci può essere di aiuto, ad esempio, per ricuperare l’importanza della vita interiore e l’amore alla Chiesa.

Sulla vita interiore S. Pier Damiani scrive non solo per i monaci ma anche per i fedeli laici che vivono nel mondo. Vi sono tuttavia delle condizioni che valgono per tutti, come la preghiera e la meditazione della parola di Dio. Egli scrive: ‘Leggi con Gesù, con lui canta continuamente, prosternati a terra con lui per la preghiera. Che sia tuo amico, tuo familiare. Che sia tutta la tua parola, tutta la tua gioia, la tua saggezza, la tua vita. Respira Cristo, dì incessantemente Cristo, medita la vita di Cristo. Che il vostro cuore sia costantemente occupato dalla lettura dei sacri testi. Abitateli, fatene la vostra dimora, perseverate con tenacia, una tenacia sempre all’erta. Al vostro cammino bastano i campi della Parola.’

E al prefetto della città di Roma scrive ricordando il dovere del suo ufficio, come il modo proprio per vivere la vocazione battesimale. Dopo aver richiamato la lettera di S. Pietro sul sacerdozio regale, continua: ‘E’ ben certo che ogni cristiano è, per grazia di Dio, un sacerdote; perciò gli spetta di annunciare la forza di Cristo nel mondo. Tu, dice rivolto al prefetto, di tale sacerdozio e regalità esternamente imiti l’esempio specialmente quando eserciti in tribunale la tua funzione di giudice e poi quando nella chiesa proseguendo la esortazione edifichi gli astanti’. Il laico che vive nel mondo prima ancora di testimoniare Cristo in un impegno ecclesiale, lo testimonia con la fedeltà e la coerenza nel suo dovere civile, perché dal modo in cui lo esercita si riconosce la sua fede.

Quanto all’amore per la Chiesa S. Pier Damiani lo ha mostrato sacrificando gran parte della sua vita nel servire i Papi che gli chiedevano importanti missioni in situazioni difficili. Ma oltre a questo, egli possedeva una profonda conoscenza teologica del mistero della Chiesa. Un esempio della sua ecclesiologia è contenuto nel fascicolo ‘Dominus vobiscum’ nel quale affronta una lunga argomentazione sull’unità della Chiesa, che nasce dall’Eucaristia, e che deve essere manifestata nella preghiera liturgica anche quando il monaco prega da solo.

Siamo sempre uniti a tutta la Chiesa anche nella solitudine della cella, per cui si può dire: Il Signore sia con voi, anche se non c’è nessuno presente. ‘Se dunque tutti siamo un unico corpo di Cristo e, benché fisicamente lontani, tuttavia rimanendo in lui non possiamo essere spiritualmente separati gli uni dagli altri, non vedo che cosa impedisca di mantenere l’uso comune della Chiesa (cioè dire: Il Signore sia con voi) anche quando siamo soli, poiché per il mistero dell’unità indivisa non ci siamo mai separati da essa’(ivi cap. viii). E pensare che quando S. Pier Damiani scriveva questo libretto, si stava maturando lo scisma della Chiesa d’oriente, nel 1054. A questo riguardo anzi scriverà un breve trattato sullo Spirito santo, come contributo per il ritorno all’unità.

Vita interiore e amore alla Chiesa potrebbero essere le grazie che chiediamo al Signore per l’intercessione di S. Pier Damiani, come dono alla nostra Chiesa per questo Anno giubilare che oggi chiudiamo.

Il nostro tempo proprio perché vive in una civiltà dissipata, che non conosce il silenzio, che non distingue più la musica dal fracasso; proprio perché è indotto dalla cultura materialista e tecnologica a ridurre tutto al tempo e allo spazio, ha bisogno di ciò che riguarda lo spirito come dell’aria per respirare. L’accontentarsi delle piccole soddisfazioni della vita, se per un verso potrebbe avere senso in una prospettiva aperta all’eternità, diventa soffocante quando questa viene meno. Non si può vivere con l’unico esito plausibile della morte quando sentiamo di essere fatti per l’immortalità. Su questa esigenza di un di più che prima o poi tutti avvertiamo, si innesta la risposta della vita interiore, che non sia però un ulteriore inganno di una religione fai da te, ma attinga alla verità della rivelazione di Cristo e all’esperienza dei grandi santi della nostra Chiesa. S. Pier Damiani con il suo desiderio di tornare sempre appena possibile alla pace del suo eremo ci è di esempio.

Quanto all’amore alla Chiesa è una grazia che chiediamo proprio per i cristiani, figli della Chiesa. Non sono i nemici nuovi o di sempre che fanno paura. Ormai due millenni di storia ci hanno insegnato che gli aggressori esterni non hanno fatto altro che irrobustire la Chiesa, che ha saputo rispondere alle varie vicende con rinnovato vigore. Ciò che oggi diventa pericoloso è la confusione che si nota in mezzo agli stessi cristiani, che non si valgono dei riferimenti sicuri di sempre del magistero ecclesiale, ma porgono ascolto ai soloni di turno che pontificano con i potenti mezzi della comunicazione sociale.

C’è un motto della sapienza dei Padri che dice: in necessariis unitas,  in dubiis libertas, in omnibus caritas. Che tradotto significa: quando è necessario, essere uniti, per esempio nelle verità fondamentali che riguardano la salvezza dell’uomo, la dignità della persona umana, l’essenza del cristianesimo; nelle cose dubbie, di fronte alle quali si possono avere opinioni diverse, ci sia la libertà di discussione; in ogni caso però vi sia la carità, il rispetto delle persone, l’amore. S. Pier Damiani per un verso ha difeso con rara competenza le verità fondamentali della rivelazione cristiana, ha sostenuto il suo parere in questioni discusse, e nonostante il suo carattere lo manifestasse rude e intransigente nei principi, era capace di una grande misericordia soprattutto quando si trattava di accogliere chi si era ravveduto dal suo peccato.

In continuità ideale con queste grazie che chiediamo per intercessione del nostro santo patrono, al termine di questa Concelebrazione eucaristica firmerò la notificazione con la quale si indice la Visita pastorale in tutta la Diocesi, a cominciare dall’Unità pastorale di S. Chiara e S. Umiltà nella città di Faenza la domenica 19 ottobre. Auspichiamo come frutto di questa visita una rinnovata vivacità delle nostre comunità cristiane nella fede e nella carità, per essere segno di speranza nella nostra società.

Concludiamo quindi un anno, ma non concludiamo il nostro impegno, e soprattutto non si conclude la nostra devozione a S. Pier Damiani, perché aiuti tutti a percorre la via di Dio nella comunione della Chiesa verso il Regno dei cieli

OMELIA per la GIORNATA della VITA CONSACRATA
Faenza, Chiesa S.Francesco, 2 febbraio 2008
03-02-2008

Il messaggio dei Vescovi italiani per la festa della vita consacrata mette in risalto il carattere che essa ha di offerta a Dio. L’aspetto dell’offerta è presente anche nel mistero della presentazione al tempio del Signore Gesù. Dicono i Vescovi: ‘Gesù viene presentato al Signore, cioè offerto e donato al Padre; non solo compie ciò che è scritto nella Legge: Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore, ma anche anticipa, prefigurandola chiaramente, la sua offerta pasquale”. La donazione a Dio è vera, anche se dopo c’è il riscatto con l’offerta di due tortore o giovani colombi.

Tutta la vita umana del Signore Gesù è una offerta al Padre; l’evento della sua morte in croce è il punto culminante che manifesta l’orientamento che è stato sempre presente in lui.

L’offerta di se stesso al Padre secondo la lettera agli Ebrei Gesù la fece entrando nel mondo: ‘Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato’ Ecco io vengo per fare, o Dio la tua volontà’ Ed è per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre’ (10, 5-10).

A quaranta giorni dal Natale, con il gesto semplice e molto significativo di un cero acceso, la liturgia ci ha collegati nuovamente alla luce che è venuta nel mondo, per vincere le tenebre. Secondo il profeta Isaia non si tratta solo di luce, ma di fuoco, che viene per fondere e purificare, perché sia possibile offrire al Signore un’oblazione secondo giustizia.

L’offerta richiede il distacco, il rinnegare se stessi. Prima ancora del distacco dalle cose si tratta del nostro io, del nostro modo di fare, di vedere, di pensare. Sia chiaro che tutto questo ci potrà anche essere, ma non ci dovrà mai impedire di ascoltare la proposta che il Signore vuol fare attraverso la regola, i superiori, gli eventi della storia e anche attraverso i nostri doni e i nostri limiti.

Dicono ancora i Vescovi: ‘Nell’offerta pasquale, Gesù si è fatto obbediente fino alla morte e alla morte di croce e ci ha amato sino alla fine. Quest’obbedienza-carità, che abbraccia ogni uomo, è il vero culto gradito a Dio, la luce che illumina le nazioni e la gloria d’Israele’. E in un mondo anarchico come il nostro, dove l’individuo è regola a se stesso per la morale, la fede e le varie scelte della vita, Dio sa quanto sia salutare un esempio e un atteggiamento che cerca prima di tutto la luce di Dio, mortificando la propria volontà. Nella realtà poi, così facendo, si fa anche un interesse perché nessuno meglio di Dio sa qual è il nostro vero bene.

‘La vita consacrata, scrivono ancora i Vescovi, fa sua in maniera particolare la parola dell’apostolo Paolo: Vi esorto dunque, fratelli, a offrire i vostri corpi ‘ ossia la vita umana nella sua dimensione esistenziale ‘ come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Lo Spirito Santo, che ha realizzato perfettamente questo in Gesù, trasformi la vostra vita in un’offerta bella, luminosa, gradita a Dio’.

Quando sentiamo parlare di offerta, rinuncia, distacco, è facile pensare a ciò che dovremo lasciare e quindi avere paura di rimetterci; per cui è facile che vi sia la tentazione di essere scarsi, di stare ridotti, di non esagerare. Il messaggio dei Vescovi parla di ‘insidia della mediocrità, dell’imborghesimento e della mentalità consumistica, che mette oggi a repentaglio anche la vita consacrata’. Non deve meravigliare del resto che l’aria inquinata del mondo possa entrare anche in convento; gli spiragli per passare sono tanti.

Non dobbiamo invece avere paura di donare al Signore energie, tempo, intelligenza, salute, affetto, sapendo che si tratta in ogni caso di un investimento garantito dalla sua parola: riceverete cento volte tanto in questa vita, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna.

Infine si deve tenere conto che l’offerta di noi stessi nella vita consacrata è un aiuto anche per i nostri fratelli e sorelle che vivono nel mondo, e che rischiano di accontentarsi delle piccole soddisfazioni, delle piccole speranze che trovano nella vita, che sono legittime e che è anche bello perseguire.

Scrive il Papa nell’enciclica Spe salvi: ‘A volte può sembrare che una di queste speranze soddisfi totalmente e che non abbia bisogno di altre speranze. Nella gioventù può essere la speranza del grande e appagante amore; la speranza di una certa posizione nella professione; dell’uno o dell’altro successo determinante per il resto della vita. Quando però queste speranze si realizzano, appare con chiarezza che ciò non era, in realtà, il tutto. Si rende evidente che l’uomo ha bisogno di una speranza che vada oltre. Si rende evidente che può bastargli solo qualcosa di infinito, qualcosa che sarà sempre più di ciò che egli possa mai raggiungere’ (n.30).

È evidente che questo qualcosa che sa di infinito non è nell’ordine delle cose di questo mondo; deve essere di ordine diverso, almeno di ordine spirituale come può essere la bellezza, la bontà, la verità; ma soprattutto sarà di ordine soprannaturale, come è l’incontro con Dio nella preghiera, l’amare gli altri per amor di Dio, il donare senza attendere il contraccambio, il gusto della Parola di Dio, accettare la sofferenza in unione con la croce di Cristo, ecc.

In questo modo noi possiamo essere di aiuto anche agli altri, che sentono il desiderio dell’infinito, e possono essere ingannati pensando che si possa soddisfare questo desiderio moltiplicando le piccole soddisfazioni di questo mondo: se un amore non basta, se ne provano due o tre; se non soddisfa la professione si cerca di far carriera a tutti i costi; se non basta un successo, se ne inseguono altri.

La persona consacrata, che vive la sua offerta con generosità e gioia, diventa veicolo di speranza anche per la gente del mondo. C’è un ‘di più’ che la gente avverte nelle persone consacrate, anche se a volte non lo sa definire. Per essere una lampada che diffonde un po’ di luce non occorrono cose straordinarie; può forse bastare la vita nella sua fedeltà quotidiana, come fece Gesù nella famiglia di Nazaret: cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui. Anche la vita a Nazaret è stata una offerta gradita a Dio, non è stato tempo perso per aspettare di crescere.

Ci ottenga la Vergine madre, che portò suo figlio al tempio e fu coinvolta nella sua offerta, di essere ogni giorno un sacrificio a Dio gradito, nella gioia della donazione, nella consapevolezza della testimonianza, per il bene nostro e del mondo.

OMELIA per la GIORNATA MONDIALE della PACE
Faenza, Basilica Cattedrale, 1 gennaio 2008
01-01-2008

I pastori trovarono Maria e Giuseppe e il bambino. La realtà della famiglia è la prima che viene incontrata dai pastori che hanno seguito l’invito degli angeli ad andare a Betlemme di Giudea per vedere il segno del salvatore che è nato. Non è sbagliato mettere il Cristo Signore, salvatore del mondo che porta la pace in terra agli uomini amati da Dio, nel contesto della sua famiglia umana, che è presente non per caso, ma per un preciso disegno voluto da Dio stesso; basti pensare cosa ha fatto Dio per mettere Giuseppe a fianco di Maria, la madre di Gesù.

‘Famiglia umana, comunità di pace’, è il messaggio per la giornata della pace 2008. La solennità della maternità divina di Maria non è in contrasto con questo tema; anzi può aiutarci a vederlo in modo pieno, nella sua proiezione trascendente. La pace infatti richiede un fondamento che sia all’origine di tutti gli uomini, che formano insieme una grande famiglia, figli tutti dell’unico Padre che è nei cieli.

Ma per evitare di parlare di famiglia umana come di una immagine e non come di una realtà, è necessario, come dice il Papa, vedere che proprio la famiglia naturale, formata dall’unione stabile di un uomo e di una donna nel matrimonio, è la cellula fondamentale della società, e ‘costituisce il luogo primario dell’umanizzazione della persona e della società’. In altre parole è nella famiglia che si impara a stare al mondo, a vivere insieme agli altri, a sapere che non tutto ci è dovuto, ma che, anzi, noi dobbiamo molto agli altri. O meglio: tutto questo è possibile che avvenga nella famiglia, se questa è rispettata come tale, e non è insidiata nella sua identità fondamentale.

Dice ancora il Papa: ‘In una sana vita familiare si fa esperienza di alcune componenti fondamentali della pace’. E ne fa un elenco dettagliato, che pur essendo solo esemplificativo, è tuttavia assai interessante, perché fa vedere che senza una vera educazione alla pace, non crescono uomini e donne di pace. Possono crescere individui che pretendono la pace dagli altri, che sanno gridare il diritto alla pace, ma non sanno cogliere il dovere di costruire la pace, cominciando dalla propria famiglia per arrivare al mondo intero. Se è vero che la pace è un bene indivisibile, non la si può chiedere tra i vari popoli e non cercare di costruirla tra le persone, tra le famiglie, tra le classi sociali.

Le componenti fondamentali della pace che si apprendono in famiglia e che il Papa ricorda sono: ‘la giustizia e l’amore tra fratelli e sorelle’. Questo suppone ovviamente che vi sia l’esperienza di diversi figli, la quale purtroppo è sempre più rara. Verso la famiglia numerosa infatti continua una ottusa incomprensione da parte dello Stato, che non sa darle un sostegno vero per incoraggiarla.

Poi il Papa ricorda ‘la funzione dell’autorità espressa dai genitori’. Che al mondo ci debbano essere delle regole che stabiliscono una pacifica convivenza, lo si impara dall’esperienza che si fa in famiglia, nel rispetto della vita familiare con i suoi orari e le sue tradizioni, nelle scelte fatte dai genitori per tutti. Crescendo i figli daranno un contributo sempre maggiore alla famiglia, nel rispetto del bene comune e salvando sempre l’unità, in una delicata operazione di mantenimento della pace. Non per niente la pace in famiglia è uno dei beni più grandi, che si sperimentano in particolare in occasione delle feste come quella del Natale.

Infine il Papa richiama ‘il servizio amorevole ai membri più deboli perché piccoli o malati o anziani, l’aiuto vicendevole nelle necessità della vita, la disponibilità ad accogliere l’altro e, se necessario, perdonarlo’. Come si vede è l’esercizio della carità per il bene di tutti; è la solidarietà per i membri più fragili; è la comprensione degli errori, sapendo che solo Dio conosce bene il cuore dell’uomo.

Non si deve pensare che ciò che fa la famiglia sia una partenza troppo lontana dalle situazioni internazionali; si tratta primariamente di formare una mentalità che sappia vedere il problema della pace nella sua luce di verità, che richiede certamente il fondamento del diritto internazionale, ma richiede anche il riconoscimento di un Fondamento trascendente che faccia della società non una aggregazione di vicini, ma una comunità di fratelli e di sorelle, chiamati a formare una grande famiglia (cfr. n. 6).

La comune origine e il comune destino di tutti gli uomini, la natura delle cose sono alla base della legge morale da seguire nel rapporto tra persone, aggregazioni e popoli; questo lo si impara dalla propria esperienza familiare, e si capisce che deve essere coerente a tutti i livelli. Per cogliere l’importanza di questa affermazione, basta vedere la coerenza della opposta situazione negativa: quando non si accetta una norma morale fondata sulla natura delle cose per la propria vita personale e familiare, si finisce per non riconoscerla nemmeno per i rapporti tra le nazioni e tra i popoli, come hanno dimostrato i totalitarismi dell’ultimo secolo che erano diventati sorgenti autonome del diritto.

Il messaggio del Papa richiama poi l’attenzione ad alcuni problemi attuali per la stabilità della pace nel mondo, come il rispetto dell’ambiente e l’uso delle risorse energetiche, l’economia nell’epoca della globalizzazione e la corsa agli armamenti.

È da 40 anni che la Chiesa con costanza richiama l’impegno di tutti per la pace nel mondo, e non solo in occasione di particolari conflitti. Proprio perché si deve constatare la fragilità degli argomenti umani, che tuttavia non vanno trascurati per l’importanza della cosa, i cristiani devono fare affidamento anche alla preghiera, implorando da Dio senza stancarsi il grande dono della pace. ‘I cristiani, conclude il Papa, sanno di potersi affidare all’intercessione di Colei che, essendo Madre del Figlio di Dio fattosi carne per la salvezza dell’intera umanità è Madre comune’.

La solennità della Madre di Dio viene celebrata dalla liturgia nel contesto dei misteri del Natale. Il figlio nato da Maria è il Verbo di Dio; quindi Maria si può chiamare a buon diritto Madre di Dio, come fu affermato dal Concilio di Efeso nel 431. questa verità non allontana da noi la Vergine santa, ma la colloca nella sua vera luce nel disegno divino della nostra salvezza. A Lei possiamo rivolgerci per chiedere le grazie che più ci stanno a cuore, come quella della pace nel mondo, Lei che ci ha donato il Principe della pace.

OMELIA di NATALE 2007 (sintesi)
Faenza, Basilica Cattedrale 25 dicembre 2007
25-12-2007

Se Dio si è fatto uomo, lo ha fatto per l’uomo, il solo che poteva guadagnarci qualcosa, perché Dio non può avere vantaggi. Anche questo ci fa capire che Dio è amore, e non può fare altro che donare se stesso, così come ha fatto mandando suo Figlio.

Sia che ci accorgiamo della tenerezza del Figlio di Maria, il Bambino Gesù nato a Betlemme, sia che riflettiamo sul Verbo di Dio che si fa carne e viene ad abitare in mezzo a noi, ci rendiamo conto che è successo qualcosa dopo del quale il mondo non è più come prima. Da quel giorno nel mondo si è accesa una speranza che non delude.

Proprio perché il nostro Dio è entrato nel mondo, la speranza che Egli ci porta non può consistere nell’abbandonare il nostro mondo, magari per attenderne un altro. Egli ci ha portato una speranza che si realizzerà pienamente in un mondo in cui non ci sarà più né morte, né pianto, né sofferenza alcuna, ma fin da adesso sentiamo che dobbiamo fare qualcosa in questa direzione.

Leggiamo nel Concilio: ‘I beni quali la dignità dell’uomo, la fraternità e la libertà, e cioè tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, ma illuminati e trasfigurati, allorquando il Cristo rimetterà al Padre il regno eterno e universale’ (G.S. 39).

Il desiderio di ricevere del bene, come pure la spinta per farlo ad altri, sono un sintomo che ci rivela che siamo chiamati a questo; e siccome non siamo mai soddisfatti delle cose realizzate in modo incompleto e parziale, siamo sempre alla ricerca di qualcosa di più.

Scrive il Papa nell’Enciclica sulla speranza: ‘L’uomo ha, nel succedersi dei giorni, molte speranze ‘ più piccole o più grandi ‘ diverse nei diversi periodi della sua vita. A volte può sembrare che una di queste speranze lo soddisfi totalmente e che non abbia bisogno di altre speranze. Nella gioventù può essere la speranza del grande e appagante amore; la speranza di una certa posizione nella professione, dell’uno o dell’altro successo determinante per il resto della vita. Quando però queste speranze si realizzano, appare con chiarezza che ciò non era, in realtà, il tutto. Si rende evidente che l’uomo ha bisogno di una speranza che vada oltre. Si rende evidente che può bastargli solo qualcosa di infinito, qualcosa che sarà sempre più di ciò che egli possa mai raggiungere’ (n.30).

Il Natale ci dice che questo profondo desiderio è esaudito, perché Dio si è fatto uomo per darci la possibilità di raggiungere la beatitudine eterna.

E’ chiaro che non è stata la nostra condizione incontentabile a rendere necessaria l’incarnazione del Verbo, ma questo evento, che nasce dalla libera volontà di Dio di comunicare qualcosa di sé all’uomo, creato a sua immagine e somiglianza, finisce per rispondere e soddisfare anche questa attesa.

Il cristiano è quindi l’uomo della speranza. Avendo una speranza sicura, fondata sulla promessa divina, è motivato anche per realizzare le piccole speranze della vita, perché ne conosce la vera portata; è colui che le può gustare pienamente, perché non resta deluso nel farne l’esperienza del limite, sapendo che non è lì tutto il senso della vita.

Dal momento in cui il Figlio di Dio è entrato nella nostra storia, noi tutti possiamo trovare la strada per diventare figli di Dio come Lui; e questo è il significato vero per fare festa per Natale, anche se per condividerla abbiamo bisogno dei regali, delle luci e della compagnia dei parenti e degli amici.

Quindi la verità del Natale sta proprio nell’avvicinarci a Dio nell’Eucaristia, nel sacramento della riconciliazione, nel compiere gesti di bontà e di amore, pregando che questo non sia solo per un giorno, perché l’oggi di Dio è per sempre.